Se cercate storie realistiche, lontane da favolette e amori fasulli, questi sei romanzi fanno al caso vostro.

The writer, la storia di uno scrittore emergente in lotta con sogni e frustrazioni. Edito dalla Damster, e già disponibile in formato digitale presso i migliori store.
Affamata d’amore, una storia d’amore ispirata a fatti realmente accaduti. La storia di due persone che hanno paura di amare, e forse di vivere. Pubblicata dalla Damster, e disponibile sui migliori store in formato ebook.
Viola come un livido. Una storia realmente accaduta! L’amore di due disadattati in fuga dalla società e se stessi. Romanzo terzo classificato all’Eroxè Context 2014. Edito dalla Damster sia in cartaceo che in digitale.
Vicoli bui. La storia di un uomo in fuga da tutto e tutti. Persino dalla bestia che dimora in lui. Romanzo pubblicato da Lettere animate in formato digitale.
Lasciami entrare. Una storia di passione e violenza dai toni bordeline, dove il confine tra vittima e carnefice è quasi impercettibile. Edito dalla Damster, e disponibile in ebook presso i maggiori store online.
Fottiti. Le paure di un fallito. Le donne, il suo terrore! La sua droga. Forse la sua condann. Un romanzo edito dalla Damster, disponibile presso i maggiori store online.
Ecco a voi un estratto per ogni romanzo.

THE WRITER
La pancia e il petto facevano sempre più male. Mi sentivo agitato. La testa mi girava. E tutto attorno a me era come immerso in un secchio d’acqua.
Abbassai il boccale dimezzato e ci guardai dentro.
Mia madre, i miei amori, i miei sogni. Tutto stava annegando lì dentro! La mia vita stava annegando, e nessuno mi avrebbe tratto in salvo.
Diedi ancora un paio di sorsi e svuotai il boccale, sorridendo al nulla con fare cinico.
Ordinai subito un’altra birra. E il tipo me la portò. Senza chiedermi niente. Senza interessarsi di come mi sentissi.
No, per lui potevo anche morire. Io non ero nessuno! Non ero uno scrittore famoso. Non ero un cazzo di niente! Io neanche esistevo.
Se fossi morto in quell’istante, nessuno avrebbe pianto la mia morte. Non avrebbero scritto milioni di post melensi su facebook, né i giornali avrebbero mai parlato di me.
Nessuno l’avrebbe mai saputo! Sarei sparito nel nulla, come uno mai nato, qualcuno di mai esistito.
La cosa mi fece sorridere ancora!
Già, la realtà era così schifosa da non poter far altro che bere e sorridere per esorcizzarla. Per cercare di lenirne il peso. Giorno dopo giorno. Ora dopo ora. Minuto dopo minuto.
Ma in me sapevo che sarebbe stato tutto inutile. Che la realtà era lì, e non si sarebbe mai fermata, per quanto io ci provassi. Per quanto provassi a fuggire da essa.
Ecco, domani sarei tornato in quel cazzo di call center, e forse ci sarei rimasto a vita, o magari sarei finito per strada.
I miei libri non sarebbero mai stati ristampati. Nessuno mi avrebbe mai riconosciuto per strada. Avrei vissuto una vita anonima, vuota, senza nessuno scopo.
Uno dei tanti! Un niente come tanti.
O magari sarei morto. Magari quella stessa sera, o tra un giorno, una settimana, un anno. Stroncato da una malattia! Magari allettato per giorni o settimane prima di crepare. Ridotto come un vegetale! Capace solo di percepire dolore e fissare la mia vita gettata nel cesso.
Già, << Che fine del cazzo! >> sussurrai tra me e me.
Il tipo al mio fianco mi guardò. Il barista anche. Il vecchio dietro la cassa fissò il giornale, e la voce di una donna irruppe dal televisore.
<< Domani sera alle 20 e 30 su Canale 5, non perdetevi 50 sfumature di grigio. Film tratto dal bestseller di Erika Leonard James >>
Mi voltai di scatto verso lo schermo, fissando le immagini di un fighetto miliardario che si spacciava per master agli occhi di una troietta sfigata ma dall’aria da porca.
Mi venne da ridere. Scoppiai a ridere, sotto gli occhi di tutti. Sotto gli occhi sconvolti di tutti! Compresi quelli del vecchio dietro la cassa che alzò lo sguardo verso di me.
Distolsi lo sguardo dalla televisione e fissai quel vecchio, con la voglia di alzarmi da lì e spaccargli il boccale in testa.
Ma non lo feci!
No, finii la mia birra e uscii da quel posto, cominciando a camminare da solo per strada.
Attaccai subito la bottiglia di vino. Sorso dopo sorso. Fottendomene della fame e di quelle tremende fitte per tutto il corpo.
La testa continuava a girare. Un fortissimo sibilo trapassava il mio cervello. Le gambe erano molli. E un senso d’ansia mi stava soffocando, al punto da farmi sentire avvolto da un drappo funebre. Come se quella città mi stesse inghiottendo. Come se tutto si stesse accartocciando attorno a me.
<<  Cristo, come cazzo sei ridotto! >> udii in me e attorno a me.
Io avanzai il passo. Sudando. Sentendo il cuore battere forte e la testa scoppiarmi.
Ma lei non svanì! No, per quanto andassi veloce, quella voce rimbombava in me assieme al battito del mio cuore.
<< Fottitene di tutti quei coglioni! >> esclamò, con tono forte, seguendo il battito del mio cuore << Quelli non sanno un cazzo di te. Dunque fottitene, amico. Fottitene! >>
Cominciai a correre. A correre in quell’inferno. Vedendo il mondo scorrere attorno a me. Sentendo il mio cuore esplodere. Udendo quella voce che mi avvolgeva, stritolandomi.
<< Fai vedere a quelle merde quanto vali! Basta cazzate, ora! >> rimbombò quella voce, mentre correvo come un pazzo per quella città << Stroncali tutti! Smettila con quelle tue storie di merda tristi e psicologiche e dai alla gente quello che vuole. Una grande storia d’amore! Una storia con personaggi affascinanti, eroici, e scopate selvagge ma prive di termini come sborra o cazzo nella fica. Dai alla gente eroi in cui credere. Personaggi da amare. Vite da voler vivere! >>
Mi tappai la testa con le mani. Senza smettere di correre, pur sentendo il cuore esplodere e il fiato venir meno.
Arrivai a casa. Debole, esausto, sentendomi di svenire.
Riuscii comunque ad entrare nel mio palazzo. Continuando a bere, e avanzando a passo lento. Non sentendo più le braccia né le gambe.
Entrai nell’ascensore. Mi appoggiai alla parete, ansimando e non sentendo altro che il cuore nel mio petto battere come un tamburo.
Allungai la mano tremolante verso dei tasti, pigiandone uno.
Quel coso prese a salire. Io mi accasciai a terra. Mantenendomi il petto con la mano in cui stringevo ancora la bottiglia.
Udii una risata echeggiare lì dentro. Una risata avvolgere tutto. Insinuandosi nella mia testa come un tremendo fischio.
Cominciai a piangere, vedendo davanti a me un’ombra. Del fumo nero che formava una sagoma.
<< Vuoi forse vivere così, figlio di puttana? È questo che vuoi? O vuoi vivere da star? >>
Chiusi gli occhi, cominciando a pianger e ad urlare. Tenendomi la testa con le mani mentre quella dannata risata continuava a rimbombare nell’ascensore.
<< Fai come ti ho detto se vuoi vivere, fesso! >> udii ancora. E poi più nulla! Solo un forte sibilo nella testa, e quell’affare che si fermò sotto di me.
Mi alzai lentamente. Barcollando e uscendo da lì, mantenendo in mano la mia bottiglia.
Non riuscivo a pensare a niente. No, tutto era svanito. Io ero svanito. Il mondo era svanito.
Non c’era altro che silenzio! Silenzio, e il battito del mio cuore. Il battito del mio cuore e quel dannato sibilo nella testa.
Riuscii ad arrivare alla mia porta. A passo lento. E pur senza più sentire le braccia, riuscii ad aprire la porta.
Entrai dentro e la chiusi. La gatta mi venne contro, miagolando in modo strano.
Io guardai il buio. Confuso, stordito, sentendo il petto scoppiare. Sentendomi soffocare.
Mi fermai di colpo! La terra sotto a me cominciò a muoversi, e mi sembrò di vedere ogni cosa dondolare attorno a me.
Poi qualcuno mi strinse la gola.
Gli occhi sembrarono schizzarmi fuori dalle orbite. Un sibilo atroce invase il mio cervello, e una tremenda pugnalata mi trafisse il petto.
Ed ecco un senso di oppressione al torace. Conati di vomito assurdi. Sudore freddo. Fitte al braccio sinistro. Ancora fitte al petto e senso d’impotenza. La realtà attorno a me che mi si accalcava contro al mio corpo avvolgendomi come flutti d’acqua. Soffocandomi. Annegandomi

AFFAMATA D’AMORE
Lei era davanti alla porta del balcone. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
<< Marco, ti devo dire una cosa >> sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di Sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.
Diedi un forte sorso, quasi dimezzandola, e sotto lo sguardo triste di Elisa, avanzai verso di lei. Sorpassandola. Raggiungendo il tavolo. Prendendo una sigaretta, per poi ficcarmela in bocca e accenderla.
Mi girai lentamente. Guardandola. Continuando a bere e fumando.
Ma non ebbi il coraggio di incrociare oltre il suo sguardo.
Chinai la testa. Bevendo e fumando. Pensando solo alla stessa cosa. Un pensiero ridondante nella mia testa, simile a un pistone metallico che si muoveva freneticamente.
C’è un altro, c’è un altro, c’è un altro.
Ecco la sola verità! E tu, povero stronzo, avevi pensato che tutto fosse vero. Che lei fosse vera. Che quel vostro patetico sogno fosse vero.
No, lei ti ha usato! Sei stato solo un buon vibratore. Solo un contenitore di emozioni. Solo qualcosa utile per sfuggire alla noia, proprio come una ridicola rivista di gossip.
E ora lei tornerà da lui. Sì, ti dirà qualche cazzata. Fingerà di essere dispiaciuta. Magari ti chiederà anche perdono o ti dirà cazzate del tipo “Proprio tu non lo meritavi. Tu sei un uomo speciale!” oppure altre cazzate come “Non è colpa mia, ma tua. Io sono confusa! Non sto bene con me stessa, come potrei mai far star bene te. Perdonami!”, e poi tra qualche ora andrà a farsi sfondare la fica da un altro. Fottendosene di quel suo dolore. Di ogni senso di colpa. Di ogni frase pseudo profonda vomitata solo per nettarsi il culo.
Cose già viste. Cose già vissute. E in fondo, povera testa di cazzo, dovresti essere felice che sia successo ora. Magari sarebbe potuto succedere dopo mesi o anni. Sì, lo sai bene, testa di cazzo. Magari lei ti avrebbe telefonato dicendoti “Dobbiamo parlare”, confessandoti di essersi fatta sbattere da un altro. Magari mentre tu stavi sgobbando a lavoro, oppure, come un vero coglione, mentre le stavi facendo qualche regalo.
Ma intanto, in quei pochi secondi, tutti quei pensieri che ronzavano nella mia mente non riuscirono minimamente a tranquillizzarmi. Anzi, decine di bombe atomiche esplodevano nella mia testa. Distruggendo il mio cervello. Devastando ogni parte di me.
Ma trovai comunque il coraggio, dopo un terzo sorso alla mia birra. Svuotando del tutto la bottiglia e poggiandola sul tavolo.
<< Okay, ho capito. Dì pure tutto in fretta! >> le dissi con tono duro e pieno di rabbia.
Lei mi guardò con aria triste e al tempo stesso perplessa. Si avvicinò a me. Mi prese la mano ma io la tirai via di colpo.
<< Marco, non è quello che credi >> sospirò, afferrandomi di nuovo la mano << Non riguarda noi. Cioè, in un certo senso riguarda anche noi. Ma non come credi! >>
Chinò il capo, poggiando la mia mano contro al suo petto, mentre io stavo lì in piedi. Confuso. Senza capire cosa cazzo stava succedendo.
Poi ecco la chiarezza!
Lei mi fece sedere, mettendosi seduta accanto a me e continuando ad accarezzarmi la mano.
<< Vedi, io in passato ho avuto alcuni problemi >> mi disse con tono impacciato, come se non avesse il coraggio di parlarmi. E infatti, prima che riaprì bocca passarono diversi secondi. Secondi che sembrarono anni. Secoli in cui io rimasi lì, pietrificato, attendendo una sua parola. Quella parola che avrebbe potuto in un attimo mozzarmi le gambe.
E lo fece eccome! Ma non nel modo in cui immaginavo.
Lei sospirò ancora. Poi tirò un grosso respiro, come se stesse per andare in apnea.
Rivolse lo sguardo verso di me. Fissandomi e tenendomi la mano. Muovendo le labbra lentamente, come se le parole dovessero uscire da chissà quale remota dimensione.
Si fece coraggio!
Un sussurrò uscì dalla sua bocca. E poi delle parole iniziarono a prendere forma.
<< Marco, in passato io ho avuto un nemico. Una malattia che ho guardato dritto negli occhi >> disse, con un filo di voce, fissandomi con occhi sempre più lucidi.
Ed ecco una nuova paura, se ben diversa da quella di prima.
Quale malattia? Cosa stava per dirmi?
No, no, no, non potevo perderla! Non poteva andar via, proprio ora che l’avevo trovata.

VIOLA COME UN LIVIDO
Mi accasciai sul letto. Accanto a lei. Sudato, ansimando, e stringendola
a me.
Che stava succedendo?
Amore, coppia, amore, coppia.
Cosa fare?
Cene di Natale. Casa da pagare.
Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta
bere!
Niente più fumo. Dormire presto. Pensare al futuro.
Amarla. Pensare a lei. Renderla felice. Accompagnarla a comprare vestiti. Vivere a lungo solo per lei.
Cazzo, ero stanco! Sì, volevo sparire in una fossa. Morire, dormire,
dissolvermi nell’aria. Ma lei era lì. E il suo profumo mi rapiva.
La sua presenza mi confondeva. Il nostro stare insieme mi indeboliva
e dava forza al tempo stesso.
Non avevo molto tempo, pensai stringendola forte a me.
Sì, il tempo! E quando mai me ne era fottuto. Eppure eccomi. Lì
al buio, stretto a lei, avvolto da quei pallini luminosi a pensare al
futuro.
Che strano, proprio quando pensavi che nulla potesse cambiare
nella tua schifosa esistenza.
Ma decisi di non pensarci.
Ero stupido! E non volevo pensarci.
Così restai lì a stringere Alessandra.
Era lei! Viola ormai era una lacrima sul suo viso. Quella impercettibile
lacrima mentre stava tra le mie braccia. Stringendomi e
baciandomi teneramente le labbra. Lì in quell’abbraccio al buio.
Quell’abbraccio oltre ogni spazio e tempo. Quell’abbraccio dopo
un intenso godimento. Quell’abbraccio che celava un dolore profondo.
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata.
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano
i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede
dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori
sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono
in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le
mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella
come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il
suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia senza farle domande.
Poi un rumore. Noi sobbalzammo. Bella abbaiò. Lei mi guardò,
io guardai lei.
Niente! Un inutile spavento. Così restammo lì ad abbracciarci, senza
pensare a niente, senza dire niente, fino a che dopo avermi dato
un altro bacio lei se ne andò nel cesso.
Io pulii tutto, attento a non lasciar tracce. Portai la carta sporca
in cucina, camminando a culo nudo per la casa proprio come Mel
Gibson.
La gettai nella pattumiera. Poi andai in soggiorno e mi rivestii.
Mi rimisi tutto addosso e tornai in cucina. Versai dell’acqua in
un bicchiere e la mandai giù.
Cosa sta succedendo? Questo, pensai, svuotando il bicchiere.
Poi lo ficcai nel lavello. La porta del cesso si aprì. Io guardai verso
la porta. Un’attesa. Qualche passo. Ed eccola di nuovo davanti a
me. Lei, Viola o Alessandra. Ormai non lo capivo più! Ma non
riuscivo a non sorridere fissandola.
Lei era vestita, proprio come me. Eravamo una coppia ufficiale
ormai. Lì, in cucina, vestiti dopo una grande scopata.
Che strano! Niente sigaretta. Niente vino. Niente birra. Solo io e
lei in quella cucina semibuia. Due bicchieri di acqua liscia. Guardarci,
sorridere, tenerci la mano.
Poteva essere bello. Poteva essere pericoloso. Forse, poteva essere
irreale. Di certo strano, eppure incisivo.
Restammo così per un po’. Proprio come una vera coppia. Come
fossimo marito e moglie.
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anche a me» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche
dubbio.
Magari le piaceva solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come
sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei prima ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato
solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola
allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio
inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non
finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona
che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera
persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo, o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento
pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli
adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato
da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!
Altro che una troietta da cam desiderosa di cazzo. Lei era pazza!
Era follia pura. Era la risata di un bambino. La perversione di una
puttana. La libertà di un nomade. La tenerezza di una sposa. La
tristezza di un amante abbandonata.
Lei era tutto!
Io ero lì perso nel tutto, e per quanto lottassi non riuscivo a staccarmi
da lei. Per quanto cercassi di restare lì nel mio mondo, nella
mie certezze, io non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non
star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne
sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava continuando a ridere. Tremava innanzi
a quella libertà mai provata pienamente. Quel suo poter stare
lì davanti a me con il corpo di Alessandra pur essendo pienamente
Violasan. Libera di succhiare il mio cazzo e bere fino all’ultima
goccia di sborra, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi
“ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
O forse eravamo semplicemente pazzi. Pazzi nel pensare che
il mondo ci avrebbe permesso di vivere come volevamo. Nudi.
Scopando ovunque. Ridendo di tutto. Passando le nostre vite fottendocene del lavoro, della casa, delle banche, delle guerre e delle
rivoluzioni.
Pazzi! Il mondo ci avrebbe ricucito addosso i nostri vestiti.
Ci avrebbe impedito di essere felici. Avrebbe relegato Violasan
nell’ombra della notte, chiusa in una chat, mentre Alessandra
avrebbe sposato un dottore o un avvocato, e io sarei finito suicida
a furia di lavorare in un call center.
O magari ce l’avremmo fatta!
«Voglio andare con te in Mongolia» mi disse lei ancora una volta,
sorridendomi. Io le strinsi la mano e gliela baciai. Il cane ci
guardò lì seduto nella cucina e sbadigliò.
Poi Violasan guardò l’orologio appeso al muro. Alessandra divenne
triste. Alessandra tornò! E Viola prese a piangere, nascondendosi
sotto il sorriso di Alessandra.
Dovevamo andare! Il tempo a noi concesso era finito. Presto sarebbe
tornato suo padre, e noi non potevamo stare lì. Non potevamo
dire al mondo intero di aver scopato lì su quel letto. Violasan
lo avrebbe fatto, ma Alessandra no. Marco l’avrebbe fatto, ma il
fidanzato di Alessandra no. E così per stare ancora assieme lì in
quella casa, lì in quel mondo, lì in quell’universo, dovemmo chiudere
quel nostro sogno e uscire fuori di casa, in cerca di un nuovo
posto dove sognare.

VICOLI BUI
Che coglione! Se qualcuno dei miei compari di Piazza Garibaldi mi avesse visto, di certo mi avrebbe sputato in faccia. E tutto per cosa? Per Maria! Una ragazza che non vedevo da quindici anni. Una che neanche me l’aveva mai data, e che con ogni probabilità non l’avrebbe mai fatto.
Che cazzo mi stava succedendo? Le botte prese mi avevano rincoglionito? Che stronzo! Avrei dovuto alzarmi da quel letto e fregare quei soldi, per poi sparire veloce come il vento. Eppure me ne stavo lì. A letto come un malato. Senza poter far niente. Senza potermi neanche tirare una sega tanto erano forti quei cazzo di dolori.
Rimasi lì qualche istante prima di sentire la porta di casa aprirsi.
Sentii i suoi passi. Sentii la porta chiudersi.
-Ehi, sei sveglio? Sono a casa.
Io non risposi e lei, lei avanzò nel corridoio, fino a entrare nella camera da letto.
Venne accanto a me, poggiando due buste della spesa ai piedi del letto.
Controllò la flebo.
-Beh, direi che questa ormai è andata- disse chiudendo del tutto il flacone. Poi si mise a sedere sul letto al mio fianco.
–Allora, come ti senti oggi? Hai mangiato?
Io annuii.
-Mi sento di merda!- le risposi. Lei sorrise, strizzando gli occhi come un cartone animato Giapponese.
-È già qualcosa!- fece alzandosi di colpo dal letto, restando lì in piedi davanti a me e sorridendo.
Poi raccolse le buste della spesa. Andò via, in cucina, e tornò subito con dell’altra merda.
Ficcò un’altra siringa nella flebo e girò la rotellina, lasciando scorrere quel liquido fin dentro le mie vene.
-Oggi e domani, e poi forse potremo anche smetterla con gli antidolorifici- disse. Poi annusò l’aria, quasi come se fosse un cane.
–Ma tu hai fumato?- mi chiese.
Io scossi le spalle. O almeno, lo feci alla meglio che potevo.
Lei continuò a guardarmi con quei suoi grossi e profondi occhi verdi. E non avevano rabbia in essi, né una saccente voglia di rimproverarmi. Aveva solo dolcezza! Una dolcezza così grande da spiazzarmi. Da disarmarmi.
-Di certo non ti fa bene! Ma non credo che ci sia bisogno che te lo dica io, né tanto meno potrei far niente per impedirti di farlo. Dico bene?
Io non risposi. Lei sorrise ancora, e tornò a sedersi accanto a me.
-Senti, ci sta una cosa che devo dirti.
-Uhm, cosa?
-Il telegiornale! Hanno diramato le tue foto.
-Cristo!
-Già. Uno dei poliziotti, forse quello di cui mi ha parlato, ha detto alla tele che tutti i corpi di pubblica sicurezza ti stanno cercando. Che faranno di tutto per assicurarti alla giustizia. E che sei sospettato di molti altri crimini- disse. Poi abbassò la testa e sorrise.
–Giustizia!- riprese a dire alzando lo sguardo verso di me –E pensare che un tempo credevo in questa parola.
-Mi spiace! Mi spiace davvero, Maria- esclamai sapendo di mentire. Sapendo di non provare niente, se non un po’ di confusione.
-Lascia stare- fece lei, restando in silenzio per qualche istante. Poi alzò la testa al cielo come rapita da una visione.
–In fondo sono sempre stata una sognatrice, giusto?- riprese a dire abbassando nuovamente lo sguardo verso di me –Come quella volta di tantissima anni fa, ricordi? Io avevo dodici anni, tu sedici. Stavo nel cortile. O meglio… In quello spiazzale di cemento che tutti ci ostinavamo a chiamare “cortile”. Stavo giocando con delle bottiglie fingendo che fossero bambole. Quella di Coca Cola era la regina, e le piccole bottigliette di gassosa erano i sudditi. E tutti i sudditi erano felici di stare con la loro regina, perché lei non li trattava come inferiori, ma come suoi pari. E fu allora che un gruppo di ragazzini mi accerchiò, scaraventando le bottiglie per terra, dicendomi che non ero altro che una mocciosa piagnucolona e stupida. Che i poveri erano poveri, e i ricchi erano ricchi, e che a nessuno fotteva niente né di me né di loro.
Poi fece un attimo di silenzio abbassando lo sguardo, mentre io continuavo a fissarla tornando a quel passato che non volevo rivedere. Tornando a quella vita che volevo solo dimenticare.
Lei rialzò lo sguardo verso di me, sorridendo.
-Tu venisti dal nulla. Prendesti il primo per il collo della camicia e lo gettasti per terra. “Figlio di puttana!” ti urlarono contro gli altri. Ma tu li prendesti a pugni. Uno a uno, gettandoli a terra come fossero bersagli di carta. Poi quando andarono via, tu ti pulisti il sangue che ti colava dal naso e ti avvicinasti a me. Raccogliesti le bottiglie da terra. La regina era salva! E anche tre o quattro sudditi. Me li piazzasti davanti! “Non esistono ricchi che fanno patti con i poveri” mi dicesti, “Ma se a te va di crederlo, beh, fallo! E difendi con i pugni ciò in cui credi. Non lasciare che siano gli altri a dirti cos’è giusto e cosa è sbagliato.”
Lei sorrise e mi strinse la mano.
-Beh, io lo sto facendo!- riprese a dire, quasi piangendo –Sto lottando per ciò in cui credo! E non permetterò ad altri di dirmi cosa è giusto e cosa è sbagliato.
Io le presi la mano con forza, sorridendo, ma avendo dentro qualcosa simile a un barile di nera pece.
Che sciocca! Sì, era proprio una povera ingenua! Era cresciuta nel corpo, ma era rimasta la bambina di tanti anni prima. Non aveva capito che io ero cattivo come gli uomini che mi davano la caccia, che non ci stava né giusto né sbagliato al mondo. Solo uomini che sopravvivevano! Uomini che sopravvivevano divorando le carni di altri. E nessuna regina avrebbe mai fatto patti con i suoi schiavi. No, ogni regina avrebbe fatto scuoiare vivi i propri schiavi. E gli schiavi, se avessero potuto, avrebbero violentato a turno la loro regina, per poi diventare sovrani di altri schiavi.
E io ero come loro! Io ero uno schiavo braccato da tante regine. Uno schiavo pieno di rabbia. Uno schiavo che non avrebbe esitato a sbranare la propria regina, per poi costruire il proprio impero sui miliardi di cadaveri dei propri fratelli.
Ero cattivo! Ero il male in carne e ossa. Ero il peccato originale fatto carne. E lei avrebbe dovuto cacciarmi via. Avrebbe dovuto cancellare i suoi inutili sogni da mocciosa. Tirare fuori le palle e sbattermi fuori alla porta.
Ma non lo fece!
Io non capivo. Io ero confuso. Io ero come lacerato da decine di mani che mi strappavo il cervello.
Non sapevo che fare! E così non feci niente, se non restar lì a sorriderle tenendole la mano.
Poi continuammo a parlare del nostro passato. Di quella volta che era riuscita a farmi piantare una margherita, o di quella in cui io mi offrii di essere punito al posto suo, dopo che lei aveva fregato una merendina dalla mensa.
Parlammo a lungo. Poi cenammo assieme. Lei mangiò della merdosa pastina assieme a me, così da farmi compagnia mentre guardavamo la tele in cerca di notizie.
Niente! Solo e sempre la stessa merda. Covello era su tutti i telegiornali nazionali, e la mia foto veniva passata in continuazione, sperando che la brava gente desse una qualsiasi informazione alle forze dell’ordine. Ma io ero lontano da loro. Ero lontano da Covello. Ero lontano dai suoi uomini. Ero lontano dalla gente, lontano dal mondo, lontano da ogni giustizia e ogni colpa.
Io e Maria eravamo da soli, come due naufraghi. Da soli in un mondo tutto nostro. Da soli in un limbo dove il giusto e sbagliato non esisteva. Da soli, mano nella mano, a parlare di noi raccontandoci a vicenda, svelandoci a vicenda. Avvicinandoci intimamente, tremendamente, pericolosamente. Mentre fuori da lì il mondo continuava a scorrere velocemente, decidendo cosa fosse giusto e cosa sbagliato.

LASCIAMI ENTRARE
Già, lei in fondo per me era solo un corpo da scopare. Una bambola da usare a mio piacimento. Una puttana con cui giocare a essere Dio. Mentre Anna era la mia donna, la mia fidanzata, quella a cui non potevo ficcarlo in culo né pisciarle in bocca.
Cristo, neanche se mi leggesse nel pensiero.
“Guarda che non hai bisogno di giustificarti” mi disse, continuando ad accarezzarmi il petto.
“Uhm, come?” feci io, chinando lo sguardo verso di lei.
“Hai sentito! Non hai bisogno di pensare a cosa dirmi. Lo so che hai scopato con lei. È normale! Lei è la tua donna. E io… io… io non so neanche cosa sono, io”.
La strinsi forte a me. Aveva ragione! Non dovevo giustificarmi. E neanche io sapevo cosa fosse lei. Se fosse un essere umano o solo un giocattolo. Una bambola da usare. Una creatura inventata solo dalla mia mente malata.
Ed ecco la sua mano di nuovo sul mio petto, proprio come la prima volta.
Sentii di nuovo le sue unghie nella mia carne. Le sue dita come a voler giungere al mio cuore.
Percepii una lacrima cadere sul mio braccio, mentre continuavo a stringerla, senza il coraggio di guardarla.
“La prima volta che… la prima volta che abbiamo scopato, la ricordi?” mi disse, facendo cadere le sue lacrime sul mio braccio.
“Sì” le risposi, continuando ad accarezzarle i capelli. Ad accarezzare la sua testa poggiata sulla mia spalla.
Lei affondò di più le sue dita nelle mie carni. Le sue dita nella mia vita.
“E ricordi cosa hai detto?”.
Io non risposi. Non ricordavo niente a dire il vero. Non avevo nessuna immagine stampata in mente. Nessun monologo. Niente! Solo il mio cazzo nella sua bocca. Solo il mio cazzo nel suo corpo, e il suo senso di terrore e impotenza.
Poi fece un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
“Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo” disse, restando poi un attimo in silenzio. “E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare” riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto “E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito”.
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Cristo, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Ed ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono prese a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
“Non rispondi?” mi disse, sapendo già la risposta.
E io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!

FOTTITI
Ecco, ero nella notte, da solo! Da solo in mezzo a quel merdoso mondo. Da solo in mezzo a centinaia di facce sorridenti. In mezzo a facce buone. Facce profonde. Facce simili alle insignificanti facce che probabilmente stavano ancora lì nel cesso con la piccola Monia.
Puttana! Pensai attraversando quella gente. Attraversandola, mentre bevevo la mia birra. Attraversandola con in corpo la sola voglia di ammazzare a randellate ogni singolo coglione lì per strada.
Già, gelosia! Ecco cosa avevo in corpo. Ero geloso di Monia. Geloso di averla vista con altri. Geloso di averla vista succhiare altri cazzi. Geloso che lei non fosse solo mia.
Che stronzo! Lei non era mia, e io non ero suo.
A stento conoscevo il suo nome e lei il mio.
Eravamo due sconosciuti. Due sconosciuti e non altro. Non eravamo né una coppia né due individui che si stavano frequentando. Non eravamo di certo né Brad Pitt e Angelina Jolie, tanto meno Romeo e Giulietta.
Eravamo solo due sconosciuti che avevano scopato, né più né meno.
Eppure in me sentivo forte la rabbia verso di lei, verso quei tre, verso il mondo intero.
Sì, avevo voglia di girare per le strade con un fottuto lancia fiamme. Volevo mordere alla gola ogni stronzo lì in mezzo. Fottere a sangue il culo di ogni troietta sorridente. Sbudellare le dolci mammine e sbranare i loro mocciosi ficcati nelle carrozzine.
Ecco, ero puro male. Ero l’occhio di Sauron che gettava fuoco su ogni stronzo. Ero la vendetta di Dart Fener contro Ian Solo.
Sì, ero Ted Bundy, David Berkowitz, Dean Corll e Juan Vallejo Corona. Ero Aileen Wuornos, Waltraud Wagner, Erzsébet Báthory, Leonarda Cianciulli, Vera Renczi, Amelia Dyer, Belle Gunness, Mary Cotton.
Ero la nuova apocalisse che si abbatteva sull’intero mondo. Ero il settimo sigillo appena aperto. Ero la vendetta del Diavolo su Dio. Ero Terminator che veniva a fare il culo a tutti i fottuti esseri umani.
Ero… ero… ero, solo un stronzo!
Sì, un inutile e patetico stronzo.
Non potevo fare un cazzo! Non potevo cancellare quella sborra sul suo viso, né uccidere lei e l’intero genere umano.
Potevo solo star male. Solo camminare nella notte, ubriacandomi e covando in me i più brutali e devastanti sentimenti.
Svoltai in un vicolo stretto e buio con la sola voglia di ubriacarmi, sapendo che non avrei potuto fare altro quella notte. Sapendo che, in ogni notte della mia vita, non avrei potuto fare altro per dar sfogo alla mia rabbia.
Ed ecco senso di vuoto. Respiro affannato. Fitte nelle guance, attorno agli occhi e nella fronte.
Senso di soffocamento. Battiti accelerati. Atroci fitte al petto.
Un attacco di panico, avrebbero detto gli psicologi. Paura di affrontare una situazione che sfugge al proprio controllo.
Ma io sentivo tutto vivo e intenso nel mio corpo. Sentivo quella ragnatela di fili metallici all’interno della mia faccia. Sentivo quelle pugnalate al petto, quegli spilli nel braccio sinistro, quella grossa mano che mi stringeva la gola fino a soffocarmi.
Stavo morendo. Stavo impazzendo. E accelerai il passo. Accelerai il passo ficcandomi in quel vicolo buio. In un vicolo privo di negozi. Privo di insegne luminose. In un vicolo dove tutte le finestre dei palazzi erano buie. Dove tutta la gente dormiva nei propri letti, o forse era per strada a ridersela, come tutta quell’altra gente fuori da quello schifoso vicolo.
Io non avevo niente da sorridere invece.
No, me ne stavo appoggiato a un’auto fumando la mia cicca e tossendo. Bevendo la mia birra e fissando il vuoto.
Poi ecco dei passi. Passi di tacchi. Passi familiari.
Era lei!
Sì, la vidi venire verso di me, con aria sorridente, e senza più sborra sul bel faccino.
La sentii avvicinarsi sempre di più. Vidi quel suo sorriso avvicinarsi sempre di più a me. Entrarmi sempre più dentro. Raggiungere le mie membra, il mio cuore, il mio cervello, la mia anima.
Ero fottuto! E cosa voleva ora da me? Voleva il mio perdono? Voleva essere capita, amata, accettata?
Cosa?
Perché dopo quanto aveva fatto, dopo aver succhiato tre grossi cazzi proprio davanti ai miei occhi, ora veniva da me? Veniva da me, con quella sua aria innocente. Sorridendo, come una bimba che aveva fatto cadere al suolo un vaso prezioso. Magari il ricordo di famiglia lasciato da qualche stracazzo di bisnonna.
E io cosa avrei fatto? L’avrei perdonata? L’avrei stretta? L’avrei amata?
Forse, forse sì! Ma nel farlo l’avrei odiata. Nel farlo, non avrei dimenticato. Nel farlo, avrei desiderato di ucciderla anche solo guardandola. Avrei desiderato di strapparle le labbra a ogni bacio dato. Avrei desiderato sbudellarla a mani nude ogni volta che l’avrei avuta, ogni volta che avrei cercato di accoltellarle l’anima a colpi di cazzo.
Ed eccola, lì davanti a me, a due centimetri da me. Faccia a faccia. Lì a fissarmi con quei suoi grossi occhi verdi. Lì a sorridermi come se niente fosse successo.
Io diedi un altro sorso alla mia birra. Poi un altro ancora.
Restai lì immobile appoggiato a un’auto, alzando e abbassando la bottiglia di continuo.
Rabbia, odio, vendetta.
Il suo volto era quello di un coniglietto pasquale da sbranare. Quello di un folletto di Babbo Natale da spellare.
Era tutti i regali di Natale ricevuti e mai desiderati. Era l’uovo di Pasqua sbagliato; quello fondente, e non con cioccolato al latte.
Lei era lo zaino da scuola di sottomarca. Il grembiulino economico indossato il primo giorno di scuola, lì in una classe piena di mocciosi con addosso un bel grembiulino della Standa, e io in un angolo con la vergogna sul volto. La rabbia sul volto.
Emarginazione, derisione, umiliazione.
Voglia di uccidere tutti quei merdosi mocciosi. Voglia di uccidere quella vecchia troia di una maestra. Voglia di uccidere quella puttana di mia madre che mi aveva ficcato in quella situazione.
E lei era i bambini. Lei era la maestra. Lei era quella puttana di mia madre.
Un senso di rabbia e odio a lungo represso avrebbero detto gli psicologi.
Mia madre era dura con me e io la odiavo per questo. E odiavo mio padre sempre assente per lavoro. Odiavo mia sorella che derideva la mia stupidità
Giocattoli di seconda mano. Vestiti di seconda mano. Affetto di seconda mano.
Odio, rabbia. Devono morire tutti! Devono morire tutti! E intanto sorrisi fasulli. Buoni voti per far contento papà, e andare in chiesa la domenica per fare felice la mamma.
E ancora odio, rabbia, voglia di uccidere, voglia di sbranare.
Sadismo allo stato puro!
Sangue e budella nella mia mente. Cadaveri in ogni lembo della mia anima. E lei era la causa, lei era il movente. Lei era la vittima sacrificale. Lei era il boia da punire. E lei stava davanti a me. Lì, sorridente, deridendo la mia miseria. Deridendo la mia vergogna. Deridendo il mio ennesimo fallimento.
Esplosi!
Le atomiche esplodevano in ogni dove.
«Togliti quel cazzo di sorriso dalla bocca, troia!» le urlai contro, scaraventando la mia cazzo di bottiglia contro di lei.
Trauma cranico con frattura occipitale. Tempo medio di morte: dai tre minuti alle due ore, salvo coma farmacologico.
Sì, sarebbe stato bello! Ma quella bottiglia volò oltre di lei, sfracellandosi contro un muro. E un gatto guizzò fuori da un cassonetto uscendo da quel cazzo di vicolo. Un cane abbaiò con forza da chissà dove. Della gente sorrise. Lei si voltò a guardare quei pezzi di vetro a terra, lì vicino al muro. Io gettai la cicca a terra, e con gli occhi iniettati di sangue mi scagliai contro di lei.
«Ora te lo tolgo io quel sorriso del cazzo dalla faccia, schifosa puttana» presi a gridare, afferrandola per la gola e trascinandola contro un auto.
Ed ecco lì la mia preda. La mia vittima sacrificale. Il mio piccolo Isacco pronto a essere scannato.
Eccola lì, stesa sul cofano di un auto, con la faccia sul cofano di una Fiat Punto del duemila e otto, o forse del duemila e sette.
Lì, immobile, inerme, con la mia mano che le spiaccicava la faccia contro il cofano dell’auto. Le tette sul cofano dell’auto, e quel piccolo e sodo culo proprio contro al mio cazzo.
Le alzai di colpo quel vestito da troia e le spostai le mutandine rosa. Quelle mutandine rosa di chissà quale altra troia.
«Ti faccio vedere io come si trattano le troie come te, lurida schifosa» dissi, continuando a mantenerla per la testa e tirando fuori il mio cazzo.
E lo tirai fuori. Lo tirai fuori grosso e duro. Pronto a chiavarla. Pronto a sfondarla. Pronto a punirla.
Sì, era svanita ormai l’impotenza. Il mio cuore pulsava sangue rabbioso in tutte le mie vene, gonfiando il mio cazzo d’infernale rabbia.
«Preparati troia» gridai, poggiandoglielo tra le chiappe. E mollai il collo un attimo. Giusto un attimo. Giusto il tempo di appoggiarle bene il cazzo contro il buco del culo.
Lei cercò di liberarsi.
«Che cazzo fai?» urlò, quasi piangendo.
Io le schiacciai di nuovo la testa contro quel fottuto cofano di metallo. Fece un boato! Un suono sordo e metallico.
«Dai troia. Che ti piace in culo!» urlai, continuando a tenerla ferma, e spingendole il cazzo contro al culo. Contro al buco del culo.
Lei prese a digrignare i denti. Come a voler urlare. Come a voler piangere.
Io presi a spingere più forte. Ridendo con aria malefica. Con la bava alla bocca.
«Ora lo sentirai tutto, puttana!»
Lei lanciò un grido in quel vicolo. Lanciò un grido in quella strana notte. In quella notte come tante. Come tante notti passate. Come tante notti future.
«Zitta troia!» urlai, spingendolo più forte. «Lo senti, vero? Dillo che lo senti tutto, vacca.»
E ancora un colpo. Il mio cazzo dentro al suo culo. Lei che stringeva i pugni lì su quel cofano. Lì, sentendo il mio cazzo entrarle su per il culo. Sentendo già la cappella del tutto dentro. Sentendo quel pezzo di carne che le apriva il culo, e senza poter fare un cazzo di niente per liberarsene.
Ed ecco ancora un colpo secco. Un colpo secco come una coltellata.
Lei urlò. Io lasciai la presa e le strinsi le chiappe. Le strinsi le chiappe come a volergliele stracciare via dal corpo. Le strinsi le chiappe, mentre la tenevo inchiodata a quel pezzo di ferro. Inchiodata a quell’auto con il mio cazzo.
E via con la prima spinta. Un colpo forte! Così forte come a volerle raggiungere lo stomaco con il cazzo.
Lei si ficcò un pugno in bocca. Strinse i denti dal dolore. Strinse i denti, sentendo quell’affare muoversi con colpi forti e secchi lì nel suo piccolo culetto.
E ancora un colpo. Un colpo forte. Un colpo secco.
Il suo culo bagnato di sangue. La sua carne contro la mia. Le mie mani che stringevano le sue chiappe.
«Prendilo! Prendilo tutto, troia» urlai, cominciando a sbatterglielo dentro con più forza. Sempre più velocemente. Sempre più velocemente.
E lei continuava a mordersi il pugno. Continuava a starsene lì stesa su quel cofano in balia del mio cazzo, in balia del mio odio. E ogni colpo del mio cazzo era una pugnalata contro di lei. Era una pugnalata contro il mondo. Una pugnalata contro ogni donna.
Sì, la vendetta era completa. Lei era sottomessa a me. Lei era sottomessa al mio cazzo.
E continuavo a punirla con le tavole della legge: la mia legge! La sola legge che per me fosse giusta. La sola legge capace di donarmi la liberazione.
Poi ancora le sue chiappe tra le mie mani. Botte di cazzo nel suo culo. Botte di cazzo sempre più veloci, mentre la mia bava le colava sulle chiappe, e la pelle sanguinolenta del suo buco del culo mi stringeva il cazzo.
Un gatto fuggì da quel vicolo. Una luce si accese da una finestra, probabilmente di un qualche cesso, e le risate della gente fuori da quel vicolo continuavano a invadere la notte. Le risate della gente fuori da quel nostro mondo.
Lei strinse ancora i pugni. Io diedi un colpo più forte. Un colpo così forte che sentii il sangue uscire dal suo culo fino a coprirle le chiappe.
«Troia!» urlai, alzando lo sguardo al cielo, proprio come quei tre stronzi nel cesso.
Ed eccola la sborra!
Ecco la liberazione. Il fuoco purificante della Geenna.
Sì, la mia sborra sprizzava dal mio cazzo. Sprizzava copiosa e densa. Calda e potente, fino a riempire il suo culetto.
E io mi sentivo finalmente forte. Finalmente libero. Finalmente onnipotente.
Ma non durò molto!
No, abbassai lo sguardo e la fissai. La guardai, lì, stesa su quel coso. Ormai inerme. Ormai rassegnata. Ormai fredda. Ormai spenta.
Non ci stava più niente da violentare in quel corpo. Non ci stava più niente da uccidere in quel corpo. Non ci stava neanche più quel corpo.
Lo tirai fuori. Glielo sfilai dal culo lentamente, vedendo la mia sborra mista a sangue scorrere dalle sue chiappe.
Glielo sfilai dal cuore lentamente, senza sentire più nessuna pulsazione. Senza sentire più niente di vivo lì in quel vicolo buio.
Me lo rimisi dentro, senza dire niente, senza fare un cazzo. Solo restando fermo contro un’auto. Davanti a lei. Fissando quel suo culo aperto che grondava sborra e sangue.
Lei restò qualche istante così. La luna entrava appena in quel vicolo, illuminando le sue chiappe.
Sembrava un cadavere!
Sì, un cadavere lasciato lì a decomporsi.
Poi si mosse. Da prima mosse le mani, ancora strette. Poi si alzò lentamente. Molto lentamente.
Si rimise in piedi, barcollando. Si rimise in piedi come se niente fosse successo. Come se niente fosse cambiato.
Prese un fazzoletto dalla sua borsetta e se lo passò tra le chiappe.
Gettò quell’affare sporco di sborra e sangue per terra. Una blatta ci passò vicino, come per annusarlo. Poi guizzò via nella notte. Lei si risistemò. Aggiustò le mutandine e abbassò il vestito. E lentamente venne verso di me.
Si avvicinò a me, lentamente, con le gambe ancora aperte.
Mi fu faccia a faccia. Io accesi una cicca, non provando il minimo risentimento. Non sentendo più niente nel mio corpo, neanche odio!
Lei tirò fuori due birre dalla borsetta. Due birre e un apribottiglie.
Le stappò. Tenne una per sé e passò un’altra a me.
Io l’afferrai. L’afferrai, guardando lei.
Diedi un sorso alla mia birra. Lei uno alla sua. La luna non sembrava più illuminare quel posto. La luna era sparita da quel vicolo. La luna era sparita dal mondo.
Eravamo solo noi lì. Solo noi al mondo. E lei continuava a fissarmi con quei suoi grossi occhi verdi. Ora senza più sorridere. Solo con una gelida espressione di morte sul volto. Come se con il mio cazzo non avessi rotto solo il suo culo, ma anche la sua anima. Come se con quel mio cazzo non avessi violentato solo il suo culo, ma anche quell’ultimo barlume di umanità nel suo corpo adibito a contenitore di cazzi.
Poi si voltò di colpo, facendo due passi in avanti.
«Andiamo a casa» mi disse, senza neanche voltarsi. E io non risposi. Io restai lì a bere la mia birra in silenzio, per poi muovermi da quel rottame, prendendo a seguirla.
Già, avevo vinto!
Avevo sfondato le sue difese. Avevo piegato la sua baldanza. E lei era la mia schiava. Era la mia puttana. Era la mia troietta sfondata.
Ero il suo padrone. Ero il suo paparino. Il suo sovrano. Il suo unico imperatore.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Un senso di sadismo nato dal rifiuto di ogni donna, che aveva portato in me il desiderio di possedere analmente la mia compagna. Di sentirmi il suo unico padrone. Di umiliarla e sottometterla.
Vedi anche gli articoli sull’eiaculazione precoce e sugli uomini con scarsi risultati in fatto di donne durante l’adolescenza. Troverai il nome di Peter Nirsch. Quello di Harold F. Shipman. Il nome di Sweeney Todd e quello di Pedro Alonso López.
E io ero uno di loro! Ero un potenziale serial killer. Un futuro sterminatori di nazioni. Un uomo che avrebbe strappato dal grembo delle loro madri i bambini all’ottavo mese.
Eppure quella vendetta non mi aveva donato alcuna pace.
No, ero solo vuoto. Mi sentivo vuoto, inutile, senza più nessuna missione spaziale da compiere.
Vedevo la mia preda, la donna che mi aveva umiliato, lì davanti a me, lì a camminare gelida come un cadavere.
Cosa avevo conquistato? Quale mondo avevo trovato?
Niente! Il vuoto, solo questo provavo.
E ancora un passo. Ancora un sorso di birra.
Che ore erano? Dove ci trovavamo?
Niente! Il tempo era scomparso. Il mondo era scomparso. Ci stavamo solo noi. Ancora una volta, solo noi. E usciti da quel vicolo, attraversato quel mondo di gente sorridente, ci trovammo di nuovo a Piazza Garibaldi, in quella schifosa Piazza poco distante da casa mia.
Cos’era successo? Quanto avevamo camminato in silenzio? Quanto avevamo bevuto in quel tempo.
Io alzai lo sguardo verso un grosso tabellone elettronico su di un palazzo. Un palazzo in fondo a uno spiazzale dove un tempo tenevano un mercato.
Era mezzanotte passata!
Sì, alcune giovani coppie andavano in discoteca, standosene in auto nuove di zecca in silenzio, lasciando che le autoradio parlassero per loro. E altra gente tornava a casa dopo una serata al cinema, oppure al ristorante.
Tutto era normale. Tutto era come sempre.
Lei si girò verso di me. Diede un ultimo sorso alla sua birra, gettandola poi per terra.
La bottiglia rotolò fino al bordo di un marciapiede. Un’auto caricò una puttana. Un tunisino diede un cazzotto a un pakistano, e una sirena della polizia prese a suonare chissà dove.
Lei mi guardò con i suoi grossi occhi verdi.
Il sorriso era tornato. Ma il sorriso ora era diverso. Quel sorriso era come quello concesso a ogni suo cliente.
Quel sorriso era freddo!
«Ti odio» mi disse, restando immobile davanti a me. Fredda, gelida, lì davanti a me.
Io non dissi niente. Non ci stava niente da dire. No, lei aveva detto tutto! Lei aveva svelato tutto.
Ti odio!
Ti odio! Ecco la risposta. Il mistero della vita. Il mistero di ogni amore. Il primo pensiero nella mente. Il primo pensiero mai confessato. Il primo pensiero nato nel guardare un altro essere umano.

Senzanome

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Tratto dal romanzo FOTTITI. Romanzo pubblicato dalla Damster edizioni, disponibile in tutti i maggiori store online.

Già, eccole: le donne!
Le donne erano sempre un problema. Le donne volevano sempre essere ascoltate. Le donne volevano sempre sentirsi importanti, uniche, divine. E dovevi portarle in tanti posti. Dovevi portarle a fare spese. Dovevi portarle al mare, al cinema, al teatro, a ballare, a qualche mostra d’arte concettuale o a qualche stracazzo di manifestazione a favore delle lesbiche.
Le donne avevano sempre bisogno di fare qualcosa. Mentre il mio concetto di vivere si limitava a starmene a casa a ubriacarmi,   scopare tre o quattro volte al giorno, e se non potevo, masturbarmi.
Ma a loro non bastava. A ogni donna piaceva eccome sentire il cazzo dentro, ma volevano anche tutto il resto. Volevano anche l’anima.
Dunque finivo sempre a fottermi le peggiori troie pazze raccattate nei luridi bar del centro, o donne sposate e fidanzate.
Però Lucia era diversa!
Sì, l’avevo beccata in una chat. Una di quelle chat dove la gente cerca il grande amore, o anche solo una troia davanti alla quale tirarsi una sega.
Io ero lì per la faccenda della sega, ma invece trovai lei. Sì, trovai Lucia. E Lucia fece molto di più che farmi segare. Lucia la fica me la diede eccome! Solo che assieme alla fica mi diede anche tutto il resto.
Mi diede serate a casa dei suoi. Serate al cinema. Serate in discoteca. Serate a guardare quel frocio di Elliot Stabler o quella vacca di Olivia Benson.
Ovviamente non durò molto! Sì e no tre mesi, poi la mandai a cagare. E lo feci nel solo modo che sapessi fare. Nel solo modo che ogni bastardo potesse mai fare.
La piantai e basta!
Già, non mi feci sentire per giorni. Forse una settimana.
E ora eccola lì. Proprio davanti a me, in tutta la sua rabbia.
Ero fottuto!
Così feci la sola cosa buona da fare. Diedi un sorso alla mia birra, e indietreggiai lentamente, dandole le spalle.
Lei entrò in casa e chiuse la porta. Sentii la porta chiudersi, mentre mi avviai verso la mia camera da letto.
Cherry parlava con un tipo di nome Jeremy di come l’avrebbe fatta pagare a Ron, il tipo che le aveva fatto causa. Dio taceva, la Madonna anche, e la dolce Lucia prese a seguirmi, in silenzio, covando dentro qualcosa di ben più pericoloso di tutte le fottute armi chimiche di Assad.
Ma per fortuna non dovetti chiamare gli S.W.A.T. né i berretti verdi.
Entrai in camera con lei al seguito, e lei accese la luce.
Io mi misi a sedere sul mio letto. Diedi un sorso alla birra. Un ultimo tiro alla mia cicca, poi la gettai a terra.
Lei si guardò attorno con aria disgustata.
Guardò i mobili rotti. Guardò le bottiglie sul pavimento. Guardò i mozziconi, i vestiti luridi, e il mio schifoso corpo lì sul materasso.
“Fai davvero schifo!” mi disse, guardandomi con aria nauseata. Poi avanzò di un paio di passi, facendo “tic tac” con i suoi tacchi a spillo neri.
Io le guardai le cosce che uscivano fuori dalla minigonna. Poi il grosso culo. Le piccole tette. I capelli neri che le cadevano sulle spalle.
Era ancora bona! Una porcellina dall’aria innocente che trasudava sesso da ogni poro.
Era come desiderare di scopare Shirley Temple. Come fottersi Inger Nilsson.  Piantarlo dentro alla dolce e cara Gertie.
Roba da maniaci!
E lei era lì, davanti a me, porca e arrapante come sempre.
Ma non  mi diede il tempo di tirarlo fuori per piantarglielo dentro. No, si avvicinò ancora di un passo, poi restò lì ferma a fissarmi. A fissarmi come a volermi rompere il culo.
“Neanche una dannata telefonata” mi disse con aria rabbiosa, fissandomi come se mi volesse piantare un coltello dritto in gola.
Io mandai giù un altro sorso di birra. Presi una cicca rollata da un rolla sigarette e me la ficcai in bocca.
L’accessi, diedi un bella boccata e lanciai del fumo in aria.  Poi presi a tossire. A tossire forte. Sempre più forte.
Sputai del moccio a terra. Del moccio verde che si mischiò ad altro moccio verde unito a della cenere.
Lucia lo guardò. Fissò bene quella sorta di merda viscida e verde lì sul pavimento. La fissò per qualche secondo, poi tornò a guardare me.
“Sei una merda!” mi disse, nauseata.
Io sorrisi. Sorrisi cinicamente. Diedi un altro tiro alla mia paglia, poi guardai il pavimento. Guardai il moccio.
“E allora che cazzo vuoi se ti faccio schifo?” le chiesi, senza neanche guardarla.
Lei si guardò attorno. Guardò quello schifoso cesso in cui mi trovavo. Quello schifoso cesso così diverso dalla sua bella casetta. Dalla bella casetta dei suoi! Piena di mobili antichi, televisori al plasma e piccole statuette di animali fatte di porcellana.
“Ti credi ancora uno scrittore?” disse, fissando lo schermo del mio computer. Quello schermo con sopra una pagina di Word. Una pagina con su scritte parole. Parole che forse facevano parte di un racconto.
Io mandai giù altra birra e guardai lo schermo.
Una fica vergine! Così si chiamava quel racconto. Uno dei duecento scritti negli ultimi anni.
Ed ero uno scrittore? Un fottutissimo Bukowski o Coelho del mio cazzo?
No! Era solo un modo per passare la notte, dopo essersi tirato una sega di qualche ora. Era solo un modo per non sentire il mondo. Per non pensare al lavoro. Per non pensare alle mostre di pittura, alle manifestazioni a favore della Palestina, ai film pieni di froci di Ozptek, o alle bombe nucleari che non sarebbero mai state lanciate dalla Cina.
Ma a lei aveva sempre arrapato il fatto di stare con uno scrittore. A ogni donna arrapa una cosa simile. Le fa sentire come Ornella Muti in Storie di ordinaria follia o Monica Bellucci nel Postino.
Le fa sentire come in un cazzo di film. Le fa sentire importanti. Le fa sentire speciali. Le fa sentire le muse del nuovo Rimbaud delle mie palle. Solo che quando scoprono che il loro Rimbaud vive in una bettola peggior di quella pagata dal caro Verlaine, e che si tira seghe, rutta, scorreggia e si ubriaca ogni notte, beh, quelle prendono il largo con una velocità maggiore di Flash. E Lucia non era certo da meno!
No, la piccola principessina aveva preso il cazzo dello scrittore dannato, ed era lì per chiedere il conto. Per far il sunto delle vendite editoriali.
Zero! Ecco il verdetto di Minosse e di tutti i fottuti cani del merdoso inferno.
Ero uno zero io. Uno zero tondo. Un preservativo usato. Un qualcosa di inutile. Una zecca che le aveva succhiato il suo sangue, che le aveva fottuto la vita. E come tale ero immeritevole della fica della piccola Lucia. E la piccola Lucia aveva bisogno di qualcosa che risarcisse il suo orgoglio. Qualcosa che la facesse sentire la vittima innocente ingannata dalla bestia di turno.
E io glielo lasciai fare.
La vidi lì davanti a me, con le gambe incrociate, le braccia conserte, intenta a fissarmi come se fossi la peggiore merda del mondo.
“Sei solo un inutile figlio di puttana” riprese a dire “E non farai mai un cazzo di niente nella tua schifosa vita. Creperai come il pezzente che sei, e allora vedrai. Oh sì che vedrai! Rimpiangerai di avermi persa”.
Io annuii e mandai giù altra birra. Poi diedi un tiro alla mia cicca. Lei sorrise con aria crudele, facendo su e giù con il suo piccolo piedino destro.
“Dovevo capirlo dal primo momento” fece “Solo un fallito! Altro che artista, tu sei solo un incapace e schifoso ubriacone ”.
“Beh, non mi sembra che fossi così inutile quando te lo pompavo dentro” le dissi, abbozzando un cinico sorriso.
Lei fece una smorfia.
“Sei solo merda!” disse. Poi restò in silenzio qualche istante. Si guardò attorno. Tornò a guardarmi. “Avrei potuto trovare migliaia di uomini meglio di te. Miliardi di uomini meglio di un bastardo come te” mi disse ancora.
Io mandai giù un altro sorso di birra, finendola. Poi alzai lo sguardo e la fissai.
“Non ne ho dubbi!” le dissi, abbassando la bottiglia.
“Figlio di puttana! Sei solo uno schifoso ubriacone del cazzo”.
“Però mi sembra che ti piaceva prendere in corpo il cazzo di questo ubriacone”.
“Mi fai solo schifo! Mi laverei la fica con l’acido pensando di averlo fatto con te”.
“Oh, ma se godevi tanto quando te lo piantavo in culo”.
“Sei solo un fallito! E manco a scopare valevi un cazzo” mi disse.
Io non ci vidi più dalla rabbia.
Ero un ubriacone. Ero un fallito. Ero un pezzente. Ero uno schifoso, ma non di certo un impotente.
Come cazzo si permetteva quella lurida troia?
No, non poteva!
Cristo, ero fottuto di brutto, ma la sola cosa che mi funzionava ancora era proprio il cazzo.
Doveva pagarla!
Così mi alzai di colpo da quel cazzo di letto. Mi alzai di scatto.
“Schifosa troia” urlai, scaraventandole contro la bottiglia vuota.
Lei si scansò velocemente. La bottiglia si fracassò contro un muro privo di parato, e i frammenti caddero sul pavimento.
Lei restò un attimo ferma. Io davanti a lei.
Guardò i pezzi di vetro per terra e scoppiò a ridere in maniera volgare, alzando lentamente la testa verso di me.
“Non sei buono a un cazzo di niente, ah ah ah” fece ridendo.
“Troia! Ora ti faccio vedere io” le dissi, scagliandomi contro di lei.
E in un attimo le fui addosso. Veloce come un Ghepardo. Brutale come un fottuto Hulk verdastro.
La raggiunsi e l’afferrai forte. Così forte come a volerle strappare le braccia.
“Lasciami andare brutto bastardo” urlò.
“Ora hai smesso di sorridere, vero troia?” dissi, lanciandola con forza sul letto.
“Cazzo! Qui c’è gente che vorrebbe guardare la fottuta televisione” urlò Dio.
“Ciro ti prego calmati” disse piangendo la Madonna.
“Adesso vedrai troia” feci io, andando come uno scimmione verso Lucia, lì stessa sul mio letto.
La raggiunsi.  Arrivai a lei, con la cicca che mi penzolava dalla bocca.
Sputai  a terra il mozzicone e mi fiondai su di lei.
“Lasciami, figlio di puttana” continuava a gridare la tenera Lucia, lì stesa sul letto con le gambe aperte. Ma io niente! Non la lasciavo.
No, ero l’uomo cattivo. Ero il Diavolo in persona. Ero Dart Ferner e Mister X messi assieme. E volevo la sua vita. Volevo la mia vendetta. Volevo sentirmi Dio. Volevo la rivincita sul mondo per il mio essere un cazzo di fallito.
E lei era lì per questo!
“Ora ti scoperò come la troia che sei” strillai, abbassandomi le mutande e prendendo il mio cazzo in mano.
Poi sorrisi. Sorrisi, fottendomene di tutto.
Sì, ero il mostro! Ero la bestia. Ero Pacciani. Ero Manson. Ero Billy The Kid. Ero Johnny Ringo. Ma non me ne fotteva un cazzo!
No, provavo solo rabbia dentro di me. Ero solo cattivo, proprio come l’impiegato statale innanzi la promozione di un collega. Proprio come la brava ragazza innanzi a una donna più bella di lei. Proprio come il bambino che non aveva ricevuto il regalo desiderato per Natale.
Ero furioso! E con la sola voglia di vendicarmi, la sola voglia di non sentire addosso l’umiliazione, mi gettai su di lei, tenendo il mio cazzo in mano.
“Ora lo prenderai, troia! Te lo farò sentire tutto il mio cazzo” le dissi, alzandole la gonna e spostandole di colpo le mutandine. Delle graziose mutandine rosa.
“Bastardo!” urlò lei, cercando di divincolarsi, mentre io mi muovevo su di lei.
E mi muovevo! Mi muovevo come la coda di una lucertola mozzata.
“Stai ferma troia. Sta ferma che ora ti do il cazzo” strillai, spingendo il cazzo contro la sua fica.
Ma niente! Quel coso non voleva saperne di venire su.
Il mio amico mi aveva abbandonato. Il mio unico figlio mi aveva tradito.
Colpa di troppe seghe, pensai, strofinando la mia grossa e violacea cappella contro le morbide e bagnate pareti della sua fica. E la sentì entrare dentro. La sentì attraversare quella carne morbida e bagnata.
Provai a muovermi. Provai a fare su e giù. Provai a scoparla.
Niente! Il mio cazzo si muoveva contro la sua fica senza entrare del tutto. La mia carne si muoveva contro la sua carne senza entrare per bene.
Cazzo, che porco di un Buddha stava accadendo?
Ero diventato di colpo frocio? Sarei finito a mettermi rossetto e tacchi a spillo per poi farmi chiamare Patty?
No, no, no. Dovevo farcela!
Così lo strinsi bene in mano e presi a smanettarmelo con forza. Presi a smanettarmelo come a volerlo stracciare, mentre tenevo inchiodata la piccola Lucia al letto con la mano sinistra.
Ma non sembrò funzionare!
No, il mio soldatino non voleva saperne di mettersi sull’attenti, e intanto la troia sotto di me continuava a dimenarsi. Dio in paradiso mangiava ancora pasta al sugo, e un tipo alla tele diceva che la carta da culo Scottex fosse la migliore per nettarsi le chiappe.
Io me ne fottevo di Dio e della carta da culo. Me ne fottevo anche di Lucia. Volevo solo la mia vendetta! Solo piantarglielo in corpo e scoparla. Solo punirla con il mio cazzo. Spingerglielo dentro fino a umiliarla con la mia calda e densa sborra nel suo corpicino da troia altolocata. E mi strusciavo su di lei, le leccavo le tette mentre lei si dimenava come una biscia, ma quel coso non voleva proprio saperne di alzarsi.
Se ne restava lì moscio. Grosso e moscio. E per quanto io provassi a infilarlo dentro a quella passera, quello non ne voleva proprio sapere di fare il suo dovere.
No, continuava a guizzare fuori come una merdosa anguilla. Ed ecco che mentre cercavo (inutilmente) di far drizzare la situazione, la piccola Lucia sotto di me smise di dimenarsi e  prese a fissarmi.
Scoppiò a ridere! A ridere, come una di quelle puttane volgari nei bordelli Francesi dell’ottocento.
Io la fissai. Guardai i suoi occhi socchiusi. Il suo sguardo malefico.
La guardai mentre se la rideva. Mentre rideva di me, e del mio cazzo moscio.
Non ne potevo più!
Basta! Basta! Basta! Basta!
“Lurida puttana!” urlai, gettandola via da quel cazzo di letto, restando lì a fissarla. Lì, in piedi, con le mutande calate e il cazzo moscio che mi penzolava tra le gambe.
Lei  se ne stava sul pavimento, con la gonna alzata e le mutande spostate. Con le chiappe sulla cenere e lo sguardo fisso verso di me.
Passò qualche istante. Forse qualche secondo. Forse qualche minuto.
Fuori un altro clacson. Poi una canzone d’amore, e ancora rumori di sgommate.
Dio prese ad applaudire, lì oltre le mura della mia stanza.
“Bonolis lo adoro!” disse. E la Madonna sembrò acconsentire alla cosa. Tutto il mondo acconsentì alla cosa. Tutto il mondo amava brave persone come Bonolis, e odiava orrendi figli di puttana come me.
Io invece odiavo Bonolis. Odiavo il mondo. Odiavo Lucia. E odiavo quel cazzo che non si era alzato, impedendomi di compiere la mia vendetta.
Lei forse odiava altrettanto. Compreso il mio cazzo che non si era alzato, permettendole di farsi ancora una chiavata con l’artista maledetto, e magari passare poi come la dolce vittima della brutalità maschile.
Ma non disse niente. Tenne tutto per sé e si rialzò lentamente.
Mi fissò, sorrise, e in quel sorriso vidi la sua vittoria su di me.
“Non servi a un cazzo!” mi disse.
Io non risposi.
Era vero!
No, non servivo a un cazzo. Non servivo a niente.
Ero l’aborto del mondo. Ero quel momento sempre pensato ma mai realizzato. Ero il regalo sognato ma mai avuto a Natale. Ero un ubriacone! Né più né meno. E lei aveva ragione. Il mondo aveva ragione. Dio aveva ragione. Bonolis aveva ragione. Il venditore di carta per il culo aveva ragione.
Solo io avevo torto, e non potevo fare niente per cambiare le cose. Non potevo fare niente per vincere contro il mondo. Per chiavare il mondo fottendo quella vacca. E la vacca lo sapeva. La vacca aveva capito che era inutile sputarmi addosso.
Così non infierì oltre. Guardò me, guardò il racconto sul monitor del pc, poi tornò a me.
“Che schifo che  fai! Mi fai veramente pena” mi disse con aria disgustata. Poi si aggiustò mutandine e gonna. Si ficcò in bocca una sigaretta di quelle sottili e l’accese. Lanciò del fumo in aria, continuando a fissarmi con aria disgustata. “Spero tanto che tu crepi, brutto pezzo di merda” riprese a dire. Poi non altro!
No, si voltò, e così com’era venuta sparì.
Riuscì a sentire solo la porta di casa sbattere, mentre il suo profumo simile a vaniglia si dileguava lentamente dalla stanza, lasciandomi lì da solo con le mutande calate e il cazzo moscio tra le cosce.
Era la fine! Sì, davvero la fine.

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