“NUDA”. Perché a volte una malattia ci devasta al punto da renderci carnefici. Una storia che vi stroncherà. Una storia destinata solamente alle BIG.

“Pugnalami. Pugnalami. Pugnala il mio cuore marcio. Puniscimi per essere nata”.
Questo rimbombava nella mia testa mentre il mio corpo, come fosse una bambola di plastica, veniva scosso dalle sue spinte. Colpi simili a pugnalate in cui era intriso tutto il suo dolore nei confronti di una vita che l’aveva relegato in un dipinto. Quella mia stessa rabbia che, con atti masochistici, si scagliava contro di lui, costringendolo ad uccidermi e uccidersi. Colpendolo mentre lui mi colpiva. Muovendomi assieme a lui mentre la stanza roteava attorno a noi: tutto confuso, stordito, lontano. Come se non fossimo più noi a stare lì, ma solamente le viscere di due cadaveri ormai putrefatte. Solamente sangue che nessuno avrebbe mai lavato via. Il sangue di vite gettate, mai nate; aborti strappati dal grembo materno e lasciati al freddo, mentre i pochi secondi di vita ancora pulsavano nei loro informi cuori, mostrandogli una vita che mai avrebbero avuto. Un nome che mai avrebbero avuto.
E qual era il mio nome? Qual era il suo nome?
Un gemito di rabbia donò un nome a entrambi, mentre lui, stritolandomi, diedi un colpo fortissimo in me, accolto dal mio pube famelico; dal mio corpo affamato di quella vita rubata, lì sotto di lui, dimenandosi come fossi indemoniata.
Infine, si lasciò cadere su di me. Nel buio. Nel buio che celava quel delitto.
Ansimante e sudato, iniziò ad accarezzarmi il viso, baciandomi dolcemente le labbra e sorridendo.
Ecco, tutto era fatto. Tutto era finito. Un altro dente tolto. Ancora un dolore per anestetizzare un altro dolore.
Era cambiato qualcosa?
No, non ero più io lì. Non era più lui lì.
Sconosciuti, ecco cos’eravamo. Due drogati che detestavano la propria droga, convincendosi che non ci fosse nulla di meglio al mondo.
Avrei mai lasciato la mia droga? E lui, avrebbe mai lasciato la sua di droga?
No! E me lo disse con un’altra pugnalata. La più dolorosa. Quella che arriva sempre, presto o tardi.
«Sono così innamorato di te» mi sussurrò in un orecchio. Penetrandomi ancora una volta. Lasciando che un infernale virus si addentrasse in me, divorando voracemente ogni parte del mio corpo.
Era la bugia sovrana di ogni altra bugia.
Lui l’aveva già detta ad altre persone. Io l’avevo già detta ad altre persone.
Eravamo entrambi sadici carnefici e masochistici sciocchi.
Stavamo ancora una volta uccidendo qualcuno. Ci stavamo ancora una volta suicidando. E le mie dita nei suoi capelli, il mio sorriso e quel tenero bacio, furono il sigillo che sugellarono la nostra comune colpa. Furono parte del suo stesso movente. Noi, ora stesi sulle nostre illusioni, illudendoci ancora che fossero dei sogni, e accrescendo un dolore che presto o tardi ci avrebbe divorati.
E quanto tempo ci sarebbe stato ancora concesso?
Fu una mia carezza a rispondere. Ancora una volta. In quel silenzio che ormai svelava la realtà di un rapporto mai nato. La storia tra due persone che non avevano nulla da dirsi. Che avevano consumato tutto in un celere falò, inebriandosi di una cruenta emozione, nuovamente convincendosi che essa potesse perdurare in un sentimento cui solo e unico nome era bisogno.
E di cosa avevo bisogno in quel momento, ormai desta, vedendo il mio e il suo sangue sulle mie labbra?
Avevo bisogno di vomitare, ecco cosa.
Ancora una volta mi ero abbuffata. Ancora una volta mi facevo schifo. Ancora una volta avevo pagato per la colpa di essere venuta al mondo.
Ora dovevo solamente vomitare quello schifo. Vomitare me stessa. Poi cercare nuovamente di essere perfetta, modellando il mio corpo e la mia anima con un forzato digiuno, finché non sarebbe giunta la nuova abbuffata. La nuova condanna. Il nuovo fallimento di quella mia corsa verso una vita perfetta. Verso una vita inesistente.
Mi alzai dal letto, come la più dolce e devota delle spose, e dopo un altro bacio, andai verso il bagno.
Aveva pulito anche quello. Aveva cercato in ogni modo di celare la sua malattia, come io in ogni modo cercavo di nascondere la mia.
Mi avvicinai allo specchio e mi fissai. Non mi riconoscevo. Non vedevo il mio volto, ma solamente uno schifoso mostro. Un mostro bastardo e crudele, capace di far del male a tutti semplicemente con la propria esistenza.
Allungai le mani verso lo specchio, sfiorandolo come se potessi toccarmi.
Scostai la mano e, violentemente, sputai contro lo specchio.
«Stronza. Fai schifo!» strepitai, fissando la mia immagine distorta da quello sputo. Dal mio ribrezzo verso me stessa e la mia vita imperfetta.
Mi guardai ancora allo specchio. Trucco sbavato sul viso di una bambina mai cresciuta. Una puttana dell’Est gettata per strada, violentata infinite volte, al punto da diventare cattiva, spietata, inesistente: non altro che una sadica violentatrice. Il riflesso di una violenza mai guarita.
E ciò mi giustificava? Giustificava il male perpetuato nei miei confronti? Giustificava il sangue appena succhiato da quel corpo cui, unica colpa, era stata quella di accogliere il mio incessabile urlo d’amore?
Avrei dovuto scappare via, ma al di là di quello stupro a cui mi ero concessa, in me ribolliva ancora l’eroina della sua tenerezza. La dolcezza mai avuta da mio padre. La fiducia e la stima mai ricevuta. La vita che da sempre ricercavo. Quella vita perfetta. Quella vita in cui io ero perfetta e degna d’amore.
No, non potevo rinunciare a quella mia droga. A ogni costo. Anche al costo di stracciarmi da dosso la pelle?
E la sua di pelle?
In quel momento non vidi altro che il mio riflesso allo specchio. Ora di nuovo perfetto, dopo aver pulito quella macchia e ogni mia colpa. Pronta a rientrare in scena. Pronta a lottare per la mia vita. Pronta a lottare per la mia illusione. Per la mia masochistica e al tempo stesso sadica voglia di vita.

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“LEI”, un romanzo psicologico che arriverà solamente alle BIG. La storia di una perdita. La storia di un delirio.

Mi feci forza. Lei stava ancora lì. Lo sapevo. E sapevo di non avere scelta.
Aprii la porta, cercando di non far rumore. Di non destare la sua attenzione.
Ma fu inutile!
Una volta chiusa la porta, appena mi voltai, la vidi immobile nel corridoio, accanto la porta della cucina.
Era uno spettro, proprio come sempre. Un’anima in pena in bilico tra la vita e la morte, e io forse ero il suo carnefice. Il demonio che la teneva in gabbia, mentre lei attendeva il compiersi di una speranza ormai putrefatta da secoli.
Cosa fare, correre verso di lei e abbracciarla?
Non ci riuscivo, e per questo mi facevo schifo da solo.
Uno squallido, inutile, patetico ammasso di carne che si stava distruggendo, annientando qualsiasi cosa attorno a esso.
Lei era la mia vittima. Io ero la sua vittima. Quello era il tempio sacrificale dove le nostre vite sarebbero state offerte al mondo.

Avanzai in quel tempio. Nel nostro ridicolo destino. In quel corridoio che sembrava stringersi attorno a me a ogni mio passo; lugubri mura che avevano accolto decenni di lacrime, urla, sogni infranti e desideri devastati.
Era la nostra tomba, entrambi lo sapevamo, ma nessuno aveva il coraggio di dirlo.
No, il coraggio neanche esiste quando sei al tappeto. Così come non ebbi il coraggio di guardarla, quando le passai accanto, percependo il suo dolore sfiorarmi. Il suo respiro. Il suo sguardo triste. La sua voglia di scoppiare in lacrime, fiondandosi al mio collo urlando “Perché sei così?”.
Ma non mosse un muscolo. Immobile come una statua di sale, lasciò che io l’attraversassi, forse percependo il mio di dolore, e sentendolo come una condanna.
Già, “noi!”.
Esisteva un noi, oppure ognuno pensava al proprio dolore? Magari guardandomi come fossi solamente un riscatto per le proprie pene.
Io ero il riscatto per mia madre. Io ero il riscatto per Lara, e loro la mia faccenda sospesa che mi impediva di farla finita.
Ci stavamo divorando a vicenda, e alla fine nessuno avrebbe raccolto la carne maciullata lasciata a marcire sul pavimento.
Tutto sarebbe andato avanti. Ogni azione coperta dal cemento, proprio come la mia forma che avanzò. Superandola ed entrando in quella cucina.
Il suo sguardo mi seguì. Uno sguardo non doloroso, quanto rabbioso. La rabbia innanzi al mio rifiuto di darle la vita. Di essere come voleva.
E cosa fare? Cosa avrebbe fatto un bravo figlio?
Non ci riuscivo! Inutile. Non ero ciò che voleva, proprio come mi disse Lara quando mi lasciò.
Noi, come sempre, stesse vittime, stessi carnefici; patetici ammassi di carne persi in un limbo di indifferenza.
Non per davvero un “noi”.
Riuscii solamente a prendere una bottiglia di vino. Proprio come sempre. Come sempre, sotto al suo sguardo accusatore.
Lo sentii sulla mia pelle mentre avanzai per quella cucina. Era una preghiera. Era la richiesta di un riscatto. Era una morsa che stringeva le mie ossa fino a sgretolarle.
Le sentii frantumarsi a ogni mio passo, mentre cercando di non fissare nulla, di non provare nulla, avanzai ancora. Consapevole che presto l’avrei incrociata. Che presto sarei passato innanzi a quel dito puntato contro di me, accusandomi di essere sbagliato. Accusandomi di essere responsabile del sangue di una madre. Del suo sangue!
E lo ero?
Pensai di sì, passandole accanto, senza guardarla né dicendo niente.
Ma feci appena due passi. Il suo sguardo, ancora una volta, era una lancia contro la mia schiena, e la sua presenza una frusta che mi percuoteva.
Sentii una scudisciata dritta contro la schiena.
«Non mangi niente?» mi chiese, quasi come se quelle parole fossero il preludio a un uragano. Le parole di sempre. Un rituale da dire ogni notte, proprio come un’inutile speranza che ossessiona il cervello.
Restai fermo qualche istante. Gelido e dolorante. Per poi riprendere a camminare
Feci appena qualche passo, quando ecco un’altra frustata mi mozzò di colpo la testa.
«Ma perché non sei come tutti gli altri? Perché non puoi essere come tutti gli altri?» udii contro di me. In me! Una cantilena che mi aveva accompagnato per secoli. Per un’intera vita. Una celata frase che nascondeva in essa un primordiale urlo.
“Sei sbagliato! Tu sei sbagliato”.
Ed era la verità. Ero sbagliato. Inadatto. Un figlio che non sarebbe mai dovuto nascere.
Avrei dovuto pagare con il sangue quel mio crimine? E quale sangue sarebbe stato gradito a Dio? Il mio, o quello di mia madre?
Forse saremmo morti entrambi, sbranati da quel mondo che ci aveva rinchiusi assieme, lasciandoci a sbranare a vicenda.
Lei l’avrebbe mai capito?
No, ero io il carpo espiatorio per ogni sua insoddisfazione. Ancora e sempre io il colpevole. Ancora e sempre io l’errore.
Ma andava bene!
Una lacrima colò dai miei occhi, senza che lei la potesse vedere.
Ma andava bene comunque!
Ero stanco. Troppo, troppo stanco. Stanco di dire sempre le stesse parole. Stanco di lottare. Stanco di scagliarmi contro una recinzione elettrica, nel vano tentativo di fuggire da quella prigione.
Non ci stava nulla da dire. Niente da fare.

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“LA MASCHERA”, un romanzo psicologico che accusa l’ipocrisia umana.

Le urla di Mara echeggiavano in quella stanza. Il sangue schizzava ovunque, e Max continuava a tagliuzzarle la faccia, colpo dopo colpo, sorriso dopo sorriso. E continuò a colpirla finché non ci furono più urla a rimbombare in quella lussuosa stanza. Finché ogni lembo del cuscino fu impregnato del sangue di quella lurida troia.
Max alzò il coltello. Il sangue grondava dalla lama fin sul corpo di Mara. Di Mara stesa lì su quel letto. Priva di sensi. Orrenda! Con il suo bellissimo volto ridotto ormai solamente a una pozza di sangue che usciva fuori dai profondissimi e numerosi solchi sulla sua faccia.
Sì, Max l’aveva distrutta. Aveva distrutto le sue armi. Devastato la sua bellezza. Smembrato la sua faccia in un modo tale che nessun chirurgo l’avrebbe mai più potuta far tornare la stessa. E nel vederla, stranamente, finalmente mi sentii bene. Sì, avevo vinto! La vita di Mara da quel giorno sarebbe stata peggiore della mia. E questo mi faceva star bene! Mi faceva sentir vivo il sapere che qualcuno avrebbe vissuto peggio di me. Qualcuno che mi aveva umiliato. Qualcuno che mi aveva sconfitto, gettandomi al tappeto; su di un tappeto pieno di merda!
Ecco, avevo vinto. E ora sapevo la sola cosa capace di lenire quel dolore. Non era punire la gente. Non era vederli soffrire. Ma sapere che avrebbero sofferto per sempre. Sapere che a causa tua le loro vite sarebbero state per sempre orrende. Peggiori della tua.
Questa è l’onnipotenza. La vera vendetta. Il solo modo per vivere in un mondo di merda.
Già, in fondo lo fanno tutti.
Al mondo c’è sempre chi ha una promozione in un qualsiasi lavoro, gioendo nel vedere un collega retrocesso. C’è sempre chi sorride nel vedere il fallimento di qualcun altro; che sia esso in un lavoro, in un concorso, in un rapporto affettivo. E la gioia più grande arriva quando noi vinciamo mentre loro perdono. Ci fa stare bene! Ci fa sentire migliori di loro. Ci fa sentire importanti. Vivi.
Era quello che provavo. Ma dentro di me sapevo che quella droga non avrebbe mai avuto fine. Che ci sarebbe stato sempre qualcuno ad umiliarmi. Sempre qualcuno a deridere le mie sconfitte.
Avrei dunque massacrato il mondo intero?
Chissà. Di certo Max lo avrebbe fatto. Ma io non ero come lui. Non ero crudele come lui, anche se lentamente lo stavo diventando. O forse… chissà, magari lo ero sempre stato. Ma comunque fosse, lentamente Max stava facendo di me quello che voleva.
Eppure non riuscivo a smettere di seguirlo. Neanche quando dopo aver massacrato Mara tagliò tutte e cinque le dita di quello stronzo.
Poi rubò i soldi lì in quell’appartamento e li divise con me. E assieme uscimmo da lì come se niente fosse successo. Più leggeri. Più sazi. Più potenti.

Ci rimettemmo per strada. Io e lui da soli. Io e il mio Dio.
Max guidava la sua auto, bevendo una bottiglia di vino rosso fregata da quella reggia, mentre io accanto a lui bevevo un’altra bottiglia, fissando il vuoto, sentendo l’effetto di quella droga svanire in me.
Diedi ancora un sorso alla bottiglia e mi voltai verso di Max.
«Che ore sono?» gli chiesi.
Lui continuò a bere dalla bottiglia, per poi abbassarla lentamente.
«Bah, credo le undici. Forse le undici e mezza» disse, continuando a guardare la strada.
Io mi voltai nuovamente, fissando la strada davanti a me e bevendo il mio vino. Fissando quei filamenti di luce che avvolgevano la città, scorrendo velocemente davanti a me.
«Non pensavo di essere stato tanto tempo lì dentro.»
«Beh, il tempo passa veloce quando ci si diverte. Non lo sai, amico?»
Mi girai di scatto verso di lui.
«Tu credi che io mi sia divertito?»
Max si girò appena un po’, sorridendo, e dividendo lo sguardo tra me e la strada.
«Perché, non è così?» mi chiese.
Io non risposi. No, ancora una volta aveva ragione.
Era vero! Dentro di me avevo provato piacere nel far del male a Mara, e ancor più nel sapere che la sua vita era ormai per sempre distrutta. E sapevo di voler provare ancora quel senso di liberazione. Quel senso di pace. Quel senso di vittoria. Quel senso di onnipotenza.
Dunque non aggiunsi altro. Continuai a bere, fissando la strada davanti a me. Senza vedere niente. Senza vedere le auto per strada, la gente, i palazzi, i lampioni, o i pezzenti che crepavano di solitudine.
«Andiamo al club?» chiesi.
«Andiamo al club!» rispose Max, fissando la strada e continuando a guidare.
Nessuno dei due aggiunse altro. Quanto avevamo fatto era più utile di ogni altra parola. Ci stava solamente altra voglia di sangue in noi. Voglia di veder soffrire altre persone. Di sentirci migliori di loro. Di vincere mentre loro perdevano.

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Beh, dopo aver pubblicato nove lavori con editori free, e dopo aver scritto due romanzi che sto cercando di far arrivare solamente alle BIG, penso di poter provare il sefl, pubblicando il più cruento romanzo mai scritto: “LA MASCHERA”.Per voi su Amazon.

Qual è il prezzo di un amore? Quanto costano i ricordi?
Trenta euro! Sì, ecco quanto. Ecco quanto il mondo valuta il tuo amore, i tuoi ricordi, le tue illusioni.
Ero infatti uscito da meno di un’ora da uno di quei negozi di “Compro oro”. La vera immagine del mondo.
Entri lì, da solo, disperato, con in tasca non altro che i tuoi ricordi. Entri, e ti trovi davanti uno sconosciuto. Uno sconosciuto che ti fissa da dietro un vetro, sapendo già perché stai lì.
E anche tu lo sai. E sai di non aver scelta, o almeno se vuoi sopravvivere qualche altro giorno.
Dunque lo fai! Dai a quello sconosciuto i tuoi ricordi. Lui li fissa senza cura. Li pesa, li valuta, e poi ti dà dello squallido denaro in cambio di essi.
Trenta euro! Ecco quanto valgono i tuoi ricordi. Ecco quanto vale il ricordo di un amore. E tu vorresti piangere, vorresti urlare, vorresti morire. Vorresti rinunciare a quei soldi, solamente per aver con te ancora quei ricordi; brutti o belli che siano, ma qualcosa di prezioso. Qualcosa di vero. Qualcosa in cui hai bisogno di credere, per non sentirti vuoto, inutile, morto.
Eppure hai bisogno di quei soldi. Dunque non dici niente. Vai via, sentendo una lama che ti spacca in due.
Trenta denari! Lo stesso prezzo che ebbe Giuda per aver tradito Cristo. Il prezzo attribuito al suo amore per Cristo. Il prezzo conferito al mio amore per Mara.
Già, Mara. Era passato un mese da quando mi aveva mollato, e io come un povero idiota ancora la pensavo. Pensavo a un anno passato assieme a lei, a tutti i giuramenti che mi aveva fatto, le parole dolci da lei dette, e il modo in cui mi aveva piantato; da un giorno a un altro!
Sì, la notte prima aveva detto di amarmi, e il mattino dopo disse che voleva altro dalla vita.
Dannata troia! E io che ancora la pensavo. Ancora che stavo male per aver venduto quel dannato anello che le avevo regalato.
Voleva altro. Sì, come no. E uno capisce di voler altro improvvisamente? Da un giorno a un altro?
Cazzate! Quella stronza aveva di certo conosciuto un altro. Ecco la verità. Qualcosa di reale come il mio essere ridicolo nel pensarla ancora.
Sì, trenta euro. E probabilmente per Mara il nostro amore doveva valere anche meno.
Poco male. Almeno avevo in tasca un po’ di soldi. Non molti, ma dato che non avevo un soldo, e che avrei preso lo stipendio tra due giorni, quei trenta euro per me erano davvero tanti. Forse persino qualcosa di più grande dell’amore di Mara.
Quei soldi mi permisero di fare ciò che ogni bravo fallito fa quando viene mollato da una donna. Mi permisero di bere. Di ubriacarmi, donandomi la compagnia dalla bottiglia. Il solo modo che ha un fallito per scandire il tempo.
E lo stavo facendo eccome. Sì, era ormai più di un’ora che me ne stavo seduto al bancone di un bar nei pressi della stazione centrale di Napoli, bevendo il mio secondo boccale di birra.
Le luci attorno a me erano soffuse, e illuminavano in maniera Caravaggesca le mura e i tavolini di legno di quel bar, e i volti della gente in quel posto. Dei volti stanchi, silenziosi, rassegnati. Povera gente come me. Gente cattiva come me. Gente inutile come me. Gente che se ne stava seduta a fissare il bicchiere, senza avere nessuno con cui parlare, o avendo al massimo qualche sconosciuto che continuavano a chiamare amico. Qualche sconosciuto che chiamavano amico, proprio come lo stronzo affianco a me.

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“NUDA”, un viaggio in una malattia. Un viaggio nel volto di Eva; il volto di una bambina bisognosa d’amore, di una vittima, di una carnefice, di una malata. Un romanzo che riuscirà ad arrivare al posto giusto.

Con un fendente, stringendomi forte, mi trapassò le carni e l’anima.
Un gemito di piacere e di dolore rimbombò in quella tomba in cui noi, condannati a morte, stavamo perpetuando il delitto che ci avrebbe condotti infine al suicidio.
Lui iniziò a muoversi su di me con decisione. Con forza. Stringendomi come se volesse stritolarmi. Mordendomi il collo come se volesse lacerarlo. E io, sotto di lui, mi muovevo al suo stesso ritmo. Ero io a scopare lui, non lui me. Ero io a violentare me stessa, non lui. Era quello il mio masochistico delirio, e io ero le mie dita divorate. Il vomito gettato nel cesso dopo una lunga abbuffata. Ero la mia fica smembrata dalla sua violenza. Dalla mia violenza. Dalla voglia di non essere mai nata. Da quella voglia di morire, perché incapace a vivere.
“Pugnalami. Pugnalami. Pugnala il mio cuore marcio. Puniscimi per essere nata”.
Questo rimbombava nella mia testa mentre il mio corpo, come fosse una bambola di plastica, veniva scosso dalle sue spinte. Colpi simili a pugnalate in cui era intriso tutto il suo dolore nei confronti di una vita che l’aveva relegato in un dipinto. Quella mia stessa rabbia che, con atti masochistici, si scagliava contro di lui, costringendolo ad uccidermi e uccidersi. Colpendolo mentre lui mi colpiva. Muovendomi assieme a lui mentre la stanza roteava attorno a noi: tutto confuso, stordito, lontano. Come se non fossimo più noi a stare lì, ma solamente le viscere di due cadaveri ormai putrefatte. Solamente sangue che nessuno avrebbe mai lavato via. Il sangue di vite gettate, mai nate; aborti strappati dal grembo materno e lasciati al freddo, mentre i pochi secondi di vita ancora pulsavano nei loro informi cuori, mostrandogli una vita che mai avrebbero avuto. Un nome che mai avrebbero avuto.
E qual era il mio nome? Qual era il suo nome?
Un gemito di rabbia donò un nome a entrambi, mentre lui, stritolandomi, diedi un colpo fortissimo in me, accolto dal mio pube famelico; dal mio corpo affamato di quella vita rubata, lì sotto di lui, dimenandosi come fossi indemoniata.
Infine, si lasciò cadere su di me. Nel buio. Nel buio che celava quel delitto.
Ansimante e sudato, iniziò ad accarezzarmi il viso, baciandomi dolcemente le labbra e sorridendo.
Ecco, tutto era fatto. Tutto era finito. Un altro dente tolto. Ancora un dolore per anestetizzare un altro dolore.
Era cambiato qualcosa?
No, non ero più io lì. Non era più lui lì.
Sconosciuti, ecco cos’eravamo. Due drogati che detestavano la propria droga, convincendosi che non ci fosse nulla di meglio al mondo.
Avrei mai lasciato la mia droga? E lui, avrebbe mai lasciato la sua di droga?
No! E me lo disse con un’altra pugnalata. La più dolorosa. Quella che arriva sempre, presto o tardi.
«Sono così innamorato di te» mi sussurrò in un orecchio. Penetrandomi ancora una volta. Lasciando che un infernale virus si addentrasse in me, divorando voracemente ogni parte del mio corpo.
Era la bugia sovrana di ogni altra bugia.
Lui l’aveva già detta ad altre persone. Io l’avevo già detta ad altre persone.
Eravamo entrambi sadici carnefici e masochistici sciocchi.
Stavamo ancora una volta uccidendo qualcuno. Ci stavamo ancora una volta suicidando. E le mie dita nei suoi capelli, il mio sorriso e quel tenero bacio, furono il sigillo che sugellarono la nostra comune colpa. Furono parte del suo stesso movente. Noi, ora stesi sulle nostre illusioni, illudendoci ancora che fossero dei sogni, e accrescendo un dolore che presto o tardi ci avrebbe divorati.
E quanto tempo ci sarebbe stato ancora concesso?
Fu una mia carezza a rispondere. Ancora una volta. In quel silenzio che ormai svelava la realtà di un rapporto mai nato. La storia tra due persone che non avevano nulla da dirsi. Che avevano consumato tutto in un celere falò, inebriandosi di una cruenta emozione, nuovamente convincendosi che essa potesse perdurare in un sentimento cui solo e unico nome era bisogno.
E di cosa avevo bisogno in quel momento, ormai desta, vedendo il mio e il suo sangue sulle mie labbra?
Avevo bisogno di vomitare, ecco cosa.
Ancora una volta mi ero abbuffata. Ancora una volta mi facevo schifo. Ancora una volta avevo pagato per la colpa di essere venuta al mondo.
Ora dovevo solamente vomitare quello schifo. Vomitare me stessa. Poi cercare nuovamente di essere perfetta, modellando il mio corpo e la mia anima con un forzato digiuno, finché non sarebbe giunta la nuova abbuffata. La nuova condanna. Il nuovo fallimento di quella mia corsa verso una vita perfetta. Verso una vita inesistente.
Mi alzai dal letto, come la più dolce e devota delle spose, e dopo un altro bacio, andai verso il bagno.
Aveva pulito anche quello. Aveva cercato in ogni modo di celare la sua malattia, come io in ogni modo cercavo di nascondere la mia.
Mi avvicinai allo specchio e mi fissai. Non mi riconoscevo. Non vedevo il mio volto, ma solamente uno schifoso mostro. Un mostro bastardo e crudele, capace di far del male a tutti semplicemente con la propria esistenza.
Allungai le mani verso lo specchio, sfiorandolo come se potessi toccarmi.
Scostai la mano e, violentemente, sputai contro lo specchio.
«Stronza. Fai schifo!» strepitai, fissando la mia immagine distorta da quello sputo. Dal mio ribrezzo verso me stessa e la mia vita imperfetta.
Mi guardai ancora allo specchio. Trucco sbavato sul viso di una bambina mai cresciuta. Una puttana dell’Est gettata per strada, violentata infinite volte, al punto da diventare cattiva, spietata, inesistente: non altro che una sadica violentatrice. Il riflesso di una violenza mai guarita.
E ciò mi giustificava? Giustificava il male perpetuato nei miei confronti? Giustificava il sangue appena succhiato da quel corpo cui, unica colpa, era stata quella di accogliere il mio incessabile urlo d’amore?
Avrei dovuto scappare via, ma al di là di quello stupro a cui mi ero concessa, in me ribolliva ancora l’eroina della sua tenerezza. La dolcezza mai avuta da mio padre. La fiducia e la stima mai ricevuta. La vita che da sempre ricercavo. Quella vita perfetta. Quella vita in cui io ero perfetta e degna d’amore.
No, non potevo rinunciare a quella mia droga. A ogni costo. Anche al costo di stracciarmi da dosso la pelle?
E la sua di pelle?
In quel momento non vidi altro che il mio riflesso allo specchio. Ora di nuovo perfetto, dopo aver pulito quella macchia e ogni mia colpa. Pronta a rientrare in scena. Pronta a lottare per la mia vita. Pronta a lottare per la mia illusione. Per la mia masochistica e al tempo stesso sadica voglia di vita.

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“NUDA”, il volto doloroso di una malattia. Una fame d’amore che può portare a stracciare via la propria pelle e quella di coloro che ti amano.

“Pugnalami. Pugnalami. Pugnala il mio cuore marcio. Puniscimi per essere nata”.
Questo rimbombava nella mia testa mentre il mio corpo, come fosse una bambola di plastica, veniva scosso dalle sue spinte. Colpi simili a pugnalate in cui era intriso tutto il suo dolore nei confronti di una vita che l’aveva relegato in un dipinto. Quella mia stessa rabbia che, con atti masochistici, si scagliava contro di lui, costringendolo ad uccidermi e uccidersi. Colpendolo mentre lui mi colpiva. Muovendomi assieme a lui mentre la stanza roteava attorno a noi: tutto confuso, stordito, lontano. Come se non fossimo più noi a stare lì, ma solamente le viscere di due cadaveri ormai putrefatte. Solamente sangue che nessuno avrebbe mai lavato via. Il sangue di vite gettate, mai nate; aborti strappati dal grembo materno e lasciati al freddo, mentre i pochi secondi di vita ancora pulsavano nei loro informi cuori, mostrandogli una vita che mai avrebbero avuto. Un nome che mai avrebbero avuto.
E qual era il mio nome? Qual era il suo nome?
Un gemito di rabbia donò un nome a entrambi, mentre lui, stritolandomi, diedi un colpo fortissimo in me, accolto dal mio pube famelico; dal mio corpo affamato di quella vita rubata, lì sotto di lui, dimenandosi come fossi indemoniata.
Infine, si lasciò cadere su di me. Nel buio. Nel buio che celava quel delitto.
Ansimante e sudato, iniziò ad accarezzarmi il viso, baciandomi dolcemente le labbra e sorridendo.
Ecco, tutto era fatto. Tutto era finito. Un altro dente tolto. Ancora un dolore per anestetizzare un altro dolore.
Era cambiato qualcosa?
No, non ero più io lì. Non era più lui lì.
Sconosciuti, ecco cos’eravamo. Due drogati che detestavano la propria droga, convincendosi che non ci fosse nulla di meglio al mondo.
Avrei mai lasciato la mia droga? E lui, avrebbe mai lasciato la sua di droga?
No! E me lo disse con un’altra pugnalata. La più dolorosa. Quella che arriva sempre, presto o tardi.
«Sono così innamorato di te» mi sussurrò in un orecchio. Penetrandomi ancora una volta. Lasciando che un infernale virus si addentrasse in me, divorando voracemente ogni parte del mio corpo.
Era la bugia sovrana di ogni altra bugia.
Lui l’aveva già detta ad altre persone. Io l’avevo già detta ad altre persone.
Eravamo entrambi sadici carnefici e masochistici sciocchi.
Stavamo ancora una volta uccidendo qualcuno. Ci stavamo ancora una volta suicidando. E le mie dita nei suoi capelli, il mio sorriso e quel tenero bacio, furono il sigillo che sugellarono la nostra comune colpa. Furono parte del suo stesso movente. Noi, ora stesi sulle nostre illusioni, illudendoci ancora che fossero dei sogni, e accrescendo un dolore che presto o tardi ci avrebbe divorati.
E quanto tempo ci sarebbe stato ancora concesso?
Fu una mia carezza a rispondere. Ancora una volta. In quel silenzio che ormai svelava la realtà di un rapporto mai nato. La storia tra due persone che non avevano nulla da dirsi. Che avevano consumato tutto in un celere falò, inebriandosi di una cruenta emozione, nuovamente convincendosi che essa potesse perdurare in un sentimento cui solo e unico nome era bisogno.
E di cosa avevo bisogno in quel momento, ormai desta, vedendo il mio e il suo sangue sulle mie labbra?
Avevo bisogno di vomitare, ecco cosa.
Ancora una volta mi ero abbuffata. Ancora una volta mi facevo schifo. Ancora una volta avevo pagato per la colpa di essere venuta al mondo.
Ora dovevo solamente vomitare quello schifo. Vomitare me stessa. Poi cercare nuovamente di essere perfetta, modellando il mio corpo e la mia anima con un forzato digiuno, finché non sarebbe giunta la nuova abbuffata. La nuova condanna. Il nuovo fallimento di quella mia corsa verso una vita perfetta. Verso una vita inesistente.
Mi alzai dal letto, come la più dolce e devota delle spose, e dopo un altro bacio, andai verso il bagno.
Aveva pulito anche quello. Aveva cercato in ogni modo di celare la sua malattia, come io in ogni modo cercavo di nascondere la mia.
Mi avvicinai allo specchio e mi fissai. Non mi riconoscevo. Non vedevo il mio volto, ma solamente uno schifoso mostro. Un mostro bastardo e crudele, capace di far del male a tutti semplicemente con la propria esistenza.
Allungai le mani verso lo specchio, sfiorandolo come se potessi toccarmi.
Scostai la mano e, violentemente, sputai contro lo specchio.
«Stronza. Fai schifo!» strepitai, fissando la mia immagine distorta da quello sputo. Dal mio ribrezzo verso me stessa e la mia vita imperfetta.
Mi guardai ancora allo specchio. Trucco sbavato sul viso di una bambina mai cresciuta. Una puttana dell’Est gettata per strada, violentata infinite volte, al punto da diventare cattiva, spietata, inesistente: non altro che una sadica violentatrice. Il riflesso di una violenza mai guarita.
E ciò mi giustificava? Giustificava il male perpetuato nei miei confronti? Giustificava il sangue appena succhiato da quel corpo cui, unica colpa, era stata quella di accogliere il mio incessabile urlo d’amore?
Avrei dovuto scappare via, ma al di là di quello stupro a cui mi ero concessa, in me ribolliva ancora l’eroina della sua tenerezza. La dolcezza mai avuta da mio padre. La fiducia e la stima mai ricevuta. La vita che da sempre ricercavo. Quella vita perfetta. Quella vita in cui io ero perfetta e degna d’amore.
No, non potevo rinunciare a quella mia droga. A ogni costo. Anche al costo di stracciarmi da dosso la pelle?
E la sua di pelle?
In quel momento non vidi altro che il mio riflesso allo specchio. Ora di nuovo perfetto, dopo aver pulito quella macchia e ogni mia colpa. Pronta a rientrare in scena. Pronta a lottare per la mia vita. Pronta a lottare per la mia illusione. Per la mia masochistica e al tempo stesso sadica voglia di vita.

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“NUDA”. Una dolorosa storia sull’anoressia e la bulimia. La storia di un bisogno d’amore che ti conduce a tutto, anche a ucciderti e uccidere.

Era la richiesta di una carezza o di un bacio? Il mio corpo! Condanna e al tempo stesso unica merce di scambio per ricevere quelle attenzioni che rincorrevo veloce come un ghepardo. Il solo pensiero ridondante per anni e anni. Un’ossessione. Ciò attorno cui tutto roteava. La mia immagine. La mia perfezione. Io, non altro che una pietanza raffinata da preparare alla perfezione; bellissima alla vista, forse nauseante al palato.
Rividi il mio volto, e i loro volti neanche li vedevo. Loro non erano mai esistiti, come forse non era mai esistito neanche Mario, e tantomeno Max. Erano solamente bocconi da ingoiare, ecco cosa. Non altro che bocconi da infilare voracemente nel mio corpo, per mettere a tacere le urla del mio incolmabile stomaco.
Chiudevo gli occhi e tappavo il naso per non sentire la puzza di decomposizione, e poi lasciavo che quel cibo entrasse in me. Lacerando le mie labbra. Riempiendomi. Facendomi sentire viva, e non soltanto uno scheletro posto in una tomba.
Dopo avrei vomitato tutto! Ancora una volta avrei vomitato la mia colpa.
Fissai meccanicamente il water. Innanzi a esso vedevo uno spettro. Uno spettro rannicchiato contro di esso, come se stesse dormendo, perché esausto dal peso della vita.
Ero io quello spettro?
In fondo non fu difficile liberarsi dalla colpa. Lo ricordavo bene. Ricordavo ogni momento. Quel rituale che avevo compiuto migliaia di volte.
A un certo punto tutto diventò meccanico, come se non fossi più io a farlo.
In fondo basta poco!
Apri l’acqua del rubinetto perché nessuno senta niente. Perché la colpa non sia mostrata al mondo.
Poi ti inginocchi per terra. Il pavimento è freddo contro le ginocchia, ma dopo un po’ non ci fai neanche più caso. No, sei solamente concentrata contro quell’acqua che ti fissa. Un vortice in cui stai per annegare.
Nel tempo non percepisci neanche più quel lieve fetore di piscio proveniente da quel cupo vortice. Vedi solamente quel turbine. Sai che è la tua liberazione. Il solo luogo dove gettare la tua colpa. Dove nascondere la fame violenta e schifosa di una tossica.
Sai che devi riversare lì l’eroina ancora calda nelle tue vene. E lo fai! Ci vuole poco. Due dita in gola, non altro, questo il prezzo della perfezione. Due dita in gola! Gli occhi si chiudono istintivamente, lacrimando, mentre inizi a tossire, sentendo le dita toccare qualcosa di viscido e caldo. La tua ugola che sembra spaccarsi. Il palato che si graffia. Poi, uno scatto fulmineo, e tu sprofondi in quel vortice, svanendo assieme al tuo stesso vomito. Gettando via ogni colpa, e lentamente la tua vita.
Ecco, basta poco. Non ci vuole molto per cancellare la colpa. Basta vomitarla!
E quante volte avevo vomitato la mia colpa? La mia colpa di essere una tossica!
Fissando quel bianco water, simbolo dei miei infiniti suicidi, non riuscivo neanche a ricordarlo.
Quando fu la volta in cui vomitai del tutto Eva, lasciando in quella gabbia non altro che una bambina abbracciata alla propria tomba?
Avevo vomitato lì ogni parte di me, fino a scomparire del tutto, e quel volto che ora vedevo allo specchio, fissandomi, non aveva nulla di me. Era ancora una volta un alimento per altri, atto ad attirare nella mia pancia altro cibo; una violenta abbuffata che avrebbe ucciso me e chiunque fosse capitato tra le mie mani.
Mi fissai ancora allo specchio. Quale parte del mio corpo avrei immortalato ora? Pensai, denudandomi, e vedendo la mia pelle coperta da un pesante manto di cemento.
Sarei mai riuscita a fotografare il mio cuore? E a qualcuno sarebbe interessato?
Pensai di nuovo a Max, accarezzando delicatamente i miei seni, come se stessi cercando di sentirmi viva, presente, reale.
Niente, non percepii nulla, se non dolore. E il pensiero di Max non mi faceva sentire meglio. Lui era un dito puntato contro la mia imperfezione. Un dito che mi accusava di non essere niente, se non una bambina viziata e fasulla. Solamente una banale e malefica bugiarda.
No, non avrebbe gradito alcuna foto, tantomeno l’immagine di un cuore fasullo. L’immagine da me vista, non quella reale.
Nulla era reale in quel momento, neanche il mio dolore, ora riversato in uno specchio in cui, come fossi su di un palco, vedevo la mia immagine. Quel mio corpo che celava un’anima sparita secoli fa, forse nella prima abbuffata, forse nel mio primo digiuno; di certo in quella prima volta che compresi come suscitare pena nel prossimo, tirando fuori dai loro corpi ogni brandello d’amore, ogni briciola di vita.
Anche in quel momento non desideravo altro. Ero un vampiro pronto a succhiare il sangue della propria vittima. Ero un’attrice pronta ad andare in scena, li a lavarsi e poi truccarsi, indossando la mia maschera di cerone e il mio vestito di cartapesta.
Ecco, ero perfetta. Ero tutto ciò che si potesse desiderare al mondo. Io, una bambina bellissima e dal cuore ferito. Un trucco lieve sul mio volto pronto a tramutarsi in quello della peggiore puttana. Il mio esile corpo che implorava e pretendeva un abbraccio da cui non mi sarei sottratta finché non avessi stracciato via la pelle del malcapitato.
Sì, ero pronta ad andare in scena. Ero perfetta. Le lacrime erano dimenticate. Max era dimenticato. Il mondo era lontano, e io ero sparita.
Non restava che il corpo di una puttana vestita da bambina. La prostituzione di una vita. Non altro che mercanzia avvelenata da svendere per strada.

bulimia