Tratto dal racconto “Katja”.

Katja aveva sedici anni e sapeva soltanto di non voler morire ancora una volta.
I suoi occhi color nocciola si perdevano negli sguardi di mille volti che si susseguivano velocemente fra palazzi, negozi e vetrine luminose addobbate a festa.
Il suo sguardo era una continua supplica d’amore, ma nessuno lo vedeva, proprio come nessuno aveva mai accolto le sue preghiere, forse tranne la volta in cui a dodici anni aveva pregato l’icona della Madonna di Tropea chiedendole di far morire suo padre.
Sul letto di morte l’aveva fissato intensamente con occhi senza vita come quelli di uno squalo, e le labbra erano serrate in una smorfia tremula, come se stesse faticando a trattenersi dal vomitargli dritto in bocca tutto l’odio che pulsava nel suo piccolo corpo.
Avrebbe voluto ucciderlo lei, anziché vederlo portare via da un cancro.
Ma la morte di suo padre non le aveva portato via dalla pancia i crampi che le laceravano l’anima, né le aveva ridato la sua infanzia, e il futuro ormai flebile come il respiro di un vecchio moribondo.
Quella morte non le aveva dato altro che l’immagine di una tomba svanita sotto cumuli di puzzolente e fredda terra.
Sentiva ancora i colpi sordi delle vangate contro la bara, desiderando di dissotterrare suo padre per ucciderlo nuovamente.
Ma non poteva fare nient’altro che fuggire, ancora una volta. Ormai Katja era solamente una bambola di vetro. Un piccolo tocco avrebbe potuto spaccarla in mille pezzi, come fosse una crosta al di sopra di una ferita ancora pulsante.
Ma lei non avrebbe mai permesso a nessuno di farla sanguinare. Non più. Non ancora una volta.
Camminava a passo spedito per le strade di Napoli illuminate dalle luci giallognole dei lampione, dai rettangoli di luce provenienti da antichi palazzi che cingevano una piazza adornata di festoni natalizi, e dai fasci di luce scagliati all’orizzonte da automobili che le sembravano tutte identiche, proprio come i volti delle persone che si avvicendavano in una soffocante orgia di carne.
Lei continuava soltanto a camminare, fissando i suoi piccoli piedi avvolti da scarpe di tela. Tesa al punto che nemmeno il freddo sembrava toccarla.
Ma ogni volta che una persona la sfiorava, il suo cuore sussultava fino a salirle in gola, e con uno scatto ferino si voltava, facendo volare in aria i suoi lunghi capelli biondi come fossero un drappo mosso dal vento.
Le sembrava di stare in un turbinio di occhi che la fissavano, e mani che cercavano di afferrarla.
Lei continuava ad andare avanti, sempre più veloce, come qualcuno che ha una meta da raggiungere urgentemente.
Soltanto che lei non sapeva dove andare.
Stava vagando alla cieca. Camminando spedita come se stesse fuggendo, quasi nascondendo se stessa in abiti da maschiaccio.
La gente l’attraversava come se lei fosse fatta d’aria, muovendosi in un rettangolo di cemento che avvolgeva la piazza centrale: un insieme di palazzi che si susseguivano in un gelido abbraccio attraversato da piccoli vicoli da cui provenivano le luci delle insegne di qualche albergo per puttane e viaggiatori, e nel mezzo, un intreccio di fili di ferro si ergeva su tubi metallici che come tronchi uscivano fuori dal cemento, sovrastando la nuova stazione della metropolitana e il brusio di voci, passi e lamenti nel mezzo di cui lei vagava andando avanti leggera come i rifiuti che volavano in aria mossi dal vento, osservando con occhio acuto e diffidente le coppie che si tenevano per mano, i vecchi lamentosi immobili davanti a qualche fermata d’autobus, le grasse donne vestite con abiti da mercato che uscivano da alimentari prossimi alla chiusura, lavoratori frettolosi che avanzavano urlando contro a un cellulare, e persone che fissavano le vetrine dei negozi, mentre negri dal volto arrabbiato e le membra stanche raccoglievano le proprie bancarelle e bustoni di plastica, pronti a svanire in dei vicoli come fossero delle blatte.
Oltrepassò una donna che teneva stretta la mano della propria bambina. Una folata di profumo di marca la travolse, e la voce della bambina risuonò nei suoi timpani: «Mamma, mi compri un giocattolo?»
Katja chiuse gli occhi e strinse i pugni. Affrettò il passo. Le sue scarpe rotte si muovevano sul freddo cemento, e lei cercava di non sentire il profumo di torrone e di dolci provenienti da una piccola pasticceria dalle vetrine luminose, né di vedere i festoni colorati e lucenti che adornavano i palazzi, sovrastando le luci giallognole dei lampioni e i fari delle auto.
Svoltò in un vicolo, in fretta, come un topo che fugge udendo dei passi.
Il vicolo era buio, illuminato appena dalle luci di qualche finestra da cui si udivano le voci dei televisori, rumori di posate contro dei piatti, e alcuni africani che parlavano come se stessero litigando.
Affrettò il passò, guardando soltanto in avanti, mentre ai suoi lati si susseguivano portoni arrugginiti e vecchie balconate identiche fra esse, e ovunque cumuli di rifiuti marcivano appestando l’aria già di suo fetida di vecchio e muffa.
Svoltò in un altro vicolo, e poi in un altro ancora, e in un altro ancora. Correva freneticamente in una ragnatela dove tutto sembrava sempre uguale; in un buio talmente fitto da essere palpabile e in cui non ci stava anima viva, e dove non sembrava neanche essere vicino il Natale.
Si guardò attorno. Un gatto guizzò da un cassonetto straboccante di sacchetti neri, e una bottiglia rotolo nell’oscurità, fino a fermarsi contro un altro ammasso di rifiuti.
Gli occhi tremuli di Katja osservarono i portoni dei palazzi, e poi uno stretto vicolo alla sua sinistra, e più avanti, sulla sua destra ancora un altro vicolo.
Non sapeva dove andare. La Caritas aveva chiuso. Nell’hotel dove era stata la notte prima non le avrebbero fatto più credito, e il vecchio albergatore: un porco grasso e dalla faccia simile a un mastino, le aveva già fatto intendere che avrebbero potuto trovare un accordo per pagare la stanza.
Katja avrebbe voluto conficcare nella pancia di quel porco un paio di forbici, proprio come aveva desiderato fare con suo padre, ma invece non le rimase che camminare ancora in un buio vicolo dove nulla udiva se non i rumori dei propri passi, respirando un miasma di piscio e immondizia proveniente dalle umide mura dei palazzi.
Entrò in uno di essi. Era vecchio. Sembrava cadere a pezzi, e il portone era pressoché inesistente.
Calpestò vecchi volantini e preservativi usati, fino a nascondersi in un sottoscala, tremula e affamata come fosse un gattino abbandonato.
Restò immobile senza dire una parola, osservando il portone senza saperne nemmeno il motivo, mentre sentiva fino in gola un disgustoso puzzo di piedi sudati, cavoli e sperma proveniente dalle mura.
Era abituata a quel fetore. Era lo stesso che aveva respirato per anni nella casa dov’era cresciuta, ed era lo stesso che aveva sentito quando rimasta orfana era andata a vivere da suo zio Bogdan, il fratello di suo padre.
A lui gliele aveva conficcate davvero delle forbici nella pancia, anche se erano troppo piccole per ucciderlo, proprio come lo era lei.
Da allora, da quando aveva soltanto tredici anni, aveva girato di posto in posto, e ognuno di essi puzzava come quel palazzo.
Se la sentiva costantemente addosso quella puzza, come fosse l’odore della propria pelle: una pelle che ormai sembrava stesse cadendo a pezzi, proprio come le pareti pieni di scritte schifose di quel palazzo.
Si guardò ancora attorno, attenta e furtiva, senza nemmeno capire cosa stesse cercando.
Non avrebbe mai trovato un appartamento abbandonato, lo sapeva; e anche se l’avesse trovato, di certo non sarebbe stato vuoto.
Strinse le ginocchia coperte da un jeans stracciato fra le sue esili braccia e poggiò la testa su di esse, continuando a fissare il portone, senza più sapere cosa fare. Senza più sapere cosa farne della propria vita.
Poi improvvisamente udì il portone strisciare sul pavimento e lo vide aprirsi lentamente.
I suoi balzarono, e come un animale impaurito si tirò indietro, cercando di svanire nell’ombra, restando rannicchiata in un angolo come fosse una bambina in castigo.
In un silenzio simile a un incubo alcuni passi batterono sul pavimento mentre Katja, nascosta, terrorizzata non osava scorgere la testa per vedere chi stava avanzando.
Sentì poi i passi fermarsi. Una mano le strinse la gola e il suo cuore iniziò a battere all’impazzata, tanto che istintivamente si schiacciò il petto con le mani, come se avesse paura che qualcuno potesse sentirla.
Non udì alcun rumore per secondi che le sembrarono anni, immobile, tesa come un nervo pronto a spezzarsi, e iniziando a sentire la sua fronte imperlarsi di gelido sudore nonostante il freddo.
Un rumore le fece salire lo stomaco fin nel torace. Fu un lungo respiro, simile a un sospiro, seguito subito da colpi di tosse così forti che sembrarono rimbombare nella tromba delle scale.
Tremando, stretta nel proprio giubbetto, scorse lentamente la testa, come uno scarafaggio che timidamente caccia le antenne da sotto a un mobile prima di uscire allo scoperto.
Ancora palpitante, sentendo il cuore battergli nel collo, vide un uomo vestito con abiti scadenti e dai colori sparati, probabilmente poco meno che quarantenne, mantenersi con una mano al muro e tossendo talmente forte che sembrava gli stesse uscendo il cuore di bocca.
Katja restò a guardarlo per tutto il tempo. L’uomo sembrava davvero stesse morendo, che avesse bisogno di aiuto, ma lei rimase immobile, osservando le labbra di quello sconosciuto contorcersi e la lingua uscirgli a scatti dalla bocca come fosse la testa di un serpente.
Poi la tosse rallentò. Un rantolo si mosse nella gola di quell’uomo mentre si tirò in piedi, barcollando e asciugandosi il sudore, respirando avidamente come se fosse appena emerso da un profondo oceano.
Senza ritegno alcuno sputò una macchia verdastra di muco alla sua sinistra, e lento, come se la realtà attorno a lui fosse molle e appiccicosa, alzò lo sguardo verso il vuoto.
Gli occhi di Katja e di quello strano uomo si sfiorarono per un secondo impercettibile, ma talmente pesante sulla pelle di lei da farla strepitare.
Si tirò indietro di scatto. Contro al muro. Tremando come una lepre nella propria tana che cerca di nascondersi da una volpe famelica.
Velocemente, in pochissimi secondi, iniziò a frugare nelle proprie tasche, agitata, in cerca di qualsiasi cosa per difendersi, ma tastando soltanto alcune sigarette, un accendino, delle monete e un sacchetto di stoffa.
Ma non trovò niente, e stringendo i pugni, strizzando gli occhi dalla paura e digrignando i denti, sentì i passi di quell’uomo avvicinarsi e poi la sua voce dire: «E tu chi sei?»
Katja udì ancora altri due passi. Poi un altro, e basta.
Non sapeva se lui fosse già lì. Non sapeva chi fosse, né cosa potesse mai volere da lei.
Aveva soltanto paura. Aveva persino paura di aprire gli occhi. Si stringeva forte, tremando e accalcandosi contro al muro, come se sperasse di poter svanire.
Ma quando quel silenzio carico di soffocante tensione fu rotto dalla voce di quell’uomo che esclamò: «Ma fa un po’ come ti pare!», improvvisamente i suoi occhi si spalancarono, e il cuore le smise di palpitare.
Scostò lo sguardo alla sua sinistra, senza vedere null’altro che l’angolo del muro a cui era appoggiata, e una fioca luce giallognola proveniente da essa.
Poi i passi dell’uomo iniziarono nuovamente a battere sul pavimento. Erano lenti, come se si stesse trascinando: e forse in parte lo stava facendo davvero.
Katja guizzò fuori dal proprio nascondiglio, restando ferma, in ginocchio sul freddo pavimento e fissando la schiena di quell’uomo.
Lui si fermò, ansimò e poi si voltò, osservando Katja ma senza dire nulla, quasi non la stesse nemmeno vedendo per davvero.
I loro occhi restarono intrecciati come ossa calcificate che giacciono in una fosse comune.
Katja vedeva negli occhi di quell’uomo soltanto stanchezza e dolore, come se fosse troppo vecchio per fare qualsiasi cosa. Mentre lui, beh, osservando Katja forse non vedeva niente; e qualsiasi cosa vedesse non voleva vederla.
Nessuno dei due mosse un solo muscolo. Nella penombra si vedevano soltanto il petto di lei e quello di lui pulsare, quasi fosse possibile vedere il respiro di entrambi denso e tangibile.
Lui, silenzioso, accese una sigaretta, tossendo ancora, e poi si girò riprendendo a camminare.
Katja balzò in piedi, come se ogni parte di sé fosse una mano protesa verso la schiena di quello sconosciuto.
«Aspetta» strepitò con una voce da bambina impaurita che, almeno per un attimo, sembrò dar forma a quello sconosciuto, separandolo dalle ombre che lo avvolgevano.
Lento, quasi pesante come un macigno, si mosse nella stanza come se la stesse respirando e si voltò verso di lei.
La guardò negli occhi: essi tremavano, e sembravano in procinto di piangere, mentre lo sguardo dell’uomo era soltanto fiacco come quello di un cane randagio ormai troppo vecchio per lottare ancora. E come un vecchio cane che attende la morte, così lui rimase zitto, in attesa, avvolto dal fumo esalato dalla propria bocca.
Katja fece appena una passo verso di lui. Si guardò attorno come se cercasse qualcosa, e poi tornò a lui, senza aver trovato nient’altro.
«Puoi aiutarmi?» gli chiese con un filo di voce, così leggera da sembrare avere la consistenza del vetro.
Lui sbuffò e gettò la sigaretta a terra.
«Non hai un posto dove andare, vero?»
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Tratto dal racconto “Il profumo dei pastelli”.

Davanti ai suoi grossi occhi color miele, Bianca non vedeva altro che volti susseguirsi in un’orgia di facce, bocche, occhi.
Sembravano tante sagome. Le passavano velocemente davanti senza nemmeno vederla, mentre lei, incapace di sorridere, tendeva loro la sua piccola mano, fissandoli con pupille impregnate di un dolore inumano.
Sembrava avesse perso tutto, persino la vita, e ormai ridotta a un corpo svuotato da ogni goccia di sangue stava lì ferma, al freddo di dicembre, coperta da alcuni stracci dai colori disparati: l’immagine vivente di un bestiale senso di colpa che travolge nel cuore della notte un assassino.
Stava urlando, Bianca, ma nessuno la vedeva. La gente che le passava davanti, benvestita, in coppia o in gruppo, entrando e uscendo dai negozi del Corso Umberto non vedeva altro che una ragazzina dagli occhi tristi, mentre lei tendeva loro la mano, simile a un cane che elemosina un pezzo di cibo guardando un uomo che mangia voracemente.
Non capivano che Bianca li odiava tutti. Li aveva odiati da sempre, dal primo giorno in cui si era trovata per strada: ormai non più una ragazzina quattordicenne come quelle che vedeva passeggiare sorridenti per strada, ma soltanto una bestia sporca di cui avere pena, oppure di cui provare disgusto.
Il vento si muoveva fra i suoi capelli color terra, facendoli dimenare come un drappo attaccato a un’asta.
Lei tirava continuamente su con il naso tanto faceva freddo, respirando la puzza dei tubi di scappamento delle auto e sentendo in bocca disgustosi muchi.
Sentiva il proprio corpo tremare, avvolto da un brusio di voci, tenendo la mano sinistra stretta nella tasca di un enorme maglione di lana che puzzava di chiuso, mentre l’altra era ormai ridotta a una statua di ghiaccio, tesa contro un’umanità che nemmeno la vedeva.
Ogni volta che un viso le passava davanti lei bisbigliava qualcosa. Non parlava nemmeno più. Muoveva soltanto le labbra in una dolorosa supplica di pietà.
A volte qualcuno si fermava. Il più delle volte invece la ignoravano, attraversandola come fosse soltanto uno spettro privo di forma. Altre volte ancora le facevano persino una carezza prima di darle una moneta, proprio come fosse un cane. Ma alla fine tutti andavano via, e lei restava per strada, ancora da sola.
Tese ancora la mano destra e strinse la sinistra nella tasca, tremando dal freddo. Una donna ben vestita le passò davanti, avvolta da una pelliccia e travolgendola con una folata di profumo di marca.
Lei non aveva mai portato alcun profumo. Spesso si chiedeva persino come fosse la sensazione di un profumo al contatto con la pelle.
Spesso aveva sognato di essere come una delle tante ragazze della sua età, ma si era sempre ritrovata per strada, incapace di sorridere, vedendo le persone vivere mentre lei, come se non fosse nemmeno un essere umano, doveva supplicare qualcuno per sopravvivere.
Una monetina gli cadde nella mano. Lei non alzò nemmeno lo sguardo. Bisbigliò qualcosa similmente a una novena, senza neanche rivolgere lo sguardo a chi le aveva appena dato la moneta.
Sentì soltanto dei passi mischiarsi al frastuono delle auto dietro di lei e al brusio di voci davanti al suo viso calato, ma quei passi sarebbero potuti essere di chiunque: a lei non importava.
Cinquanta centesimi, era quello il prezzo della sua vita, immobile nella sua mano gelata.
La mise subito in tasca, tendendo velocemente la mano nel vuoto, e vedendo un uomo benvestito fermo davanti a un negozio di cellulari.
Era stato lui a darle poco prima quella moneta?
Che importava!
Quell’uomo continuava a fissare telefoni di ultima generazione da una vetrina addobbata a festa. Delle luci natalizie brillavano dalla vetrina di un negozio di vestiti davanti cui stava ferma una coppia. Una donna benvestita si fermò a fissare una cuccia per cani dalla vetrina di un negozio di animali, e nel vederla dei cagnolini cominciarono a sbattere le zampe contro al vetro della propria gabbia, mentre e un ciccione con la ventiquattrore in mano passò davanti a Bianca urlando al proprio telefono cellulare, e una vecchia uscì da una piccola pasticceria tenendo in mano un cartoccio pieno di dolci, senza nemmeno vedere il volto smunto di Bianca che, come un animale affamato e lasciato per strada, la fissava respirando un odore di crema che di colpo aveva sovrastato smog, profumi da donna o il dopobarba di qualche passante.
La vide andare via assieme ad altri volti, nel mezzo di un turbinio di arti che si susseguivano davanti a lei come fossero granelli di sabbia trasportati da una tormenta.
Vide un paio di gambe, dei piedi, e poi una moneta cadere a terra.
Le sue labbra si mossero ancora, e veloce raccolse la moneta, mettendola in tasca.
Cambiò la mano, mettendo in tasca la mano destra, ormai del tutto congelata dal freddo, e tirando fuori la sinistra.
Una donna sui quaranta le si fermò davanti, e lei per un attimo vide soltanto degli stivaletti con pelliccia e un normalissimo jeans su gambe grasse.
Alzò la testa, muovendo le labbra senza dire niente, e fissando con aria pietosa il volto pasciuto e sorridente di una donna dai capelli crespi e un filo di trucco sul viso.
Lei si chinò verso Bianca. Le poggiò una moneta da un euro in mano e poi, carezzandola come fosse un cane, le disse: «Mi raccomando, questi nascondili e non darli a casa, e comprati qualcosa da mangiare.»
Bianca, proprio come tante volte, avrebbe voluto soltanto saltar addosso a quella donna e morderle la gola, fino a stracciarle via la giugulare. Ma in se stessa non sentì alcun fremito, nessuna emozione, come se non fosse nemmeno lei a trovarsi lì.
Sorrise soltanto, farfugliando ancora qualche incomprensibile parola contro quella donna che, sorridente, le fece scivolare la mano sul viso dicendole: «Ma a scuola ci vai?»
Il sorriso di Bianca si piegò in una smorfia confusa, fissando quella donna come se non avesse capito una sola parola.
Lei l’accarezzò nuovamente, sussurrando appena: «Povero angelo.»
Poi andò via. Bianca non la guardò nemmeno. Ne aveva viste tante di persone come lei: Bianca aveva visto persone di ogni tipo, al punto che tutte le sembravano uguali.
Restò con la mano tesa nel vuoto, come se quella fosse la sola parte di lei a dover esistere al mondo, mentre i suoi occhi, stanchi quanto quelli di una vecchia, osservavano ora un gruppo di studenti, ora delle ragazzine vestite con abiti alla moda, e ancora una coppia tenersi per mano mentre fissavano le vetrine dei negozi.
Una famiglia uscì da un supermercato: il padre di famiglia, benvestito e pettinato con cura, teneva in mano una busta piena di cibo, e nell’altra stringeva il suo bambino, mentre sua moglie teneva altre due buste strette in mano.
Bianca osservò quel bambino. Aveva sì e no un paio di anni in meno a lei, ma sembrava soltanto un normalissimo bambino che probabilmente una volta tornato a casa si sarebbe messo a giocare ai videogiochi, o persino con qualche pupazzo.
Non era diverso da un altro bambino visto da Bianca, forse di appena otto anni e che, trascinando la mamma verso un negozio di giocattoli, sorridendo e indicando con il dito paffuto la vetrina strepitò: «Mamma mamma, dici a Babbo Natale di portarmi questo?»
Sua madre sorrise soltanto, mentre Bianca strinse il pugno nella propria tasca quasi graffiandosi il palmo della mano con le unghie.
Per lei Babbo Natale non era mai esistito, nemmeno quando tre anni prima di allora sua madre Crina era ancora viva.
Sua mamma le preparava sempre un dolce speciale a Natale, e glielo dava di nascosto da suo padre, baciandola in viso e dicendole: «Aș vrea să vă văd fericit.»
Ma Bianca, proprio come sua madre, già allora sapeva che non sarebbe mai stata felice, per quanto sua madre potesse augurarglielo; e non sarebbe bastato un dolce a darle la vita, né a Natale né in qualsiasi altro giorno.
Da quando sua madre era morta per colpa di un’infezione diffusasi velocemente nel suo corpo, causata da un’appendicite mal curata, nessuno le aveva mai preparato più un dolce per Natale, né aveva avuto alcun regalo.
Per lei Babbo Natale non era mai esistito, e ormai, vedendo quel bambino sorridente davanti a lei, non se ne chiese nemmeno il motivo: era così è basta, da sempre, e lo sarebbe sempre stato.
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Tratto dal racconto “L’ultima estate del mondo”.

Quando Edoardo tornò a casa, suo padre era rincasato da poco.
Erano le sette di sera, quel giorno aveva fatto soltanto un’ora di straordinario, ed esausto se ne stava su di un vecchio divano a bere caffè mentre guardava il telegiornale.
Le luci erano spente per fare economia, e lo sarebbero state finché il buio non fosse stato talmente pesto da obbligare la madre di Edo ad accendere la luce.
Edoardo andò avanti a passo lento, come sempre, muovendosi in un piccolo soggiorno ordinato quanto una reggia e illuminato soltanto dalla luce blu elettrico del televisore, e da lame di luce provenienti dalle tende davanti al balcone.
Vide suo padre. Aveva la camicia sbottonata da cui usciva fuori la sua grossa pancia, e i piedi in una bacinella d’acqua: ciò voleva dire che aveva passato tutte nove ore a lavoro in piedi, probabilmente davanti a quel macchinario che lui chiamava il torchio.
Dopo cena, fumando una delle sue poche sigarette giornaliere, suo padre avrebbe raccontato ancora una volta alla propria famiglia la sua giornata di lavoro, e tutti avrebbero finto di ascoltarlo.
Intanto Edoardo continuò ad avanzare, a passo felpato, tenendo d’occhio suo padre mentre le immagini di parenti mai conosciuti lo spiavano da fotografie in bianco e nero poste su alcuni mobili.
Si fermò un attimo davanti la tavola tonda di mogano al centro del soggiorno. Osservò di nuovo suo padre, poi sfilò una banconota da dieci dal portafogli poggiato sul tavolo, e prese due sigarette dal pacchetto di Multifilter accanto a esso.
Andò verso la porta che conduceva al corridoio, mentre dalla TV la voce di un presentatore disse con tono gelido che a Pimonte undici ragazzi minorenni avevano violentato una ragazza di quindici anni, e che erano stati scarcerati.
Suo padre non batté ciglio. Dalla cucina si udirono rumori di pentole e piatti muoversi nel lavello, e in un attimo il presentatore passò alle notizie sportive.
Edo passò davanti la porta della cucina, andando verso la propria camera, e sapendo che, diversamente da suo padre, sua madre avrebbe fiutato la sua presenza, come se non attendesse altro: simile a un cane che drizza le orecchie appena sente il proprio padrone parcheggiare l’auto.
«Guarda che fra un’ora è pronto. Lavati prima di venire a tavola.»
«Sì mamma» gli rispose, come lei senza nemmeno guardarla.
I loro occhi non si incrociarono nemmeno: sua madre continuò a lavare i piatti, mentre la cena cuoceva sul fuoco, e lui andò verso la propria camera, come il più mite bambino al mondo.
La stanza era pulita e il letto rifatto, proprio come ogni giorno. Sulle mura non ci stava un solo poster, ma soltanto fotografie di famiglia.
Diverse volte, quando Checco era andato a casa di Edoardo, vedendo quelle foto l’aveva preso in giro dicendogli: «La mamma ti costringe a tenere le foto di quando eri il suo cucciolotto?», ma ogni volta Edo l’aveva stroncato rispondendogli: «Almeno io ho delle foto di quando ero bambino, tu?»
Eppure in quel momento, proprio come sempre, guardando quelle foto non riusciva a ricordare i giorni in cui suo padre l’aveva tenuto in braccio, sorridendogli, né le volte in cui i suoi genitori si erano tenuti la mano, tenendo lui nel mezzo di un abbraccio come fosse un trofeo da esibire.
Lasciò quelle foto, come ogni giorno, e andò verso la scrivania.
Sua madre aveva di nuovo ordinato i libri di scuola, i fumetti, e aveva sistemato i modellini d’auto per ordine di grandezza.
Edoardo, ebbe voglia di gettare per aria libri e macchinine, ma rimase tutto lì, aprendo il cassetto della scrivania e alzandolo, portando alla luce un doppio fondo pieno di pacchetti di sigarette, monete e banconote sgualcite, coltelli e riviste porno.
Mise lì dentro sigarette, soldi e il coltello che aveva in tasca. Prese una rivista e la nascose sotto la maglietta, per poi risistemare il mobile e andare verso il bagno.
 
Francesco era appena rientrato a casa. La Tv era a tutto volume, proprio come sempre, e nell’aria si respirava un’asfissiante puzza di chiuso e di fumo di sigaretta.
Andò avanti lento nel corridoio. Man mano che avanzava risate si intrecciavano a parole inarticolate provenienti dal tinello, diventando sempre più nitide, e la luce di un neon illuminava un parato ingiallito e una foto del matrimonio dei suoi appesa al muro, piegata verso sinistra.
Passò davanti la porta del tinello. La risata ubriaca di suo padre si mischiò a quella di un attore.
Lo vide scalpitare su di un divano, in mutande e canotta, ridendo mentre teneva una latta di birra nella mano destra e la sigaretta fra le dita della mano sinistra.
Lo guardò ancora. Poi vide quattro latte di birra per terra, ai piedi del divano, e un cumulo di mozziconi di sigarette in un posacenere a forma di elefante che sua madre amava tanto.
«Non ti sembra che ti somiglia con queste adorabili orecchie?» le aveva detto una volta sua madre, mostrandoglielo e accarezzandogli la fronte.
Francesco istintivamente si toccò le orecchie che su quella sua magra testa sembravano davvero grandi quanto quelle di un elefante.
Era piccolo allora, e nessuno lo sfotteva ancora per quelle orecchie, tantomeno suo padre.
Ora, vedendo quell’elefante sporco di cenere, con la gobba colma di mozziconi, gli sembrò davvero di somigliargli.
Scostò lentamente la mano dalla porta del tinello, mentre le pubblicità iniziarono a scorrere sullo schermo.
Fece appena un passo, e suo padre si voltò verso di lui, ringhiando i denti come una bestia e fissandolo con occhi simili a bracieri.
Sarebbe stata persino goliardica come scena, se quel ringhio non fosse stato reale, e a esso non fosse seguito un furente: «Che guardi, signorina, vuoi forse venire qui a darmi un bacino?»
Il volto di Francesco diventò esangue, e il sudore iniziò a colargli dalla fronte, fino a cadergli salato sulle labbra.
Rivide davanti a sé gli occhi di Emilio, fissi contro ai suoi, e poi la mano dello Squalo sul suo piccolo collo.
Corse subito via, sentendo suo padre scoppiare a ridere strepitando: «Ahaha, che finocchio!»
Passò davanti la cucina. Sua madre ebbe appena il tempo di guardarlo con occhi tristi, quasi stesse piangendo, prima che lui aprì la porta della propria stanza, chiudendosela alle spalle.
Suo fratello Tony, un energumeno di sedici anni, ma che sembrava averne almeno diciannove, lo guardò con aria da tonno, lì sul letto su cui stava steso: uno dei due in quella minuscola stanza piena di vestiti, libri di scuola, vecchi giochi e bottiglie d’acqua o Coca Cola gettate sul pavimento.
«Che c’è, stronzetto? Sembra tu abbia visto un fantasma!» disse senza cura, continuando a stringere fra le mani un fumetto.
Checco corse verso l’armadio, raccattando un pigiama, seguito dallo sguardo ostile di suo fratello.
Andò subito verso la porta, e aprendola udì suo fratello ridere nel dire: «Vai nel bagno a tirartelo pensando al tuo amichetto del secondo piano?»
Chiudendo la porta sentì suo fratello ridere a perdifiato, e suo padre fare altrettanto nel tinello.
Si chiuse nel bagno, lasciò cadere i vestiti sul pavimento e si rannicchiò al suolo, facendo strisciare le spalle contro alle fredde mattonelle e scoppiando in lacrime.
Strinse il proprio volto fra le mani, con forza, come se volesse stracciarselo dalle ossa, mentre attorno a lui non si respirava altro che puzza di piscio, e si udiva il ronzio di una mosca contro al cesso.
 
A Vera, appena rientrata in casa, non fu donato alcun respiro.
Solcata la porta, suo padre le si fiondò contro, quasi come se la stesse attendendo.
Le piantò una mano contro la spalla, gettandola contro al muro, e la fissò con occhi torbidi, alzando il braccio villoso, lasciando scaturire un tremendo tanfo di sudore dalla sua scura ascella, e portando la bottiglia di whisky alla bocca.
Diede un grosso sorso e, abbassando la bottiglia, continuò a fissare dritto nelle pupille Vera sputandole contro: «Dove cazzo sei stata tutto il giorno?»
Lei cercò di divincolarsi da quella presa, mai lui fece forza nel braccio, pressandole la spalla e facendola sbattere contro al muro.
Si sentì un rumore di ossa scricchiolare in aria.
Sul volto di Vera si mosse una smorfia di dolore.
«Allora, ti ho chiesto dove cazzo sei stata?» replicò suo padre, avvicinando il volto al suo e schizzandola con la saliva nel parlargli, colpendola con il suo disgustoso fiato alcolico.
Lei lo guardò dritto negli occhi, rabbiosa, desiderosa di ucciderlo.
In un lampo suo padre scostò il braccio dalla sua spalla, e velocemente la colpì al viso.
Un sordo rumore echeggiò in un piccolo ingresso dalle mura crepate e puzzolenti di fumo, mentre Vera cadde a terra, con le ginocchia e le mani sul pavimento, tremando come un cane appena percosso.
«Non osare mai più guardarmi così, hai capito?» urlò suo padre, agitando contro di lei la bottiglia, come se stesse per fracassargliela contro la testa.
E Vera sapeva che avrebbe potuto farlo da un momento a un altro.
Lei si alzò lentamente, per niente affaticata, come una bestia abituata a essere percossa.
Si mise in piedi. Rimase a testa china davanti a suo padre che la guardò compiaciuto
Le passò la mano sul viso, poi fra i capelli, mentre lei, tremando e stringendo i pugni, stava immobile, senza la forza di fare niente.
Poi di scatto la colpì alla schiena con il palmo della mano, spingendola nella stanza e strillando: «E ora vedi di andare da tua sorella, che Cristo solo sa che cazzo le è preso oggi, mentre tu stavi chissà dove a fare la troia.»
Vera non disse una parola. Andò avanti in un corridoio colmo di polvere, fetido di chiuso e in cui attorno a mura ingiallite alcune foto sembravano accartocciarsi nelle cornici.
Non le guardò. Da mesi non osava guardare le foto di una famiglia che non sembrava più la sua, né di una bambina che non sembrava più lei.
Avanzando nel mezzo di una puzza di fumo e merda, passò davanti la porta del bagno, vedendo appena la vasca incrostata dal vomito.
Chiuse la porta, udendo un vagito provenire da dietro la porta della sua cameretta.
Al buio, in una stanza illuminata soltanto dagli ultimi raggi di sole prossimi al tramonto, sua sorella Lisa piangeva in una vecchia culla, quasi soffocata da peluche e giocattoli di gomma.
Vera andò verso di lei. Dalla culla proveniva una nauseante puzza di merda e di piscio, e quel pianto sembrava lacerarle le orecchie.
Le tolse di dosso i giocattoli, e in fretta la raccolse, per poi poggiarla sul proprio letto.
In fretta, incurante di quella puzza a cui era abituata, le tolse il pannolino, la pulì con le salviettine imbevute, e le passò il talco fra le natiche arrossate.
Poi la prese in braccio, cullandola e sussurrandole: «Su su su, da brava. Su su su», sentendo le lacrime di sua sorella sfumare, in quel piccolo corpo da cui trasudava tutto il dolore di una vita infame, nonostante un solo anno di vita.
Lisa lentamente si calmò, e Vera la ripose nella culla, poggiandole accanto al viso una piccola bambolina di pezza che le aveva regalato Checco, dicendole: «Tieni, questa l’ho trovata nella mondezza. Magari piacerà a tua sorella, visto che da quel che dici è una peste.»
Nel vederla Vera sorrise. Quando lui gliela aveva data lei gli aveva risposto: «Stavi cercando da mangiare fra i rifiuti?», ma in verità aveva visto che sulla bambolina ci stava ancora il prezzo.
Accarezzò sua sorella, poi guardò la camera attorno a sé, vedendo alcune bambole, dei peluche, e delle foto di lei da bambina.
Nulla in quella camera parlare di lei. Era come se fosse la stanza di un’altra bambina: di chi? Non lo ricordava.
Uscì fuori dalla sua stanza, e lenta andò verso la camera da letto dei suoi genitori.
Aprì la porta adagio, per paura di svegliare sua madre.
Da quando si era ammalata seriamente, dormiva su di una brandina a parte, perché il padre di Vera non sopportava di sentire i suoi fiati contro al collo, né di sentirne i lamenti durante il sonno.
Vera vide filamenti di luce penetrare fra le cortine calate, giungendo sul corpo rannicchiato di sua madre, simile a un feto abortito prima di venire al mondo.
La sentì respirare, e poi chiuse la porta, andando verso la cucina, pronta a preparare la cena.
 
A casa di Edoardo, durante la cena, nessuno disse una parola. Non si sentivano altro che le voci provenienti dalla TV, il rumore del cibo masticato, e quello delle posate che battevano contro ai piatti, e persino sfregare i denti.
Dopo cena il papà di Edoardo racconto gli ultimi aneddoti vissuti in fabbrica: quello nuovo, un certo di nome Sabatino, aveva fatto cadere a terra una scatola di cerniere per porte, ammaccandole, e di certo non avrebbe superato la settimana; un tale di nome Giovanni, invece, aveva scommesso di poter battere Moustafà il Toro -uno dei più vecchi in servizio, e personaggio preferito nei racconti del padre di Edo- a braccio di ferro, perdendo pietosamente, e il capo aveva detto a tutti di che proprio lui, Flaminio, era un operaio da prendere come esempio.
Dopodiché sua madre era andata a fare i piatti. Suo padre era rimasto a guardare la TV, fumando l’ultima sigaretta prima di andare a letto, così da affrontare in forma il turno delle otto.
Edoardo era corso in bagno a masturbarsi nuovamente, per poi correre in camera sua, tirando fuori il cassetto segreto ammirando la sua vita segreta.
Guardò a uno a una i suoi coltelli che mai aveva usato, pulendoli e chiamandoli per nome: Betty, Nancy, Genny, Milly.
Non sapeva perché aveva dato loro quei nomi. Non sapeva nemmeno perché aveva dato loro un nome, né perché li stava pulendo con tanta cura, proprio come ogni notte.
Continuò a farlo e basta e poi, dopo aver preso una sigaretta, rimise a posto il proprio cassetto segreto, andando verso la finestra e iniziando a fumare.
Gettava con cura il fumo fuori dalla finestra, perché non ne restasse traccia, e intanto guardava quel vicolo per lui simile a un mondo.
Nessuno passava in esso. Le mura dei palazzi, alte fino al cielo, cingevano il vicolo in un inumano silenzio.
Non si sentivano che le voci dei televisori, e qualche parola confusa di tanto in tanto proveniente da un appartamento.
Sotto di lui tutto era buio, non si vedeva una luce: le sole luci erano le poche finestre ancora illuminate da lampade giallastre, e in cui persone si muovevano ormai ridotte a sagome.
Edo ne osservò qualcuna. Vide una vecchia donna ai fornelli, una famiglia ancora a tavola, e un uomo immobile in una stanza, fissando il vuoto, proprio come Edo stava fissando lui.
Gettò la sigaretta dalla finestra e la richiuse. Guardò attorno a e sé, poi guardò il letto, e senza capirne il motivo pensò subito a Emilio, percependo una mano stritolargli lo stomaco, e poi mozzargli il respiro.
 
Francesco non aveva detto una sola parola durante tutta la cena. Era rimasto in silenzio, proprio come tutti. In cucina, davanti a un televisore accesso, lui, suo fratello e suo padre cenavano in silenzio, mentre sua madre continuava a dividersi fra fornelli e il tavolo, sedendosi di tanto in tanto appena per un boccone.
Francesco osservò per tutto il tempo suo fratello ingozzarsi come un porco, e suo padre scoppiare a ridere per le battute di un presentatore televisivo, mostrando la poltiglia di cibo nella propria bocca e riempiendo di colpo un altro bicchiere di vino.
Non osò minimamente alzarsi per dare una mano a sua madre: l’ultima volta che l’aveva fatto, suo padre lo aveva afferrato per i capelli, trascinato nel bagno, vestito da donna e poi sbattuto fuori di casa urlandogli: «Se ti piace tanto fare la femmina vai per strada a vendere il culo, e porta qualcosa a casa.»
Sua madre, in lacrime, era riuscita a farlo entrare soltanto dopo tre ore, alle due passate di notte.
Da quel momento non aveva mai più osato dare una mano a sua madre, neanche quando gli era sembrato doveroso sparecchiare, o quando suo padre deridendolo gli metteva addosso un grembiulino urlando: «La mia mogliettina carina!»
Anche quella sera Francesco lasciò che fosse lei a sparecchiare, mentre suo padre se la rideva, ubriacandosi e commentando quanto visto alla TV.
Diede una botta contro la spalla di Tony, indicandogli una subrette, mentre Checco teneva i gomiti sulla tavola, desiderando soltanto di andare via, ma senza sapere dove andare.
«Oh, attento, guarda un po’ che culo ha quella» esclamò.
Tony scoppiò a ridere, al punto che scorreggiò. Sua madre chiuse gli occhi, sfregando con forza le pentole nel lavello, e Francesco voltò lo sguardo, scrutato costantemente da suo padre che, pur facendo altro, non aveva smesso un solo istante di tenerlo d’occhio.
«Che c’è, ti dà fastidio che parliamo di donne?» gli sputò contro, tirandosi avanti, quasi facendo tremare la tavola.
Francesco abbassò la testa, fissando il coltello davanti a lui, e desiderando tanto di conficcarglielo in gola.
Per un attimo vide persino la lama recidere la carne di quel bastardo, e poi, appena l’avrebbe estratta, il sangue sarebbe sprizzato ovunque: persino su quella faccia da idiota di suo fratello che continuava a ridersela.
Ma rimase immobile, a testa bassa, sentendo ancora le risate di suo fratello, e poi suo padre dirgli: «Magari tu vorresti vedere nudo uno di quei ballerini froci come te, dico bene?»
Sua madre lasciò cadere le pentole nel lavello, sforzandosi di trattenere le lacrime, mentre Francesco restò immobile, sentendo le risate di suo padre e di suo fratello, e alzando appena lo sguardo verso sua madre, vedendo una lacrima colarle sulla guancia, fino alle labbra.
 
Vera stava pulendo i piatti. Aveva mangiato poco, proprio come ogni sera, per darsi da fare ai fornelli e al tempo stesso accudire Lisa.
Suo padre aveva mangiato da solo, a tavola, guardando una partita di calcio e ubriacandosi.
Nessuno dei due aveva detto una sola parola. C’erano stati soltanto piccoli sguardi di tanto in tanto: sguardi rabbiosi da parte di lui, sguardi intimoriti da parte di lei, e nel mezzo, le lacrime di Lisa a cui soltanto Vera doveva badare.
Mentre suo padre cenava e si ubriacava, lei era andata da sua madre. Aveva lasciato le luci spente, accendendo soltanto una lampada, perché le luci davano fastidio a sua madre, o a ciò che di lei restava.
Quella donna era ridotta ormai a un cumulo di ossa su cui era appiccicata della pelle violacea. Sudava, il cuore le batteva forte, e i denti visibili da labbra ormai scarnite si contraevano in una smorfia di dolore.
Mentre Vera, seduta accanto a lei, ormai incapace persino di piangere tanto era assuefatta da tale dolore, le dava da mangiare, sua madre riuscì appena a sussurrare: «Mi dispiace.»
Non disse altro. Vera le baciò la fronte, sforzandosi ancora di farla mangiare, pur sapendo che il cuore di quella donna: quel cuore materno, era ormai incapace di percepire persino il più misero gusto del nutrimento.
Nella penombra vide gli occhi pallidi di lei fissarla, la sua mano scheletrica, quasi terrificante, rivolgersi al suo viso, e le labbra ringrinzite muoversi tremule come se stesse cercando di dirle qualcosa.
Vide la mano di sua madre cadere sul letto, il capo reclinarsi sul cuscino, e del cibo liquido colarle dalla bocca, mentre iniziò a respirare faticosamente, avvinta dai medicinali e condotta in un sonno dove per qualche momento non avrebbe sofferto.
Vera la lasciò lì. Poi tornò in cucina, vedendo suo padre ridere e bere, fissando la TV, incurante di Lisa che piangeva a dirotto.
Quando lui udì i passi di lei smise di ridere e si girò di scatto, come una violenta frustata.
Vera non osò guardarlo, ma gli occhi di suo padre la seguirono a ogni suo passo.
Raccolse Lisa dal passeggino, cullandola e cercando di calmarla, mentre suo padre continuava a scrutarla.
Gli disse soltanto: «Porto Lisa a letto», come fosse un rituale da compiere; come se fosse lei ormai sua moglie.
Suo padre non disse niente, ma lei sentì i suoi occhi incollati contro la schiena finché lasciò la stanza.
Una volta in camera sua, al buio, stesa nel proprio letto guardò Lisa dormire nella culla, stringendo il pupazzo regalato da Checco. Poi rimase sveglia, immobile nel letto a fissare la porta, sentendo i rumori di suo padre diramarsi in tutta la casa, come le metastasi che stavano divorando sua madre.
Fissò ancora la porta, tremando a ogni rumore, e vedendo ancora davanti a sé gli occhi di quel bambino alla finestra che forse le stava chiedendo aiuto.
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Tratto dal racconto “Il mio nome è Hussayn”.

Una volta per strada Alì raggiunse la stazione centrale. Il cielo di cemento che lo sovrastava sembrava immutabile, pesante, crudele. Era come un muro che non lasciava scampo né a lui né ai disperati che vagavano lì sotto, trapassati come fossero spettri dalla gente che frettolosa entrava e usciva dalla stazione centrale.
Alì si fermò al centro dello spiazzale. Osservò un vecchio ubriacone trascinare un bustone verso le vetrate della stazione, un tossico dagli occhi socchiusi barcollare verso il nulla come uno zombie, e un nigeriano stanco e ansimante camminare curvo nel portare sulla spalla un enorme borsone.
Lì ci stavano i soliti militari, e poco distanti i tassisti che discutevano fra loro, ma lui non li guardò nemmeno. Osservò soltanto due puttane di colore camminare a passo svelto fra una folla di brave ragazze e ragazzi ben vestiti che trascinavano dei trolley, poi un venditore ambulante sudato e stanco camminare tenendo sulla spalla una borsa piena di pacchi di fazzoletti e calzini, e una vecchia dalle mani venose e il volto incavato camminare persa nel nulla, come se nemmeno sapesse dove fosse, ma trascinando le sue vecchie ossa coperte da vestiti sporchi in un limbo infinito che fissava con occhi vetrosi simili a quelli di una sonnambula.
La vide svanire in un’orgia di volti, e al posto suo vide arrivargli davanti una giovane ragazza che stringeva le mani a un bambino dal volto sporco e coperto da stracci.
Lei teneva la testa china. Lui si guardava attorno come se non capisse il perché di tanto squallore: il perché di una vita fatta soltanto di fatica.
Una famiglia passò accanto a loro. Il ragazzino fissò gli occhi di un bambino che camminava sorridendo mano nella mano della propria mamma, stringendo nell’altra un robot, mentre suo padre camminava accanto a lui accarezzandogli il capo.
Lui seguì quel bambino finché entrò nella stazione, ancora trascinato da sua madre che, debole e stanca, con occhi lacrimosi guardava un mondo in cui non aveva alcun posto.
Ad Alì parve di vedere se stesso con sua sorella, lungo le strade di Sidi Moumen: gli alti condomini simili a blocchi di cemento crepati posti fra cumuli di rifiuti, bancarelle, baracche e negozi puzzolenti di carne avariata, e tanti volti disperati che si accalcavano contro a turisti o missionari, agitando contro di loro magre braccia simili a ramoscelli talmente leggeri da potersi spezzare alla prima folata.
Ricordò il volto di un bambino bianco assieme a una famiglia di missionari laici. Sorrideva, e stringeva un peluche.
Alì non ne aveva mai avuto uno. Nemmeno fra i rifiuti ne aveva mai trovato uno, e Amina lo sapeva.
Gli sembrò persino di percepire la carezza di lei contro al proprio viso ormai vecchio e rugoso, e la sua voce dirgli: «Sa’ashtarih.»
Non glielo comprò mai invece. Sparì pochi anni dopo, e lui fu costretto a dimenticare quella promessa.
La vide andare via assieme a quel bambino, nel buio, mentre fasci di luce si muovevano per strada, e al di là delle vetrine della stazione la voce metallica di una donna annunciò la partenza del direttissimo per Milano centrale delle venti e quarantotto.
Alì si voltò di scatto. I suoi occhi scuri, ora simili a quello di un bambino abbandonato, osservarono soltanto sagome di carne muoversi davanti a lui, come ombre che si paravano fra lui e le luci delle vetrate attorno la stazione.
Perché non farlo? Partire! Lasciare tutto. Svanire.
Tanto lui ormai nemmeno esisteva più.
Vide il proprio corpo incamminarsi fra una folla di stracci, volti stanchi, e gente ben vestita che si allontanava velocemente da quel massacro di umanità, come se le pietre della stazione e i palazzi stessero per implodere, e le vetrate esplodere in un urlo inumano.
Per un attimo vide se stesso avanzare verso qualcosa di nuovo: un buio meno terrificante e soffocante di quello che lo stava inghiottendo. Ma rimase lì immobile, come il bambino che attendeva sua sorella in una catapecchia di Sidi Moumen.
Ancora una volta attendeva qualcuno che non sarebbe mai giunto. Ancora una volta attendeva.
Joanna!
Non aveva il coraggio di andare da lei, rischiando tutto; ma non aveva il coraggio di andare via, dimenticandola.
Forse semplicemente non aveva coraggio e basta, come gli disse un tale al porto di Zuwara, colpendolo al viso e poi trascinandolo lungo la spiaggia, facendogli ingoiare sabbia e sassi, mentre attorno a lui sentiva soltanto urla di uomini, donne e bambini.
Guardando la massa di corpi davanti a lui gli parve di vedere la folla di volti durante quella dannata notte sulla spiaggia di Zuwara: occhi bianchi e terrorizzati che palpitavano nel buio, mentre attorno non si sentivano che urla e il fragore del mare.
Diede un forte sorso al vino, come se volesse annegare in esso, ora rivedendo il volto di un uomo nigeriano affondare in flutti scuri come pece, fissandolo con occhi pulsanti di terrore e tenendogli stretta la mano, mentre le onde si ammassavano sul fianco della barca.
Quell’uomo gli disse qualcosa, ingoiando acqua salata e tenendogli stretto il braccio, ma la sua voce si disperse fra le urla e lo strepitare delle onde, svanendo in un buio profondo e ossessivo quanto un incubo.
Gli aveva detto anche il proprio nome prima di partire, ma lui l’aveva dimenticato, e sapeva che non l’avrebbe mai più ricordato.
Andò avanti, a testa bassa, cercando di non sentire il fragore del mare, le urla di quell’uomo; di non vedere i suoi occhi, e di dimenticare il volto di Amina.
Urtava corpi, passava davanti a volti stanchi, sentiva gli annunci metallici provenire dalla stazione, ma dentro di lui non percepiva niente, come se il suo corpo fosse lontano, incapace di provare tutto, persino il gusto del nutrimento e il sangue pulsargli nelle vene.
Non percepì nemmeno l’odore di cibo da ospedale quando arrivò alla fine dello spiazzale, vedendo il solito camioncino bianco al bordo della stazione: Enzo che cercava di tenere buoni i disperati ammassati in file di carne rancida, e i volontari sorridenti che servivano loro dei pasti.
Non notò nemmeno i loro volti. Ce ne stavano di nuovi? Non gli importava!
Nascose il cartone di vino sotto al giubbotto e si mise in fila. Camminava lento. Era carne fra altra carne. Un prigioniero fra altri prigionieri. Stracci fra altri stracci.
Quando arrivò il suo turno fu un sorriso simile a un marchio di fabbrica ad accoglierlo. Era una ragazza. Era giovane. Profumava di buono, e non di putridume come Joanna. Aveva denti sani, e non marci come quelli di Joanna.
Continuava a sorridere, come se lì in mezzo ci fosse un motivo per farlo, chiedendogli: «Alì, come va stasera?»
Lui la guardò. Era Tiziana, era Gloria, era Vanessa, era Elisa?
Non gli importava. E in fondo nemmeno lei sapeva se lui fosse Alì, Omar o Hassad.
Ma che importava!
Avrebbe voluto soltanto afferrarla per i capelli profumati e sbatterla per terra, sputargli addosso, gettarla fra mozziconi di sigarette, macchie di piscio e merda di cane per poi scagliarla contro a un fetido cartone urlandole: «Dai, ora sorridi! Sorridi come ha sorriso Joanna mentre… mentre…»
Non riusciva nemmeno a dirlo. Non riusciva nemmeno a pensarlo.
Prese il cibo. Lei sorrise ancora. In un attimo di pausa una sua collega afferrò un telefono costoso e rispose a un messaggio, un altro si passò la mano fra lunghi e curati capelli, Enzo metteva in riga gli ultimi rimasti, e altri volontari sorridenti servivano cibo a persone ridotte a cagnoli scodinzolanti: macchie umane, ombre di carne che sarebbero rimaste lì per strada quando loro tutti sarebbero andati via assieme ai propri sorrisi, tornando alle proprie case, nei propri letti: in esistenze calde e ovattate in cui disperati come Alì e Joanna non sarebbero mai entrati.
Alì andò verso un angolo della stazione, in disparte da tutti. Il vento ora era più forte, i rifiuti volavano per strada, mentre altri rifiuti camminavano sul freddo cemento, lenti e stanchi, cercando un posto dove mangiare quel riso al pomodoro appiccicoso come colla.
Alì si lasciò cadere contro una vetrata della stazione. Una donna gli passò accanto, trascinando velocemente un trolley rosa e facendo volare in aria una folata di profumo alla vaniglia.
Lui non la guardò nemmeno. Tolse la stagnola dalla confezione calda, e un fumo inodore e insapore gli si parò contro al naso.
Una cucchiaiata, due, tre, quattro, cinque.
Non masticava nemmeno. Non provava alcun piacere, alcun calore, alcun sollievo.
La gente davanti a lui continuava a mangiare, chi in piedi, chi seduto su blocchi di pietra. Altri facevano la fila per il bis. Enzo manteneva l’ordine. I volontari continuavano a sorridere.
Ovunque soltanto carne, e fra essa rifiuti che volavano e gente ben vestita che scappava chissà dove, mentre le luci della stazione continuavano a brillare al di là di un mondo privo di luce e che nessun passeggero sorriso avrebbe mai illuminato.
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