Tratto dal romanzo “Nuda”.

Arrivata al centro della pista, dove stava prima, non le sembrò di vedere nemmeno Stefania. Non vedeva niente. Tutto era un gioco di caravaggesche ombre che si susseguivano in una danza liquida e informe.
Volti, occhi, toraci, mani, braccia: non riusciva più a vedere corpi, ma soltanto pezzi umani che si dimenavano nel buio, e urla bestiali che le stritolavano le carni, come se fosse in un enorme mattatoio dove le bestie venivano macellate ancora vive.
Di lei quale parte del corpo era rimasta?
Un sorriso tremulo le deformò il viso, simile alla smorfia di un pagliaccio, e i suoi muscoli iniziarono a muoversi dapprima lenti, poi velocemente, come se ne avesse perso il controllo e ormai fosse diventata una marionetta mossa da invisibili fili.
Guardò attorno a sé con aria persa, quasi i suoi occhi fossero diventati di gesso.
Soltanto luci attorno a lei, corpi, mani, voci, urla, e la terra che sembrava tremare mentre lei da sola, abbandonata, ballava nel mezzo di carne sanguinolenta come fosse un quarto di bue che penzola da un gancio.
Stefania era sparita. L’aveva abbandonata. Eva era da sola, fragile, distrutta, gettata per strada come una bambola troppo vecchia per essere amata, o una puttana accoltellata perché troppo vecchia per essere ancora sfruttata.
Eva ebbe voglia di fermarsi e piangere, ma non una sola lacrima colò dal suo viso.
Sentì una mano afferrarle il braccio. Si voltò, ma non era Stefania. Era un uomo! Forse quello incontrato al bancone. Forse quello che l’aveva fermata all’inizio della serata. Forse Alessandro. Forse Mario. Forse Max.
Non importava!
Eva non ricordava i loro volti. Non ricordavo neanche il proprio volto. Sentiva soltanto una morsa nello stomaco e un fremito nel cuore, e le vene pulsare in cerca di eroina.
Sentì l’ago penetrarle le carni e una coltre di fumo annebbiare ogni suo pensiero.
Le luci intermittenti sembrarono lasciar spazio soltanto a un manto di ombre che pulsavano contro di lei mentre, come fosse una pupattola di pezza, veniva trascinata via fra corpi che le si scagliavano addosso, mani che si dimenavano contro al suo viso, e sorrisi deformati che puzzavano di alcool.
Sentì il proprio corpo sballottolato ovunque, come se non le appartenesse nemmeno, e poi un fiato di nicotina arrivarle verso le labbra sussurrandole: «Sei davvero molto bella.»
Lei accennò appena un sorriso. Gli occhi stavano per chiudersi, e il corpo era sempre più debole.
Il solo rumore che sentì fu quello di una porta che si spalancò. Poi alcune voci maschili. Delle risate. Qualcuno che ridacchiò: «Fottitela questa troia!»
Eva sentì ancora una porta spalancarsi, e poi dondolare nel vuoto fino a chiudersi.
Lei sorrise quasi quando quell’uomo di cui nemmeno vedeva gli zigomi la scagliò contro al muro di piccolo e squallido cesso, sussurrandole contro le labbra: «Ora ci divertiamo!»
Fu un lieve sorriso, come una smorfia di dolore: quel dolore che Eva voleva sentire sin dentro le proprie carni, come quando si mangiava a sangue le unghie. Quel dolore che voleva sentir fin dentro l’utero, come una mano violenta che le strappasse tutto dal corpo, per non lasciare nulla ad altri, né a lei.
Una qualsiasi emozione! Fosse anche la più atroce. Qualsiasi atto brutale per celare il pensiero di una vita masticata e poi vomitata.
Voleva farsi schifo, e lo sapeva.
Ora non era più la malattia a parlare, ma era il dolore di Eva incapace di non subire quella dannata malattia.
La senti urlare contro al proprio viso quando lui iniziò a muovere le mani sotto ai suoi vestiti.
Sentiva soltanto carne disgustosa toccarla, tastarla, stringerla, e labbra puzzolenti di alcool e fumo muoversi contro le sue.
Eva teneva chiusi gli occhi. Non voleva vedere, perché in fondo tutto sarebbe stato identico a quanto già visto troppe volte.
Persino la puzza di urina di cui erano impregnate le mattonelle sembrava la stessa di sempre, e così lo sfregarsi di quell’uomo contro di lei, e quelle sudice mani che le tenevano la testa abbassandogliela lentamente, senza che lei fosse ormai capace di opporre alcuna resistenza.
Udì soltanto il rumore della zippo calarsi, e poi puzza di pesce marcio contro al naso.
Non aprì nemmeno gli occhi. Sentiva freddo e una sensazione di bagnato sotto le ginocchia.
Era piscio sotto di lei, e lo sapeva, come sapeva cosa le stava davanti.
Non lo guardò nemmeno. Gli basto sentire le parole di sempre: «Avanti, succhia, troia.»
Aprì meccanicamente la bocca, come fosse dal dentista. Sentì carne dura, ruvida, bagnata e disgustosa contro le sue labbra da brava ragazza. Poi la lingua sfiorare della pelle che sapeva di pesce andato a male, e spinte violente nella sua bocca mentre una risata echeggiava attorno a lei, rendendo quasi visibili le mattonelle che lei nemmeno riusciva a vedere lì in ginocchio a occhi chiusi.
Sentì ancora una spinta nella sua gola.
“È come togliersi un dente” pensò un’altra volta.
Ma ormai ne aveva più di denti da togliere?
Quando lui la tirò su si sentì come una bambola inerme, senza vita; senza nemmeno più un’anima da violentare.
Sentiva le mani di lui muoversi sul corpo di un altro. Non sapeva di chi, ma non di lei: lei non ci stava nemmeno più.
Quando lui le schiacciò la testa contro al muro sentì soltanto puzza di piscio, e aprendo lentamente gli occhi lesse appena la scritta: “Passivo femminile per maschi dotati e villosi. Chiamare al 3484411760”.
Chiuse di colpo gli occhi. Quasi sorrise pensando a quanto appena letto, e mentre sentì la propria gonna alzarsi, e le mutandine abbassarsi velocemente, riuscì appena a versare una lacrime prima che qualcosa di duro iniziasse a premere contro di lei.
Lui le afferrò i capelli e le leccò la faccia sussurrandole contro al viso: «Dai, che ti piace, troia!»
Diede una spinta decisa. Eva strinse i pugni contro le mattonelle e serrò gli occhi, come se le avessero appena conficcato un coltello nella pancia.
Senti un colpo dritto nello stomaco. Una risata contro al viso. Il puzzo di urina nella sue narici, e le proprie lacrime colare in un cesso colmo di piscio.
Eva senti ancora una mano premere contro la sua testa, scagliandola contro le mattonelle, mentre spinte brutali come coltellate si muoveva nel suo utero quasi volessero spaccarlo.
Tenne duro. Qualcuno stava scavando nel suo cuore, ma era già successo.
“Due dita in gola e poi tutto sparirà” pensò, mentre lui si muoveva in lei con forza e prepotenza, lasciandole percepire la sua schifosa presenza in lei, e le sue labbra mosse in una sorridente smorfia le sussurravano dritto in gola «Ti piace, vero, troia?»
Fu un sorriso a rispondere per Eva, mentre sentiva il proprio corpo sbattuto contro al muro e pensando soltanto: “Due dita in gola e poi tutto svanirà”.
Eva guardò appena le proprie mani poggiate contro al muro, mentre lui si muoveva velocemente dentro di lei stringendole le carni e ansimando, chiamandola: «Troia, puttana, cagna.»
Sentiva la propria testa, e il corpo intero, sbattere con violenza contro le mattonelle. Respirava puzza di piscio e ormai non sentiva nemmeno più le spinte dentro di lei, come se fosse del tutto svuotata.
Vedeva soltanto le sue dita divorate, versando lacrime ma senza emettere un solo gemito, come se ormai non fosse nemmeno più viva.
Poi ci fu un’ultima spinta. Un morso sulla sua spalla. E infine del disgustoso e caldo liquido che le colò sulle natiche, fino a macchiarle le mutandine.
Mentre lei stava con la faccia schiacciata contro le mattonelle, ansimando e respirando ancora la puzza di urina, sentendo il fiato di lui sul collo, pensò che quelle mutandine erano un regalo di Mario: le sue preferite!
Le lasciò immobili fra le sue gambe tremule, ancora a carponi, con le mani contro le mattonelle, mentre dietro di lei sentì soltanto il rumore di una zippo alzarsi, poi un sorriso, e infine una voce esclamare: «Ti è piaciuto, vero, troia?»
Poi sentì solamente la porta sbattere dietro di lei, restando immobile per qualche secondo, a occhi chiusi, prima di scivolare al suolo come fosse una macchia di sangue riversata contro al muro.
Rannicchiata in un angolo, contro al cesso come uno scarafaggio, nuda su di un pavimento fetido di urina, Eva fissava il vuoto portando le mani fra le cosce, come se volesse lenire il dolore di una ferita che mai nessuno avrebbe guarito.
Si strinse il sesso come se volesse stracciarlo via: quel vortice con cui da sempre cercava di ingoiare se stessa. Quella spugna che si lasciava impregnare di veleno, per poi riversarlo sulla sua nuda pelle.
Ed era nuda in quel momento. Priva di tutto.
Non provava niente, se non dolore. Le lamette con cui si era tagliata le carni non le avevano dato alcun piacere. Nulla era stato dimenticato: Max, Alice, suo padre, non erano stati dimenticati.
Lei stava lì, immobile, sventrata, maciullata: non era altro che carne da macello da gettare via.
Tremava, mantenendosi il sesso aperto e sentendo ancora quella calda e liquida colpa grondare su di esso.
Avrebbe soltanto voluto vomitare, ma non riusciva nemmeno a farlo.
Anche lo stomaco le avevano strappato dalla pancia!
O era stata lei a farlo?
Tolse la mano dal suo sesso e la fissò, sporca dello sperma colato dalle sue natiche, e ora per terra, sotto di lei, come una pozza di sangue.
Lo fissò ancora. Era reale, quanto ciò appena successo. Quanto lo schifo che provava nei suoi confronti, quasi si stesse vedendo con gli occhi di suo padre.
Ecco, era finita l’abbuffata, e ora non restava che il momento in cui farsi schifo. Autocondannandosi. Odiandosi. Vomitando via la propria vita, come se ci si volesse purificare dall’imperfezione: dalla consapevolezza di non essere niente, se non il cibo vomitato.
Eva si alzò di scatto, afferrando nervosamente la propria borsetta e scagliandola contro la porta di quella tomba.
Fece un forte tonfo, poi cadde a terra facendo fuoriuscire alcuni oggetti.
Era la sua vita che aveva scagliato contro a quella prigione?
Guardò la borsetta e poi fissò uno specchietto ridotto in mille pezzi, i suoi trucchi, il suo portafogli, e il telefono spaccato in due.
Non vide altro che quel telefono, e di colpo strisciò verso di esso, ancora in lacrime, raccogliendolo e fissandolo.
Guardò quel cumulo di plastica e vetro fra le sue mani, agitata, sentendosi sola più di prima e nervosamente cercando di rimettere assieme quei frammenti in cui era celata la sua vita.
Veloci e violente le lacrime incominciarono a colarle sul viso arrosato, mentre fissando quell’oggetto capì che non avrebbe mai saputo cosa le aveva scritto Max.
Quel pensiero la uccise. Non sapeva perché, ma sentiva che quelle parole erano importanti, e che lei le aveva svendute per una dose d’eroina tagliata male, ancora una volta.
Stringendo il telefono si sentì svanire nelle mattonelle sotto di lei, fra la puzza di urina, fra le sue lacrime che continuavano a colare, e quel suo sguardo doloroso che sembrava capace di dare una vita anche a quello squallido cesso.
Max, Max, Max.
“Perdonami!”.
Afferrò soltanto le chiavi dell’auto e quelle di casa lasciando lì tutto il resto, uscendo di corsa dal bagno e fiondandosi fra la folla che si dimenava come se nulla fosse successo.
Si trovò avvolta in un buio liquido scosso dalle lame colorate dei faretti che illuminavano ora un viso, ora degli occhi, ora una bocca, ora un naso.
Lei non metteva a fuoco niente. I suo occhi erano cechi. Vedeva soltanto buio, e tastando corpi informi udiva soltanto il proprio fiatone e il cuore battergli nella testa.
Non cerco nemmeno Stefania. Uscì di colpo dal locale, correndo in una notte che sembrava fatta di cemento.
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Forse una delle parti più dolorose e cruente di “Nuda”, romanzo ancora in fase di editing, e non per tutti gli editori.

Con un fendente, stringendomi forte, mi trapassò le carni e l’anima. Stringendomi forte e affondando i suoi denti nel mio minuto collo.
Un gemito di piacere e di dolore rimbombò in quella buia e silenziosa tomba in cui noi, condannati a morte, stavamo perpetuando il delitto che ci avrebbe condotti infine al suicidio.
Lui iniziò a muoversi su di me con decisione. Con forza. Stringendomi come se volesse stritolarmi. Mordendomi il collo come se volesse lacerarlo. E io, sotto di lui, mi muovevo al suo stesso ritmo; meccanicamente, violentemente, disperatamente su di un materasso impregnato di lacrime più che di sudore. Agitandomi su lenzuola che non avevano su di esse il profumo di sesso, ma solamente il fetido tanfo del sangue; sangue vomitato da due bestie che si stavano dimenando in una landa priva di luce.
Ero io a scopare lui, non lui me. Ero io a violentare me stessa, non lui. Era quello il mio masochistico delirio, e io ero le mie dita divorate. Il vomito gettato nel cesso dopo una lunga abbuffata. Ero la mia fica smembrata dalla sua violenza. Dalla mia violenza. Dalla voglia di non essere mai nata. Da quella voglia di morire, perché incapace a vivere.
Mi muovevo sotto di lui come se volessi prenderlo pugni, urlando in me “Pugnalami. Pugnalami. Pugnala il mio cuore marcio. Puniscimi per essere nata”.
Questo rimbombava nella mia testa mentre il mio corpo, come fosse una bambola di plastica, veniva scosso dalle sue spinte. Agitandomi a mia volta sotto di lui e sentendo il suo corpo sudato, rabbioso, colmo di dolore che si muoveva sul mio; penetrandomi, colpendomi con forza. Colpi simili a pugnalate in cui era intriso tutto il suo dolore nei confronti di una vita che l’aveva relegato in un dipinto. Quella mia stessa rabbia che, con atti masochistici, si scagliava contro di lui, costringendolo ad uccidermi e uccidersi. Colpendolo mentre lui mi colpiva. Muovendomi assieme a lui mentre la stanza roteava attorno a noi: tutto confuso, stordito, lontano, come se non fossimo più noi a stare lì, ma solamente le viscere di due cadaveri ormai putrefatte. Solamente sangue che nessuno avrebbe mai lavato via. Il sangue di vite gettate tra cumuli di rifiuti tossici, mai nate; aborti strappati dal grembo materno e lasciati al freddo, mentre gli ultimi secondi di una vita mai compiuta ancora pulsavano nei loro informi cuori, mostrandogli una vita che mai avrebbero avuto. Un nome che mai avrebbero avuto.
E qual era il mio nome? Qual era il suo nome?
Un gemito di rabbia donò un nome a entrambi, mentre lui, stritolandomi, diede un colpo fortissimo in me, accolto dal mio pube famelico; dal mio corpo affamato di quella vita rubata, lì sotto di lui, dimenandosi come fossi indemoniata. Inchiodata a un letto che non aveva più il sapore dei nostri baci e dei nostri giuramenti, ma solamente lo stesso nauseante sapore di un bacio di un omicida dato sulla carcassa della propria vittima.
Infine, si lasciò cadere su di me. Nel buio. Nel buio che celava quel delitto. In un silenzio dove solamente i nostri respiri affannati rimbombavano, come monito a una fatica che ci aveva uccisi, senza però cancellare nulla dai nostri cuori avariati.
Saremmo mai stati liberi?

 

“LA MASCHERA”, un romanzo psicologico che accusa l’ipocrisia umana.

Le urla di Mara echeggiavano in quella stanza. Il sangue schizzava ovunque, e Max continuava a tagliuzzarle la faccia, colpo dopo colpo, sorriso dopo sorriso. E continuò a colpirla finché non ci furono più urla a rimbombare in quella lussuosa stanza. Finché ogni lembo del cuscino fu impregnato del sangue di quella lurida troia.
Max alzò il coltello. Il sangue grondava dalla lama fin sul corpo di Mara. Di Mara stesa lì su quel letto. Priva di sensi. Orrenda! Con il suo bellissimo volto ridotto ormai solamente a una pozza di sangue che usciva fuori dai profondissimi e numerosi solchi sulla sua faccia.
Sì, Max l’aveva distrutta. Aveva distrutto le sue armi. Devastato la sua bellezza. Smembrato la sua faccia in un modo tale che nessun chirurgo l’avrebbe mai più potuta far tornare la stessa. E nel vederla, stranamente, finalmente mi sentii bene. Sì, avevo vinto! La vita di Mara da quel giorno sarebbe stata peggiore della mia. E questo mi faceva star bene! Mi faceva sentir vivo il sapere che qualcuno avrebbe vissuto peggio di me. Qualcuno che mi aveva umiliato. Qualcuno che mi aveva sconfitto, gettandomi al tappeto; su di un tappeto pieno di merda!
Ecco, avevo vinto. E ora sapevo la sola cosa capace di lenire quel dolore. Non era punire la gente. Non era vederli soffrire. Ma sapere che avrebbero sofferto per sempre. Sapere che a causa tua le loro vite sarebbero state per sempre orrende. Peggiori della tua.
Questa è l’onnipotenza. La vera vendetta. Il solo modo per vivere in un mondo di merda.
Già, in fondo lo fanno tutti.
Al mondo c’è sempre chi ha una promozione in un qualsiasi lavoro, gioendo nel vedere un collega retrocesso. C’è sempre chi sorride nel vedere il fallimento di qualcun altro; che sia esso in un lavoro, in un concorso, in un rapporto affettivo. E la gioia più grande arriva quando noi vinciamo mentre loro perdono. Ci fa stare bene! Ci fa sentire migliori di loro. Ci fa sentire importanti. Vivi.
Era quello che provavo. Ma dentro di me sapevo che quella droga non avrebbe mai avuto fine. Che ci sarebbe stato sempre qualcuno ad umiliarmi. Sempre qualcuno a deridere le mie sconfitte.
Avrei dunque massacrato il mondo intero?
Chissà. Di certo Max lo avrebbe fatto. Ma io non ero come lui. Non ero crudele come lui, anche se lentamente lo stavo diventando. O forse… chissà, magari lo ero sempre stato. Ma comunque fosse, lentamente Max stava facendo di me quello che voleva.
Eppure non riuscivo a smettere di seguirlo. Neanche quando dopo aver massacrato Mara tagliò tutte e cinque le dita di quello stronzo.
Poi rubò i soldi lì in quell’appartamento e li divise con me. E assieme uscimmo da lì come se niente fosse successo. Più leggeri. Più sazi. Più potenti.

Ci rimettemmo per strada. Io e lui da soli. Io e il mio Dio.
Max guidava la sua auto, bevendo una bottiglia di vino rosso fregata da quella reggia, mentre io accanto a lui bevevo un’altra bottiglia, fissando il vuoto, sentendo l’effetto di quella droga svanire in me.
Diedi ancora un sorso alla bottiglia e mi voltai verso di Max.
«Che ore sono?» gli chiesi.
Lui continuò a bere dalla bottiglia, per poi abbassarla lentamente.
«Bah, credo le undici. Forse le undici e mezza» disse, continuando a guardare la strada.
Io mi voltai nuovamente, fissando la strada davanti a me e bevendo il mio vino. Fissando quei filamenti di luce che avvolgevano la città, scorrendo velocemente davanti a me.
«Non pensavo di essere stato tanto tempo lì dentro.»
«Beh, il tempo passa veloce quando ci si diverte. Non lo sai, amico?»
Mi girai di scatto verso di lui.
«Tu credi che io mi sia divertito?»
Max si girò appena un po’, sorridendo, e dividendo lo sguardo tra me e la strada.
«Perché, non è così?» mi chiese.
Io non risposi. No, ancora una volta aveva ragione.
Era vero! Dentro di me avevo provato piacere nel far del male a Mara, e ancor più nel sapere che la sua vita era ormai per sempre distrutta. E sapevo di voler provare ancora quel senso di liberazione. Quel senso di pace. Quel senso di vittoria. Quel senso di onnipotenza.
Dunque non aggiunsi altro. Continuai a bere, fissando la strada davanti a me. Senza vedere niente. Senza vedere le auto per strada, la gente, i palazzi, i lampioni, o i pezzenti che crepavano di solitudine.
«Andiamo al club?» chiesi.
«Andiamo al club!» rispose Max, fissando la strada e continuando a guidare.
Nessuno dei due aggiunse altro. Quanto avevamo fatto era più utile di ogni altra parola. Ci stava solamente altra voglia di sangue in noi. Voglia di veder soffrire altre persone. Di sentirci migliori di loro. Di vincere mentre loro perdevano.

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“CHE CAZZO CI FACCIO QUI?”. Una raccolta di racconti per chi ama autori come carver, Bukowski e Palahniuk.

DIETRO LA PORTA.
Quando arrivai all’hotel Jolly, aveva da poco finito di piovere. Che strano! Era Settembre, eppure un forte temporale aveva percosso per tutto il giorno le strade di Napoli. Sembrava che anche il cielo provasse le mie stesse sensazioni. Che quel cielo notturno plumbeo di pioggia riflettesse volutamente il mio dolore.
Ma era un’illusione. Sì, al cielo non fregava minimamente del mio dolore, e così al mondo intero. A tutta quella gente che se ne stava in giro, intenta solamente alle proprie cose, non gliene fotteva un cazzo di niente di me. Quella gente magari di ritorno dal lavoro. Forse ferma ai tavoli di qualche ristorante. Oppure al cinema. In giro per le piazze, parlando con amici. Forse uccidendo qualcuno. O ancora sull’uscio della porta di un pidocchioso albergo del centro, proprio come me. E come me in procinto di andare a trovare lei. La solita lei! Quella che ci sta sempre. Quella che ti fa star bene. Quella che ti fa star male. Quella che a volte ti uccide.
Ida, così si chiamava quella lei. E di certo mi stava già aspettando in camera. Sicuramente trepidante come me. Oppure, forse, fregandosene.
Al telefono mi aveva detto che dovevamo parlare. E quando una donna ti dice che deve parlarti, beh, è quasi sempre per dirti che è finita.
Ma poteva finire tra me e Ida?
Già, come poteva mai finire qualcosa di mai cominciato? Qualcosa di così instabile come il nostro rapporto.
Decisi di non chiedermelo, ed entrai in quel lercio albergo. Io, non altro che uno dei tanti uomini al mondo. Forse non altro che uno dei tanti uomini per Ida.
La hall era illuminata dalle luci giallastre emanate da alcuni neon. Luci cupe e malinconiche che si riversavano su di una vecchia tappezzeria rossa, sui mobili di legno ormai prossimi allo sfacelo, e su di un grosso bancone di legno decadente dietro cui stava seduto un vecchio decadente.
Io mi avvicinai a lui. Lui mi conosceva. Ciro mi conosceva. E di certo mi sentì arrivare, benché non alzò lo sguardo dal suo giornale.
Appena arrivai a pochi centimetri dal bancone, Ciro alzò di un po’ lo sguardo, fissandomi senza cura; proprio come faceva sempre. Forse come faceva con ogni altro cliente che andava a morire, in un modo o in un altro, in quel lurido albergo.
«La sua fidanzata è in camera che l’attende, signore» mi disse, tornando subito al suo giornale.
Io annuii e non dissi niente. Lasciai il mio amico alle sue letture e mi diressi verso una vecchia rampa di scale di finto marmo. Quella rampa che conoscevo sin troppo bene. Quelle scale che conoscevo anche meglio di quelle di casa mia.
Secondo piano, interno 22. Conoscevo a memoria quella stanza. La nostra stanza! E mentre salivo quelle scale, sentendo attorno a me urla in diverse lingue, pensai che era strano l’aver sentito quella parola.
Strano, eppure bello.
“Fidanzata!”.
Sì, così aveva detto il vecchio. La mia fidanzata!
E lo era?
Chi era Ida, e chi ero io?
Eravamo fidanzati?
Ci amavamo?
Inutili domande. Quanto inutili sarebbero state le risposte. Ma mentre avanzavo verso il numero 22; verso la stanza dove avrei trovato la mia fidanzata, cominciai a sentire in me il terrore e il peso di quelle risposte.
Restai parecchi minuti fermo davanti a quella porta. A fissare il vuoto. A fissare il numero ventidue disegnato su quella porta. Devastato da infiniti pensieri. Da pensieri veloci e impercettibili che si muovevano nella mia mente come fossero uno sciame di mosche. Infinite metastasi che si moltiplicavano velocemente, divorando il mio cervello, e ogni mio organo.
Era davvero la fine?
Mi trovavo lì per morire?

CHE CAZZO CI FACCIO QUI?
Sul bagnasciuga alcuni vecchi dalle grosse pance e la pelle molliccia piene di schifose macchie violacee, passeggiavano avanti e indietro come tante pecore che pascolano in un prato. Poi di colpo si fermavano, fissando il mare. Fissandolo come se al di là di quel blu ci fosse altro. Che ne so, un altro mondo, magari, oppure le risposte a ogni domanda della vita.
Invece, al di là dell’orizzonte non ci stava altro che un’altra spiaggia dove altri vecchi passeggiavano proprio come loro, chiedendosi le stesse e identiche ridicole cose.
«Che schifo!» borbottò tra sé e sé Eddy, dando un altro sorso alla birra e portando lo sguardo verso una famigliola accampata davanti a lui; padre, madre, figlio. La Santa Trinità! La Sacra famiglia.
Lui, il gran capo famiglia, se ne stava seduto su di una sdraio, mantenendo un quotidiano che quasi gli cadeva sulla grossa pancia. Lì sotto quell’ombrellone, leggendo in silenzio notizie che in fondo non gli riguardavano, mentre sua moglie, la Vergine Maria, se ne stava stesa su di un telo da spiaggia facendo abbrustolire le sue carni mollicce rese quasi bianche da una crema abbronzate, e tenendo continuamento d’occhio il loro moccioso di nove anni intento a costruire un castello di sabbia che somigliava perlopiù a un grosso cumulo di mondezza.
Accanto a loro, beh, niente di diverso!
Famiglie silenziose. Famiglie che parlavano solamente del lavoro, di cosa mangiare o di cosa avevano mangiato, di qualche programma televisivo, del mare calmo o agitato, del posto in cui si trovavano e del posto in cui sarebbero andati l’anno prossimo. E ancora, coppiette silenziose stese su dei teli a prendere il sole; lui intento a leggere un giornale o a fare un cruciverba, lei presa a fissare il suo dannato smartphone da ottocento pezzi. E ovunque, mocciosi petulanti correvano per quella maledetta spiaggia, urlando e ridendo. Facendo rimbombare le loro voci assieme al rumore delle onde o alle risate di adolescenti che giocavano a beach volley.
“Che cazzo ci faccio qui?” pensò ancora Eddy, dando un’ultima strippata alla sua paglia per poi gettarla a terra.
Si voltò ancora. Il suo sguardo si posò su delle forme sinuose. Sui corpi mezzi nudi di ragazzine appena sedicenni che giocavano a beach volley, ficcate in una grossa gabbia avvolta da del filo di metallo.
Vide i loro culi sodi muoversi avvolti da costumini quasi inesistenti. Le loro belle tette ciondolare ogni volta che saltavano per raccogliere la palla.
Le passò a rassegna tutte. A una a una. Scrutando i loro culi, le loro tette, i loro corpi. Fissando quella macelleria a cielo aperto, e desiderando solamente di correre lì, prendendo una a caso di loro; magari quella con il costumino verde mela, e gettarla a terra per poi strapparle tutto da dosso. Tastare quel suo meraviglioso corpo. Tirarlo fuori e scoparla a sangue, mentre lì sulla spiaggia Mister Sconosciuto continuava a leggere il proprio giornale, e Miss sconosciuta continuava a smanettare con il proprio smartphone.
Ma restò lì fermo, guardando ancora il culo della tipa con il costumino verde mela. Vedendola balzare in aria, colpendo la palla e facendo ondeggiare il suo meraviglioso culetto.
Cercò di distogliere lo sguardo, Eddy.
Sì, certe cose possono costare caro, soprattutto se si viene scoperti.
Ma davanti a lui la scena non cambiò minimamente.
Eccola! Proprio in riva al mare. La persona che non può mai mancare su di una spiaggia: alta, slanciata, forme sinuose e una pettinatura alla moda; capelli corti e selvaggi.
Il suo tatuaggio dietro al collo urlava “Io sono un’anima libera. Sono Sai Baba. Sono Osho. Sono Maharishi Mahesh Yogi. Sono la confraternita hippy dei Merry Pranksters.
Ogni sua movenza, impregnata da un fortissimo profumo orientale, di quelli comprati su internet dopo un’accurata ricerca su tutto ciò che sia contro famosi marchi quali Channel, Christian Dior, Giorgio Armani e Dolce & Gabbana, o qualsiasi altro prodotto commerciale atto a mercificare la figura femminile, e dunque indegna di lei; creatura speciale al di sopra del mondo e della moda. Quel mondo a cui neanche si mischiava, stando in disparte, stesa sulla riva di una spiaggia a fissare il mare come se volesse ritrovare se stessa. Lei, lontana dal frastuono della folla, stesa su di un telo viola a bere caffè e fumare una sigaretta sottile, lasciando che “fratello sole” baciasse i suoi seni nudi; segno concreto della sua emancipazione femminile atto a urlare a tutti una forma di protesta sociale, invogliando il mondo alla conversione verso la libertà assoluta e l’amore cosmico.
Sì, quelle non erano solamente tette, era il suo urlo verso tutto il mondo. La sua carta d’identità. La sua patente. Il suo passaporto.
“Osservatemi” urlavano quei seni “Io sono libera. Io sono diversa. Sono il cibo macrobiotico. La miglior ricetta vegana. Il corso di yoga fatto da Patañjali. Sono un appartamento privo di televisore. La ragazza in bicicletta che percorre una metropoli piena di rumorose auto. Io sono la meditazione guidata, il sole africano, la poesia haiku, la legalizzazione della marjuana, la lotta contro l’uccisione della balene e la manifestazione per i diritti dei gay.
Ecco, il suo piccolo e sodo seno nudo era il suo urlo contro l’imperfezione umana. Il suo marchio di fabbrica. Il suo nome. L’etichetta che certificava la sua Denominazione di Origine Controllata. E la gente attorno a lei doveva saperlo! Chi la desiderava, chi ambiva al suo corpo profumato dal più costoso profumo non alla moda alla fragranza di Patchouli prodotto da onesti e sorridenti indigeni indonesiani, dovevano sapere che per arrivare a lei avrebbero dovuto ammirarla, osannarla, venerarla, e accettare il suo essere “un passo avanti” a confronto di tutti. Che lei fosse l’evoluzione umana. Il Nirvana. Il solo e unico Dio.
Poi ecco che lo sguardo di Eddy si posò su di un ragazzo a pochi metri da mister “Io sono la via, la verità e la vita”.
Il volto di quel ragazzo era quello del tipico uomo che ha una lavoro ordinario, un rapporto di coppia ordinario, una vita ordinaria, un armadio ordinario. Il tipico uomo che ama parlare del lavoro che in realtà detesta. Il tipico uomo che passa ogni mercoledì e giovedì a fare volontariato in parrocchia o all’UNICEF. È l’uomo che maledici quando, andando di fretta, lo vedi pararsi davanti a te, sorridendoti e mostrandoti uno schifoso volantino con sopra stampate le immagine di bambini malnutriti.
È l’uomo perfetto. Quello che sorride alla propria suocera, durante il pranzo domenicale. È l’uomo che ogni mese segna il consumo dell’energia elettrica, del gas, e controlla quanto sta crescendo il suo fondo per la previdenza sociale.
Insomma, il tipico “bravo ragazzo”. Proprio quello che ha una collezione di filmati e foto porno conservati in una cartella denominata “file”, nel bel mezzo di altre cartelle del disco locale; lì dove nessuna fidanzata andrebbe a curiosare.
Di tutto e di più! Dal bondage al porno amatoriale. Dai classici del porno, fino ai filmati di minorenni raccattati sui peggiori forum del web. Dalle gang bang ai video di stupri: cento per cento naturale! La vita al naturale di un uomo malato, nascosta dietro al sorriso di un bravo ragazzo.
Impossibile?
Guarda il tuo vicino, guarda il tuo capo, guarda tuo padre, tuo marito, tuo fratello, tua moglie, tua figlia.
Troverai una generazione di esseri socialmente perfetti, che nascondono dietro al mobile un vibratore, una carota ancora sporca di vasellina, un cuscino di gommapiuma con un foro nel mezzo che ancora emana un tremendo tanfo di sperma, non dissimile da quello che si sente in una pescheria.
Troverai ovunque simili cose. In ogni casa. In ogni PC. Persino nella cartella denominata “Vuota” nel computer dell’avvocato Casaretti, il tipo simpatico che ti sorride sempre, inimmaginabile amante dei porno in cui si simulano scene di stupri. Oppure in un HD appartenente al Dottor Bartolini, quel simpatico uomo che ti controlla la schiena e la gola, per poi masturbarsi vedendo filmati amatoriali di minorenni sodomizzati con falli di gomma: Un archivio segreto che farebbe rabbrividire anche quello del caro signor Nicoletti, il sacrestano della tua parrocchia a cui affidi i tuoi figli, ogni lunedì e mercoledì, perché imparino la parola di Cristo.
Troverai di certo anche Eddy, ancora lì fermo a fumare e bere, ora fissando la ragazza accanto all’uomo perfetto. Una ragazza pallida e leggermente sovrappeso, banale almeno quanto il suo costume bianco sporco, e la montatura dei suoi grossi occhiali.
Lei di certo conosceva bene l’archivio segreto del proprio fidanzato.
Sì, quella ragazza insignificante sapeva di certo tutto, pensò Eddy, fissandola con aria disgustata.
Lei sapeva tutto. Ecco perché guardava con odio quella donna, Miss Nirvana, perché sapeva che mai avrebbe raggiunto il suo posto. Mai sarebbe finita in hard disk pieno di porno, amati dal suo nobile uomo.
Ma il suo disgusto richiamava all’ordine il suo bravo amore, portandolo a fingere ulteriore disgusto nel vedere il corpo di Miss Nirvana, mentre con la mente già la stava rinchiudendo nel proprio archivio segreto.
Dio, fissandoli ancora, Eddy sorrise e poi chinò lo sguardo. Fissando per un attimo la sabbia illuminata dal sole, e poi chiudendo gli occhi, rivedendo in tanta finzione il mondo in cui si trovava. Il mondo in cui era costretto a vivere. Il mondo che mai l’avrebbe abbandonato.
“Che cazzo ci faccio qui?” pensò ancora. Aprendo gli occhi. Alzando lo sguardo e fumando ancora la sua Marlboro.
Ed eccoli lì, nel mezzo di altri volti, di altri corpi di gomma sparsi ovunque, vide l’icona perfetta della Sacra famiglia.
Loro erano un’accusa contro tutti i suoi sogni mai realizzati. Quelle illusioni che gli fecero ingoiare da bambino a furia di violente cucchiaiate.
Quella bambina che in fondo desiderò di essere. La piccola Laura Ingalls che correva nella prateria, sorridente verso il suo saggio, forte, premuroso padre Charles Philip Ingalls. Oppure il piccolo Jeff che corre e ride assieme a Lassie. Sì, Lassie, proprio come il cane che aveva un tempo Eddy. Il nome dato al 90% dei cani di tutto il mondo. E come il 90% dei cani di tutto il mondo, incapace di fare qualcosa di diverso dal rotolarsi sul pavimento, porgere la zampa, o scodinzolare innanzi al cibo.
Quelle furono le immagini che passarono nella sua mente, vedendo quell’allegra famiglia. Guardando attori intenti a interpretare una parte; non altro che un ruolo. Non altro che finzione.
E quel capo famiglia lì davanti a lui, chi era mai?
Forse era il buon dottor Cliff Robinson. E a parte il colore della pelle, ne aveva tutta l’aria.
Il tipico uomo realizzato, acculturato, socialmente approvato.
È il tuo medico di fiducia; il dottor Rossi, quello che hai visto sempre con addosso un camice bianco. Sempre sorridente, persino quando ti diagnostica un cancro al colon. Ma così sorridente nel farlo, che vorresti quasi ringraziarlo. Lui, capace di inculcarti fiducia e speranza in ogni momento. Quella stessa fiducia nella vita che cercava di propinare alla sua famiglia, a colpi di grandi sorrisi. I suoi cooprotagonisti di quella nuova serie Tv di successo: “La meravigliosa famiglia del dottor Rossi”.
In ordine di apparizione: Moglie milf dal seno rifatto, sedere ancora in forma e lunghi riccioli neri unti da qualche balsamo di marca; forse del Patch Back Pain. E poco distante da lei, in procinto di correre verso il paparino, una ragazzina di appena sedici anni, con il costume sin dentro alle natiche e il fisico che non ha nulla da invidiare a quello delle maggiori pornostar.
Eddy vide correre quella ragazzina tra le braccia del dottor Rossi. Abbracciandolo e sorridendo, mentre la mammina imponeva loro di mettersi in posa, così da immortalare in una foto quella meravigliosa vacanza. La loro meravigliosa e fasulla vita, falsa come una foto ottenuta dopo mille scatti.
Ma la foto va fatta sempre. Deve essere fatta! E alla fine deve essere perfetta. Proprio come tutte le foto che raffigurano una vacanza. Proprio come la foto della famiglia Rossi, dove il padre sorride, stringendo la propria bambina, e lasciando forse che il mare nasconda la propria erezione, o magari pensando a quanti uomini siano stati dentro a sua figlia.
Tutte cose da non dire. Tutte cose da tenere nascoste nella cartella “File” nel disco locale di un PC. Tutte cose che non vedrete mai nella serie Tv “La meravigliosa famiglia del dottor Rossi”. Un successo garantito! Almeno otto stagioni.
Eddy lì fissò ancora una volta. Tutto attorno a lui girava. Il sorriso smagliante del dottor Rossi gli ricordava la propria imperfezione, proprio come fanno i sorrisi delle star della televisione quando durante la notte di capodanno fanno festa, lì davanti agli occhi di un vecchio solo che non ha che come compagnia un televisore; le lancette che scandiscono il tempo e al tempo stesso la sua condanna.
Ansimò, dolorante come uno a cui hanno appena strappato un dente dalle profonde radici.
Si guardò attorno, in cerca di uno spiraglio d’aria. Cercando di non soffocare, mentre la sabbia cocente e le onde roteavano attorno a lui, così come i volti, i sorrisi e le risate di quegli sconosciuti. Vecchi o famiglie. Mocciosi che urlavano, giocando per la spiaggia e facendo volare in aria la sabbia. Coppie silenziose che comunicavano con chissà chi grazie a degli smartphone. Qualcuno che suonava la chitarra, cercando di risultare perfetto come Miss Nirvana. E ancora altri corpi; corpi orrendi o corpi seducenti che in microscopici costumi urlavano al mondo “Guardami, desiderami, venerami”.
Né fissò uno in particolare. Un corpo forse sedicenne, proprio come quello della figlia del dottor Rossi; il protagonista della serie Tv che tutti avrebbero amato.
Ma tornò subito in sé!
Si guardò attorno con fare prudente e al tempo stesso acuto.
Okay, nessuno l’aveva visto. Era ancora salvo. Non sarebbe stato lapidato per aver fissato il culo di quella giovane ragazza.
Decise però di non rischiare ulteriormente. Certe cose possono costarti caro. Possono costarti la libertà e la vita.
Così raccattò dallo zaino un paio di occhiali scuri e se li piazzò sul viso.
Diede ancora un sorso alla birra, tornando al culo della ragazza. Ma lei si alzò lentamente, scrollandosi la sabbia da dosso e incamminandosi su quella spiaggia.
Eddy la seguì con lo sguardo. Vide quel culo morbido muoversi tra vecchi, bambini urlanti, e gente stesa su teli da spiaggia, finché svanì del tutto in mare.
Così porse la sua attenzione su altro. Cercò altro, e non faticò a trovarlo.
Sì, in ogni dove quella spiaggia era piena di altri corpi. Corpi belli. Corpi sodi. Corpi giovani. E lui li fissava tutti da sotto ai suoi occhiali da sole, bevendo la sua birra e tastandosi il cazzo di tanto in tanto. Proprio come farebbe ogni persona da te odiata. Proprio come farebbe tuo marito. Proprio come farebbe tuo figlio. Proprio come farebbe l’eroe della tua fiction televisiva preferita. Proprio come faresti tu.
Un’intera spiaggia stuprata! Non risparmiò neanche le adolescenti. Fissò quei corpi pensando a quanto avrebbe voluto scagliarsi su ognuno di essi.
Ma ritornò in sé.
Sospirò, chinò lo sguardo e si ficcò in bocca un’altra sigaretta, per poi accenderla.
“Che cazzo ci faccio qui?” pensò ancora, fissando quella gente. Quelle brave famiglie. Quei bravi vecchi che non chiudevano un attimo le loro cazzo di bocche.

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Beh, dopo aver pubblicato nove lavori con editori free, e dopo aver scritto due romanzi che sto cercando di far arrivare solamente alle BIG, penso di poter provare il sefl, pubblicando il più cruento romanzo mai scritto: “LA MASCHERA”.Per voi su Amazon.

Qual è il prezzo di un amore? Quanto costano i ricordi?
Trenta euro! Sì, ecco quanto. Ecco quanto il mondo valuta il tuo amore, i tuoi ricordi, le tue illusioni.
Ero infatti uscito da meno di un’ora da uno di quei negozi di “Compro oro”. La vera immagine del mondo.
Entri lì, da solo, disperato, con in tasca non altro che i tuoi ricordi. Entri, e ti trovi davanti uno sconosciuto. Uno sconosciuto che ti fissa da dietro un vetro, sapendo già perché stai lì.
E anche tu lo sai. E sai di non aver scelta, o almeno se vuoi sopravvivere qualche altro giorno.
Dunque lo fai! Dai a quello sconosciuto i tuoi ricordi. Lui li fissa senza cura. Li pesa, li valuta, e poi ti dà dello squallido denaro in cambio di essi.
Trenta euro! Ecco quanto valgono i tuoi ricordi. Ecco quanto vale il ricordo di un amore. E tu vorresti piangere, vorresti urlare, vorresti morire. Vorresti rinunciare a quei soldi, solamente per aver con te ancora quei ricordi; brutti o belli che siano, ma qualcosa di prezioso. Qualcosa di vero. Qualcosa in cui hai bisogno di credere, per non sentirti vuoto, inutile, morto.
Eppure hai bisogno di quei soldi. Dunque non dici niente. Vai via, sentendo una lama che ti spacca in due.
Trenta denari! Lo stesso prezzo che ebbe Giuda per aver tradito Cristo. Il prezzo attribuito al suo amore per Cristo. Il prezzo conferito al mio amore per Mara.
Già, Mara. Era passato un mese da quando mi aveva mollato, e io come un povero idiota ancora la pensavo. Pensavo a un anno passato assieme a lei, a tutti i giuramenti che mi aveva fatto, le parole dolci da lei dette, e il modo in cui mi aveva piantato; da un giorno a un altro!
Sì, la notte prima aveva detto di amarmi, e il mattino dopo disse che voleva altro dalla vita.
Dannata troia! E io che ancora la pensavo. Ancora che stavo male per aver venduto quel dannato anello che le avevo regalato.
Voleva altro. Sì, come no. E uno capisce di voler altro improvvisamente? Da un giorno a un altro?
Cazzate! Quella stronza aveva di certo conosciuto un altro. Ecco la verità. Qualcosa di reale come il mio essere ridicolo nel pensarla ancora.
Sì, trenta euro. E probabilmente per Mara il nostro amore doveva valere anche meno.
Poco male. Almeno avevo in tasca un po’ di soldi. Non molti, ma dato che non avevo un soldo, e che avrei preso lo stipendio tra due giorni, quei trenta euro per me erano davvero tanti. Forse persino qualcosa di più grande dell’amore di Mara.
Quei soldi mi permisero di fare ciò che ogni bravo fallito fa quando viene mollato da una donna. Mi permisero di bere. Di ubriacarmi, donandomi la compagnia dalla bottiglia. Il solo modo che ha un fallito per scandire il tempo.
E lo stavo facendo eccome. Sì, era ormai più di un’ora che me ne stavo seduto al bancone di un bar nei pressi della stazione centrale di Napoli, bevendo il mio secondo boccale di birra.
Le luci attorno a me erano soffuse, e illuminavano in maniera Caravaggesca le mura e i tavolini di legno di quel bar, e i volti della gente in quel posto. Dei volti stanchi, silenziosi, rassegnati. Povera gente come me. Gente cattiva come me. Gente inutile come me. Gente che se ne stava seduta a fissare il bicchiere, senza avere nessuno con cui parlare, o avendo al massimo qualche sconosciuto che continuavano a chiamare amico. Qualche sconosciuto che chiamavano amico, proprio come lo stronzo affianco a me.

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“NUDA”, un viaggio in una malattia. Un viaggio nel volto di Eva; il volto di una bambina bisognosa d’amore, di una vittima, di una carnefice, di una malata. Un romanzo che riuscirà ad arrivare al posto giusto.

Con un fendente, stringendomi forte, mi trapassò le carni e l’anima.
Un gemito di piacere e di dolore rimbombò in quella tomba in cui noi, condannati a morte, stavamo perpetuando il delitto che ci avrebbe condotti infine al suicidio.
Lui iniziò a muoversi su di me con decisione. Con forza. Stringendomi come se volesse stritolarmi. Mordendomi il collo come se volesse lacerarlo. E io, sotto di lui, mi muovevo al suo stesso ritmo. Ero io a scopare lui, non lui me. Ero io a violentare me stessa, non lui. Era quello il mio masochistico delirio, e io ero le mie dita divorate. Il vomito gettato nel cesso dopo una lunga abbuffata. Ero la mia fica smembrata dalla sua violenza. Dalla mia violenza. Dalla voglia di non essere mai nata. Da quella voglia di morire, perché incapace a vivere.
“Pugnalami. Pugnalami. Pugnala il mio cuore marcio. Puniscimi per essere nata”.
Questo rimbombava nella mia testa mentre il mio corpo, come fosse una bambola di plastica, veniva scosso dalle sue spinte. Colpi simili a pugnalate in cui era intriso tutto il suo dolore nei confronti di una vita che l’aveva relegato in un dipinto. Quella mia stessa rabbia che, con atti masochistici, si scagliava contro di lui, costringendolo ad uccidermi e uccidersi. Colpendolo mentre lui mi colpiva. Muovendomi assieme a lui mentre la stanza roteava attorno a noi: tutto confuso, stordito, lontano. Come se non fossimo più noi a stare lì, ma solamente le viscere di due cadaveri ormai putrefatte. Solamente sangue che nessuno avrebbe mai lavato via. Il sangue di vite gettate, mai nate; aborti strappati dal grembo materno e lasciati al freddo, mentre i pochi secondi di vita ancora pulsavano nei loro informi cuori, mostrandogli una vita che mai avrebbero avuto. Un nome che mai avrebbero avuto.
E qual era il mio nome? Qual era il suo nome?
Un gemito di rabbia donò un nome a entrambi, mentre lui, stritolandomi, diedi un colpo fortissimo in me, accolto dal mio pube famelico; dal mio corpo affamato di quella vita rubata, lì sotto di lui, dimenandosi come fossi indemoniata.
Infine, si lasciò cadere su di me. Nel buio. Nel buio che celava quel delitto.
Ansimante e sudato, iniziò ad accarezzarmi il viso, baciandomi dolcemente le labbra e sorridendo.
Ecco, tutto era fatto. Tutto era finito. Un altro dente tolto. Ancora un dolore per anestetizzare un altro dolore.
Era cambiato qualcosa?
No, non ero più io lì. Non era più lui lì.
Sconosciuti, ecco cos’eravamo. Due drogati che detestavano la propria droga, convincendosi che non ci fosse nulla di meglio al mondo.
Avrei mai lasciato la mia droga? E lui, avrebbe mai lasciato la sua di droga?
No! E me lo disse con un’altra pugnalata. La più dolorosa. Quella che arriva sempre, presto o tardi.
«Sono così innamorato di te» mi sussurrò in un orecchio. Penetrandomi ancora una volta. Lasciando che un infernale virus si addentrasse in me, divorando voracemente ogni parte del mio corpo.
Era la bugia sovrana di ogni altra bugia.
Lui l’aveva già detta ad altre persone. Io l’avevo già detta ad altre persone.
Eravamo entrambi sadici carnefici e masochistici sciocchi.
Stavamo ancora una volta uccidendo qualcuno. Ci stavamo ancora una volta suicidando. E le mie dita nei suoi capelli, il mio sorriso e quel tenero bacio, furono il sigillo che sugellarono la nostra comune colpa. Furono parte del suo stesso movente. Noi, ora stesi sulle nostre illusioni, illudendoci ancora che fossero dei sogni, e accrescendo un dolore che presto o tardi ci avrebbe divorati.
E quanto tempo ci sarebbe stato ancora concesso?
Fu una mia carezza a rispondere. Ancora una volta. In quel silenzio che ormai svelava la realtà di un rapporto mai nato. La storia tra due persone che non avevano nulla da dirsi. Che avevano consumato tutto in un celere falò, inebriandosi di una cruenta emozione, nuovamente convincendosi che essa potesse perdurare in un sentimento cui solo e unico nome era bisogno.
E di cosa avevo bisogno in quel momento, ormai desta, vedendo il mio e il suo sangue sulle mie labbra?
Avevo bisogno di vomitare, ecco cosa.
Ancora una volta mi ero abbuffata. Ancora una volta mi facevo schifo. Ancora una volta avevo pagato per la colpa di essere venuta al mondo.
Ora dovevo solamente vomitare quello schifo. Vomitare me stessa. Poi cercare nuovamente di essere perfetta, modellando il mio corpo e la mia anima con un forzato digiuno, finché non sarebbe giunta la nuova abbuffata. La nuova condanna. Il nuovo fallimento di quella mia corsa verso una vita perfetta. Verso una vita inesistente.
Mi alzai dal letto, come la più dolce e devota delle spose, e dopo un altro bacio, andai verso il bagno.
Aveva pulito anche quello. Aveva cercato in ogni modo di celare la sua malattia, come io in ogni modo cercavo di nascondere la mia.
Mi avvicinai allo specchio e mi fissai. Non mi riconoscevo. Non vedevo il mio volto, ma solamente uno schifoso mostro. Un mostro bastardo e crudele, capace di far del male a tutti semplicemente con la propria esistenza.
Allungai le mani verso lo specchio, sfiorandolo come se potessi toccarmi.
Scostai la mano e, violentemente, sputai contro lo specchio.
«Stronza. Fai schifo!» strepitai, fissando la mia immagine distorta da quello sputo. Dal mio ribrezzo verso me stessa e la mia vita imperfetta.
Mi guardai ancora allo specchio. Trucco sbavato sul viso di una bambina mai cresciuta. Una puttana dell’Est gettata per strada, violentata infinite volte, al punto da diventare cattiva, spietata, inesistente: non altro che una sadica violentatrice. Il riflesso di una violenza mai guarita.
E ciò mi giustificava? Giustificava il male perpetuato nei miei confronti? Giustificava il sangue appena succhiato da quel corpo cui, unica colpa, era stata quella di accogliere il mio incessabile urlo d’amore?
Avrei dovuto scappare via, ma al di là di quello stupro a cui mi ero concessa, in me ribolliva ancora l’eroina della sua tenerezza. La dolcezza mai avuta da mio padre. La fiducia e la stima mai ricevuta. La vita che da sempre ricercavo. Quella vita perfetta. Quella vita in cui io ero perfetta e degna d’amore.
No, non potevo rinunciare a quella mia droga. A ogni costo. Anche al costo di stracciarmi da dosso la pelle?
E la sua di pelle?
In quel momento non vidi altro che il mio riflesso allo specchio. Ora di nuovo perfetto, dopo aver pulito quella macchia e ogni mia colpa. Pronta a rientrare in scena. Pronta a lottare per la mia vita. Pronta a lottare per la mia illusione. Per la mia masochistica e al tempo stesso sadica voglia di vita.

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“NUDA”, il volto doloroso di una malattia. Una fame d’amore che può portare a stracciare via la propria pelle e quella di coloro che ti amano.

“Pugnalami. Pugnalami. Pugnala il mio cuore marcio. Puniscimi per essere nata”.
Questo rimbombava nella mia testa mentre il mio corpo, come fosse una bambola di plastica, veniva scosso dalle sue spinte. Colpi simili a pugnalate in cui era intriso tutto il suo dolore nei confronti di una vita che l’aveva relegato in un dipinto. Quella mia stessa rabbia che, con atti masochistici, si scagliava contro di lui, costringendolo ad uccidermi e uccidersi. Colpendolo mentre lui mi colpiva. Muovendomi assieme a lui mentre la stanza roteava attorno a noi: tutto confuso, stordito, lontano. Come se non fossimo più noi a stare lì, ma solamente le viscere di due cadaveri ormai putrefatte. Solamente sangue che nessuno avrebbe mai lavato via. Il sangue di vite gettate, mai nate; aborti strappati dal grembo materno e lasciati al freddo, mentre i pochi secondi di vita ancora pulsavano nei loro informi cuori, mostrandogli una vita che mai avrebbero avuto. Un nome che mai avrebbero avuto.
E qual era il mio nome? Qual era il suo nome?
Un gemito di rabbia donò un nome a entrambi, mentre lui, stritolandomi, diedi un colpo fortissimo in me, accolto dal mio pube famelico; dal mio corpo affamato di quella vita rubata, lì sotto di lui, dimenandosi come fossi indemoniata.
Infine, si lasciò cadere su di me. Nel buio. Nel buio che celava quel delitto.
Ansimante e sudato, iniziò ad accarezzarmi il viso, baciandomi dolcemente le labbra e sorridendo.
Ecco, tutto era fatto. Tutto era finito. Un altro dente tolto. Ancora un dolore per anestetizzare un altro dolore.
Era cambiato qualcosa?
No, non ero più io lì. Non era più lui lì.
Sconosciuti, ecco cos’eravamo. Due drogati che detestavano la propria droga, convincendosi che non ci fosse nulla di meglio al mondo.
Avrei mai lasciato la mia droga? E lui, avrebbe mai lasciato la sua di droga?
No! E me lo disse con un’altra pugnalata. La più dolorosa. Quella che arriva sempre, presto o tardi.
«Sono così innamorato di te» mi sussurrò in un orecchio. Penetrandomi ancora una volta. Lasciando che un infernale virus si addentrasse in me, divorando voracemente ogni parte del mio corpo.
Era la bugia sovrana di ogni altra bugia.
Lui l’aveva già detta ad altre persone. Io l’avevo già detta ad altre persone.
Eravamo entrambi sadici carnefici e masochistici sciocchi.
Stavamo ancora una volta uccidendo qualcuno. Ci stavamo ancora una volta suicidando. E le mie dita nei suoi capelli, il mio sorriso e quel tenero bacio, furono il sigillo che sugellarono la nostra comune colpa. Furono parte del suo stesso movente. Noi, ora stesi sulle nostre illusioni, illudendoci ancora che fossero dei sogni, e accrescendo un dolore che presto o tardi ci avrebbe divorati.
E quanto tempo ci sarebbe stato ancora concesso?
Fu una mia carezza a rispondere. Ancora una volta. In quel silenzio che ormai svelava la realtà di un rapporto mai nato. La storia tra due persone che non avevano nulla da dirsi. Che avevano consumato tutto in un celere falò, inebriandosi di una cruenta emozione, nuovamente convincendosi che essa potesse perdurare in un sentimento cui solo e unico nome era bisogno.
E di cosa avevo bisogno in quel momento, ormai desta, vedendo il mio e il suo sangue sulle mie labbra?
Avevo bisogno di vomitare, ecco cosa.
Ancora una volta mi ero abbuffata. Ancora una volta mi facevo schifo. Ancora una volta avevo pagato per la colpa di essere venuta al mondo.
Ora dovevo solamente vomitare quello schifo. Vomitare me stessa. Poi cercare nuovamente di essere perfetta, modellando il mio corpo e la mia anima con un forzato digiuno, finché non sarebbe giunta la nuova abbuffata. La nuova condanna. Il nuovo fallimento di quella mia corsa verso una vita perfetta. Verso una vita inesistente.
Mi alzai dal letto, come la più dolce e devota delle spose, e dopo un altro bacio, andai verso il bagno.
Aveva pulito anche quello. Aveva cercato in ogni modo di celare la sua malattia, come io in ogni modo cercavo di nascondere la mia.
Mi avvicinai allo specchio e mi fissai. Non mi riconoscevo. Non vedevo il mio volto, ma solamente uno schifoso mostro. Un mostro bastardo e crudele, capace di far del male a tutti semplicemente con la propria esistenza.
Allungai le mani verso lo specchio, sfiorandolo come se potessi toccarmi.
Scostai la mano e, violentemente, sputai contro lo specchio.
«Stronza. Fai schifo!» strepitai, fissando la mia immagine distorta da quello sputo. Dal mio ribrezzo verso me stessa e la mia vita imperfetta.
Mi guardai ancora allo specchio. Trucco sbavato sul viso di una bambina mai cresciuta. Una puttana dell’Est gettata per strada, violentata infinite volte, al punto da diventare cattiva, spietata, inesistente: non altro che una sadica violentatrice. Il riflesso di una violenza mai guarita.
E ciò mi giustificava? Giustificava il male perpetuato nei miei confronti? Giustificava il sangue appena succhiato da quel corpo cui, unica colpa, era stata quella di accogliere il mio incessabile urlo d’amore?
Avrei dovuto scappare via, ma al di là di quello stupro a cui mi ero concessa, in me ribolliva ancora l’eroina della sua tenerezza. La dolcezza mai avuta da mio padre. La fiducia e la stima mai ricevuta. La vita che da sempre ricercavo. Quella vita perfetta. Quella vita in cui io ero perfetta e degna d’amore.
No, non potevo rinunciare a quella mia droga. A ogni costo. Anche al costo di stracciarmi da dosso la pelle?
E la sua di pelle?
In quel momento non vidi altro che il mio riflesso allo specchio. Ora di nuovo perfetto, dopo aver pulito quella macchia e ogni mia colpa. Pronta a rientrare in scena. Pronta a lottare per la mia vita. Pronta a lottare per la mia illusione. Per la mia masochistica e al tempo stesso sadica voglia di vita.

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