“NUDA”, un viaggio in una malattia. Un viaggio nel volto di Eva; il volto di una bambina bisognosa d’amore, di una vittima, di una carnefice, di una malata. Un romanzo che riuscirà ad arrivare al posto giusto.

Con un fendente, stringendomi forte, mi trapassò le carni e l’anima.
Un gemito di piacere e di dolore rimbombò in quella tomba in cui noi, condannati a morte, stavamo perpetuando il delitto che ci avrebbe condotti infine al suicidio.
Lui iniziò a muoversi su di me con decisione. Con forza. Stringendomi come se volesse stritolarmi. Mordendomi il collo come se volesse lacerarlo. E io, sotto di lui, mi muovevo al suo stesso ritmo. Ero io a scopare lui, non lui me. Ero io a violentare me stessa, non lui. Era quello il mio masochistico delirio, e io ero le mie dita divorate. Il vomito gettato nel cesso dopo una lunga abbuffata. Ero la mia fica smembrata dalla sua violenza. Dalla mia violenza. Dalla voglia di non essere mai nata. Da quella voglia di morire, perché incapace a vivere.
“Pugnalami. Pugnalami. Pugnala il mio cuore marcio. Puniscimi per essere nata”.
Questo rimbombava nella mia testa mentre il mio corpo, come fosse una bambola di plastica, veniva scosso dalle sue spinte. Colpi simili a pugnalate in cui era intriso tutto il suo dolore nei confronti di una vita che l’aveva relegato in un dipinto. Quella mia stessa rabbia che, con atti masochistici, si scagliava contro di lui, costringendolo ad uccidermi e uccidersi. Colpendolo mentre lui mi colpiva. Muovendomi assieme a lui mentre la stanza roteava attorno a noi: tutto confuso, stordito, lontano. Come se non fossimo più noi a stare lì, ma solamente le viscere di due cadaveri ormai putrefatte. Solamente sangue che nessuno avrebbe mai lavato via. Il sangue di vite gettate, mai nate; aborti strappati dal grembo materno e lasciati al freddo, mentre i pochi secondi di vita ancora pulsavano nei loro informi cuori, mostrandogli una vita che mai avrebbero avuto. Un nome che mai avrebbero avuto.
E qual era il mio nome? Qual era il suo nome?
Un gemito di rabbia donò un nome a entrambi, mentre lui, stritolandomi, diedi un colpo fortissimo in me, accolto dal mio pube famelico; dal mio corpo affamato di quella vita rubata, lì sotto di lui, dimenandosi come fossi indemoniata.
Infine, si lasciò cadere su di me. Nel buio. Nel buio che celava quel delitto.
Ansimante e sudato, iniziò ad accarezzarmi il viso, baciandomi dolcemente le labbra e sorridendo.
Ecco, tutto era fatto. Tutto era finito. Un altro dente tolto. Ancora un dolore per anestetizzare un altro dolore.
Era cambiato qualcosa?
No, non ero più io lì. Non era più lui lì.
Sconosciuti, ecco cos’eravamo. Due drogati che detestavano la propria droga, convincendosi che non ci fosse nulla di meglio al mondo.
Avrei mai lasciato la mia droga? E lui, avrebbe mai lasciato la sua di droga?
No! E me lo disse con un’altra pugnalata. La più dolorosa. Quella che arriva sempre, presto o tardi.
«Sono così innamorato di te» mi sussurrò in un orecchio. Penetrandomi ancora una volta. Lasciando che un infernale virus si addentrasse in me, divorando voracemente ogni parte del mio corpo.
Era la bugia sovrana di ogni altra bugia.
Lui l’aveva già detta ad altre persone. Io l’avevo già detta ad altre persone.
Eravamo entrambi sadici carnefici e masochistici sciocchi.
Stavamo ancora una volta uccidendo qualcuno. Ci stavamo ancora una volta suicidando. E le mie dita nei suoi capelli, il mio sorriso e quel tenero bacio, furono il sigillo che sugellarono la nostra comune colpa. Furono parte del suo stesso movente. Noi, ora stesi sulle nostre illusioni, illudendoci ancora che fossero dei sogni, e accrescendo un dolore che presto o tardi ci avrebbe divorati.
E quanto tempo ci sarebbe stato ancora concesso?
Fu una mia carezza a rispondere. Ancora una volta. In quel silenzio che ormai svelava la realtà di un rapporto mai nato. La storia tra due persone che non avevano nulla da dirsi. Che avevano consumato tutto in un celere falò, inebriandosi di una cruenta emozione, nuovamente convincendosi che essa potesse perdurare in un sentimento cui solo e unico nome era bisogno.
E di cosa avevo bisogno in quel momento, ormai desta, vedendo il mio e il suo sangue sulle mie labbra?
Avevo bisogno di vomitare, ecco cosa.
Ancora una volta mi ero abbuffata. Ancora una volta mi facevo schifo. Ancora una volta avevo pagato per la colpa di essere venuta al mondo.
Ora dovevo solamente vomitare quello schifo. Vomitare me stessa. Poi cercare nuovamente di essere perfetta, modellando il mio corpo e la mia anima con un forzato digiuno, finché non sarebbe giunta la nuova abbuffata. La nuova condanna. Il nuovo fallimento di quella mia corsa verso una vita perfetta. Verso una vita inesistente.
Mi alzai dal letto, come la più dolce e devota delle spose, e dopo un altro bacio, andai verso il bagno.
Aveva pulito anche quello. Aveva cercato in ogni modo di celare la sua malattia, come io in ogni modo cercavo di nascondere la mia.
Mi avvicinai allo specchio e mi fissai. Non mi riconoscevo. Non vedevo il mio volto, ma solamente uno schifoso mostro. Un mostro bastardo e crudele, capace di far del male a tutti semplicemente con la propria esistenza.
Allungai le mani verso lo specchio, sfiorandolo come se potessi toccarmi.
Scostai la mano e, violentemente, sputai contro lo specchio.
«Stronza. Fai schifo!» strepitai, fissando la mia immagine distorta da quello sputo. Dal mio ribrezzo verso me stessa e la mia vita imperfetta.
Mi guardai ancora allo specchio. Trucco sbavato sul viso di una bambina mai cresciuta. Una puttana dell’Est gettata per strada, violentata infinite volte, al punto da diventare cattiva, spietata, inesistente: non altro che una sadica violentatrice. Il riflesso di una violenza mai guarita.
E ciò mi giustificava? Giustificava il male perpetuato nei miei confronti? Giustificava il sangue appena succhiato da quel corpo cui, unica colpa, era stata quella di accogliere il mio incessabile urlo d’amore?
Avrei dovuto scappare via, ma al di là di quello stupro a cui mi ero concessa, in me ribolliva ancora l’eroina della sua tenerezza. La dolcezza mai avuta da mio padre. La fiducia e la stima mai ricevuta. La vita che da sempre ricercavo. Quella vita perfetta. Quella vita in cui io ero perfetta e degna d’amore.
No, non potevo rinunciare a quella mia droga. A ogni costo. Anche al costo di stracciarmi da dosso la pelle?
E la sua di pelle?
In quel momento non vidi altro che il mio riflesso allo specchio. Ora di nuovo perfetto, dopo aver pulito quella macchia e ogni mia colpa. Pronta a rientrare in scena. Pronta a lottare per la mia vita. Pronta a lottare per la mia illusione. Per la mia masochistica e al tempo stesso sadica voglia di vita.

14164043_10154301552546278_1823963199_o

Annunci

“NUDA”, il volto doloroso di una malattia. Una fame d’amore che può portare a stracciare via la propria pelle e quella di coloro che ti amano.

“Pugnalami. Pugnalami. Pugnala il mio cuore marcio. Puniscimi per essere nata”.
Questo rimbombava nella mia testa mentre il mio corpo, come fosse una bambola di plastica, veniva scosso dalle sue spinte. Colpi simili a pugnalate in cui era intriso tutto il suo dolore nei confronti di una vita che l’aveva relegato in un dipinto. Quella mia stessa rabbia che, con atti masochistici, si scagliava contro di lui, costringendolo ad uccidermi e uccidersi. Colpendolo mentre lui mi colpiva. Muovendomi assieme a lui mentre la stanza roteava attorno a noi: tutto confuso, stordito, lontano. Come se non fossimo più noi a stare lì, ma solamente le viscere di due cadaveri ormai putrefatte. Solamente sangue che nessuno avrebbe mai lavato via. Il sangue di vite gettate, mai nate; aborti strappati dal grembo materno e lasciati al freddo, mentre i pochi secondi di vita ancora pulsavano nei loro informi cuori, mostrandogli una vita che mai avrebbero avuto. Un nome che mai avrebbero avuto.
E qual era il mio nome? Qual era il suo nome?
Un gemito di rabbia donò un nome a entrambi, mentre lui, stritolandomi, diedi un colpo fortissimo in me, accolto dal mio pube famelico; dal mio corpo affamato di quella vita rubata, lì sotto di lui, dimenandosi come fossi indemoniata.
Infine, si lasciò cadere su di me. Nel buio. Nel buio che celava quel delitto.
Ansimante e sudato, iniziò ad accarezzarmi il viso, baciandomi dolcemente le labbra e sorridendo.
Ecco, tutto era fatto. Tutto era finito. Un altro dente tolto. Ancora un dolore per anestetizzare un altro dolore.
Era cambiato qualcosa?
No, non ero più io lì. Non era più lui lì.
Sconosciuti, ecco cos’eravamo. Due drogati che detestavano la propria droga, convincendosi che non ci fosse nulla di meglio al mondo.
Avrei mai lasciato la mia droga? E lui, avrebbe mai lasciato la sua di droga?
No! E me lo disse con un’altra pugnalata. La più dolorosa. Quella che arriva sempre, presto o tardi.
«Sono così innamorato di te» mi sussurrò in un orecchio. Penetrandomi ancora una volta. Lasciando che un infernale virus si addentrasse in me, divorando voracemente ogni parte del mio corpo.
Era la bugia sovrana di ogni altra bugia.
Lui l’aveva già detta ad altre persone. Io l’avevo già detta ad altre persone.
Eravamo entrambi sadici carnefici e masochistici sciocchi.
Stavamo ancora una volta uccidendo qualcuno. Ci stavamo ancora una volta suicidando. E le mie dita nei suoi capelli, il mio sorriso e quel tenero bacio, furono il sigillo che sugellarono la nostra comune colpa. Furono parte del suo stesso movente. Noi, ora stesi sulle nostre illusioni, illudendoci ancora che fossero dei sogni, e accrescendo un dolore che presto o tardi ci avrebbe divorati.
E quanto tempo ci sarebbe stato ancora concesso?
Fu una mia carezza a rispondere. Ancora una volta. In quel silenzio che ormai svelava la realtà di un rapporto mai nato. La storia tra due persone che non avevano nulla da dirsi. Che avevano consumato tutto in un celere falò, inebriandosi di una cruenta emozione, nuovamente convincendosi che essa potesse perdurare in un sentimento cui solo e unico nome era bisogno.
E di cosa avevo bisogno in quel momento, ormai desta, vedendo il mio e il suo sangue sulle mie labbra?
Avevo bisogno di vomitare, ecco cosa.
Ancora una volta mi ero abbuffata. Ancora una volta mi facevo schifo. Ancora una volta avevo pagato per la colpa di essere venuta al mondo.
Ora dovevo solamente vomitare quello schifo. Vomitare me stessa. Poi cercare nuovamente di essere perfetta, modellando il mio corpo e la mia anima con un forzato digiuno, finché non sarebbe giunta la nuova abbuffata. La nuova condanna. Il nuovo fallimento di quella mia corsa verso una vita perfetta. Verso una vita inesistente.
Mi alzai dal letto, come la più dolce e devota delle spose, e dopo un altro bacio, andai verso il bagno.
Aveva pulito anche quello. Aveva cercato in ogni modo di celare la sua malattia, come io in ogni modo cercavo di nascondere la mia.
Mi avvicinai allo specchio e mi fissai. Non mi riconoscevo. Non vedevo il mio volto, ma solamente uno schifoso mostro. Un mostro bastardo e crudele, capace di far del male a tutti semplicemente con la propria esistenza.
Allungai le mani verso lo specchio, sfiorandolo come se potessi toccarmi.
Scostai la mano e, violentemente, sputai contro lo specchio.
«Stronza. Fai schifo!» strepitai, fissando la mia immagine distorta da quello sputo. Dal mio ribrezzo verso me stessa e la mia vita imperfetta.
Mi guardai ancora allo specchio. Trucco sbavato sul viso di una bambina mai cresciuta. Una puttana dell’Est gettata per strada, violentata infinite volte, al punto da diventare cattiva, spietata, inesistente: non altro che una sadica violentatrice. Il riflesso di una violenza mai guarita.
E ciò mi giustificava? Giustificava il male perpetuato nei miei confronti? Giustificava il sangue appena succhiato da quel corpo cui, unica colpa, era stata quella di accogliere il mio incessabile urlo d’amore?
Avrei dovuto scappare via, ma al di là di quello stupro a cui mi ero concessa, in me ribolliva ancora l’eroina della sua tenerezza. La dolcezza mai avuta da mio padre. La fiducia e la stima mai ricevuta. La vita che da sempre ricercavo. Quella vita perfetta. Quella vita in cui io ero perfetta e degna d’amore.
No, non potevo rinunciare a quella mia droga. A ogni costo. Anche al costo di stracciarmi da dosso la pelle?
E la sua di pelle?
In quel momento non vidi altro che il mio riflesso allo specchio. Ora di nuovo perfetto, dopo aver pulito quella macchia e ogni mia colpa. Pronta a rientrare in scena. Pronta a lottare per la mia vita. Pronta a lottare per la mia illusione. Per la mia masochistica e al tempo stesso sadica voglia di vita.

5227053414_4dbd66037f_b

“NUDA”. Una dolorosa storia sull’anoressia e la bulimia. La storia di un bisogno d’amore che ti conduce a tutto, anche a ucciderti e uccidere.

Era la richiesta di una carezza o di un bacio? Il mio corpo! Condanna e al tempo stesso unica merce di scambio per ricevere quelle attenzioni che rincorrevo veloce come un ghepardo. Il solo pensiero ridondante per anni e anni. Un’ossessione. Ciò attorno cui tutto roteava. La mia immagine. La mia perfezione. Io, non altro che una pietanza raffinata da preparare alla perfezione; bellissima alla vista, forse nauseante al palato.
Rividi il mio volto, e i loro volti neanche li vedevo. Loro non erano mai esistiti, come forse non era mai esistito neanche Mario, e tantomeno Max. Erano solamente bocconi da ingoiare, ecco cosa. Non altro che bocconi da infilare voracemente nel mio corpo, per mettere a tacere le urla del mio incolmabile stomaco.
Chiudevo gli occhi e tappavo il naso per non sentire la puzza di decomposizione, e poi lasciavo che quel cibo entrasse in me. Lacerando le mie labbra. Riempiendomi. Facendomi sentire viva, e non soltanto uno scheletro posto in una tomba.
Dopo avrei vomitato tutto! Ancora una volta avrei vomitato la mia colpa.
Fissai meccanicamente il water. Innanzi a esso vedevo uno spettro. Uno spettro rannicchiato contro di esso, come se stesse dormendo, perché esausto dal peso della vita.
Ero io quello spettro?
In fondo non fu difficile liberarsi dalla colpa. Lo ricordavo bene. Ricordavo ogni momento. Quel rituale che avevo compiuto migliaia di volte.
A un certo punto tutto diventò meccanico, come se non fossi più io a farlo.
In fondo basta poco!
Apri l’acqua del rubinetto perché nessuno senta niente. Perché la colpa non sia mostrata al mondo.
Poi ti inginocchi per terra. Il pavimento è freddo contro le ginocchia, ma dopo un po’ non ci fai neanche più caso. No, sei solamente concentrata contro quell’acqua che ti fissa. Un vortice in cui stai per annegare.
Nel tempo non percepisci neanche più quel lieve fetore di piscio proveniente da quel cupo vortice. Vedi solamente quel turbine. Sai che è la tua liberazione. Il solo luogo dove gettare la tua colpa. Dove nascondere la fame violenta e schifosa di una tossica.
Sai che devi riversare lì l’eroina ancora calda nelle tue vene. E lo fai! Ci vuole poco. Due dita in gola, non altro, questo il prezzo della perfezione. Due dita in gola! Gli occhi si chiudono istintivamente, lacrimando, mentre inizi a tossire, sentendo le dita toccare qualcosa di viscido e caldo. La tua ugola che sembra spaccarsi. Il palato che si graffia. Poi, uno scatto fulmineo, e tu sprofondi in quel vortice, svanendo assieme al tuo stesso vomito. Gettando via ogni colpa, e lentamente la tua vita.
Ecco, basta poco. Non ci vuole molto per cancellare la colpa. Basta vomitarla!
E quante volte avevo vomitato la mia colpa? La mia colpa di essere una tossica!
Fissando quel bianco water, simbolo dei miei infiniti suicidi, non riuscivo neanche a ricordarlo.
Quando fu la volta in cui vomitai del tutto Eva, lasciando in quella gabbia non altro che una bambina abbracciata alla propria tomba?
Avevo vomitato lì ogni parte di me, fino a scomparire del tutto, e quel volto che ora vedevo allo specchio, fissandomi, non aveva nulla di me. Era ancora una volta un alimento per altri, atto ad attirare nella mia pancia altro cibo; una violenta abbuffata che avrebbe ucciso me e chiunque fosse capitato tra le mie mani.
Mi fissai ancora allo specchio. Quale parte del mio corpo avrei immortalato ora? Pensai, denudandomi, e vedendo la mia pelle coperta da un pesante manto di cemento.
Sarei mai riuscita a fotografare il mio cuore? E a qualcuno sarebbe interessato?
Pensai di nuovo a Max, accarezzando delicatamente i miei seni, come se stessi cercando di sentirmi viva, presente, reale.
Niente, non percepii nulla, se non dolore. E il pensiero di Max non mi faceva sentire meglio. Lui era un dito puntato contro la mia imperfezione. Un dito che mi accusava di non essere niente, se non una bambina viziata e fasulla. Solamente una banale e malefica bugiarda.
No, non avrebbe gradito alcuna foto, tantomeno l’immagine di un cuore fasullo. L’immagine da me vista, non quella reale.
Nulla era reale in quel momento, neanche il mio dolore, ora riversato in uno specchio in cui, come fossi su di un palco, vedevo la mia immagine. Quel mio corpo che celava un’anima sparita secoli fa, forse nella prima abbuffata, forse nel mio primo digiuno; di certo in quella prima volta che compresi come suscitare pena nel prossimo, tirando fuori dai loro corpi ogni brandello d’amore, ogni briciola di vita.
Anche in quel momento non desideravo altro. Ero un vampiro pronto a succhiare il sangue della propria vittima. Ero un’attrice pronta ad andare in scena, li a lavarsi e poi truccarsi, indossando la mia maschera di cerone e il mio vestito di cartapesta.
Ecco, ero perfetta. Ero tutto ciò che si potesse desiderare al mondo. Io, una bambina bellissima e dal cuore ferito. Un trucco lieve sul mio volto pronto a tramutarsi in quello della peggiore puttana. Il mio esile corpo che implorava e pretendeva un abbraccio da cui non mi sarei sottratta finché non avessi stracciato via la pelle del malcapitato.
Sì, ero pronta ad andare in scena. Ero perfetta. Le lacrime erano dimenticate. Max era dimenticato. Il mondo era lontano, e io ero sparita.
Non restava che il corpo di una puttana vestita da bambina. La prostituzione di una vita. Non altro che mercanzia avvelenata da svendere per strada.

bulimia

Provate a non piangere leggendo questa parte di “LEI”, mio romanzo che affonda gli artigli nel dolore che può causare l’abbandono, come scritto dalla psicoterapeuta (nonché autrice) Ismaela Evangelista, cui va il merito della sinossi e prefazione.

In poco tempo raggiunsi il mio palazzo. Era sempre uguale. Tutto è sempre uguale per i disperati!
Lo erano anche le donne?
Lara. Lara. Lara.
Se ti cavassero gli occhi, potresti dimenticare quanto visto? Se ti strappassero via le labbra, potresti dimenticare il sapore dei baci perduti?
Non dimenticheresti nulla, ecco cosa. Tutto rimarrebbe vivido nel tuo cervello. Sentiresti ancorai profumi. La sensazione del tatto. Una lieve risata conficcata nel tuo cervello.
Avrei dovuto strapparmi via il cervello, ecco cosa. E invece volevo ancora assaporare quei ricordi, come se ci fosse ancora qualcosa da sperare.
Una Lara andata via. Una Lara sparita. E una Lara forse solamente frutto della mia immaginazione.
Che coglione!
Meglio bere, pensai, entrando all’interno di quel mio putrido palazzo. E subito salii le scale, senza fissare nulla, né le mura decrepite attorno a me coperte da ridicole o volgari scritte, né tantomeno gli occhi che mi spiavano da dietro qualche porta.
Arrivai semplicemente al mio pianerottolo. Davanti la mia porta.
Tirai fuori il mazzo di chiavi. Uno spasmo nervoso mosse la mia mano, facendole cadere a terra.
Lara, pensai, raccogliendole e tirandomi su.
Senza neanche accorgermene il mio sguardo si rivolse contro il muro accanto la mia porta. Tra tante scritte, il mio sguardo mise a fuoco solamente una frase.
“Mara ti amerò per sempre”.
Un lieve e amaro sorriso solcò il mio viso, e il mio pugno si strinse forte, come se volessi spaccare il mazzo di chiavi nella mia mano.
Mara! E se fosse stata Lara?
Quante Lara esistevano al mondo? Quanti uomini erano stati massacrati da una Lara?
Forse il tipo che aveva scritto quella cazzata era morto da tempo, suicidatosi proprio a causa della sua Mara, oppure per colpa di Lara. E lei se ne stava nella propria bella casetta, crescendo la figlioletta di nome Jessica, facendosi scopare dal suo maritino Antonio, e dall’istruttore di zumba, Manuel. Mentre quel “Mara ti amo” restava lì perpetuo. Simbolo di una vita ridicola. Simbolo di una vita svanita. Simbolo di un’umiliazione subita.
Dio, avrei tanto voluto tappezzare quelle mura scrivendo “Mara la troia. Mara la troia. Lara la troia”.
Ma a che sarebbe servito?
Scriverlo non avrebbe cambiato l’umiliazione vissuta. Scriverlo non mi avrebbe riportato in vita. Scriverlo non avrebbe cambiato un cazzo di niente.
Così lasciai perdere. Rassegnato e sconfitto, proprio come sempre.
Aprii la porta ed entrai in casa. Tutto era buio. Forse erano le due passate, non lo sapevo.
Mia madre dormiva di certo, fortunatamente.
Almeno non sarei stato costretto a sentire nelle mie carni il suo triste sguardo che mi accusava di essere un figlio snaturato. Un errore, ecco cosa. Un errore per lei, un errore per Lara, un errore per il mondo.
Andai semplicemente avanti nel buio. Passi leggeri nel nulla. Uno spettro che vagava nella dimenticanza.
Arrivai in cucina. Come sempre non accesi la luce. D’istinto arrivai al frigo, aprendolo e prendendo una bottiglia di vino. E quando lo chiusi, nuovamente il buio mi avvolse. Ma per poco. Già, per molto poco.
Un’intesa luce calò su di me, avvolgendomi, quasi abbagliandomi.
E magari mi avesse accecato!
Sì, perché quando mi voltai verso la porta, lei stava lì ferma. Il suo volto ancora stravolto dal sonno, o forse dalle lacrime.
La fissai per qualche secondo. Quel suo goffo ed economico pigiama la faceva sembrare ancora più vecchia. Non altro che un cadavere lasciato lì a marcire in un abito una volta adatto a una festa, ora ridotto solamente a un cumulo di stracci. Proprio come il corpo di una vergine sfiorita.
Ed ero stato io a lasciarla lì? Ero stato io a ucciderla?
Con ogni probabilità sì. O forse eravamo semplicemente entrambi il risultato di un mondo senza pietà. Un mondo che favorisce solamente i ricchi e i vincenti, gettando in un ghetto i poveri e i perdenti.
Beh, quello era il nostro ghetto. Lo sapevo bene. Lo sapevo da sempre. Tutto si ripeteva ancora una volta, proprio come sempre. Meccanicamente. Ridondante e vuoto quando un’ossessione.
Eravamo per strada, pur avvolti da quattro mura. Da soli. Smarriti. Feriti. Tristi. In parte rabbiosi nei confronti di un mondo che ci aveva ingannato, illudendoci con sogni impossibili da raggiungere.
E su chi sfogare la propria rabbia, se non l’uno contro l’altro?
Ecco, i suoi occhi erano pieni di mestizia, ma anche di furore. Rabbia nel vedere la propria vita volare via. Una vita tradita. Una vita che neanche un figlio aveva reso tale.
Ero dunque io il colpevole. Lo sapevo.
Ero tutte le aspirazioni malriposte di quella donna. Ero la sua infanzia difficile. Il suo matrimonio fallito. La povertà che la stava divorando.
Ero il premio mai ricevuto nonostante tante fatiche. Quel “bravo” mai udito dopo il diploma. Quel bacio mai ricevuto dall’uomo amato.
Ero solamente una delusione, ecco cosa.
Io lo sapevo. Lei non riusciva neanche a mettere a fuoco quel pensiero, ma era così.
Lei non voleva davvero il mio bene. Il mio bene per lei equivaleva al mio bene secondo lei. Il mio bene per lei era il bene che pensava lei.
Avrei dovuto essere come lei mi voleva per farle del bene, e fare a me del bene, secondo il suo pensiero. Secondo quel suo sguardo che continuava a fissarmi, implorandomi di cambiare. Di non essere me. Di essere il suo pupazzetto. Un giocattolo, proprio come lo ero per Lara.
Invece ero solamente un errore. Uno scarto. Qualcosa di difettoso.
Ma ero stanco. Stanco di lei, stanco di Lara, stanco del mondo, stanco di me.
Dunque avanzai verso di lei. Desideroso solamente di chiudermi nel mio eremo per ubriacarmi. Passandole accanto senza guardarla. Attraversandola quasi, come fosse un fantasma.
Ma il suo sguardo mi seguì comunque. Il suo sguardo mi avrebbe seguito ovunque. Sempre. Proprio come lo sguardo di Lara. Proprio come quel mondo che non avrebbe mai smesso di opprimermi.
«Non ti basta ancora bere?» mi colpì alla schiena, violentemente, come una lancia scagliata da un Titano.
Mi fermai di colpo. Le gambe si pietrificarono.
Rabbia, odio, dolore, frustrazione. Un cocktail di liquame velenoso si faceva strada nelle mie vene, paralizzando gli arti e iniettando violenti e ridondanti pensieri nel mio cervello.
Lara. Lara. Lara.
Ecco cosa.
Il fremito nel mio corpo. I tendini che si spezzavano. Le ossa che si frantumavano.
Lei mi aveva abbandonato. Mia madre mi aveva abbandonato. Il mondo mi aveva abbandonato.
Io non esistevo! Non ero altro che un errore. Solamente un errore da cancellare, o un elettrodomestico guasto da riparare.
Poi ancora un colpo di lancia inferto alla mia schiena.
«Bravo! Continua a bere solamente e non mangiare niente» udii ancora. E a quelle parole mi voltai di scatto. I miei occhi rabbiosi fissarono i suoi. Il dolore di entrambi, ormai tramutato in rabbia, si scontrava come cumuli di detriti scagliati da violente valanghe.
Venimmo travolti entrambi. Morimmo entrambi. Dolore e rabbia ci avevano uccisi.
Lì in quel corridoio non rimasero che corpi. Cadaveri imbalsamati, lasciati lì a fissarsi con l’ultima espressione scolpita sul volto prima di morire. Uno sguardo d’odio nei confronti di un mondo che li aveva traditi. La rabbia per una vita svanita nel nulla, gettata via senza essere vissuta.
E qualcuno di noi avrebbe pagato il conto dell’altro?
No, ognuno stava pagando per sé. È la regola! Qualcuno paga sempre. E quel qualcuno sei sempre tu.
Tu che sei stato ingannato. Tu che hai perso tutto, e ora dovrai anche pagare.
E qual è il prezzo di una vita? Quanto vale una vita buttata via?
Non dissi niente. Ecco forse il prezzo del dolore. Solamente silenzio. Qualcosa che nasce in te quando neanche più la rabbia basta.
La fissai ancora. Intensamente. Sentendomi penetrato da lei, e penetrandola a mia volta.
Forse esplodemmo in un unico urlo. Membra sanguinolente su pareti congelate, e per terra non altro che sangue.
Per il resto non altro che freddo. Solamente silenzio, e la mia schiena offerta a quel dolore. Il mio silenzio contro quel cuore spezzato che mi stava urlando di aiutarla.
Ma non sapevo come aiutarla. Non potevo aiutare nessuno, nemmeno me stesso.
Camminai solamente. Sentendo lacrime battere contro le mie palpebre socchiuse, e un forte tremore squassare le mie carni.
«Ma non pensi a me?» sentii rimbombare in quel corridoio. Gelida sentenza scagliata contro un bastardo ribelle. Un cappio contro la mia gola. Il gas che usciva dalle pareti soffocandomi.
No, forse non pensavo a nulla. O forse stavo morendo nel pensiero di lei, lasciata da sola a morire nel vuoto, proprio come me.
Ma comunque fosse non riuscii a fare niente. Non altro che andare ancora avanti. Sentendo su di me quel tormento. Portandolo in me anche nella mia camera da letto. Arrivando lì, chiudendomi dentro. Barricandomi nel mio mondo e lasciando fuori ogni altro mondo. Tutto, tranne che Lara. Tutto tranne il nome del mio dolore. Il nome di quell’incubo che mi ostinavo a credere vita. Proprio come ogni notte.
Ed è questo che si desiderava da piccoli?

lui-06abbandono-solitudine-regressione-2572d8ce-c19b-4bde-9dff-08ec46bface9

“NUDA”. Il mio capolavoro! Qui non esistono vittime o carnefici, ma solamente persone che soffrono.

Nulla era reale in quel momento, neanche il mio dolore, ora riversato in uno specchio in cui, come fossi su di un palco, vedevo la mia immagine. Quel mio corpo che celava un’anima sparita secoli fa, forse nella prima abbuffata, forse nel mio primo digiuno; di certo in quella prima volta che compresi come suscitare pena nel prossimo, tirando fuori dai loro corpi ogni brandello d’amore, ogni briciola di vita.
Anche in quel momento non desideravo altro. Ero un vampiro pronto a succhiare il sangue della propria vittima. Ero un’attrice pronta ad andare in scena, li a lavarsi e poi truccarsi, indossando la mia maschera di cerone e il mio vestito di cartapesta.
Ecco, ero perfetta. Ero tutto ciò che si potesse desiderare al mondo. Io, una bambina bellissima e dal cuore ferito. Un trucco lieve sul mio volto pronto a tramutarsi in quello della peggiore puttana. Il mio esile corpo che implorava e pretendeva un abbraccio da cui non mi sarei sottratta finché non avessi stracciato via la pelle del malcapitato.
Sì, ero pronta ad andare in scena. Ero perfetta. Le lacrime erano dimenticate. Max era dimenticato. Il mondo era lontano, e io ero sparita.
Non restava che il corpo di una puttana vestita da bambina. La prostituzione di una vita. Non altro che mercanzia avvelenata da svendere per strada.

Fotolia_44696842_XS

Ecco il mio ottavo romanzo, seguito di Affamata d’amore, Un cielo di cemento. Romanzo, come il primo, ispirato a una storia vera.

Mi misi a sedere su di una lercia panchina. Puzzava di piscio e sudore. Mi sembrava di stare a casa!
Quello squallore, quella tristezza, la merda dei piccioni su di una statua, bottiglie vuote per terra, e un gruppo di barboni stesi su dei cartoni.
Uno di loro si tirò su e diede un sorso a una birra in latta, nonostante fossero appena le otto del mattino. Gli altri due rimasero stesi. Qualche piccione volò su quel monumento decaduto. Io restai seduto a leggere e fumare, mentre lontano da quello scenario simile a una donna stuprata e poi gettata per strada a fare la puttana, il mondo scorreva veloce, insensibile, senza cogliere la bellezza dell’umana tristezza di cui facevo parte.
Ovviamente pensai a Elisa. Lei amava Carver! Quel libro era pieno di simili personaggi. Personaggi proprio come me. Dei pagliacci malinconici che ridevano di se stessi, morendo in una pozza di merda.
Ma un libro è pur sempre solo un libro. Lei avrebbe retto alla realtà o presto o tardi avrebbe cercato altro? Magari uno di quegli pseudo artisti che parlano di rinascite spirituali e altre cazzate simili. E forse avrebbe rinnegato ogni cosa. Gettato merda su di me. Vedendomi solo come un errore da cancellare.
Sospirai, alzando lo sguardo verso quei barboni stesi sui cartoni. Pensando a cosa ne sarebbe stato della mia vita.
Sarei stato davvero assieme a Elisa per sempre? Assieme alla figlia dello stimato dottore. Lei che non conosceva per davvero la fame e la disperazione. La strada. Essere derisa. Trattata solo come merda. Come un niente!
La vedevo così dura. Lei veniva da un mondo così diverso dal mio. Non aveva mai temuto per davvero di finire per strada. Le sarebbe, in fondo, bastato un colpo di telefono, e qualcuno l’avrebbe tirata fuori dalla merda.
Avrebbe mai accettato il compromesso come lo stavo facendo io? Mischiare i nostri due mondi. Proprio come in una favola della Disney.
Bah, favole, amore eterno; ma cosa cazzo mi stava succedendo?
Forse avrei fatto bene a lasciarla io. Già, perché a conti fatti, quanto può durare un amore?
È solo un gioco di ruoli. Né più né meno. Due sconosciuti che si incontrano e si scelgono, e vengono scelti: in fondo stessa cosa!
Delle parole. Qualche risata. Entrambi già sanno di star giocando in modo malizioso.
Cambiano gli schemi di approccio. Alcuni sono davvero squallidi, ripetuti mille volte con mille volti. Altri sono passivi. Subiscono il corteggiamento, si lasciando andare, e poi nasce quella cosa chiamata “relazione”.
Eppure, tutte cose già fatte. Tutte cose già dette, in un modo o in un altro. Persone reputate speciali e diverse, proprio come in passato furono reputate speciali e diverse altre persone. Sorrisi donati già ad altri esseri umani. A conti fatti, gli stessi complimenti. La stessa complicità. Magari segreti confessati già ad altre persone, ma spacciati come unici, così da donare all’interlocutore l’illusione di essere una persona diversa da tutte. Privilegiata. Scelta tra mille.
Poi ecco la fine. A volte indifferenza. Altre volte solo odio. Addirittura urla, ricatti, minacce, denunce. E poi ancora un altro volto: di norma per la donna è più facile, per l’uomo un po’ meno. Altre volte è il contrario: dipende dalle parti! Ma alla fine si ricomincia tutto daccapo. Finché l’età sopraggiunge. Ci si accontenta. Ci si adagia su un nuovo amore speciale. Si decide di dar vita a quel “per sempre”. E poi ecco che la staticità inghiotte tutto. Tutto diventa freddo, nauseante, volgare. Dapprima il disgusto. Lei che vede lui sempre più brutto. Lui che vede lei sempre più flaccida. Un odio profondo per gli assorbenti di lei, disgusto per il piscio sulla tavoletta lasciato da lui. Serate infinite in cucina a mangiare davanti a un televisore perennemente acceso.
Ed ecco che i bambini crescono. Non sono più cuccioli da coccolare, ma solo un peso che lega due sconosciuti.
«È solo colpa tua» urlerà lei «Tu non ci stai mai. Non sai fare il padre!»
«Io mando avanti questa dannata casa» strillerà lui «Che cazzo vuoi più da me?»
E nel mezzo, creature condotte al macello cresceranno imbottite di nauseante sangue, scoprendo lentamente le menzogne a loro raccontate quando erano ancora bambini. La menzogna di una vita felice e speciale. Proprio come quella sognata da due sconosciuti, ora assieme per forza. Nel tempo, non odiandosi nemmeno più. Provando solo qualcosa di peggiore. Indifferenza! Non altro che indifferenza. Un freddo glaciale. Un gelo che tutto avvolge. In un tempo indefinito. Finché la morte di uno dei due metterà fine a un amore mai stato.
Ecco, ecco la realtà. Quello sempre successo. Quello che sarebbe successo. Quello che succedeva proprio in quel momento, a pochi passi da me, in quel mondo di cui non mi sentivo parte. Sempre di meno, ormai.
No, ancora qualcosa mi legava a quel mondo. Ancora una speranza. La speranza che almeno una volta l’amore potesse essere qualcosa di bello. Qualcosa in cui credere. Qualcosa di diverso.
Chiusi il libro e guardai quei barboni. Rividi il mio volto che lei aveva scelto così com’era. Rividi il suo volto, e risentii le sue parole che mi tirarono fuori dalla mia indifferenza.
La prima volta che la vidi. Il suo fare arrogante. Il mio cinismo.
Poi la curiosità!
Chi era quella sconosciuta che si poneva così nei miei confronti? L’aveva già fatto con altri, forse. Magari era solo annoiata.
Io decisi di crederla. Forse lei aveva creduto in me.
Non lo sapevo. Potevo solo sperare. Sperare che tutto fosse vero. Che per una volta l’amore fosse qualcosa di vero. Che lei fosse vera. Che noi fossimo veri.
Ma fu inutile perdersi in quei pensieri. Nulla era cambiato. Il tempo era passato su di me. Alcune pagine lette. Dei mozziconi a terra. La latta vuota lasciata dal barbone.
Mi alzai da lì e andai verso la stazione. Mancavano dieci minuti alle nove e quindici. Il suo treno sarebbe arrivato alle nove e quindici! Lei sarebbe arrivata alle nove e quindici.
Avanzai tra la folla, emozionato come uno scolaretto al suo primo giorno di scuola. Emozionato come un bambino la mattina di Natale. Emozionato come un uomo pronto a baciare per la prima volta una donna.
E l’avrei baciata, o avrei sfiorato solo un pezzo di ghiaccio?
Rimasi lì fermo sulla pensilina innanzi al binario. Attendendo. Guardando verso l’orizzonte, in attesa di quel treno. Tremando e sperando contemporaneamente.
Poi ecco qualcosa all’orizzonte. Era lei! Sì, lei era in quella massa di metallo che si avvicinava. Lentamente, da quel che sembrava all’occhio umano, ma in verità veloce al punto che passandomi innanzi fece sventolare la mia camicia.
Così raccolsi da terra lo zaino che avevo portato con me, a cui stava legato un sacco a pelo di quelli economici. Mi guardai attorno. Lentamente il treno si fermò. Alcune persone si avvicinarono a esso, aspettando che le porte si aprissero.
Io aspettai a mia volta. Camminando lentamente fino alla locomotiva e cercando di vederla da dietro un finestrino.
Non la vidi!
Le porte si aprirono. Alcuni volti scesero da quella tomba di metallo; una massa di carne pulsante rumorosa si accalcò attorno a me, defluendo come una cascata di sangue e viscere verso una direzione nascosta al mio occhio.
Mi feci spazio tra quell’ammasso di carne. Cercandola. Desiderandola. Ansioso e spaventato al tempo stesso.
Quando ecco che finalmente la vidi!
Era bellissima. Aveva addosso un vestito di cui mi aveva parlato. L’aveva comprato la settimana prima a Genova, andando lì con le ragazze. Disse che le metteva in risalto le forme. Ed era vero! Tremavo tanto era bella. Tanto la desideravo. Vedendola venire verso di me. A testa bassa e sorridendo. Forse emozionata proprio quanto me. E quando mi raggiunse alzò appena di un pò lo sguardo. Sorridendo. E in un attimo fiondandosi su di me.
La strinsi forte. Stritolandola d’amore e iniziando a baciarla. Sentendo le sue labbra muoversi al ritmo delle mie. Le mie labbra muoversi al ritmo delle sue. Le nostre lingue sfiorarsi, toccarsi, unirsi. Piccoli morsi sulle labbra. Dei sorrisi. Gli occhi chiusi. Il suo sapore. Il suo profumo.
Che diavolo era successo? Perché quel repetio cambiamento?
Sentivo il suo desiderio trasudare dalla sua pelle, fino a giungere nella mia. Sentivo la sua passione. La sua voglia. La sua felicità. Il suo amore.
Ecco, era di nuovo lei. Era la Elisa dei giorni di Napoli. Era lei, non c’era dubbio! E non m’importava il perché. Non m’importava niente, se non averla nuovamente lì con me. Davanti a me. Mentre mi baciava intensamente. Mentre mi donava se stessa. Finché ebbro di lei la strinsi con più forza e l’alzai da terra, cominciando a girare su me stesso. Vedendola sorridere come una bambina. Felice! Mentre il mondo attorno a noi scorreva insensibile. Meccanico. Senza percepire quella bellezza.
cielodicemento

Vedo spesso tanti figli di papà che parlano dei poveri. Ma voi la conoscete la strada? E se vi venisse tolto tutto, davvero non fareste ogni cosa per tornare tra gli eletti del mondo? Tratto da Senso uico, mio settimo romanzo.

Persino cagare è un problema quando si sta per strada.
Sì, la gente normale la mattina si alza da un letto e va nel bagno per cagare in un cesso. Niente di più facile al mondo! Direi una cosa persino naturale. Ma chi sta per strada, quando si alza da un cartone o da un marciapiede, non ha nessun cesso in cui cagare. E non può certo calarsi tutto e farla per strada, come se fosse un cane.
Chi sta per strada non è né un cane né un uomo. È un niente! Uno a cui è impedito persino cagare.
A volte, se si riesce a racimolare qualche centesimo chiedendo l’elemosina (cosa che imparai da subito), ci si può permettere di entrare in un bar spendendo ottanta centesimi per un caffè, così da pagarsi il diritto a usare il cesso. Ma non è sempre facile! No, non solo ottanta centesimi sono pur sempre ottanta centesimi per chi sta per strada, e comunque non li si riesce a racimolare ogni volta, ma c’è anche da contare il fatto che il più dei proprietari dei bar nel tempo ha ormai imparato la storia del cesso. Dunque ti farebbero sì prendere il caffè, ma appena avessi loro chiesto del cesso, quelli ti avrebbero risposto che era guasto, sapendo che saresti andato lì non per una pisciata, quanto per una bella cagata.
Dunque alcune volte sei costretto a rimedi estremi.
I bar sono territorio bruciato, e i cessi delle stazioni sono o chiusi a chiave (riservate alla brava gente), oppure a pagamento. E spendere un euro per una cagata non è una mossa saggia.
L’alternativa spesso è trovare un vicolo buio e solitario o magari un bosco, o roba simile. Chinarsi sulle proprie gambe, cagare al meglio, e poi nettarsi con fazzolettini o fogli di giornale. E questo senza lavarsi, ovviamente.
Detto così non sembra poi una cosa talmente tremenda. Ma provate a farla per giorni. Provate a cagare così per giorni, e poi mettervi per strada con il culo ancora sporco di merda.
Cristo, io dopo solo meno di una settimana ne avevo già la nausea, figuriamoci la gente che lo faceva da anni.
Piccole cose! Ecco, tutto è difficile per strada. È difficile persino trovare un posto dove stare a far niente.
Non si può stare seduti su di un marciapiede mentre la brava gente è indaffarata a fare spese o andare al lavoro. Farlo non solo ti costerebbe gli sguardi disgustati della gente (il che non conta un cazzo), quanto essere presi di forza da qualche sbirro e portati chissà dove.
Così le giornate le si passa di norma al posto dove si dorme. Così da tenersi strette anche le proprie cose ficcate in qualche busta.
Io ero riuscito a procurarmi una vecchia tracolla color verde militare. L’avevo presa dai rifiuti. A me sembrava nuova, ma qualche studentello aveva deciso di buttarla via.
Buon per me! Quella cosa mi serviva per ficcarci dentro le cose che riuscivo a comprare chiedendo l’elemosina.
Già, l’elemosina! Inizialmente sembra una cosa difficile. Una cosa umiliante. Anche se molti figli di papà la fanno da sempre, per comprarsi da bere o dell’erba, senza toccare i soldini dati da papà.
La chiamano colletta! La gente di strada invece non la chiama affatto. Non hanno bisogno di dare un nome a quel che fanno. A loro basta mettersi a terra, abbassare lo sguardo, e ficcarsi davanti un bicchiere di carta o un qualsiasi contenitore, sperando che qualche persona passando possa gettarvi dentro qualcosa, magari giusto per sentirsi degli uomini migliori.
Se va bene riesci anche a racimolare due o tre euro. A volte anche quattro. Ma devi avere proprio culo! E quei soldi raramente vengono usati per mangiare. No! Le vecchine spesso ti danno dei soldi dicendoti «Mi raccomando, comprati da mangiare, e non da bere». Ma tutti usano quei soldi per ubriacarsi o, se va bene, per fumare.
Sì, ironicamente il cibo è l’ultimo dei problemi per strada, diversamente da quanto pensano molti. Di cibo se ne trova sempre in un modo o in un altro, e questo senza scavare tra i rifiuti.
Nella mondezza scavavano solo quelli che hanno perso del tutto la testa. Gente come Orso. Gente che ormai ha deciso di chiudere ogni contatto con il mondo.
Per la gente che ancora ha un briciolo di ragione nel cervello, esistono molti posti dove trovare del cibo. Posti come la Caritas, per esempio, o quel furgoncino di volontari che distribuiva schifezze precotte di notte, alla stazione o in altri posti del cazzo, e dove io mi servii più di una notte.
Basta chiudere la bocca, fingere di sorridere, e mettersi in fila alla mensa in qualche posto pieno di gente sorridente. Pieno di piccole volontarie davanti alle quali ci si masturba tenendo nascosta la mano nella tasca dei calzoni, attendendo il rancio, con la consapevolezza che mai e poi mai si potrebbe fottere una di quelle. Quelle ragazze così profonde da voler sfamare la povera gente, ma che avrebbero offerto a bravi ragazzi del loro mondo la propria fica. E forse anche il culo.
Ma intanto la loro finta carità permette a chi sta per strada di scroccare un pasto a pranzo e a cena. E quando non si fa in tempo ad arrivare alla mensa, allora si usa un euro o più per del pane o dei wurstel, lasciando il resto per alcool. Vino in cartone perlopiù!
Sì, non comprarti da bere, ti dice la brava gente. Ma il bere è il solo modo per non impazzire del tutto lì in mezzo. Si cerca di stare sempre ubriachi. Di non vedere lucidamente quanto succede. Di non vedere lucidamente quella gente che gioisce e ride, mentre tu stai lì da solo, senza una vita, senza alcuna speranza.
Un alcolizzato! Già. La gente beve alle feste, alle cene di lavoro, alle cene di Natale, o a casa davanti alla televisione. Ma è vietato bere da soli in una stanza lercia e tantomeno farlo per strada, da soli su qualche marciapiede.
Io capii presto di non poter fare altro. Di non poter fare altro che bere, e racimolare sigarette raccattando i mozziconi gettati a terra dalla brava gente.
Compravo solo un pacchetto di cartine corte. Quelle grigie, che durano di più. E ci buttavo dentro il tabacco di quei mozziconi, così da poterne ricavare da fumare.
Fumo e alcool erano i miei soli compagni. I miei amici. I miei parenti. Le mie amanti.
Essi scandivano il tempo passato a spostarmi da un posto a un altro, senza una meta da raggiungere. Camminando solo, per non restare fermo tutto il tempo.
Essi scandivano il tempo quando me ne stavo fermo. Da solo, per terra, fissando il vuoto senza neanche il coraggio di pensare a un qualcosa di definito.
A niente! Se non a quella vita di merda. All’immagine di me nel vuoto assoluto.
Debole, vigliacco? Certo! Ma sfido chiunque a non aver bisogno di un qualsiasi appoggio per non impazzire.
La gente si appoggia alle religioni, ai soldi, alle mode, alla famiglia, alle persone stesse. Ma chi come me stava per strada, non poteva che appoggiarsi all’alcool e al fumo per sopravvivere. Per restare lucido… ma non troppo! Il giusto per non perdere in cervello, e allo stesso tempo non capire dove ci si trovava. Dove cazzo stava andando la propria vita.
Mi venne quasi da sorridere pensando a tutto ciò, mentre me ne stavo seduto su di un marciapiede poco distante dalla stazione, bevendo il mio vino in cartone e fissando le persone che si muovevano per strada come fossero tante locuste.
Sì, magari a lungo andare sarei morto di cirrosi o per un cancro ai polmoni. E stranamente non mi andava di morire, anche se quella di certo non si poteva definire vita.
Dove avrei dormito quella notte, sempre al solito posto? E avrei fatto in tempo a prendere da mangiare? Sarei riuscito a guardare quelle troiette sorridenti senza saltar loro addosso per pestarle e scoparle a sangue?
Forse sì, forse no. Non me ne fotteva un cazzo!
Ero sempre più un animale. Odiavo la gente! La guardavo camminare per strada con la voglia di prenderla a bastonate. E vedendo quelle stronzette che se ne andavano in giro con addosso minigonne e jeans ficcati fin dentro alle chiappe mi veniva voglia di assalirle per stracciar loro di dosso i vestiti e sbatterglielo dentro a più non posso. Punirle con il mio cazzo. Lacerarle con il mio cazzo. Devastarle con il mio cazzo. Uccidere il loro mondo con il mio cazzo.
Illusioni, non altro che illusioni!
Non potevo avvicinarmi a un essere umano, che quello scappava come se io fossi un appestato. Tanto più le donne! Persino quelle che si dicevano “anime libere” o “donne spirituali”.
Non mi restava che accettare quella vita senza piaceri. Quella vita fatta solo per sopravvivere, proprio come un animale.
Poi, improvvisamente, mentre stavo lì seduto a ubriacarmi alle due del pomeriggio, ecco che qualcosa mi passò per la testa. Qualcosa di nitido, stranamente.
Misi la mano in tasca, in quei jeans che non cambiavo da giorni, proprio come le mutande e tutto il resto, e tirai fuori il mio portafogli.
Dentro ci stava ancora quel biglietto da visita. Quello che mi aveva dato il dottor Grieco all’ospedale.
“Centro di assistenza per persone in difficoltà. Corso Arnaldo Lucci n°42”, questo ci stava scritto.
Persone in difficoltà! E lo ero?
Beh, certo che sì. Ma quel posto mi sembrava un qualcosa non diverso dalla Caritas, o da altri posti pieni di gente sorridente, pronta ad aiutare il prossimo senza però abbandonare le loro belle case e i pasti assicurati.
Chissà, di certo era proprio così. Eppure il dottor Grieco mi aveva dato davvero una mano quando mi trovavo in ospedale. E aveva detto che lo avrei trovato lì. Che lui faceva volontariato lì.
Non ricordavo neanche i giorni in cui lo avrei trovato, né sapevo di preciso che giorno fosse. Ma in fondo che cazzo me ne fotteva? Ero stato per cinque lunghi anni lontano dal mondo, senza sapere dove fossi, e che tempo fosse. Dunque per quel che ne sapevo poteva anche essere il 2016, e magari mi trovavo su Marte.
Decisi comunque di andarci. Non avevo niente da perdere. Non più ormai!
Senso unico