“NUDA”. Perché a volte una malattia ci devasta al punto da renderci carnefici. Una storia che vi stroncherà. Una storia destinata solamente alle BIG.

“Pugnalami. Pugnalami. Pugnala il mio cuore marcio. Puniscimi per essere nata”.
Questo rimbombava nella mia testa mentre il mio corpo, come fosse una bambola di plastica, veniva scosso dalle sue spinte. Colpi simili a pugnalate in cui era intriso tutto il suo dolore nei confronti di una vita che l’aveva relegato in un dipinto. Quella mia stessa rabbia che, con atti masochistici, si scagliava contro di lui, costringendolo ad uccidermi e uccidersi. Colpendolo mentre lui mi colpiva. Muovendomi assieme a lui mentre la stanza roteava attorno a noi: tutto confuso, stordito, lontano. Come se non fossimo più noi a stare lì, ma solamente le viscere di due cadaveri ormai putrefatte. Solamente sangue che nessuno avrebbe mai lavato via. Il sangue di vite gettate, mai nate; aborti strappati dal grembo materno e lasciati al freddo, mentre i pochi secondi di vita ancora pulsavano nei loro informi cuori, mostrandogli una vita che mai avrebbero avuto. Un nome che mai avrebbero avuto.
E qual era il mio nome? Qual era il suo nome?
Un gemito di rabbia donò un nome a entrambi, mentre lui, stritolandomi, diedi un colpo fortissimo in me, accolto dal mio pube famelico; dal mio corpo affamato di quella vita rubata, lì sotto di lui, dimenandosi come fossi indemoniata.
Infine, si lasciò cadere su di me. Nel buio. Nel buio che celava quel delitto.
Ansimante e sudato, iniziò ad accarezzarmi il viso, baciandomi dolcemente le labbra e sorridendo.
Ecco, tutto era fatto. Tutto era finito. Un altro dente tolto. Ancora un dolore per anestetizzare un altro dolore.
Era cambiato qualcosa?
No, non ero più io lì. Non era più lui lì.
Sconosciuti, ecco cos’eravamo. Due drogati che detestavano la propria droga, convincendosi che non ci fosse nulla di meglio al mondo.
Avrei mai lasciato la mia droga? E lui, avrebbe mai lasciato la sua di droga?
No! E me lo disse con un’altra pugnalata. La più dolorosa. Quella che arriva sempre, presto o tardi.
«Sono così innamorato di te» mi sussurrò in un orecchio. Penetrandomi ancora una volta. Lasciando che un infernale virus si addentrasse in me, divorando voracemente ogni parte del mio corpo.
Era la bugia sovrana di ogni altra bugia.
Lui l’aveva già detta ad altre persone. Io l’avevo già detta ad altre persone.
Eravamo entrambi sadici carnefici e masochistici sciocchi.
Stavamo ancora una volta uccidendo qualcuno. Ci stavamo ancora una volta suicidando. E le mie dita nei suoi capelli, il mio sorriso e quel tenero bacio, furono il sigillo che sugellarono la nostra comune colpa. Furono parte del suo stesso movente. Noi, ora stesi sulle nostre illusioni, illudendoci ancora che fossero dei sogni, e accrescendo un dolore che presto o tardi ci avrebbe divorati.
E quanto tempo ci sarebbe stato ancora concesso?
Fu una mia carezza a rispondere. Ancora una volta. In quel silenzio che ormai svelava la realtà di un rapporto mai nato. La storia tra due persone che non avevano nulla da dirsi. Che avevano consumato tutto in un celere falò, inebriandosi di una cruenta emozione, nuovamente convincendosi che essa potesse perdurare in un sentimento cui solo e unico nome era bisogno.
E di cosa avevo bisogno in quel momento, ormai desta, vedendo il mio e il suo sangue sulle mie labbra?
Avevo bisogno di vomitare, ecco cosa.
Ancora una volta mi ero abbuffata. Ancora una volta mi facevo schifo. Ancora una volta avevo pagato per la colpa di essere venuta al mondo.
Ora dovevo solamente vomitare quello schifo. Vomitare me stessa. Poi cercare nuovamente di essere perfetta, modellando il mio corpo e la mia anima con un forzato digiuno, finché non sarebbe giunta la nuova abbuffata. La nuova condanna. Il nuovo fallimento di quella mia corsa verso una vita perfetta. Verso una vita inesistente.
Mi alzai dal letto, come la più dolce e devota delle spose, e dopo un altro bacio, andai verso il bagno.
Aveva pulito anche quello. Aveva cercato in ogni modo di celare la sua malattia, come io in ogni modo cercavo di nascondere la mia.
Mi avvicinai allo specchio e mi fissai. Non mi riconoscevo. Non vedevo il mio volto, ma solamente uno schifoso mostro. Un mostro bastardo e crudele, capace di far del male a tutti semplicemente con la propria esistenza.
Allungai le mani verso lo specchio, sfiorandolo come se potessi toccarmi.
Scostai la mano e, violentemente, sputai contro lo specchio.
«Stronza. Fai schifo!» strepitai, fissando la mia immagine distorta da quello sputo. Dal mio ribrezzo verso me stessa e la mia vita imperfetta.
Mi guardai ancora allo specchio. Trucco sbavato sul viso di una bambina mai cresciuta. Una puttana dell’Est gettata per strada, violentata infinite volte, al punto da diventare cattiva, spietata, inesistente: non altro che una sadica violentatrice. Il riflesso di una violenza mai guarita.
E ciò mi giustificava? Giustificava il male perpetuato nei miei confronti? Giustificava il sangue appena succhiato da quel corpo cui, unica colpa, era stata quella di accogliere il mio incessabile urlo d’amore?
Avrei dovuto scappare via, ma al di là di quello stupro a cui mi ero concessa, in me ribolliva ancora l’eroina della sua tenerezza. La dolcezza mai avuta da mio padre. La fiducia e la stima mai ricevuta. La vita che da sempre ricercavo. Quella vita perfetta. Quella vita in cui io ero perfetta e degna d’amore.
No, non potevo rinunciare a quella mia droga. A ogni costo. Anche al costo di stracciarmi da dosso la pelle?
E la sua di pelle?
In quel momento non vidi altro che il mio riflesso allo specchio. Ora di nuovo perfetto, dopo aver pulito quella macchia e ogni mia colpa. Pronta a rientrare in scena. Pronta a lottare per la mia vita. Pronta a lottare per la mia illusione. Per la mia masochistica e al tempo stesso sadica voglia di vita.

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Alcune immagini della presentazione di Viola come un livido, più gli altri miei libri.

Pittoresca e sincera presentazione del romanzo Viola come un livido, edito dalla Damster edizioni a gennaio 2015, e terzo classificato al concorso Eroxè Contest 2015.
La presentazione si è tenuta giovedì 7 luglio nel meraviglioso locale Portico340, sito a Napoli, in Via Tribunali 340. Qui, l’autore, moderato dall’autrice Marianna Grillo (autrice di Amaranto ed Eden e il mare) a presentato i suoi lavori, rendendo partecipe il pubblico, anche grazie al carisma della sua amica e collega.
Un’esperienza al limite dell’umana sensibilità, dove l’autore e la relatrice hanno mostrato il volto di Marco e Alessandra/Violasan, protagonisti del romanzo, portando gli invitati a vivere il dramma dei due protagonisti. Il dramma di voler vivere una vita priva di maschere, ma non poterlo fare, risucchiati da una realtà formale che sta rubando loro un sogno. Il sogno senza barriere di due bambina alla ricerca del mondo, e di se stessi.

Hanno poi annunciato al pubblico i lavori di Marco Peluso: altri sette romanzi e un’antologia di racconti. Storie che mostrano il volto di un’umanità nascosta, e le paure che albergano in ogni essere umano.
Qui, l’autore, ha svelato al pubblico che forse entro l’inizio dell’anno prossimo anche i romanzi “Affamata d’amore” e “Un cielo di cemento” saranno disponibili in cartaceo.

Di seguito un piccolo estratto del romanzo.

Lei era tutto!
Io ero lì perso nel tutto, e per quanto lottassi non riuscivo a staccarmi da lei. Per quanto cercassi di restare lì nel mio mondo, nelle mie certezze, io non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava continuando a ridere. Tremava innanzi
a quella libertà mai provata pienamente. Quel suo poter stare
lì davanti a me con il corpo di Alessandra pur essendo pienamente
Violasan. Libera di succhiare il mio cazzo e bere fino all’ultima goccia di sborra, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi
“ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
O forse eravamo semplicemente pazzi. Pazzi nel pensare che
il mondo ci avrebbe permesso di vivere come volevamo. Nudi.
Scopando ovunque. Ridendo di tutto. Passando le nostre vite fottendocene del lavoro, della casa, delle banche, delle guerre e delle rivoluzioni.
Pazzi! Il mondo ci avrebbe ricucito addosso i nostri vestiti.
Ci avrebbe impedito di essere felici. Avrebbe relegato Violasan
nell’ombra della notte, chiusa in una chat, mentre Alessandra
avrebbe sposato un dottore o un avvocato, e io sarei finito suicida
a furia di lavorare in un call center.

Volete vedere il dolore umano? O magari l’amore! Quello vero. Quello che fa paura. In circa tre anni, otto romanzi, e un’antologia di racconti da me ideata. Lasciatevi scioccare dalla cruenta realtà.

THE WRITER
Fissai a lungo quella pagina. Per secondi che mi sembrarono anni. Senza che mi venisse in mente niente. Nessuna storia! Non una sola parola.
Otto romanzi scritti e quattro pubblicati, e non avevo più parole! Solo il vuoto. E quei miei merdosi e fasulli sorrisi ancora scolpiti nella testa.
Diedi un sorso forte alla bottiglia, come a volerli annegare.
Ma rimasero lì. Innanzi a me. Vividi e penetranti.
«Quante stronzate che hai saputo dire stasera. Bravo! Davvero bravo!» sentii rimbombare in quella stanza.
Digrignai i denti e strinsi forte la bottiglia, alzandola con forza contro le labbra e dando un forte sorso come se volessi fare arrivare fino al cuore quella merda alcolica.
Non morii! No, ero lì fermo, e quella risata rimbombava nella stanza e dentro di me. Devastandomi. Spezzando ogni mia singola ossa.
Chinai il capo, ficcandomi la mano in testa e afferrando i capelli come se volessi strapparli. Strizzando gli occhi e digrignando ancora i denti.
«Che cazzo vuoi da me?» strillai. Quasi piangendo. Tremando e fissando il buio.
Lui rise ancora. Io aprii gli occhi e mandai giù altro vino.
«Ma non sto scherzando!» riprese a echeggiare la voce attorno a me «Sono sincero. Sei stato fantastico! Dio, non credevo che tu potessi essere così bravo. Davvero! E invece hai dato loro quello che volevano. Finalmente hai capito, testa di cazzo»
«Fa silenzio!» urlai, alzandomi di colpo dalla sedia e additando il vuoto «Tu non esisti! Tu non ci sei. Non sei un cazzo di niente!»
Quella risata mi avvolse ancora. Io girai attorno a me. Cercando di vederlo. Cercando di mettere fine a quell’incubo.
«Tu non sai un cazzo di me!» strillai ancora «Io sono uno scrittore! Non sono un patetico pagliaccio. Sono uno scrittore!»
«Scrittore un paio di palle!» urlò più forte, quasi sbattendomi al tappeto con quel suo urlo «Alla gente non fotte niente degli scrittori. Vogliono solo sognare! Vogliono eroi in cui rispecchiarsi. Alla gente non fotte un cazzo dei tuoi merdosi libri!»
«Sta zitto!» urlai, lanciando quella bottiglia contro al mio armadio. Vedendola fracassarsi contro di esso. Vedendo frammenti di vetro volare ovunque, e vino colare sul pavimento, mentre la sua risata cominciò a svanire in quella stanza.
Restai lì fermo ad ansimare. Fissando quella macchia di vino impressa sul mio armadio. Fissando quel vino colare a terra come fosse sangue. Il mio sangue!
 
AFFAMATA D’AMORE
Lei stava davanti la porta della finestra. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva
un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse
fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie
mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì
una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
«Marco, ti devo dire una cosa» sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore
colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del
cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a
vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo
di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che
non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua
vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso
con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il
lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da
tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello
che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di
sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e
ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che
mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.
 
UN CIELO DI CEMENTO
Una volta a casa mi trovai nel tipico appartamento spazioso e arredato con cura.
Ogni cosa al proprio posto. Mobili puliti. Un televisore da 42 pollici in un soggiorno lindo e pieno di oggetti costosi in ogni dove.
Ovviamente come prima cosa, fregandosene di noi e di tutto, il dottore si mise comodo e andò sul divano a guardare la TV.
Dio, avrei fatto anche io quella fine? Ecco cosa pensai, vedendo quella casa. Vedendo lui, mentre Elisa mi condusse nella sua camera.
Ed eccomi lì, quello era il mondo di Elisa. Era il mondo della mia donna.
Ed era come l’avevo immaginato?
Beh, in parte sì, in parte no. Per esempio la prima cosa che mi balzò all’occhio fu un mobile pieno di peluche.
Lei aveva detto più volte di odiare i peluche. Eppure quella stanza ne era piena. Una stanza da bambina, sì, ma tenuta in estremo disordine. Anche se si trattava di un disordine curato, in un certo modo. Un disordine quasi ricercato.
No, non c’erano bottiglie vuote per terra o mozziconi di sigaretta, come nella mia casa. Solo dei libri sparsi qui e là. Qualche foglio da disegno. Vestiti. Matite. E alcuni fumetti.
La mia attenzione poi si posò sulla porta della stanza, mentre Elisa si spogliava, mettendosi il pigiama, stranamente imbarazzata.
Sulla porta ci stavano diverse scritte. Perlopiù il nome di Eli. E ancora cose del tipo “Voglio vivere e non sopravvivere”, o frasi in inglese che significavano “Io sono viva”.
Già, di certo quando le fece, tempo fa, o magari anche solo di recente, l’aveva fatta sentire speciale. Ma a conti fatti cose di quel tipo in adolescenza vengono fatte da qualsiasi individuo.
C’è chi scrive il proprio nome su di una porta. C’è chi scrive parti di canzoni su dei mobili. C’è chi scrive i nomi dei propri idoli sulle mura di casa.
Io, per esempio, sulle mura di casa scrivevo passi della bibbia. Ma allora ero solo un adolescente. Ed Elisa, lo era ancora?
Cercai di non darmi risposte da solo. Già ero troppo confuso di mio, data la sua freddezza. Ero confuso e imbarazzato al punto che persino nello spogliarmi mi sentii come se stessi innanzi a un’estranea. Io, che con lei giravo tranquillamente nudo per casa. Lei che mi stava quasi per scopare in un castello, o in un parchetto pieno di petulanti mocciosi.
E ora cosa rimaneva?
Solo formalità. Lei era sparita di nuovo. Tutto era formale! Come il suo commentare il mio pantaloncino, portato in un posto dove anche a Settembre si congelava.
Poi le trapunte che mi aveva portato su madre. Il letto in cui avrei dormito. Il balcone dove avrei potuto fumare.
Infime giunse l’ora di cena.
Ecco, eravamo a tavola. Per la prima volta a casa sua. Quella casa che avevo immaginato per mesi.
Dio, era proprio come la immaginavo. Una grande casa, pulita e arredata con cura. Una grande casa dove regnava solo il silenzio.
Si sentiva quasi il rumore delle nostre posate. I passi di sua madre che, di tanto in tano, entrava in cucina per controllare se tutto fosse okay.
Era okay! Sì, tutto era formalmente okay. Tutto era civilmente pacato e ordinario.
Elisa stava seduta davanti a me, mangiando la sua insalata. Io mangiavo la mia. Nessun dialogo! Solo parole su quello che stavamo mangiando.
« Prendi la mozzarella. Vuoi del pane? ».
Queste le uniche e sole parole che rimbombavano in quell’atroce freddezza che mi stava uccidendo.
Ma come diverse volte in quei quattro lunghi mesi, feci finta che tutto andasse bene.
Continuai a mangiare. Seduto innanzi a lei. Sorridendole di tanto in tanto, giusto per non sentirmi come un marito sposato da una decina di anni, e ormai prossimo al divorzio.
E stava per succedere? Era davvero la fine?
Cristo, ero così confuso. Inizialmente una bellissima giornata. Quel bacio nel cesso del ristorante. Il baciarci in quella cazzo di chiesa ortodossa dove avevamo acceso le nostre candele. E poi la freddezza durante quella noiosa passeggiata ad Alba. Lei che non mi teneva la mano. Nessun bacio per ore. E adesso… Adesso cosa?
Eravamo alla resa dei conti? L’ultimo rintocco della nostra storia stava per essere scandito?
Cielo, ingurgitai l’ultimo boccone sentendo un tremendo senso di liberazione.
La recita era finita. Stavamo per andare nella sua camera. Lì dove avremo dormito assieme, forse fatto l’amore, magari riso.
Ma invece ancora e solo freddezza.
Eravamo una coppia sposata in procinto del divorzio. Eravamo dei migliori amici. Eravamo fratello e sorella. Eravamo tutto, tranne che quelli di un tempo.
Cazzo, lei era come imbarazzata. Distante. Camminava per quella stanza a testa bassa, come se io non ci fossi. O come se non volesse che io fossi lì.
Che cazzo era successo alla ragazza che pianse in quel treno, prima di salutarmi dopo il nostro primo incontro? Che diavolo era successo a quella donna che mi guardava con la luce negli occhi, come se io fossi Dio? Dove cazzo era finita la ragazza che circa sei ore prima mi aveva baciato ardentemente fuori a un dannato cesso?
Era svanita nell’aria. Di lei non c’era che qualche traccia; un ricordo, un profumo, i suoi capelli che si muovevano nel nulla.
Feci un passo, cercando di afferrarli. Di cogliere i pezzi di quel vetro infranto, nell’ennesimo e inutile tentativo di rimetterli assieme.
Fu appunto inutile!
 
VIOLA COME UN LIVIDO
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anche a me» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche dubbio.
Magari le piaceva solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei prima ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo, o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!
 
FOTTITI
Già, avevo vinto!
Avevo sfondato le sue difese. Avevo piegato la sua baldanza. E lei era la mia schiava. Era la mia puttana. Era la mia troietta sfondata.
Ero il suo padrone. Ero il suo paparino. Il suo sovrano. Il suo unico imperatore.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Una forma di nevrosi che porta il paziente a credersi realmente migliore di ogni altro individuo, cadendo nel panico nel caso non fosse ammirato, o non riuscisse in qualche modo a imporre il proprio volere sugli altri.
Il soggetto è cresciuto in un focolare domestico di certo colmo di rabbia.
Sua madre non amava il proprio marito, e viceversa.
Sua madre gli ripeteva di continuo che non valeva niente, e così suo padre; riversando tutto il loro affetto su Tom, il fratello maggiore.
Vedi anche disturbo narcisistico della personalità. Vedi anche frustrazione. Vedi anche gli articoli sull’eiaculazione precoce e sugli uomini con scarsi risultati in fatto di donne durante l’adolescenza. Troverai il nome di Peter Nirsch. Quello di Harold F. Shipman. Il nome di Sweeney Todd e quello di Pedro Alonso López.
E io ero uno di loro! Ero un potenziale serial killer. Un futuro sterminatori di nazioni. Un uomo che avrebbe strappato dal grembo delle loro madri i bambini all’ottavo mese.
Eppure quella vendetta non mi aveva donato alcuna pace.
No, ero solo vuoto. Mi sentivo vuoto, inutile, senza più nessuna missione spaziale da compiere.
Vedevo la mia preda, la donna che mi aveva umiliato, lì davanti a me, lì a camminare gelida come un cadavere.
Cosa avevo conquistato? Quale mondo avevo trovato?
Niente! Il vuoto, solo questo provavo.
E ancora un passo. Ancora un sorso di birra.
Che ore erano? Dove ci trovavamo?
Niente! Il tempo era scomparso. Il mondo era scomparso. Ci stavamo solo noi. Ancora una volta, solo noi. E usciti da quel vicolo, attraversato quel mondo di gente sorridente, ci trovammo di nuovo a Piazza Garibaldi, in quella schifosa Piazza poco distante da casa mia.
Cos’era successo? Quanto avevamo camminato in silenzio? Quanto avevamo bevuto in quel tempo.
Io alzai lo sguardo verso un grosso tabellone elettronico su di un palazzo. Un palazzo in fondo a uno spiazzale dove un tempo facevano un mercato.
Era mezzanotte passata!
Sì, alcune giovani coppie andavano in discoteca, standosene in auto nuove di zecca, silenziosi, lasciando che le autoradio parlassero per loro. E altra gente tornava a casa dopo una serata al cinema, oppure al ristorante.
Tutto era normale. Tutto era come sempre.
Lei si girò verso di me. Diede un ultimo sorso alla sua birra, gettandola poi per terra.
La bottiglia rotolò fino al bordo di un marciapiede. Un’auto caricò una puttana. Un tunisino diede un cazzotto a un pakistano, e una sirena della polizia cominciò a suonare chissà dove.
Lei mi fissò con i suoi grossi occhi verdi.
Il sorriso era tornato. Ma il sorriso ora era diverso. Quel sorriso era come quello concesso a ogni suo cliente.
Quel sorriso era freddo!
«Ti odio» mi disse, restando immobile davanti a me. Fredda, gelida, lì davanti a me.
Io non dissi niente. Non ci stava niente da dire. No, lei aveva detto tutto! Lei aveva svelato tutto.
Ti odio!
Ti odio! Ecco la risposta. Il mistero della vita. Il mistero di ogni amore. Il primo pensiero nella mente. Il primo pensiero mai confessato. Il primo pensiero nato nel guardare un altro essere umano.
E la verità era lì, proprio davanti a me. La verità era nel suo sguardo gelido che mi fissava. La verità era in quel suo sguardo gelido che mi penetrava.
Ti odio, ti odio, ti odio.
Eravamo nudi. Entrambi eravamo stanchi. Entrambi odiavamo l’altro. Entrambi eravamo colpevoli dello stesso peccato. Entrambi vittime dello stesso peccato.
Sì, ti odio! Quella la prima parola detta da Dio. Quello il primo pensiero di Gesù Cristo. Quello il sangue che pulsava nelle vene del mondo.
Io la guardai ancora. Distrutto, dilaniato, stanco.
«Hai ragione, anch’io ti odio» le dissi. E stavolta fu lei a non rispondere.
No, non disse niente.
Entrambi avevamo svelato il più Sacro dei misteri. Entrambi avevamo capito di amarci, e che dunque presto o tardi ci saremmo odiati.
Stavamo solo anticipando i tempi.
Ti odio!
Solo un bisogno di non essere soli. Solo piacere della pelle, di qualche emozione. Poi infine la noia nel sentirsi anche solo al telefono. La nausea nel guardarsi. La voglia di sbranarsi a vicenda.
Ecco, eravamo già sposati. Eravamo già una famiglia perfetta. Io e lei per sempre insieme.
Uniti dall’amore. Uniti dall’odio.
 
LASCIAMI ENTRARE
Già, lei in fondo per me era solo un corpo da scopare. Una bambola da usare a mio piacimento. Una puttana con cui giocare a essere onnipotente. Mentre Anna era la mia donna, la mia fidanzata, quella a cui non potevo ficcarlo in culo né pisciarle in bocca.
Cazzo, neanche se mi leggesse nel pensiero!
«Guarda che non hai bisogno di giustificarti» riprese, continuando ad accarezzarmi il petto.
«Uhm, come?» risposi, chinando lo sguardo verso di lei.
«Hai sentito! Non hai bisogno di pensare a cosa dirmi. Lo so che hai scopato con lei. È normale! Lei è la tua donna. E io… io… io non so neanche cosa sono, io.»
La strinsi forte a me. Aveva ragione! Non dovevo giustificarmi. E neanche io sapevo cosa fosse lei. Se fosse un essere umano o solo un giocattolo. Una bambola da usare. Una creatura inventata solo dalla mia mente malata.
Ed ecco la sua mano di nuovo sul mio petto, proprio come la prima volta.
Sentii di nuovo le sue unghie nella mia carne. Le sue dita affondare in me come se volessero giungere al mio cuore.
Percepii una lacrima cadere sul mio braccio, mentre continuavo a stringerla, senza il coraggio di guardarla.
«La prima volta che… la prima volta che mi hai presa, la ricordi?» mi disse, facendo cadere le sue lacrime sul mio braccio.
«Sì» le risposi, continuando ad accarezzarle i capelli. Ad accarezzare la sua testa poggiata sulla mia spalla. Ad accarezzare quel corpo da me a lungo massacrato, senza sapere più cosa provavo in me. Senza sapere più se lei fosse o no Sofia, la mia puttana e la mia schiava, o solo una bambina da amare e proteggere.
Lei affondò di più le sue dita nelle mie carni. Le sue dita nella mia vita.
«E ricordi cosa hai detto?»
Io non risposi. Non ricordavo niente a dire il vero. Non avevo nessuna immagine stampata in mente. Nessun monologo. Niente! Solo il mio cazzo nella sua bocca. Solo il mio cazzo nel suo corpo, e il suo senso di terrore e impotenza. La sua sofferenza e la sua umiliazione che accresceva la mia onnipotenza.
Poi esalò un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
«Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo» disse, restando poi un attimo in silenzio. «E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare» riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto e le lacrime bagnavano il suo viso. «E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito.»
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva. Sapeva che non ci stava altro da dire oltre a quanto da lei già detto. Sapeva che i sogni non esistono. Che al mondo niente è giusto. Niente è come sognamo.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Dio, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Poi ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono iniziò a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
«Non rispondi?» mi disse, sapendo già la risposta.
Io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!
 
VICOLI BUI
Che sciocca! Sì, era proprio una povera ingenua! Era cresciuta nel corpo, ma era rimasta la bambina di tanti anni prima. Non aveva capito che io ero cattivo come gli uomini che mi davano la caccia, che non ci stava né giusto né sbagliato al mondo. Solo uomini che sopravvivevano! Uomini che sopravvivevano divorando le carni di altri. E nessuna regina avrebbe mai fatto patti con i suoi schiavi. No, ogni regina avrebbe fatto scuoiare vivi i propri schiavi. E gli schiavi, se avessero potuto, avrebbero violentato a turno la loro regina, per poi diventare sovrani di altri schiavi.
E io ero come loro! Io ero uno schiavo braccato da tante regine. Uno schiavo pieno di rabbia. Uno schiavo che non avrebbe esitato a sbranare la propria regina, per poi costruire il proprio impero sui miliardi di cadaveri dei propri fratelli.
Ero cattivo! Ero il male in carne e ossa. Ero il peccato originale fatto carne. E lei avrebbe dovuto cacciarmi via. Avrebbe dovuto cancellare i suoi inutili sogni da mocciosa. Tirare fuori le palle e sbattermi fuori alla porta.
Ma non lo fece!
Io non capivo. Io ero confuso. Io ero come lacerato da decine di mani che mi strappavo il cervello.
Non sapevo che fare! E così non feci niente, se non restar lì a sorriderle tenendole la mano.
Poi continuammo a parlare del nostro passato. Di quella volta che era riuscita a farmi piantare una margherita, o di quella in cui io mi offrii di essere punito al posto suo, dopo che lei aveva fregato una merendina dalla mensa.
Parlammo a lungo. Poi cenammo assieme. Lei mangiò della merdosa pastina assieme a me, così da farmi compagnia mentre guardavamo la tele in cerca di notizie.
Niente! Solo e sempre la stessa merda. Covello era su tutti i telegiornali nazionali, e la mia foto veniva passata in continuazione, sperando che la brava gente desse una qualsiasi informazione alle forze dell’ordine. Ma io ero lontano da loro. Ero lontano da Covello. Ero lontano dai suoi uomini. Ero lontano dalla gente, lontano dal mondo, lontano da ogni giustizia e ogni colpa.
Io e Maria eravamo da soli, come due naufraghi. Da soli in un mondo tutto nostro. Da soli in un limbo dove il giusto e sbagliato non esisteva. Da soli, mano nella mano, a parlare di noi raccontandoci a vicenda, svelandoci a vicenda. Avvicinandoci intimamente, tremendamente, pericolosamente. Mentre fuori da lì il mondo continuava a scorrere velocemente, decidendo cosa fosse giusto e cosa sbagliato.
 
SENSO UNICO
Vagai per ore e ore, senza però allontanarmi dalla piazza. Era come non essere vivo. Come non essere sveglio. Come essere in un limbo. In un labirinto fatto di vapore.
Tutto era così confuso. La mia vita distrutta di colpo. Io ridotto a un corpo senz’anima che camminava tra la folla. Invisibile. Senza qualcosa da fare. Lì solo a girare come un animale, e con diecimila pensieri confusi e sbiaditi che mi giravano nella testa. Così confusi che non riuscivo a definirne neanche uno. Come non riuscivo a pensare a un solo modo per uscire da quella situazione, o anche solo un qualcosa da fare in quella dannata giornata.
Sì, vagai per ore. A testa bassa, bevendo il mio vino rosso sotto gli occhi disgustati della brava gente. Di quella gente che andava a messa, pagava le tasse, tifava per una squadra di calcio, e si commuoveva innanzi a film d’amore o bambini somali nelle immagini di qualche telegiornale.
Per me non ci stavano lacrime invece. Per me nessun sms solidale, né una raccolta fondi come quelle fatte per mandare generi alimentari in Palestina.
No, il mondo non mi vedeva neanche. Per il mondo io non ero degno di vivere. Ero solo un ubriacone. Solo un topo di fogna. Solo un puzzolente e bavoso barbone.
Infine passai di nuovo per piazza Garibaldi. Erano ormai quasi le otto di sera. I piedi mi facevano male, il cartone di vino quasi dimezzato, e la testa cominciava a girarmi.
Passai proprio davanti al ristorante Iris, e lì fuori ai tavolini ci stavano decine di persone a cenare. Turisti o italiani. Coppie o famiglie. Amici o colleghi di lavoro. Tutti lì seduti. Tutti a mangiare cose come spaghetti con le vongole, pizza margherita, risotto ai frutti di mare, bistecca con patate, o qualsiasi cosa che normalmente a stento avrei guardato. Cose che avrei mangiato solamente. Forse anche con noia, proprio come facevano quelle decine di facce ficcate sotto a quella specie di tendone verde.
Dio santo, non mi era mai capitato di provare una simile attrazione per il cibo. E invece ecco che ne sentivo i profumi fin dentro le narici. Lì distinguevo uno a uno. E ogni odore era invitante. Ogni odore era appetitoso, quasi eccitante. Ammaliante come il cibo che vedevo in quei piatti. Quel cibo che non avevo mai definito così nitidamente. In ogni sua particella.
Riuscivo a vedere il sugo formato dall’olio sulla carne. Il luccichio del pomodoro sulla pizza. La consistenza di ogni singolo spaghetto o maccherone. Le forchette affondare nelle patate croccanti.
Il cibo non era mai stato così bello. Mai così invitante. Al punto che avrei voluto saltare addosso a qualcuno di quegli stronzi lì seduti, e cominciare a divorare a mani nude tutto quanto avevano nei loro piatti.
Mangiare avidamente. Mangiare con ingordigia. Facendomi colare tutto addosso. L’olio, il sugo: tutto!
Sarebbe stata l’apoteosi del gusto una cosa simile. La sazietà assoluta. Il solo e unico vero paradiso.
Ma non mi fu concesso farlo! No, a un pezzente come me non era concesso fare niente. Neanche guardare la brava gente che s’ingozzava ai tavoli di quel ristorante. Quella brava gente che il giorno dopo avrebbe parlato di quanto fosse drammatica la crisi economica in Italia, o la disoccupazione che colpiva sette giovani su dieci. E infatti il cameriere ficcato lì fuori subito cominciò a fissarmi con aria infastidita, per paura che la mia lercia presenza disturbasse la quiete di quella brava gente.
Andai via da lì, con ancora più fame in corpo.
Cristo, immaginare è pericoloso! La speranza, davvero qualcosa di devastante. Qualcosa che ti uccide più della fame. Qualcosa che ti accoltella cuore e mente, dandoti un sogno davanti agli occhi. Mostrandoti un sogno che non puoi realizzare.
Meglio non sperare allora! Tanto, a che cazzo sarebbe servito?
La speranza mi avrebbe riempito lo stomaco? La speranza mi avrebbe dato un posto dove dormire? La speranza mi avrebbe tolto da quella cazzo di situazione?
No, la speranza era per i ricchi, non certo per chi come me viveva per strada. Senza un soldo. Senza affetti. Senza un cazzo di niente!
In cosa sperare? Magari che uno di quei ricchi signorotti si sarebbe alzato improvvisamente dal tavolo e mi avrebbe lanciato una bistecca? Sì, come se fossi un dannato cagnolino!
Oppure sperare che Silvia tornasse di colpo da me, con mia figlia e tutta la mia vita?
No, inutile! La gente si aggrappa sempre a cose chiamate “speranza”. Spera in un Dio, per poi maledirlo quando un cancro li stronca. Spera nell’amore, per poi cadere in depressione quando questo viene a mancare. O spera nei soldi, pensando al suicidio quando questi finiscono.
Sì, la speranza è fatta di cose e di persone, non di altro! La speranza puoi averla quando hai cose o persone a cui aggrapparti. E io non avevo niente. Io ero da solo in quella strada, in quel mondo, in quell’incubo senza uscita. E nessun Dio mi avrebbe mai tolto da lì. Nessuna speranza mi avrebbe mai impedito di passare la notte per strada, da solo, morendo di fame. Lì da solo attento solo a non essere pestato o inculato da qualche algerino arrapato.
No, non avevo speranze. Il mondo per me aveva chiuso le porte. Io avevo solo l’alcool per scandire il tempo, cercando di fuggire da quella realtà. Cercando di non vedere che ero io a star lì. Lì in quella merda. Lì in quella fogna lontana da ogni scusante per tirare avanti.
Lasciai dunque perdere quella gente e continuai per la mia strada, bevendo il mio vino in cartone, così diverso dal vino nei calici di quella brava gente.
Arrivai verso la stazione centrale. Non sapevo bene perché mi trovassi lì. Forse una specie di radar mi diceva che quello era il posto adatto alla gente inutile come me. Un posto dove tutti i disperati come me si riunivano per stare lontani dalla brava gente. Dalla gente del mondo. Dai figli della storia.
Beh, mi ero sbagliato. Sì, lo spiazzale della stazione brulicava ancora di turisti che uscivano da essa. Di studenti o lavoratori che vi entravano per tornare a casa, o di gente che andava o veniva da chissà dove.
Certo, lì fuori ci stava anche tanta gente di merda. Tanti topi di fogna come me. Ma erano simili a blatte che si nascondevano nella notte. Tutti ammassati contro le mura della stazione come se il loro stesso vivere fosse un delitto per il mondo. Alcuni da soli, altri in compagnia ma senza parlare di niente! E altri ancora che giravano per quello spiazzale in cerca di qualcuno da derubare, o anche solo elemosinando qualche spicciolo per comprarsi da bere e da fumare.
 
Dio, era tutto così assurdo! Non ci avevo mai fatto caso quanto quei due mondi fossero così vicini tra loro. Due mondi totalmente opposti, l’uno accanto all’altro, ma divisi da un invisibile quanto invalicabile confine.
 
UNA SCATOLA PER BAMBOLE (ZERO).
I mobili perfetti nella mia stanza perfetta accerchiavano come un vortice il mio corpo perfetto.
Ma ero davvero perfetta?
Sedici anni. Un metro e sessanta di altezza per meno di cinquanta chili.
Sì, ero perfetta. Davvero perfetta. Bellissima, lucente, radiosa e immacolata figlia di un facoltoso dottore.
Ero una bambolina riposta su di un comò, proprio come le tante bambole di porcellana che mia madre, misera contadina che aveva riposto i propri attrezzi da campo sposando il facoltoso medico del paese, mi obbligava a mantenere ancor lì.
Era un patto segreto. Lei non aveva preteso nulla, io non avevo acconsentito a nulla.
Era così e basta. Doveva esserlo. Era una regola in casa mia. In quella casa a Lodi dove tutto doveva essere perfetto, adeguato, socialmente accettato; proprio come me. Come me, una ragazzina perfetta in un corpo perfetto, che indossava abiti perfetti resi profumati da un ammorbidente perfetto.
Mio Dio, odiavo quell’odore di lavanda al gelsomino. Ma mia madre non lo sapeva. Forse nessuno sapeva niente di me in quella casa. Forse io, Lorenza, non esistevo neanche in quella casa.
Nulla parlava di me lì dentro. Il parato rosa non aveva il colore del mio umore, né tantomeno quella trapunta rosa e viola posta sul letto; ennesimo regalo non voluto di un qualsiasi Natale, passato in quella mia casa perfetta.
Non ero io riflessa allo specchio. Non erano miei i boccoli biondi che osservavo, e che avrei tanto voluto tagliare, magari solamente per non sentire mia madre dirmi ancora una volta “Lorenza, guarda come sono belli i tuoi capelli”, mentre mi pettinava con una spazzola regalata da sua madre, proprio come se fossi una di quelle bambole sul mio comodino. Una bambola perfetta in una casa perfetta. In un mondo perfetto.
E non mi appartenevano quei vestiti che indossavo. Vestiti sempre nuovi. Dai colori vivaci atti a farmi restare quella bambina che mai e poi mai sarebbe cresciuta. La figlia dello stimato dottore di una piccola cittadina, e di una donna così fortunata nell’averlo sposato.
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Ecco il mio ottavo romanzo, seguito di Affamata d’amore, Un cielo di cemento. Romanzo, come il primo, ispirato a una storia vera.

Mi misi a sedere su di una lercia panchina. Puzzava di piscio e sudore. Mi sembrava di stare a casa!
Quello squallore, quella tristezza, la merda dei piccioni su di una statua, bottiglie vuote per terra, e un gruppo di barboni stesi su dei cartoni.
Uno di loro si tirò su e diede un sorso a una birra in latta, nonostante fossero appena le otto del mattino. Gli altri due rimasero stesi. Qualche piccione volò su quel monumento decaduto. Io restai seduto a leggere e fumare, mentre lontano da quello scenario simile a una donna stuprata e poi gettata per strada a fare la puttana, il mondo scorreva veloce, insensibile, senza cogliere la bellezza dell’umana tristezza di cui facevo parte.
Ovviamente pensai a Elisa. Lei amava Carver! Quel libro era pieno di simili personaggi. Personaggi proprio come me. Dei pagliacci malinconici che ridevano di se stessi, morendo in una pozza di merda.
Ma un libro è pur sempre solo un libro. Lei avrebbe retto alla realtà o presto o tardi avrebbe cercato altro? Magari uno di quegli pseudo artisti che parlano di rinascite spirituali e altre cazzate simili. E forse avrebbe rinnegato ogni cosa. Gettato merda su di me. Vedendomi solo come un errore da cancellare.
Sospirai, alzando lo sguardo verso quei barboni stesi sui cartoni. Pensando a cosa ne sarebbe stato della mia vita.
Sarei stato davvero assieme a Elisa per sempre? Assieme alla figlia dello stimato dottore. Lei che non conosceva per davvero la fame e la disperazione. La strada. Essere derisa. Trattata solo come merda. Come un niente!
La vedevo così dura. Lei veniva da un mondo così diverso dal mio. Non aveva mai temuto per davvero di finire per strada. Le sarebbe, in fondo, bastato un colpo di telefono, e qualcuno l’avrebbe tirata fuori dalla merda.
Avrebbe mai accettato il compromesso come lo stavo facendo io? Mischiare i nostri due mondi. Proprio come in una favola della Disney.
Bah, favole, amore eterno; ma cosa cazzo mi stava succedendo?
Forse avrei fatto bene a lasciarla io. Già, perché a conti fatti, quanto può durare un amore?
È solo un gioco di ruoli. Né più né meno. Due sconosciuti che si incontrano e si scelgono, e vengono scelti: in fondo stessa cosa!
Delle parole. Qualche risata. Entrambi già sanno di star giocando in modo malizioso.
Cambiano gli schemi di approccio. Alcuni sono davvero squallidi, ripetuti mille volte con mille volti. Altri sono passivi. Subiscono il corteggiamento, si lasciando andare, e poi nasce quella cosa chiamata “relazione”.
Eppure, tutte cose già fatte. Tutte cose già dette, in un modo o in un altro. Persone reputate speciali e diverse, proprio come in passato furono reputate speciali e diverse altre persone. Sorrisi donati già ad altri esseri umani. A conti fatti, gli stessi complimenti. La stessa complicità. Magari segreti confessati già ad altre persone, ma spacciati come unici, così da donare all’interlocutore l’illusione di essere una persona diversa da tutte. Privilegiata. Scelta tra mille.
Poi ecco la fine. A volte indifferenza. Altre volte solo odio. Addirittura urla, ricatti, minacce, denunce. E poi ancora un altro volto: di norma per la donna è più facile, per l’uomo un po’ meno. Altre volte è il contrario: dipende dalle parti! Ma alla fine si ricomincia tutto daccapo. Finché l’età sopraggiunge. Ci si accontenta. Ci si adagia su un nuovo amore speciale. Si decide di dar vita a quel “per sempre”. E poi ecco che la staticità inghiotte tutto. Tutto diventa freddo, nauseante, volgare. Dapprima il disgusto. Lei che vede lui sempre più brutto. Lui che vede lei sempre più flaccida. Un odio profondo per gli assorbenti di lei, disgusto per il piscio sulla tavoletta lasciato da lui. Serate infinite in cucina a mangiare davanti a un televisore perennemente acceso.
Ed ecco che i bambini crescono. Non sono più cuccioli da coccolare, ma solo un peso che lega due sconosciuti.
«È solo colpa tua» urlerà lei «Tu non ci stai mai. Non sai fare il padre!»
«Io mando avanti questa dannata casa» strillerà lui «Che cazzo vuoi più da me?»
E nel mezzo, creature condotte al macello cresceranno imbottite di nauseante sangue, scoprendo lentamente le menzogne a loro raccontate quando erano ancora bambini. La menzogna di una vita felice e speciale. Proprio come quella sognata da due sconosciuti, ora assieme per forza. Nel tempo, non odiandosi nemmeno più. Provando solo qualcosa di peggiore. Indifferenza! Non altro che indifferenza. Un freddo glaciale. Un gelo che tutto avvolge. In un tempo indefinito. Finché la morte di uno dei due metterà fine a un amore mai stato.
Ecco, ecco la realtà. Quello sempre successo. Quello che sarebbe successo. Quello che succedeva proprio in quel momento, a pochi passi da me, in quel mondo di cui non mi sentivo parte. Sempre di meno, ormai.
No, ancora qualcosa mi legava a quel mondo. Ancora una speranza. La speranza che almeno una volta l’amore potesse essere qualcosa di bello. Qualcosa in cui credere. Qualcosa di diverso.
Chiusi il libro e guardai quei barboni. Rividi il mio volto che lei aveva scelto così com’era. Rividi il suo volto, e risentii le sue parole che mi tirarono fuori dalla mia indifferenza.
La prima volta che la vidi. Il suo fare arrogante. Il mio cinismo.
Poi la curiosità!
Chi era quella sconosciuta che si poneva così nei miei confronti? L’aveva già fatto con altri, forse. Magari era solo annoiata.
Io decisi di crederla. Forse lei aveva creduto in me.
Non lo sapevo. Potevo solo sperare. Sperare che tutto fosse vero. Che per una volta l’amore fosse qualcosa di vero. Che lei fosse vera. Che noi fossimo veri.
Ma fu inutile perdersi in quei pensieri. Nulla era cambiato. Il tempo era passato su di me. Alcune pagine lette. Dei mozziconi a terra. La latta vuota lasciata dal barbone.
Mi alzai da lì e andai verso la stazione. Mancavano dieci minuti alle nove e quindici. Il suo treno sarebbe arrivato alle nove e quindici! Lei sarebbe arrivata alle nove e quindici.
Avanzai tra la folla, emozionato come uno scolaretto al suo primo giorno di scuola. Emozionato come un bambino la mattina di Natale. Emozionato come un uomo pronto a baciare per la prima volta una donna.
E l’avrei baciata, o avrei sfiorato solo un pezzo di ghiaccio?
Rimasi lì fermo sulla pensilina innanzi al binario. Attendendo. Guardando verso l’orizzonte, in attesa di quel treno. Tremando e sperando contemporaneamente.
Poi ecco qualcosa all’orizzonte. Era lei! Sì, lei era in quella massa di metallo che si avvicinava. Lentamente, da quel che sembrava all’occhio umano, ma in verità veloce al punto che passandomi innanzi fece sventolare la mia camicia.
Così raccolsi da terra lo zaino che avevo portato con me, a cui stava legato un sacco a pelo di quelli economici. Mi guardai attorno. Lentamente il treno si fermò. Alcune persone si avvicinarono a esso, aspettando che le porte si aprissero.
Io aspettai a mia volta. Camminando lentamente fino alla locomotiva e cercando di vederla da dietro un finestrino.
Non la vidi!
Le porte si aprirono. Alcuni volti scesero da quella tomba di metallo; una massa di carne pulsante rumorosa si accalcò attorno a me, defluendo come una cascata di sangue e viscere verso una direzione nascosta al mio occhio.
Mi feci spazio tra quell’ammasso di carne. Cercandola. Desiderandola. Ansioso e spaventato al tempo stesso.
Quando ecco che finalmente la vidi!
Era bellissima. Aveva addosso un vestito di cui mi aveva parlato. L’aveva comprato la settimana prima a Genova, andando lì con le ragazze. Disse che le metteva in risalto le forme. Ed era vero! Tremavo tanto era bella. Tanto la desideravo. Vedendola venire verso di me. A testa bassa e sorridendo. Forse emozionata proprio quanto me. E quando mi raggiunse alzò appena di un pò lo sguardo. Sorridendo. E in un attimo fiondandosi su di me.
La strinsi forte. Stritolandola d’amore e iniziando a baciarla. Sentendo le sue labbra muoversi al ritmo delle mie. Le mie labbra muoversi al ritmo delle sue. Le nostre lingue sfiorarsi, toccarsi, unirsi. Piccoli morsi sulle labbra. Dei sorrisi. Gli occhi chiusi. Il suo sapore. Il suo profumo.
Che diavolo era successo? Perché quel repetio cambiamento?
Sentivo il suo desiderio trasudare dalla sua pelle, fino a giungere nella mia. Sentivo la sua passione. La sua voglia. La sua felicità. Il suo amore.
Ecco, era di nuovo lei. Era la Elisa dei giorni di Napoli. Era lei, non c’era dubbio! E non m’importava il perché. Non m’importava niente, se non averla nuovamente lì con me. Davanti a me. Mentre mi baciava intensamente. Mentre mi donava se stessa. Finché ebbro di lei la strinsi con più forza e l’alzai da terra, cominciando a girare su me stesso. Vedendola sorridere come una bambina. Felice! Mentre il mondo attorno a noi scorreva insensibile. Meccanico. Senza percepire quella bellezza.
cielodicemento

Tratto dal primo dei miei sette romanzi pubblicati. Una storia realmente accaduta. Disponibile sia in digitale che in cartaceo.

Mi accasciai sul letto. Accanto a lei. Sudato, ansimando, e stringendola a me.
Che stava succedendo?
Amore, coppia, amore, coppia.
Cosa fare?
Cene di Natale. Casa da pagare.
Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere!
Niente più fumo. Dormire presto. Pensare al futuro.
Amarla. Pensare a lei. Renderla felice. Accompagnarla a comprare vestiti. Vivere a lungo solo per lei.
Cazzo, ero stanco! Sì, volevo sparire in una fossa. Morire, dormire, dissolvermi nell’aria. Ma lei era lì. E il suo profumo mi rapiva.
La sua presenza mi confondeva. Il nostro stare insieme m’indeboliva e dava forza al tempo stesso.
Non avevo molto tempo, pensai stringendola forte a me.
Sì, il tempo! E quando mai me ne era fottuto. Eppure eccomi. Lì
al buio, stretto a lei, avvolto da quei pallini luminosi a pensare al
futuro.
Che strano, proprio quando pensavi che nulla potesse cambiare
nella tua schifosa esistenza.
Ma decisi di non pensarci.
Ero stupido! E non volevo pensarci.
Così restai lì a stringere Alessandra.
Era lei! Viola ormai era una lacrima sul suo viso. Quella impercettibile lacrima mentre stava tra le mie braccia. Stringendomi e baciandomi teneramente le labbra. Lì in quell’abbraccio al buio.
Quell’abbraccio oltre ogni spazio e tempo. Quell’abbraccio dopo
un intenso godimento. Quell’abbraccio che celava un dolore profondo.
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata.
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia senza farle domande.
Poi un rumore. Noi sobbalzammo. Bella abbaiò. Lei mi guardò,
io guardai lei.
Niente! Un inutile spavento. E restammo lì ad abbracciarci, senza
pensare a niente, senza dire niente, fino a che dopo avermi dato
un altro bacio lei se ne andò nel cesso.
Io pulii tutto, attento a non lasciar tracce. Portai la carta sporca
in cucina, camminando a culo nudo per la casa proprio come Mel
Gibson.
La gettai nella pattumiera. Poi andai in soggiorno e mi rivestii.
Mi rimisi tutto addosso e tornai in cucina. Versai dell’acqua in
un bicchiere e la mandai giù.
Cosa sta succedendo? Questo, pensai, svuotando il bicchiere.
Poi lo ficcai nel lavello. La porta del cesso si aprì. Io guardai verso
la porta. Un’attesa. Qualche passo. Ed eccola di nuovo davanti a
me. Lei, Viola o Alessandra. Ormai non lo capivo più! Ma non
riuscivo a non sorridere fissandola.
Lei era vestita, proprio come me. Eravamo una coppia ufficiale
ormai. Lì, in cucina, vestiti dopo una grande scopata.
Che strano! Niente sigaretta. Niente vino. Niente birra. Solo io e
lei in quella cucina semibuia. Due bicchieri di acqua liscia. Guardarci, sorridere, tenerci la mano.
Poteva essere bello. Poteva essere pericoloso. Forse, poteva essere irreale. Di certo strano, eppure incisivo.
Restammo così per un po’. Proprio come una vera coppia. Come
fossimo marito e moglie.
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anch’io» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche dubbio.
Magari le piace solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato
solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola
allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!
Altro che una troietta da cam desiderosa di cazzo. Lei era pazza!
Era follia pura. Era la risata di un bambino. La perversione di una
puttana. La libertà di un nomade. La tenerezza di una sposa. La
tristezza di un amante abbandonata.
Lei era tutto!
Io ero lì perso nel tutto, e per quanto lottassi non riuscivo a staccarmi da lei. Per quanto cercassi di restare lì nel mio mondo, nelle mie certezze, io non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava continuando a ridere. Tremava innanzi a quella libertà mai provata pienamente. Quel suo poter stare lì davanti a me con il corpo di Alessandra pur essendo pienamente Violasan. Libera di succhiare il mio cazzo e bere fino all’ultima goccia di sborra, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi “ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
O forse eravamo semplicemente pazzi. Pazzi nel pensare che
il mondo ci avrebbe permesso di vivere come volevamo. Nudi.
Scopando ovunque. Ridendo di tutto. Passando le nostre vite fottendocene del lavoro, della casa, delle banche, delle guerre e delle rivoluzioni.
Pazzi! Il mondo ci avrebbe ricucito addosso i nostri vestiti.
Ci avrebbe impedito di essere felici. Avrebbe relegato Violasan
nell’ombra della notte, chiusa in una chat, mentre Alessandra
avrebbe sposato un dottore o un avvocato, e io sarei finito suicida
a furia di lavorare in un call center.
O magari ce l’avremmo fatta!
«Voglio andare con te in Mongolia» mi disse lei ancora una volta,
sorridendomi. Io le strinsi la mano e gliela baciai. Il cane ci
guardò lì seduto nella cucina e sbadigliò.
Poi Violasan guardò l’orologio appeso al muro. Alessandra divenne triste. Alessandra tornò! E Viola prese a piangere, nascondendosi sotto il sorriso di Alessandra.
Dovevamo andare! Il tempo a noi concesso era finito. Presto sarebbe tornato suo padre, e noi non potevamo stare lì. Non potevamo dire al mondo intero di aver scopato lì su quel letto. Violasan lo avrebbe fatto, ma Alessandra no. Marco l’avrebbe fatto, ma il fidanzato di Alessandra no. E così per stare ancora assieme lì in quella casa, lì in quel mondo, lì in quell’universo, dovemmo chiudere quel nostro sogno e uscire fuori di casa, in cerca di un nuovo posto dove sognare. Un nuovo posto dove poter scopare senza inibizioni né vergogna, e con la stessa foga inondarci in quella tenerezza che frantumava ogni nome. Ogni definizione di quella civile e moderna era che mi soffocava.
Così uscimmo di casa, attenti a non aver lasciato lì in casa nessuna traccia.
Piccole cose potevano tradirci. Le stesse piccole distrazioni che
avevano fatto beccare gente come John Wayne Gacy o John Wayne Gacy.
Ma fummo bravi! Io stesso mi occupai di gettare via il fazzoletto
sporco di sborra e di sistemare le lenzuola, mentre la piccola Ale
mise a posto con cura i bicchieri dove avevamo bevuto.
Eravamo insospettabili. Potevamo compiere così altri omicidi
ai danni della pubblica morale. E ci mettemmo in strada pronti a
effettuarli. Pronti a dar sfogo alla follia omicida che ardeva in noi.
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Tratto dallo sconvolgente romanzo The writer, edito dalla Damster edizioni

Mi misi al pc, e non per scrivere. No. Quanto per continuare le mie pubbliche relazioni. Per
mettere qualche estratto del mio romanzo. Qualche foto della copertina. Qualche post atto a incrementare le vendite inesistenti.
E chi rispose?
I soliti!
Gente che non aveva mai letto niente di mio. Scrittori che non avevano mai letto niente di mio. Sconosciuti che non avevano mai letto niente di mio.
I soli a non congratularsi furono i miei pochi amici. Loro che non avevano mai letto i miei libri. E che sapevano bene quanto mi facessero schifo tutti quei fasulli convenevoli.
Eppure ero proprio nel mezzo di quella farsa!
Sì, ero l’amico di tutti. Dispensavo “grazie” a palate. Ridevo con tutti. Parlavo con tutti. Invitavo tutti a comprare il mio libro per poi darmi un’opinione.
“Che uomo senza palle!” sentii rimbombare attorno a me.
Io mi alzai di scatto, guardandomi attorno con aria spaventata.
Una risata avvolse tutto. Mi penetrò. Mi lacerò. Mentre con aria sconvolta continuavo a fissare quella stanza simile a un campo Rom.
“Quegli stronzi non compreranno mai una sola copia del tuo libro. Lo sai, vero?” riprese quella voce.
«Chiudi quella cazzo di bocca!» urlai, dando un calcio alle mie scarpe lì sul pavimento.
La mia gatta scappò via. Quella voce prese a ridere ancora.
“Lo scrittore dannato!” esclamò ridendosela.
Io caddi in ginocchio. Con il volto rivolto al pavimento. Ansimando e mantenendomi la testa.
“Ma guardati!” udii ancora. “Uno stronzetto che fa tanto l’emarginato, e poi sta a chattare su di un
cazzo di social network. Gli scrittori che piacciono a te non hanno mai fatto simili merdate da checca!”
«Che cazzo ne sai tu?» urlai, alzando la testa verso il vuoto.
Quella voce scoppiò nuovamente a ridere, rimbombando per tutta la stanza.
Poi smise di colpo. Svanendo. Lasciandomi là da solo, in ginocchio, stravolto da mille pensieri indefiniti. Mille pensieri che si muovevano nel mio cervello come fossero locuste impazzite.
Mi alzai lentamente. Respirando a fatica e fissando il nulla. Bevendo lentamente la mia birra.
Poi un altro tuono!
“La tua merda non piacerà mai a nessuno!” udii ancora.
Digrignai i denti e strinsi i pugni, brandendo la bottiglia nella mia destra.
«Basta!» strillai, scaraventando la bottiglia contro a un muro.
I vetri volarono in ogni dove. Spargendosi tra la sporcizia nella mia camera.
Io rimasi lì fermo a fissarli. Sembravano lacrime pietrificate! Il mio pianto ghiacciato da un gelido dolore.
Le fissai ancora un po’.
Cristo santo! Avevo voglia di spaccare tutto. Voglia di gettare bombe atomiche contro al mondo intero.
Ero una bestia! Ero il male puro. Ero rabbia in carne e ossa.
Sentivo le vene pulsare nel mio corpo. La pressione sanguigna irrompere nelle mie arterie fin quasi a spaccarle. La mia testa palpitare come un tamburo. I miei denti digrignarsi tra essi così forte come se si stessero spaccando.
Diedi un pugno contro al muro. Violentemente. Sentendo il braccio vibrare per il forte colpo.
Restai fermo per qualche secondo. Fissando il muro davanti a me e, lentamente, allontanando il braccio.
Non era cambiato niente! Il mondo era ancora intatto. La realtà vivida e presente.
La mia rabbia non era servita a niente!
Così cercai di calmarmi, consapevole di essere fottuto. Che quella pubblicazione mi aveva dato un’ulteriore conferma di essere Mr Nessuno.
Andai in cucina e preparai da mangiare, bevendo intanto un’altra birra. Poi, verso le sette di sera, affamato come non mai, mi misi al pc mangiando la mia pasta e rispondendo a tutti i miei fasulli fan e ai miei nuovi amici scrittori.
Feci tutto meccanicamente. Mangiare, rispondere, scrivere, sorridere: tutto meccanicamente! Come se non fossi io a farlo. Come se al posto mio ci fosse un robot programmato per farlo.
E passai così quasi tutta la serata. Bevendo, fumando. Senza scrivere nessuna nuova storia! Perso nel nulla. Cercando solo un modo per far decollare quel mio romanzo. Un modo per tirarmi fuori da quella schifosa esistenza. Per avere finalmente quella gloria e quel successo che tutti in un modo o in un altro desiderano.
Sì, anche io! Quello a cui non fotteva un cazzo di apparire, piacere, essere voluto bene.
Improvvisamente, dopo ore e ore, il mio telefono prese a squillare nuovamente.
Io guardai l’orologio sul mio pc. Erano appena le undici e mezza di sera. Appena pomeriggio per me.
Strano, si era liberata prima del solito, pensai, agguantando quel telefono e rispondendo.
E infatti era lei!
«Amore, come stai?» mi chiese con fare preoccupato.
Io scossi le spalle.
«Bene, perché?»
Lei sospirò.
«Non devi dirmi niente?» mi chiese ancora.
Mandai giù altra birra e poi accesi subito una cicca, con aria seccata.
«Senti, Anto, non ho scopato con nessun’altra, se è questo che vuoi sapere» le risposi.
Lei rimase un attimo zitta. Forse pensando. Forse desiderosa di spaccarmi il culo.
«Ti prego, non litighiamo» sussurrò.
Io fissai il vuoto, come se stessi vedendo lei. Intento solo a bere e fumare.
Era chiaro. Sì, sin troppo chiaro. La troia si era fatta sbattere da un altro che non era il suo
fidanzato.
Beh, un tempo avrei dato di matto. Avrei spaccato serrande e mobili. Mi sarei ubriacato fino a farmi esplodere il fegato.
Ma oramai non me ne fotteva più un cazzo! Né di lei, né di me, né di altro al mondo.
«Okay, Anto. Non litighiamo!» le dissi.
Lei sorrise. Felice come non mai. Contenta di avere ancora il suo fidanzatino non ufficiale, il suo fidanzatino ufficiale, e qualche amante.
«Hai l’aria triste,» mi chiese «non sei felice di aver vinto?»
Scossi le spalle nuovamente, mandando giù altra birra.
«Stai bevendo?» riprese.
«Sì!» le risposi, con tono freddo.
Dall’altra parte del telefono sentii un grosso respiro, accompagnato da un interminabile silenzio.
Ma per fortuna non mi cagò il cazzo sul fatto di bere o non bere. Né sulla famiglia che desiderava avere con me, e non con il suo fidanzato.
No, aveva già avuto il cazzo! Di certo un altro se l’era sbattuta al posto mio e del suo fidanzato.
Dunque, dentro di lei sapeva di non essere nella posizione per cagarmi il cazzo.
Beh, forse avrei dovuto ringraziare quello stronzo. Chiunque egli fosse. Mi aveva tolto davanti una bella rottura di palle. La mia quotidiana rottura di palle!
«Sai, oggi ho visto delle tutine che starebbero davvero bene a nostro figlio,» riprese «ero in giro con mamma. E quando le ho viste, beh, avrei voluto tanto star lì con te e comprarle.»
“Ah, davvero, inutile contenitore di sperma? E dimmi, le hai viste prima o dopo esserti fatta sbattere dal tuo fidanzatino o da qualche straccia culo incontrato per caso? Già, se desideri tanto un figlio, perché non ti fai ingravidare da quel coglione del tuo uomo invece di sparare queste boiate contro di me? Tanto si è capito che non lo lascerai mai quello stronzo! E che ti farai sbattere da me finché non lo sposerai”.
Ecco cosa avrei voluto dirle! Ma mi limitai a dirle «Sì, sarebbe piaciuto anche a me.»
E lei sorrise ancora. Mi parlò ancora di quella merdosa tutina e di nostro figlio che ora aveva preso il nome di Mattia.
«Sai, sono sicura che un giorno riuscirai per davvero a sfondare con i tuoi libri. In fondo hai pubblicato anche un romanzo in formato cartaceo!»
«Sì, Anto, sono sicuro che ti renderò fiera di me» le risposi. Capendo che per dire tali stronzate si era davvero fatta sbattere da un altro. E sapendo che non sarei mai diventato famoso. Che avrei continuato ad essere mister sconosciuto. Un coglione anonimo che avrebbe venduto sì e no cinquecento copie l’anno. Uno che avrebbe continuato a succhiare cazzi in un call center, senza mai essere un vero scrittore.
Ma continuai la farsa!
Ero stanco per litigare. Stanco per dire ogni cosa. Stanco persino di piangere.
Restai immobile ad ascoltarla. Acconsentendo a ogni cosa. Sorridendo persino! E infine, dopo un paio di ore, quando lei fu stanca, ci mettemmo a letto assieme: come sempre! Lei accanto a me, sul cuscino, nel mio telefono. E come sempre attesi che si addormentasse. Poi afferrai quel telefono.
Tolsi il volume del microfono e misi gli auricolari. Portandola con me verso il pc. Sentendo da quel telefono il suo respiro mentre dormiva. Standomene seduto a fissare il monitor, fumando e bevendo.
Le congratulazioni erano aumentate nuovamente! Tutti si congratulavano per me. Nessuno aveva mai letto un cazzo di mio, eppure tutti erano felici per me. Tutti dicevano che ero un artista! Il migliore. Un grande genio.
Strinsi la bottiglia e la spaccai contro al muro. Le lacrime ghiacciate si aggiunsero a quelle sul pavimento. E io afferrai subito un’altra birra. Dandole un sorso. Capendo sempre di più di non essere uno scrittore, ma solo un coglione senza futuro. Un patetico disadattato che non avrebbe mai combinato niente nella vita. Se non passare la notte sentendo il respiro della propria amante nelle orecchie, proveniente da un telefono cellulare. Leggendo inutili quanto fasulle congratulazioni di sconosciuti. Ora, senza neanche più riuscire a scrivere. Vuoto. Congelato. Spento come un cane a lungo bastonato.

 

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Sei romanzi. Sei romanzi per spaccarvi il cuore.

Sei romanzi. Sei storie ossessive. Sei storie che vi spaccheranno il cuore.
Non ci credete?
Bah, allora leggete!
 
THE WRITER
Fissai a lungo quella pagina. Per secondi che mi sembrarono anni. Senza che mi venisse in mente niente. Nessuna storia! Non una sola parola.
Otto romanzi scritti e quattro pubblicati, e non avevo più parole! Solo il vuoto. E quei miei merdosi e fasulli sorrisi ancora scolpiti nella testa.
Diedi un sorso forte alla bottiglia, come a volerli annegare.
Ma rimasero lì. Innanzi a me. Vividi e penetranti.
«Quante stronzate che hai saputo dire stasera. Bravo! Davvero bravo!» sentii rimbombare in quella stanza.
Digrignai i denti e strinsi forte la bottiglia, alzandola con forza contro le labbra e dando un forte sorso come se volessi fare arrivare fino al cuore quella merda alcolica.
Non morii! No, ero lì fermo, e quella risata rimbombava nella stanza e dentro di me. Devastandomi. Spezzando ogni mia singola ossa.
Chinai il capo, ficcandomi la mano in testa e afferrando i capelli come se volessi strapparli. Strizzando gli occhi e digrignando ancora i denti.
«Che cazzo vuoi da me?» strillai. Quasi piangendo. Tremando e fissando il buio.
Lui rise ancora. Io aprii gli occhi e mandai giù altro vino.
«Ma non sto scherzando!» riprese a echeggiare la voce attorno a me «Sono sincero. Sei stato fantastico! Dio, non credevo che tu potessi essere così bravo. Davvero! E invece hai dato loro quello che volevano. Finalmente hai capito, testa di cazzo»
«Fa silenzio!» urlai, alzandomi di colpo dalla sedia e additando il vuoto «Tu non esisti! Tu non ci sei. Non sei un cazzo di niente!»
Quella risata mi avvolse ancora. Io girai attorno a me. Cercando di vederlo. Cercando di mettere fine a quell’incubo.
«Tu non sai un cazzo di me!» strillai ancora «Io sono uno scrittore! Non sono un patetico pagliaccio. Sono uno scrittore!»
«Scrittore un paio di palle!» urlò più forte, quasi sbattendomi al tappeto con quel suo urlo «Alla gente non fotte niente degli scrittori. Vogliono solo sognare! Vogliono eroi in cui rispecchiarsi. Alla gente non fotte un cazzo dei tuoi merdosi libri!»
«Sta zitto!» urlai, lanciando quella bottiglia contro al mio armadio. Vedendola fracassarsi contro di esso. Vedendo frammenti di vetro volare ovunque, e vino colare sul pavimento, mentre la sua risata cominciò a svanire in quella stanza.
Restai lì fermo ad ansimare. Fissando quella macchia di vino impressa sul mio armadio. Fissando quel vino colare a terra come fosse sangue. Il mio sangue!
 
AFFAMATA D’AMORE
Lei stava davanti la porta della finestra. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva
un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse
fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie
mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì
una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
«Marco, ti devo dire una cosa» sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore
colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del
cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a
vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo
di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che
non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua
vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso
con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il
lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da
tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello
che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di
sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e
ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che
mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.
 
VIOLA COME UN LIVIDO
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata.
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano
i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede
dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori
sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono
in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le
mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella
come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il
suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia senza farle domande.
Poi un rumore. Noi sobbalzammo. Bella abbaiò. Lei mi guardò,
io guardai lei.
Niente! Un inutile spavento. Così restammo lì ad abbracciarci, senza
pensare a niente, senza dire niente, fino a che dopo avermi dato
un altro bacio lei se ne andò nel cesso.
Io pulii tutto, attento a non lasciar tracce. Portai la carta sporca
in cucina, camminando a culo nudo per la casa proprio come Mel
Gibson.
La gettai nella pattumiera. Poi andai in soggiorno e mi rivestii.
Mi rimisi tutto addosso e tornai in cucina. Versai dell’acqua in
un bicchiere e la mandai giù.
Cosa sta succedendo? Questo, pensai, svuotando il bicchiere.
Poi lo ficcai nel lavello. La porta del cesso si aprì. Io guardai verso
la porta. Un’attesa. Qualche passo. Ed eccola di nuovo davanti a
me. Lei, Viola o Alessandra. Ormai non lo capivo più! Ma non
riuscivo a non sorridere fissandola.
Lei era vestita, proprio come me. Eravamo una coppia ufficiale
ormai. Lì, in cucina, vestiti dopo una grande scopata.
Che strano! Niente sigaretta. Niente vino. Niente birra. Solo io e
lei in quella cucina semibuia. Due bicchieri di acqua liscia. Guardarci,
sorridere, tenerci la mano.
Poteva essere bello. Poteva essere pericoloso. Forse, poteva essere
irreale. Di certo strano, eppure incisivo.
Restammo così per un po’. Proprio come una vera coppia. Come
fossimo marito e moglie.
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anche a me» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche
dubbio.
Magari le piaceva solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come
sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei prima ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato
solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola
allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio
inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non
finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona
che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera
persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo, o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento
pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli
adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato
da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!
 
 
Fottiti
Sì, ero l’angelo caduto. Ero l’aborto che mia madre avrebbe voluto compiere. Ero il male da sradicare sul nascere da ogni bravo bambino.
Ero cattivo! Ero sadico. Ero bestiale.
Ero lì, con lei davanti a me. Lei chinata sul tavolo. Lei, indifesa, incapace di muoversi. Lei, che poteva solo urlare. Che poteva solo disperarsi.
Infanzia mancata. Abusi dai genitori. Insulti dai compagni delle elementari. Regali sbagliati ricevuti a Natale. Eiaculazione precoce. Tradimento ricevuto dalla propria donna. Aver visto la propria mamma scopare con il medico.
Ne avrebbero dette tante gli psicologi per dare un movente al mio sadismo. Per cercare di dimostrare al mondo che non esistessero persone cattive, ma solo esseri umani malati.
Beh, io ero cattivo! Io ero l’uomo nero, ero l’orco grande e grosso, ero il demone nell’armadio di ogni moccioso.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Una sensazione nata da una forte frustrazione, magari alimentata da una madre severa e un padre dalle aspettative troppo alte.
Vedi anche narcisismo patologico. Un’immagine distorta del proprio sé, che ti porta a non entrare in empatia con nessuno che non rispecchi te. Sopravalutando le proprie capacità, fino a distorcere la realtà fisica.
Ma a me non fotteva! Io ero lì. Ero potente. Ero colui che avrebbe deciso della vita di Monia.
Avevo fame!
Voglia di sangue. Voglia di carne. Voglia di far male. Voglia di bombardare il mondo intero.
Ecco, fu un attimo! Come sempre. Come per le cose belle che per le cose brutte. Solo un attimo! Né più né meno. E in un attimo strinsi la presa più forte, quasi volessi spezzarle il braccio.
Lei urlò.
«Lasciami, lasciami!» strillò, con le lacrime agli occhi.
«Ora ti faccio vedere io, troia» esclamai, tenendola stretta, e slacciandomi i calzoni con la sinistra.
 
 
LASCIAMI ENTRARE
Già, lei in fondo per me era solo un corpo da scopare. Una bambola da usare a mio piacimento. Una puttana con cui giocare a essere onnipotente. Mentre Anna era la mia donna, la mia fidanzata, quella a cui non potevo ficcarlo in culo né pisciarle in bocca.
Cazzo, neanche se mi leggesse nel pensiero!
«Guarda che non hai bisogno di giustificarti» riprese, continuando ad accarezzarmi il petto.
«Uhm, come?» risposi, chinando lo sguardo verso di lei.
«Hai sentito! Non hai bisogno di pensare a cosa dirmi. Lo so che hai scopato con lei. È normale! Lei è la tua donna. E io… io… io non so neanche cosa sono, io.»
La strinsi forte a me. Aveva ragione! Non dovevo giustificarmi. E neanche io sapevo cosa fosse lei. Se fosse un essere umano o solo un giocattolo. Una bambola da usare. Una creatura inventata solo dalla mia mente malata.
Ed ecco la sua mano di nuovo sul mio petto, proprio come la prima volta.
Sentii di nuovo le sue unghie nella mia carne. Le sue dita affondare in me come se volessero giungere al mio cuore.
Percepii una lacrima cadere sul mio braccio, mentre continuavo a stringerla, senza il coraggio di guardarla.
«La prima volta che… la prima volta che mi hai presa, la ricordi?» mi disse, facendo cadere le sue lacrime sul mio braccio.
«Sì» le risposi, continuando ad accarezzarle i capelli. Ad accarezzare la sua testa poggiata sulla mia spalla. Ad accarezzare quel corpo da me a lungo massacrato, senza sapere più cosa provavo in me. Senza sapere più se lei fosse o no Sofia, la mia puttana e la mia schiava, o solo una bambina da amare e proteggere.
Lei affondò di più le sue dita nelle mie carni. Le sue dita nella mia vita.
«E ricordi cosa hai detto?»
Io non risposi. Non ricordavo niente a dire il vero. Non avevo nessuna immagine stampata in mente. Nessun monologo. Niente! Solo il mio cazzo nella sua bocca. Solo il mio cazzo nel suo corpo, e il suo senso di terrore e impotenza. La sua sofferenza e la sua umiliazione che accresceva la mia onnipotenza.
Poi esalò un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
«Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo» disse, restando poi un attimo in silenzio. «E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare» riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto e le lacrime bagnavano il suo viso. «E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito.»
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva. Sapeva che non ci stava altro da dire oltre a quanto da lei già detto. Sapeva che i sogni non esistono. Che al mondo niente è giusto. Niente è come sognamo.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Dio, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Poi ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono iniziò a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
«Non rispondi?» mi disse, sapendo già la risposta.
Io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!
 
 
VICOLI BUI
Che sciocca! Sì, era proprio una povera ingenua! Era cresciuta nel corpo, ma era rimasta la bambina di tanti anni prima. Non aveva capito che io ero cattivo come gli uomini che mi davano la caccia, che non ci stava né giusto né sbagliato al mondo. Solo uomini che sopravvivevano! Uomini che sopravvivevano divorando le carni di altri. E nessuna regina avrebbe mai fatto patti con i suoi schiavi. No, ogni regina avrebbe fatto scuoiare vivi i propri schiavi. E gli schiavi, se avessero potuto, avrebbero violentato a turno la loro regina, per poi diventare sovrani di altri schiavi.
E io ero come loro! Io ero uno schiavo braccato da tante regine. Uno schiavo pieno di rabbia. Uno schiavo che non avrebbe esitato a sbranare la propria regina, per poi costruire il proprio impero sui miliardi di cadaveri dei propri fratelli.
Ero cattivo! Ero il male in carne e ossa. Ero il peccato originale fatto carne. E lei avrebbe dovuto cacciarmi via. Avrebbe dovuto cancellare i suoi inutili sogni da mocciosa. Tirare fuori le palle e sbattermi fuori alla porta.
Ma non lo fece!
Io non capivo. Io ero confuso. Io ero come lacerato da decine di mani che mi strappavo il cervello.
Non sapevo che fare! E così non feci niente, se non restar lì a sorriderle tenendole la mano.
Poi continuammo a parlare del nostro passato. Di quella volta che era riuscita a farmi piantare una margherita, o di quella in cui io mi offrii di essere punito al posto suo, dopo che lei aveva fregato una merendina dalla mensa.
Parlammo a lungo. Poi cenammo assieme. Lei mangiò della merdosa pastina assieme a me, così da farmi compagnia mentre guardavamo la tele in cerca di notizie.
Niente! Solo e sempre la stessa merda. Covello era su tutti i telegiornali nazionali, e la mia foto veniva passata in continuazione, sperando che la brava gente desse una qualsiasi informazione alle forze dell’ordine. Ma io ero lontano da loro. Ero lontano da Covello. Ero lontano dai suoi uomini. Ero lontano dalla gente, lontano dal mondo, lontano da ogni giustizia e ogni colpa.
Io e Maria eravamo da soli, come due naufraghi. Da soli in un mondo tutto nostro. Da soli in un limbo dove il giusto e sbagliato non esisteva. Da soli, mano nella mano, a parlare di noi raccontandoci a vicenda, svelandoci a vicenda. Avvicinandoci intimamente, tremendamente, pericolosamente. Mentre fuori da lì il mondo continuava a scorrere velocemente, decidendo cosa fosse giusto e cosa sbagliato.
Senzanome