NUDA

Il suo stato d’animo e la sua stessa vita rispecchiavano le sue unghie rosicchiate: specchio di una vita divorata fino all’osso.

Non si sentiva pronta, e uscì da quella stanza così come vi era entrata due mesi prima: una bambina impaurita al cospetto di un mondo troppo immenso.

Si ritrovò per l’ennesima volta in un corridoio dalle mura bianche piene di colorati disegni fatti con pastelli a cera: deformi animali rossi, gialli, verdi, viola o rosa; e ancora disegni raffiguranti persone che si tenevano per mano, bambini sorridenti, alberi e prati fioriti: tutto ciò che doveva portare al cuore amorevoli sensazioni e pensieri felici, ma che a niente servivano se non ad appestare l’aria di un pastoso odore di cera che si mischiava a quello del detersivo scadente proveniente dal pavimento.

Li aveva visti mille volte quei disegni, forse anche di più, perché durante la prigionia, fra colloqui, attività di gruppo e le poche ore di libera uscita, lei come le altre non faceva che vagare in pigiama per quel corridoio.

Conosceva a memoria ogni mattonella. Era entrata e uscita mille volte dalla grossa porta del refettorio alla sua sinistra, ormai impregnata dalla puzza di stufato di carne bollita e da cui sembravano ancora uscire i lamenti di ragazze terrorizzate al cospetto di un piatto fumante. Era entrata e uscita mille volte dalla porta dei bagni dove solitamente le ragazze si ammassavano per la doccia, e in cui, per quanto candeggina si passasse, si respirava sempre un disgustoso tanfo di vomito misto a sangue mestruale di un ciclo a lungo ritardato. Ed era entrata infinite volte nella stanza di ogni ragazza dove a volte, in lacrime, lei e le altre si riunivano per confessarsi indicibili segreti, oppure solamente menzogne propinate per ricevere un abbraccio.

Come uno spettro in pena aveva percorso migliaia di volte quel corridoio, fissando i propri pensieri densi e vischiosi quanto schiuma da barba, circondata da ragazzine pallide e ossute con addosso pigiami da bambina e dallo sguardo inanimato: il suo stesso sguardo! Gli stessi sguardi delle ragazze che vide ancora una volta in quel corridoio; alcune camminavano velocemente per cercare di smaltire inesistenti calorie, altre stavano appoggiate a un muro leggendo o fissando il vuoto, e altre ancora entravano e uscivano dalla propria stanza, giusto per far scorrere il tempo.

Sembravano tutte uguali: pigiami, volti pallidi e occhi incavati si susseguivano lungo il corridoio avvolto dal vocio petulante di adolescenti e le urla nevrotiche di un’infermiera che diceva loro di stare calme.

Eva sapeva che stavano fingendo, pur di non morire; e anche lei stava fingendo: fingeva di sorridere, perché non sapeva come dire a loro che fra poco le avrebbe abbandonate per sempre, e che era felice di farlo.

Continuò soltanto ad avanzare fra volti, urla, risate, e scheletriche braccia che oscillavano nel vuoto come rami secchi scossi dal vento.

In mezzo a loro, ancora una volta, si sentiva una persona inadeguata: quella che non avrebbe mai fatto niente nella propria vita, diversamente da una sorella che eccelleva in ogni cosa.

Pensò ancora a cosa avrebbe fatto una volta fuori da lì, camminando a passo lento fra quelle mura coperte da disegni per bambini, mentre quei volti sembravano circondarla, come se con i loro occhi incavati volessero ricordarle una realtà da cui mai sarebbe fuggita.

Studiare medicina o iscriversi a una scuola di scrittura?

E con quali soldi?

Qualsiasi pensiero si insinuasse nella sua mente, alla fine la riconduceva sempre a lui: suo padre!

Era stato lui a pagarle l’università a Macerata. Era stato lui a pagarle l’auto. Era stato lui a pagarle il ricovero. E sarebbe stato lui a pagarle il futuro.

Ovunque fosse andata, suo padre l’avrebbe sempre inseguita dicendole: «Tu senza di me non vali niente!» E non avrebbe avuto bisogno di parole per dirlo, gli sarebbe bastata la sua presenza: un solo sguardo e l’avrebbe uccisa.

Forse il solo modo per liberarsi della malattia sarebbe stato vedere suo padre morto.

Guardò ancora i volti di quelle ragazze, cercando di non pensare a nulla, ma senza riuscirci, sentendosi fragile come il giorno di due mesi prima, quando aveva messo piede in quel posto.

Fra un intreccio di volti, braccia e voci, vide Elena poco distante dalla porta della loro camera. I suoi grossi occhi azzurri, incastonati in due bui crateri su di un pallido viso, erano tristi più del solito, come se vedendo Eva fosse a conoscenza che presto le avrebbe detto addio.

I boccoli biondi, simili a quelli delle bambole nella camera di Eva, le cadevano sul viso mentre teneva il capo chino su di un libro.

Eva istintivamente guardò il libro fra le mani scheletriche di Elena: era Anna Karenina. Elena l’aveva letto almeno tre volte.

Elena era del luogo. Abitava poco distante da Genova. Infatti i suoi venivano a trovarla ogni giorno, anche se la cosa non le faceva piacere. Era una ragazza schiva, taciturna, spesso cupa. Ma quando sorrideva, e ciò succedeva di raro, le sue sottili labbra -sempre coperte dal rossetto- mostravano una fragilità sconcertante: come se non fosse un’adolescente, ma soltanto una bambina. E in fondo lo era, proprio come Eva.

Elena profumava sempre di vaniglia o di zucchero, vestiva sempre con abiti freschi, e aveva una passione innata per la lettura.

Tolstoj, Flaubert, Dostoevskij, Čechov, Bulgakov, Simenon; grazie a lei Eva aveva passato infinite notti assieme a Emma Bovary, Anna Karenina o Varvara Dobroselova. Elena le aveva narrato tutto dei personaggi presenti nei libri da lei letti, quasi fossero reali, e per lei la sola famiglia.

Eva aveva letto molte cose, e spesso del desiderio di farsi ammirare da suo padre, eppure innanzi la vorace fame di libri mostrata da Elena si era spesso sentita un’inetta: proprio come quando andava da suo padre, dicendogli di aver letto un libro, e sentendosi rispondere con tono annoiato: «Sì, niente male, ma ci sta di meglio.»

Alcune volte, mentre Elena parlava, Eva rimaneva incantata; altre volte invece la odiava! Fissava i suoi grossi azzurri, sorridendo, ma desiderando di cavarglieli e schiacciarli sotto al calcagno. Perché lei era la figlia che suo padre avrebbe voluto! Perché lei forse sarebbe morta, ricordandole il suo essere malata e imperfetta.

Presto le avrebbe detto addio, eppure, guardandola, non provò la minima nostalgia verso di lei, ma solamente un senso di liberazione nel sapere che presto non avrebbe più udito le sue lacrime durante la notte, o quelle di tutte le altre ragazze.

La guardò ancora, scrutando i suoi zigomi incavati in cui, come pietre marine erose da troppe onde, si celavano infiniti anni di dolore.

Gli occhi di entrambe si incrociarono come due incomunicabili solitudini che si trovano, senza però potersi abbracciare.

Mentre nel corridoio continuavano a rimbombare le urla delle ragazze, Eva non vedeva nulla davanti a sé se non gli occhi di Elena. Sembravano si stessero dilatando, inghiottendo ogni cosa: persino i passi di Eva che avanzava verso di lei sforzandosi di sorridere, ma vedendo in quegli occhi soltanto una bestia che gli stava ringhiando contro: «Guarda ciò che sei!»

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LA FINESTRA CHIUSA

Da piccolo ricordo che mia madre mi amava come se fossi un tesoro prezioso da custodire. Come fossi la sua bambola, il suo trofeo, la sua rivincita.
Ero il suo amore da preservare. La parte bella di lei da tutelare.
Eppure non vide mai il sangue sulla mia pelle.
Steso per terra, ora che sento queste calde lacrime scorrere sulla pelle ruvida del mio viso, fissando un materasso nudo e orrendo come un cucciolo squartato, la rivedo quando entrò in casa dopo quel dannato pomeriggio.
Non vide il sangue, no, né io glielo mostrai.
Perché non glielo mostrai?
Mi ripiego sul pavimento come un insetto schiacciato, piangendo e stringendo la mia testa fra le mani, ingoiando le mie lacrime e il sangue che continuo a sputare a ogni colpo di tosse.
No, non fu colpa di mia madre. Non fu colpa di mio padre.
Quel sangue era rinchiuso in una stanza da me sigillata. Fetido e nauseante, celato nel volto di un bambino che si stava indurendo come la roccia.
Quel sangue era davanti ai loro occhi, ma io mi affannavo per coprirlo. Per nasconderlo. Per celarlo dietro a lenzuola pulite che mi rendessero immacolato.
Avrei forse dovuto dirlo?
Tremando, strisciando verso lo specchio, vedo una sola parola incisa sul muro: “Violenza, violenza, violenza, violenza”.
La fisso mentre il materasso gronda sangue bollente che inizia a bruciarlo, e urla di bambini martoriati echeggiano nel fumo che sovrasta la stanza.
Le mura attorno a me sembrano comprimersi come un organo divorato da un cancro, lasciando scorrere sangue e pus, simile allo schifo che sputo per terra, rigirandomi su di un lato e continuando a tossire.
La tosse è sempre più forte, come le lacrime di mia sorella e la voce di mia madre che mi dice: «Tony, per favore, esci. È la vigilia di Natale, non lasciarmi sola questa notte.» Quella sua voce che simula il suono di una donna morta decenni fa, e che ma più potrà riabbracciarmi. Quella sua voce che spera ancora, pur sapendo che tutto è finito, e noi non siamo altro che cadaveri sepolti da gelide macerie.
Eppure quella voce sembra giungere a me come un sogno lontano: non altro che una visione che si intravede durante il dormiveglia, mentre tossendo ancora e sputando sangue mi trascino debole verso la finestra, udendo la voce di mia madre, in lacrime, dirmi: «Per favore, apri questa porta.»
Ma la porta resta chiusa. I nostri mondi restano divisi. E mentre mi trascino verso la finestra sento appena le sue lacrime, e poi i passi di mia sorella che si allontanano.
Non sento più alcun rumore. Non vedo niente, se non una macchia dietro al vetro della porta, forse simile a quella che mi sta divorando il petto e la vita.
Tossisco ancora. Sputo sangue, e respirando a fatica lo ingoio, cadendo al suolo con la faccia sul mio stesso sangue.
Cerco di farmi forza. Irrigidisco le braccia, e come un insetto dalle zampe mozzate mi trascino sul pavimento, raggiungendo il muro e restano immobile contro di esso, respirando lentamente la puzza di decomposizione attorno a me.
Ansimando, ingoiando ancora il sangue che mi cola dal naso, sfioro il muro alle mie spalle come se stessi toccando il viso di mia madre. Lo sfioro, mentre lei non tocca niente se non un vetro che ci divide e ci dividerà per sempre.
Tremando, la mia mano scivola sulla scritta: “Scusami per i baci mai dati. Per quelle carezze che desideravi e mai ti ho donato. Scusami per tutte le volte in cui avrei dovuto ascoltarti e non l’ho fatto. Scusami per il dolore che ti ho cucito addosso, e scusami per il sangue. Scusami se ho sporcato il tuo cuore con il mio sangue. Scusami se non sono stato capace di vivere. E scusami per essere nato: non sono il figlio che desideravi.”
La mia mano scivola ancora, lentamente, su quelle ruvide parole, ormai simili alla mia pelle, e la mano di mia madre scorre contro al vetro della porta che ci separa, condannandoci a un silenzio inumano, bestiale, straziante.
In questo soffocante silenzio sembra quasi che ci stiamo fissando, come se fossimo entrambi chiusi in questa gabbia. Ma è solamente la sua voce che giunge a me, come se provenisse dal passato. Una voce così atroce e dolorosa da farmi balzare il cuore, mentre odo un triste canto avvolgere l’intera stanza: la voce di mia madre, lacrimosa e ora vicinissima, cantare soffocata dal pianto:
«Dormono le case, dorme la città,
Solo un orologio suona e fa tic tac;
Anche la formica si riposa ormai,
Ma tu sei la mamma e non dormi mai.»
Stringo i pugni e digrigno i denti con una tale rabbia da sentire in bocca il sapore del sangue.
Sento la sua voce, simile a una supplica, scavarmi nel cuore e nell’anima, e le mie ossa si spaccano come le mura attorno a me, mentre la sua mano sfiora la porta come se fosse quel bambino biondo che mai più accarezzerà.
Sento ancora la sua voce cantare come faceva con quel bambino ormai morto, sepolto in una stanza colma di vomito e piscio.
La sento singhiozzare amaramente. Sempre più dolorosa. Sempre più vicina, come il pianto che ci unisce. E la sua voce debole, che svanisce nell’aria cantando:
«Quando sarò grande comprerò per te
Tante cose belle come fai per me,
Chiudi gli occhi e sogna quello che non hai,
I tuoi sogni poi mi racconterai.»
La sua voce svanisce nell’aria come il velo di una sposa ormai morta che vola nel vento. Non resta altro che silenzio. Cemento attorno a noi, e gelo sulla pelle.
Sento soltanto il fruscio della sua mano contro al vetro. Il suo respiro che non sfiorerà mai più la mia pelle. E il suo carnale pianto ricordarmi che sta morendo.
Ecco, è Natale, e io e mia madre stiamo morendo.

LA FINESTRA CHIUSA

Non li sopporto più. Non sopporto più questa gente fotocopiata che mi cammina attorno, simile a irriconoscibili batteri.
Continuando a camminare, costeggiando gli alti e antichi palazzi alla mia destra e lasciando che le auto rumorose passino alla mia sinistra, vedo un vecchio uomo sdentato e vestito di stracci uscire da un negozio tenendo stretta nella propria rugosa mano quella della sua piccola bambina.
Lei avrà sì e no sei anni. E molto magra, e lo sembra ancor più con addosso quel suo vestitino rosa. Ha scarpe aperte dello stesso colore del vestito, nonostante il freddo. Sembra tremare, e il suo vecchio padre, come se stesse facendo uno sforzo immane, la tira su prendendola in braccio, stringendola forte come se al mondo non esistesse altro di più importante. Come se volesse scaldarla, e tenerla lontana dal turbinio di insensibile carne che li avvolge, senza neanche vederli.
Immobile nel mezzo di un’ondata di corpi veloci che mi trapassano, udendo il brusio di mille voci attorno a me mi giro lentamente, vedendo quell’uomo svanire nella folla, come fosse fatto d’aria.
Vedo il capo di quella bambina poggiato contro la spalla di suo padre. Ha gli occhi chiusi come se si sentisse al sicuro in quella stretta. Affonda le dita nei lerci vestiti di quell’uomo come se si stesse aggrappando alla vita: la sola vita che conosce. La sola vita che la stringe forte, senza lasciarla cadere in un ululante e scuro turbinio di malsano liquame.
Qualcuno stringerà così anche me? Qualcuno mi terrà mai al sicuro da questo mondo?
No, nessuno lo farà, e nessuno lo fece mai.
Ricordo una delle prime volte in cui da piccolo capii il senso della parola umiliazione. Avevo appena cinque anni. Frequentavo l’asilo, e mio fratello la terza elementare. Indossavo un orrendo grembiulino giallo canarino. Non conoscevo ancora il significato della parola odio, ma sentivo di non sopportare quella divisa, come non sopportavo di vederla addosso agli altri bambini attorno a me.
Avevo passato il più delle ore a giocare da solo con le costruzioni. Non amavo stare con gli altri bambini, li reputavo volgari e invadenti, perché avevo sentito da mia madre quelle due espressioni, e dunque doveva essere anche per me così.
Attorno a me, in una stanza simile a una gabbia dalle mura piene di disegni colorati che puzzavano di gessetti e pastelli a cera, i bambini amavano fare giochi di gruppo, e a volte si azzuffavano insultandosi in dialetto che detestavo, perché mia madre lo detestava, e insultandosi proprio come fossero adulti.
Puzzavano persino come gli adulti!
Io preferivo starmene da solo, costruendo cose senza senso che poi avrei distrutto. Ma quel pomeriggio non stavo più costruendo niente. Avevo appena finito di creare un robot a tre teste, per poi vederlo distruggere da un altro bambino che mi urlò contro: «Ricchione!».
Scoppiai a piangere. Iniziai a piangere così forte che la maestra, una vecchia donna dal volto cattivo, dovette afferrarmi per cercare di tranquillizzarmi.
Ricordo come fosse ieri la sua forte stretta, il suo sguardo malvagio e il suo fetido alito di fumo. E ricordo come le afferrai i capelli e le graffiai il viso, urlando e continuando a piangere sempre più forte, ingoiando le mie lacrime salate e vedendo la realtà attorno a me offuscarsi in un vortici di colori a cera contro ai miei occhi arrossati e gonfi di lacrime.
Di certo quella donna desiderò colpirmi con una forza tale da staccarmi la testa dal collo, ma non potendolo fare si limitò a cacciarmi fuori dalla classe: cinque anni, poco più di un metro d’altezza, poche ossa in un odioso grembiulino giallo, e già mi trovavo in castigo. Già fui gettato via. Già fui bollato come sbagliato.
Stavo fermo contro al muro accanto alla porta della classe, ancora in lacrime, impaurito, e senza capire quale fosse la mia vera colpa.
Ricordo che quel corridoio sembrava gigantesco, e i disegni colorati erano in quel momento orrendi: uccelli rosa mi sembravano demoni, e pesciolini rossi erano per me diavoli.
Tremavo come una foglia, solo e smarrito, tirando su con il naso il muco che mi colava fino alle labbra e guardandomi attorno in cerca della mia mamma, respirando solamente un soffocando odore di gesso, e continuando a non comprendere quale fosse la mia colpa.
Ma non ci stava nessuno lì. No, fui abbandonato. Fui rifiutato. Fui gettato via come immondizia: la stessa che mio padre non voleva mai scendere di sera, costringendo la mamma a farlo.
Tremando, capendo per la prima volta nel mio giovane cuore il senso della parola “confusione”, guardai una delle porte in quel gigantesco corridoio che si protraeva fino all’infinito.
Era l’ultima porta sulla sinistra. Una normalissima porta di plastica con nel mezzo un oblò di vetro.
Sapevo che era la sua di classe, e asciugandomi le lacrime con il mio piccolo pugno camminai lentamente verso di essa, desiderando solamente che qualcuno mi stesse vicino. Desiderando solamente che qualcuno mi dicesse che tutto andava bene, abbracciandomi.
Ma andava bene per davvero?
Dovetti alzarmi sulla punta dei piedi per arrivare al vetro, tenendo poggiate con forza le mie piccole e paffute mani contro la fredda plastica della porta.
Guardai al di là di quel vetro opaco. Una donna di circa trent’anni stava seduta dietro a una cattedra, urlando a gran voce parole che non potevo sentire, mentre una classe composta da circa venti bambini con addosso grembiulino blu o rosa e al collo un fiocco verde, fingevano di ascoltarla persi nei propri pensieri.
Io guardavo mio fratello e sorridevo. Sorridevo come quando mia mamma mi stringeva forte, perché speravo che lui mi vedesse, ma non mi vide neanche quando un ragazzino biondo e ciccione cominciò a ridere guardando verso di me e indicandomi con il dito.
In breve tutta la classe iniziò a ridere. I loro occhi erano su di me. Le loro risate sembravano liquefare quel pezzo di plastica che ci divideva, roteando attorno a me come tanti spettri crudeli.
Smisi di sorridere. Un patetico broncio tremò sul mio viso, e gli occhi tornarono gonfi di lacrime.
Sentii solamente una calda, atroce lacrima colare sulla mia guancia arrossata forse più dalla vergogna che dal dolore, mentre fissavo ancora quei volti, sentendomi solamente un inutile sgorbio.
Mio fratello mi vide?
Non fu certo lui a uscire da quella porta quando si spalancò. No, furiosa e veloce la maestra si pose davanti a me, e io in un millesimo di secondo non vidi altro che i suoi occhi iniettati di odio, percependo poi tre violentissimi schiaffi contro la mia piccola mano.
Uno.
Due.
Tre.
Poi la maestra sbatté la porta contro la mia faccia. Non si sentì più alcuna risata provenire da quella classe, né tantomeno riuscii a piangere.
Rimasi lì immobile come fossi stato appena violentato. Non conoscevo neanche il significato di quella parola, ma sapevo che faceva male sentirsi un niente. Sapevo che era tremendo sentirsi deriso, umiliato: era come essere stato ucciso.
No, non versai una lacrima, ma sentii qualcosa di caldo contro le mie cosce, e poi lungo sulle ginocchia.
Il grembiulino diventò di un giallo scuro, e un acre odore di urina giunse fino alle mie narici, mentre io stavo lì immobile, tremulo, fissando quella porta mentre la mia mano arrossata pulsava dal dolore.
Quando mia madre venne a prenderci la maestra non mi aveva tolto di dosso neanche il grembiulino. No, le disse che mi ero comportato male, e le consigliò di trovare un buon sostegno psicologico perché io potessi riuscire a inserirmi assieme agli altri bambini.
Non dissi nulla mentre loro parlavano. Avevo solamente bisogno di un abbraccio, mentre gli ultimi bambini della classe uscendo mi guardavano e deridevano indicando il mio grembiule bagnato, e mia madre continuava a cercare di capire come fare di me un bambino perfetto.
Avrei avuto solamente bisogno di un abbraccio, ma non mi abbracciò neanche quando andammo verso casa: lei con il mio grembiulino sporco in una busta, e io nella sua mano, tenendo strette le gambe per la vergogna, cercando di nascondere a tutti quella macchia di urina, mentre mio fratello parlava della sua giornata a scuola.
Possibile che non mi aveva visto? E mia madre aveva notato la mia mano rossa e indolenzita?
No, nessuno notò niente, e il giorno dopo andai a scuola con il pannolino, e per colpa di coloro che mi credevano diverso capii cosa significasse sentirsi diverso.
E nessuno mi strinse. No, nessuno abbracciò quella mia diversità.
Ora avrei tanto bisogno di un abbraccio, ma camminando in questa folla di volti, nessuno mi vede. Non è cambiato nulla da quando ero quel piccolo bambino ritto sulle punte di piedi contro a una misera porta.
Qualcuno percuoterà ancora una volta le mie mani?

 

 

Katja

Forse come Katja aveva bisogno di una carezza sul viso. Aveva bisogno di sentirsi ancora umano. Aveva bisogno di sentirsi ancora vivo in un mondo che aveva ormai abbandonato, lasciato fuori da una finestra chiusa da cui provenivano soltanto i rumori scomposti della città addormentata, mentre lui svaniva in un mondo pieno di storie, ma incapace di vivere la propria di storia.
Per un attimo ebbe voglia di rinchiudersi in uno degli scatoloni all’ingresso, assieme a tutti gli oggetti che aveva raccolto per strada e da cui aveva tratto spunto per infinite storie.
Avrebbe portato anche Katja con sé. Lei glielo avrebbe permesso, sì, ne era sicuro.
Ma quale ruolo le avrebbe mai dato in una sua storia?
Fissò ancora la sagoma tremula di lei smarrita nel buio. Sembrava un animale ferito rannicchiato nell’angolo di un marciapiede, ansimando, con la lingua di fuori che sfiora il pavimento, capace soltanto di sentire il dolore della morte che gli squarcia la pancia, sempre più vicino, ma mai abbastanza per mettere fine a ogni tormento.
Non sapeva nemmeno chi fosse, e lei non sapeva niente di lui.
Erano soli, ecco cosa, e si trovavano rinchiusi nello stesso spazio: uno spazio stretto quanto un organo che si sta contraendo privo di sangue, un attimo prima che ogni cellula muoia e la carne inizi a marcire.
Cosa sarebbe rimasto di loro?

NUDA

Era tutto tremendamente gelido in quella stanza, come il viso della bambolina di porcellana poggiata su di una mensola, fra onorificenze e foto di famiglia.
Eva la fissò qualche istante. Era identica a una delle bambole che suo padre le aveva regalato quando era ancora piccola.
«Mi raccomando, non giocarci e abbine cura» le diceva ogni volta, dandogliene una.
Il più Eva le aveva fracassate sul pavimento, una volta cresciuta, ma alcune erano rimaste sulle mensole della sua stanza, e di notte sembravano fissarla con occhi di marmo, sussurrando nel buio: «Evaaa»
Anche quella bambola sembrava scrutarla con due occhi bovini, ricordandole che lei stessa non era altro che una pupattola: ventisei anni, quarantaquattro chilogrammi per un metro e cinquantadue di altezza, e le unghie distrutte che continuava a rosicchiare nervosamente, sotto lo sguardo vigile dell’uomo seduto davanti a lei.
Sobbalzò, mordendosi un dito, sentendo ovunque la voce dell’uomo dirle: «Eva, ma mi hai sentito?»
Si voltò di scatto. Per un attimo le mura attorno a lei sembrarono accartocciarsi, stridendo come il ponte di un veliero che ha accolto troppi passi, per poi svanire in una opaca nebbia.
Guardando quell’uomo vide suo padre seduto nel soggiorno dirle: «Eva, insomma, ti decidi o no a impegnarti nello studio?»
Da sotto la scrivania strinse il pugno, come se stesse afferrando un coltello, desiderando di conficcaglielo in gola, mentre l’uomo la incitò ancora dicendole: «E allora?»
Muovendo nervosamente le punte dei piedi, a Eva sembrava di non sentire nemmeno il pavimento al di sotto delle sue ballerine di pezza, mentre le sue palpebre vibravano, e le pupille cercavano invano di scostarsi da pareti bianche quanto latte acido, cercando il coraggio di guardare il volto carnoso e sudaticcio di quell’uomo che, ancora sorridendo, attendeva una risposta che lei nemmeno aveva.
Chinò lo sguardo, lasciando scivolare le sue piccole dita fra le gambe, osservando su di una scrivania piene di scartoffie una tazza con su scritto: “Il miglior papà del mondo”.
Ne aveva regalata anche lei una a suo padre, ma non l’aveva mai vista esposta sulle mensole dove lui mostrava con vanto i propri libri, gli attestati di medicina oppure i vari premi conseguiti durante gare di ciclismo.
Quella tazza era rimasta incontaminata da ogni gusto e odore, conoscendo solamente la puzza della polvere, gettata chissà dove: forse poi non così diversa da lei.

 

 

LA FINESTRA CHIUSA

La sua mano sfiora ancora il mio viso. Le luci nella stanza sembrano stringerla in un silenzio antico, sacro, cupo e doloroso, mentre le nostre mani si stringono e lei, faticando a guardarmi ansima appena: «Io sono morta, Tony. Sono morta dalla prima volta che loro hanno messo mani addosso. E a me piacerebbe venire via con te. Mi piacerebbe portarti a casa mia, da madre mia, e farti correre in campi di Poltava. Farti assaggiare il boršč, le deruny, i varenyky e il piroh. Vorrei farti sentire profumi di terra mia: di inverno si sente l’odore di legno bruciato proveniente da camino, e in primavera ci si può perdere in profumo di fiori e di grano. Ma so che nulla di tutto ciò potrà succedere! No, questi profumi, questi sapori, queste immagini, io non li rivedrò mai più. Lo so. L’ho capito, ormai. So di no essere altro che una puttana, e che questa è mia vita. Una vita che no è vita, e che no posso donare ad altri.»
La sua voce sfuma contro le mura, e il silenzio avvolge la stanza intera, ormai soffocata dalle ombre che si dilatano su di noi, lasciando davanti ai miei occhi soltanto il pallore della pelle di Angela, e quei suoi occhi lucidi che ancora una volta mi stanno chiedendo di non ammazzarla con inutili speranze.
«In fondo la vita dovrebbe essere fatta di questo» mi sussurra, mentre appena una lacrima le solca il viso.
La vedo quasi dissolversi come fumo mentre sussurra: «Dovresti fermarti e assaporare la vita. Tu forse puoi ancora farlo.»
Le sue parole sfumano lentamente, fino a svanire del tutto, mentre attorno a noi ogni luce scompare, lasciandoci da soli nel mezzo di un buio glaciale.
La sua mano sfiora un’ultima volta la mia, e poi la sua pelle scompare assieme alle sue parole.
È svanita per sempre, lo so, e voracemente le afferrò nuovamente la mano sperando che non sia così. Sperando che stia ancora qui con me, anche se in fondo non siamo mai stati assieme: noi, non altro che spettri, ora svaniti del tutto, lasciando al nostro posto solamente due solitudini incapaci di toccarsi, se non in un sogno.
È la pelle di un cadavere che sto accarezzando?
È gelida, e lei trema mentre le accarezzo il viso. Trema mentre la guardo negli occhi. Trema, più di ogni volta che è stata violentata.
Sto violentando forse il suo cuore?
La mia mano affonda nei suoi capelli. I suoi occhi mi fissano con aria terrorizzata, mentre io sussurro il suo nome, come se la stessi supplicando di non sparire.
La vedo allontanarsi da me. Vorrebbe scappare. Vorrebbe piangere più forte. Vorrebbe smettere di sperare. Vorrebbe smettere di soffrire. Ma come se io non avessi udito nessuna delle sue parole, sto ancora una volta avvelenando il suo sangue con quella malsana e crudele droga da cui non riesco a liberarmi e che sta infettando il mio corpo, mentre io infetto il suo, vomitandogliela dritta in gola.
È solamente dolore che ingerisce mentre avvicinando lentamente a lei il mio viso, accarezzando la sua pelle e fissando il suo volto tremulo, le mie labbra quasi sfiorano le sue, per poi toccarle, baciandole, vomitando nel suo cuore un’infezione da cui non potrà scampare. Un veleno che non conosce antidoto.
Mentre la bacio, capisco che la sto uccidendo?

NUDA

Prima di addormentarsi si rigirò infinite volte in un letto che le sembrava immenso, in una notte soffocante ormai priva del sapore della pelle, dei baci, degli abbracci: ogni sua personale droga lasciata fuori da quel limbo in cui era entrata per disintossicarsi.
Pensava a quell’uomo, e non voleva ammetterlo, ma più cercava di scacciarlo come fosse una fastidiosa zanzara, più lui tornava, pungendole il cervello.
Qualcosa palpitava in lei: nella sua testa, nel suo petto, sulla sua pancia, fra le sue cosce, sui suoi piedi; e lei non riusciva ad allontanarlo. Sentiva soltanto un bisogno. Percepiva una mancanza che le stava stracciando di dosso la pelle: la mancanza di un abbraccio, di un bacio, o di occhi che la fissassero come se lei esistesse, e non fosse soltanto una bambola con cui giocare, per poi gettarla nel fango.
Forse aveva bisogno soltanto di se stessa, ma stringendosi fra le sue stesse braccia sentiva soltanto freddo: un freddo antico, pesante e vivido come quello che si avverte sulla pelle in un cimitero.