“La finestra chiusa”, in fase di editing

Ricordo una delle prime volte in cui da piccolo capii il senso della parola umiliazione. Avevo appena cinque anni. Frequentavo l’asilo, e mio fratello la terza elementare. Indossavo un orrendo grembiulino giallo canarino. Non conoscevo ancora il significato della parola odio, ma sentivo di non sopportare quella divisa, come non sopportavo di vederla addosso agli altri bambini attorno a me.
Avevo passato il più delle ore a giocare da solo con le costruzioni. Non amavo stare con gli altri bambini, li reputavo volgari e invadenti, perché avevo sentito da mia madre quelle due espressioni, e dunque doveva essere anche per me così.
Attorno a me, in una stanza simile a una gabbia dalle mura piene di disegni colorati che puzzavano di gessetti e pastelli a cera, i bambini amavano fare giochi di gruppo, e a volte si azzuffavano insultandosi in dialetto che detestavo, perché mia madre lo detestava, e insultandosi proprio come fossero adulti.
Puzzavano persino come gli adulti!
Io preferivo starmene da solo, costruendo cose senza senso che poi avrei distrutto. Ma quel pomeriggio non stavo più costruendo niente. Avevo appena finito di creare un robot a tre teste, per poi vederlo distruggere da un altro bambino che mi urlò contro: «Ricchione!».
Scoppiai a piangere. Iniziai a piangere così forte che la maestra, una vecchia donna dal volto cattivo, dovette afferrarmi per cercare di tranquillizzarmi.
Ricordo come fosse ieri la sua forte stretta, il suo sguardo malvagio e il suo fetido alito di fumo. E ricordo come le afferrai i capelli e le graffiai il viso, urlando e continuando a piangere sempre più forte, ingoiando le mie lacrime salate e vedendo la realtà attorno a me offuscarsi in un vortici di colori a cera contro ai miei occhi arrossati e gonfi di lacrime.
Di certo quella donna desiderò colpirmi con una forza tale da staccarmi la testa dal collo, ma non potendolo fare si limitò a cacciarmi fuori dalla classe: cinque anni, poco più di un metro d’altezza, poche ossa in un odioso grembiulino giallo, e già mi trovavo in castigo. Già fui gettato via. Già fui bollato come sbagliato.
Stavo fermo contro al muro accanto alla porta della classe, ancora in lacrime, impaurito, e senza capire quale fosse la mia vera colpa.
Ricordo che quel corridoio sembrava gigantesco, e i disegni colorati erano in quel momento orrendi: uccelli rosa mi sembravano demoni, e pesciolini rossi erano per me diavoli.
Tremavo come una foglia, solo e smarrito, tirando su con il naso il muco che mi colava fino alle labbra e guardandomi attorno in cerca della mia mamma, respirando solamente un soffocando odore di gesso, e continuando a non comprendere quale fosse la mia colpa.
Ma non ci stava nessuno lì. No, fui abbandonato. Fui rifiutato. Fui gettato via come immondizia: la stessa che mio padre non voleva mai scendere di sera, costringendo la mamma a farlo.
Tremando, capendo per la prima volta nel mio giovane cuore il senso della parola “confusione”, guardai una delle porte in quel gigantesco corridoio che si protraeva fino all’infinito.
Era l’ultima porta sulla sinistra. Una normalissima porta di plastica con nel mezzo un oblò di vetro.
Sapevo che era la sua di classe, e asciugandomi le lacrime con il mio piccolo pugno camminai lentamente verso di essa, desiderando solamente che qualcuno mi stesse vicino. Desiderando solamente che qualcuno mi dicesse che tutto andava bene, abbracciandomi.
Ma andava bene per davvero?
Dovetti alzarmi sulla punta dei piedi per arrivare al vetro, tenendo poggiate con forza le mie piccole e paffute mani contro la fredda plastica della porta.
Guardai al di là di quel vetro opaco. Una donna di circa trent’anni stava seduta dietro a una cattedra, urlando a gran voce parole che non potevo sentire, mentre una classe composta da circa venti bambini con addosso grembiulino blu o rosa e al collo un fiocco verde, fingevano di ascoltarla persi nei propri pensieri.
Io guardavo mio fratello e sorridevo. Sorridevo come quando mia mamma mi stringeva forte, perché speravo che lui mi vedesse, ma non mi vide neanche quando un ragazzino biondo e ciccione cominciò a ridere guardando verso di me e indicandomi con il dito.
In breve tutta la classe iniziò a ridere. I loro occhi erano su di me. Le loro risate sembravano liquefare quel pezzo di plastica che ci divideva, roteando attorno a me come tanti spettri crudeli.
Smisi di sorridere. Un patetico broncio tremò sul mio viso, e gli occhi tornarono gonfi di lacrime.
Sentii solamente una calda, atroce lacrima colare sulla mia guancia arrossata forse più dalla vergogna che dal dolore, mentre fissavo ancora quei volti, sentendomi solamente un inutile sgorbio.
Mio fratello mi vide?
Non fu certo lui a uscire da quella porta quando si spalancò. No, furiosa e veloce la maestra si pose davanti a me, e io in un millesimo di secondo non vidi altro che i suoi occhi iniettati di odio, percependo poi tre violentissimi schiaffi contro la mia piccola mano.
Uno.
Due.
Tre.
Poi la maestra sbatté la porta contro la mia faccia. Non si sentì più alcuna risata provenire da quella classe, né tantomeno riuscii a piangere.
Rimasi lì immobile come fossi stato appena violentato. Non conoscevo neanche il significato di quella parola, ma sapevo che faceva male sentirsi un niente. Sapevo che era tremendo sentirsi deriso, umiliato: era come essere stato ucciso.
No, non versai una lacrima, ma sentii qualcosa di caldo contro le mie cosce, e poi lungo sulle ginocchia.
Il grembiulino diventò di un giallo scuro, e un acre odore di urina giunse fino alle mie narici, mentre io stavo lì immobile, tremulo, fissando quella porta mentre la mia mano arrossata pulsava dal dolore.
Quando mia madre venne a prenderci la maestra non mi aveva tolto di dosso neanche il grembiulino. No, le disse che mi ero comportato male, e le consigliò di trovare un buon sostegno psicologico perché io potessi riuscire a inserirmi assieme agli altri bambini.
Non dissi nulla mentre loro parlavano. Avevo solamente bisogno di un abbraccio, mentre gli ultimi bambini della classe uscendo mi guardavano e deridevano indicando il mio grembiule bagnato, e mia madre continuava a cercare di capire come fare di me un bambino perfetto.
Avrei avuto solamente bisogno di un abbraccio, ma non mi abbracciò neanche quando andammo verso casa: lei con il mio grembiulino sporco in una busta, e io nella sua mano, tenendo strette le gambe per la vergogna, cercando di nascondere a tutti quella macchia di urina, mentre mio fratello parlava della sua giornata a scuola.
Possibile che non mi aveva visto? E mia madre aveva notato la mia mano rossa e indolenzita?
No, nessuno notò niente, e il giorno dopo andai a scuola con il pannolino, e per colpa di coloro che mi credevano diverso capii cosa significasse sentirsi diverso.
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MACERIE, prefazione della mia maestra ANTONELLA CILENTO. Antologia cui ricavato andrà alle vittime di Amatrice.

In quanti modi si può cadere distrutti e risorgere?
E c’è, poi, sempre un modo per risorgere?
Macerie, antologia nata con intento benefico e che, mentre viene scritta e pubblicata, risente ancora dello sciame sismico che in Italia centrale non accenna a smettere, è una rassegna di crolli, intimi, relazionali, familiari, sociali.
Al centro di questo crollo in cui frammenti della nostra vita si ricompongono e rifrangono è l’io, persona verbale e punto di vista obbligato di questi racconti (con qualche rara eccezione), cui i protagonisti non riescono mai a sfuggire, nemmeno quando s’immagina o si attende la propria morte. Un delirio che sotterra, un terremoto fisico e esistenziale: perdere la persona che si ama, perdere la vita, la famiglia, la dignità, i soldi sono solo alcuni dei casi che Macerie profila. Spesso, proprio il fallimento delle relazioni dà il colpo di grazia a identità sospese e fragili.
È curioso che all’alba di un nuovo millennio questi racconti si muovano in un distretto psicologico di stampo così classicamente dostoevskiano, lo stesso praticato alla metà del secolo scorso da Tommaso Landolfi: è come se i personaggi immaginati abitassero tutti case circondate da una guerra sedata e nascosta (come accade appunto nel landolfiano Racconto d’autunno) o in case pian piano divorate da invisibili invasori, come immagina invece in Casa occupata Julio Cortázar. Ma se i fantasmi dell’Italia post bellica e quelli del golpe argentino avevano nomi riconoscibili e armati, qui il disastro è implicito ed economico, non trova slanci fantastici, è appiattito sull’odierno, sull’istantaneo che erodono le certezze individuali, azzannano il codice della gioventù.
Così agli autori non resta, per ora, che cercare parole che vengono da Poe e cedono all’espressionismo o che si mescolano con sociologismi, con la cronaca: famiglie indebolite dalla ludopatia di un genitore (accade nelle pagine di Evangelista, in cui un padre è così disperato da rompere persino il salvadanaio dei figli), di fame e di nuove povertà, di malattie.
È triste pensare che queste macerie che sono l’Italia di oggi (e l’Europa tutta) erano annunciate in Musil o in Hamsun (in Fame, capolavoro danese di fine Ottocento, uno pseudo scrittore impoverito finisce con il mangiarsi un dito) e che il panorama disegnato all’inizio del secolo breve dalla letteratura si allarga solo per includere profughi e disperati, che fuggono da paesi dove la guerra è almeno tangibile e non praticata a colpi di leggi, marketing e banche.
L’effetto è di assistere a una gigantesca messinscena della paura di vivere (gli attacchi di panico non mancano, anzi sono forse un sotterraneo fil rouge dell’antologia) che forse resterà come unica traccia del tempo che viviamo in cui intere popolazioni restano chiuse nel cerchio stretto delle loro case, delle loro famiglie, delle loro piccole infelicità mentre con gli strumenti più tecnologici fingono di connettersi al mondo, avendo smarrito la connessione con l’arte, con la bellezza, con il rischio dell’incontro, del confronto, della vita.
Sì, forse su queste macerie bisognerà, fra diverse generazioni ormai, fondare un nuovo mondo, più coraggioso: ai personaggi di Macerie manca, ad esempio (e non solo a loro) il coraggio di fare rivoluzioni, di rompere gli schemi, di uscire da paure e vigliaccherie. Sono sedati, sonnambuli, rassegnati anche quando sono furiosi: la forza è stata loro sottratta, spesso insieme al lavoro ed è rimasta loro la paradossale capacità di sognarsi come super eroi, proiettati verso un successo o un equilibrio irraggiungibile.
La sedazione sociale cui siamo sottoposti (ben più sofisticata e decisamente meno poetica di quella che hanno immaginato per noi Orwell o Bradbury, più simile a quella di Philip Dick) è in fondo l’oggetto, forse involontario quindi tanto più temibile, di questi racconti, di ciò che oggi si legge, di quel che diciamo, vediamo e non facciamo.
Una grande insicurezza attraversa queste pagine: la precarietà esistenziale – e non solo precariato lavorativo – appare irrisolvibile: al lettore la speranza di rispecchiarsi e trovare risorse per una rinascita non occasionale, per una totale rifondazione che segua la contemplazione delle macerie che siamo diventati.

Antonella Cilento

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“NUDA”. Perché a volte una malattia ci devasta al punto da renderci carnefici. Una storia che vi stroncherà. Una storia destinata solamente alle BIG.

“Pugnalami. Pugnalami. Pugnala il mio cuore marcio. Puniscimi per essere nata”.
Questo rimbombava nella mia testa mentre il mio corpo, come fosse una bambola di plastica, veniva scosso dalle sue spinte. Colpi simili a pugnalate in cui era intriso tutto il suo dolore nei confronti di una vita che l’aveva relegato in un dipinto. Quella mia stessa rabbia che, con atti masochistici, si scagliava contro di lui, costringendolo ad uccidermi e uccidersi. Colpendolo mentre lui mi colpiva. Muovendomi assieme a lui mentre la stanza roteava attorno a noi: tutto confuso, stordito, lontano. Come se non fossimo più noi a stare lì, ma solamente le viscere di due cadaveri ormai putrefatte. Solamente sangue che nessuno avrebbe mai lavato via. Il sangue di vite gettate, mai nate; aborti strappati dal grembo materno e lasciati al freddo, mentre i pochi secondi di vita ancora pulsavano nei loro informi cuori, mostrandogli una vita che mai avrebbero avuto. Un nome che mai avrebbero avuto.
E qual era il mio nome? Qual era il suo nome?
Un gemito di rabbia donò un nome a entrambi, mentre lui, stritolandomi, diedi un colpo fortissimo in me, accolto dal mio pube famelico; dal mio corpo affamato di quella vita rubata, lì sotto di lui, dimenandosi come fossi indemoniata.
Infine, si lasciò cadere su di me. Nel buio. Nel buio che celava quel delitto.
Ansimante e sudato, iniziò ad accarezzarmi il viso, baciandomi dolcemente le labbra e sorridendo.
Ecco, tutto era fatto. Tutto era finito. Un altro dente tolto. Ancora un dolore per anestetizzare un altro dolore.
Era cambiato qualcosa?
No, non ero più io lì. Non era più lui lì.
Sconosciuti, ecco cos’eravamo. Due drogati che detestavano la propria droga, convincendosi che non ci fosse nulla di meglio al mondo.
Avrei mai lasciato la mia droga? E lui, avrebbe mai lasciato la sua di droga?
No! E me lo disse con un’altra pugnalata. La più dolorosa. Quella che arriva sempre, presto o tardi.
«Sono così innamorato di te» mi sussurrò in un orecchio. Penetrandomi ancora una volta. Lasciando che un infernale virus si addentrasse in me, divorando voracemente ogni parte del mio corpo.
Era la bugia sovrana di ogni altra bugia.
Lui l’aveva già detta ad altre persone. Io l’avevo già detta ad altre persone.
Eravamo entrambi sadici carnefici e masochistici sciocchi.
Stavamo ancora una volta uccidendo qualcuno. Ci stavamo ancora una volta suicidando. E le mie dita nei suoi capelli, il mio sorriso e quel tenero bacio, furono il sigillo che sugellarono la nostra comune colpa. Furono parte del suo stesso movente. Noi, ora stesi sulle nostre illusioni, illudendoci ancora che fossero dei sogni, e accrescendo un dolore che presto o tardi ci avrebbe divorati.
E quanto tempo ci sarebbe stato ancora concesso?
Fu una mia carezza a rispondere. Ancora una volta. In quel silenzio che ormai svelava la realtà di un rapporto mai nato. La storia tra due persone che non avevano nulla da dirsi. Che avevano consumato tutto in un celere falò, inebriandosi di una cruenta emozione, nuovamente convincendosi che essa potesse perdurare in un sentimento cui solo e unico nome era bisogno.
E di cosa avevo bisogno in quel momento, ormai desta, vedendo il mio e il suo sangue sulle mie labbra?
Avevo bisogno di vomitare, ecco cosa.
Ancora una volta mi ero abbuffata. Ancora una volta mi facevo schifo. Ancora una volta avevo pagato per la colpa di essere venuta al mondo.
Ora dovevo solamente vomitare quello schifo. Vomitare me stessa. Poi cercare nuovamente di essere perfetta, modellando il mio corpo e la mia anima con un forzato digiuno, finché non sarebbe giunta la nuova abbuffata. La nuova condanna. Il nuovo fallimento di quella mia corsa verso una vita perfetta. Verso una vita inesistente.
Mi alzai dal letto, come la più dolce e devota delle spose, e dopo un altro bacio, andai verso il bagno.
Aveva pulito anche quello. Aveva cercato in ogni modo di celare la sua malattia, come io in ogni modo cercavo di nascondere la mia.
Mi avvicinai allo specchio e mi fissai. Non mi riconoscevo. Non vedevo il mio volto, ma solamente uno schifoso mostro. Un mostro bastardo e crudele, capace di far del male a tutti semplicemente con la propria esistenza.
Allungai le mani verso lo specchio, sfiorandolo come se potessi toccarmi.
Scostai la mano e, violentemente, sputai contro lo specchio.
«Stronza. Fai schifo!» strepitai, fissando la mia immagine distorta da quello sputo. Dal mio ribrezzo verso me stessa e la mia vita imperfetta.
Mi guardai ancora allo specchio. Trucco sbavato sul viso di una bambina mai cresciuta. Una puttana dell’Est gettata per strada, violentata infinite volte, al punto da diventare cattiva, spietata, inesistente: non altro che una sadica violentatrice. Il riflesso di una violenza mai guarita.
E ciò mi giustificava? Giustificava il male perpetuato nei miei confronti? Giustificava il sangue appena succhiato da quel corpo cui, unica colpa, era stata quella di accogliere il mio incessabile urlo d’amore?
Avrei dovuto scappare via, ma al di là di quello stupro a cui mi ero concessa, in me ribolliva ancora l’eroina della sua tenerezza. La dolcezza mai avuta da mio padre. La fiducia e la stima mai ricevuta. La vita che da sempre ricercavo. Quella vita perfetta. Quella vita in cui io ero perfetta e degna d’amore.
No, non potevo rinunciare a quella mia droga. A ogni costo. Anche al costo di stracciarmi da dosso la pelle?
E la sua di pelle?
In quel momento non vidi altro che il mio riflesso allo specchio. Ora di nuovo perfetto, dopo aver pulito quella macchia e ogni mia colpa. Pronta a rientrare in scena. Pronta a lottare per la mia vita. Pronta a lottare per la mia illusione. Per la mia masochistica e al tempo stesso sadica voglia di vita.

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“LEI”, un romanzo psicologico che arriverà solamente alle BIG. La storia di una perdita. La storia di un delirio.

Mi feci forza. Lei stava ancora lì. Lo sapevo. E sapevo di non avere scelta.
Aprii la porta, cercando di non far rumore. Di non destare la sua attenzione.
Ma fu inutile!
Una volta chiusa la porta, appena mi voltai, la vidi immobile nel corridoio, accanto la porta della cucina.
Era uno spettro, proprio come sempre. Un’anima in pena in bilico tra la vita e la morte, e io forse ero il suo carnefice. Il demonio che la teneva in gabbia, mentre lei attendeva il compiersi di una speranza ormai putrefatta da secoli.
Cosa fare, correre verso di lei e abbracciarla?
Non ci riuscivo, e per questo mi facevo schifo da solo.
Uno squallido, inutile, patetico ammasso di carne che si stava distruggendo, annientando qualsiasi cosa attorno a esso.
Lei era la mia vittima. Io ero la sua vittima. Quello era il tempio sacrificale dove le nostre vite sarebbero state offerte al mondo.

Avanzai in quel tempio. Nel nostro ridicolo destino. In quel corridoio che sembrava stringersi attorno a me a ogni mio passo; lugubri mura che avevano accolto decenni di lacrime, urla, sogni infranti e desideri devastati.
Era la nostra tomba, entrambi lo sapevamo, ma nessuno aveva il coraggio di dirlo.
No, il coraggio neanche esiste quando sei al tappeto. Così come non ebbi il coraggio di guardarla, quando le passai accanto, percependo il suo dolore sfiorarmi. Il suo respiro. Il suo sguardo triste. La sua voglia di scoppiare in lacrime, fiondandosi al mio collo urlando “Perché sei così?”.
Ma non mosse un muscolo. Immobile come una statua di sale, lasciò che io l’attraversassi, forse percependo il mio di dolore, e sentendolo come una condanna.
Già, “noi!”.
Esisteva un noi, oppure ognuno pensava al proprio dolore? Magari guardandomi come fossi solamente un riscatto per le proprie pene.
Io ero il riscatto per mia madre. Io ero il riscatto per Lara, e loro la mia faccenda sospesa che mi impediva di farla finita.
Ci stavamo divorando a vicenda, e alla fine nessuno avrebbe raccolto la carne maciullata lasciata a marcire sul pavimento.
Tutto sarebbe andato avanti. Ogni azione coperta dal cemento, proprio come la mia forma che avanzò. Superandola ed entrando in quella cucina.
Il suo sguardo mi seguì. Uno sguardo non doloroso, quanto rabbioso. La rabbia innanzi al mio rifiuto di darle la vita. Di essere come voleva.
E cosa fare? Cosa avrebbe fatto un bravo figlio?
Non ci riuscivo! Inutile. Non ero ciò che voleva, proprio come mi disse Lara quando mi lasciò.
Noi, come sempre, stesse vittime, stessi carnefici; patetici ammassi di carne persi in un limbo di indifferenza.
Non per davvero un “noi”.
Riuscii solamente a prendere una bottiglia di vino. Proprio come sempre. Come sempre, sotto al suo sguardo accusatore.
Lo sentii sulla mia pelle mentre avanzai per quella cucina. Era una preghiera. Era la richiesta di un riscatto. Era una morsa che stringeva le mie ossa fino a sgretolarle.
Le sentii frantumarsi a ogni mio passo, mentre cercando di non fissare nulla, di non provare nulla, avanzai ancora. Consapevole che presto l’avrei incrociata. Che presto sarei passato innanzi a quel dito puntato contro di me, accusandomi di essere sbagliato. Accusandomi di essere responsabile del sangue di una madre. Del suo sangue!
E lo ero?
Pensai di sì, passandole accanto, senza guardarla né dicendo niente.
Ma feci appena due passi. Il suo sguardo, ancora una volta, era una lancia contro la mia schiena, e la sua presenza una frusta che mi percuoteva.
Sentii una scudisciata dritta contro la schiena.
«Non mangi niente?» mi chiese, quasi come se quelle parole fossero il preludio a un uragano. Le parole di sempre. Un rituale da dire ogni notte, proprio come un’inutile speranza che ossessiona il cervello.
Restai fermo qualche istante. Gelido e dolorante. Per poi riprendere a camminare
Feci appena qualche passo, quando ecco un’altra frustata mi mozzò di colpo la testa.
«Ma perché non sei come tutti gli altri? Perché non puoi essere come tutti gli altri?» udii contro di me. In me! Una cantilena che mi aveva accompagnato per secoli. Per un’intera vita. Una celata frase che nascondeva in essa un primordiale urlo.
“Sei sbagliato! Tu sei sbagliato”.
Ed era la verità. Ero sbagliato. Inadatto. Un figlio che non sarebbe mai dovuto nascere.
Avrei dovuto pagare con il sangue quel mio crimine? E quale sangue sarebbe stato gradito a Dio? Il mio, o quello di mia madre?
Forse saremmo morti entrambi, sbranati da quel mondo che ci aveva rinchiusi assieme, lasciandoci a sbranare a vicenda.
Lei l’avrebbe mai capito?
No, ero io il carpo espiatorio per ogni sua insoddisfazione. Ancora e sempre io il colpevole. Ancora e sempre io l’errore.
Ma andava bene!
Una lacrima colò dai miei occhi, senza che lei la potesse vedere.
Ma andava bene comunque!
Ero stanco. Troppo, troppo stanco. Stanco di dire sempre le stesse parole. Stanco di lottare. Stanco di scagliarmi contro una recinzione elettrica, nel vano tentativo di fuggire da quella prigione.
Non ci stava nulla da dire. Niente da fare.

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“LA MASCHERA”, un romanzo psicologico che accusa l’ipocrisia umana.

Le urla di Mara echeggiavano in quella stanza. Il sangue schizzava ovunque, e Max continuava a tagliuzzarle la faccia, colpo dopo colpo, sorriso dopo sorriso. E continuò a colpirla finché non ci furono più urla a rimbombare in quella lussuosa stanza. Finché ogni lembo del cuscino fu impregnato del sangue di quella lurida troia.
Max alzò il coltello. Il sangue grondava dalla lama fin sul corpo di Mara. Di Mara stesa lì su quel letto. Priva di sensi. Orrenda! Con il suo bellissimo volto ridotto ormai solamente a una pozza di sangue che usciva fuori dai profondissimi e numerosi solchi sulla sua faccia.
Sì, Max l’aveva distrutta. Aveva distrutto le sue armi. Devastato la sua bellezza. Smembrato la sua faccia in un modo tale che nessun chirurgo l’avrebbe mai più potuta far tornare la stessa. E nel vederla, stranamente, finalmente mi sentii bene. Sì, avevo vinto! La vita di Mara da quel giorno sarebbe stata peggiore della mia. E questo mi faceva star bene! Mi faceva sentir vivo il sapere che qualcuno avrebbe vissuto peggio di me. Qualcuno che mi aveva umiliato. Qualcuno che mi aveva sconfitto, gettandomi al tappeto; su di un tappeto pieno di merda!
Ecco, avevo vinto. E ora sapevo la sola cosa capace di lenire quel dolore. Non era punire la gente. Non era vederli soffrire. Ma sapere che avrebbero sofferto per sempre. Sapere che a causa tua le loro vite sarebbero state per sempre orrende. Peggiori della tua.
Questa è l’onnipotenza. La vera vendetta. Il solo modo per vivere in un mondo di merda.
Già, in fondo lo fanno tutti.
Al mondo c’è sempre chi ha una promozione in un qualsiasi lavoro, gioendo nel vedere un collega retrocesso. C’è sempre chi sorride nel vedere il fallimento di qualcun altro; che sia esso in un lavoro, in un concorso, in un rapporto affettivo. E la gioia più grande arriva quando noi vinciamo mentre loro perdono. Ci fa stare bene! Ci fa sentire migliori di loro. Ci fa sentire importanti. Vivi.
Era quello che provavo. Ma dentro di me sapevo che quella droga non avrebbe mai avuto fine. Che ci sarebbe stato sempre qualcuno ad umiliarmi. Sempre qualcuno a deridere le mie sconfitte.
Avrei dunque massacrato il mondo intero?
Chissà. Di certo Max lo avrebbe fatto. Ma io non ero come lui. Non ero crudele come lui, anche se lentamente lo stavo diventando. O forse… chissà, magari lo ero sempre stato. Ma comunque fosse, lentamente Max stava facendo di me quello che voleva.
Eppure non riuscivo a smettere di seguirlo. Neanche quando dopo aver massacrato Mara tagliò tutte e cinque le dita di quello stronzo.
Poi rubò i soldi lì in quell’appartamento e li divise con me. E assieme uscimmo da lì come se niente fosse successo. Più leggeri. Più sazi. Più potenti.

Ci rimettemmo per strada. Io e lui da soli. Io e il mio Dio.
Max guidava la sua auto, bevendo una bottiglia di vino rosso fregata da quella reggia, mentre io accanto a lui bevevo un’altra bottiglia, fissando il vuoto, sentendo l’effetto di quella droga svanire in me.
Diedi ancora un sorso alla bottiglia e mi voltai verso di Max.
«Che ore sono?» gli chiesi.
Lui continuò a bere dalla bottiglia, per poi abbassarla lentamente.
«Bah, credo le undici. Forse le undici e mezza» disse, continuando a guardare la strada.
Io mi voltai nuovamente, fissando la strada davanti a me e bevendo il mio vino. Fissando quei filamenti di luce che avvolgevano la città, scorrendo velocemente davanti a me.
«Non pensavo di essere stato tanto tempo lì dentro.»
«Beh, il tempo passa veloce quando ci si diverte. Non lo sai, amico?»
Mi girai di scatto verso di lui.
«Tu credi che io mi sia divertito?»
Max si girò appena un po’, sorridendo, e dividendo lo sguardo tra me e la strada.
«Perché, non è così?» mi chiese.
Io non risposi. No, ancora una volta aveva ragione.
Era vero! Dentro di me avevo provato piacere nel far del male a Mara, e ancor più nel sapere che la sua vita era ormai per sempre distrutta. E sapevo di voler provare ancora quel senso di liberazione. Quel senso di pace. Quel senso di vittoria. Quel senso di onnipotenza.
Dunque non aggiunsi altro. Continuai a bere, fissando la strada davanti a me. Senza vedere niente. Senza vedere le auto per strada, la gente, i palazzi, i lampioni, o i pezzenti che crepavano di solitudine.
«Andiamo al club?» chiesi.
«Andiamo al club!» rispose Max, fissando la strada e continuando a guidare.
Nessuno dei due aggiunse altro. Quanto avevamo fatto era più utile di ogni altra parola. Ci stava solamente altra voglia di sangue in noi. Voglia di veder soffrire altre persone. Di sentirci migliori di loro. Di vincere mentre loro perdevano.

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“CHE CAZZO CI FACCIO QUI?”. Una raccolta di racconti per chi ama autori come carver, Bukowski e Palahniuk.

DIETRO LA PORTA.
Quando arrivai all’hotel Jolly, aveva da poco finito di piovere. Che strano! Era Settembre, eppure un forte temporale aveva percosso per tutto il giorno le strade di Napoli. Sembrava che anche il cielo provasse le mie stesse sensazioni. Che quel cielo notturno plumbeo di pioggia riflettesse volutamente il mio dolore.
Ma era un’illusione. Sì, al cielo non fregava minimamente del mio dolore, e così al mondo intero. A tutta quella gente che se ne stava in giro, intenta solamente alle proprie cose, non gliene fotteva un cazzo di niente di me. Quella gente magari di ritorno dal lavoro. Forse ferma ai tavoli di qualche ristorante. Oppure al cinema. In giro per le piazze, parlando con amici. Forse uccidendo qualcuno. O ancora sull’uscio della porta di un pidocchioso albergo del centro, proprio come me. E come me in procinto di andare a trovare lei. La solita lei! Quella che ci sta sempre. Quella che ti fa star bene. Quella che ti fa star male. Quella che a volte ti uccide.
Ida, così si chiamava quella lei. E di certo mi stava già aspettando in camera. Sicuramente trepidante come me. Oppure, forse, fregandosene.
Al telefono mi aveva detto che dovevamo parlare. E quando una donna ti dice che deve parlarti, beh, è quasi sempre per dirti che è finita.
Ma poteva finire tra me e Ida?
Già, come poteva mai finire qualcosa di mai cominciato? Qualcosa di così instabile come il nostro rapporto.
Decisi di non chiedermelo, ed entrai in quel lercio albergo. Io, non altro che uno dei tanti uomini al mondo. Forse non altro che uno dei tanti uomini per Ida.
La hall era illuminata dalle luci giallastre emanate da alcuni neon. Luci cupe e malinconiche che si riversavano su di una vecchia tappezzeria rossa, sui mobili di legno ormai prossimi allo sfacelo, e su di un grosso bancone di legno decadente dietro cui stava seduto un vecchio decadente.
Io mi avvicinai a lui. Lui mi conosceva. Ciro mi conosceva. E di certo mi sentì arrivare, benché non alzò lo sguardo dal suo giornale.
Appena arrivai a pochi centimetri dal bancone, Ciro alzò di un po’ lo sguardo, fissandomi senza cura; proprio come faceva sempre. Forse come faceva con ogni altro cliente che andava a morire, in un modo o in un altro, in quel lurido albergo.
«La sua fidanzata è in camera che l’attende, signore» mi disse, tornando subito al suo giornale.
Io annuii e non dissi niente. Lasciai il mio amico alle sue letture e mi diressi verso una vecchia rampa di scale di finto marmo. Quella rampa che conoscevo sin troppo bene. Quelle scale che conoscevo anche meglio di quelle di casa mia.
Secondo piano, interno 22. Conoscevo a memoria quella stanza. La nostra stanza! E mentre salivo quelle scale, sentendo attorno a me urla in diverse lingue, pensai che era strano l’aver sentito quella parola.
Strano, eppure bello.
“Fidanzata!”.
Sì, così aveva detto il vecchio. La mia fidanzata!
E lo era?
Chi era Ida, e chi ero io?
Eravamo fidanzati?
Ci amavamo?
Inutili domande. Quanto inutili sarebbero state le risposte. Ma mentre avanzavo verso il numero 22; verso la stanza dove avrei trovato la mia fidanzata, cominciai a sentire in me il terrore e il peso di quelle risposte.
Restai parecchi minuti fermo davanti a quella porta. A fissare il vuoto. A fissare il numero ventidue disegnato su quella porta. Devastato da infiniti pensieri. Da pensieri veloci e impercettibili che si muovevano nella mia mente come fossero uno sciame di mosche. Infinite metastasi che si moltiplicavano velocemente, divorando il mio cervello, e ogni mio organo.
Era davvero la fine?
Mi trovavo lì per morire?

CHE CAZZO CI FACCIO QUI?
Sul bagnasciuga alcuni vecchi dalle grosse pance e la pelle molliccia piene di schifose macchie violacee, passeggiavano avanti e indietro come tante pecore che pascolano in un prato. Poi di colpo si fermavano, fissando il mare. Fissandolo come se al di là di quel blu ci fosse altro. Che ne so, un altro mondo, magari, oppure le risposte a ogni domanda della vita.
Invece, al di là dell’orizzonte non ci stava altro che un’altra spiaggia dove altri vecchi passeggiavano proprio come loro, chiedendosi le stesse e identiche ridicole cose.
«Che schifo!» borbottò tra sé e sé Eddy, dando un altro sorso alla birra e portando lo sguardo verso una famigliola accampata davanti a lui; padre, madre, figlio. La Santa Trinità! La Sacra famiglia.
Lui, il gran capo famiglia, se ne stava seduto su di una sdraio, mantenendo un quotidiano che quasi gli cadeva sulla grossa pancia. Lì sotto quell’ombrellone, leggendo in silenzio notizie che in fondo non gli riguardavano, mentre sua moglie, la Vergine Maria, se ne stava stesa su di un telo da spiaggia facendo abbrustolire le sue carni mollicce rese quasi bianche da una crema abbronzate, e tenendo continuamento d’occhio il loro moccioso di nove anni intento a costruire un castello di sabbia che somigliava perlopiù a un grosso cumulo di mondezza.
Accanto a loro, beh, niente di diverso!
Famiglie silenziose. Famiglie che parlavano solamente del lavoro, di cosa mangiare o di cosa avevano mangiato, di qualche programma televisivo, del mare calmo o agitato, del posto in cui si trovavano e del posto in cui sarebbero andati l’anno prossimo. E ancora, coppiette silenziose stese su dei teli a prendere il sole; lui intento a leggere un giornale o a fare un cruciverba, lei presa a fissare il suo dannato smartphone da ottocento pezzi. E ovunque, mocciosi petulanti correvano per quella maledetta spiaggia, urlando e ridendo. Facendo rimbombare le loro voci assieme al rumore delle onde o alle risate di adolescenti che giocavano a beach volley.
“Che cazzo ci faccio qui?” pensò ancora Eddy, dando un’ultima strippata alla sua paglia per poi gettarla a terra.
Si voltò ancora. Il suo sguardo si posò su delle forme sinuose. Sui corpi mezzi nudi di ragazzine appena sedicenni che giocavano a beach volley, ficcate in una grossa gabbia avvolta da del filo di metallo.
Vide i loro culi sodi muoversi avvolti da costumini quasi inesistenti. Le loro belle tette ciondolare ogni volta che saltavano per raccogliere la palla.
Le passò a rassegna tutte. A una a una. Scrutando i loro culi, le loro tette, i loro corpi. Fissando quella macelleria a cielo aperto, e desiderando solamente di correre lì, prendendo una a caso di loro; magari quella con il costumino verde mela, e gettarla a terra per poi strapparle tutto da dosso. Tastare quel suo meraviglioso corpo. Tirarlo fuori e scoparla a sangue, mentre lì sulla spiaggia Mister Sconosciuto continuava a leggere il proprio giornale, e Miss sconosciuta continuava a smanettare con il proprio smartphone.
Ma restò lì fermo, guardando ancora il culo della tipa con il costumino verde mela. Vedendola balzare in aria, colpendo la palla e facendo ondeggiare il suo meraviglioso culetto.
Cercò di distogliere lo sguardo, Eddy.
Sì, certe cose possono costare caro, soprattutto se si viene scoperti.
Ma davanti a lui la scena non cambiò minimamente.
Eccola! Proprio in riva al mare. La persona che non può mai mancare su di una spiaggia: alta, slanciata, forme sinuose e una pettinatura alla moda; capelli corti e selvaggi.
Il suo tatuaggio dietro al collo urlava “Io sono un’anima libera. Sono Sai Baba. Sono Osho. Sono Maharishi Mahesh Yogi. Sono la confraternita hippy dei Merry Pranksters.
Ogni sua movenza, impregnata da un fortissimo profumo orientale, di quelli comprati su internet dopo un’accurata ricerca su tutto ciò che sia contro famosi marchi quali Channel, Christian Dior, Giorgio Armani e Dolce & Gabbana, o qualsiasi altro prodotto commerciale atto a mercificare la figura femminile, e dunque indegna di lei; creatura speciale al di sopra del mondo e della moda. Quel mondo a cui neanche si mischiava, stando in disparte, stesa sulla riva di una spiaggia a fissare il mare come se volesse ritrovare se stessa. Lei, lontana dal frastuono della folla, stesa su di un telo viola a bere caffè e fumare una sigaretta sottile, lasciando che “fratello sole” baciasse i suoi seni nudi; segno concreto della sua emancipazione femminile atto a urlare a tutti una forma di protesta sociale, invogliando il mondo alla conversione verso la libertà assoluta e l’amore cosmico.
Sì, quelle non erano solamente tette, era il suo urlo verso tutto il mondo. La sua carta d’identità. La sua patente. Il suo passaporto.
“Osservatemi” urlavano quei seni “Io sono libera. Io sono diversa. Sono il cibo macrobiotico. La miglior ricetta vegana. Il corso di yoga fatto da Patañjali. Sono un appartamento privo di televisore. La ragazza in bicicletta che percorre una metropoli piena di rumorose auto. Io sono la meditazione guidata, il sole africano, la poesia haiku, la legalizzazione della marjuana, la lotta contro l’uccisione della balene e la manifestazione per i diritti dei gay.
Ecco, il suo piccolo e sodo seno nudo era il suo urlo contro l’imperfezione umana. Il suo marchio di fabbrica. Il suo nome. L’etichetta che certificava la sua Denominazione di Origine Controllata. E la gente attorno a lei doveva saperlo! Chi la desiderava, chi ambiva al suo corpo profumato dal più costoso profumo non alla moda alla fragranza di Patchouli prodotto da onesti e sorridenti indigeni indonesiani, dovevano sapere che per arrivare a lei avrebbero dovuto ammirarla, osannarla, venerarla, e accettare il suo essere “un passo avanti” a confronto di tutti. Che lei fosse l’evoluzione umana. Il Nirvana. Il solo e unico Dio.
Poi ecco che lo sguardo di Eddy si posò su di un ragazzo a pochi metri da mister “Io sono la via, la verità e la vita”.
Il volto di quel ragazzo era quello del tipico uomo che ha una lavoro ordinario, un rapporto di coppia ordinario, una vita ordinaria, un armadio ordinario. Il tipico uomo che ama parlare del lavoro che in realtà detesta. Il tipico uomo che passa ogni mercoledì e giovedì a fare volontariato in parrocchia o all’UNICEF. È l’uomo che maledici quando, andando di fretta, lo vedi pararsi davanti a te, sorridendoti e mostrandoti uno schifoso volantino con sopra stampate le immagine di bambini malnutriti.
È l’uomo perfetto. Quello che sorride alla propria suocera, durante il pranzo domenicale. È l’uomo che ogni mese segna il consumo dell’energia elettrica, del gas, e controlla quanto sta crescendo il suo fondo per la previdenza sociale.
Insomma, il tipico “bravo ragazzo”. Proprio quello che ha una collezione di filmati e foto porno conservati in una cartella denominata “file”, nel bel mezzo di altre cartelle del disco locale; lì dove nessuna fidanzata andrebbe a curiosare.
Di tutto e di più! Dal bondage al porno amatoriale. Dai classici del porno, fino ai filmati di minorenni raccattati sui peggiori forum del web. Dalle gang bang ai video di stupri: cento per cento naturale! La vita al naturale di un uomo malato, nascosta dietro al sorriso di un bravo ragazzo.
Impossibile?
Guarda il tuo vicino, guarda il tuo capo, guarda tuo padre, tuo marito, tuo fratello, tua moglie, tua figlia.
Troverai una generazione di esseri socialmente perfetti, che nascondono dietro al mobile un vibratore, una carota ancora sporca di vasellina, un cuscino di gommapiuma con un foro nel mezzo che ancora emana un tremendo tanfo di sperma, non dissimile da quello che si sente in una pescheria.
Troverai ovunque simili cose. In ogni casa. In ogni PC. Persino nella cartella denominata “Vuota” nel computer dell’avvocato Casaretti, il tipo simpatico che ti sorride sempre, inimmaginabile amante dei porno in cui si simulano scene di stupri. Oppure in un HD appartenente al Dottor Bartolini, quel simpatico uomo che ti controlla la schiena e la gola, per poi masturbarsi vedendo filmati amatoriali di minorenni sodomizzati con falli di gomma: Un archivio segreto che farebbe rabbrividire anche quello del caro signor Nicoletti, il sacrestano della tua parrocchia a cui affidi i tuoi figli, ogni lunedì e mercoledì, perché imparino la parola di Cristo.
Troverai di certo anche Eddy, ancora lì fermo a fumare e bere, ora fissando la ragazza accanto all’uomo perfetto. Una ragazza pallida e leggermente sovrappeso, banale almeno quanto il suo costume bianco sporco, e la montatura dei suoi grossi occhiali.
Lei di certo conosceva bene l’archivio segreto del proprio fidanzato.
Sì, quella ragazza insignificante sapeva di certo tutto, pensò Eddy, fissandola con aria disgustata.
Lei sapeva tutto. Ecco perché guardava con odio quella donna, Miss Nirvana, perché sapeva che mai avrebbe raggiunto il suo posto. Mai sarebbe finita in hard disk pieno di porno, amati dal suo nobile uomo.
Ma il suo disgusto richiamava all’ordine il suo bravo amore, portandolo a fingere ulteriore disgusto nel vedere il corpo di Miss Nirvana, mentre con la mente già la stava rinchiudendo nel proprio archivio segreto.
Dio, fissandoli ancora, Eddy sorrise e poi chinò lo sguardo. Fissando per un attimo la sabbia illuminata dal sole, e poi chiudendo gli occhi, rivedendo in tanta finzione il mondo in cui si trovava. Il mondo in cui era costretto a vivere. Il mondo che mai l’avrebbe abbandonato.
“Che cazzo ci faccio qui?” pensò ancora. Aprendo gli occhi. Alzando lo sguardo e fumando ancora la sua Marlboro.
Ed eccoli lì, nel mezzo di altri volti, di altri corpi di gomma sparsi ovunque, vide l’icona perfetta della Sacra famiglia.
Loro erano un’accusa contro tutti i suoi sogni mai realizzati. Quelle illusioni che gli fecero ingoiare da bambino a furia di violente cucchiaiate.
Quella bambina che in fondo desiderò di essere. La piccola Laura Ingalls che correva nella prateria, sorridente verso il suo saggio, forte, premuroso padre Charles Philip Ingalls. Oppure il piccolo Jeff che corre e ride assieme a Lassie. Sì, Lassie, proprio come il cane che aveva un tempo Eddy. Il nome dato al 90% dei cani di tutto il mondo. E come il 90% dei cani di tutto il mondo, incapace di fare qualcosa di diverso dal rotolarsi sul pavimento, porgere la zampa, o scodinzolare innanzi al cibo.
Quelle furono le immagini che passarono nella sua mente, vedendo quell’allegra famiglia. Guardando attori intenti a interpretare una parte; non altro che un ruolo. Non altro che finzione.
E quel capo famiglia lì davanti a lui, chi era mai?
Forse era il buon dottor Cliff Robinson. E a parte il colore della pelle, ne aveva tutta l’aria.
Il tipico uomo realizzato, acculturato, socialmente approvato.
È il tuo medico di fiducia; il dottor Rossi, quello che hai visto sempre con addosso un camice bianco. Sempre sorridente, persino quando ti diagnostica un cancro al colon. Ma così sorridente nel farlo, che vorresti quasi ringraziarlo. Lui, capace di inculcarti fiducia e speranza in ogni momento. Quella stessa fiducia nella vita che cercava di propinare alla sua famiglia, a colpi di grandi sorrisi. I suoi cooprotagonisti di quella nuova serie Tv di successo: “La meravigliosa famiglia del dottor Rossi”.
In ordine di apparizione: Moglie milf dal seno rifatto, sedere ancora in forma e lunghi riccioli neri unti da qualche balsamo di marca; forse del Patch Back Pain. E poco distante da lei, in procinto di correre verso il paparino, una ragazzina di appena sedici anni, con il costume sin dentro alle natiche e il fisico che non ha nulla da invidiare a quello delle maggiori pornostar.
Eddy vide correre quella ragazzina tra le braccia del dottor Rossi. Abbracciandolo e sorridendo, mentre la mammina imponeva loro di mettersi in posa, così da immortalare in una foto quella meravigliosa vacanza. La loro meravigliosa e fasulla vita, falsa come una foto ottenuta dopo mille scatti.
Ma la foto va fatta sempre. Deve essere fatta! E alla fine deve essere perfetta. Proprio come tutte le foto che raffigurano una vacanza. Proprio come la foto della famiglia Rossi, dove il padre sorride, stringendo la propria bambina, e lasciando forse che il mare nasconda la propria erezione, o magari pensando a quanti uomini siano stati dentro a sua figlia.
Tutte cose da non dire. Tutte cose da tenere nascoste nella cartella “File” nel disco locale di un PC. Tutte cose che non vedrete mai nella serie Tv “La meravigliosa famiglia del dottor Rossi”. Un successo garantito! Almeno otto stagioni.
Eddy lì fissò ancora una volta. Tutto attorno a lui girava. Il sorriso smagliante del dottor Rossi gli ricordava la propria imperfezione, proprio come fanno i sorrisi delle star della televisione quando durante la notte di capodanno fanno festa, lì davanti agli occhi di un vecchio solo che non ha che come compagnia un televisore; le lancette che scandiscono il tempo e al tempo stesso la sua condanna.
Ansimò, dolorante come uno a cui hanno appena strappato un dente dalle profonde radici.
Si guardò attorno, in cerca di uno spiraglio d’aria. Cercando di non soffocare, mentre la sabbia cocente e le onde roteavano attorno a lui, così come i volti, i sorrisi e le risate di quegli sconosciuti. Vecchi o famiglie. Mocciosi che urlavano, giocando per la spiaggia e facendo volare in aria la sabbia. Coppie silenziose che comunicavano con chissà chi grazie a degli smartphone. Qualcuno che suonava la chitarra, cercando di risultare perfetto come Miss Nirvana. E ancora altri corpi; corpi orrendi o corpi seducenti che in microscopici costumi urlavano al mondo “Guardami, desiderami, venerami”.
Né fissò uno in particolare. Un corpo forse sedicenne, proprio come quello della figlia del dottor Rossi; il protagonista della serie Tv che tutti avrebbero amato.
Ma tornò subito in sé!
Si guardò attorno con fare prudente e al tempo stesso acuto.
Okay, nessuno l’aveva visto. Era ancora salvo. Non sarebbe stato lapidato per aver fissato il culo di quella giovane ragazza.
Decise però di non rischiare ulteriormente. Certe cose possono costarti caro. Possono costarti la libertà e la vita.
Così raccattò dallo zaino un paio di occhiali scuri e se li piazzò sul viso.
Diede ancora un sorso alla birra, tornando al culo della ragazza. Ma lei si alzò lentamente, scrollandosi la sabbia da dosso e incamminandosi su quella spiaggia.
Eddy la seguì con lo sguardo. Vide quel culo morbido muoversi tra vecchi, bambini urlanti, e gente stesa su teli da spiaggia, finché svanì del tutto in mare.
Così porse la sua attenzione su altro. Cercò altro, e non faticò a trovarlo.
Sì, in ogni dove quella spiaggia era piena di altri corpi. Corpi belli. Corpi sodi. Corpi giovani. E lui li fissava tutti da sotto ai suoi occhiali da sole, bevendo la sua birra e tastandosi il cazzo di tanto in tanto. Proprio come farebbe ogni persona da te odiata. Proprio come farebbe tuo marito. Proprio come farebbe tuo figlio. Proprio come farebbe l’eroe della tua fiction televisiva preferita. Proprio come faresti tu.
Un’intera spiaggia stuprata! Non risparmiò neanche le adolescenti. Fissò quei corpi pensando a quanto avrebbe voluto scagliarsi su ognuno di essi.
Ma ritornò in sé.
Sospirò, chinò lo sguardo e si ficcò in bocca un’altra sigaretta, per poi accenderla.
“Che cazzo ci faccio qui?” pensò ancora, fissando quella gente. Quelle brave famiglie. Quei bravi vecchi che non chiudevano un attimo le loro cazzo di bocche.

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“NUDA”, un viaggio in una malattia. Un viaggio nel volto di Eva; il volto di una bambina bisognosa d’amore, di una vittima, di una carnefice, di una malata. Un romanzo che riuscirà ad arrivare al posto giusto.

Con un fendente, stringendomi forte, mi trapassò le carni e l’anima.
Un gemito di piacere e di dolore rimbombò in quella tomba in cui noi, condannati a morte, stavamo perpetuando il delitto che ci avrebbe condotti infine al suicidio.
Lui iniziò a muoversi su di me con decisione. Con forza. Stringendomi come se volesse stritolarmi. Mordendomi il collo come se volesse lacerarlo. E io, sotto di lui, mi muovevo al suo stesso ritmo. Ero io a scopare lui, non lui me. Ero io a violentare me stessa, non lui. Era quello il mio masochistico delirio, e io ero le mie dita divorate. Il vomito gettato nel cesso dopo una lunga abbuffata. Ero la mia fica smembrata dalla sua violenza. Dalla mia violenza. Dalla voglia di non essere mai nata. Da quella voglia di morire, perché incapace a vivere.
“Pugnalami. Pugnalami. Pugnala il mio cuore marcio. Puniscimi per essere nata”.
Questo rimbombava nella mia testa mentre il mio corpo, come fosse una bambola di plastica, veniva scosso dalle sue spinte. Colpi simili a pugnalate in cui era intriso tutto il suo dolore nei confronti di una vita che l’aveva relegato in un dipinto. Quella mia stessa rabbia che, con atti masochistici, si scagliava contro di lui, costringendolo ad uccidermi e uccidersi. Colpendolo mentre lui mi colpiva. Muovendomi assieme a lui mentre la stanza roteava attorno a noi: tutto confuso, stordito, lontano. Come se non fossimo più noi a stare lì, ma solamente le viscere di due cadaveri ormai putrefatte. Solamente sangue che nessuno avrebbe mai lavato via. Il sangue di vite gettate, mai nate; aborti strappati dal grembo materno e lasciati al freddo, mentre i pochi secondi di vita ancora pulsavano nei loro informi cuori, mostrandogli una vita che mai avrebbero avuto. Un nome che mai avrebbero avuto.
E qual era il mio nome? Qual era il suo nome?
Un gemito di rabbia donò un nome a entrambi, mentre lui, stritolandomi, diedi un colpo fortissimo in me, accolto dal mio pube famelico; dal mio corpo affamato di quella vita rubata, lì sotto di lui, dimenandosi come fossi indemoniata.
Infine, si lasciò cadere su di me. Nel buio. Nel buio che celava quel delitto.
Ansimante e sudato, iniziò ad accarezzarmi il viso, baciandomi dolcemente le labbra e sorridendo.
Ecco, tutto era fatto. Tutto era finito. Un altro dente tolto. Ancora un dolore per anestetizzare un altro dolore.
Era cambiato qualcosa?
No, non ero più io lì. Non era più lui lì.
Sconosciuti, ecco cos’eravamo. Due drogati che detestavano la propria droga, convincendosi che non ci fosse nulla di meglio al mondo.
Avrei mai lasciato la mia droga? E lui, avrebbe mai lasciato la sua di droga?
No! E me lo disse con un’altra pugnalata. La più dolorosa. Quella che arriva sempre, presto o tardi.
«Sono così innamorato di te» mi sussurrò in un orecchio. Penetrandomi ancora una volta. Lasciando che un infernale virus si addentrasse in me, divorando voracemente ogni parte del mio corpo.
Era la bugia sovrana di ogni altra bugia.
Lui l’aveva già detta ad altre persone. Io l’avevo già detta ad altre persone.
Eravamo entrambi sadici carnefici e masochistici sciocchi.
Stavamo ancora una volta uccidendo qualcuno. Ci stavamo ancora una volta suicidando. E le mie dita nei suoi capelli, il mio sorriso e quel tenero bacio, furono il sigillo che sugellarono la nostra comune colpa. Furono parte del suo stesso movente. Noi, ora stesi sulle nostre illusioni, illudendoci ancora che fossero dei sogni, e accrescendo un dolore che presto o tardi ci avrebbe divorati.
E quanto tempo ci sarebbe stato ancora concesso?
Fu una mia carezza a rispondere. Ancora una volta. In quel silenzio che ormai svelava la realtà di un rapporto mai nato. La storia tra due persone che non avevano nulla da dirsi. Che avevano consumato tutto in un celere falò, inebriandosi di una cruenta emozione, nuovamente convincendosi che essa potesse perdurare in un sentimento cui solo e unico nome era bisogno.
E di cosa avevo bisogno in quel momento, ormai desta, vedendo il mio e il suo sangue sulle mie labbra?
Avevo bisogno di vomitare, ecco cosa.
Ancora una volta mi ero abbuffata. Ancora una volta mi facevo schifo. Ancora una volta avevo pagato per la colpa di essere venuta al mondo.
Ora dovevo solamente vomitare quello schifo. Vomitare me stessa. Poi cercare nuovamente di essere perfetta, modellando il mio corpo e la mia anima con un forzato digiuno, finché non sarebbe giunta la nuova abbuffata. La nuova condanna. Il nuovo fallimento di quella mia corsa verso una vita perfetta. Verso una vita inesistente.
Mi alzai dal letto, come la più dolce e devota delle spose, e dopo un altro bacio, andai verso il bagno.
Aveva pulito anche quello. Aveva cercato in ogni modo di celare la sua malattia, come io in ogni modo cercavo di nascondere la mia.
Mi avvicinai allo specchio e mi fissai. Non mi riconoscevo. Non vedevo il mio volto, ma solamente uno schifoso mostro. Un mostro bastardo e crudele, capace di far del male a tutti semplicemente con la propria esistenza.
Allungai le mani verso lo specchio, sfiorandolo come se potessi toccarmi.
Scostai la mano e, violentemente, sputai contro lo specchio.
«Stronza. Fai schifo!» strepitai, fissando la mia immagine distorta da quello sputo. Dal mio ribrezzo verso me stessa e la mia vita imperfetta.
Mi guardai ancora allo specchio. Trucco sbavato sul viso di una bambina mai cresciuta. Una puttana dell’Est gettata per strada, violentata infinite volte, al punto da diventare cattiva, spietata, inesistente: non altro che una sadica violentatrice. Il riflesso di una violenza mai guarita.
E ciò mi giustificava? Giustificava il male perpetuato nei miei confronti? Giustificava il sangue appena succhiato da quel corpo cui, unica colpa, era stata quella di accogliere il mio incessabile urlo d’amore?
Avrei dovuto scappare via, ma al di là di quello stupro a cui mi ero concessa, in me ribolliva ancora l’eroina della sua tenerezza. La dolcezza mai avuta da mio padre. La fiducia e la stima mai ricevuta. La vita che da sempre ricercavo. Quella vita perfetta. Quella vita in cui io ero perfetta e degna d’amore.
No, non potevo rinunciare a quella mia droga. A ogni costo. Anche al costo di stracciarmi da dosso la pelle?
E la sua di pelle?
In quel momento non vidi altro che il mio riflesso allo specchio. Ora di nuovo perfetto, dopo aver pulito quella macchia e ogni mia colpa. Pronta a rientrare in scena. Pronta a lottare per la mia vita. Pronta a lottare per la mia illusione. Per la mia masochistica e al tempo stesso sadica voglia di vita.

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