Tratto dal racconto “Vicky”.

Nico diede un sorso alla bottiglia e restò in silenzio, continuando a camminare assieme a quella sconosciuta, come se lei fosse la sola cosa a cui aggrapparsi in quel momento.
«Io invece sono sempre stata povera» aggiunse, svoltando assieme a lui in un vicolo, e tappandosi subito il naso passando davanti a un cumulo di rifiuti.
Al loro passaggio un gatto guizzò via da un mucchio di sacchi neri, svanendo nella notte, assieme alla risata di un presentatore televisivo proveniente da chissà quale appartamento.
«Mi fa venire il voltastomaco!»
«Devi vomitare?» le chiese Nico, rallentando e guardandola.
Lei lo tirò a sé, accelerando e dicendogli: «Non sono messa poi così male.»
Poi si fermò di colpo. Il suo sguardo si perse nel vuoto, colmo di confusione, e per un attimo il suo cinico sorriso sfumò in una smorfia di smarrimento che le rigò il viso.
Quello fu il primo momento in cui Nico, da quando al bar si era seduto accanto a lei, la vide stare in silenzio.
«Cosa stavo dicendo?»
A quelle parole Nico quasi sorrise. Fu tentato di dirle qualsiasi cosa diversa da quanto lei aveva detto.
Non sapeva perché, ma dentro di sé sentiva che se lo avesse fatto lei avrebbe trovato comunque un argomento di cui parlare.
Sembrava stesse parlando soltanto per non svanire. Perché se fosse rimasta ancora zitta sarebbe scomparsa del tutto, come il fumo che esalava in aria dai tombini lungo quel vicolo.
«Ah sì!» esclamò, stringendo forte il braccio di Nico e riprendendo a camminare «stavo dicendo che sono sempre stata povera, prima di conoscere Riccardo, ovviamente.»
Fece ancora qualche passo. Poi si fermò davanti a un palazzo. Il portone era aperto, rotto probabilmente da sempre, e le mura sprigionavano una tremenda puzza di vecchio.
Su di loro brillava cupa la luce di un appartamento, e da essa si udiva il brusio proveniente da un televisore, e rumori di piatti in un lavello.
A meno di una decina di metri da loro, alla fine di quel vicolo, si vedeva la luce giallastra di un internet point tappezzato di scritte arabe, e fuori da esso dei marocchini stavano seduti a bere birra, fissando nel buio loro due, come se stessero cercando di pesarli, e capire cosa farne.
«Aspetta, iniziano a farmi male i piedi» disse, togliendosi le scarpe e poggiando i piedi nudi sulla fredda pietra.
Guardò in alto e sorrise, i suoi occhi si riempirono di una carnale malinconia, e a Nico sembrò vedere brillare in essi le miserabili luci di quel vicolo.
«Riccardo mi ha conosciuta che servivo ai tavoli» riprese «sai, un bar non diverso da quello da cui siamo usciti» aggiunse guardandolo e sfiorandogli il braccio con le dita.
Gli tolse la bottiglia di mano e le diede un sorso, così forte quasi volesse annegare il proprio cuore.
Quando chinò il capo, osservando i suoi piedi nudi e muovendo le dita sospirò: «Io avrei voluto finire gli studi, ma lui ci teneva tanto a sposarsi.»
Rimase un attimo zitta, guardando fra le dita dei suoi piedi, come se stesse vedendo un passato indimenticabile intrecciarsi a un presente in cui lei sembrava non potesse mai fermarsi.
Nemmeno in quel momento si fermò. Poggiò la bottiglia contro la pancia di Nico, lasciando che lui l’afferrasse e poi, sorridendo ancora come una bambini si rimise le scarpe dicendo: «Sapessi che bei voti avevo! È stato davvero un peccato.»
Lo riprese sotto al braccio, esclamando: «Dai, camminiamo ancora. Che ore sono?»
«Sarà mezzanotte, forse l’una.»
«È ancora presto, dai. Facciamo un altro giro!»
Lo trascinò in fretta fuori dal vicolo. I marocchini fuori all’internet point, avvolti da una nebbia di fumo, lì videro passare davanti a loro senza capire: forse nemmeno vedendoli per davvero, come loro stessi erano incapaci di vedersi in quel momento.
Lei lo condusse fuori dal vicolo. Un frastuono d’auto sembrò frustarli, e ovunque, in una grossa piazza avvolta da solenni palazzi, fasci di luci si muoveva veloci davanti a loro, susseguendosi in fari, lampioni, e luci provenienti da appartamenti e dai pochi negozi ancora aperti.
Lei alzò il capo al cielo, respirando a bocca aperta e annusando l’aria quasi non fosse pregna di smog.
Guardò davanti a sé: su di un rettangolo di cemento, un cielo fatto da filamenti di ferro e tubi metallici sovrastava la stazione della metropolitana ormai chiusa sotto cui, come fantasmi, vagavano soltanto disperati passando davanti a ristoranti ormai chiusi, e intrecciando i propri sguardi a quelli di puttane immobili davanti ai marciapiedi, o ubriaconi seduti sui gradini di qualche palazzo.
Trascinò ancora Nico per il braccio, esultando: «Dai, andiamo verso la stazione.»
«Ma che ci andiamo a fare?»
Lei lo tirò con più foga, sorpassandolo e voltando il capo.
«Non ti piacerebbe prendere un treno assieme a me?»
Quel sorriso, così innocente e al tempo stesso perverso, gli trapassò la pancia come fosse una freccia.
Nico sentì i propri nervi rilassarsi, il sangue fluirgli caldo nelle vene, e il cuore palpitare forte, ma senza recargli paura: come se quel battito fosse necessario quanto la presenza di lei al suo fianco.
La sentì dire ancora: «Sarebbe bello prendere un treno e andare lontano, senza avere una meta» mentre passarono davanti a un Doner Kebab da cui usciva un forte tanfo di carne speziata mista a piedi sporchi, oltrepassando ancora un gruppo di negri fermi contro a un muro, un negozio indiano da cui si sentiva una tremenda puzza di curry e incomprensibili urla, e un gruppo di ragazzini rumeni che vagavano simili a cani randagi.
Nico si sentiva confuso. Aveva faticato per costruirsi la sua piccola malinconia in cui annegare come un pagliaccio dal volto coperto di cerone, ma ormai da giorni non se la sentiva più sulla pelle quella malinconia: era vuoto, come prosciugato, e quella donna lo stava portando ora in un nuovo mondo da vivere, o forse alla perdizione totale.
Non riuscì a fare altro che seguirla, bevendo assieme a lei, accogliendo i sui nostalgici sorrisi e le sue frettolose parole, come se lei temesse che se non le avesse dette in tempo qualcuno avrebbe potuto rubargliele dalla testa.
«Riccardo pianificava sempre tutto, ogni viaggio» esclamò, senza fermarsi, passando assieme a lui nel mezzo di un turbinio di volti, occhi e labbra che si muovevano fra luci disperse nella notte.
Si bloccò appena arrivo innanzi la stazione, sovrastata da un cielo di cemento che ne ricopriva lo spiazzale, e trovandosi davanti una serie di corpi che vagavano lentamente davanti a vetrate ormai chiuse.
Sospirò amaramente, osservando le luci dal di dentro della stazione penetrare le lastre di vetro fino a scagliarsi su barboni che dormivano a terra, avvolti in lerce trapunte; venditori ambulanti e gente stanca in piedi d’avanti a una fermata attendendo un autobus notturno, balordi che giravano come iene fra la gente, e ubriaconi e tossici che vagavano soltanto in attesa della fine, mentre veloci le auto sfrecciavano accanto a quella matassa di carne pulsante e stracci dai colori disparati, senza vedere niente: nemmeno lei e Nico.
Lei abbassò lo sguardo, fissando i suoi piccoli piedi ormai gonfi in scarpe dal tacco alto.
Improvvisamente le sembrò di aver camminato troppo a lungo, e di non farcela più: di essere ormai esausta.
Con lo stesso broncio di una bambina alzò nuovamente lo sguardo verso le porte di vetro della stazione, osservando i tabelloni luminosi al di là di esse, per poi voltarsi verso Nico.
«Per favore, andiamo» gli disse.
Lui non aggiunse altro. Sapeva dove stavano andando: lo sapeva da quando avevano lasciato il bar, o forse addirittura da quando si era avvicinato a lei, proprio come lo sapeva Vicky.
La strinse a sé, e assieme camminarono in una notte trafitta da fioche luci, mentre i rumori della città li avvolgevano, pur essendo incapaci di toccarli.
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Tratto dal racconto “Vicky”.

Si lasciarono alle spalle il pronto soccorso, avanzando in un corridoio dalle pareti verde sporco puzzolente di alcol denaturato e garze impregnate di pus, mentre fra lettighe e sedie a rotelle lasciate a marcire nel vuoto, si udivano lamenti provenienti da alcune porte.
«Ero io in turno ieri sera quando l’hanno portata qui» disse la guardia, camminando a un passo da Nico, senza guardarlo, come se volesse evitare di instaurare con lui un’intimità troppo profonda.
Il fiato si era bloccato nella gola di Nico. Non ebbe la forza di dire una sola parola. Nella sua mente, camminando dietro a quell’uomo fra lamenti e bestemmie, pensava soltanto alla frase: «L’hanno portata qui.»
Chi, e perché l’avevano portata lì?
Aveva voglia di chiederglielo, ma non ne aveva il coraggio, né lui ebbe la forza di dirglielo.
Il ragazzo ribadì: «Ora sta fuori pericolo. Sta bene!», mentre lui non lo ascoltava neanche. Sentiva la voce di quell’uomo lontana e confusa, come proveniente da un pozzo, e attorno a sé vedeva la stanza comprimersi come un polmone marcio che esala l’ultimo battito.
L’uomo lo condusse alla porta di un ufficio, in una corsia dove tanti malati vagavano pallidi e deboli, alcuni con garze macchiate di sangue sugli arti o sulla testa, e altri trascinando bastoni con attaccata una flebo.
Si sentiva puzza di carne andata a male, di muffa, e di urina mischiarsi al profumo del borotalco e del disinfettante, e qualsiasi rumore lì in mezzo era confuso da un velo di lamenti che volteggiava nel corridoio come un drappo soffocante.
La guardia chiamò il dottore, e lui uscì nel corridoio, osservato dai volti impazienti di tanti malati che lo fissavano in cerca di una risposta, mentre invece Nico non aveva nemmeno il coraggio di guardarlo, come se temesse di sapere la verità: quella verità in cui non era stato coinvolto né Riccardo né Andrea, ma soltanto lui.
«Nella borsa non aveva altro che il suo portafogli, senza carte né soldi, ma soltanto i suoi documenti. Oltre a esso aveva della biancheria, un vestito, fotografie e tanti fogli, ma niente capace di aiutarci a sapere la sua identità.»
Gli occhi di Nico tremavano, senza che lui osasse dire nulla, sentendo soltanto la voce del dottore e seguendolo fra urla, puzza di carne in cancrena, e vedendo attorno a lui solamente un susseguirsi di volti stanchi e sofferenti, e pelle colma di sangue.
«Come le ho detto, è riuscita soltanto a dirci che si chiama Victorya. Non ci ha parlato di altro, nemmeno di lei, e non vuole parlare con nessuno.»
Andarono ancora avanti. Altre urla si addensavano attorno a loro, e gli occhi di Nico si perdevano fra gli sguardi assenti dei malati immobili contro a un muro, stesi su di una barella oppure seduti su di una sedie a rotelle: volti pallidi, alcuni sporchi di sangue, altri del tutto assenti.
Camminava, e fra quei volti vedeva la forma di Vicky apparire e svanire, mentre il dottore continuava a parlare, e lui lo seguiva, immagazzinando le parole che gli stava dicendo.
La frase: «Il trauma sarà duro da superare!» lo fece balzare, e si paralizzò di colpo, tanto che il dottore, dopo altri passi, dovette tornare indietro per recuperarlo.
Arrivandogli faccia e faccia, sospirò, come se quel gemito di dolore fosse vero, e non soltanto un copione da recitare a ogni parente di un paziente.
Gli occhi di Nico rimasero incollati a i suoi. Immobili. Del tutto vitrei. Come se non esistesse nemmeno quell’uomo, ma soltanto le parole che aveva appena pronunciato.
Poco distante qualcuno urlò disperatamente. Altrove si udì un pugno battere contro al muro, e da una camera si sentì una grande risata.
Gli occhi di Nico rimasero immobili contro quelli del dottore, come fossero flutti marini in una notte coperta da un banco di nubi.
Le sue labbra vibrarono come quelle di un bambino, e riuscì soltanto a dire, trattenendo le lacrime: «È stata… E stata?»
Il dottore sospirò, sfiorandogli appena il braccio e facendogli cenno di seguirlo.
«Avrà bisogno di tempo per riprendersi, e lei, qualunque sia il suo rapporto con la signorina, dovrà essere discreto e attenderla.»
Si fermò ad angolo del corridoio, fra urla e puzza di disinfettante.
Guardò appena Nicola dicendogli: «La polizia è venuta prima, e tornerà in serata. Magari vorranno fare qualche domanda anche a lei.»
«La polizia?»
«Sì, è la prassi!»
Nicola era pietrificato. La vita di Vicky, la sua vita, di colpo erano scivolate in qualcosa di formale e gelido come una prassi da eseguire. Nemmeno il dolore che li stava martoriando era per il mondo qualcosa di speciale, no, ma soltanto un evento ordinario, proprio come un temporale o il sorgere del sole.
Lui sapeva cos’era successo, ma non aveva il coraggio di formulare quella semplice, orrende parola. Come se sperasse che fino all’ultimo potesse essere smentito. Che magari fosse tutto uno scherzo. O che magari Vicky si fosse fatta soltanto una storta.
Prima di voltare l’angolo, il dottore gli disse ancora: «Soprattutto non le faccia pressione in alcun modo.»
Nicola annuì soltanto, quasi tremando, vedendo l’uomo davanti a lui semplicemente come una sagoma bianca.
Voltarono nell’altro corridoio, ed era identico a quello di prima: soltanto malati che si ammassavano contro ai corridoi, urla provenienti da qualche porta chiusa, e una tremenda puzza di disinfettante e bende sporche su mura verdi illuminate dalla luce del sole proveniente da un finestrone dai vetri sporchi.
In fondo al corridoio, lontana da tutti, ci stava lei, rannicchiata su di una barella come fosse soltanto carne da macello.
Gli sembrava di vedere un animale ferito. Vicky era soltanto un corpo immobile avvolto in una coperta da cui uscivano fuori un braccio e una gamba nuda che penzolavano nel vuoto.
La scarpa giaceva sul pavimento, e una matassa di capelli sporchi le avvolgevano il capo, nascondendole il viso.
«Volevamo metterla in una stanza, ma non siamo riusciti a lavarla a dovere» disse il dottore, sospirando e aggiungendo «Ha quasi cavato un occhio a un’infermiera, e morso al collo un altro infermiere. Abbiamo dovuta lavarla da vestita, e curarla senza toglierle del tutto gli abiti di dosso. Ma converrà, così non potremmo aiutarla a ricevere le cure adatte. Magari lei…»
Nico non ascoltò altro. Prima che il dottore terminasse la frase, lui si spinse lungo il corridoio ai suoi occhi interminabile, e in cui non esistevano più volti, sguardi, lamenti, puzze: esisteva soltanto lei, verso cui lui andava, tremando, mantenendo nella mano le buste che le aveva portato.
La raggiunse. Rimase fermo davanti a lei, vedendola immobile, come fosse addormentata.
I suoi vestiti erano sporchi e stracciati, e la sua pelle sudicia di terra.
Persino sotto le unghie aveva della terra, e puzzava di alcool e merda.
Lui si rannicchiò davanti a lei, osservandola, incurante di quel fetore.
Avrebbe voluto stringerle la mano, sistemarle la scarpa al piede, ma aveva paura di toccarla, come se lei fosse di cristallo.
Improvvisamente, mentre i suoi occhi erano tesi verso il volto di lei in attesa di un suo gesto, vide le sue palpebre muoversi, e gli occhi aprirsi un istante, per poi richiudersi lentamente.
Lui sorrise. Le labbra gli si mossero come se volesse dire qualcosa, e allungò la mano verso di lei, quasi sfiorandola, e poi lasciandola cadere nel vuoto.
Lei mosse le labbra con fare lento, quasi stessero tremando.
Nico si avvicinò di più, stringendo la busta nella mano e dicendo: «Sono qui, Vicky. Sono qui! Ora va tutto bene.»
Lei non riaprì gli occhi. Rimase immobile, con la testa contro la barella, muovendo appena le labbra in un cupo broncio.
«Cosa c’è? Cosa vuoi dirmi, tesoro?»
Gli sembrò quasi di vederla sorridere a quella parola, e neanche lui sapeva perché gliel’aveva detta.
Ma era un sorriso, oppure una smorfia di dolore?
Vide una lacrima colarle sulla guancia, fino a bagnarle le labbra secche.
Poggiò appena la mano sulla barella, ma lei si rigirò di colpo, rilasciando una nauseante puzza di merda.
Nico osservo i suoi capelli sporchi, il suo piede lercio che fuoriusciva dalla barella, e respirava la puzza di quell’esanime corpo come fosse una colpa da doversi addossare.
Pronunciò soltanto il suo nome, dicendo appena: «Vicky?»
Ma nell’aria, come un drappo funebre, altro non calò che un tenebroso: «Shh» che fece gelare il sangue nelle vene di Nico, come se di colpo un muro fosse stato eretto fra loro due.
Ma non capiva che quel muro era da sempre in piedi davanti a Vicky, e che soltanto ora stava crollando, forse come il muro che lui aveva posto sempre davanti a tutti.
Rimase in silenzio, accanto a lei, desiderando di aiutarla, ma senza sapere come fare: e forse senza poterlo fare.
Lasciò scivolare la mano sulla lettiga, quasi sfiorando i capelli di lei.
L’osservò ancora. Guardò ogni tratto di quel corpo martoriato, come se stesse cercando ogni ferita da sanare.
«Vicky, io…»
«Nico» sussurrò lei, con una voce che sembrava provenire da molto lontano.
«Sì?»
«Per favore, sta zitto.»
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Tratto da “La finestra chiusa”, in fase di editing.

L’aria profuma di ammorbidente e di fiori freschi. La cucina ne è impregnata. Quel profumo si muove su mattonelle bianche decorate da piccoli fiori, sui mobili di ciliegio e su alcune fotografie poste sulle mura.
Percepisco l’aroma del caffè mischiarsi a questo profumo che conosco meglio dell’odore della mia pelle. Sento il ribollio della macchinetta per il caffè che fuma sui fornelli, e il suo odore sempre più forte insinuarsi per l’intera stanza: parte di un rituale da compiere in ogni casa quando giunge un ospite.
Lei, mia zia Francesca, sta ferma davanti ai fornelli. Sulle sue ossa che sembrano uscirle fuori dalla pelle smagliata ci sta un vecchio maglione bianco coperto da un grembiulino rosa, e da una gonna lunga e marrone si intravedono le sue pallide gambe, una volta carnose, ora ridotte a ossa coperte da pelle ruvida da cui si possono contare le vene.
Osservo le sue piccole mani che tante volte mi hanno stretto, ora afferrare con fatica delle tazzine da una credenza, mentre le sue magre ma sorridenti labbra si muovono chiedendomi: «Ma a mamma hai detto che stai qua?»
Non le rispondo subito. Mi perdo nei colori accesi del foulard sulla sua testa, immaginando quei rossi capelli che tante volte ho stretto e annusato.
Non ne ha più da mesi e mesi. Lei ha solamente dodici anni in più a me. A soli dodici anni già mi teneva tra le sue braccia, e ora la vedo andare fra le cupe braccia della morte, senza neanche poterle accarezzare un’ultima volta i capelli.
Sembra quasi saperlo mentre sorride, accogliendo il mio silenzio come fosse una risposta.
Respiro ancora il profumo del caffè. Ora è più intenso. Lei ha spento la fiamma, e mentre fisso una foto appesa al muro sento il tintinnio del cucchiaino contro la ceramica.
Lei sa già quanti cucchiaini di zucchero voglio. Lei sa tutto di me. Lei mi conosce da quando sono venuto al mondo, e forse anche meglio della sua sorella che mi ha dato la vita.
In questa foto ci stiamo proprio noi due, io e mia zia. Lei mi tiene in braccio. Ha solamente quattordici anni, ma sembra già una donna adulta. La mia mano paffuta le stringe un seno allora carnoso, diversamente dal petto scheletrico e fragile avvolto in quel grembiulino che ormai le va largo.
Sorridevo in quella foto, cercando il suo seno come fosse quello della mia mamma. Ero felice come quel bambino biondo nelle foto a casa mia.
Dio, come posso non ricordare?
Lei sorride, avvicinandosi e dicendomi: «Da piccolo eri proprio un malato. Stavi sempre a toccarmi le zizze.»
Cerco anche io di sorridere, anche se vorrei solamente piangere.
Uno dei suoi seni neanche esiste più. Glielo amputarono all’inizio della malattia, prima che il cancro si diffondesse ai polmoni.
Il mio sguardo lentamente si allontana da quel ricordo, come se una nube mi stesse portando altrove, rendendomi leggero come una lettera d’amore che vola nel cielo.
L’odore del caffè ora è vicinissimo, proprio sotto al mio naso.
Del caldo fumo si addensa contro al mio viso, e il sorriso di mia zia sembra volermi ancora stringere al proprio petto, come se potessimo entrambi tornare in quella foto davanti a noi.
«Dovreste trovare un modo per capirvi» riprende sedendosi al mio fianco, debole come un animale ferito che si trascina verso un angolo. «Al telefono lei mi parla sempre di te» aggiunge, porgendomi la tazza mentre io tenendo la testa china non ho nemmeno il coraggio di guardarla.
Afferro con le dita quella tazza calda e profumata, mentre lei, sorridendo delicatamente prende la sua con entrambe le mani, come se non riuscisse nemmeno a reggere quel misero peso.
La porta verso le labbra una volta morbide. Le vedo sfiorare appena la tazza mentre si muovono dicendomi: «È preoccupata per te, solamente che non sa come dimostrarlo.»
Ancora una volta non le rispondo. In un sorso finisco il caffè, mentre lei sorseggia il suo. La guardo un attimo e poi mi alzò andando verso la finestra. Un lieve luce entra nella stanza muovendosi da dietro le tende bianche davanti a me. È una luce gialla e arancione. La luce che ho sempre visto in questa casa, anche quando da adolescente andavo lì da lei per fare i compiti, oppure per nascondermi da mio padre quando era troppo arrabbiato perché potessi sopportarlo.
Ricordo che ogni volta stavo seduto proprio davanti a quella tavola, e lei stava lì ferma, proprio come ora.
Parlavamo a lungo, e parlavamo di tutto. Parlavamo di me!
Vorrei tanto tornare a quei giorni, ma so che non posso. Lei sta morendo, e so che non posso farci niente.

“NUDA”. Perché a volte una malattia ci devasta al punto da renderci carnefici. Una storia che vi stroncherà. Una storia destinata solamente alle BIG.

“Pugnalami. Pugnalami. Pugnala il mio cuore marcio. Puniscimi per essere nata”.
Questo rimbombava nella mia testa mentre il mio corpo, come fosse una bambola di plastica, veniva scosso dalle sue spinte. Colpi simili a pugnalate in cui era intriso tutto il suo dolore nei confronti di una vita che l’aveva relegato in un dipinto. Quella mia stessa rabbia che, con atti masochistici, si scagliava contro di lui, costringendolo ad uccidermi e uccidersi. Colpendolo mentre lui mi colpiva. Muovendomi assieme a lui mentre la stanza roteava attorno a noi: tutto confuso, stordito, lontano. Come se non fossimo più noi a stare lì, ma solamente le viscere di due cadaveri ormai putrefatte. Solamente sangue che nessuno avrebbe mai lavato via. Il sangue di vite gettate, mai nate; aborti strappati dal grembo materno e lasciati al freddo, mentre i pochi secondi di vita ancora pulsavano nei loro informi cuori, mostrandogli una vita che mai avrebbero avuto. Un nome che mai avrebbero avuto.
E qual era il mio nome? Qual era il suo nome?
Un gemito di rabbia donò un nome a entrambi, mentre lui, stritolandomi, diedi un colpo fortissimo in me, accolto dal mio pube famelico; dal mio corpo affamato di quella vita rubata, lì sotto di lui, dimenandosi come fossi indemoniata.
Infine, si lasciò cadere su di me. Nel buio. Nel buio che celava quel delitto.
Ansimante e sudato, iniziò ad accarezzarmi il viso, baciandomi dolcemente le labbra e sorridendo.
Ecco, tutto era fatto. Tutto era finito. Un altro dente tolto. Ancora un dolore per anestetizzare un altro dolore.
Era cambiato qualcosa?
No, non ero più io lì. Non era più lui lì.
Sconosciuti, ecco cos’eravamo. Due drogati che detestavano la propria droga, convincendosi che non ci fosse nulla di meglio al mondo.
Avrei mai lasciato la mia droga? E lui, avrebbe mai lasciato la sua di droga?
No! E me lo disse con un’altra pugnalata. La più dolorosa. Quella che arriva sempre, presto o tardi.
«Sono così innamorato di te» mi sussurrò in un orecchio. Penetrandomi ancora una volta. Lasciando che un infernale virus si addentrasse in me, divorando voracemente ogni parte del mio corpo.
Era la bugia sovrana di ogni altra bugia.
Lui l’aveva già detta ad altre persone. Io l’avevo già detta ad altre persone.
Eravamo entrambi sadici carnefici e masochistici sciocchi.
Stavamo ancora una volta uccidendo qualcuno. Ci stavamo ancora una volta suicidando. E le mie dita nei suoi capelli, il mio sorriso e quel tenero bacio, furono il sigillo che sugellarono la nostra comune colpa. Furono parte del suo stesso movente. Noi, ora stesi sulle nostre illusioni, illudendoci ancora che fossero dei sogni, e accrescendo un dolore che presto o tardi ci avrebbe divorati.
E quanto tempo ci sarebbe stato ancora concesso?
Fu una mia carezza a rispondere. Ancora una volta. In quel silenzio che ormai svelava la realtà di un rapporto mai nato. La storia tra due persone che non avevano nulla da dirsi. Che avevano consumato tutto in un celere falò, inebriandosi di una cruenta emozione, nuovamente convincendosi che essa potesse perdurare in un sentimento cui solo e unico nome era bisogno.
E di cosa avevo bisogno in quel momento, ormai desta, vedendo il mio e il suo sangue sulle mie labbra?
Avevo bisogno di vomitare, ecco cosa.
Ancora una volta mi ero abbuffata. Ancora una volta mi facevo schifo. Ancora una volta avevo pagato per la colpa di essere venuta al mondo.
Ora dovevo solamente vomitare quello schifo. Vomitare me stessa. Poi cercare nuovamente di essere perfetta, modellando il mio corpo e la mia anima con un forzato digiuno, finché non sarebbe giunta la nuova abbuffata. La nuova condanna. Il nuovo fallimento di quella mia corsa verso una vita perfetta. Verso una vita inesistente.
Mi alzai dal letto, come la più dolce e devota delle spose, e dopo un altro bacio, andai verso il bagno.
Aveva pulito anche quello. Aveva cercato in ogni modo di celare la sua malattia, come io in ogni modo cercavo di nascondere la mia.
Mi avvicinai allo specchio e mi fissai. Non mi riconoscevo. Non vedevo il mio volto, ma solamente uno schifoso mostro. Un mostro bastardo e crudele, capace di far del male a tutti semplicemente con la propria esistenza.
Allungai le mani verso lo specchio, sfiorandolo come se potessi toccarmi.
Scostai la mano e, violentemente, sputai contro lo specchio.
«Stronza. Fai schifo!» strepitai, fissando la mia immagine distorta da quello sputo. Dal mio ribrezzo verso me stessa e la mia vita imperfetta.
Mi guardai ancora allo specchio. Trucco sbavato sul viso di una bambina mai cresciuta. Una puttana dell’Est gettata per strada, violentata infinite volte, al punto da diventare cattiva, spietata, inesistente: non altro che una sadica violentatrice. Il riflesso di una violenza mai guarita.
E ciò mi giustificava? Giustificava il male perpetuato nei miei confronti? Giustificava il sangue appena succhiato da quel corpo cui, unica colpa, era stata quella di accogliere il mio incessabile urlo d’amore?
Avrei dovuto scappare via, ma al di là di quello stupro a cui mi ero concessa, in me ribolliva ancora l’eroina della sua tenerezza. La dolcezza mai avuta da mio padre. La fiducia e la stima mai ricevuta. La vita che da sempre ricercavo. Quella vita perfetta. Quella vita in cui io ero perfetta e degna d’amore.
No, non potevo rinunciare a quella mia droga. A ogni costo. Anche al costo di stracciarmi da dosso la pelle?
E la sua di pelle?
In quel momento non vidi altro che il mio riflesso allo specchio. Ora di nuovo perfetto, dopo aver pulito quella macchia e ogni mia colpa. Pronta a rientrare in scena. Pronta a lottare per la mia vita. Pronta a lottare per la mia illusione. Per la mia masochistica e al tempo stesso sadica voglia di vita.

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“LEI”, un romanzo psicologico che arriverà solamente alle BIG. La storia di una perdita. La storia di un delirio.

Mi feci forza. Lei stava ancora lì. Lo sapevo. E sapevo di non avere scelta.
Aprii la porta, cercando di non far rumore. Di non destare la sua attenzione.
Ma fu inutile!
Una volta chiusa la porta, appena mi voltai, la vidi immobile nel corridoio, accanto la porta della cucina.
Era uno spettro, proprio come sempre. Un’anima in pena in bilico tra la vita e la morte, e io forse ero il suo carnefice. Il demonio che la teneva in gabbia, mentre lei attendeva il compiersi di una speranza ormai putrefatta da secoli.
Cosa fare, correre verso di lei e abbracciarla?
Non ci riuscivo, e per questo mi facevo schifo da solo.
Uno squallido, inutile, patetico ammasso di carne che si stava distruggendo, annientando qualsiasi cosa attorno a esso.
Lei era la mia vittima. Io ero la sua vittima. Quello era il tempio sacrificale dove le nostre vite sarebbero state offerte al mondo.

Avanzai in quel tempio. Nel nostro ridicolo destino. In quel corridoio che sembrava stringersi attorno a me a ogni mio passo; lugubri mura che avevano accolto decenni di lacrime, urla, sogni infranti e desideri devastati.
Era la nostra tomba, entrambi lo sapevamo, ma nessuno aveva il coraggio di dirlo.
No, il coraggio neanche esiste quando sei al tappeto. Così come non ebbi il coraggio di guardarla, quando le passai accanto, percependo il suo dolore sfiorarmi. Il suo respiro. Il suo sguardo triste. La sua voglia di scoppiare in lacrime, fiondandosi al mio collo urlando “Perché sei così?”.
Ma non mosse un muscolo. Immobile come una statua di sale, lasciò che io l’attraversassi, forse percependo il mio di dolore, e sentendolo come una condanna.
Già, “noi!”.
Esisteva un noi, oppure ognuno pensava al proprio dolore? Magari guardandomi come fossi solamente un riscatto per le proprie pene.
Io ero il riscatto per mia madre. Io ero il riscatto per Lara, e loro la mia faccenda sospesa che mi impediva di farla finita.
Ci stavamo divorando a vicenda, e alla fine nessuno avrebbe raccolto la carne maciullata lasciata a marcire sul pavimento.
Tutto sarebbe andato avanti. Ogni azione coperta dal cemento, proprio come la mia forma che avanzò. Superandola ed entrando in quella cucina.
Il suo sguardo mi seguì. Uno sguardo non doloroso, quanto rabbioso. La rabbia innanzi al mio rifiuto di darle la vita. Di essere come voleva.
E cosa fare? Cosa avrebbe fatto un bravo figlio?
Non ci riuscivo! Inutile. Non ero ciò che voleva, proprio come mi disse Lara quando mi lasciò.
Noi, come sempre, stesse vittime, stessi carnefici; patetici ammassi di carne persi in un limbo di indifferenza.
Non per davvero un “noi”.
Riuscii solamente a prendere una bottiglia di vino. Proprio come sempre. Come sempre, sotto al suo sguardo accusatore.
Lo sentii sulla mia pelle mentre avanzai per quella cucina. Era una preghiera. Era la richiesta di un riscatto. Era una morsa che stringeva le mie ossa fino a sgretolarle.
Le sentii frantumarsi a ogni mio passo, mentre cercando di non fissare nulla, di non provare nulla, avanzai ancora. Consapevole che presto l’avrei incrociata. Che presto sarei passato innanzi a quel dito puntato contro di me, accusandomi di essere sbagliato. Accusandomi di essere responsabile del sangue di una madre. Del suo sangue!
E lo ero?
Pensai di sì, passandole accanto, senza guardarla né dicendo niente.
Ma feci appena due passi. Il suo sguardo, ancora una volta, era una lancia contro la mia schiena, e la sua presenza una frusta che mi percuoteva.
Sentii una scudisciata dritta contro la schiena.
«Non mangi niente?» mi chiese, quasi come se quelle parole fossero il preludio a un uragano. Le parole di sempre. Un rituale da dire ogni notte, proprio come un’inutile speranza che ossessiona il cervello.
Restai fermo qualche istante. Gelido e dolorante. Per poi riprendere a camminare
Feci appena qualche passo, quando ecco un’altra frustata mi mozzò di colpo la testa.
«Ma perché non sei come tutti gli altri? Perché non puoi essere come tutti gli altri?» udii contro di me. In me! Una cantilena che mi aveva accompagnato per secoli. Per un’intera vita. Una celata frase che nascondeva in essa un primordiale urlo.
“Sei sbagliato! Tu sei sbagliato”.
Ed era la verità. Ero sbagliato. Inadatto. Un figlio che non sarebbe mai dovuto nascere.
Avrei dovuto pagare con il sangue quel mio crimine? E quale sangue sarebbe stato gradito a Dio? Il mio, o quello di mia madre?
Forse saremmo morti entrambi, sbranati da quel mondo che ci aveva rinchiusi assieme, lasciandoci a sbranare a vicenda.
Lei l’avrebbe mai capito?
No, ero io il carpo espiatorio per ogni sua insoddisfazione. Ancora e sempre io il colpevole. Ancora e sempre io l’errore.
Ma andava bene!
Una lacrima colò dai miei occhi, senza che lei la potesse vedere.
Ma andava bene comunque!
Ero stanco. Troppo, troppo stanco. Stanco di dire sempre le stesse parole. Stanco di lottare. Stanco di scagliarmi contro una recinzione elettrica, nel vano tentativo di fuggire da quella prigione.
Non ci stava nulla da dire. Niente da fare.

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“LA MASCHERA”, un romanzo psicologico che accusa l’ipocrisia umana.

Le urla di Mara echeggiavano in quella stanza. Il sangue schizzava ovunque, e Max continuava a tagliuzzarle la faccia, colpo dopo colpo, sorriso dopo sorriso. E continuò a colpirla finché non ci furono più urla a rimbombare in quella lussuosa stanza. Finché ogni lembo del cuscino fu impregnato del sangue di quella lurida troia.
Max alzò il coltello. Il sangue grondava dalla lama fin sul corpo di Mara. Di Mara stesa lì su quel letto. Priva di sensi. Orrenda! Con il suo bellissimo volto ridotto ormai solamente a una pozza di sangue che usciva fuori dai profondissimi e numerosi solchi sulla sua faccia.
Sì, Max l’aveva distrutta. Aveva distrutto le sue armi. Devastato la sua bellezza. Smembrato la sua faccia in un modo tale che nessun chirurgo l’avrebbe mai più potuta far tornare la stessa. E nel vederla, stranamente, finalmente mi sentii bene. Sì, avevo vinto! La vita di Mara da quel giorno sarebbe stata peggiore della mia. E questo mi faceva star bene! Mi faceva sentir vivo il sapere che qualcuno avrebbe vissuto peggio di me. Qualcuno che mi aveva umiliato. Qualcuno che mi aveva sconfitto, gettandomi al tappeto; su di un tappeto pieno di merda!
Ecco, avevo vinto. E ora sapevo la sola cosa capace di lenire quel dolore. Non era punire la gente. Non era vederli soffrire. Ma sapere che avrebbero sofferto per sempre. Sapere che a causa tua le loro vite sarebbero state per sempre orrende. Peggiori della tua.
Questa è l’onnipotenza. La vera vendetta. Il solo modo per vivere in un mondo di merda.
Già, in fondo lo fanno tutti.
Al mondo c’è sempre chi ha una promozione in un qualsiasi lavoro, gioendo nel vedere un collega retrocesso. C’è sempre chi sorride nel vedere il fallimento di qualcun altro; che sia esso in un lavoro, in un concorso, in un rapporto affettivo. E la gioia più grande arriva quando noi vinciamo mentre loro perdono. Ci fa stare bene! Ci fa sentire migliori di loro. Ci fa sentire importanti. Vivi.
Era quello che provavo. Ma dentro di me sapevo che quella droga non avrebbe mai avuto fine. Che ci sarebbe stato sempre qualcuno ad umiliarmi. Sempre qualcuno a deridere le mie sconfitte.
Avrei dunque massacrato il mondo intero?
Chissà. Di certo Max lo avrebbe fatto. Ma io non ero come lui. Non ero crudele come lui, anche se lentamente lo stavo diventando. O forse… chissà, magari lo ero sempre stato. Ma comunque fosse, lentamente Max stava facendo di me quello che voleva.
Eppure non riuscivo a smettere di seguirlo. Neanche quando dopo aver massacrato Mara tagliò tutte e cinque le dita di quello stronzo.
Poi rubò i soldi lì in quell’appartamento e li divise con me. E assieme uscimmo da lì come se niente fosse successo. Più leggeri. Più sazi. Più potenti.

Ci rimettemmo per strada. Io e lui da soli. Io e il mio Dio.
Max guidava la sua auto, bevendo una bottiglia di vino rosso fregata da quella reggia, mentre io accanto a lui bevevo un’altra bottiglia, fissando il vuoto, sentendo l’effetto di quella droga svanire in me.
Diedi ancora un sorso alla bottiglia e mi voltai verso di Max.
«Che ore sono?» gli chiesi.
Lui continuò a bere dalla bottiglia, per poi abbassarla lentamente.
«Bah, credo le undici. Forse le undici e mezza» disse, continuando a guardare la strada.
Io mi voltai nuovamente, fissando la strada davanti a me e bevendo il mio vino. Fissando quei filamenti di luce che avvolgevano la città, scorrendo velocemente davanti a me.
«Non pensavo di essere stato tanto tempo lì dentro.»
«Beh, il tempo passa veloce quando ci si diverte. Non lo sai, amico?»
Mi girai di scatto verso di lui.
«Tu credi che io mi sia divertito?»
Max si girò appena un po’, sorridendo, e dividendo lo sguardo tra me e la strada.
«Perché, non è così?» mi chiese.
Io non risposi. No, ancora una volta aveva ragione.
Era vero! Dentro di me avevo provato piacere nel far del male a Mara, e ancor più nel sapere che la sua vita era ormai per sempre distrutta. E sapevo di voler provare ancora quel senso di liberazione. Quel senso di pace. Quel senso di vittoria. Quel senso di onnipotenza.
Dunque non aggiunsi altro. Continuai a bere, fissando la strada davanti a me. Senza vedere niente. Senza vedere le auto per strada, la gente, i palazzi, i lampioni, o i pezzenti che crepavano di solitudine.
«Andiamo al club?» chiesi.
«Andiamo al club!» rispose Max, fissando la strada e continuando a guidare.
Nessuno dei due aggiunse altro. Quanto avevamo fatto era più utile di ogni altra parola. Ci stava solamente altra voglia di sangue in noi. Voglia di veder soffrire altre persone. Di sentirci migliori di loro. Di vincere mentre loro perdevano.

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“CHE CAZZO CI FACCIO QUI?”. Una raccolta di racconti per chi ama autori come carver, Bukowski e Palahniuk.

DIETRO LA PORTA.
Quando arrivai all’hotel Jolly, aveva da poco finito di piovere. Che strano! Era Settembre, eppure un forte temporale aveva percosso per tutto il giorno le strade di Napoli. Sembrava che anche il cielo provasse le mie stesse sensazioni. Che quel cielo notturno plumbeo di pioggia riflettesse volutamente il mio dolore.
Ma era un’illusione. Sì, al cielo non fregava minimamente del mio dolore, e così al mondo intero. A tutta quella gente che se ne stava in giro, intenta solamente alle proprie cose, non gliene fotteva un cazzo di niente di me. Quella gente magari di ritorno dal lavoro. Forse ferma ai tavoli di qualche ristorante. Oppure al cinema. In giro per le piazze, parlando con amici. Forse uccidendo qualcuno. O ancora sull’uscio della porta di un pidocchioso albergo del centro, proprio come me. E come me in procinto di andare a trovare lei. La solita lei! Quella che ci sta sempre. Quella che ti fa star bene. Quella che ti fa star male. Quella che a volte ti uccide.
Ida, così si chiamava quella lei. E di certo mi stava già aspettando in camera. Sicuramente trepidante come me. Oppure, forse, fregandosene.
Al telefono mi aveva detto che dovevamo parlare. E quando una donna ti dice che deve parlarti, beh, è quasi sempre per dirti che è finita.
Ma poteva finire tra me e Ida?
Già, come poteva mai finire qualcosa di mai cominciato? Qualcosa di così instabile come il nostro rapporto.
Decisi di non chiedermelo, ed entrai in quel lercio albergo. Io, non altro che uno dei tanti uomini al mondo. Forse non altro che uno dei tanti uomini per Ida.
La hall era illuminata dalle luci giallastre emanate da alcuni neon. Luci cupe e malinconiche che si riversavano su di una vecchia tappezzeria rossa, sui mobili di legno ormai prossimi allo sfacelo, e su di un grosso bancone di legno decadente dietro cui stava seduto un vecchio decadente.
Io mi avvicinai a lui. Lui mi conosceva. Ciro mi conosceva. E di certo mi sentì arrivare, benché non alzò lo sguardo dal suo giornale.
Appena arrivai a pochi centimetri dal bancone, Ciro alzò di un po’ lo sguardo, fissandomi senza cura; proprio come faceva sempre. Forse come faceva con ogni altro cliente che andava a morire, in un modo o in un altro, in quel lurido albergo.
«La sua fidanzata è in camera che l’attende, signore» mi disse, tornando subito al suo giornale.
Io annuii e non dissi niente. Lasciai il mio amico alle sue letture e mi diressi verso una vecchia rampa di scale di finto marmo. Quella rampa che conoscevo sin troppo bene. Quelle scale che conoscevo anche meglio di quelle di casa mia.
Secondo piano, interno 22. Conoscevo a memoria quella stanza. La nostra stanza! E mentre salivo quelle scale, sentendo attorno a me urla in diverse lingue, pensai che era strano l’aver sentito quella parola.
Strano, eppure bello.
“Fidanzata!”.
Sì, così aveva detto il vecchio. La mia fidanzata!
E lo era?
Chi era Ida, e chi ero io?
Eravamo fidanzati?
Ci amavamo?
Inutili domande. Quanto inutili sarebbero state le risposte. Ma mentre avanzavo verso il numero 22; verso la stanza dove avrei trovato la mia fidanzata, cominciai a sentire in me il terrore e il peso di quelle risposte.
Restai parecchi minuti fermo davanti a quella porta. A fissare il vuoto. A fissare il numero ventidue disegnato su quella porta. Devastato da infiniti pensieri. Da pensieri veloci e impercettibili che si muovevano nella mia mente come fossero uno sciame di mosche. Infinite metastasi che si moltiplicavano velocemente, divorando il mio cervello, e ogni mio organo.
Era davvero la fine?
Mi trovavo lì per morire?

CHE CAZZO CI FACCIO QUI?
Sul bagnasciuga alcuni vecchi dalle grosse pance e la pelle molliccia piene di schifose macchie violacee, passeggiavano avanti e indietro come tante pecore che pascolano in un prato. Poi di colpo si fermavano, fissando il mare. Fissandolo come se al di là di quel blu ci fosse altro. Che ne so, un altro mondo, magari, oppure le risposte a ogni domanda della vita.
Invece, al di là dell’orizzonte non ci stava altro che un’altra spiaggia dove altri vecchi passeggiavano proprio come loro, chiedendosi le stesse e identiche ridicole cose.
«Che schifo!» borbottò tra sé e sé Eddy, dando un altro sorso alla birra e portando lo sguardo verso una famigliola accampata davanti a lui; padre, madre, figlio. La Santa Trinità! La Sacra famiglia.
Lui, il gran capo famiglia, se ne stava seduto su di una sdraio, mantenendo un quotidiano che quasi gli cadeva sulla grossa pancia. Lì sotto quell’ombrellone, leggendo in silenzio notizie che in fondo non gli riguardavano, mentre sua moglie, la Vergine Maria, se ne stava stesa su di un telo da spiaggia facendo abbrustolire le sue carni mollicce rese quasi bianche da una crema abbronzate, e tenendo continuamento d’occhio il loro moccioso di nove anni intento a costruire un castello di sabbia che somigliava perlopiù a un grosso cumulo di mondezza.
Accanto a loro, beh, niente di diverso!
Famiglie silenziose. Famiglie che parlavano solamente del lavoro, di cosa mangiare o di cosa avevano mangiato, di qualche programma televisivo, del mare calmo o agitato, del posto in cui si trovavano e del posto in cui sarebbero andati l’anno prossimo. E ancora, coppiette silenziose stese su dei teli a prendere il sole; lui intento a leggere un giornale o a fare un cruciverba, lei presa a fissare il suo dannato smartphone da ottocento pezzi. E ovunque, mocciosi petulanti correvano per quella maledetta spiaggia, urlando e ridendo. Facendo rimbombare le loro voci assieme al rumore delle onde o alle risate di adolescenti che giocavano a beach volley.
“Che cazzo ci faccio qui?” pensò ancora Eddy, dando un’ultima strippata alla sua paglia per poi gettarla a terra.
Si voltò ancora. Il suo sguardo si posò su delle forme sinuose. Sui corpi mezzi nudi di ragazzine appena sedicenni che giocavano a beach volley, ficcate in una grossa gabbia avvolta da del filo di metallo.
Vide i loro culi sodi muoversi avvolti da costumini quasi inesistenti. Le loro belle tette ciondolare ogni volta che saltavano per raccogliere la palla.
Le passò a rassegna tutte. A una a una. Scrutando i loro culi, le loro tette, i loro corpi. Fissando quella macelleria a cielo aperto, e desiderando solamente di correre lì, prendendo una a caso di loro; magari quella con il costumino verde mela, e gettarla a terra per poi strapparle tutto da dosso. Tastare quel suo meraviglioso corpo. Tirarlo fuori e scoparla a sangue, mentre lì sulla spiaggia Mister Sconosciuto continuava a leggere il proprio giornale, e Miss sconosciuta continuava a smanettare con il proprio smartphone.
Ma restò lì fermo, guardando ancora il culo della tipa con il costumino verde mela. Vedendola balzare in aria, colpendo la palla e facendo ondeggiare il suo meraviglioso culetto.
Cercò di distogliere lo sguardo, Eddy.
Sì, certe cose possono costare caro, soprattutto se si viene scoperti.
Ma davanti a lui la scena non cambiò minimamente.
Eccola! Proprio in riva al mare. La persona che non può mai mancare su di una spiaggia: alta, slanciata, forme sinuose e una pettinatura alla moda; capelli corti e selvaggi.
Il suo tatuaggio dietro al collo urlava “Io sono un’anima libera. Sono Sai Baba. Sono Osho. Sono Maharishi Mahesh Yogi. Sono la confraternita hippy dei Merry Pranksters.
Ogni sua movenza, impregnata da un fortissimo profumo orientale, di quelli comprati su internet dopo un’accurata ricerca su tutto ciò che sia contro famosi marchi quali Channel, Christian Dior, Giorgio Armani e Dolce & Gabbana, o qualsiasi altro prodotto commerciale atto a mercificare la figura femminile, e dunque indegna di lei; creatura speciale al di sopra del mondo e della moda. Quel mondo a cui neanche si mischiava, stando in disparte, stesa sulla riva di una spiaggia a fissare il mare come se volesse ritrovare se stessa. Lei, lontana dal frastuono della folla, stesa su di un telo viola a bere caffè e fumare una sigaretta sottile, lasciando che “fratello sole” baciasse i suoi seni nudi; segno concreto della sua emancipazione femminile atto a urlare a tutti una forma di protesta sociale, invogliando il mondo alla conversione verso la libertà assoluta e l’amore cosmico.
Sì, quelle non erano solamente tette, era il suo urlo verso tutto il mondo. La sua carta d’identità. La sua patente. Il suo passaporto.
“Osservatemi” urlavano quei seni “Io sono libera. Io sono diversa. Sono il cibo macrobiotico. La miglior ricetta vegana. Il corso di yoga fatto da Patañjali. Sono un appartamento privo di televisore. La ragazza in bicicletta che percorre una metropoli piena di rumorose auto. Io sono la meditazione guidata, il sole africano, la poesia haiku, la legalizzazione della marjuana, la lotta contro l’uccisione della balene e la manifestazione per i diritti dei gay.
Ecco, il suo piccolo e sodo seno nudo era il suo urlo contro l’imperfezione umana. Il suo marchio di fabbrica. Il suo nome. L’etichetta che certificava la sua Denominazione di Origine Controllata. E la gente attorno a lei doveva saperlo! Chi la desiderava, chi ambiva al suo corpo profumato dal più costoso profumo non alla moda alla fragranza di Patchouli prodotto da onesti e sorridenti indigeni indonesiani, dovevano sapere che per arrivare a lei avrebbero dovuto ammirarla, osannarla, venerarla, e accettare il suo essere “un passo avanti” a confronto di tutti. Che lei fosse l’evoluzione umana. Il Nirvana. Il solo e unico Dio.
Poi ecco che lo sguardo di Eddy si posò su di un ragazzo a pochi metri da mister “Io sono la via, la verità e la vita”.
Il volto di quel ragazzo era quello del tipico uomo che ha una lavoro ordinario, un rapporto di coppia ordinario, una vita ordinaria, un armadio ordinario. Il tipico uomo che ama parlare del lavoro che in realtà detesta. Il tipico uomo che passa ogni mercoledì e giovedì a fare volontariato in parrocchia o all’UNICEF. È l’uomo che maledici quando, andando di fretta, lo vedi pararsi davanti a te, sorridendoti e mostrandoti uno schifoso volantino con sopra stampate le immagine di bambini malnutriti.
È l’uomo perfetto. Quello che sorride alla propria suocera, durante il pranzo domenicale. È l’uomo che ogni mese segna il consumo dell’energia elettrica, del gas, e controlla quanto sta crescendo il suo fondo per la previdenza sociale.
Insomma, il tipico “bravo ragazzo”. Proprio quello che ha una collezione di filmati e foto porno conservati in una cartella denominata “file”, nel bel mezzo di altre cartelle del disco locale; lì dove nessuna fidanzata andrebbe a curiosare.
Di tutto e di più! Dal bondage al porno amatoriale. Dai classici del porno, fino ai filmati di minorenni raccattati sui peggiori forum del web. Dalle gang bang ai video di stupri: cento per cento naturale! La vita al naturale di un uomo malato, nascosta dietro al sorriso di un bravo ragazzo.
Impossibile?
Guarda il tuo vicino, guarda il tuo capo, guarda tuo padre, tuo marito, tuo fratello, tua moglie, tua figlia.
Troverai una generazione di esseri socialmente perfetti, che nascondono dietro al mobile un vibratore, una carota ancora sporca di vasellina, un cuscino di gommapiuma con un foro nel mezzo che ancora emana un tremendo tanfo di sperma, non dissimile da quello che si sente in una pescheria.
Troverai ovunque simili cose. In ogni casa. In ogni PC. Persino nella cartella denominata “Vuota” nel computer dell’avvocato Casaretti, il tipo simpatico che ti sorride sempre, inimmaginabile amante dei porno in cui si simulano scene di stupri. Oppure in un HD appartenente al Dottor Bartolini, quel simpatico uomo che ti controlla la schiena e la gola, per poi masturbarsi vedendo filmati amatoriali di minorenni sodomizzati con falli di gomma: Un archivio segreto che farebbe rabbrividire anche quello del caro signor Nicoletti, il sacrestano della tua parrocchia a cui affidi i tuoi figli, ogni lunedì e mercoledì, perché imparino la parola di Cristo.
Troverai di certo anche Eddy, ancora lì fermo a fumare e bere, ora fissando la ragazza accanto all’uomo perfetto. Una ragazza pallida e leggermente sovrappeso, banale almeno quanto il suo costume bianco sporco, e la montatura dei suoi grossi occhiali.
Lei di certo conosceva bene l’archivio segreto del proprio fidanzato.
Sì, quella ragazza insignificante sapeva di certo tutto, pensò Eddy, fissandola con aria disgustata.
Lei sapeva tutto. Ecco perché guardava con odio quella donna, Miss Nirvana, perché sapeva che mai avrebbe raggiunto il suo posto. Mai sarebbe finita in hard disk pieno di porno, amati dal suo nobile uomo.
Ma il suo disgusto richiamava all’ordine il suo bravo amore, portandolo a fingere ulteriore disgusto nel vedere il corpo di Miss Nirvana, mentre con la mente già la stava rinchiudendo nel proprio archivio segreto.
Dio, fissandoli ancora, Eddy sorrise e poi chinò lo sguardo. Fissando per un attimo la sabbia illuminata dal sole, e poi chiudendo gli occhi, rivedendo in tanta finzione il mondo in cui si trovava. Il mondo in cui era costretto a vivere. Il mondo che mai l’avrebbe abbandonato.
“Che cazzo ci faccio qui?” pensò ancora. Aprendo gli occhi. Alzando lo sguardo e fumando ancora la sua Marlboro.
Ed eccoli lì, nel mezzo di altri volti, di altri corpi di gomma sparsi ovunque, vide l’icona perfetta della Sacra famiglia.
Loro erano un’accusa contro tutti i suoi sogni mai realizzati. Quelle illusioni che gli fecero ingoiare da bambino a furia di violente cucchiaiate.
Quella bambina che in fondo desiderò di essere. La piccola Laura Ingalls che correva nella prateria, sorridente verso il suo saggio, forte, premuroso padre Charles Philip Ingalls. Oppure il piccolo Jeff che corre e ride assieme a Lassie. Sì, Lassie, proprio come il cane che aveva un tempo Eddy. Il nome dato al 90% dei cani di tutto il mondo. E come il 90% dei cani di tutto il mondo, incapace di fare qualcosa di diverso dal rotolarsi sul pavimento, porgere la zampa, o scodinzolare innanzi al cibo.
Quelle furono le immagini che passarono nella sua mente, vedendo quell’allegra famiglia. Guardando attori intenti a interpretare una parte; non altro che un ruolo. Non altro che finzione.
E quel capo famiglia lì davanti a lui, chi era mai?
Forse era il buon dottor Cliff Robinson. E a parte il colore della pelle, ne aveva tutta l’aria.
Il tipico uomo realizzato, acculturato, socialmente approvato.
È il tuo medico di fiducia; il dottor Rossi, quello che hai visto sempre con addosso un camice bianco. Sempre sorridente, persino quando ti diagnostica un cancro al colon. Ma così sorridente nel farlo, che vorresti quasi ringraziarlo. Lui, capace di inculcarti fiducia e speranza in ogni momento. Quella stessa fiducia nella vita che cercava di propinare alla sua famiglia, a colpi di grandi sorrisi. I suoi cooprotagonisti di quella nuova serie Tv di successo: “La meravigliosa famiglia del dottor Rossi”.
In ordine di apparizione: Moglie milf dal seno rifatto, sedere ancora in forma e lunghi riccioli neri unti da qualche balsamo di marca; forse del Patch Back Pain. E poco distante da lei, in procinto di correre verso il paparino, una ragazzina di appena sedici anni, con il costume sin dentro alle natiche e il fisico che non ha nulla da invidiare a quello delle maggiori pornostar.
Eddy vide correre quella ragazzina tra le braccia del dottor Rossi. Abbracciandolo e sorridendo, mentre la mammina imponeva loro di mettersi in posa, così da immortalare in una foto quella meravigliosa vacanza. La loro meravigliosa e fasulla vita, falsa come una foto ottenuta dopo mille scatti.
Ma la foto va fatta sempre. Deve essere fatta! E alla fine deve essere perfetta. Proprio come tutte le foto che raffigurano una vacanza. Proprio come la foto della famiglia Rossi, dove il padre sorride, stringendo la propria bambina, e lasciando forse che il mare nasconda la propria erezione, o magari pensando a quanti uomini siano stati dentro a sua figlia.
Tutte cose da non dire. Tutte cose da tenere nascoste nella cartella “File” nel disco locale di un PC. Tutte cose che non vedrete mai nella serie Tv “La meravigliosa famiglia del dottor Rossi”. Un successo garantito! Almeno otto stagioni.
Eddy lì fissò ancora una volta. Tutto attorno a lui girava. Il sorriso smagliante del dottor Rossi gli ricordava la propria imperfezione, proprio come fanno i sorrisi delle star della televisione quando durante la notte di capodanno fanno festa, lì davanti agli occhi di un vecchio solo che non ha che come compagnia un televisore; le lancette che scandiscono il tempo e al tempo stesso la sua condanna.
Ansimò, dolorante come uno a cui hanno appena strappato un dente dalle profonde radici.
Si guardò attorno, in cerca di uno spiraglio d’aria. Cercando di non soffocare, mentre la sabbia cocente e le onde roteavano attorno a lui, così come i volti, i sorrisi e le risate di quegli sconosciuti. Vecchi o famiglie. Mocciosi che urlavano, giocando per la spiaggia e facendo volare in aria la sabbia. Coppie silenziose che comunicavano con chissà chi grazie a degli smartphone. Qualcuno che suonava la chitarra, cercando di risultare perfetto come Miss Nirvana. E ancora altri corpi; corpi orrendi o corpi seducenti che in microscopici costumi urlavano al mondo “Guardami, desiderami, venerami”.
Né fissò uno in particolare. Un corpo forse sedicenne, proprio come quello della figlia del dottor Rossi; il protagonista della serie Tv che tutti avrebbero amato.
Ma tornò subito in sé!
Si guardò attorno con fare prudente e al tempo stesso acuto.
Okay, nessuno l’aveva visto. Era ancora salvo. Non sarebbe stato lapidato per aver fissato il culo di quella giovane ragazza.
Decise però di non rischiare ulteriormente. Certe cose possono costarti caro. Possono costarti la libertà e la vita.
Così raccattò dallo zaino un paio di occhiali scuri e se li piazzò sul viso.
Diede ancora un sorso alla birra, tornando al culo della ragazza. Ma lei si alzò lentamente, scrollandosi la sabbia da dosso e incamminandosi su quella spiaggia.
Eddy la seguì con lo sguardo. Vide quel culo morbido muoversi tra vecchi, bambini urlanti, e gente stesa su teli da spiaggia, finché svanì del tutto in mare.
Così porse la sua attenzione su altro. Cercò altro, e non faticò a trovarlo.
Sì, in ogni dove quella spiaggia era piena di altri corpi. Corpi belli. Corpi sodi. Corpi giovani. E lui li fissava tutti da sotto ai suoi occhiali da sole, bevendo la sua birra e tastandosi il cazzo di tanto in tanto. Proprio come farebbe ogni persona da te odiata. Proprio come farebbe tuo marito. Proprio come farebbe tuo figlio. Proprio come farebbe l’eroe della tua fiction televisiva preferita. Proprio come faresti tu.
Un’intera spiaggia stuprata! Non risparmiò neanche le adolescenti. Fissò quei corpi pensando a quanto avrebbe voluto scagliarsi su ognuno di essi.
Ma ritornò in sé.
Sospirò, chinò lo sguardo e si ficcò in bocca un’altra sigaretta, per poi accenderla.
“Che cazzo ci faccio qui?” pensò ancora, fissando quella gente. Quelle brave famiglie. Quei bravi vecchi che non chiudevano un attimo le loro cazzo di bocche.

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