Tratto dal racconto “Nel nome del padre”.

Uscendo da lì Carlo ripensò a suo padre e sua madre, come purtroppo gli capitava spesso, soprattutto da quando il suo primogenito, Antonio, era diventato adolescente.
Suo padre, Antonio Cozzolino, benvoluto da tante persone che mai nemmeno l’avevano conosciuto per davvero, aveva passato la propria vita in una fabbrica come quella in cui lavorava Carlo, prima che a furia di respirare vernici fu stroncato da un cancro. Mentre sua madre, Benedetta Esposito, sembrava essere nata proprio per portare quel nome: moglie devota, madre premurosa e cattolica fervente, passò la propria vita a servire suo marito, rinchiusa in una cucina o in una chiesa, per poi spegnersi due anni dopo dalla morte di suo marito, ormai troppo vecchia per vivere la vita che lui le aveva negato, e a cui lei nemmeno più pensava, quasi fosse un qualcosa che non le appartenesse o addirittura non fosse per lei mai esistito.
Carlo non aveva mai capito i suoi genitori, e di certo nemmeno loro avevano mai capito lui. Forse soltanto in questo furono uniti: una comune incomprensione che gli impedì di raggiungersi.
Allora Carlo non comprendeva proprio l’ostinazione di suo padre nel passare ore e ore a fare un lavoro che detestava, e soltanto per pagare una casa nemmeno sua, dei mobili nuovi di zecca che avrebbe benissimo potuto evitare di comprare, proprio come il televisore al plasma, o ancora l’auto nuova, elettrodomestici di marca e continui abbonamenti per la TV satellitare.
Gli sembrava impossibile che la vita fosse soltanto quella: da un lato, suo padre che viveva per lavorare, e lavorava soltanto per comprare cibo e cose; dall’altra parte, sua madre che aveva persino dimenticato di essere una donna, consacrando se stessa alla pulizia della casa, a un’educazione rigida e formale, e a una devozione sacrale verso un marito mai amato, e da cui mai era stata amata.
Ricordava spesso la volta in cui suo padre, vedendolo immerso in uno dei tanti romanzi che amava leggere, lo osservò stizzito e con voce dura gli sputò contro: «Tanto quelli non ti serviranno a fare soldi. Impara un mestiere, è meglio.»
Quelle parole gli sembrarono tanto assurde quanto brutali, inferiori soltanto a quelle udite da sua madre qualche anno dopo, quando lei, vedendolo impegnato a scrivere un racconto lo fissò con occhi gremiti di delusione, quasi le sue pupille fossero madide e trepidanti di lacrime, sussurrando con una voce simile a una novena: «Carlo, non sarebbe meglio se tu ti concentrassi sullo studio invece di scrivere sciocchezze?»
La vita dei suoi genitori era ai suoi occhi inutile, vuota, gelida. Non si rendeva nemmeno conto che quanto da lui provato verso la propria famiglia avrebbe potuto benissimo racchiuderlo in una sola parola: disgusto.

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Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Senza fermarmi, guardo alla mia destra. Lei sta immobile, seduta sul gradino di un grosso ufficio per la previdenza sociale da cui escono ed entrano persone indaffarate.
Ha la pelle chiara, biondi capelli sfibrati le cadono sulle spalle, e nessuno dei passanti sembra vederla. Forse qualcuno l’ha anche scopata qualche volta, ma lei non esiste. No, è solamente una puttana, e neanche troppo giovane e bella per destare attenzione.
Per la gente lei non è un essere umano, ma solamente una puttana. Inutile quanto uno stomaco talmente consumato da non riuscire a percepire alcun nutrimento.
Forse prende dieci euro a scopata. Forse la sua vita costa solamente dieci euro.
Quante lacrime ha versato per quei dieci maledettissimi euro?
La vedo soltanto stringersi in un maglione rosso e sfilacciato coperto da un misero giubbotto nero, cercando di proteggersi dal freddo e alzando lo sguardo verso gli sconosciuti che le passano davanti, guardandoli come fosse un cane che elemosina del cibo.
Mentre i nostri occhi si intrecciano in una solitudine incolmabile, in un secondo immagino le sue giornate: lei che si sveglia di buon’ora, pulendo alla meglio un monolocale fetido di detersivi e prodotti da donna diviso con una figlia disconosciuta da chissà quale uomo.
Pulisce con cura vecchi piatti comprati in qualche mercato rionale, sistema vestiti da quattro soldi lavati con detersivo altrettanto scadente, e intanto cerca di tenere a bada quella ragazzina che neanche conosce il lavoro della propria madre.
Segretaria, cameriera, badante?
No, in un attimo via per strada!
Orami neanche pensa più a cosa sta andando a fare. È tutto meccanico, come se la sua vita prima che finisse sul marciapiede neanche fosse mai esistita. Come se lei fosse nata puttana.
Può solamente aspettare la prossima paga per le sue lacrime, mentre la gente le passa davanti senza neanche vederla, e quei dannati cartelloni pubblicitari continuano a fissarla, ricordandole che lei mai sarà come il resto del mondo, e forse neanche alla sua bambina sarà concesso di esserlo.
Un uomo dal sorriso smagliante la invita a chiedere un preventivo gratuito presso lo studio odontoiatrico Bonetti, una famiglia sorridente le consiglia di dare una svolta alla propria vita facendo una vacanza con Costa crociere, e la locandina di un film le ricorda che anche lei potrà vivere una favola come quella di Cenerentola.
E lei vivrà mai quella favola?
Alza soltanto lo sguardo fra la folla, in cerca di un altro cliente.
Come per mia madre vorrei dirle qualcosa, ma continuo a camminare respirando il fetido smog emanato dalle auto.
Da uno di quei tabelloni uno mi sorride, mostrandomi con gioia le sue scarpe Geox.
Ricordo quando da piccolo provai a indossare le scarpe di mio fratello. Erano delle Reebok. Lo ricordo bene perché allora andavano tanto di moda.
A lui erano state comprate, a me no.
Ricordo come ogni tanto le provavo, di nascosto da lui, perché se l’avesse scoperto mi avrebbe picchiato.
Erano di quattro numeri più grandi dei mie piedi, eppure le indossavo lo stesso, come se farlo mi rendesse Dio.
Una volta ci uscii persino. Cristo, ero ridicolo!
Ricordo le risate della gente che mi fissava. L’umiliazione provata sentendomi grottesco, imperfetto: non idoneo e accettato come mio fratello.
Non misi mai più quelle scarpe. Non le guardai neanche più.
Forse se avessi avuto un paio di scarpe come quelle, oggi sarei un uomo felice. Sarei come tutti, proprio come quel bambino che ancora mi fissa sorridendo.
Forse sarei come mio fratello.
Affretto il passo. I volti nei cartelloni pubblicitari si susseguono vorticosi assieme al rumore delle auto e ai volti delle persone che incrocio.
La testa mi gira al punto che la strada sembra avvolta da un fitta foschia, e mi pervade una tale nausea da sentire lo stomaco battere contro al cuore.
Attorno a me, ovunque, spazzati via dal vento volano vecchi giornali, battendo come uccelli impazziti contro logore mura di vecchie fabbriche sotto le quali giacciono cumuli di rifiuti: pezzi di giornali zuppi di pioggia, sacchi di immondizia squarciati da qualche cane, e barattoli inceneriti gettati probabilmente lì da qualche ubriacone che ha passato per strada la notte.
Sul cemento, simili a lapidi, stanno immobili alcune bottiglie di birra, testimoniando la dolorosa notte trascorsa lì da qualche invisibile disperato.
Giacciono fra cumuli di rifiuti bruciati, e da un sacco nero esce del fetido liquame, riversandosi sul pelo bagnato di un orsacchiotto che mi fissa senza occhi, guardandomi con aria triste, pur avendo solamente due buchi neri per farlo.
Mio fratello aveva cavato gli occhi al mio peluche preferito. Sì, avevo sei anni quando lo fece, e lui ne aveva nove.
Il mio peluche si chiamava Amadeus, ora lo ricordo: era un cane di pezza bianco e nero, con un ridicolo sorriso sul viso.
Eppure amavo quel sorriso, e odiai il ghigno di mio fratello quando, strappandogli gli occhi mi disse con tono crudele: «Questo pupazzo è vecchio e fa schifo.»
In lacrime, urlando e rosso in viso, guardai per l’ultima volta gli occhi tondi, neri e lucidi di Amadeus fissarmi dal pavimento come se mi stessero implorando di salvarlo, mentre mio fratello incurante del male appena fattomi tornò a giocare con i suoi giocattoli.
Non vidi mai più quegli occhi neri. Mia madre mi impedì di medicare il mio solo amico e lo gettò via.
Mio fratello fu punito?
«È sporco, non vedi? Te ne comprerò un altro» disse mia madre. Ma non rividi mai più il mio Amadeus. Non amai altri giocattoli quanto lui, e a nessuno diedi mai un nome: tanto sarebbero morti comunque!
Questa fu la prima cosa che mi insegnò mio fratello. Mi insegnò che presto o tardi tutto muore, anche coloro che amiamo.
E quello lì per terra L’Amadeus di chi era? Quale bambino stava piangendo per quegli occhi neri che mai più avrebbe rivisto?
Sento solamente la voce di mio fratello urlarmi contro: «Questo è un giocattolo per froci!», prima di strappargli gli occhi e ridendo nel vedermi piangere.
Ed era ciò che ero? Ero un frocio?
All’epoca non sapevo bene cosa fosse un frocio, ma sapevo che per mio fratello era qualcosa di schifoso, dunque non volevo esserlo.
Senza rendermene conto, osservo il posto dove la sera si ferma un trans a fare marchette, a bordo della sua bella auto.
Per terra ci stanno dei preservativi lucidi di sperma e alcuni fazzolettini.
Distolgo subito lo sguardo. Cerco di dimenticare tutto, ancora una volta, proprio come sempre, celando in un profondo cratere questi ricordi che non voglio più rivedere.
Affretto il passo. L’aria è fredda, ma cammino così velocemente che non sento neanche il vento, e ora non riesco a udire nemmeno i rumori delle auto alla mia sinistra.
Sono quasi arrivato. Ho ancora dieci minuti per timbrare il cartellino. Ancora dieci minuti prima di dover tornare in gabbia.
Le auto scorrono velocemente, mentre palazzi e fabbriche si susseguono attorno a me, e davanti ai miei occhi non vedo altro che un orizzonte di cemento.
Alzando lo sguardo vedo venire verso di me, lenti e pesanti, una famiglia di Rom. Ne sono tre. No, anzi, quattro, ma uno di loro, un bambino di appena dieci anni vestito con stracci abbinati a caso e dalla pelle scura come la terra, si è fermato a rovistare in un cassonetto dell’immondizia, mentre gli altri: un uomo vecchio, sdentato e dalla grossa pancia; una donna grassa e molle con attorno alla testa un pesante scialle di lana rosa e verde; e ancora una ragazzina forse dodicenne vestita di stracci e dall’aria cattiva, continuano a venire verso di me fissandomi come se neanche esistessi.
La ragazzina spinge un vecchio carrozzino con sopra un cartone colmo di rifiuti raccattati per strada. La donna trascina un grosso bustone scuro, pieno di chissà cosa, e il sudore le cola dalla fronte insinuandosi fra rughe che mi sembra quasi di poter toccare, mentre l’uomo fuma, ansimando, seguendo a passo lento le due donne, sudando e respirando faticosamente come se il suo cuore stesse per esplodere.
Mi passano accanto. Una forte puzza di cipolla marcia e sudore stantio mi riempie il naso, mentre intanto il ragazzino fatica a tirarsi via dal cassonetto annerito dalle fiamme, per poi correre verso la sua famiglia, passando accanto a me e arrivando a loro ormai alle mie spalle, sorridendo e stringendo fra le mani luride uno zainetto rotto.
Mentre mi passa accanto, ci guardiamo un istante. Giusto un attimo. Il tempo del battito d’ali di un colibrì. Un istante che non ci sarà mai più concesso. Quell’attimo in cui ci troviamo simili. In cui il vento emanato dal suo passaggio ci fa quasi sentire due esseri umani nello stesso spazio vitale.
Cercava forse l’amore di suo padre scavando fra quei rifiuti?
Quando avevo sette anni feci un lavoretto a scuola, di quelli che si fanno durante le feste comandate. Era Pasqua. La maestra aveva obbligato tutti a comprare una confezione di mollette di legno, dell’ovatta, una pallina da tennis, un cartoncino giallo e uno arancio, della colla e della carta crespa gialla.
Feci quel lavoretto mettendoci tutto me stesso. Avrei voluto fare altro, ma la maestra ci costrinse a creare con le stecche delle mollette una specie di sole coperto dall’ovatta, in cui stava posto un tenero pulcino.
Ero forse io quel pulcino?
Quando lo portai a mio padre, lui lo guardò appena, mentre facevi i conti per il lavoro.
Attendevo un suo complimento, e invece mi diede solamente duemila lire come premio. Proprio come fossi una puttana.
Vedo quel bambino porgere lo zaino a suo padre, ma lui neanche guarda. È la sorella a prenderlo per gettarlo senza cura nel carrozzino, e poi spariscono lontano: lontani da me, lontani fra loro.
Li fisso soltanto qualche istante, prima che svaniscano nel nulla, forse proprio come i sogni di quel bambino.
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Estratto del romanzo “Nuda”.

La malattia di Eva era il cordone ombelicale che li univa. Era la malattia di Eva la figlia di quell’uomo. Senza quella malattia Eva sarebbe svanita agli occhi di tutti.
Chinò lo sguardo, e con un imbarazzo che lasciò Eva inamovibile sussurrò appena: «Lo so che non parliamo da molto.»
Eva sfogliò con una foga animalesca un’altra pagina. Un sorriso cinico le rigò il viso, e fissando ancora il libro, come se suo padre nemmeno esistesse, rispose soltanto: «Ah, da ciò che ricordo non abbiamo mai parlato.»
Ebbe quasi voglia di voltarsi verso suo padre per vedere se le proprie parole gli avessero spaccato in due il petto, facendogli balzare il cuore sul pavimento.
Trepidante, fingendo ancora di leggere, Eva attendeva una parola di suo padre, sentendo la timidezza di lui sulla propria pelle, appiccicosa come muco e pesante come metallo, e godendone.
Percepì il suo tremore, e di certo lui avvertì il disagio di Eva, mentre nel silenzio che li divideva si udivano soltanto il rumore delle pagine sfogliate e il canto degli uccellini provenire dalla finestra.
«Spero che potremmo recuperare» disse lui con voce strozzata «E mi dispiace se tante volte sono stato assente, e altre volte ti ho trattata con sufficienza.»
«Sufficienza?» esclamò Eva, sgranando gli occhi contro al muro davanti a lei e chiudendo di sbotto il libro.
Quel rumore sordo fece quasi tremare suo padre, ormai ridotto a uno schiavo alle dipendenze della malattia della propria bambina.
Forse rivide davanti a sé il dottore del CDAA, prima delle dimissioni di Eva, quando gli aveva detto: «Mi raccomando, dovete stare molto vicini a Eva, ne ha bisogno.»
Era forse soltanto un dovere che lo legava a sua figlia?
E cosa legava Eva a lui?
Lei mosse il capo contro di lui come una frustata. I suoi occhi erano tizzoni ardenti. La fronte era imperlata di gelido sudore, e il suo sorriso sembrava il ringhio di un animale.
«Beh, se dire a una bambina di quindici anni appena raccattata dalla sua prima festa, ubriaca e in lacrime, che lei è la vergogna della famiglia significa trattare una persona con sufficienza, allora mi hai trattata con sufficienza. Contento?»
Un pallore mortale soverchiò il colorito del viso di quell’uomo, e suoi occhi diventarono due grotte profonde in cui si perdevano i momenti di quella notte ormai lontana: l’auto che sfrecciava in autostrada fra i fasci di luce delle altre auto, le sue urla che sembravano quasi pugni scagliati nell’abitacolo, e sua figlia seduta di dietro, in lacrime, rannicchiata come un feto.
Non aveva mai ricordato di averla vista così, e ora quell’immagine gli stava spaccando in due il cuore, come se stesse osservando sulle proprie mani il sangue della propria bambina.
Gli esplose del tutto il cuore, e le costole gli spaccarono il petto quando Eva, fissandolo con gli occhi di una statua gli disse: «Non vedesti nemmeno le mie ginocchia insanguinate e i miei vestiti stracciati. Non ti sei mai nemmeno chiesto cos’era successo quella dannata notte!»
Suo padre rimase paralizzato. Il suo corpo sembrò sgretolarsi come una statua di cenere colpita da una folata, e attorno a sé non udiva altro che le lacrime della sua bambina scagliate contro di lui durante quella maledetta notte.
Cercò di muovere le labbra. Gli tremavano, ma non riusciva ad aprirle.
Sentì soltanto Eva dirgli: «E ora vai via!»
Poi non udì altro. Tutto era svanito, forse persino sua figlia, e la stanza attorno a lui non aveva alcun odore: era asettica come il corpo di un cadavere appena ripulito.
Era stato lui a uccidere sua figlia, dimenticandone il cadavere, e ora non riusciva a dirle niente per chiederle perdono, mentre lei, con lo sguardo rivolto verso il libro, fingendo ancora di leggerlo, celava dietro occhi gelidi un sorriso che non avrebbe mai confessato a nessuno.
Mosse appena le labbra e sfogliò una pagina quando suo padre si voltò, indietreggiando verso la porta come un sonnambulo.
Si fermò davanti a una mensola. Guardò ancora i peluche, senza sapere chi fosse stato a regalarli a sua figlia, e guardò le bambole che lui le aveva regalato, ormai ingrigite dalla polvere.
I suoi occhi vitrei, tremanti e liquidi, si spostarono su di una foto, perdendosi in essa quasi fosse un’immagine viva.
Le labbra gli si mossero senza il suo controllo, e con una voce deformata dal dolore sussurrò: «Non ci crederai, ma da piccola eri la mia preferita. E lo sei sempre stata.»
Eva scostò nevroticamente un’altra pagina. Suo padre continuò a guardare quella foto, e una parte di Eva sperò di vederlo piangere.
Forse se lui l’avesse fatto lei si sarebbe gettata su di lui per abbracciarlo. Ma ancora una volta suo padre non versò una sola lacrima.
Sussurrò soltanto: «Mi dispiace di tutto.»
Poi Eva non udì altro che la porta chiudersi, e di scatto, come avrebbe voluto fare da subito, voltò lo sguardo verso le foto.
Non sapeva perché, ma fra tutte le foto di quell’infanzia felice di cui non aveva ricordo, le sue iridi ambrate si posarono proprio sulla fotografia in cui sua sorella la stava aiutando a mettere i braccioli.
Un magone le strinse la gola, e un crampo animalesco le fece balzare lo stomaco fino al cuore.
Sentì attorno a sé il rumore delle onde, le risate di sua sorella, suo padre che le chiamava dal largo, e vide sua madre sorridere sulla spiaggia mentre le fotografava.
I suoi occhi tremavano come una lepre spaventata. Sentiva quasi le pupille aprirsi in una sofferenza carnale, e sforzandosi di trattenere le lacrime, a pugni stretti, né percepì appena una colarle sul viso e salarle le labbra: lo stesso sapore salato che avvertì da bambina, subito dopo che sua sorella l’aiutò a mettersi i braccioli per poi tuffarsi, raggiungendo suo padre mentre lei, quasi fosse mutilata, non poteva far altro che star lì a guardarli.
Aveva faticato per raggiungerli, ma non ci era riuscita, e nessuno dei due aveva visto le lacrime di lei mischiarsi al mare.

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Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Ricordo come fosse ieri il giorno in cui portai per la prima volta mio padre in ospedale e gli diagnosticarono un cancro. Ricordo le urla, lo spavento, il dolore, la confusione.
Stavo nella mia stanza. Mio fratello non era ancora partito per Bologna. E Anna era ancora mia sorella, e non mi odiava ancora.
Era notte fonda. Io stavo in camera mia, ma allora non scrivevo ancora. Avevo appena finito di parlare con una ragazza fidanzata, con cui all’epoca stavo, quando sentii improvvisamente nel corridoio un grandissimo tonfo, simile a quello che potrebbe causare un masso che si stacca dal soffitto sfracellandosi al suolo.
Corsi di colpo fuori dalla stanza, e in un attimo vidi il corridoio illuminato, persino più immenso di quando ero piccolo, e mio padre steso per terra privo di sensi, simile a una grande e silenziosa macchia.
Mia madre corse verso di lui e si chinò al suo fianco, urlando e cercando di rinvenirlo.
Ricordo che rimasi immobile, straziato da un assordante senso di confusione, simile al sibilo che si percepisce prima di un infarto.
“Dunque mio padre poteva morire?”, questo pensai prima di udire mia madre urlare verso di me: «Corri a prendere la macchina. Muoviti!»
Poi non altro. Solamente le lacrime di mia sorella. Io che parcheggiai fuori dal palazzo quell’auto che normalmente rubavo di notte per andare in giro a fare danni, e poi la corsa verso l’ospedale.
Dopo meno di un’ora mio padre tornò a essere quello di sempre, seppur seduto su di una barella, ma deridendo gli ammalati che si lamentavano e gemevano dietro tende bianco sporco.
Sorrise persino quando il dottore gli disse che ci stava qualcosa che non andava ai polmoni, come se non accettasse di poter morire: come se non credesse che fosse possibile, e forse noi con lui.
Ricordo solamente il volto pallido di mia madre, mia sorella seduta in una corsia su di una sedia a rotelle, mio fratello che girava per i corridoi, e io che afferrai solamente una parola, una sola: “Cancro!”.
Non ne avevo mai avuto a che fare prima di allora. L’avevo sentita solamente nei film, o letta nei libri. Ma nei film e nei libri non ti narrano di quanto un cancro possa essere orrendo. Ti divora dal di dentro! È il tuo corpo che ti sta divorando, e tu non puoi farci niente. Sono le tue carni che ti divorano come un animale affamato. Una fame carnale, insaziabile, selvaggia che ti porti nel grembo, senza poterla vomitare.
In pochi mesi la malattia consumò mio padre come se lui fosse una candela accesa. Dapprima sembrava tutto normale, come se a conti fatti non fosse altro che un raffreddore da curare. Poi le prime chemio e le radio. Il suo corpo sempre più debole. I suoi capelli bianchi ormai svaniti per sempre, e così ogni pelo sul suo corpo.
In poco tempo dovette persino lasciare il lavoro. Non riuscì più a muoversi, finché di lui non rimase che uno scheletro riposto in un letto: solamente un corpo fragile, in putrefazione, che vagava in un corridoio come fosse un fantasma, appoggiandosi alle mura e ansimando mentre delirava parole senza senso.
Una volta, di notte fonda, si trascinò nel corridoio poggiandosi contro le mura e respirando a fatica. Il suo volto ormai era un teschio in cui insenature si muovevano ombre strazianti, e tanto era magro i pantaloni gli scivolarono di dosso.
Li trascinò attorno ai suoi piedi, fissandomi con occhi incavati in pelle rugosa e sudata, sussurrando appena tra forti rantoli: «Hai caricato le cornici sul portabagagli?»
Io annui, trattenendo le lacrime mentre mia madre stringeva mia sorella, e mio fratello ormai viveva altrove, lontano dalla nostra morte.
Lo raggiunsi e gli tirai su i calzoni. Lo strinsi a me, sostenendolo, e lui mi fissò con occhi pallidi come quelli di un cieco.
«Dove, dove stiamo andando?» rantolò, forse neanche riconoscendomi, continuando ad ansimare e a fissarmi con quei suoi occhi chiari come un ruscello, ora limpidi come quelli di un bambino.
Lo strinsi a me. Le lacrime iniziarono a fluire dal mio viso, mentre sentendo la sua pelle ruvida, sudata e gelida contro la mia mano ebbi appena la forza di dirgli: «A casa! Ora ti porto casa.»
Quella notte rimasi a vegliare accanto al suo letto mentre lui delirava, e più volte disse di aver paura. Più volte gli strinsi la mano, tremando nel farlo. Tremando nello stringere la mano a quello sconosciuto che in quel momento stavo riscoprendo come mio padre. Quell’uomo che avevo tanto ammirato per la sua forza. Quell’uomo che avevo odiato per la sua forza: ora, solamente un uomo fragile, proprio come me.
Quella notte piansi a dirotto, accanto al suo letto. Nessuno mi vide, nemmeno lui, e due giorni dopo morì, senza che io gli avessi mai detto di volergli bene, come lui non lo disse mai a me.
Dopo quella notte segreta non piansi più, se non di nascosto, chiuso in una stanza. E non piansi neanche quando vidi mio padre sparire sotto tre metri di terra. Come non piansi per mio nonno, capendo nel sentire la terra battere sulla bara in cui era avvolto che non avrei mai più mangiato con lui pane e melone. Che non mi avrebbe mai più fatto ridere, che non avrei mai più sentito la sua voce.
Quei due uomini si erano odiati in vita, contendendosi il mio amore.
Ormai sotto tre metri di terra, è stato almeno loro concesso di capirsi e amarsi? E io potrò amarli entrambi?
Non riesco a pensare a loro, non riesco a pensare a niente, non riesco nemmeno a piangere, ormai fermo in questo spiazzale di terra accanto a mia madre e mia sorella, accerchiato da tanti volti che mi sembra di non riconoscere, udendo solamente la terra pesante cadere nella fossa in cui stanno seppellendo non mia zia Francesca, ma la mia unica speranza di poterle dire di amarla.
Sento solamente terra bagnata, fredda, pesante e disgustosa seppellire una parte di me e una parte profonda di mia madre, stretta fra le mie braccia a piangere a dirotto. Soffocata dalle lacrime che ingoia, ormai ridotta a una maschera di dolore fatta di rughe arrossate che mai potrò lenire con un dolce bacio.
Ecco, come mio padre e mio nonno prima di lei mia zia è svanita sotto metri di viscida terra. Come per la morte di mio padre e mio nonno io sono solo, stringendo mia madre, mentre lei fissa quella fossa chiedendosi quale sarà il prossimo amore che dovrà seppellire.
So che pensa a me, ma non dico niente. Trattengo la tosse, quasi soffocando, e stringendola ancora al mio corpo, come se nel farlo le stessi giurando che non andrò mai via.
Ma sto mentendo, e lo so.
Vedendo la fossa davanti a me sento un brivido percorrere la mia schiena. Una sensazione glaciale, orrenda e dolorosa come non la percepii neanche quando morì mio padre.
Udendo la terra battere violentemente nella fossa, sento la voce di mio padre in lacrime, ora simile alla mia. E quando i becchini coprono la terra con delle lastre di marmo, è il mio corpo che vedo sepolto lì sotto, identico a quello di mio padre.
Accarezzo i capelli di mia madre. Sono bagnati di sudore, come se avesse combattuto una faticosa battaglia.
Osservo il suo volto pallido e le sue lacrime scorrere sul suo viso, mentre mia sorella, ormai invecchiata di altri cento anni, guarda la foto di mia zia sul marmo chiedendosi quale altro volto vedrà posto su della fredda terra.
Sta pensando la stessa cosa di mia madre?
I suoi occhi azzurri, simili a quelli di mio padre, incrociano appena i miei narrandomi lo stesso dolore di quella madre che non riesco ad amare, urlandomi contro: «Ti prego, non farlo anche tu.»

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Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Provo appena a sfiorarla, vedendo la mia mano fendere l’aria pesante come se nemmeno fosse la mia. Ma appena sfioro i suoi capelli, lei si scosta e volta il capo, forse svanendo per sempre in quel suo gesto.
Restano soltanto dei capelli che volano contro al mio viso, e la stanza ora sembra priva di luce, lasciandoci in balia di una densa ombra in cui i nostri sguardi non possono intrecciarsi.
Sussurrando il suo nome con un lamento animalesco, osservo la sua schiena e non sento altro che il rumore del suo naso tirare su, mentre lei continua a ingoiare le proprie lacrime, sfiorando dolorosamente il letto sotto di sé.
Le asciuga con la sua piccola mano, alzando il capo verso il soffitto, come se stesse vedendo innanzi a lei immagini a me non concesse di vedere.
Seguo l’orizzonte tracciato dal suo sguardo, sentendo la sua voce echeggiare ovunque dicendomi: «Ogni giorno penso a mia madre. Io la odiavo prima di andare via, eppure ora darei ogni cosa per vederla.»
Paralizzato dalle sue parole, lascio che la mia mano, immobile nel vuoto, cada lentamente sul letto, mentre il suo sguardo sfiora appena i miei occhi in lacrime.
«Vorrei poterle dire la verità» riprende, abbassando lo sguardo verso le proprie ginocchia e accarezzandole delicatamente con le dita, come se stesse sfiorando il volto di sua madre, o di quella bambina che non potrà mai più essere «vorrei poter parlare a lei di me, sì, e non inventare sempre bugie per farle credere che sua figlia sta bene. Vorrei dirle che sua figlia sta morendo, e che ha bisogno di lei. Vorrei dirle che sua figlia è una…»
La sua voce si interrompe. A fatica trattiene le lacrime, fissando le proprie mani aperte poggiate sulle ginocchia, come se stesse vedendo la sua vita scivolarle fra le dita, simile a sabbia.
«Ricordo che quando avevo quattro anni mia mamma mi chiamava pryntsesa. Diceva che ero bellissima, e se solamente avessi saputo a cosa mi avrebbe condotto mia bellezza mi sarei sfregiata da sola viso. Ma invece ero sua pryntsesa, e tutto mi sembrava bellissimo quando ero bambina.»
La sua mano improvvisamente scivola sulla mia, stringendola, e irradiando di calore il mio corpo. Un calore gelido, simile a quello della neve che ti brucia la pelle.
I suoi occhi tristi e grandi come quelli di una bambina sembrano toccare i miei, come un bacio a lungo agognato che ristora un cuore provato dal dolore.
«Natale a casa mia era bellissimo» aggiunge, tenendomi la mano e chinando di nuovo lo sguardo «ricordo profumo del kutya e quello dei dobrenyky. E poi ricordo le scorpacciate di varenichki. Dio!» esclama, sorridendo con aria triste, come se stesse toccando i volti di persone una volta amate e ormai svanite per sempre «lo scherzo di cui erano imbottiti puntualmente capitava sempre a me. Una volta ingoiai persino grossa manciata di pepe nero, e starnutii per decine di minuti prima di riprendermi.»
A quelle parole, mentre lei mi guarda appena, vedo un delicato sorriso dolce come zucchero sulle labbra.
È l’amore che vibra nel suo cuore martoriato da cemento e ferro. È l’amore che ancora la tiene in vita, rendendola bellissima: malinconica e meravigliosa come il fantasma di un innamorato che non vuole lasciare la terra pur di non abbandonare la propria amata.
È proprio questo che la sta uccidendo?
«E ricordo che era sempre mia nonna a benedire la tavola con acqua santa» riprende, facendo scivolare la mano nella mia e portandosela sulle ginocchia, stringendola come se stesse abbracciando sua nonna. «Avrebbe dovuto farlo mio padre, sì, ma da quando ho memoria ricordo di avere visto farlo solo a lei. E quando è morta, nessuno ha più benedetto tavola di casa mia. Io e mia madre non abbiamo neanche più mangiato davanti stessa tavola. Io e mia madre non abbiamo neanche mai più parlato. E ora che sta venendo Natale, e come anni precedenti lo passerò qui in questa stanza, o chissà dove e con chissà chi, vorrei solamente vedere lei e dirle che mi dispiace di non averla capita. Mi dispiace del male che ci siamo fatte a vicenda. Mi dispiace dell’incomprensione. Mi dispiace del tempo che non le ho dato. E mi dispiace di essere andata via, finendo poi in questo inferno. E mi dispiace del sangue che le ho gettato addosso.»
A quelle sue parole il mio cuore si spacca in mille pezzi. Ne vedo i frammenti volare attorno a noi, mentre le sue labbra sembrano tremare, come se una lieve brezza di vento si stesse muovendo sul suo volto, facendosi strada nella calcarea oscurità che ha inghiottito la stanza intera.
Rimane in silenzio. È un silenzio glaciale e triste, come quello che si avverte in un cimitero. È il freddo del marmo, il silenzio della terra fredda, il dolore di un corpo morto.
Lei mi sta dicendo forse che ormai è morta?
Voltandosi verso di me, mentre guardo i suoi occhi arrosati da lacrime incancellabili, sento le mie carni comprimersi come lamiere di un’auto appena travolta da un treno.
È lei che mi ha investito?
Desiderando di stringerla, e di essere altrove assieme a lei, riesco solamente a sentire la sua mano stretta alla mia, e la sua debole voce sussurrarmi: «E tu mi dici che dovrei andare via!»
La vedo chinare lo sguardo. I suoi occhi sono assenti, come un corpo che si sta lasciando uccidere da una orrenda malattia, paralizzato su di un letto che puzza di muffa, si sudore gelido, e di morte.
È ciò che provò mio padre prima di morire?
Lascia la mia mano, facendola cadere sul materasso come fosse un impiccato.
La sfiora appena con le dita, gemendo: «Vorrei andare via, ma so di non poterlo fare», per poi abbassare di nuovo lo sguardo, fissando il vuoto, e lasciandomi da solo in quella stanza che si sta sgretolando come un polmone divorato da un cancro.
Persino le sue lacrime sembrano di gesso come le mura di questa stanza.
Le vedo colare sul suo viso immobile, fino a giungere sulle sue labbra contorte in un sorriso atroce quanto uno spasmo di dolore.
«Di certo da bambina non avevo mai pensato di finire così» sussurra appena, guardando le proprie mani ora poggiate sulle sue ginocchia, come se guardandole vedesse tutto l’orrore che esse sono state costrette a toccare.
Mi avvicino a lei e la stringo a me. I suoi capelli, soffici come lana ma freddi come l’inverno, coprono la mia spalla, ma lei non si muove. Il suo volto è paralizzato in una smorfia di dolore, e i suoi occhi vitrei fissano il nulla davanti a lei, come se stesse rivedendo sua nonna, sua madre, e quella bambina che allegra correva per i campi di grano a Poltava.
Sento solamente un lieve sussurro muoversi nell’aria, come una leggera carezza che appena riesce a sfiorarmi la guancia.
È il bacio di mia madre datomi quando ero bambino. Il sorriso di mio padre prima che tutto tra noi andasse in frantumi. È l’abbraccio di mio fratello che mi stringeva su di un letto pieno di peluche. Sono gli occhi di mia sorella che mi guardavano come se per lei fossi tutto al mondo.
Quel suo sorriso è il mio rimpianto per una vita dimenticata. È il suo rimpianto per una vita perduta.
«Ho fatto di tutto per morire. Per morire pur di non farmi uccidere» mi sussurra appena, fissando un vorticoso baratro sotto ai suoi piedi, mentre come un sudario i capelli le coprono il viso.
Avverto appena la sua fragile mano nella mia, percependo le lente e flebili pulsazioni del mio cuore, mentre lei sospira, ansimando: «Fino a poco prima no sentivo neanche più dolore su mio corpo. Era come se non fosse neanche mio. Come se non mi appartenesse più. Come se questa disgustosa vita non fosse mia, ma di altra persona.»
Lenta come un’oblazione si volta verso di me, fissandomi con occhi di marmo e sfiorandomi il viso, dicendomi: «E poi tu mi hai detto di sperare. Mi hai riportato a vita che credevo sepolta dopo anni di violenze, sepolta assieme ai loro schifosi sorrisi, alle loro disgustose parole e ai loro maledetti corpi che io avevo giurato di no vedere mai più.»
Mi guarda ancora. Mi guarda ancora qualche istante che scorre su di me lento come gli ultimi istanti di vita concessi a un moribondo.
Chi siamo ormai?
Vedo solamente dolore nelle sue iridi ormai spente di ogni luce, mentre china lo sguardo, sospirando e dicendomi: «Io no sono ciò che cerchi, Tony. Trova brava ragazza e vivi tua vita, ti prego. Per favore, dimenticami e non tornare più.»
I miei occhi si spalancano avvolti in una nube di fumo talmente densa da impedirmi di vedere altro al di là delle labbra di Angela.
Mi sembra ancora di vederle muovere, mentre paralizzato, non riesco a udire altro che i battiti impazziti del mio cuore.
Non riesco nemmeno a tremare. Sento soltanto una forte esplosione nel petto, le mie carni squarciarsi, e il mio sangue schizzare sul volto di lei, e sul mio intero corpo.
Osservo il mio sangue colare lentamente sul suo pallido viso, e tremando, portando le mani verso di lei, vedo solamente un cadavere che si sta sbriciolando fra le mie mani.
Non riesco nemmeno a sfiorarla, lei vola via in un cumulo di cenere che volteggia su di me, come i residui di una città che brucia.
I nostri occhi si intrecciano ancora un istante, simili a filamenti di un cancro che avvolgono un organo sanguinolento: un dolore talmente carnale e palpitante da soffocare ogni nostra parola.
La sento appena accarezzarmi il viso, in lacrime, dicendomi addio con quel suo ultimo gesto di compassione.
Mentre lo fa, mi sembra quasi di vederla sorridere, come fosse una madre che mi sta dicendo: «Andrà tutto bene.»
Ma sussurra solamente: «Se io potessi tornare indietro, come prima cosa abbraccerei mia madre.»
Poi non dice altro. Resta in silenzio. Il suo volto da bambina non osa neanche guardarmi, e la sua mano scivola sul mio viso ancora una volta, come se stesse cercando di immagazzinare ogni parte di me prima di dirmi addio.
«Non sai quanto vorrei mangiare di nuovo davanti a tavola assieme a parenti e amici» ansima tenendo basso lo sguardo, e stringendo il materasso nella mano «anche in silenzio mi piacerebbe farlo. Mi piacerebbe sapere di potere avere qualcuno in mia vita. Una casa a cui tornare. Delle persone che aspettano me, e per le quali sono indispensabile, anche se no riescono a dirmelo.»
Mi stringe forte la mano e la porta contro al suo viso, sorridendo e fissando il mio volto imbarazzato.
Come un lieve bacio donato per dirmi addio la sua voce mi avvolge ancora mentre le sue lacrime sgorgano pesanti e copiose dai suoi occhi.
«Per un attimo ho anche sperato che tu potessi essere vero. Che io potessi essere vera. Ma poi…» dice guardando la stanza attorno a sé, i preservativi poggiati contro la sua borsetta, e il letto sotto di noi su cui è stata uccisa centinaia di volte. «Poi ho capito che no potrò mai fuggire da qui. E non sono state percosse o le violenze a convincermi. No, quelle ormai non le sento neanche più. È stato qualcosa di più atroce. Qualcosa che non potrò più strappare da mio petto, come fosse cancro maligno incapace di guarire.»
La sua mano sfiora ancora il mio viso. Le luci nella stanza sembrano stringerla in un silenzio antico, sacro, cupo e doloroso, mentre le nostre mani si stringono e lei, faticando a guardarmi ansima appena: «Io sono morta, Tony. Sono morta dalla prima volta che loro hanno messo mani addosso. E a me piacerebbe venire via con te. Mi piacerebbe portarti a casa mia, da madre mia, e farti correre in campi di Poltava. Farti assaggiare il boršč, le deruny, i varenyky e il piroh. Vorrei farti sentire profumi di terra mia: di inverno si sente l’odore di legno bruciato proveniente da camino, e in primavera ci si può perdere in profumo di fiori e di grano. Ma so che nulla di tutto ciò potrà succedere! No, questi profumi, questi sapori, queste immagini, io non li rivedrò mai più. Lo so. L’ho capito, ormai. So di no essere altro che una puttana, e che questa è mia vita. Una vita che no è vita, e che no posso donare ad altri.»

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“La finestra chiusa”, in fase di editing

Ricordo una delle prime volte in cui da piccolo capii il senso della parola umiliazione. Avevo appena cinque anni. Frequentavo l’asilo, e mio fratello la terza elementare. Indossavo un orrendo grembiulino giallo canarino. Non conoscevo ancora il significato della parola odio, ma sentivo di non sopportare quella divisa, come non sopportavo di vederla addosso agli altri bambini attorno a me.
Avevo passato il più delle ore a giocare da solo con le costruzioni. Non amavo stare con gli altri bambini, li reputavo volgari e invadenti, perché avevo sentito da mia madre quelle due espressioni, e dunque doveva essere anche per me così.
Attorno a me, in una stanza simile a una gabbia dalle mura piene di disegni colorati che puzzavano di gessetti e pastelli a cera, i bambini amavano fare giochi di gruppo, e a volte si azzuffavano insultandosi in dialetto che detestavo, perché mia madre lo detestava, e insultandosi proprio come fossero adulti.
Puzzavano persino come gli adulti!
Io preferivo starmene da solo, costruendo cose senza senso che poi avrei distrutto. Ma quel pomeriggio non stavo più costruendo niente. Avevo appena finito di creare un robot a tre teste, per poi vederlo distruggere da un altro bambino che mi urlò contro: «Ricchione!».
Scoppiai a piangere. Iniziai a piangere così forte che la maestra, una vecchia donna dal volto cattivo, dovette afferrarmi per cercare di tranquillizzarmi.
Ricordo come fosse ieri la sua forte stretta, il suo sguardo malvagio e il suo fetido alito di fumo. E ricordo come le afferrai i capelli e le graffiai il viso, urlando e continuando a piangere sempre più forte, ingoiando le mie lacrime salate e vedendo la realtà attorno a me offuscarsi in un vortici di colori a cera contro ai miei occhi arrossati e gonfi di lacrime.
Di certo quella donna desiderò colpirmi con una forza tale da staccarmi la testa dal collo, ma non potendolo fare si limitò a cacciarmi fuori dalla classe: cinque anni, poco più di un metro d’altezza, poche ossa in un odioso grembiulino giallo, e già mi trovavo in castigo. Già fui gettato via. Già fui bollato come sbagliato.
Stavo fermo contro al muro accanto alla porta della classe, ancora in lacrime, impaurito, e senza capire quale fosse la mia vera colpa.
Ricordo che quel corridoio sembrava gigantesco, e i disegni colorati erano in quel momento orrendi: uccelli rosa mi sembravano demoni, e pesciolini rossi erano per me diavoli.
Tremavo come una foglia, solo e smarrito, tirando su con il naso il muco che mi colava fino alle labbra e guardandomi attorno in cerca della mia mamma, respirando solamente un soffocando odore di gesso, e continuando a non comprendere quale fosse la mia colpa.
Ma non ci stava nessuno lì. No, fui abbandonato. Fui rifiutato. Fui gettato via come immondizia: la stessa che mio padre non voleva mai scendere di sera, costringendo la mamma a farlo.
Tremando, capendo per la prima volta nel mio giovane cuore il senso della parola “confusione”, guardai una delle porte in quel gigantesco corridoio che si protraeva fino all’infinito.
Era l’ultima porta sulla sinistra. Una normalissima porta di plastica con nel mezzo un oblò di vetro.
Sapevo che era la sua di classe, e asciugandomi le lacrime con il mio piccolo pugno camminai lentamente verso di essa, desiderando solamente che qualcuno mi stesse vicino. Desiderando solamente che qualcuno mi dicesse che tutto andava bene, abbracciandomi.
Ma andava bene per davvero?
Dovetti alzarmi sulla punta dei piedi per arrivare al vetro, tenendo poggiate con forza le mie piccole e paffute mani contro la fredda plastica della porta.
Guardai al di là di quel vetro opaco. Una donna di circa trent’anni stava seduta dietro a una cattedra, urlando a gran voce parole che non potevo sentire, mentre una classe composta da circa venti bambini con addosso grembiulino blu o rosa e al collo un fiocco verde, fingevano di ascoltarla persi nei propri pensieri.
Io guardavo mio fratello e sorridevo. Sorridevo come quando mia mamma mi stringeva forte, perché speravo che lui mi vedesse, ma non mi vide neanche quando un ragazzino biondo e ciccione cominciò a ridere guardando verso di me e indicandomi con il dito.
In breve tutta la classe iniziò a ridere. I loro occhi erano su di me. Le loro risate sembravano liquefare quel pezzo di plastica che ci divideva, roteando attorno a me come tanti spettri crudeli.
Smisi di sorridere. Un patetico broncio tremò sul mio viso, e gli occhi tornarono gonfi di lacrime.
Sentii solamente una calda, atroce lacrima colare sulla mia guancia arrossata forse più dalla vergogna che dal dolore, mentre fissavo ancora quei volti, sentendomi solamente un inutile sgorbio.
Mio fratello mi vide?
Non fu certo lui a uscire da quella porta quando si spalancò. No, furiosa e veloce la maestra si pose davanti a me, e io in un millesimo di secondo non vidi altro che i suoi occhi iniettati di odio, percependo poi tre violentissimi schiaffi contro la mia piccola mano.
Uno.
Due.
Tre.
Poi la maestra sbatté la porta contro la mia faccia. Non si sentì più alcuna risata provenire da quella classe, né tantomeno riuscii a piangere.
Rimasi lì immobile come fossi stato appena violentato. Non conoscevo neanche il significato di quella parola, ma sapevo che faceva male sentirsi un niente. Sapevo che era tremendo sentirsi deriso, umiliato: era come essere stato ucciso.
No, non versai una lacrima, ma sentii qualcosa di caldo contro le mie cosce, e poi lungo sulle ginocchia.
Il grembiulino diventò di un giallo scuro, e un acre odore di urina giunse fino alle mie narici, mentre io stavo lì immobile, tremulo, fissando quella porta mentre la mia mano arrossata pulsava dal dolore.
Quando mia madre venne a prenderci la maestra non mi aveva tolto di dosso neanche il grembiulino. No, le disse che mi ero comportato male, e le consigliò di trovare un buon sostegno psicologico perché io potessi riuscire a inserirmi assieme agli altri bambini.
Non dissi nulla mentre loro parlavano. Avevo solamente bisogno di un abbraccio, mentre gli ultimi bambini della classe uscendo mi guardavano e deridevano indicando il mio grembiule bagnato, e mia madre continuava a cercare di capire come fare di me un bambino perfetto.
Avrei avuto solamente bisogno di un abbraccio, ma non mi abbracciò neanche quando andammo verso casa: lei con il mio grembiulino sporco in una busta, e io nella sua mano, tenendo strette le gambe per la vergogna, cercando di nascondere a tutti quella macchia di urina, mentre mio fratello parlava della sua giornata a scuola.
Possibile che non mi aveva visto? E mia madre aveva notato la mia mano rossa e indolenzita?
No, nessuno notò niente, e il giorno dopo andai a scuola con il pannolino, e per colpa di coloro che mi credevano diverso capii cosa significasse sentirsi diverso.

Tratto da “La finestra chiusa”, in fase di editing.

L’aria profuma di ammorbidente e di fiori freschi. La cucina ne è impregnata. Quel profumo si muove su mattonelle bianche decorate da piccoli fiori, sui mobili di ciliegio e su alcune fotografie poste sulle mura.
Percepisco l’aroma del caffè mischiarsi a questo profumo che conosco meglio dell’odore della mia pelle. Sento il ribollio della macchinetta per il caffè che fuma sui fornelli, e il suo odore sempre più forte insinuarsi per l’intera stanza: parte di un rituale da compiere in ogni casa quando giunge un ospite.
Lei, mia zia Francesca, sta ferma davanti ai fornelli. Sulle sue ossa che sembrano uscirle fuori dalla pelle smagliata ci sta un vecchio maglione bianco coperto da un grembiulino rosa, e da una gonna lunga e marrone si intravedono le sue pallide gambe, una volta carnose, ora ridotte a ossa coperte da pelle ruvida da cui si possono contare le vene.
Osservo le sue piccole mani che tante volte mi hanno stretto, ora afferrare con fatica delle tazzine da una credenza, mentre le sue magre ma sorridenti labbra si muovono chiedendomi: «Ma a mamma hai detto che stai qua?»
Non le rispondo subito. Mi perdo nei colori accesi del foulard sulla sua testa, immaginando quei rossi capelli che tante volte ho stretto e annusato.
Non ne ha più da mesi e mesi. Lei ha solamente dodici anni in più a me. A soli dodici anni già mi teneva tra le sue braccia, e ora la vedo andare fra le cupe braccia della morte, senza neanche poterle accarezzare un’ultima volta i capelli.
Sembra quasi saperlo mentre sorride, accogliendo il mio silenzio come fosse una risposta.
Respiro ancora il profumo del caffè. Ora è più intenso. Lei ha spento la fiamma, e mentre fisso una foto appesa al muro sento il tintinnio del cucchiaino contro la ceramica.
Lei sa già quanti cucchiaini di zucchero voglio. Lei sa tutto di me. Lei mi conosce da quando sono venuto al mondo, e forse anche meglio della sua sorella che mi ha dato la vita.
In questa foto ci stiamo proprio noi due, io e mia zia. Lei mi tiene in braccio. Ha solamente quattordici anni, ma sembra già una donna adulta. La mia mano paffuta le stringe un seno allora carnoso, diversamente dal petto scheletrico e fragile avvolto in quel grembiulino che ormai le va largo.
Sorridevo in quella foto, cercando il suo seno come fosse quello della mia mamma. Ero felice come quel bambino biondo nelle foto a casa mia.
Dio, come posso non ricordare?
Lei sorride, avvicinandosi e dicendomi: «Da piccolo eri proprio un malato. Stavi sempre a toccarmi le zizze.»
Cerco anche io di sorridere, anche se vorrei solamente piangere.
Uno dei suoi seni neanche esiste più. Glielo amputarono all’inizio della malattia, prima che il cancro si diffondesse ai polmoni.
Il mio sguardo lentamente si allontana da quel ricordo, come se una nube mi stesse portando altrove, rendendomi leggero come una lettera d’amore che vola nel cielo.
L’odore del caffè ora è vicinissimo, proprio sotto al mio naso.
Del caldo fumo si addensa contro al mio viso, e il sorriso di mia zia sembra volermi ancora stringere al proprio petto, come se potessimo entrambi tornare in quella foto davanti a noi.
«Dovreste trovare un modo per capirvi» riprende sedendosi al mio fianco, debole come un animale ferito che si trascina verso un angolo. «Al telefono lei mi parla sempre di te» aggiunge, porgendomi la tazza mentre io tenendo la testa china non ho nemmeno il coraggio di guardarla.
Afferro con le dita quella tazza calda e profumata, mentre lei, sorridendo delicatamente prende la sua con entrambe le mani, come se non riuscisse nemmeno a reggere quel misero peso.
La porta verso le labbra una volta morbide. Le vedo sfiorare appena la tazza mentre si muovono dicendomi: «È preoccupata per te, solamente che non sa come dimostrarlo.»
Ancora una volta non le rispondo. In un sorso finisco il caffè, mentre lei sorseggia il suo. La guardo un attimo e poi mi alzò andando verso la finestra. Un lieve luce entra nella stanza muovendosi da dietro le tende bianche davanti a me. È una luce gialla e arancione. La luce che ho sempre visto in questa casa, anche quando da adolescente andavo lì da lei per fare i compiti, oppure per nascondermi da mio padre quando era troppo arrabbiato perché potessi sopportarlo.
Ricordo che ogni volta stavo seduto proprio davanti a quella tavola, e lei stava lì ferma, proprio come ora.
Parlavamo a lungo, e parlavamo di tutto. Parlavamo di me!
Vorrei tanto tornare a quei giorni, ma so che non posso. Lei sta morendo, e so che non posso farci niente.