Tratto dal romanzo Nuda

Eva riuscì appena a guardare Elena. Le sfiorò il braccio nudo con la stessa tenerezza fasulla con cui le aveva baciato tante volte il viso.

«Hanno detto che dopodomani uscirò.»

Elena socchiuse gli occhi e le sfiorò la mano.

«Chissà quando uscirò io…»

Gli enormi occhi azzurri di Elena si posarono sulle ragazze nel corridoio, poi sulle infermiere, e ancora su di un finestrone coperto da grate dietro cui si vedevano i padiglioni dell’ospedale, i palazzi di quella minuscola cittadina, Pietra Ligure, e in fondo a essi il mare che si perdeva all’orizzonte.

Eva guardò gli occhi di Elena: erano lucidi, sembrava stesse per piangere, ma non una lacrima le rigò il viso.

Improvvisamente gli occhi di Elena parvero spaccarsi. Nel corridoio si diffuse un forte odore di risotto allo zafferano. Le risate delle ragazze diventarono incontrollabili: urla confuse in un campo di battaglia.

«Vieni» sussurrò Elena.

Eva non riusciva a reggere lo sguardo di Elena, rivedeva se stessa, e le faceva male. Entrambe avevano bisogno di mordersi le labbra fino a farle sanguinare, così che un dolore potesse soffocarne un altro, chiudendole in una vorace dipendenza di sofferenza.

Entrarono insieme nella stanza che avevano condiviso per due mesi, specchio delle loro esistenze: un disordine dove niente trovava forma.

Ovunque erano sparsi vestiti e scarpe. Accanto al letto di Elena erano ammassati un mucchio di libri. C’era puzza di pelle e di mestruazioni.

Eva guardò i vestiti sul pavimento, sembravano vittime di uno stupro: usati e poi gettati via.

Ripensò ai tanti ragazzi con cui era stata: Alessandro, Geppi, Daniele, Gabriele; di alcuni non ricordava neppure il nome, di altri non l’aveva mai saputo: solo mani sul suo corpo, fiati nella bocca, spinte nella pancia, sapore di pesce marcio nelle narici, a volte il puzzo del cesso di una discoteca.

Infine il suo corpo cadeva nel vuoto, come il vomito che puntualmente rovesciava una volta tornata a casa.

Guardò ancora i vestiti sparsi sul pavimento, le scarpe, persino le borsette. Se non fosse stato per le grate alla finestra sarebbe sembrata la stanza di due normalissime ragazze, come quella condivisa con due ragazze quando aveva convinto suo padre a mandarla a studiare architettura a Macerata, prima che ci ripensasse e obbligasse suo padre a pagarle università e casa a Milano.

«A te non importa niente di me! Che vuoi che vada a fare, la puttana?»

Elena si stese subito a letto, accanto a esso erano ammucchiati decine di libri.

Eva si mise a sedere sul proprio letto, l’occhio le cadde su un libro di Palahniuk posto sul comodino.

Lo strinse a sé, accarezzò la copertina e sorrise.

Glielo aveva regalato Mario, pochi mesi prima che la lasciasse. La sua malattia aveva divorato anche lui.

Sfiorò ancora il libro. Lo fissò come se stesse guardando i riccioli neri di Mario, senza poterli ormai più accarezzare. Ricordava i regali che lui le faceva, le parole dolci che le diceva sempre, le notti passate insieme nella casa di Milano, il modo in cui l’abbracciava, quasi fosse fragile come il cristallo; e lei che ogni giorno era indecisa se volesse o meno stare con lui, i mille modi in cui lo feriva:

«Però certo che fra tutti i ragazzi che ho avuto tu sei il più bruttino!»

E quelle sei parole che in un attimo le si conficcarono in gola:

«Non sono io quello che cerchi.»

Posò il libro sul comodino e si lasciò cadere sul letto. Chiuse gli occhi: adesso il profumo di zafferano era fortissimo, si mischiava al miscuglio di odori nel frigorifero nella casa a Milano che aveva svuotato appena Mario era andato via, lasciandola da sola, ancora nuda, in lacrime.

Improvvisamente nella stanza si fece strada la voce di un’infermiera.

«Ragazze, cinque minuti e di corsa a pranzo.»

Gli occhi di Elena tremarono, persi nel vuoto. A Eva sembrò di udire la voce di sua madre in cucina: «Eva, muoviti che è pronto.»

Uscirono dalla stanza senza fiatare. Nel corridoio avanzavano decine di ragazzine, tutte in pigiama o in pantaloncini: alcune sorridevano, altre avevano il capo chino, quasi tutte si mangiavano le unghie. Elena era zitta, camminava lenta accanto a Eva, il profumo del risotto era sempre più penetrante nelle sue narici, le entrava fin negli occhi, al punto da farli lacrimare.

Le infermiere seguivano con lo sguardo le ragazze. Giulia, una ragazza di appena diciassette anni, alta e dai lunghi capelli neri, sorrideva e scherzava con Federica, una ragazza della sua stessa età dai seni molli perché dimagrita troppo in fretta.

Entrambe erano state più volte in quel posto, spesso condotte a forza dai loro genitori. Ma tanto avevano già deciso: avevano deciso di non decidere.

Le loro risate erano simili alle foto di persone allegre poste su lapidi di marmo.

Giulia rideva più di tutte, insieme a Federica e Cinzia: una ragazza di Alessandria dallo sguardo duro e che a diciassette anni aveva avuto già due aborti a causa delle sue continue fughe da casa.

Era al suo terzo ricovero, i primi due li aveva interrotti bruscamente, e stranamente stavolta era arrivata a un mese e mezzo.

A vederle così sembravano solamente ragazze troppo magre, ma le loro unghie mangiucchiate, i capelli sfibrati e il retro dei denti scuriti erano agli occhi di Eva preludio di una morte animalesca, lo stesso orrore che sentiva sulla propria pelle: un corpo che divorava tutto voracemente, senza percepire niente.

Si stavano sgretolando come calcare, camminavano e cadevano a pezzi, come bambolotti a molla messi insieme con lo scotch.

Eva sentiva il pungente odore di zafferano fin dentro le narici. Non le faceva né caldo né freddo, ma accanto a lei Elena fissava il vuoto con occhi vitrei, tratteneva le lacrime, le sue labbra tremule sembravano stessero urlando: «Ho paura.»

Eva osservò le proprie unghie, i segni dei morsi sui polpastrelli, e senza rendersene conto continuò a mangiarle voracemente, fino a sentire il sapore del suo stesso sangue.

Si sentiva come loro e ne aveva paura: anche lei, giovane ragazza all’apparenza perfetta, portava i segni del martirio sul proprio corpo.

Era una carcassa deperibile. Carne putrida lacerata. L’iperbole esistenziale che come uno sputo le gettava in faccia ciò che era e ciò che mai sarebbe stata, intrappolata in una vita di illusioni in cui dopo la foga di un’orgia di morsi, non restava altro che il silenzio di un cuore rattoppato che non marcisce e al quale neanche più giunge il gusto del nutrimento.

Eva scosse il capo, cercò di scrollare via quei pensieri.

Evitò lo sguardo di Elena e guardò ancora le ragazze, ma i suoi occhi si frantumarono appena vide a meno di un metro da lei Alice: una creatura cui sorte sembrava esser stata goliardica attribuendole proprio quel nome.

Era uno scheletro che camminava, aveva trentadue anni, era alta un metro e settantacinque, ma pesava anche meno di Eva.

I lunghi capelli, una volta castani, ormai erano grigi. I suoi denti erano gialli, il suo alito puzzava di cibo avariato.

Il pigiama che indossava non riusciva a nascondere le ossa che quasi le laceravano la pelle.

La malattia la stava massacrando, e lei l’abbracciava come fosse il solo amore a cui ci si possa stringere in una notte dove nessuno ti bacia.

Era al suo quinto ricovero, e chissà se ce ne sarebbe stato un altro, pensò Eva, camminando dietro a lei.

A un tratto si trovarono all’interno della sala da pranzo, una grossa stanza rassomigliante a un’aula scolastica: le mura bianche piene di disegni, panche e sedie in fila.

Le infermiere fecero sedere in fretta le ragazze. Nessuna di loro oppose resistenza, le loro risate erano aumentate, come se con esse cercassero di sovrastare il tremore delle loro ossa.

Erano bestie chiuse in una stalla, muggivano respirando l’aria della morte che stava per massacrarle.

Eva rivide suo padre, lei aveva otto anni, cercava di mostrargli un disegno, ma lui la cacciò via per riprendere ad aiutare Valeria a fare i compiti.

Rivide sue madre da sola ferma davanti a un televisore, seduta su di un divano, inculcandole con la propria immagine che quella sarebbe stata la sua vita: la sola e unica vita per una donna.

Improvvisamente sentì l’odore di cibo farsi sempre più vicino. Giulia smise di ridere, e così Federica e Cinzia.

L’aroma di risotto allo zafferano avvolgeva la stanza, nessuna osava alzare lo sguardo.

Eva iniziò a mangiucchiarsi le unghie.

Alice era seduta proprio davanti a lei.

Quando Eva e Elena avevano preso posto, Alice non si era ancora seduta, e dopo né a Eva né a Elena era sembrato il caso di cambiare posto.

Era scortese. Il padre di Eva le aveva insegnato a non essere scortese, al punto che lei era diventata falsa pur di non esserlo.

Anche in quel momento non fu scortese, eppure i conati di vomito che percepiva salirle in gola ogni volta che incrociava lo sguardo di Alice erano specchio dei suoi veri sentimenti.

Ma ad Alice non importava, non le importava più di niente.

Quando incominciarono a portare le pietanze, Eva non seppe più dove guardare. Elena era immobile al suo fianco, giocherellava nervosamente con un elastico per capelli.

Alice aveva il volto chino, i capelli sfibrati le copriva il volto scarnito.

Lacrime le scivolavano fino alle labbra ringrinzite. Tremava.

Eva la sentì appena bisbigliare: «Non voglio!»

 

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MACERIE, prefazione della mia maestra ANTONELLA CILENTO. Antologia cui ricavato andrà alle vittime di Amatrice.

In quanti modi si può cadere distrutti e risorgere?
E c’è, poi, sempre un modo per risorgere?
Macerie, antologia nata con intento benefico e che, mentre viene scritta e pubblicata, risente ancora dello sciame sismico che in Italia centrale non accenna a smettere, è una rassegna di crolli, intimi, relazionali, familiari, sociali.
Al centro di questo crollo in cui frammenti della nostra vita si ricompongono e rifrangono è l’io, persona verbale e punto di vista obbligato di questi racconti (con qualche rara eccezione), cui i protagonisti non riescono mai a sfuggire, nemmeno quando s’immagina o si attende la propria morte. Un delirio che sotterra, un terremoto fisico e esistenziale: perdere la persona che si ama, perdere la vita, la famiglia, la dignità, i soldi sono solo alcuni dei casi che Macerie profila. Spesso, proprio il fallimento delle relazioni dà il colpo di grazia a identità sospese e fragili.
È curioso che all’alba di un nuovo millennio questi racconti si muovano in un distretto psicologico di stampo così classicamente dostoevskiano, lo stesso praticato alla metà del secolo scorso da Tommaso Landolfi: è come se i personaggi immaginati abitassero tutti case circondate da una guerra sedata e nascosta (come accade appunto nel landolfiano Racconto d’autunno) o in case pian piano divorate da invisibili invasori, come immagina invece in Casa occupata Julio Cortázar. Ma se i fantasmi dell’Italia post bellica e quelli del golpe argentino avevano nomi riconoscibili e armati, qui il disastro è implicito ed economico, non trova slanci fantastici, è appiattito sull’odierno, sull’istantaneo che erodono le certezze individuali, azzannano il codice della gioventù.
Così agli autori non resta, per ora, che cercare parole che vengono da Poe e cedono all’espressionismo o che si mescolano con sociologismi, con la cronaca: famiglie indebolite dalla ludopatia di un genitore (accade nelle pagine di Evangelista, in cui un padre è così disperato da rompere persino il salvadanaio dei figli), di fame e di nuove povertà, di malattie.
È triste pensare che queste macerie che sono l’Italia di oggi (e l’Europa tutta) erano annunciate in Musil o in Hamsun (in Fame, capolavoro danese di fine Ottocento, uno pseudo scrittore impoverito finisce con il mangiarsi un dito) e che il panorama disegnato all’inizio del secolo breve dalla letteratura si allarga solo per includere profughi e disperati, che fuggono da paesi dove la guerra è almeno tangibile e non praticata a colpi di leggi, marketing e banche.
L’effetto è di assistere a una gigantesca messinscena della paura di vivere (gli attacchi di panico non mancano, anzi sono forse un sotterraneo fil rouge dell’antologia) che forse resterà come unica traccia del tempo che viviamo in cui intere popolazioni restano chiuse nel cerchio stretto delle loro case, delle loro famiglie, delle loro piccole infelicità mentre con gli strumenti più tecnologici fingono di connettersi al mondo, avendo smarrito la connessione con l’arte, con la bellezza, con il rischio dell’incontro, del confronto, della vita.
Sì, forse su queste macerie bisognerà, fra diverse generazioni ormai, fondare un nuovo mondo, più coraggioso: ai personaggi di Macerie manca, ad esempio (e non solo a loro) il coraggio di fare rivoluzioni, di rompere gli schemi, di uscire da paure e vigliaccherie. Sono sedati, sonnambuli, rassegnati anche quando sono furiosi: la forza è stata loro sottratta, spesso insieme al lavoro ed è rimasta loro la paradossale capacità di sognarsi come super eroi, proiettati verso un successo o un equilibrio irraggiungibile.
La sedazione sociale cui siamo sottoposti (ben più sofisticata e decisamente meno poetica di quella che hanno immaginato per noi Orwell o Bradbury, più simile a quella di Philip Dick) è in fondo l’oggetto, forse involontario quindi tanto più temibile, di questi racconti, di ciò che oggi si legge, di quel che diciamo, vediamo e non facciamo.
Una grande insicurezza attraversa queste pagine: la precarietà esistenziale – e non solo precariato lavorativo – appare irrisolvibile: al lettore la speranza di rispecchiarsi e trovare risorse per una rinascita non occasionale, per una totale rifondazione che segua la contemplazione delle macerie che siamo diventati.

Antonella Cilento

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Ecco il mio ottavo romanzo, seguito di Affamata d’amore, Un cielo di cemento. Romanzo, come il primo, ispirato a una storia vera.

Mi misi a sedere su di una lercia panchina. Puzzava di piscio e sudore. Mi sembrava di stare a casa!
Quello squallore, quella tristezza, la merda dei piccioni su di una statua, bottiglie vuote per terra, e un gruppo di barboni stesi su dei cartoni.
Uno di loro si tirò su e diede un sorso a una birra in latta, nonostante fossero appena le otto del mattino. Gli altri due rimasero stesi. Qualche piccione volò su quel monumento decaduto. Io restai seduto a leggere e fumare, mentre lontano da quello scenario simile a una donna stuprata e poi gettata per strada a fare la puttana, il mondo scorreva veloce, insensibile, senza cogliere la bellezza dell’umana tristezza di cui facevo parte.
Ovviamente pensai a Elisa. Lei amava Carver! Quel libro era pieno di simili personaggi. Personaggi proprio come me. Dei pagliacci malinconici che ridevano di se stessi, morendo in una pozza di merda.
Ma un libro è pur sempre solo un libro. Lei avrebbe retto alla realtà o presto o tardi avrebbe cercato altro? Magari uno di quegli pseudo artisti che parlano di rinascite spirituali e altre cazzate simili. E forse avrebbe rinnegato ogni cosa. Gettato merda su di me. Vedendomi solo come un errore da cancellare.
Sospirai, alzando lo sguardo verso quei barboni stesi sui cartoni. Pensando a cosa ne sarebbe stato della mia vita.
Sarei stato davvero assieme a Elisa per sempre? Assieme alla figlia dello stimato dottore. Lei che non conosceva per davvero la fame e la disperazione. La strada. Essere derisa. Trattata solo come merda. Come un niente!
La vedevo così dura. Lei veniva da un mondo così diverso dal mio. Non aveva mai temuto per davvero di finire per strada. Le sarebbe, in fondo, bastato un colpo di telefono, e qualcuno l’avrebbe tirata fuori dalla merda.
Avrebbe mai accettato il compromesso come lo stavo facendo io? Mischiare i nostri due mondi. Proprio come in una favola della Disney.
Bah, favole, amore eterno; ma cosa cazzo mi stava succedendo?
Forse avrei fatto bene a lasciarla io. Già, perché a conti fatti, quanto può durare un amore?
È solo un gioco di ruoli. Né più né meno. Due sconosciuti che si incontrano e si scelgono, e vengono scelti: in fondo stessa cosa!
Delle parole. Qualche risata. Entrambi già sanno di star giocando in modo malizioso.
Cambiano gli schemi di approccio. Alcuni sono davvero squallidi, ripetuti mille volte con mille volti. Altri sono passivi. Subiscono il corteggiamento, si lasciando andare, e poi nasce quella cosa chiamata “relazione”.
Eppure, tutte cose già fatte. Tutte cose già dette, in un modo o in un altro. Persone reputate speciali e diverse, proprio come in passato furono reputate speciali e diverse altre persone. Sorrisi donati già ad altri esseri umani. A conti fatti, gli stessi complimenti. La stessa complicità. Magari segreti confessati già ad altre persone, ma spacciati come unici, così da donare all’interlocutore l’illusione di essere una persona diversa da tutte. Privilegiata. Scelta tra mille.
Poi ecco la fine. A volte indifferenza. Altre volte solo odio. Addirittura urla, ricatti, minacce, denunce. E poi ancora un altro volto: di norma per la donna è più facile, per l’uomo un po’ meno. Altre volte è il contrario: dipende dalle parti! Ma alla fine si ricomincia tutto daccapo. Finché l’età sopraggiunge. Ci si accontenta. Ci si adagia su un nuovo amore speciale. Si decide di dar vita a quel “per sempre”. E poi ecco che la staticità inghiotte tutto. Tutto diventa freddo, nauseante, volgare. Dapprima il disgusto. Lei che vede lui sempre più brutto. Lui che vede lei sempre più flaccida. Un odio profondo per gli assorbenti di lei, disgusto per il piscio sulla tavoletta lasciato da lui. Serate infinite in cucina a mangiare davanti a un televisore perennemente acceso.
Ed ecco che i bambini crescono. Non sono più cuccioli da coccolare, ma solo un peso che lega due sconosciuti.
«È solo colpa tua» urlerà lei «Tu non ci stai mai. Non sai fare il padre!»
«Io mando avanti questa dannata casa» strillerà lui «Che cazzo vuoi più da me?»
E nel mezzo, creature condotte al macello cresceranno imbottite di nauseante sangue, scoprendo lentamente le menzogne a loro raccontate quando erano ancora bambini. La menzogna di una vita felice e speciale. Proprio come quella sognata da due sconosciuti, ora assieme per forza. Nel tempo, non odiandosi nemmeno più. Provando solo qualcosa di peggiore. Indifferenza! Non altro che indifferenza. Un freddo glaciale. Un gelo che tutto avvolge. In un tempo indefinito. Finché la morte di uno dei due metterà fine a un amore mai stato.
Ecco, ecco la realtà. Quello sempre successo. Quello che sarebbe successo. Quello che succedeva proprio in quel momento, a pochi passi da me, in quel mondo di cui non mi sentivo parte. Sempre di meno, ormai.
No, ancora qualcosa mi legava a quel mondo. Ancora una speranza. La speranza che almeno una volta l’amore potesse essere qualcosa di bello. Qualcosa in cui credere. Qualcosa di diverso.
Chiusi il libro e guardai quei barboni. Rividi il mio volto che lei aveva scelto così com’era. Rividi il suo volto, e risentii le sue parole che mi tirarono fuori dalla mia indifferenza.
La prima volta che la vidi. Il suo fare arrogante. Il mio cinismo.
Poi la curiosità!
Chi era quella sconosciuta che si poneva così nei miei confronti? L’aveva già fatto con altri, forse. Magari era solo annoiata.
Io decisi di crederla. Forse lei aveva creduto in me.
Non lo sapevo. Potevo solo sperare. Sperare che tutto fosse vero. Che per una volta l’amore fosse qualcosa di vero. Che lei fosse vera. Che noi fossimo veri.
Ma fu inutile perdersi in quei pensieri. Nulla era cambiato. Il tempo era passato su di me. Alcune pagine lette. Dei mozziconi a terra. La latta vuota lasciata dal barbone.
Mi alzai da lì e andai verso la stazione. Mancavano dieci minuti alle nove e quindici. Il suo treno sarebbe arrivato alle nove e quindici! Lei sarebbe arrivata alle nove e quindici.
Avanzai tra la folla, emozionato come uno scolaretto al suo primo giorno di scuola. Emozionato come un bambino la mattina di Natale. Emozionato come un uomo pronto a baciare per la prima volta una donna.
E l’avrei baciata, o avrei sfiorato solo un pezzo di ghiaccio?
Rimasi lì fermo sulla pensilina innanzi al binario. Attendendo. Guardando verso l’orizzonte, in attesa di quel treno. Tremando e sperando contemporaneamente.
Poi ecco qualcosa all’orizzonte. Era lei! Sì, lei era in quella massa di metallo che si avvicinava. Lentamente, da quel che sembrava all’occhio umano, ma in verità veloce al punto che passandomi innanzi fece sventolare la mia camicia.
Così raccolsi da terra lo zaino che avevo portato con me, a cui stava legato un sacco a pelo di quelli economici. Mi guardai attorno. Lentamente il treno si fermò. Alcune persone si avvicinarono a esso, aspettando che le porte si aprissero.
Io aspettai a mia volta. Camminando lentamente fino alla locomotiva e cercando di vederla da dietro un finestrino.
Non la vidi!
Le porte si aprirono. Alcuni volti scesero da quella tomba di metallo; una massa di carne pulsante rumorosa si accalcò attorno a me, defluendo come una cascata di sangue e viscere verso una direzione nascosta al mio occhio.
Mi feci spazio tra quell’ammasso di carne. Cercandola. Desiderandola. Ansioso e spaventato al tempo stesso.
Quando ecco che finalmente la vidi!
Era bellissima. Aveva addosso un vestito di cui mi aveva parlato. L’aveva comprato la settimana prima a Genova, andando lì con le ragazze. Disse che le metteva in risalto le forme. Ed era vero! Tremavo tanto era bella. Tanto la desideravo. Vedendola venire verso di me. A testa bassa e sorridendo. Forse emozionata proprio quanto me. E quando mi raggiunse alzò appena di un pò lo sguardo. Sorridendo. E in un attimo fiondandosi su di me.
La strinsi forte. Stritolandola d’amore e iniziando a baciarla. Sentendo le sue labbra muoversi al ritmo delle mie. Le mie labbra muoversi al ritmo delle sue. Le nostre lingue sfiorarsi, toccarsi, unirsi. Piccoli morsi sulle labbra. Dei sorrisi. Gli occhi chiusi. Il suo sapore. Il suo profumo.
Che diavolo era successo? Perché quel repetio cambiamento?
Sentivo il suo desiderio trasudare dalla sua pelle, fino a giungere nella mia. Sentivo la sua passione. La sua voglia. La sua felicità. Il suo amore.
Ecco, era di nuovo lei. Era la Elisa dei giorni di Napoli. Era lei, non c’era dubbio! E non m’importava il perché. Non m’importava niente, se non averla nuovamente lì con me. Davanti a me. Mentre mi baciava intensamente. Mentre mi donava se stessa. Finché ebbro di lei la strinsi con più forza e l’alzai da terra, cominciando a girare su me stesso. Vedendola sorridere come una bambina. Felice! Mentre il mondo attorno a noi scorreva insensibile. Meccanico. Senza percepire quella bellezza.
cielodicemento

Ispirato a una storia vera. “Affamata d’amore”.

Mi lasciai cadere su di lei. Stringendola. Sentendo il suo corpo nudo e sudato contro al mio. Ansimando e baciandola. Accarezzandole i suoi capelli fradici di sudore.
Lei sorrise ancora. Fissandomi, per poi stringere la sua testa contro al mio petto.
Non disse niente! Forse in quel momento le parole non sarebbero servite a niente. No, non c’era spazio se non per quei suoi baci. Per il suo star stretta a me come se fosse una bambina desiderosa di coccole.
Ero confuso! Ero come stordito, ma mi sentivo benissimo. Finalmente a casa! Lì stretto a lei, baciandola e accarezzandola. Nudo. Sentendo la sua pelle contro la mia. Il suo respiro contro le mie labbra. Vedendo i suoi occhi pieni di luce. Il suo sorriso trasfigurato da uno strano senso di gioia.
Le diedi ancora una carezza. Qualche bacio.
Il tempo si era fermato!
Poi ci fu una spinta. E ancora un sorriso.
«Ti avevo detto di starmi lontano» disse lei, ridacchiando e dandomi calci e spinte.
Io cercai di fermarla. Sorridendo come un bambino. Sorridendo come un coglione.
Ma era tutto bellissimo!
Bellissima la sua innocenza. Quel suo sguardo. Quel suo sorriso.
Già, lei per tutti era la troia del paese. Quella che era fuggita di casa per farsi sbattere da ogni povero stronzo. E io ero l’alcolizzato. Quello visto con disgusto da ogni brava persona nella città dove abitavo.
Davvero una bella coppia!
E noi sapevamo che da un momento a un altro saremmo potuti precipitare da quel grattacielo di gioia, sfracellandoci su di un cumulo di cadaveri. Sulla cruda e bastarda realtà.
Sì, era già successo per entrambi, e ne portavamo ancora le cicatrici sul petto. Eppure restammo lì fermi. Come due incoscienti. Persi in quella nostra illusione. O magari in un sogno.
Lei affondò di più le dita contro al mio petto, poggiandoci sopra il capo, mentre io continuai ad accarezzarla.
«Dio, me l’hai rotta! Sei davvero una furia» disse, sorridendo.
Io la strinsi più forte, baciandole la fronte.
«Dai, non sarà mica così grave. In fondo non è stata mica la tua prima volta.»
Ma fu una pessima mossa!
Lei rimase in silenzio. Muovendo le sue piccole dita sul mio petto e respirando contro al mio collo.
Ecco, la favola era finita, e quello era il momento della verità. Il momento del dolore. Di ciò che non viene mai narrato nelle favole.
Sentii le sue dita trapassare la mia carne. Il mio petto. Il mio cuore.
«Hai mai sognato di non essere te?» mi disse con un filo di voce, continuando a stringermi il petto.
Io l’accarezzai ancora. Senza risponderle. Percependo in me il suo dolore.
«A volte mi son vista come una fata o una principessa» riprese «sai, di quelle delle favole! Del tipo, vagavo per i boschi della mia città. Mi stendevo per terra. Fissavo il cielo. Le nuvole si muovevano prendendo tante forme, e attorno a me mi sembrava di vedere tante farfalle volare.»
Per un attimo restò in silenzio. Stretta a me. Come se stesse vedendo chissà cosa.
Percepii le sue dita conficcarsi nella mia carne, e il mio stanco cuore battere contro la sua mano.
«Neanche me la ricordo la mia prima volta!» aggiunse. «Era una festa. Una festa data da qualche stronzo del mio paese. Io a quel tempo bevevo e fumavo molto. Tutto, pur di evadere da quella mia famiglia borghese. E lui, quel tipo, mi piaceva molto. Sì, gli facevo il filo, ma lui era il tipico stronzo
tutto sport e che non cagava nessuna, se non per scoparsela.»
Alzò lo sguardo verso il mio viso. Mi sorrise con fare amaro. Poi mi diede una carezza, e chinò nuovamente il capo sul mio petto.
«Io ero ubriaca» riprese «lui mi portò in una stanza. E poi… Beh, poi… Poi fece quello che voleva fare!»
Ci fu ancora un attimo di silenzio. Io rimasi zitto. Accarezzandola. Desiderando con tutto me stesso d’incontrare quel bamboccio per fargli sputare i denti da bocca.
Ma a che sarebbe servito?
Lei aveva mangiato tanta merda. Io avevo mangiato tanta merda. Il mondo era in debito con noi, ma nessuno ci avrebbe mai ripagato.
Le diedi ancora una carezza. Lei mi sorrise ancora. Con fare cinico. Stringendomi. Cercando di seppellire nella mia pelle il suo dolore.
«Figurati che lo seppi dalla mia migliore amica» disse ancora. «Ci pensi? Sapere dalla tua migliore amica di essere stata sverginata. E prima che io lo sapessi, tutto il paese lo sapeva. Io ero una puttana! E neanche ricordavo niente. Non una minima cosa, per fortuna.»
La strinsi ancora. Sentii sulla mia pelle le sue lacrime, benché lei non continuò a far altro che sorridere. Sorridere in maniera amara.
Poi alzò lo sguardo verso di me. Mi accarezzò ancora e sorrise nuovamente, come se stesse vedendo il sole.
Sentii le sue dita contro al mio viso. I suoi polpastrelli sulle mie guance.
Era qualcosa di tenero. Di mai provato prima. Come un sogno che mi stava travolgendo.
Le mie delusioni di quand’ero bambino. Il mio essere deriso quando portavo lo zainetto da discount mentre tutti nella mia classe avevano lo zainetto della Standa. Mia madre sempre a dirmi che non valevo niente. Mio padre che non ricordava il mio nome. Quella sua famiglia che neanche la vedeva, mentre lei vagava nel nulla, lasciandosi sbranare da lupi. Invisibile. Come un qualcosa d’inventato.
Eppure, in quel silenzio, mentre la luce del sole ci travolgeva entrando dalla finestra, io non riuscii a dirle niente. A fare niente. Niente! Se non stringerla a me. Per permetterle di dimenticare.
Per dimenticare!
Fu così strano! Stare lì stesi. Abbracciati. L’uno conoscendo il dolore dell’altro.
Poi sentii ancora le sue dita nella mia carne. Un sorriso! Un balzo. Un calcio nel mio fianco.
Rimanemmo lì fermi. Stringendoci e scherzando. Finché lei si alzò. Si guardò a torno, e poi tornò a fissare me.
Ridendo, corse nuda fino alla mia camera da letto.
Io la seguii, e quando entrai lì dentro, la trovai davanti alla mia scrivania. Sfogliando i miei libri.
Li toccò a uno a uno, come se toccandoli potesse leggerli. Poi la sua attenzione si fermò su uno di essi.
Soffocare, era il suo titolo. E lei lo estrasse da quella massa di libri, sfogliandolo, e poi mostrandomelo.
«Questo è quello di cui parli nel tuo libro? Il libro che ti regalo Alessandra?»
Io annuii, avvicinandomi a lei e stringendolo.
«Figo!» esclamò, stando tra le mie braccia e continuando a sfogliare le pagine di quel libro. «Se ci pensi ho tra le mani lo stesso libro di cui hai parlato nel tuo romanzo. E non una copia qualsiasi. No, proprio lui. L’originale!»
Poi, silenziosa, continuò a sfogliare quelle pagine. Fissandole con attenzione, mentre io tenendola stretta contemplavo la sua bellezza. Quel suo essere come al di fuori del mondo. Capace di cogliere piccole ma meravigliose cose proprio come quella. Come quel piccolo particolare a cui forse io non avrei mai pensato.
Dopo meno di un minuto lasciò perdere quel libro, rimettendolo al proprio posto e tirandone fuori altri due. Li guardò attentamente, e poi girò il capo verso me, mostrandomeli.
«Ma questi sono sempre tuoi?»
«Non proprio! Ci sta un mio racconto in ognuno di essi.»
«Oh, mica male! Un romanzo su carta, altri sei in digitale, e poi due racconti in due diversi libri.
Non è mica da tutti!»
«Bah, non ci pago mica l’affitto con quel che scrivo.»
Lei si divincolò dalle mie braccia, facendo una smorfia e dandomi uno dei suoi piccoli calci.
«Il solito pessimista del cazzo!» disse, ridacchiando. «Ora, dai, fai il bravo e fammi leggere i tuoi racconti» aggiunse, stendendosi sulla coperta lasciata sul pavimento.
Si stese a pancia all’aria, incrociando le gambe come se stesse seduta, e tenendo ritto contro la sua faccia uno di quei libri, mentre l’altro lo lasciò al suo fianco.
Io mi misi a sedere sul letto. Accendendo una paglia e fissandola. Guardando quella sua stranissima bellezza. Il suo non imbarazzarsi a starsene nuda a leggere davanti ai miei occhi. Come se fosse normalissimo stare lì. Come se ci fossimo da sempre.
Dio, quell’immagine rimase impressa nella mia mente. Le sue forme, il suo sguardo attento, il suo essere così attenta a quanto da me scritto.
Poi, una volta finito, gettò quel libro a terra e afferrò l’altro, cercando il mio racconto.
«Certo che scrivi proprio bene!» disse, sfogliando quelle pagine in cerca dell’altro mio racconto.
«Lo so, piccolina.»
« Presuntuoso del cazzo!» esclamò sorridendo, e iniziando poi a leggere quell’altro racconto, mentre io rimasi seduto davanti a lei, fissandola, perso in quella sua bellezza.
Una volta finito di leggere, lasciò cadere quel libro sulla coperta, rimanendo stesa lì sopra. Nuda tra quei libri. Sospirando mentre fissava il soffitto.
«Dio, mi piace troppo come scrivi!» sospirò, come se stesse sognando. Come se stesse vedendo innanzi ai suoi occhi i personaggi delle mie storie. E forse anche me e Alessandra. O magari me e Violasan.
Poi, ecco che si alzò di scatto, mettendosi in piedi davanti a me.
«Ma che ore sono?» mi chiese.
Io non le risposi. Era mezzogiorno passato. Ma ormai il tempo non aveva più senso. Niente aveva più senso! Ci stavamo solo noi. Da soli. Nudi. Nel niente. Persi al di là delle nostre illusioni.
Restammo ancora un po’ lì, abbracciati e coccolandoci. A volte prendendoci a calci o sfottendoci.
Fu lei a prendere l’iniziativa!
«Dai, mollusco, pranziamo assieme che dopo voglio andare un po’ in giro. O hai da fare?» disse, tirandosi su. Piazzandosi in ginocchio sul letto e fissandomi con occhi ora pieni di vita.
Io restai a guardarla per qualche secondo. Dio, era bellissima! E mi stava entrando sempre più dentro. Proprio come una droga.
Chissà, forse nel tempo mi avrebbe avvelenato il sangue, facendomi crepare tra atroci sofferenze. Oppure quello strano e improvviso sogno sarebbe finito da un giorno a un altro. Magari domani, o forse dopodomani. Ma intanto, lei voleva stare con me. E stranamente, anch’io volevo stare con lei.
Già, andare in giro! Era una vita che non andavo in giro con una donna. Intendo, in un orario in cui ci fosse ancora il sole.
Sì, le donne amano sempre uscire alla luce del sole. Amano fare lunghe passeggiate, magari parlando di stronzate come il loro lavoro, i loro hobby, i loro sogni.
E io odiavo quelle cazzate! Soprattutto, odiavo vedere il genere umano alla luce del sole.
Eppure, sapevo che l’avrei fatto. Sapevo che sarei uscito con lei, magari andando in giro come due turisti. Forse mangiando addirittura un gelato o bevendo uno schifoso aperitivo.
Ma che cazzo mi stava succedendo? Avevo forse perso le palle?
No, non potevo ridurmi così solo per una sconosciuta. Non poteva davvero interessarmi a tal punto una che conoscevo da solo un giorno.
Era un fatto di pelle, né più né meno. Succede spesso quando c’è una forte intesa sessuale. Credi addirittura di amare una persona. Ne senti il bisogno. Credi di non poter fare a meno di lei, quando invece, non puoi far a meno solo della sua pelle. Di quella carne di cui sei innamorato. Di quella
carne che crea in te una dipendenza mille volte superiore a quella dell’eroina.
Sì, di certo era questo che mi legava a lei. Doveva essere questo! Non poteva essere altro.
Eppure, mentre lei mi tirava per un braccio e mi mollava pizzicotti, cercando di convincermi ad alzarmi dal letto, mi sentivo come mai prima. Sentivo un forte calore inondare il mio corpo. E il senso di soffocamento che provavo perennemente era come svanito di colpo.
Stavo bene! Ecco il termine giusto. Quel termine a cui non pensavo da anni, essendo un qualcosa di così lontano dalla mia vita.
Già, il suo sorriso, i suoi occhi, le sue battute ironiche e pungenti sul mio conto, il suo essere un vulcano in eruzione.
Mi stava travolgendo. Mi aveva travolto!
No, no, no. Forse ero ancora in tempo! Ancora in tempo per fuggire da lei. Per fuggire da quello che presto o tardi sarebbe stato solo un ennesimo colpo al cuore di un povero e ingenuo fallito.
Succede sempre. Deve succedere prima o poi. Subentra la noia. Lei non ti guarda più con occhi pieni di luce. Parla sempre meno con te. E poi,
ecco che arriva quella dannata telefonata. “Dobbiamo parlare!”.
Una frase udita mille volte. Il sinonimo di un tradimento. Di una nuova umiliazione. Di un nuovo fallimento. Di una nuova morte.
La droga che ti dava piacere diventa veleno. I capillari si spezzano. Le vene esplodono. E tu rimani a terra, in una pozza di sangue. Solo un pezzo di carne maciullata.
Sì, succede sempre! A me era successo mille volte. E forse, se non fossi scappato, sarebbe successo ancora una volta.
Ma nonostante ciò, ero ancora lì. Lottando assieme a lei. Sorridendo. Stringendola. Baciandola.
E se la catena si fosse infranta? Se stavolta fosse andata bene?
Cazzo, mi passarono in testa termini ridicoli come “quella giusta”, o altre cazzate simili.
Ero diventato un bamboccio che credeva nelle favole, e magari le avrei regalato persino un mazzo di rose e avrei visto assieme a lei un film della Disney.
Già, mi sembrava persino di vedere i titoli di qualche sconosciuto giornaletto locale. “Scrittore emergente, noto per il suo stile violento e scurrile, di colpo cambia genere, abbracciando temi romantici e pieni di speranza. I lettori sono entusiasti! C’è persino chi l’ha ribattezzato Il nuovo Fabio Volo”.
Da farmi cadere le palle!
Ma neanche quella prospettiva mi frenò.
No, guardandola, mi sembrava quasi di vedermi in uno specchio. Vedevo la mia follia. Il mio non voler crepare come uno dei tanti mediocri al mondo. Il mio non fottermene di una casa al mare, di un’auto costosa, dei vestiti o di qualche merdoso reality.
Ecco, ero fottuto! Lei era entrata. E forse anch’io ero entrato in lei.
Eravamo entrambi nudi. Inermi. Forse spaventati. Eppure, nessuno di noi due riusciva a smettere di volersi. Eravamo travolti dalle stesse fiamme. Eravamo due pazzi incoscienti che stavano giocando tutto a una mano di poker, senza neanche sapere quali fossero le carte nelle proprie mani.
Ma sapevo di voler rischiare! Non capivo il perché. Sapevo solo di star bene. Quel termine mai usato. Quel termine che neanche conoscevo più.
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