Tratto da I giorni perduti

Poco dopo che Katia era andata via, Nico si era messo a scrivere. Non ne aveva voglia, non riusciva a pensare a nulla, se non a Katia. Eppure sapeva di doverlo fare, o sarebbe finito di nuovo in fabbrica, come aveva detto Massimo.

Gli sembrava ancora di vederla la sua vecchia fabbrica, simile a quella in cui era morto suo padre: un rullo oleoso su cui si muovevano bacchette coperte di stucco, la polvere in faccia, i movimenti sempre uguali, la puzza di segatura e di colla, le chiacchiere degli operai accanto a lui e le urla dei capi che lo colpivano come scudisciate.

Sapeva che se fosse tornato lì dentro sarebbe diventato come suo padre: stanco, incattivito, con la faccia scura anche una volta rientrato a casa e pronto a sfogarsi su moglie e figli.

Lo vide rientrare da lavoro: le scarpe rotte e coperte di stucco, il pantalone stracciato e macchiato di vernice, un puzzolente maglione da cui usciva fuori la pancia, unghie lerce, mani e viso luridi, gli occhi di una bestia feroce.

E poi di colpo lo vide invecchiato, dimagrito da sembrare uno scheletro: rantolava lungo il corridoio, in pigiama, senza riuscire nemmeno a parlare. Tendeva la mano venosa nel vuoto, i pantaloni gli erano scivolati sui piedi. Camminava lento, le dita sembravano spaccarsi a ogni movimento, gli occhi erano due bolle bianche prossime a esplodere.

A furia di sorsi di vino Nico cercò di scacciare via quelle immagini. Ogni tanto scriveva qualcosa, ma la cancellava subito. Non riusciva a mettere a fuoco niente: non un’immagine, non una scena, non un solo desiderio che non fosse Katia.

Si alzò di sbotto dalla sedia, chiuse il portatile e si tolse da lì.

Quanto tempo aveva ancora? Massimo gliel’aveva detto, eppure lui non lo ricordava: non voleva ricordarlo. Non voleva rivedere il volto di suo padre.

Si mosse nella stanza, a terra c’erano ancora le mutandine di Katia: erano identiche a quelle di Sissy.

A parte quel pezzo di stoffa, di lei non c’era traccia: solo un profumo, lenzuola ancora sgualcite e capelli sul cuscino.

Osservò a lungo il letto, la vedeva ancora lì: il corpo rannicchiato, le mani sotto al viso, le pupille enormi.

«Mi vuoi bene almeno un po’, Nico?»

Distolse subito lo sguardo. Andò in cucina e prese un’altra bottiglia di vino dal frigo.

La pasta era ancora nel forno.

Guardò l’orologio. Erano cinque ore che lei era uscita, e ora che si trovava da solo in quella cucina, così pulita da sembrare una camera mortuaria, si sentiva smarrito. Stava soffocando. Gli tornarono in mente i lunghi pomeriggi in cui da bambino, fino a otto anni, rimaneva in cucina a disegnare, leggere o guardare la Tv, mentre sua madre dormiva da sola in camera da letto.

«Mi raccomando amore mio, la mamma ha bisogno di riposare. Tu resta qui, va bene?»

Tornò in camera da letto e raggiunse la finestra. La bottiglia gli penzolava dalla mano, l’altra mano era poggiata al vetro.

Il vecchio sistemava barattoli in una credenza senza ante, il televisore lanciava fasci di luce azzurra contro mura incrostate.

Lo vide sparire al di là di un drappo marrone.

Da dietro la tenda della finestra dell’albergo si vedevano un uomo e una donna litigare. Lui le urlava in faccia, lei piangeva a dirotto e agitava le mani in aria. Uno schiaffo colpì in pieno viso la ragazza: cadde a terra; l’uomo in piedi davanti a lei continuava a urlare.

Nico rivide suo padre muoversi in cucina, strillava per i soldi che non bastavano mai, mentre sua madre, immobile ai fornelli, non osava alzare lo sguardo, stringeva i pugni e basta.

A volte, quando succedeva, Nico si chiudeva nella propria camera, rannicchiato nel letto e con le mani contro le orecchie.

Spinse lo sguardo a sinistra, il signor Celardo era sempre al proprio posto, costruiva un altro modellino: un furgone.

Lo vide digrignare i denti mentre cercava di assemblare un sedile nell’abitacolo, poi scagliare il pugno contro al tavolo.

Si tolse da lì. Non sapeva perché, ma ora guardare quelle immagini, quelle persone, gli faceva male, un male fisico: lo faceva sentire solo, e per la prima volta la solitudine gli pesava come quando da bambino restava in cucina, di pomeriggio, in attesa che sua madre si svegliasse.

Andò in bagno. Si fermò sull’uscio della porta. Fissò la stanza, i mobili, e diede un forte sorso al vino.

Abbassò la bottiglia e avanzò. La tavoletta era abbassata. Non ricordava di averla mai vista abbassata lì in quella casa. Gli faceva tornare in mente Sissy, il bagno a casa loro, e quando lei urlava: «Vuoi stare un po’ attento? Ma ci pensi o no che esisto anche io qui?»

La tirò su lentamente, ripensò a sua madre china contro al water, pulendolo con aria triste, e nell’angolo le chiazze di piscio lasciate da suo padre quando era ubriaco.

Notò bagnoschiuma e shampoo sul ripiano della doccia. Sul lavello c’era del detergente intimo, una spazzola piena di lunghi capelli, uno spazzolino rosa e un deodorante.

Respirò l’aria, odorava di donna: profumava di Katia.

Ebbe voglia di gettare via dal lavello tutto con una sola manata, ma restò paralizzato, si guardava allo specchio senza riconoscersi, vedeva solo un vecchio stanco.

Udì improvvisamente la porta di casa sbattere.

Sobbalzò. Osservò il deodorante di Katia, il suo spazzolino, il suo detergente.

Uscito dal bagno la vide avanzare nel corridoio: trascinava una grossa borsa.

Katia si fermò davanti la cucina e lasciò cadere a terra la borsa. Aveva gli occhi rossi come se non dormisse da giorni, era sudata e affannata.

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Tratto dal romanzo Piciul

Tutti pensavano che Damin sarebbe morto giovanissimo, e forse avevano ragione. Sfrecciava nella notte in sella a una motocicletta. Non aveva la patente, ma non gli importava. In fondo nemmeno suo fratello Floris, più grande di lui di quattro anni, aveva la patente, ma era stato proprio lui a insegnargli a guidare, e gli aveva insegnato a picchiare e a rubare. Gli avrebbe insegnato anche a uccidere, se lo avesse ritenuto un uomo.

Una volta l’aveva portato persino a sparare nella discarica di Pianura, ma a Damin la pistola era subito caduta di mano.

«Femminuccia!» aveva esclamato Floris, deridendolo insieme ai sui amici. E ora Damin, a cavallo della moto che aveva rubato per sentirsi forte come suo fratello, sapeva solo di non voler essere una femminuccia.

Aveva già fatto due mesi al Filangieri per furto, sapeva bene che se l’avessero beccato di nuovo stavolta sarebbe stata la galera vera, quella dei grandi. Ma in fondo Damin si sentiva già grande, sarebbe morto per dimostrarlo.

Sfrecciò sfidando la polizia, la gente, il mondo. Rideva. Gli brillavano gli occhi, trafitti dai lampioni e dai fari delle auto fra cui faceva lo slalom. Si lasciava alle spalle negozi, persone, palazzi. Al suo passaggio insultava le puttane che battevano sui marciapiedi, sputava contro ai barboni che giacevano sui gradini dei palazzi, mandava a fanculo gli ubriaconi che barcollavano in strada.

Per Damin tutto era pari a un’enorme, gigantesca scenografia. La sua stessa vita lo era. Era un’opera magnifica, potente, ma pur sempre una recita.

Sapeva che non sarebbe mai stato come suo fratello Floris, e ne era terrorizzato.

Suo padre Petru, criminale che, come Floris, lavorava per gli italiani, glielo ricordava ogni giorno a suon di pugni. La sola in casa sua con cui un tempo parlava era sua madre Mirela, andata via quando lui aveva otto anni.

Sua madre era sparita senza nemmeno salutarlo. Damin a malapena la ricordava, di lei aveva impressa nelle pupille solo l’immagine vista la notte prima che sparisse: il corridoio buio, lei che usciva dalla camera da letto, le braccia tese nel vuoto, il volto sporco di sangue, le labbra che si muovevano in un urlo senza voce.

Il giorno dopo suo padre gli aveva detto che lei era andata via, gli aveva proibito persino di ricordarne il nome.

Damin serrò i denti e accelerò. Arrivò al Fatima Phone Center.

Lasciò a terra il mezzo, superò Alì senza essere fermato.

Il piano superiore era avvolto dal fumo. Al centro della sala Piciul, Blanca, Vali e Dorin giocavano e strepitavano, l’algerino si faceva un’altra dose di crack.

Appena Milon vide Damin balzò. Lo seguì con lo sguardo.

Damin ora camminava lento, nelle sue pupille c’erano solo Blanca e Piciul: l’immagine di loro due vicini era un proiettile che gli aveva trafitto i tessuti, fino a conficcarsi nel cuore ed esplodere.

Quella loro vicinanza gli dava un fastidio fisico. Si sentiva escluso, rifiutato, come quando da bambini Piciul e Blanca si mostravano a vicenda i regali ricevuti la mattina di Natale.

«Horia, guarda quant’è bella la mia nuova bambola.»

«Blanca vieni, questo gioco me l’ha insegnato la mamma.»

Damin invece non aveva mai niente da mostrare: sempre e solo lividi.

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Tratto dal romanzo I giorni perduti

Ora che quella ragazza stava lì, a casa sua, il suo interesse era di colpo sfumato. Non aveva nemmeno il coraggio di guardarla negli occhi. Temeva che se l’avesse guardata non avrebbe rivisto la stessa donna incontrata poco prima nel bar, ma soltanto Sissy davanti al lavello a pulire i piatti, lamentandosi.

«Non usciamo mai.»

«Lo sai che ho da lavorare.»

«Prima non eri mica così.»

«Esci tu se vuoi, okay?»

«Ah, e non sei nemmeno geloso?»

«Ma smettila!»

Nico mosse il capo come se si fosse appena destato da un lungo sonno. Tornò a guardare lei: continuava a toccare tutto e osservare ogni cosa. Era stata zitta per un po’, come un animale che cerca di abituarsi a una nuova tana, ma adesso di nuovo faticava a chiudere la bocca.

«Ma non pulisci mai?»

Nico scosse le spalle e le passò la bottiglia. Lei la raccolse, girò per la stanza sfiorando ante sfondate, bicchieri con dentro due dita di vino, piatti sporchi nel lavello.

«Da quanto non entra una donna qui dentro?»

«Da due giorni. Forse tre.»

«Tua moglie?»

«Lei è andata via da un anno.»

«Mi dispiace» sussurrò.

Poi ecco che gli occhi di lei esplosero in un boato di luce.

Sorrise e afferrò velocemente dai fornelli un guanto da cucina a forma di maialino. Lo calzò, nonostante fosse unto, e lo puntò verso Nico muovendo la mano e ridendo.

«Questo ce l’avevo anche io a casa. Cioè, quando ero piccola.»

Lo avvicinò al viso e continuò a muovere la mano.

«Mia madre non lo usava mai. Beh, in fondo lei cucinava di rado. Era stato mio padre a comprarlo, e ogni volta che lo indossava veniva verso me e mia sorella, agitava la mano contro di noi e farfugliava: “Gronf, gronf, ora vi mangio il naso”.»

Abbassò il braccio e fissò il guanto. Sembrava che ora per lei non esistesse altro.

La voce di Nico parve appena raggiungerla.

«Quanti anni ha tua sorella?»

«Siamo gemelle. Anche se io e Ivy siamo molto diverse.»

Si sfilò il guanto e lo gettò sui fornelli.

«E tua moglie come si chiama?»

«Sissy. Cioè Silvia.»

«Sissy mi piace. Sa di buono! E le altre?»

«Quali altre?»

«Quelle che vengono qui.»

Lui sbuffò. Si avvicinò a lei e le tolse la bottiglia di mano.

«Ci sta una, Vicky. Abita su questo pianerottolo.»

«Mi dispiace.»

«E di cosa?»

«Magari ci ha visti salire, e ora pensa a chissà cosa.»

Nico sorrise, alzò la bottiglia e diede sorso.

Già: “Chissà cosa!”. E cosa avrebbe dovuto pensare Vicky se li avesse visti?

Nico sapeva perché quella ragazza era venuta lì, e lo sapeva anche lei. Era solo questione di tempo, e a dire il vero Nico non ne aveva neppure più voglia.

Guardandola, gli parve ancora di vedere Sissy. La vedeva durante gli ultimi mesi in cui stavano insieme, girava esasperata per casa mentre puliva.

«Ma in te ci sta almeno un po’ di dannato amore?»; e poi Vicky, stretta fra le sue braccia sussurrargli contro al viso: «Ma tu mi vuoi bene almeno un po’, Nico?»

Non aveva mai risposto a Sissy, né aveva risposto a Vicky, e ora che quella ragazza stava in piedi davanti a lui, nemmeno a lei sapeva cosa dire.

Un boato irruppe dall’altra stanza, le mura della cucina tremarono.

La ragazza si voltò sorpresa verso la porta della cucina.

«Cos’è stato?» disse ridendo.

Gli occhi di Nico si spalancarono. La vide correre fuori dalla stanza senza il minimo imbarazzo.

La raggiunse in camera da letto. Lei era ferma in mezzo alla stanza. Al di là della mura battevano pugni e si udivano urla in ucraino, ma lei guardava attorno a sé assorta, sorrideva, carica di luce negli occhi.

I vestiti sparsi a terra fra decine di libri, le bottiglie vuote e i fogli appallottolati, il pavimento colmo di mozziconi di sigarette e cumuli di cenere, il letto sfatto, il portatile ancora acceso sulla scrivania e le mura che cadevano a pezzi.

Avanzò lenta e si mise a sedere sul letto. Tastò le lenzuola. Sembrava accarezzasse il corpo di un sovrano morto, qualcosa di sacro.

Rivolse lo sguardo a Nico, fermo sull’uscio della porta.

«Lei dormiva su questo letto?»

«Poco dopo che ci siamo lasciati ho cambiato casa.»

«Per non pensare ai momenti vissuti insieme a lei?»

Nico non le rispose. La guardò dritto negli occhi, ma lei continuava a sorridere. Non sembrava nemmeno essere viva, ma solo una statua abbandonati lì senza che Nicola ne capisse il motivo.

Nico raggiunse la finestra: desiderava che quella ragazza sparisse, che Sissy sparisse, che persino Vicky sparisse.

Gli sembrò di udire la voce di sua madre urlare contro suo padre: «Ma se mi odi tanto, perché non te ne vai?»

«Questa è la mia cazzo di casa e tu sei mia moglie, hai capito o no?»

La ragazza precipitò sul letto, fece un profondo sospirò, allargò le braccia, chiuse gli occhi e adagiò il capo sul cuscino.

«Puzza di fumo, non odora di donna» disse fra sé e sé.

Aprì gli occhi e si rannicchiò su di un lato, osservò la schiena di Nico fermo davanti la finestra.

«Lei, Vicky, non resta mai a dormire da te?»

«No.»

«E le sta bene così?»

Nico non disse nulla. Cosa andasse bene a Vicky, cosa fosse andato bene a Sissy, lui non lo sapeva. Forse non ci aveva mai pensato. Magari sì, alcune volte, quando faceva loro dei regali, quando diceva loro parole dolci, quando faceva di tutto perché non andassero via e per assopire quel qualcosa in lui a cui non sapeva dare nome, ma che c’era, come un cancro invisibile che ti uccide giorno dopo giorno.

Vicky due notti prima gli aveva chiesto ancora una volta: «Ma tu mi vuoi bene almeno un po’, Nico?»

Cosa aveva detto Sissy prima di andare via?

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Tratto dal racconto La vecchia belva

Il professor Damiani continuava a tamburellare con la penna sulla cattedra, gli occhi fissi sul libro di Tacito, un lieve mormorio attorno a lui.

Quando il professore chiuse il libro la classe parve paralizzarsi. Il professor Damiani si lisciò la barba grigia, ingiallita dalla nicotina, la mano scarna sulla fronte rugosa, gli occhi persi in una visione lontana.

Scosse il capo, come si fosse appena destato. Scrutò a uno a uno i suoi alunni: quello con la faccia da topo, il ragazzo con i dentoni da cavallo, quella a cui a inizio lezione faceva sempre sputare la gomma, il ripetente dal volto spigoloso: erano i ragazzi del quinto anno, da vent’anni il professore insegnava al Liceo Vittorio Emanuele.

A un tratto puntò il ripetente.

«Tu…»

«Lambiase, professore.»

«Sì, Lambiase. Dimmi cosa accade all’inizio del Libro Primo delle Storie di Tacito.»

Il ragazzo inarcò un sorrisetto arrogante.

«Beh, professore, succede che i tedeschi vogliono fare la pelle a Galba.»

Tutta la classe scoppiò a ridere, il professore picchiò il pugno sulla cattedra e li ammutolì.

«Silenzio!»

Si sistemò gli occhiali sul viso.

«Bene, signor…»

«Lambiase…»

«Grazie a te la classe intera domani mi porterà un bel riassunto delle prime cinquanta pagine del Libro Primo delle Storie di Tacito.»

Fra gli studenti un brusio di dissenso, subito frenato dallo sguardo severo del professore. Tutti conoscevano quello sguardo, alunni e docenti, e tutti ne avevano timore e rispetto, l’aria boriosa del professore Damiani gli aveva fatto guadagnare fra i professori il nomignolo di Adolf, fra gli studenti l’appellativo di Pezzo di merda.

Usciti gli alunni, il professore sistemò i libri nella cartella e si allontanò a sua volta dalla classe. Nel corridoio a malapena salutò qualche collega, le professoresse lo evitavano come la peste: dicevano che era un vecchio sadico, e anche se Damiani aveva cinquantadue anni, aveva davvero l’aria di un vecchio e lo sguardo di un sadico. Gli studenti vociferavano che la moglie, Dora, l’avesse piantato perché non gli si drizzava; i professori dicevano che quella bella donna aveva fatto bene a piantarlo, Damiani era solo un fissato che non pensava altro che allo studio, un vero maniaco.

Damiani affrontava questi pettegolezzi con non curanza, come tutto il resto.

Uscito da scuola, come prima cosa accese una sigaretta, incurante della tosse. Compì i soliti rituali: qualche affettato, il pane e due bottiglie di vino rosso in salumeria, il cruciverba dall’edicolante, uno sguardo truce al mendicante fuori a Palazzo Venezia. Guardò la vetrina della libreria Ubik: «Che porcherie» borbottò, poi si diresse al Bancomat.

La mano gli si paralizzò sul tastierino. Aggrottò le sopracciglia, gli occhi fissi sui numeri sotto le sue dita.

A un tratto fu colto da un pesante senso d’angoscia, tutta la sua persona sembrava immersa in una bolla densa.

Sbuffò e compose velocemente il codice del bancomat.

«Quei ragazzi mi faranno uscire pazzo» sbottò.

Entrò nel palazzo di fronte la Basilica di San Domenico Maggiore, dove aveva vissuto tutta la sua vita. Il portiere, un vecchio tozzo reputato dal professore un cafone sfaticato, lo salutò con garbo; Damiani a malapena alzò la mano. Come ogni giorno, alle tre e mezza precise, entrò in casa, sistemò la spesa sul tavolo di noce appartenuto a sua madre e prima ancora a sua nonna, indossò la vestaglia, mise su un disco di Chopin e raggiunse la libreria nel soggiorno.

Narrativa, poesia, filosofia: i libri erano catalogati per genere e autore; si infastidiva da morire se Dora li mischiava.

Accese una sigaretta, passò a rassegna i libri uno per uno, la tosse gli mozzava il respiro, avvertiva una forte pressione all’interno della testa.

Inforcò gli occhiali, stordito: non riusciva a mettere a fuoco i titoli dei libri.

Prese Papà Goriot e, ancora tossendo, andò a sedersi sull’antica poltrona di suo padre. Riprese il libro da dove l’aveva lasciato, era la decima volta che lo leggeva.

Ah, se fossi ancora ricco e se, invece di darglieli, avessi conservato i miei averi, esse sarebbero qui a leccarmi le guance con i loro bacetti”.

A un tratto si bloccò. Lesse ancora la frase, poi tornò indietro di una pagina e lesse quanto accaduto prima.

«Sono proprio stanco» farfugliò, posando il libro sulle gambe e afferrando un bicchiere di vino.

Lo vuotò in un sorso e ne riempì subito un altro. Incrociò lo sguardo di Dora in una delle foto su di una mensola: le aveva lasciate lì nonostante sua moglie fosse andata via da sei anni, erano al posto in cui le aveva sistemate lei, Dora sembrava guardarlo con lo stesso disgusto di quando era in casa, in mano stringeva una borsetta nera, l’ultimo regalo che Damiani le aveva fatto.

Dimezzò il bicchiere e tornò alla lettura. Poi, come ogni giorno, lucidò l’argenteria di sua madre e diede un’occhiata alla collezione di francobolli appartenuta a suo padre.

Dopo cena, la bottiglia di vino quasi vuota, si mise a correggere i compiti degli alunni. La tosse continuava a martoriarlo, la cenere cadeva sui fogli.

Concluse di correggere un tema, poi, nel momento di apporre il voto, la mano gli si paralizzò, la punta della biro ferma sul foglio.

Rilesse il finale del tema, poi qualche riga nel mezzo, di nuovo l’inizio, e infine il nome dell’alunno: Lambiase.

Rimase interdetto per qualche istante, il mondo attorno a lui sembrava essersi fermato.

Poi di colpo segnò in rosso Cinque sull’ultima pagina del tema.

«Fannullone!»

Finì il vino, gli occhi fissi sui fogli davanti a lui, la musica che echeggiava nella semioscurità spezzata appena da una lampada.

Guardò una foto di Dora: lei sorrideva, Damiani non riusciva proprio a ricordare quando gliel’aveva scattata.

 

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Tratto dal racconto Il profumo di mia madre

Gli occhi di Daniele erano due palle nere perse nel vuoto. Non vedeva niente. Avanzava lento, il cielo che lo sovrastava gli sembrava identico a quello sotto cui era stato sepolto suo padre.

Anche allora non vedeva la gente attorno a lui. Fissava solo una fossa, un buco nero, e sperava che fosse abbastanza profondo perché suo padre non ne uscisse.

Continuò ad andare avanti. Si trascinava come una bestia ferita fra una folla di corpi. Occhi, bocche e braccia si susseguivano in una nebbia liquida. Passi e voci si mischiavano al frastuono della auto in corsa. Attorno a lui un succedersi di vetrine addobbate a festa per il Natale. Luci intermittenti gli brillavano negli occhi. L’odore di focaccia calda proveniente da una pizzeria, il profumo di dolci scaturito da una pasticceria, la puzza di catrame emanata dalle auto e il tanfo di immondizia proveniente dai vicoli ai bordi della strada formava un solo, indistinguibile odore che Daniele nemmeno percepiva.

Per Daniele non esisteva nulla. Nella sua testa rimbombava unicamente una parola.

I suoi occhi si serrano. Non fermò il passo. La gente lo attraversava, e quella dannata parola continuava a picchiargli nella testa.

In pochi secondi gli avevano strappato via tutto.

Sospirò e si portò la mano al petto. Il cuore batteva forte, ma non era quello che cercava: ciò che cercava non lo poteva vedere né sentire, ma sapeva che c’era.

Si paralizzò, una ventata di carne umana lo trapassò.

Accese una sigaretta. Il fumo volò in aria, e prima che svanisse la gola gli si strinse e iniziò a tossire, sempre più forte, fino a lacrimare.

Afferrò la gola fra le mani, il petto gli pulsava, le gambe tremavano, gli occhi vitrei sul marciapiedi.

Quanto tempo gli avevano detto?

Riprese fiato lentamente, rantolava come una bestia. Alzò gli occhi lucidi di lacrime: tutto era confuso, davanti a lui solo sagome perse nella nebbia.

Gli parve persino di vedere Sofia. Ricordò le parole di lei prima che lui uscisse di casa.

«Di certo è solo bronchite.»

Daniele osservò il palmo della propria mano: tremava, era pallida e coperta di vischioso muco.

Sorrise.

E lui che pensava di trovarci del sangue.

Restò immobile nel mezzo della folla, con la mano ancora tesa, come fosse un mendicante.

Ripensò a suo padre. Durante gli ultimi periodi della malattia non sembrava più neppure un essere umano. Quell’uomo grosso e dalla faccia dura che lui aveva tanto odiato per la sua rudezza era ridotto a uno scheletro.

Daniele ricordava ancora le urla quando di notte, da solo in una casa che gli appariva gigantesca, andava verso quel padre che nemmeno più lo riconosceva.

Il volto di suo padre ridotto a un teschio immerso nell’ombra; non era più l’uomo grezzo e violento di cui Daniele aveva avuto tanta paura, ma solo un patetico vecchio in pigiama, debole al punto da doversi mantenere al muro per camminare.

Non c’era nulla di plateale nella sofferenza di suo padre, quel dolore era solo qualcosa di pietoso, perfino ridicolo, come ora si sentiva lui.

Distolse subito lo sguardo, di colpo nettò la mano contro al jeans. Osservò la macchia sui calzoni. Un tempo si sarebbe arrabbiato anche per una macchia ben più piccola, ma ormai non gliene importava più. Quella macchia non contava niente: non quella.

Riprese a camminare. A ogni colpo dato alla sigaretta tossiva, la gente lo fissava ora intimorita, ora con occhi gonfi di pena.

Lui odiava quando suo padre tossiva. Gli faceva schifo! Gli dava una sensazione di sporco; tutto i suo padre gli sembrava sporco: sempre con addosso vestiti lerci di calce, le unghie verdi, i denti rotti e ingialliti, la pelle che puzzava di sudore e fumo.

Svoltò di corsa in un vicolo. Non ne poteva più di tutte quelle facce, di quegli sguardi, di quei rumori, di quelle luci.

Attorno a lui non c’era quasi anima viva. I palazzi erano vecchi e le loro mura scrostate. Nell’aria si respirava puzza di rifiuti mista al profumo di detersivo proveniente dai panni penzolanti dalle ringhiere. I soli rumori erano quelli di motorini che appariva e svanivano in un lampo, e di qualche marocchino fuori ad alimentari pakistani.

Lui voleva solo tornare a casa e non vedere più niente.

Avrebbe voluto stendersi al suolo e piangere a dirotto come quando era bambino, e sua madre lo stringeva fra le braccia, prima che lo lasciasse da solo, quando lui aveva solo otto anni: da solo con suo padre.

Poggiò la mano contro la vetrina di un negozio di giocattoli, barcollava e ansimava, al di là di essa gli occhi tondi di peluche e bambole lo fissavano.

Gli occhi di Daniele si spalancarono.

Quando Daniele aveva otto anni suo padre l’aveva portato in quel negozio. Era il primo Natale che passava senza sua madre.
Suo padre non gli aveva chiesto quale regalo volesse che Babbo Natale gli portasse, gli aveva detto solo: «Non farmi spendere troppo.»

In quel momento Daniele aveva capito che Babbo Natale non esisteva, e che lui doveva crescere.

Avrebbe voluto piangere, ma sapeva che se lo avesse fatto suo padre gli avrebbe urlato contro: «La vuoi finire di piangere come un frocio?»

Lui all’epoca non sapeva cosa fosse un frocio, ma sapeva che era qualcosa di schifoso per suo padre, dunque non voleva esserlo; mentre invece sapeva bene cosa stava accadendo: sua madre era morta, Babbo Natale non esisteva, e lui era solo insieme a quell’uomo che sentiva sempre più di odiare.

Avrebbe voluto scegliere un peluche, e invece aveva scelto un robot.

Adesso Daniele rivedeva nella vetrata il volto di quel bambino.

Lasciò cadere la mano contro la vetrina, sospirò, una macchia appannò il vetro, dietro di esso gli occhi di un enorme peluche lo fissavano tristi: erano gli stessi occhi con cui Daniela aveva osservato suo padre in quello stesso negozio.

Era passato appena un anno da quando, dopo sei mesi di matrimonio, aveva comprato a Sofia un peluche identico a quello. Lei si era fiondata al collo di Daniele e l’aveva riempito di baci.

Ricordava che lui non aveva detto niente, aveva sorriso e basta, come faceva sempre con Sofia.

Ora con quale sorriso le avrebbe nascosto la verità?

Sentì le gambe venirgli meno. Chiuse gli occhi per trattenere le lacrime, serrò le labbra e la sigaretta gli cadde di mano, affondando in una pozza lucida di detersivo.

La brace si spense in un attimo, un ultimo alito di fumo esalò in aria.

Avrebbe tanto voluto vedere la propria vita svanire veloce come il fumo di quella sigaretta. Tanto, ormai che importava?

 

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Tratto dal racconto Katja

Katja aveva sedici anni e sapeva solo di non voler morire, non ancora una volta. Avanzava veloce fra la folla: volti si susseguivano, sorrisi, voci, palazzi, vetrine addobbate a festa.

Il suo sguardo era una continua supplica d’aiuto, ma nessuno lo vedeva, proprio come nessuno aveva mai accolto le sue preghiere: forse tranne la volta in cui a dodici anni aveva pregato l’icona della Madonna di Tropea chiedendole di far morire suo padre.

Avrebbe voluto ucciderlo lei, anziché vederlo morire di cancro.

Udiva ancora i colpi delle vangate sulla bara: avrebbe voluto dissotterrare suo padre per ucciderlo nuovamente.

Ma ormai non poteva fare altro che fuggire, ancora una volta.

Camminava veloce per le strade di Napoli, vetrine e finestre illuminate da festoni natalizi, volti sorridenti nelle sue pupille.

Ogni volta che qualcuno la sfiorava, il suo cuore le saliva in gola, le sembrava che ovunque centinaia di mani volessero afferrarla.

Oltrepassò una donna che stringeva la mano alla propria bambina. Una folata di profumo la travolse, la voce della bimba risuonò nei suoi timpani:

«Mamma, mi compri un giocattolo?»

Katja chiuse gli occhi, strinse i pugni nelle tasche del giubbetto. Affrettò il passo. Le sue scarpe rotte battevano veloci sul cemento, attorno a lei profumo di torrone e di dolci proveniente da una pasticceria, festoni lucenti adornavano il reticolato di tubi metallici al di sopra della stazione della metropolitana.

Svoltò in un vicolo. Ai suoi lati si susseguivano portoni arrugginiti e ringhiere di ferro, ovunque marcivano cumuli di rifiuti, appestando l’aria. Solo poche luci provenienti da finestre e balconi rischiaravano la via, nulla si udiva oltre a urla, rumori di posate e di piatti, gli schiamazzi di qualche televisore.

Corse di vicolo in vicolo. Guardava di continuo dietro di sé, a ogni rumore balzava.

Un gatto guizzò da un cassonetto straboccante di rifiuti, una bottiglia rotolò nell’oscurità, dal portone di un palazzo si udì un uomo tossire.

Katja continuò a camminare spedita in un labirinto di palazzi. Non sapeva dove andare. La Caritas aveva chiuso. All’hotel dove era stata la notte prima non le avrebbero fatto più credito, a meno che non avesse accettato la proposta del vecchio albergatore.

Sentiva ancora la mano rugosa del vecchio sul viso: «Ma se vuoi n’accordo ‘o truvamm’.»

Katja avrebbe voluto conficcare nella pancia di quel porco un paio di forbici, proprio come aveva desiderato fare con suo padre, invece era scappata via.

Entrò in un palazzo decrepito, le mura erano coperte di scritte, una lampadina penzolava su cassette della posta arrugginite, volantini ingialliti lasciati sul pavimento, bottiglie vuote e preservativi usati.

Si nascose nel sottoscala. Rannicchiata, silenziosa, osservò l’androne, la faccia schiacciato contro al muro, nelle narici puzzo di piedi, cavoli bolliti e pesce fritto.

Era abituata a quel fetore. Era lo stesso che aveva respirato per anni nella casa dov’era cresciuta, ed era lo stesso che aveva sentito quando rimasta orfana era andata a vivere da suo zio Bogdan, il fratello di suo padre.

A suo zio gliele aveva conficcate davvero delle forbici nella pancia, ma erano troppo piccole per ucciderlo, proprio come lo era lei quando Bogdan le aveva messo le mani addosso.

All’epoca Katja aveva solo tredici anni. Fuggita dalla casa dello zio aveva girato di posto in posto, e ognuno di essi puzzava come quel palazzo.

Se la sentiva costantemente addosso quella puzza.

Si guardò attorno, furtiva, ma senza nemmeno capire cosa stesse cercando. Poi improvvisamente udì il portone strisciare sul pavimento, lo vide aprirsi lentamente. I suoi occhi balzarono, come un animale impaurito si tirò indietro, nascosta nell’ombra.

Si udirono dei passi. Katja non osava scorgere la testa, neppure quando udì i passi fermarsi di colpo.

Un rumore le fece salire il cuore in gola. Era un lungo respiro, simile al rantolo di una bestia, poi subito colpi di tosse talmente forti da rimbombare nell’androne.

Scorse lentamente la testa, come uno scarafaggio che allunga le antenne prima di uscire allo scoperto. Vide un uomo in abiti scadenti mantenersi con una mano al muro: tossiva forte, si piegava in due e sputava contro al muro.

La tosse rallentò. L’uomo si tirò in piedi, barcollava, ansava, si asciugava la fronte sudata.

Sputò del muco sul pavimento e alzò lo sguardo.

Appena gli occhi di entrambi si incrociarono, le pupille di Katja si frantumarono in mille pezzi.

Si tirò indietro, contro al muro. Tremava. Iniziò a frugare nelle tasche in cerca di qualcosa per difendersi, ma tastò solo sigarette, un accendino, monete e un sacchetto di stoffa.

Serrò gli occhi. I passi erano ormai vicinissimi, li sentiva in gola.

La voce dell’uomo la fece trasalire.

«E tu chi sei?»

Katja non riusciva nemmeno ad aprire gli occhi. Ricordava i passi di suo padre verso la propria camera, le mani di suo zio lungo la schiena, la carezza sul viso del vecchio albergatore.

«Ma fa un po’ come ti pare!» incalzò l’uomo.

A quelle parole Katja spalancò gli occhi e smise di tremare.

L’uomo avanzava lento verso le scale, tossiva ancora, sembrava stanco persino di respirare.

Katja guizzò fuori dal proprio nascondiglio e, ancora in ginocchio, si trascinò verso l’uomo.

Lui si fermò, ansimò e si voltò, senza dire nulla.

I loro occhi restarono intrecciati. L’uomo accese una sigaretta, si girò e riprese a camminare.

Katja balzò in piedi.

«Aspetta…» ansò.

L’uomo si bloccò. Lento, pesante, si girò verso Katja.

Gli occhi dell’uomo vacillavano, erano stremati, e più fissavano Katja più sembravano consumarsi.

Katja fece una passo verso lui.

«Puoi aiutarmi?»

Lui sbuffò appena.

«Non hai un posto dove andare, vero?»

Katja chinò gli occhi, in attesa.

«Dai, vieni.»

Katja alzò lo sguardo, le sue labbra si arcuarono in un debole sorriso, appena un accenno.

Salirono insieme le scale. La puzza che aveva sentito nel pianerottolo si mischiava al fetore di cibo indiano e di cipolla rosolata proveniente da alcuni appartamenti, e da essi giungevano urla, televisori a tutto volume, il pianto di un bambino.

Un pesante tonfo da dietro una porta fece balzare Katja.

«Non ci far caso» biascicò l’uomo, aprendo la porta di casa sua «è solo Alì che litiga con sua moglie.»

Fece un passo, senza nemmeno voltarsi.

«O almeno così lo chiamano qui dentro. Ma in fondo qui si chiamano tutti Alì fra loro.»

Si girò e vide Katja immobile sull’uscio della porta.

«Che fai, hai deciso di rimanere lì?»

La lasciò e svanì in un minuscolo ingresso colmo di scatoloni, vecchi vestiti e cianfrusaglie sparse ovunque.

Katja tentennò prima di entrare.

Quel posto, quel disordine e quell’insieme di roba senza senso le ricordavano la casa di Cosma: il primo ragazzo con cui era stata, o almeno senza che qualcuno le tenesse fermi i polsi.

L’aveva incontrato un anno prima, e l’aveva lasciato da appena dieci giorni. Cosma aveva tre anni in più a lei, era stato lui a convincerla a lasciare le suore dove era stata mandata dai servizi sociali.

Katja odiava quelle suore. Ogni volta che diceva una parolaccia le facevano recitare decine di preghiere o le impedivano di andare all’aria aperta.

Il giorno in cui era scappata aveva dato fuoco all’ufficio di suora Ignazia e rubato i soldi dall’offertorio.

Cosma era un ladro, casa sua era una specie di magazzino.

Di tanto in tanto Katja si divertiva a indossare i gioielli appartenuti a chissà quale ricca donna, andava verso Cosma, sorrideva ed esclamava: «Uite, eu sunt o printesa.»

Una volta aveva creato persino una collana con dei minuscoli diamanti presi da un sacchetto di velluto.

Le sembrava di essere al sicuro, ma quella sicurezza era scomparsa quando Cosma si era immischiato in un nuovo giro.

Ogni volta che i suoi nuovi compari andavano a casa, osservavano Katja e sorridevano, poi parlottavano fra loro in albanese.

Lei a Cosma non aveva avuto bisogno di conficcargli un paio di forbici nella pancia, ci aveva pensato qualcun altro.

La polizia l’aveva trovato in un vicolo, sbudellato. Katja, terrorizzata, era scappata via: a malapena era riuscita a portare via qualcosa.

Passò fra bambole rotte, vecchi dischi, giornali ingialliti e vestiti di ogni tipo. Sfiorò un orsacchiotto dal pelo arruffato e senza un occhio. Quasi sorrise.

Da piccola aveva un solo orsacchiotto, si chiamava Cățeluș. Dopo la morte di sua madre Anica suo padre gliel’aveva gettato via, urlando che era ora di crescere. Poi qualche anno dopo, quando Katja aveva undici anni, era stato suo padre ad aiutarla a crescere, gettandola via come il suo piccolo Cățeluș.

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E in solo un mese ecco il mio secondo racconto su Il Roma.

Amoressia (così è il titolo originale) nasce come compito svolto durante il primo anno della scuola di scrttura creativa Lalineascrtta: il solo compito che strappò alla mia maestra Antonella Cilento un: “Questo va benissimo!”, e ora incorporato nel mio romanzo “Nuda”.