“Camera 26”, racconto che ha strappato alcuni “Bello!” alla editor Giulia Ichino.

Quante volte aveva salito quelle scale?
Secondo piano, interno 26: conosceva a memoria quella stanza, al punto da averne la nausea.
Persino le urla provenienti da dietro le porte, il brusio dei televisori e delle radio che sembravano giungere dalle mura attorno a lui, e la puzza di sudore e cibo indiano di cui era impregnato l’ambiente sembravano sempre gli stessi.
Fra quelle mura tutto si ripeteva all’infinito, statico e pesante, quanto le ore infinite in cui da bambino attendeva sua madre.
Arrivato davanti la solita porta pensò solamente alle parole dette poco prima dal vecchio: «La sua fidanzata!»
Rimase immobile per qualche secondo, quasi mimando quelle parole, e quando trovò il coraggio di bussare alla porta, i passi di lei gli parvero venire da lontano, immersi in una grotta talmente profonda da non venderne la fine.
Lei aprì la porta e una folata lo attraversò, paralizzandolo. Gli occhi di lei erano cadaverici, e la sua pelle cerea, appena coperta da una vestaglia di seta nera, era illuminata soltanto dalle luci della città provenienti dalle cortine calate di una finestra alle sue spalle.
Lo sguardo stanco di Ida sfiorò appena gli occhi avviliti di Tony.
Lo guardò appena un attimo, e poi si voltò di colpo, senza neanche rivolgergli la parola.
Tony rimase immobile, fissando i lunghi capelli di Ida volargli davanti al viso.
Gli sembrò di vedere un drappo funebre volteggiare nel vento, mentre la pelle candida di Ida sfumava nel buio, e così il suo profumo.
Tony, seguendola con occhi da sonnambulo, riuscì appena a fare un passo fra mura azzurre illuminate solamente da lame di luce provenienti dalla finestra. Dalla strada le luci dei lampioni accarezzavano le pareti e il letto dove tante volte loro si erano amati, aumentando il silenzio che sembrava essere piombato su entrambi e su tutta la stanza.
La stanza era di colpo invecchiata, proprio come loro, e ora Tony non sentiva più il profumo della pelle di Ida, ma soltanto puzza di muffa.
Gettò a terra il capotto e mosse la mano per accendere la luce, ma la voce di Ida lo paralizzò, dolorosa nella densa penombra che li avvolgeva.
«Aspetta!» sussurrò, fissando il buio al di là della finestra come se non avesse occhi per farlo, né orecchie per udire il fragore della pioggia che batteva contro i vetri.
Sotto di lei, al di là degli alti palazzi su cui da alcune finestre si intravedevano sagome avvolte da luci gialle, per strada i passanti continuavano a camminare veloci, coperti da un tetto di ombrelli su cui batteva implacabile la pioggia, mentre i fari delle auto si mischiavano alle luci provenienti dai pochi alimentari pakistani e internet point ancora aperti, fino a perdersi in un turbinio di passi, fumo e acqua sporca.
Ida sospirò nuovamente. Un alone annebbiò il vetro della finestra e il mondo al di là di esso, fino a dissolversi nel nulla, forse proprio come lei, mentre teneva la mano contro al vetro, come se potesse sentire il gelo della pioggia, o del proprio cuore.
«A volte non so neanche se io sono viva o meno» disse.
Tony le si avvicinò e le strinse le spalle, così delicato quasi lei fosse di porcellana, ma Ida non diede alcun cenno di vita: di lei non restava neanche un centimetro di pelle da accarezzare.
La mano di Ida, muovendosi lentamente, sfiorò quella di Tony. Lui le diede un tenero bacio sulla spalla, ma lei si scostò subito.
Si mise a sedere sul letto, tenendo la testa bassa, fissando chissà quale baratro sotto di lei.
Tony restò fermo davanti la finestra. Fasci intermittenti di luce smorta gli passavano sul volto, mentre fissava lei in attesa di una qualsiasi parola.
Ida alzò lo sguardo, guardandolo così intensamente come se gli stesse rubando l’anima dalla pancia.
«Tu non ti senti mai così?» gli chiese con un filo di voce.
«Ma così come?»
Lei abbassò di nuovo gli occhi, sprofondando nell’ombra.
«Come se la tua vita non fosse reale.»
Tony si avvicinò a lei. Le iridi di Ida non erano lucenti come durante i giorni dei loro primi baci, ma erano tristi, impregnate di una stanchezza talmente profonda da non sembrare spenti, quanto morti.
Lei gli strinse le mani come se avesse pietà di lui e accennò un sorriso.
«Tony! Oh, Tony» sussurrò, chinando il capo verso di lui e poggiandolo sulla sua spalla «ma noi cosa siamo?»
Tony restò zitto a guardarla. Il suo volto esangue era la sola risposta a quella domanda.
Lui l’accarezzò. Fuori da quella stanza il mondo scorreva normalmente, mentre loro stavamo lì immobili, come due uomini pronti a lasciarsi morire in una grotta di ghiaccio.
«Vorrei tanto che tutto questo fosse diverso» riprese lei, mentre Tony continuava ad accarezzarla respirando il profumo di vaniglia dei suoi capelli che gli scivolavano fra le dita.
«Potrebbe esserlo.»
Lei lo guardò, non vedendo altro che buio.
Gli occhi di Ida erano terrificanti come una pistola pronta a fare fuoco.
«Tu riesci a vivere così?» riprese.
«Ma così come?»
«Non ti senti mai sporco? Non pensi mai che tutto questo sia sbagliato?»
«Io so solamente che vorrei stare con te per sempre.»
Un amaro sorriso rigò il volto Ida, mentre un clacson echeggiò da fuori la finestra.
«Forse sarebbe meglio se non ci vedessimo più» disse.
Improvvisamente il volto di Tony venne travolto da un’ombra talmente scura da deformarlo, tramutandolo in una dolorosa smorfia.
Le sue mascelle si serrarono. Le mani iniziarono a tremargli. Gelidi rivoli di sudore gli colavano sulla fronte, e mentre con occhi vitrei fissava Ida, ora lontana in una impalpabile nebbia, attorno a sé non udiva altro che il proprio cuore battere forte al punto da far pulsare le mura attorno a lui.
«Smettere? Smettere di vederci?» ansimò, incapace di articolare le parole.

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