Tratto dal romanzo “Nuda”.

Arrivata al centro della pista, dove stava prima, non le sembrò di vedere nemmeno Stefania. Non vedeva niente. Tutto era un gioco di caravaggesche ombre che si susseguivano in una danza liquida e informe.
Volti, occhi, toraci, mani, braccia: non riusciva più a vedere corpi, ma soltanto pezzi umani che si dimenavano nel buio, e urla bestiali che le stritolavano le carni, come se fosse in un enorme mattatoio dove le bestie venivano macellate ancora vive.
Di lei quale parte del corpo era rimasta?
Un sorriso tremulo le deformò il viso, simile alla smorfia di un pagliaccio, e i suoi muscoli iniziarono a muoversi dapprima lenti, poi velocemente, come se ne avesse perso il controllo e ormai fosse diventata una marionetta mossa da invisibili fili.
Guardò attorno a sé con aria persa, quasi i suoi occhi fossero diventati di gesso.
Soltanto luci attorno a lei, corpi, mani, voci, urla, e la terra che sembrava tremare mentre lei da sola, abbandonata, ballava nel mezzo di carne sanguinolenta come fosse un quarto di bue che penzola da un gancio.
Stefania era sparita. L’aveva abbandonata. Eva era da sola, fragile, distrutta, gettata per strada come una bambola troppo vecchia per essere amata, o una puttana accoltellata perché troppo vecchia per essere ancora sfruttata.
Eva ebbe voglia di fermarsi e piangere, ma non una sola lacrima colò dal suo viso.
Sentì una mano afferrarle il braccio. Si voltò, ma non era Stefania. Era un uomo! Forse quello incontrato al bancone. Forse quello che l’aveva fermata all’inizio della serata. Forse Alessandro. Forse Mario. Forse Max.
Non importava!
Eva non ricordava i loro volti. Non ricordavo neanche il proprio volto. Sentiva soltanto una morsa nello stomaco e un fremito nel cuore, e le vene pulsare in cerca di eroina.
Sentì l’ago penetrarle le carni e una coltre di fumo annebbiare ogni suo pensiero.
Le luci intermittenti sembrarono lasciar spazio soltanto a un manto di ombre che pulsavano contro di lei mentre, come fosse una pupattola di pezza, veniva trascinata via fra corpi che le si scagliavano addosso, mani che si dimenavano contro al suo viso, e sorrisi deformati che puzzavano di alcool.
Sentì il proprio corpo sballottolato ovunque, come se non le appartenesse nemmeno, e poi un fiato di nicotina arrivarle verso le labbra sussurrandole: «Sei davvero molto bella.»
Lei accennò appena un sorriso. Gli occhi stavano per chiudersi, e il corpo era sempre più debole.
Il solo rumore che sentì fu quello di una porta che si spalancò. Poi alcune voci maschili. Delle risate. Qualcuno che ridacchiò: «Fottitela questa troia!»
Eva sentì ancora una porta spalancarsi, e poi dondolare nel vuoto fino a chiudersi.
Lei sorrise quasi quando quell’uomo di cui nemmeno vedeva gli zigomi la scagliò contro al muro di piccolo e squallido cesso, sussurrandole contro le labbra: «Ora ci divertiamo!»
Fu un lieve sorriso, come una smorfia di dolore: quel dolore che Eva voleva sentire sin dentro le proprie carni, come quando si mangiava a sangue le unghie. Quel dolore che voleva sentir fin dentro l’utero, come una mano violenta che le strappasse tutto dal corpo, per non lasciare nulla ad altri, né a lei.
Una qualsiasi emozione! Fosse anche la più atroce. Qualsiasi atto brutale per celare il pensiero di una vita masticata e poi vomitata.
Voleva farsi schifo, e lo sapeva.
Ora non era più la malattia a parlare, ma era il dolore di Eva incapace di non subire quella dannata malattia.
La senti urlare contro al proprio viso quando lui iniziò a muovere le mani sotto ai suoi vestiti.
Sentiva soltanto carne disgustosa toccarla, tastarla, stringerla, e labbra puzzolenti di alcool e fumo muoversi contro le sue.
Eva teneva chiusi gli occhi. Non voleva vedere, perché in fondo tutto sarebbe stato identico a quanto già visto troppe volte.
Persino la puzza di urina di cui erano impregnate le mattonelle sembrava la stessa di sempre, e così lo sfregarsi di quell’uomo contro di lei, e quelle sudice mani che le tenevano la testa abbassandogliela lentamente, senza che lei fosse ormai capace di opporre alcuna resistenza.
Udì soltanto il rumore della zippo calarsi, e poi puzza di pesce marcio contro al naso.
Non aprì nemmeno gli occhi. Sentiva freddo e una sensazione di bagnato sotto le ginocchia.
Era piscio sotto di lei, e lo sapeva, come sapeva cosa le stava davanti.
Non lo guardò nemmeno. Gli basto sentire le parole di sempre: «Avanti, succhia, troia.»
Aprì meccanicamente la bocca, come fosse dal dentista. Sentì carne dura, ruvida, bagnata e disgustosa contro le sue labbra da brava ragazza. Poi la lingua sfiorare della pelle che sapeva di pesce andato a male, e spinte violente nella sua bocca mentre una risata echeggiava attorno a lei, rendendo quasi visibili le mattonelle che lei nemmeno riusciva a vedere lì in ginocchio a occhi chiusi.
Sentì ancora una spinta nella sua gola.
“È come togliersi un dente” pensò un’altra volta.
Ma ormai ne aveva più di denti da togliere?
Quando lui la tirò su si sentì come una bambola inerme, senza vita; senza nemmeno più un’anima da violentare.
Sentiva le mani di lui muoversi sul corpo di un altro. Non sapeva di chi, ma non di lei: lei non ci stava nemmeno più.
Quando lui le schiacciò la testa contro al muro sentì soltanto puzza di piscio, e aprendo lentamente gli occhi lesse appena la scritta: “Passivo femminile per maschi dotati e villosi. Chiamare al 3484411760”.
Chiuse di colpo gli occhi. Quasi sorrise pensando a quanto appena letto, e mentre sentì la propria gonna alzarsi, e le mutandine abbassarsi velocemente, riuscì appena a versare una lacrime prima che qualcosa di duro iniziasse a premere contro di lei.
Lui le afferrò i capelli e le leccò la faccia sussurrandole contro al viso: «Dai, che ti piace, troia!»
Diede una spinta decisa. Eva strinse i pugni contro le mattonelle e serrò gli occhi, come se le avessero appena conficcato un coltello nella pancia.
Senti un colpo dritto nello stomaco. Una risata contro al viso. Il puzzo di urina nella sue narici, e le proprie lacrime colare in un cesso colmo di piscio.
Eva senti ancora una mano premere contro la sua testa, scagliandola contro le mattonelle, mentre spinte brutali come coltellate si muoveva nel suo utero quasi volessero spaccarlo.
Tenne duro. Qualcuno stava scavando nel suo cuore, ma era già successo.
“Due dita in gola e poi tutto sparirà” pensò, mentre lui si muoveva in lei con forza e prepotenza, lasciandole percepire la sua schifosa presenza in lei, e le sue labbra mosse in una sorridente smorfia le sussurravano dritto in gola «Ti piace, vero, troia?»
Fu un sorriso a rispondere per Eva, mentre sentiva il proprio corpo sbattuto contro al muro e pensando soltanto: “Due dita in gola e poi tutto svanirà”.
Eva guardò appena le proprie mani poggiate contro al muro, mentre lui si muoveva velocemente dentro di lei stringendole le carni e ansimando, chiamandola: «Troia, puttana, cagna.»
Sentiva la propria testa, e il corpo intero, sbattere con violenza contro le mattonelle. Respirava puzza di piscio e ormai non sentiva nemmeno più le spinte dentro di lei, come se fosse del tutto svuotata.
Vedeva soltanto le sue dita divorate, versando lacrime ma senza emettere un solo gemito, come se ormai non fosse nemmeno più viva.
Poi ci fu un’ultima spinta. Un morso sulla sua spalla. E infine del disgustoso e caldo liquido che le colò sulle natiche, fino a macchiarle le mutandine.
Mentre lei stava con la faccia schiacciata contro le mattonelle, ansimando e respirando ancora la puzza di urina, sentendo il fiato di lui sul collo, pensò che quelle mutandine erano un regalo di Mario: le sue preferite!
Le lasciò immobili fra le sue gambe tremule, ancora a carponi, con le mani contro le mattonelle, mentre dietro di lei sentì soltanto il rumore di una zippo alzarsi, poi un sorriso, e infine una voce esclamare: «Ti è piaciuto, vero, troia?»
Poi sentì solamente la porta sbattere dietro di lei, restando immobile per qualche secondo, a occhi chiusi, prima di scivolare al suolo come fosse una macchia di sangue riversata contro al muro.
Rannicchiata in un angolo, contro al cesso come uno scarafaggio, nuda su di un pavimento fetido di urina, Eva fissava il vuoto portando le mani fra le cosce, come se volesse lenire il dolore di una ferita che mai nessuno avrebbe guarito.
Si strinse il sesso come se volesse stracciarlo via: quel vortice con cui da sempre cercava di ingoiare se stessa. Quella spugna che si lasciava impregnare di veleno, per poi riversarlo sulla sua nuda pelle.
Ed era nuda in quel momento. Priva di tutto.
Non provava niente, se non dolore. Le lamette con cui si era tagliata le carni non le avevano dato alcun piacere. Nulla era stato dimenticato: Max, Alice, suo padre, non erano stati dimenticati.
Lei stava lì, immobile, sventrata, maciullata: non era altro che carne da macello da gettare via.
Tremava, mantenendosi il sesso aperto e sentendo ancora quella calda e liquida colpa grondare su di esso.
Avrebbe soltanto voluto vomitare, ma non riusciva nemmeno a farlo.
Anche lo stomaco le avevano strappato dalla pancia!
O era stata lei a farlo?
Tolse la mano dal suo sesso e la fissò, sporca dello sperma colato dalle sue natiche, e ora per terra, sotto di lei, come una pozza di sangue.
Lo fissò ancora. Era reale, quanto ciò appena successo. Quanto lo schifo che provava nei suoi confronti, quasi si stesse vedendo con gli occhi di suo padre.
Ecco, era finita l’abbuffata, e ora non restava che il momento in cui farsi schifo. Autocondannandosi. Odiandosi. Vomitando via la propria vita, come se ci si volesse purificare dall’imperfezione: dalla consapevolezza di non essere niente, se non il cibo vomitato.
Eva si alzò di scatto, afferrando nervosamente la propria borsetta e scagliandola contro la porta di quella tomba.
Fece un forte tonfo, poi cadde a terra facendo fuoriuscire alcuni oggetti.
Era la sua vita che aveva scagliato contro a quella prigione?
Guardò la borsetta e poi fissò uno specchietto ridotto in mille pezzi, i suoi trucchi, il suo portafogli, e il telefono spaccato in due.
Non vide altro che quel telefono, e di colpo strisciò verso di esso, ancora in lacrime, raccogliendolo e fissandolo.
Guardò quel cumulo di plastica e vetro fra le sue mani, agitata, sentendosi sola più di prima e nervosamente cercando di rimettere assieme quei frammenti in cui era celata la sua vita.
Veloci e violente le lacrime incominciarono a colarle sul viso arrosato, mentre fissando quell’oggetto capì che non avrebbe mai saputo cosa le aveva scritto Max.
Quel pensiero la uccise. Non sapeva perché, ma sentiva che quelle parole erano importanti, e che lei le aveva svendute per una dose d’eroina tagliata male, ancora una volta.
Stringendo il telefono si sentì svanire nelle mattonelle sotto di lei, fra la puzza di urina, fra le sue lacrime che continuavano a colare, e quel suo sguardo doloroso che sembrava capace di dare una vita anche a quello squallido cesso.
Max, Max, Max.
“Perdonami!”.
Afferrò soltanto le chiavi dell’auto e quelle di casa lasciando lì tutto il resto, uscendo di corsa dal bagno e fiondandosi fra la folla che si dimenava come se nulla fosse successo.
Si trovò avvolta in un buio liquido scosso dalle lame colorate dei faretti che illuminavano ora un viso, ora degli occhi, ora una bocca, ora un naso.
Lei non metteva a fuoco niente. I suo occhi erano cechi. Vedeva soltanto buio, e tastando corpi informi udiva soltanto il proprio fiatone e il cuore battergli nella testa.
Non cerco nemmeno Stefania. Uscì di colpo dal locale, correndo in una notte che sembrava fatta di cemento.
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Tratto dal racconto “Il profumo dei pastelli”.

Davanti ai suoi grossi occhi color miele, Bianca non vedeva altro che volti susseguirsi in un’orgia di facce, bocche, occhi.
Sembravano tante sagome. Le passavano velocemente davanti senza nemmeno vederla, mentre lei, incapace di sorridere, tendeva loro la sua piccola mano, fissandoli con pupille impregnate di un dolore inumano.
Sembrava avesse perso tutto, persino la vita, e ormai ridotta a un corpo svuotato da ogni goccia di sangue stava lì ferma, al freddo di dicembre, coperta da alcuni stracci dai colori disparati: l’immagine vivente di un bestiale senso di colpa che travolge nel cuore della notte un assassino.
Stava urlando, Bianca, ma nessuno la vedeva. La gente che le passava davanti, benvestita, in coppia o in gruppo, entrando e uscendo dai negozi del Corso Umberto non vedeva altro che una ragazzina dagli occhi tristi, mentre lei tendeva loro la mano, simile a un cane che elemosina un pezzo di cibo guardando un uomo che mangia voracemente.
Non capivano che Bianca li odiava tutti. Li aveva odiati da sempre, dal primo giorno in cui si era trovata per strada: ormai non più una ragazzina quattordicenne come quelle che vedeva passeggiare sorridenti per strada, ma soltanto una bestia sporca di cui avere pena, oppure di cui provare disgusto.
Il vento si muoveva fra i suoi capelli color terra, facendoli dimenare come un drappo attaccato a un’asta.
Lei tirava continuamente su con il naso tanto faceva freddo, respirando la puzza dei tubi di scappamento delle auto e sentendo in bocca disgustosi muchi.
Sentiva il proprio corpo tremare, avvolto da un brusio di voci, tenendo la mano sinistra stretta nella tasca di un enorme maglione di lana che puzzava di chiuso, mentre l’altra era ormai ridotta a una statua di ghiaccio, tesa contro un’umanità che nemmeno la vedeva.
Ogni volta che un viso le passava davanti lei bisbigliava qualcosa. Non parlava nemmeno più. Muoveva soltanto le labbra in una dolorosa supplica di pietà.
A volte qualcuno si fermava. Il più delle volte invece la ignoravano, attraversandola come fosse soltanto uno spettro privo di forma. Altre volte ancora le facevano persino una carezza prima di darle una moneta, proprio come fosse un cane. Ma alla fine tutti andavano via, e lei restava per strada, ancora da sola.
Tese ancora la mano destra e strinse la sinistra nella tasca, tremando dal freddo. Una donna ben vestita le passò davanti, avvolta da una pelliccia e travolgendola con una folata di profumo di marca.
Lei non aveva mai portato alcun profumo. Spesso si chiedeva persino come fosse la sensazione di un profumo al contatto con la pelle.
Spesso aveva sognato di essere come una delle tante ragazze della sua età, ma si era sempre ritrovata per strada, incapace di sorridere, vedendo le persone vivere mentre lei, come se non fosse nemmeno un essere umano, doveva supplicare qualcuno per sopravvivere.
Una monetina gli cadde nella mano. Lei non alzò nemmeno lo sguardo. Bisbigliò qualcosa similmente a una novena, senza neanche rivolgere lo sguardo a chi le aveva appena dato la moneta.
Sentì soltanto dei passi mischiarsi al frastuono delle auto dietro di lei e al brusio di voci davanti al suo viso calato, ma quei passi sarebbero potuti essere di chiunque: a lei non importava.
Cinquanta centesimi, era quello il prezzo della sua vita, immobile nella sua mano gelata.
La mise subito in tasca, tendendo velocemente la mano nel vuoto, e vedendo un uomo benvestito fermo davanti a un negozio di cellulari.
Era stato lui a darle poco prima quella moneta?
Che importava!
Quell’uomo continuava a fissare telefoni di ultima generazione da una vetrina addobbata a festa. Delle luci natalizie brillavano dalla vetrina di un negozio di vestiti davanti cui stava ferma una coppia. Una donna benvestita si fermò a fissare una cuccia per cani dalla vetrina di un negozio di animali, e nel vederla dei cagnolini cominciarono a sbattere le zampe contro al vetro della propria gabbia, mentre e un ciccione con la ventiquattrore in mano passò davanti a Bianca urlando al proprio telefono cellulare, e una vecchia uscì da una piccola pasticceria tenendo in mano un cartoccio pieno di dolci, senza nemmeno vedere il volto smunto di Bianca che, come un animale affamato e lasciato per strada, la fissava respirando un odore di crema che di colpo aveva sovrastato smog, profumi da donna o il dopobarba di qualche passante.
La vide andare via assieme ad altri volti, nel mezzo di un turbinio di arti che si susseguivano davanti a lei come fossero granelli di sabbia trasportati da una tormenta.
Vide un paio di gambe, dei piedi, e poi una moneta cadere a terra.
Le sue labbra si mossero ancora, e veloce raccolse la moneta, mettendola in tasca.
Cambiò la mano, mettendo in tasca la mano destra, ormai del tutto congelata dal freddo, e tirando fuori la sinistra.
Una donna sui quaranta le si fermò davanti, e lei per un attimo vide soltanto degli stivaletti con pelliccia e un normalissimo jeans su gambe grasse.
Alzò la testa, muovendo le labbra senza dire niente, e fissando con aria pietosa il volto pasciuto e sorridente di una donna dai capelli crespi e un filo di trucco sul viso.
Lei si chinò verso Bianca. Le poggiò una moneta da un euro in mano e poi, carezzandola come fosse un cane, le disse: «Mi raccomando, questi nascondili e non darli a casa, e comprati qualcosa da mangiare.»
Bianca, proprio come tante volte, avrebbe voluto soltanto saltar addosso a quella donna e morderle la gola, fino a stracciarle via la giugulare. Ma in se stessa non sentì alcun fremito, nessuna emozione, come se non fosse nemmeno lei a trovarsi lì.
Sorrise soltanto, farfugliando ancora qualche incomprensibile parola contro quella donna che, sorridente, le fece scivolare la mano sul viso dicendole: «Ma a scuola ci vai?»
Il sorriso di Bianca si piegò in una smorfia confusa, fissando quella donna come se non avesse capito una sola parola.
Lei l’accarezzò nuovamente, sussurrando appena: «Povero angelo.»
Poi andò via. Bianca non la guardò nemmeno. Ne aveva viste tante di persone come lei: Bianca aveva visto persone di ogni tipo, al punto che tutte le sembravano uguali.
Restò con la mano tesa nel vuoto, come se quella fosse la sola parte di lei a dover esistere al mondo, mentre i suoi occhi, stanchi quanto quelli di una vecchia, osservavano ora un gruppo di studenti, ora delle ragazzine vestite con abiti alla moda, e ancora una coppia tenersi per mano mentre fissavano le vetrine dei negozi.
Una famiglia uscì da un supermercato: il padre di famiglia, benvestito e pettinato con cura, teneva in mano una busta piena di cibo, e nell’altra stringeva il suo bambino, mentre sua moglie teneva altre due buste strette in mano.
Bianca osservò quel bambino. Aveva sì e no un paio di anni in meno a lei, ma sembrava soltanto un normalissimo bambino che probabilmente una volta tornato a casa si sarebbe messo a giocare ai videogiochi, o persino con qualche pupazzo.
Non era diverso da un altro bambino visto da Bianca, forse di appena otto anni e che, trascinando la mamma verso un negozio di giocattoli, sorridendo e indicando con il dito paffuto la vetrina strepitò: «Mamma mamma, dici a Babbo Natale di portarmi questo?»
Sua madre sorrise soltanto, mentre Bianca strinse il pugno nella propria tasca quasi graffiandosi il palmo della mano con le unghie.
Per lei Babbo Natale non era mai esistito, nemmeno quando tre anni prima di allora sua madre Crina era ancora viva.
Sua mamma le preparava sempre un dolce speciale a Natale, e glielo dava di nascosto da suo padre, baciandola in viso e dicendole: «Aș vrea să vă văd fericit.»
Ma Bianca, proprio come sua madre, già allora sapeva che non sarebbe mai stata felice, per quanto sua madre potesse augurarglielo; e non sarebbe bastato un dolce a darle la vita, né a Natale né in qualsiasi altro giorno.
Da quando sua madre era morta per colpa di un’infezione diffusasi velocemente nel suo corpo, causata da un’appendicite mal curata, nessuno le aveva mai preparato più un dolce per Natale, né aveva avuto alcun regalo.
Per lei Babbo Natale non era mai esistito, e ormai, vedendo quel bambino sorridente davanti a lei, non se ne chiese nemmeno il motivo: era così è basta, da sempre, e lo sarebbe sempre stato.
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Tratto dal racconto “Nel nome del padre”.

Una volta a tavola nessuno disse niente di preciso. Si sentiva soltanto un rumore molle e umidiccio di cibo masticato, le posate sfregare contro i piatti di ceramica, il vino versato da Carlo in un bicchiere, e i passi di Sara che ogni tanto si alzava per andare a prendere qualcosa dal frigo.
Se l’indomani Carlo avesse voluto raccontare in fabbrica un qualsiasi giorno della sua settimana, avrebbe raccontato proprio di quel giorno: tanto era identico a ogni altro giorno, a ogni altra cena, a ogni altro momento passato assieme alla sua famiglia.
Tutti loro sembravano non esistere nemmeno. Erano soltanto una pietosa e sterile scenografia. Non altro che ombre che si muovevano in un ambiente vuoto, freddo, silenzioso.
Soltanto la TV sembrava parlare per loro: ora una risata, ora un urlo, ora un consiglio su quale fosse il miglior dentifricio al mondo.
Ogni tanto un commento sulla cottura dello stufato, sulla quantità di sale o sul gusto del brodo. Uno sguardo truce di Sara nel vedere suo marito riempirsi un altro bicchiere di vino. Poi una domanda di Sara sulle bollette da pagare.
Carlo le aveva pagate. Le rispose soltanto annuendo, bevendo poi altro vino mandando giù la carne che aveva in bocca.
«Dovremmo cambiare compagnia del gas» disse lei, come tante altre volte, mentre Mattia infilzava con la forchetta pezzi di carne sugosa e Antonio portava alla bocca minuscoli bocconi, sforzandosi di mangiare.
Qualcuno, proprio alle spalle di Antonio, scoppiò a ridere dalla TV, ma lui avvertì contro di sé soltanto lo sguardo di sua madre, pesante sul suo corpo come se gli stesse scavando nelle carni.
«Che c’è, non ti piace nemmeno questo?»
Lui non rispose. Inizialmente diceva di sì, che gli piaceva, ma nel tempo si era stancato anche di dirlo.
Non mentiva, il cibo gli piaceva: era altro che non gli piaceva.
Si sforzò di mandare giù un altro boccone. Masticava così lentamente da non emettere alcun rumore, mentre a testa china, sentiva ancora su di lui gli occhi lancinanti di Sara.
«Guarda che non siamo nelle condizioni di gettare via cibo, dunque forza e mangia.»
Antonio non replicò. Mattia continuò a giocare con il cibo, ficcandosi in bocca di tanto in tanto un boccone e masticandolo a bocca aperta, mentre suo padre mangiava tenendo il capo chino contro al piatto, ripensando alle parole appena dette da sua moglie: «Non siamo nelle condizioni di gettare via cibo.»
Riempì un bicchiere di vino e lo vuotò in un sorso. Sara levò di scatto lo sguardo verso di lui, poi chinò il capo verso il piatto e infilzò energicamente pezzi di carne con la forchetta, come se stesse accoltellando un invisibile nemico.
«Ti hanno confermato il giorno di ferie per domani, vero?»
Carlo annuì soltanto. Riempì ancora un bicchiere. Gli occhi di Sara gli si fiondarono addosso, rimpettini, colpendolo alla gola come un morso per poi svanire nel nulla, nascosti da un velo di freddezza più atroce di qualsiasi supplizio.
«Se non fossi impegnata in associazione ci sarei andata io» replicò, con la solita sadica abilità con cui ogni volta cercava di far sentire in colpa Carlo; proprio come faceva sua madre quando da bambino gli diceva: «Tu prima o poi mi farai morire.»
«Senza di me la signora Celardo farebbe soltanto casini» riprese «Quelle si crede chissà chi soltanto perché suo marito ha una gioielleria, e poi non sa nemmeno preparare come si deve due maccheroni per i bambini alla mensa.»
Carlo non rispose. Stavolta non le aveva nemmeno chiesto di cosa si trattasse: dei bambini somali, di quelli siriani, oppure soltanto di qualche orfanello locale.
Era solamente stanco di parlare.
«Sai benissimo quanto ci tengono i professori che si vada ai consigli di classe» replicò lei, masticando ancora e infilzando sempre più velocemente lo stufato «Soprattutto se vogliamo sperare in una buona parola per farlo capitare nella classe migliore dell’istituto alberghiero.»
Quella due semplici parole si conficcarono nel cuore di Antonio come lame.
I suoi occhi diventarono vitrei e il volto di un pallore cadaverico.
Le posate gli caddero di mano precipitando nel piatto come da un’altezza infinita. Un boccone di carne rotolò sulla tovaglia a fiori. Nell’aria si sentì soltanto il rumore della forchetta di Mattia conficcata a ripetizione nella carne, e gli applausi del pubblico provenienti dal televisore.
Antonio si alzò di scatto. Si tirò quasi dietro la tovaglia, facendo rovesciare sul tavolo un’ampolla piena di olio d’oliva.
Come un balsamo, il profumo dell’olio si espanse per tutta la cucina, sovrastando l’aroma dello stufato, mentre dalla TV, alle spalle di Antonio ancora in piedi e con i pugni serrati, qualcuno applaudì nuovamente.
Sara si alzò furiosa, isterica, iniziando ad asciugare l’olio sulla tovaglia e strepitando: «Dio misericordioso, ma che diavolo hai nella testa?»
Ripulì tutto alla svelta, andando poi di corsa verso il lavello, continuando a sbraitare.
Le sue parole rimbombavano avvolte dall’acqua che scorreva dal lavello, come se ogni cosa fosse immerso in una cascata.
«Dovrei prenderti a schiaffi per quello che hai fatto. Ma lo sai quanto costa quella tovaglia?»
«Io non voglio fare l’alberghiero. Non voglio farlo!»
«Ancora con questa storia?» esclamò Sara, chiudendo di botto l’acqua e voltandosi bestiale contro di lui.
Per un attimo non si sentirono nemmeno le risate provenienti dal televisore. Non si udì più neppure il picchiettare della forchetta di Mattia nel piatto.
In quella stanza erano rimasti soltanto Sara e Antonio, al centro di un ring sporco di sudore e sangue, mentre Carlo stava in un angolo, troppo debole per reagire.
Sara, asciugandosi le mani con uno straccio, andò spedita verso il tavolo e si rimise a sedere al proprio posto.
Fissò Antonio con aria brutale, come se non fosse suo figlio, ma soltanto un nemico.
«Non abbiamo ancora finito, siediti!»
Antonio rimase immobile come una statua di calcare. I suoi occhi vibravano, le pupille erano lucide, ma non aveva la forza di versare una sola lacrima.
Mattia batteva sempre più forte la forchetta nel piatto. Gli occhi di Sara, gonfi di collera si rivolsero verso suo marito.
«E tu non dici niente?» strillò.
Carlo sbuffò. Lasciò cadere la forchetta nel piatto e ancora tenendo stretto il bicchiere, senza guardare suo figlio gli disse soltanto: «Antonio, hai sentito o no la mamma? Mettiti a sedere.»
«Io non voglio fare l’alberghiero!» esclamò, mettendosi a sedere, ora rosso in viso, gli occhi ludici e le mani tremule, proprio come le sue labbra che avrebbero voluto aprirsi per urlare chissà quante parole, ma che restarono chiuse in una morsa di sofferente impotenza.
«Quando la finirai con questa storia?» replicò Sara, riprendendo a mangiare meccanicamente, fra il frastuono del televisore acceso «Fare il liceo classico per poi trovarsi come uno dei tanti futuri professori disoccupati?»
Antonio non replicò. Sapeva che non ci stava altro da dire: non lì, non con loro, non in quel momento.
Si sforzò di mangiare, trattenendo le lacrime e i conati di vomito, mentre suo fratello continuava a battere con forza la forchetta nel piatto, come se con quel rumore cercasse di soffocare le urla della propria famiglia.
Sara lo colpì dietro la nuca con una leggera sberla.
«E tu vedi di mangiare, che lo stai rovinando tutto il cibo.»
Lo sguardo di Mattia non mutò minimamente. I suoi occhi sembravano due palle nere, senza vita come quelle di uno squalo immerso negli abissi.
Iniziò soltanto a mangiare, fissando il piatto, proprio come suo fratello, mentre Carlo vuotò un bicchiere e ne riempì subito un altro.
Sentì su di sé il peso degli occhi di sua moglie, e avvertì le mura della stanza, i mobili che ancora stava pagando e che profumavano di detersivo ai fiori di bosco, e le urla provenienti dalla Tv stringersi contro a lui.
Non ebbe nemmeno il coraggio di guardarla. Udì soltanto dirle: «Questo è il sesto!»
Poggiò il bicchiere sul tavolo, sospirando e poi mettendo una mano nel taschino del maglione.
Estrasse un pacchetto di sigarette, ne prese una e l’accese, sotto lo sguardo contrariato di Sara.
Scosse le spalle. Il fumo volò fra lei e Sara, mentre attorno stavano Antonio e Matteo con i volti chini sui rispettivi piatti, e nell’aria si udiva la voce pimpante di un uomo dare consigli su come riuscire ad aver successo nella vita.
«Che c’è, ora non posso nemmeno fumare?» le sputò contro, ormai esasperato, desiderando soltanto di fuggire via da lei, forse anche dai suoi figli, o magari dalla sua stessa vita.
Lei conficcò la forchetta in un pezzo di carne. Antonio mangiava lentamente, sforzandosi di non piangere, e Mattia divorava quanto aveva davanti, quasi stesse cercando di non udire altro che il rumore del cibo masticato nella propria bocca.
«Come se il cibo non lo pagassi io» aggiunse Carlo, ciccando nel piatto.
Un rossore febbrile invase il volto di Sara. Avvertì la stanza intera tremare, le ceramiche nella credenza spaccarsi, e le ante sul lavello aprirsi lasciando precipitare sul pavimento, come un violento vomito, decine di piatti che si frantumarono in mille pezzi.
«E questo ti autorizza a ubriacarti?»
«Non sono ubriaco, Sara. Non lo sono ancora.»
«A me sembra di sì. Ricordi cosa hai fatto due domeniche fa? Lo ricordi?»
Mattia mangiava sempre più voracemente. Antonio masticava lentamente, chiudendo gli occhi per non piangere, e un gruppo di persone alla TV iniziarono a strepitare dalla gioia.
«A casa di Rino, il tuo amico del lavoro» riprese.
«Rino non è mio amico. È soltanto un collega, e tu sei voluta andare alla loro cena.»
«Sembrava brutto rifiutarsi.»
«Sei comunque voluta andare tu. Rino non è mio amico.»
«Quello che è! Fatto sta che hai dato di matto, proprio come sempre.»
«Io ho dato di matto?»
«Ah, e secondo te come si potrebbe definire il tuo aver iniziato a ridere a squarciagola, grugnendo come un maiale, additando la moglie del tuo amico solamente perché inciampata sul tappeto, facendo cadere a terra la pentola piena di pasta?»
«Ti ho detto che non è mio amico.»
«Quello che è!» esclamò Sara, calma in viso: occhi roventi incastonati in un volto pallido, marmoreo, glaciale.
Ebbe persino la forza di masticare altro cibo, mentre Mattia quasi svuotò il piatto, e Antonio ingoiò finalmente il boccone che teneva in bocca da più di un minuto.
Sara tranciò velocemente un pezzo di carne con la forchetta, fissandolo come se null’altro esistesse e masticando quanto aveva ancora in bocca.
«Mi piacerebbe soltanto che tu non bevessi tutte le sere» replicò, infilandosi in bocca velocemente il pezzo di carne appena infilzato, senza aver nemmeno finito quanto già aveva in bocca.
«Non mi pare che io mi ubriachi ogni sera.»
«Quando bevi fai stupidaggini, e poi te ne penti.»
«Ho detto che non mi ubriaco ogni sera.»
Carlo vuotò il bicchiere e lo poggiò con forza sul tavolo. Sara tagliò fulminea un altro pezzo di carne. Mattia, a testa bassa, infilzava velocemente pezzi di carne per poi infilarli in bocca senza nemmeno gustarli, e Antonio fissava un pezzo di carne conficcato nella propria forchetta, senza la forza di portarlo alla bocca.
Carlo, innervosito, sudando nonostante il freddo e rosso in viso, riempì subito un altro bicchiere e se lo portò alla bocca.
«Vedi!» esclamò Sara.
«Ma cosa diavolo c’è? Cristo, è solo vino!»
«Non bestemmiare! Ti ho detto mille volte di non bestemmiare.»
«E io ho detto che è solo vino.»
«E io ho detto che non voglio un marito ubriacone!»
Il braccio di Carlo rimase paralizzato a mezz’aria. Un amaro sorriso gli solcò il viso, come quello di uno sconfitto.
Abbassò il bicchiere e rivolse lo sguardo verso Mattia.
«Mattia, lo vedi, il tuo papà è un alcolizzato.»
Lui non lo guardò nemmeno. Continuò soltanto a mangiare, ora più velocemente.
«Hai finito o no?» strepitò Sara.
«Ma finito cosa!»
«Abbassa la voce» sibilò lei, guardandosi attorno come se temesse che qualcuno potesse udirli.
Si alzò di scatto dal tavolo, raccogliendo il suo piatto e poi subito quello ormai vuoto di Mattia.
«Ecco come diventi quando bevi, lo vedi?» aggiunse, andando verso il lavello per poi farvi cadere dentro i piatti.
Carlo non ebbe il tempo di replicare, e in fondo non aveva niente da dire: dire qualsiasi cosa non avrebbe cambiato le cose.
Sara arrivò ad Antonio e praticamente lo tirò su per il braccio.
«E tu, muoviti, visto che non hai voglia di mangiare fila in bagno a lavarti e poi in camera a fare i compiti.»
Antonio non disse nulla. Sembrava persino incapace di aprire la bocca.
Come un sonnambulo, a testa china e con occhi lucidi ed enormi immersi in un vuoto buio quanto la pece, uscì dalla cucina, portandosi dietro tutto il peso di una vita insopportabile che lo stava ormai mutilando.
Guardandolo uscire, Carlo vide soltanto un vecchio esanime e ormai prossimo alla morte. Gli ricordava se stesso da piccolo, dopo il litigi con suo padre e sua madre.
«Non combinerai mai niente di buono nella tua vita. Io alla tua età già davo una mano a mio padre in bottega, altro che libri!»
«Carlo, a mamma, io non riesco proprio a capirti. Vorrei soltanto che tu fossi come tutti gli altri ragazzini.»
In quei momenti Carlo avrebbe voluto che qualcuno lo strappasse via dalla sua famiglia, e forse poco prima anche Antonio l’aveva desiderato, e lui non aveva fatto niente per aiutarlo.
Restò in cucina. Mattia colorava i propri disegni seduto davanti al tavolo. Sara in silenzio lavava frenetica i piatti, rumorosamente, come se nel farlo volesse imporre a Carlo la propria presenza.
Carlo continuò a bere e fumare, immobile, fissando un angolo della tavola senza nemmeno il coraggio di alzare lo sguardo verso Mattia, e sentendo attorno a sé, e nella propria testa, soltanto il rumore di piatti e pentole sbattuti nel lavello.
 
Più tardi mise Mattia a letto. Antonio stava anche lui a letto, probabilmente già da tempo.
La lampada del suo comodino era accesa e lui leggeva grossi libri di scuola, ma Carlo sapeva benissimo che poco prima del suo ingresso lui stava leggendo un romanzo o dei racconti: lo sapeva perché anche lui faceva così da ragazzino.
Mattia si addormentò dopo pochi minuti. Faceva sempre così. Come una gattino si faceva accarezzare i capelli per un po’ e poi restava in silenzio, rannicchiato come un feto e col dito in bocca.
Dopo poco di lui non si udiva che un respiro profondo, come se dormisse da ore.
Forse fingeva soltanto per non dover più vedere e sentire niente, quasi gli fosse concesso di trovare pace per qualche ora dalla propria famiglia, immerso in una morte fittizia.
Carlo preferì non darsi una risposta, proprio come sempre. Andò verso Antonio. Si fermò davanti a lui, e lui non lo guardò nemmeno, restando incollato alle pagine di un noioso libro di scienze, fingendo di leggerlo, ma attendendo soltanto che suo padre andasse via.
Carlo non si mise a sedere. Non lo accarezzò. Non lo baciò sulla fronte.
Diversamente che con il piccolo Mattia, fra i due ci stava un sacro imbarazzo, e spesso anche parlare era per entrambi una fatica immane. Quando ci provavano diventavano rossi in viso, i loro occhi divenivano liquidi e volteggiavano nel vuoto, e le loro parole risultavano sempre goffe, ombrose, scivolose.
Era come se non fossero nemmeno loro l’uno di fronte all’altro, ma soltanto due sconosciuti trovatisi lì per caso, e costretti a stare assieme.
Carlo, come spesso gli capitava, osservò una delle foto appese al muro: era una foto in cui lui stava a mare assieme ad Antonio. Allora Antonio aveva l’età di Mattia.
Guardandolo gli sembrava che davanti a lui non ci fosse lo stesso ragazzo che stringeva nella foto appena vista, come se da un giorno a un altro quel bambino fosse svanito, e al posto suo fosse fiondato nella propria vita un estraneo.
Suo figlio era cresciuto, e lui non l’aveva visto crescere: gli era sfuggito. L’aveva perso. Proprio come si perde un treno, una moneta da due centesimi infilata in una tasca, o un pensiero che sai importante, ma che non ritroverai mai più.
E lui non avrebbe mai più ritrovato suo figlio. Stava davanti a lui, a pochi centimetri, ma ormai era svanito.
Lui l’aveva perduto.
Cercò di avvicinarsi a lui, come un cieco che tasta un buio impalpabile e infinito, tremando a ogni passo nel terrore di precipitare.
Avrebbe voluto dirgli tante cose, chiedergli tante cose, e invece sussurrò appena: «Tua madre parla per il tuo bene.»
Antonio non rispose. Rimase con gli occhi incollati alla pagina, intimidito come suo padre; avvolto come suo padre in una massa gelatinosa e pulsante che li stava inghiottendo.
Sfogliò una pagina velocemente. Suo padre guardò ancora quel ragazzo che fra qualche anno sarebbe stato alto quanto lui, coperto da un pigiama che non ricordava nemmeno di avergli comprato né visto addosso, e cercando qualcosa nei suoi occhi bui e lucidi quanto pietre marine da cui invece nulla traspariva, se non la stanchezza di una roccia che ha accolto troppi secoli.
Non disse nulla. Non disse altro e si voltò, avvertendo contro la sua schiena la presenza vivida di suo figlio come fosse una maglia di sudore gelido.
Arrivato alla porta avrebbe voluto dirgli qualcosa. Chiedergli delle letture fatte. Chiedergli di ciò che scriveva. Ma non ne ebbe il coraggio, come da anni ormai non aveva più lo stomaco di fissare se stesso a uno specchio per più di qualche secondo.
Rimase sull’uscio della porta, fermo, con la mano contro al legno, mentre la luce della lampada spingeva contro di lui un manto d’ombra, il respiro di Mattia echeggiava pesante ovunque, e lui, come un animale, respirava il profumo dei suoi cuccioli ormai sempre più lontani.
Improvvisamente sentì una voce muoversi nel buio, come un eco profondo proveniente da una grotta.
«Papà, ma è vero che siamo poveri come dice la mamma?»
A Carlo gli si gelò il sangue nelle vene. Non avvertì più nulla muoversi in lui, nemmeno il proprio respiro.
Tutto era pietrificato. Di lui restavano soltanto due palle bianche perse nel buio, fisse contro un vortice nero che gli stava venendo contro.
Si voltò un istante, senza guardarlo, dicendo velocemente: «Cerca di dormire, su.»
Poi la porta si chiuse nuovamente fra loro, pesante, durissima, gelida.
Era come se una coltre di ghiaccio avesse avvolto l’intero corridoio, e Carlo la sentiva addosso, muovendosi lentamente ma non percependo più se stesso.
Udiva soltanto la voce di Antonio:
«Papà, ma è vero che siamo poveri come dice la mamma?»
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Tratto dal racconto “Il profumo dei pastelli”.

Raggiunse il lavello, e una massa nera di mosche volò via in aria, lasciando davanti a lei un cumulo di piatti sporchi che puzzavano come una bocca colma di denti marci.
Bianca sciacquò appena un panno e poi tornò subito da sua nonna, poggiandoglielo contro la fronte e accarezzandola ancora, prima di alzarsi, brutale come una frustata, rivolgendo lo sguardo ardente di collera contro suo padre.
Lui non la guardò nemmeno. Dimezzò la bottiglia con un sorso e accese subito una sigaretta, incurante della nebbia di fumo che si addensava nell’aria, e dei colpi di tosse che di tanto in tanto esalava la vecchia, come se ormai fosse la sua unica voce.
«Deci ce vrei să faci?» esclamò Bianca, rivolgendosi a suo padre e fendendo l’aria con una manata.
Ma ancora una volta l’uomo non si voltò. Mandò giù un sorso di birra, e una nube di fumo gli coprì il volto.
Bianca, con una forza che sembrava impossibile potesse albergare in un corpo tanto piccolo, si fece avanti verso di lui, sbattendo le mani contro la tavola e urlando: «Ma tu vuoi che lei morire?»
Suo padre non la guardò nemmeno, e mentre nonna Dumitra tossiva, al di là di un drappo rosso sporco una piccola voce, leggera come un sussurro, si mosse timida nella stanza.
«Bianca?»
Il volto di Bianca guizzò a destra, veloce come una folata, e i suoi occhi scavarono nel buio come fari nella notte.
Corse verso di lei. Nuta, in pigiama, scalza e sporca in viso stava ferma davanti la tenda che separava la camera da pranzo e la cucina dalla camera da letto.
Bianca l’afferrò e la tirò su, come se lei stessa non fosse ancora una bambina, proprio come quella che stringeva fra le proprie braccia.
«Comoara mea» le sussurrò quasi in bocca, tenendole stretto il viso al suo come fosse davvero il suo tesoro.
Si voltò con scatto verso suo padre, ma lui nemmeno si voltò.
Tornò a guardare la piccola Nuta che, confusa, muoveva gli occhi fra lei, sua nonna e suo padre, capendo sempre meno quanto stava accadendo in quella casa.
Bianca le accarezzò i riccioli castani e le diede un bacio sulla fronte.
«Ora andiamo a disegnare, che dopo Bianca tua preparare cena.»
Il volto di Nuta fu rigato da un dolce sorriso, e nel vederlo Bianca ebbe voglia soltanto di piangere, ma finse di sorridere a sua volta, come se lei da sola, in quella casa ormai ridotta a un cimitero dove tutto stava marcendo, potesse salvare quella piccola bambina, e sua nonna.
Suo padre, girato di spalle, sembrava un muro lugubre e fetido di piscio, posto innanzi a ogni finestra da cui potesse passare un po’ d’aria, e la minima speranza.
Portando Nuta nella loro stanza, Bianca ebbe soltanto paura che lei potesse fare la sua stessa fine.
Già di mattina suo padre la portava in giro per centri commerciali o nei vagoni dei treni in partenza a chiedere l’elemosina.
Presto, cosa le avrebbe fatto fare?
Si passò la mano fra i piccoli seni, accarezzando con l’altra Nuta che, stesa sul loro lettino coperto da lenzuola sfatte, colorava un blocco di disegni che lei le aveva comprato, assieme a pastelli e pennarelli.
Un maiale era giallo, un cane era rosa e un elefante era verde.
Bianca continuava a osservarla, e ogni volta che Nuta finiva un disegno glielo mostrava, cercando in lei un sorriso che non avrebbe mai più avuto da quella madre che ormai nemmeno più ricordava.
Era lei la mamma di Nuta, e Bianca lo sapeva, ma non sapeva invece cosa fare per salvare quella sua bambina.
«Sta qua buona, ora vado a preparare cena» le disse. E Nuta annuì soltanto, senza guardarla, sorridendo di un sorriso candido, mentre colorava di rosso un coccodrillo, e Bianca faticò a trattenere le lacrime nel guardarla.
Ebbe quasi paura di lasciarla da sola. Avrebbe voluto stringerla, restando lì a letto assieme a lei, avviluppate come due cuccioli in una cesta.
Ma sapeva di non poterlo fare. Nemmeno arrendersi le era concesso.
Tornò in cucina. Sua nonna ora dormiva, russando pesantemente, quasi stesse soffocando. Davanti a suo padre le birre erano diventate cinque, e la sesta la teneva in mano, rosso in viso e fissando il vuoto con occhi lascivi, colmi di chissà quale depravata fantasia.
Bianca si abbottonò la lampo del maglione fino al collo. Arrivò ai fornelli, e il frastuono dei piatti iniziò a vibrare nell’aria assieme all’acqua corrente.
Suo padre la spiava mentre puliva. Lei si sentiva i suoi occhi incollati addosso, fino nella sua più intima cavità.
Sbatté con forza le pentole nel lavello e iniziò a pulirle con una foga isterica, quasi volesse con quel fracasso coprire tutto: suo padre, il suo sguardo, e la casa stessa.
Ma quegli occhi le restavano incollati addosso, quasi fossero una seconda pelle che ormai, dopo anni, non poteva più togliersi dalle carni.
Rassegnata al fetore, agli sguardi, e a suo padre, finì di lavare i piatti e poi iniziò a cucinare.
Le mosche si scagliarono comunque contro al lavello, ronzando sui residui di cibo marcio emanati dalla tubature che colavano sotto al mobile, e nell’aria si sentiva ora un profumo di carne bollita in un brodo di verdure.
Bianca sembrava una vedova dolorante ferma davanti a una lapide illuminata soltanto da pochi lumini. Si muoveva lentamente, girando il mestolo nella pentola e sentendo ancora gli occhi di suo padre su di lei, quando poi, non potendone più, gettò con un gesto ferino il mestolo nella pentola e si voltò verso suo padre, strepitando: «Ma hai deciso di farla morire?»
Lui ora non la guardava più. Fissava soltanto la sigaretta fra le dita ingiallite, portando di tanto in tanto la bottiglia contro le labbra gonfie e bagnate.
Ora era lui a sentire gli occhi di Bianca fin dentro la sua più intima cavità, come se stessero grattando contro al suo petto in cerca di un cuore, o una traccia lontana di umanità.
Finì la birra e la lasciò sul tavolo, alzandosi, stanco e pesante e senza guardarla, rispondendole: «E chi la porta? Tu, senza documento?»
Sorrise e sputò a terra, borbottando: «Idiot!»
Raggiunse il frigo, scrutato dagli occhi di sua figlia che sembrava un animale pronto a saltargli al collo.
Ma lui non si mosse. Sapeva che lei non avrebbe morso: i denti ormai glieli aveva spaccati a colpi di pugni, e così l’anima, e ogni briciola di resistenza albergasse ormai in quel corpo diventato soltanto una bambola di pezza.
A Bianca non restò che voltarsi, continuando a cucinare, mentre lui afferrata un’altra birra tornò al proprio posto, immobile e apatico come una bestia che vive soltanto per mangiare e dormire.
Alcune lacrime di Bianca caddero nel brodo, ma lei si asciugò alla svelta il viso, sapendo che se suo padre le avesse viste l’avrebbe presa a schiaffi, proprio come l’ultima volta che aveva pianto perché non voleva andare per strada. E ancora un’altra volta in cui non voleva…
Ma che importava!
Tanto, quelle lacrime disperse nel brodo nessuno le avrebbe mai percepite, come nessuno avrebbe mai sentito il dolore che Bianca provava nel grembo, costretta a continuare a cucinare mentre, lo sapeva ormai, sua nonna stava morendo a pochi passi da lei.
Stava morendo proprio come era morta sua madre, abbandonata in un letto, con Bianca affianco che le accarezzava la fronte mentre lei, dolorante, sforzandosi di sorridere le sussurrava: «È soltanto un po’ di febbre.»
La portarono in ospedale quando ormai era troppo tardi: quando ormai aveva perso del tutto i sensi.
Suo padre non ci andò nemmeno, per la paura dei documenti. Mentre sua madre moriva accanto a lei ci stava soltanto Bianca, accompagnata da un vicino attirato dalle urla sentite poco prima in casa.
Forse per sua nonna non sarebbero nemmeno andati in ospedale.
Mentre a tavola, accanto a sua sorella Nuta, Bianca osservava suo padre ingozzarsi voracemente, pensava al momento in cui sarebbe successo: il giorno in cui si sarebbe svegliata, vedendo sua nonna stessa sul letto con occhi spalancati e la bocca aperta, e le mosche contro al suo corpo che in poco tempo avrebbe iniziato a puzzare di decomposizione.
Forse suo padre l’avrebbe gettata fra i rifiuti, come la carcassa di una cane, e tutto sarebbe tornato come prima, come se niente fosse successo.
Avrebbe voluto ucciderlo, ma continuò a mangiare, in silenzio, proprio come sua sorella, lì a quella tavola in cui non era concesso nemmeno sorridere, ma si udiva soltanto il rumore dei denti che masticavo il cibo e delle posate battere contro ai piatti.
Quando sua madre era ancora viva, lei e Bianca parlavano sempre a tavola, e perlopiù in rumeno, visto che Dragomir lo capiva poco, conoscendo maggiormente il dialetto Rom della borgata in cui era cresciuto.
Quando lui le vedeva ridere dava sempre un pugno sulla tavola, e loro capivano che quello era il momento di smetterla, e tornare al cupo silenzio di quella casa in cui soltanto lui era il padrone.
Da anni il padre di Bianca non aveva più avuto bisogno di battere il pugno sulla tavola per farla stare zitta. Ormai nessuno osava più parlare in quella casa. Nessuno osava essere meno di quanto desiderato da lui, compresa la piccola Nuta.
Finita la cena, Dragomir si vestì alla meglio e uscì, forse per andare a bere, o forse per andare a donne, usando i soldi portati da Bianca e quelli guadagnati grazie alla piccola Nuta.
Bianca e Nuta rimasero stese sul letto accanto alla nonna, come se lei potesse vederle, mentre Bianca continuava ad accarezzare i capelli di Nuta, vedendola ancora una volta colorare, e sperando che quei capelli potessero un giorno tornare profumati come quando sua madre glieli lavava.
La guardò più volte in viso. Nuta aveva occhi grossi e intensi, come se in essi si stessero muovendo mille sogni, fantastici quanto gli animali che continuava a colorare.
Nuta indicò un ippopotamo rosa con il dito, guardando Bianca e sorridendo.
«Ittopotamo»
Bianca sorrise e le baciò la fronte.
«Ippopotamo» replicò, accarezzandole il viso.
Lei guardò il disegno colorato, poi guardò Bianca. Mosse le labbra senza parlare, e infine esclamò fiera e ridente: «Ippopotamo!»
Bianca la strinse forte. Lei scoppiò a ridere, e poi stretta a lei in un carnale e intimo amore, le sussurrò contro le labbra: «E nella lingua di mamma, come si dice ittopo… ippopotamo?»
Gli occhi di bianca si gonfiarono, le pupille diventarono lucide, e nella retina la luce portava soltanto l’immagine di Nuta, ancora stretta fra le braccia della loro mamma.
Le diede un candido bacio sulle labbra e le sussurrò contro al nasino: «Hippo.»
Lei scoppiò a ridere, abbracciandola e strepitando: «Hippo! Hippo! Hippo!»
Poi entrambe precipitarono sul letto, accanto alla loro nonna che non dormiva né era sveglia.
Gli occhi di Nuta si posarono sul viso di sua nonna, ora confusi, e accarezzandole il viso mosse le labbra come se volesse chiedere qualcosa.
Ma Bianca, chiudendo gli occhi, nascondendo se stessa dietro a un sorriso, e con essa un dolore così lancinante da spaccarle la pancia, tirò a sé Nuta dicendole soltanto: «Viene, dai, lasciamo nonna dormire.»
La mise a letto e si stese accanto a lei, accarezzandola ancora, cercando di percepire il profumo della pelle di sua sorella, e non il tanfo di sudore e fumo di cui era impregnata la stanza.
Prima che Nuta si addormentasse, la sentì sussurrare: «Mamă.»
Una lacrime cadde sul cuscino di Nuta, ma Bianca si asciugò subito gli occhi, baciando lei sulla fronte e poi tirandosi su, prendendo un quaderno e una penna dal proprio zainetto e chiudendosi nel bagno.
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Tratto dal racconto “Vicky”.

Si lasciarono alle spalle il pronto soccorso, avanzando in un corridoio dalle pareti verde sporco puzzolente di alcol denaturato e garze impregnate di pus, mentre fra lettighe e sedie a rotelle lasciate a marcire nel vuoto, si udivano lamenti provenienti da alcune porte.
«Ero io in turno ieri sera quando l’hanno portata qui» disse la guardia, camminando a un passo da Nico, senza guardarlo, come se volesse evitare di instaurare con lui un’intimità troppo profonda.
Il fiato si era bloccato nella gola di Nico. Non ebbe la forza di dire una sola parola. Nella sua mente, camminando dietro a quell’uomo fra lamenti e bestemmie, pensava soltanto alla frase: «L’hanno portata qui.»
Chi, e perché l’avevano portata lì?
Aveva voglia di chiederglielo, ma non ne aveva il coraggio, né lui ebbe la forza di dirglielo.
Il ragazzo ribadì: «Ora sta fuori pericolo. Sta bene!», mentre lui non lo ascoltava neanche. Sentiva la voce di quell’uomo lontana e confusa, come proveniente da un pozzo, e attorno a sé vedeva la stanza comprimersi come un polmone marcio che esala l’ultimo battito.
L’uomo lo condusse alla porta di un ufficio, in una corsia dove tanti malati vagavano pallidi e deboli, alcuni con garze macchiate di sangue sugli arti o sulla testa, e altri trascinando bastoni con attaccata una flebo.
Si sentiva puzza di carne andata a male, di muffa, e di urina mischiarsi al profumo del borotalco e del disinfettante, e qualsiasi rumore lì in mezzo era confuso da un velo di lamenti che volteggiava nel corridoio come un drappo soffocante.
La guardia chiamò il dottore, e lui uscì nel corridoio, osservato dai volti impazienti di tanti malati che lo fissavano in cerca di una risposta, mentre invece Nico non aveva nemmeno il coraggio di guardarlo, come se temesse di sapere la verità: quella verità in cui non era stato coinvolto né Riccardo né Andrea, ma soltanto lui.
«Nella borsa non aveva altro che il suo portafogli, senza carte né soldi, ma soltanto i suoi documenti. Oltre a esso aveva della biancheria, un vestito, fotografie e tanti fogli, ma niente capace di aiutarci a sapere la sua identità.»
Gli occhi di Nico tremavano, senza che lui osasse dire nulla, sentendo soltanto la voce del dottore e seguendolo fra urla, puzza di carne in cancrena, e vedendo attorno a lui solamente un susseguirsi di volti stanchi e sofferenti, e pelle colma di sangue.
«Come le ho detto, è riuscita soltanto a dirci che si chiama Victorya. Non ci ha parlato di altro, nemmeno di lei, e non vuole parlare con nessuno.»
Andarono ancora avanti. Altre urla si addensavano attorno a loro, e gli occhi di Nico si perdevano fra gli sguardi assenti dei malati immobili contro a un muro, stesi su di una barella oppure seduti su di una sedie a rotelle: volti pallidi, alcuni sporchi di sangue, altri del tutto assenti.
Camminava, e fra quei volti vedeva la forma di Vicky apparire e svanire, mentre il dottore continuava a parlare, e lui lo seguiva, immagazzinando le parole che gli stava dicendo.
La frase: «Il trauma sarà duro da superare!» lo fece balzare, e si paralizzò di colpo, tanto che il dottore, dopo altri passi, dovette tornare indietro per recuperarlo.
Arrivandogli faccia e faccia, sospirò, come se quel gemito di dolore fosse vero, e non soltanto un copione da recitare a ogni parente di un paziente.
Gli occhi di Nico rimasero incollati a i suoi. Immobili. Del tutto vitrei. Come se non esistesse nemmeno quell’uomo, ma soltanto le parole che aveva appena pronunciato.
Poco distante qualcuno urlò disperatamente. Altrove si udì un pugno battere contro al muro, e da una camera si sentì una grande risata.
Gli occhi di Nico rimasero immobili contro quelli del dottore, come fossero flutti marini in una notte coperta da un banco di nubi.
Le sue labbra vibrarono come quelle di un bambino, e riuscì soltanto a dire, trattenendo le lacrime: «È stata… E stata?»
Il dottore sospirò, sfiorandogli appena il braccio e facendogli cenno di seguirlo.
«Avrà bisogno di tempo per riprendersi, e lei, qualunque sia il suo rapporto con la signorina, dovrà essere discreto e attenderla.»
Si fermò ad angolo del corridoio, fra urla e puzza di disinfettante.
Guardò appena Nicola dicendogli: «La polizia è venuta prima, e tornerà in serata. Magari vorranno fare qualche domanda anche a lei.»
«La polizia?»
«Sì, è la prassi!»
Nicola era pietrificato. La vita di Vicky, la sua vita, di colpo erano scivolate in qualcosa di formale e gelido come una prassi da eseguire. Nemmeno il dolore che li stava martoriando era per il mondo qualcosa di speciale, no, ma soltanto un evento ordinario, proprio come un temporale o il sorgere del sole.
Lui sapeva cos’era successo, ma non aveva il coraggio di formulare quella semplice, orrende parola. Come se sperasse che fino all’ultimo potesse essere smentito. Che magari fosse tutto uno scherzo. O che magari Vicky si fosse fatta soltanto una storta.
Prima di voltare l’angolo, il dottore gli disse ancora: «Soprattutto non le faccia pressione in alcun modo.»
Nicola annuì soltanto, quasi tremando, vedendo l’uomo davanti a lui semplicemente come una sagoma bianca.
Voltarono nell’altro corridoio, ed era identico a quello di prima: soltanto malati che si ammassavano contro ai corridoi, urla provenienti da qualche porta chiusa, e una tremenda puzza di disinfettante e bende sporche su mura verdi illuminate dalla luce del sole proveniente da un finestrone dai vetri sporchi.
In fondo al corridoio, lontana da tutti, ci stava lei, rannicchiata su di una barella come fosse soltanto carne da macello.
Gli sembrava di vedere un animale ferito. Vicky era soltanto un corpo immobile avvolto in una coperta da cui uscivano fuori un braccio e una gamba nuda che penzolavano nel vuoto.
La scarpa giaceva sul pavimento, e una matassa di capelli sporchi le avvolgevano il capo, nascondendole il viso.
«Volevamo metterla in una stanza, ma non siamo riusciti a lavarla a dovere» disse il dottore, sospirando e aggiungendo «Ha quasi cavato un occhio a un’infermiera, e morso al collo un altro infermiere. Abbiamo dovuta lavarla da vestita, e curarla senza toglierle del tutto gli abiti di dosso. Ma converrà, così non potremmo aiutarla a ricevere le cure adatte. Magari lei…»
Nico non ascoltò altro. Prima che il dottore terminasse la frase, lui si spinse lungo il corridoio ai suoi occhi interminabile, e in cui non esistevano più volti, sguardi, lamenti, puzze: esisteva soltanto lei, verso cui lui andava, tremando, mantenendo nella mano le buste che le aveva portato.
La raggiunse. Rimase fermo davanti a lei, vedendola immobile, come fosse addormentata.
I suoi vestiti erano sporchi e stracciati, e la sua pelle sudicia di terra.
Persino sotto le unghie aveva della terra, e puzzava di alcool e merda.
Lui si rannicchiò davanti a lei, osservandola, incurante di quel fetore.
Avrebbe voluto stringerle la mano, sistemarle la scarpa al piede, ma aveva paura di toccarla, come se lei fosse di cristallo.
Improvvisamente, mentre i suoi occhi erano tesi verso il volto di lei in attesa di un suo gesto, vide le sue palpebre muoversi, e gli occhi aprirsi un istante, per poi richiudersi lentamente.
Lui sorrise. Le labbra gli si mossero come se volesse dire qualcosa, e allungò la mano verso di lei, quasi sfiorandola, e poi lasciandola cadere nel vuoto.
Lei mosse le labbra con fare lento, quasi stessero tremando.
Nico si avvicinò di più, stringendo la busta nella mano e dicendo: «Sono qui, Vicky. Sono qui! Ora va tutto bene.»
Lei non riaprì gli occhi. Rimase immobile, con la testa contro la barella, muovendo appena le labbra in un cupo broncio.
«Cosa c’è? Cosa vuoi dirmi, tesoro?»
Gli sembrò quasi di vederla sorridere a quella parola, e neanche lui sapeva perché gliel’aveva detta.
Ma era un sorriso, oppure una smorfia di dolore?
Vide una lacrima colarle sulla guancia, fino a bagnarle le labbra secche.
Poggiò appena la mano sulla barella, ma lei si rigirò di colpo, rilasciando una nauseante puzza di merda.
Nico osservo i suoi capelli sporchi, il suo piede lercio che fuoriusciva dalla barella, e respirava la puzza di quell’esanime corpo come fosse una colpa da doversi addossare.
Pronunciò soltanto il suo nome, dicendo appena: «Vicky?»
Ma nell’aria, come un drappo funebre, altro non calò che un tenebroso: «Shh» che fece gelare il sangue nelle vene di Nico, come se di colpo un muro fosse stato eretto fra loro due.
Ma non capiva che quel muro era da sempre in piedi davanti a Vicky, e che soltanto ora stava crollando, forse come il muro che lui aveva posto sempre davanti a tutti.
Rimase in silenzio, accanto a lei, desiderando di aiutarla, ma senza sapere come fare: e forse senza poterlo fare.
Lasciò scivolare la mano sulla lettiga, quasi sfiorando i capelli di lei.
L’osservò ancora. Guardò ogni tratto di quel corpo martoriato, come se stesse cercando ogni ferita da sanare.
«Vicky, io…»
«Nico» sussurrò lei, con una voce che sembrava provenire da molto lontano.
«Sì?»
«Per favore, sta zitto.»
La_donna_di_sabbia

“Camera 26”, racconto che ha strappato alcuni “Bello!” alla editor Giulia Ichino.

Quante volte aveva salito quelle scale?
Secondo piano, interno 26: conosceva a memoria quella stanza, al punto da averne la nausea.
Persino le urla provenienti da dietro le porte, il brusio dei televisori e delle radio che sembravano giungere dalle mura attorno a lui, e la puzza di sudore e cibo indiano di cui era impregnato l’ambiente sembravano sempre gli stessi.
Fra quelle mura tutto si ripeteva all’infinito, statico e pesante, quanto le ore infinite in cui da bambino attendeva sua madre.
Arrivato davanti la solita porta pensò solamente alle parole dette poco prima dal vecchio: «La sua fidanzata!»
Rimase immobile per qualche secondo, quasi mimando quelle parole, e quando trovò il coraggio di bussare alla porta, i passi di lei gli parvero venire da lontano, immersi in una grotta talmente profonda da non venderne la fine.
Lei aprì la porta e una folata lo attraversò, paralizzandolo. Gli occhi di lei erano cadaverici, e la sua pelle cerea, appena coperta da una vestaglia di seta nera, era illuminata soltanto dalle luci della città provenienti dalle cortine calate di una finestra alle sue spalle.
Lo sguardo stanco di Ida sfiorò appena gli occhi avviliti di Tony.
Lo guardò appena un attimo, e poi si voltò di colpo, senza neanche rivolgergli la parola.
Tony rimase immobile, fissando i lunghi capelli di Ida volargli davanti al viso.
Gli sembrò di vedere un drappo funebre volteggiare nel vento, mentre la pelle candida di Ida sfumava nel buio, e così il suo profumo.
Tony, seguendola con occhi da sonnambulo, riuscì appena a fare un passo fra mura azzurre illuminate solamente da lame di luce provenienti dalla finestra. Dalla strada le luci dei lampioni accarezzavano le pareti e il letto dove tante volte loro si erano amati, aumentando il silenzio che sembrava essere piombato su entrambi e su tutta la stanza.
La stanza era di colpo invecchiata, proprio come loro, e ora Tony non sentiva più il profumo della pelle di Ida, ma soltanto puzza di muffa.
Gettò a terra il capotto e mosse la mano per accendere la luce, ma la voce di Ida lo paralizzò, dolorosa nella densa penombra che li avvolgeva.
«Aspetta!» sussurrò, fissando il buio al di là della finestra come se non avesse occhi per farlo, né orecchie per udire il fragore della pioggia che batteva contro i vetri.
Sotto di lei, al di là degli alti palazzi su cui da alcune finestre si intravedevano sagome avvolte da luci gialle, per strada i passanti continuavano a camminare veloci, coperti da un tetto di ombrelli su cui batteva implacabile la pioggia, mentre i fari delle auto si mischiavano alle luci provenienti dai pochi alimentari pakistani e internet point ancora aperti, fino a perdersi in un turbinio di passi, fumo e acqua sporca.
Ida sospirò nuovamente. Un alone annebbiò il vetro della finestra e il mondo al di là di esso, fino a dissolversi nel nulla, forse proprio come lei, mentre teneva la mano contro al vetro, come se potesse sentire il gelo della pioggia, o del proprio cuore.
«A volte non so neanche se io sono viva o meno» disse.
Tony le si avvicinò e le strinse le spalle, così delicato quasi lei fosse di porcellana, ma Ida non diede alcun cenno di vita: di lei non restava neanche un centimetro di pelle da accarezzare.
La mano di Ida, muovendosi lentamente, sfiorò quella di Tony. Lui le diede un tenero bacio sulla spalla, ma lei si scostò subito.
Si mise a sedere sul letto, tenendo la testa bassa, fissando chissà quale baratro sotto di lei.
Tony restò fermo davanti la finestra. Fasci intermittenti di luce smorta gli passavano sul volto, mentre fissava lei in attesa di una qualsiasi parola.
Ida alzò lo sguardo, guardandolo così intensamente come se gli stesse rubando l’anima dalla pancia.
«Tu non ti senti mai così?» gli chiese con un filo di voce.
«Ma così come?»
Lei abbassò di nuovo gli occhi, sprofondando nell’ombra.
«Come se la tua vita non fosse reale.»
Tony si avvicinò a lei. Le iridi di Ida non erano lucenti come durante i giorni dei loro primi baci, ma erano tristi, impregnate di una stanchezza talmente profonda da non sembrare spenti, quanto morti.
Lei gli strinse le mani come se avesse pietà di lui e accennò un sorriso.
«Tony! Oh, Tony» sussurrò, chinando il capo verso di lui e poggiandolo sulla sua spalla «ma noi cosa siamo?»
Tony restò zitto a guardarla. Il suo volto esangue era la sola risposta a quella domanda.
Lui l’accarezzò. Fuori da quella stanza il mondo scorreva normalmente, mentre loro stavamo lì immobili, come due uomini pronti a lasciarsi morire in una grotta di ghiaccio.
«Vorrei tanto che tutto questo fosse diverso» riprese lei, mentre Tony continuava ad accarezzarla respirando il profumo di vaniglia dei suoi capelli che gli scivolavano fra le dita.
«Potrebbe esserlo.»
Lei lo guardò, non vedendo altro che buio.
Gli occhi di Ida erano terrificanti come una pistola pronta a fare fuoco.
«Tu riesci a vivere così?» riprese.
«Ma così come?»
«Non ti senti mai sporco? Non pensi mai che tutto questo sia sbagliato?»
«Io so solamente che vorrei stare con te per sempre.»
Un amaro sorriso rigò il volto Ida, mentre un clacson echeggiò da fuori la finestra.
«Forse sarebbe meglio se non ci vedessimo più» disse.
Improvvisamente il volto di Tony venne travolto da un’ombra talmente scura da deformarlo, tramutandolo in una dolorosa smorfia.
Le sue mascelle si serrarono. Le mani iniziarono a tremargli. Gelidi rivoli di sudore gli colavano sulla fronte, e mentre con occhi vitrei fissava Ida, ora lontana in una impalpabile nebbia, attorno a sé non udiva altro che il proprio cuore battere forte al punto da far pulsare le mura attorno a lui.
«Smettere? Smettere di vederci?» ansimò, incapace di articolare le parole.

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Tratto dal racconto 48471, letto da Antonio Franchini che lo commentò dicendo: “Qui dentro ci sta un sacco di roba buona!”

Era la sera della vigilia di Natale, Giovanni stava morendo, e non poteva nemmeno piangere. Doveva solamente sorridere, avvolto da decine di volti che si susseguivano in un assillante brusio di voci.
Quand’era piccolo sua madre lo accarezzava dicendogli: «Tu da grande diventerai qualcuno di importante.»
Sua madre era morta quattro anni fa, e di lei non ricordava che occhi fissi nel vuoto, simili a sospiri provenienti da due grotte profonde, mentre terrorizzata vedeva la vita lasciarla.
Lasciò la vita stringendo la mano del suo bambino, e lui, in lacrime, non fu capace di dirle che non era un Re.
Sua madre era morta, e lui ora sul capo non aveva alcuna corona, ma solamente un paio di cuffie, identico a un centinaio di persone che assieme a lui stavano in un enorme scantinato dalle mura bianco sporco: tutti seduti davanti a decine di minuscole postazioni che si susseguivano in un dedalo di plastica rossa e carne umana, in un ambiente asettico dove persino l’aria era artificiale.
Una massa di volti inespressivi si avvicendavano come tanti tasselli del domino nel mezzo di frasi sconnesse, grida e fasulle risate che si diramavano in ogni angolo della stanza, stringendola maleficamente come i filamenti di un cancro.
Nemmeno i festoni natalizi contro le mura, né tantomeno un piccolo albero di Natale posto in un angolo della sala sembravano dare vita a quella cella di cemento.
Giovanni chinò il capo e scrutando un foglio davanti a lui cancellò la parola “duecento”, scrivendo subito sotto di essa “centocinquanta”.
Fissò intensamente quei numeri, mentre attorno a lui le voci continuavano a moltiplicarsi, intrecciandosi al rumore delle dita che battevano su delle tastiere e le urla dei superiori che veloci scorrevano come ombre fra le postazioni, osservando tutti con occhi guardinghi e strillando di abbassare i tempi di conversazione, o ancora di darsi da fare con le attivazioni, mentre qualcuno apriva persino una bottiglia di spumante, e Ciro, il supervisore capo, continuava a passare per le postazioni tenendo in testa un cappello da Babbo Natale e incitando tutti a darsi da fare.
Giovanni tracciò una linea sulla parola “mozzarella”, così forte quasi da spezzare la punta della matita. La voce stridente di una ragazzina urlò nelle sue orecchie: «Ma mi hai sentito o no? Io sono cliente da tanti anni e non ho mai avuto una promozione buona.»
Giovanni sembrò destarsi da un profondo sonno.
La voce della ragazzina continuò a percuotergli il cervello, e quando la sentì strepitare contro le proprie amiche: «Ma no, sto parlando solamente con quello del call center» la fronte gli si imperlò di sudore, il cuore gli salì fino in gola, e la terra sotto di lui iniziò a tremare.
Vide avanzare nel mezzo di una foschia di urla la sagoma confusa di suo padre, ubriaco come il giorno in cui in una cucina, vedendo Giovanni seduto su di un tappeto a giocare con macchinine gli urlò contro: «Sembri un ritardato.»
Giovanni l’osservò passargli accanto, atroce come una folata, vedendo i torbidi occhi di quell’uomo penetrargli fin dentro al midollo: gli stessi occhi che vide quando aveva solamente cinque anni, e suo padre uscì per l’ultima volta dalla porta di casa, senza mai più riaprirla.
Osservò ancora quella forma indistinta perdersi in un brusio di voci, urla, e bottiglie di spumante stappate per festeggiare il Natale.
«Ma ci sei ancora?» strillò arrogante la ragazzina.
Con la mano che gli tremava, Giovanni segnò con una linea profonda quanto una ferita la parola “internet”, come se nel farlo desiderasse tranciare la gola di quella ragazzina che continuava a urlargli nelle orecchie.
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