Tratto da uno dei più forti romanzi mai scritti. Tratto da “LEI”. Ancora inedito e solamente per le big.

E come si fa a dimenticare?
Se ti amputassero un braccio, riusciresti a dimenticare di averlo avuto? O magari lo sentiresti ancora vivo, attaccato al tuo corpo? Forse ne percepiresti ancora la sensazione. Sentiresti i peli drizzare sulla pelle. I piccoli stiramenti muscolari. Le fitte dovute alla cervicale.
Sindrome dell’arto fantasma viene chiamata. E vale anche per le persone? Vale anche quando perdi una persona?
Togli una donna dalla vita di un uomo, e lui la sentirà ancora presente. Sentirà la sua pelle, il suo profumo, la sua voce.
Alcune volte, nella notte, dormendo, cercherà persino di stringere il corpo di lei. Trovandosi poi da solo. Da solo nel nulla. Senza un braccio. Senza un arto. Senza una donna. Senza una vita.
Sindrome dell’arto fantasma. Percepire ancora l’arto amputato, e provare uno straziante senso di angoscia nel non poterlo muovere.
Sindrome dell’altro fantasma. Una donna viene estirpata dalla tua vita, e tu provi un indicibile tormento nel sentirla ancora accanto a te, ma non senza poterla raggiungere.
Tutti ci passano prima poi. Tutti siamo mutilati, chi in un modo o in un altro. Tutti ci siamo disperati sentendo ancora quel braccio perso, ma senza poterlo muovere.

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LA MASCHERA, romanzo a oggi inedito. Il romanzo più violento e realistico da me scritto, e che nessun editore osa pubblicare.

Qual è il prezzo di un amore? Quanto costano i ricordi?
Trenta euro! Sì, ecco quanto. Ecco quanto il mondo valuta il tuo amore, i tuoi ricordi, le tue illusioni.
Ero infatti uscito da meno di un’ora da uno di quei negozi di “Compro oro“. La vera immagine del mondo.
Entri lì, da solo, disperato, con in tasca non altro che i tuoi ricordi. Entri, e ti trovi davanti uno sconosciuto. Uno sconosciuto che ti fissa da dietro un vetro, sapendo già perché stai lì.
E anche tu lo sai. E sai di non aver scelta, o almeno se vuoi sopravvivere qualche altro giorno.
Dunque lo fai! Dai a quello sconosciuto i tuoi ricordi. Lui li fissa senza cura. Li pesa, li valuta, e poi ti dà dello squallido denaro in cambio di essi.
Trenta euro! Ecco quanto valgono i tuoi ricordi. Ecco quanto vale il ricordo di un amore. E tu vorresti piangere, vorresti urlare, vorresti morire. Vorresti rinunciare a quei soldi, solamente per aver con te ancora quei ricordi; brutti o belli che siano, ma qualcosa di prezioso. Qualcosa di vero. Qualcosa in cui hai bisogno di credere, per non sentirti vuoto, inutile, morto.
Eppure hai bisogno di quei soldi. Dunque non dici niente. Vai via, sentendo una lama che ti spacca in due.

Trenta denari! Lo stesso prezzo che ebbe Giuda per aver tradito Cristo. Il prezzo attribuito al suo amore per Cristo. Il prezzo conferito al mio amore per Mara.

Già, Mara. Era passato un mese da quando mi aveva mollato, e io come un povero idiota ancora la pensavo. Pensavo a un anno passato assieme a lei, a tutti i giuramenti che mi aveva fatto, le parole dolci da lei dette, e il modo in cui mi aveva piantato; da un giorno a un altro!

Sì, la notte prima aveva detto di amarmi, e il mattino dopo disse che voleva altro dalla vita.

Dannata troia! E io che ancora la pensavo. Ancora che stavo male per aver venduto quel dannato anello che le avevo regalato.

Voleva altro. Sì, come no. E uno capisce di voler altro improvvisamente? Da un giorno a un altro?

Cazzate! Quella stronza aveva di certo conosciuto un altro. Ecco la verità. Qualcosa di reale come il mio essere ridicolo nel pensarla ancora.

Sì, trenta euro. E probabilmente per Mara il nostro amore doveva valere anche meno.

Poco male. Almeno avevo in tasca un po’ di soldi. Non molti, ma dato che non avevo un soldo, e che avrei preso lo stipendio tra due giorni, quei trenta euro per me erano davvero tanti. Forse persino qualcosa di più grande dell’amore di Mara.

Quei soldi mi permisero di fare ciò che ogni bravo fallito fa quando viene mollato da una donna. Mi permisero di bere. Di ubriacarmi, donandomi la compagnia dalla bottiglia. Il solo modo che ha un fallito per scandire il tempo.

E lo stavo facendo eccome. Sì, era ormai più di un’ora che me ne stavo seduto al bancone di un bar nei pressi della stazione centrale di Napoli, bevendo il mio secondo boccale di birra.

Le luci attorno a me erano soffuse, e illuminavano in maniera Caravaggesca le mura e i tavolini di legno di quel bar, e i volti della gente in quel posto. Dei volti stanchi, silenziosi, rassegnati. Povera gente come me. Gente cattiva come me. Gente inutile come me. Gente che se ne stava seduta a fissare il bicchiere, senza avere nessuno con cui parlare, o avendo al massimo qualche sconosciuto che continuavano a chiamare amico. Qualche sconosciuto che chiamavano amico, proprio come lo stronzo affianco a me.

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Sette romanzi in circa tre anni. Amate scrittori come Carver, Bukowski, Palahniuk? Beh, allora questi libri fanno al caso vostro.

THE WRITER
Fissai a lungo quella pagina. Per secondi che mi sembrarono anni. Senza che mi venisse in mente niente. Nessuna storia! Non una sola parola.
Otto romanzi scritti e quattro pubblicati, e non avevo più parole! Solo il vuoto. E quei miei merdosi e fasulli sorrisi ancora scolpiti nella testa.
Diedi un sorso forte alla bottiglia, come a volerli annegare.
Ma rimasero lì. Innanzi a me. Vividi e penetranti.
«Quante stronzate che hai saputo dire stasera. Bravo! Davvero bravo!» sentii rimbombare in quella stanza.
Digrignai i denti e strinsi forte la bottiglia, alzandola con forza contro le labbra e dando un forte sorso come se volessi fare arrivare fino al cuore quella merda alcolica.
Non morii! No, ero lì fermo, e quella risata rimbombava nella stanza e dentro di me. Devastandomi. Spezzando ogni mia singola ossa.
Chinai il capo, ficcandomi la mano in testa e afferrando i capelli come se volessi strapparli. Strizzando gli occhi e digrignando ancora i denti.
«Che cazzo vuoi da me?» strillai. Quasi piangendo. Tremando e fissando il buio.
Lui rise ancora. Io aprii gli occhi e mandai giù altro vino.
«Ma non sto scherzando!» riprese a echeggiare la voce attorno a me «Sono sincero. Sei stato fantastico! Dio, non credevo che tu potessi essere così bravo. Davvero! E invece hai dato loro quello che volevano. Finalmente hai capito, testa di cazzo»
«Fa silenzio!» urlai, alzandomi di colpo dalla sedia e additando il vuoto «Tu non esisti! Tu non ci sei. Non sei un cazzo di niente!»
Quella risata mi avvolse ancora. Io girai attorno a me. Cercando di vederlo. Cercando di mettere fine a quell’incubo.
«Tu non sai un cazzo di me!» strillai ancora «Io sono uno scrittore! Non sono un patetico pagliaccio. Sono uno scrittore!»
«Scrittore un paio di palle!» urlò più forte, quasi sbattendomi al tappeto con quel suo urlo «Alla gente non fotte niente degli scrittori. Vogliono solo sognare! Vogliono eroi in cui rispecchiarsi. Alla gente non fotte un cazzo dei tuoi merdosi libri!»
«Sta zitto!» urlai, lanciando quella bottiglia contro al mio armadio. Vedendola fracassarsi contro di esso. Vedendo frammenti di vetro volare ovunque, e vino colare sul pavimento, mentre la sua risata cominciò a svanire in quella stanza.
Restai lì fermo ad ansimare. Fissando quella macchia di vino impressa sul mio armadio. Fissando quel vino colare a terra come fosse sangue. Il mio sangue!

AFFAMATA D’AMORE
Lei stava davanti la porta della finestra. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva
un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse
fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie
mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì
una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
«Marco, ti devo dire una cosa» sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore
colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del
cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a
vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo
di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che
non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua
vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso
con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il
lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da
tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello
che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di
sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e
ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che
mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.

VIOLA COME UN LIVIDO
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata.
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia senza farle domande.
Poi un rumore. Noi sobbalzammo. Bella abbaiò. Lei mi guardò,
io guardai lei.
Niente! Un inutile spavento. Così restammo lì ad abbracciarci, senza pensare a niente, senza dire niente, fino a che dopo avermi dato un altro bacio lei se ne andò nel cesso.
Io pulii tutto, attento a non lasciar tracce. Portai la carta sporca
in cucina, camminando a culo nudo per la casa proprio come Mel
Gibson.
La gettai nella pattumiera. Poi andai in soggiorno e mi rivestii.
Mi rimisi tutto addosso e tornai in cucina. Versai dell’acqua in
un bicchiere e la mandai giù.
Cosa sta succedendo? Questo, pensai, svuotando il bicchiere.
Poi lo ficcai nel lavello. La porta del cesso si aprì. Io guardai verso
la porta. Un’attesa. Qualche passo. Ed eccola di nuovo davanti a
me. Lei, Viola o Alessandra. Ormai non lo capivo più! Ma non
riuscivo a non sorridere fissandola.
Lei era vestita, proprio come me. Eravamo una coppia ufficiale
ormai. Lì, in cucina, vestiti dopo una grande scopata.
Che strano! Niente sigaretta. Niente vino. Niente birra. Solo io e
lei in quella cucina semibuia. Due bicchieri di acqua liscia. Guardarci, sorridere, tenerci la mano.
Poteva essere bello. Poteva essere pericoloso. Forse, poteva essere irreale. Di certo strano, eppure incisivo.
Restammo così per un po’. Proprio come una vera coppia. Come
fossimo marito e moglie.
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anche a me» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche dubbio.
Magari le piaceva solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei prima ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo, o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!

FOTTITI
Sì, ero l’angelo caduto. Ero l’aborto che mia madre avrebbe voluto compiere. Ero il male da sradicare sul nascere da ogni bravo bambino.
Ero cattivo! Ero sadico. Ero bestiale.
Ero lì, con lei davanti a me. Lei chinata sul tavolo. Lei, indifesa, incapace di muoversi. Lei, che poteva solo urlare. Che poteva solo disperarsi.
Infanzia mancata. Abusi dai genitori. Insulti dai compagni delle elementari. Regali sbagliati ricevuti a Natale. Eiaculazione precoce. Tradimento ricevuto dalla propria donna. Aver visto la propria mamma scopare con il medico.
Ne avrebbero dette tante gli psicologi per dare un movente al mio sadismo. Per cercare di dimostrare al mondo che non esistessero persone cattive, ma solo esseri umani malati.
Beh, io ero cattivo! Io ero l’uomo nero, ero l’orco grande e grosso, ero il demone nell’armadio di ogni moccioso.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Una sensazione nata da una forte frustrazione, magari alimentata da una madre severa e un padre dalle aspettative troppo alte.
Vedi anche narcisismo patologico. Un’immagine distorta del proprio sé, che ti porta a non entrare in empatia con nessuno che non rispecchi te. Sopravalutando le proprie capacità, fino a distorcere la realtà fisica.
Ma a me non fotteva! Io ero lì. Ero potente. Ero colui che avrebbe deciso della vita di Monia.
Avevo fame!
Voglia di sangue. Voglia di carne. Voglia di far male. Voglia di bombardare il mondo intero.
Ecco, fu un attimo! Come sempre. Come per le cose belle che per le cose brutte. Solo un attimo! Né più né meno. E in un attimo strinsi la presa più forte, quasi volessi spezzarle il braccio.
Lei urlò.
«Lasciami, lasciami!» strillò, con le lacrime agli occhi.
«Ora ti faccio vedere io, troia» esclamai, tenendola stretta, e slacciandomi i calzoni con la sinistra.

LASCIAMI ENTRARE
Già, lei in fondo per me era solo un corpo da scopare. Una bambola da usare a mio piacimento. Una puttana con cui giocare a essere onnipotente. Mentre Anna era la mia donna, la mia fidanzata, quella a cui non potevo ficcarlo in culo né pisciarle in bocca.
Cazzo, neanche se mi leggesse nel pensiero!
«Guarda che non hai bisogno di giustificarti» riprese, continuando ad accarezzarmi il petto.
«Uhm, come?» risposi, chinando lo sguardo verso di lei.
«Hai sentito! Non hai bisogno di pensare a cosa dirmi. Lo so che hai scopato con lei. È normale! Lei è la tua donna. E io… io… io non so neanche cosa sono, io.»
La strinsi forte a me. Aveva ragione! Non dovevo giustificarmi. E neanche io sapevo cosa fosse lei. Se fosse un essere umano o solo un giocattolo. Una bambola da usare. Una creatura inventata solo dalla mia mente malata.
Ed ecco la sua mano di nuovo sul mio petto, proprio come la prima volta.
Sentii di nuovo le sue unghie nella mia carne. Le sue dita affondare in me come se volessero giungere al mio cuore.
Percepii una lacrima cadere sul mio braccio, mentre continuavo a stringerla, senza il coraggio di guardarla.
«La prima volta che… la prima volta che mi hai presa, la ricordi?» mi disse, facendo cadere le sue lacrime sul mio braccio.
«Sì» le risposi, continuando ad accarezzarle i capelli. Ad accarezzare la sua testa poggiata sulla mia spalla. Ad accarezzare quel corpo da me a lungo massacrato, senza sapere più cosa provavo in me. Senza sapere più se lei fosse o no Sofia, la mia puttana e la mia schiava, o solo una bambina da amare e proteggere.
Lei affondò di più le sue dita nelle mie carni. Le sue dita nella mia vita.
«E ricordi cosa hai detto?»
Io non risposi. Non ricordavo niente a dire il vero. Non avevo nessuna immagine stampata in mente. Nessun monologo. Niente! Solo il mio cazzo nella sua bocca. Solo il mio cazzo nel suo corpo, e il suo senso di terrore e impotenza. La sua sofferenza e la sua umiliazione che accresceva la mia onnipotenza.
Poi esalò un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
«Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo» disse, restando poi un attimo in silenzio. «E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare» riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto e le lacrime bagnavano il suo viso. «E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito.»
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva. Sapeva che non ci stava altro da dire oltre a quanto da lei già detto. Sapeva che i sogni non esistono. Che al mondo niente è giusto. Niente è come sognamo.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Dio, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Poi ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono iniziò a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
«Non rispondi?» mi disse, sapendo già la risposta.
Io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!

VICOLI BUI
Che sciocca! Sì, era proprio una povera ingenua! Era cresciuta nel corpo, ma era rimasta la bambina di tanti anni prima. Non aveva capito che io ero cattivo come gli uomini che mi davano la caccia, che non ci stava né giusto né sbagliato al mondo. Solo uomini che sopravvivevano! Uomini che sopravvivevano divorando le carni di altri. E nessuna regina avrebbe mai fatto patti con i suoi schiavi. No, ogni regina avrebbe fatto scuoiare vivi i propri schiavi. E gli schiavi, se avessero potuto, avrebbero violentato a turno la loro regina, per poi diventare sovrani di altri schiavi.
E io ero come loro! Io ero uno schiavo braccato da tante regine. Uno schiavo pieno di rabbia. Uno schiavo che non avrebbe esitato a sbranare la propria regina, per poi costruire il proprio impero sui miliardi di cadaveri dei propri fratelli.
Ero cattivo! Ero il male in carne e ossa. Ero il peccato originale fatto carne. E lei avrebbe dovuto cacciarmi via. Avrebbe dovuto cancellare i suoi inutili sogni da mocciosa. Tirare fuori le palle e sbattermi fuori alla porta.
Ma non lo fece!
Io non capivo. Io ero confuso. Io ero come lacerato da decine di mani che mi strappavo il cervello.
Non sapevo che fare! E così non feci niente, se non restar lì a sorriderle tenendole la mano.
Poi continuammo a parlare del nostro passato. Di quella volta che era riuscita a farmi piantare una margherita, o di quella in cui io mi offrii di essere punito al posto suo, dopo che lei aveva fregato una merendina dalla mensa.
Parlammo a lungo. Poi cenammo assieme. Lei mangiò della merdosa pastina assieme a me, così da farmi compagnia mentre guardavamo la tele in cerca di notizie.
Niente! Solo e sempre la stessa merda. Covello era su tutti i telegiornali nazionali, e la mia foto veniva passata in continuazione, sperando che la brava gente desse una qualsiasi informazione alle forze dell’ordine. Ma io ero lontano da loro. Ero lontano da Covello. Ero lontano dai suoi uomini. Ero lontano dalla gente, lontano dal mondo, lontano da ogni giustizia e ogni colpa.
Io e Maria eravamo da soli, come due naufraghi. Da soli in un mondo tutto nostro. Da soli in un limbo dove il giusto e sbagliato non esisteva. Da soli, mano nella mano, a parlare di noi raccontandoci a vicenda, svelandoci a vicenda. Avvicinandoci intimamente, tremendamente, pericolosamente. Mentre fuori da lì il mondo continuava a scorrere velocemente, decidendo cosa fosse giusto e cosa sbagliato.

SENSO UNICO
Vagai per ore e ore, senza però allontanarmi dalla piazza. Era come non essere vivo. Come non essere sveglio. Come essere in un limbo. In un labirinto fatto di vapore.
Tutto era così confuso. La mia vita distrutta di colpo. Io ridotto a un corpo senz’anima che camminava tra la folla. Invisibile. Senza qualcosa da fare. Lì solo a girare come un animale, e con diecimila pensieri confusi e sbiaditi che mi giravano nella testa. Così confusi che non riuscivo a definirne neanche uno. Come non riuscivo a pensare a un solo modo per uscire da quella situazione, o anche solo un qualcosa da fare in quella dannata giornata.
Sì, vagai per ore. A testa bassa, bevendo il mio vino rosso sotto gli occhi disgustati della brava gente. Di quella gente che andava a messa, pagava le tasse, tifava per una squadra di calcio, e si commuoveva innanzi a film d’amore o bambini somali nelle immagini di qualche telegiornale.
Per me non ci stavano lacrime invece. Per me nessun sms solidale, né una raccolta fondi come quelle fatte per mandare generi alimentari in Palestina.
No, il mondo non mi vedeva neanche. Per il mondo io non ero degno di vivere. Ero solo un ubriacone. Solo un topo di fogna. Solo un puzzolente e bavoso barbone.
Infine passai di nuovo per piazza Garibaldi. Erano ormai quasi le otto di sera. I piedi mi facevano male, il cartone di vino quasi dimezzato, e la testa cominciava a girarmi.
Passai proprio davanti al ristorante Iris, e lì fuori ai tavolini ci stavano decine di persone a cenare. Turisti o italiani. Coppie o famiglie. Amici o colleghi di lavoro. Tutti lì seduti. Tutti a mangiare cose come spaghetti con le vongole, pizza margherita, risotto ai frutti di mare, bistecca con patate, o qualsiasi cosa che normalmente a stento avrei guardato. Cose che avrei mangiato solamente. Forse anche con noia, proprio come facevano quelle decine di facce ficcate sotto a quella specie di tendone verde.
Dio santo, non mi era mai capitato di provare una simile attrazione per il cibo. E invece ecco che ne sentivo i profumi fin dentro le narici. Lì distinguevo uno a uno. E ogni odore era invitante. Ogni odore era appetitoso, quasi eccitante. Ammaliante come il cibo che vedevo in quei piatti. Quel cibo che non avevo mai definito così nitidamente. In ogni sua particella.
Riuscivo a vedere il sugo formato dall’olio sulla carne. Il luccichio del pomodoro sulla pizza. La consistenza di ogni singolo spaghetto o maccherone. Le forchette affondare nelle patate croccanti.
Il cibo non era mai stato così bello. Mai così invitante. Al punto che avrei voluto saltare addosso a qualcuno di quegli stronzi lì seduti, e cominciare a divorare a mani nude tutto quanto avevano nei loro piatti.
Mangiare avidamente. Mangiare con ingordigia. Facendomi colare tutto addosso. L’olio, il sugo: tutto!
Sarebbe stata l’apoteosi del gusto una cosa simile. La sazietà assoluta. Il solo e unico vero paradiso.
Ma non mi fu concesso farlo! No, a un pezzente come me non era concesso fare niente. Neanche guardare la brava gente che s’ingozzava ai tavoli di quel ristorante. Quella brava gente che il giorno dopo avrebbe parlato di quanto fosse drammatica la crisi economica in Italia, o la disoccupazione che colpiva sette giovani su dieci. E infatti il cameriere ficcato lì fuori subito cominciò a fissarmi con aria infastidita, per paura che la mia lercia presenza disturbasse la quiete di quella brava gente.
Andai via da lì, con ancora più fame in corpo.
Cristo, immaginare è pericoloso! La speranza, davvero qualcosa di devastante. Qualcosa che ti uccide più della fame. Qualcosa che ti accoltella cuore e mente, dandoti un sogno davanti agli occhi. Mostrandoti un sogno che non puoi realizzare.
Meglio non sperare allora! Tanto, a che cazzo sarebbe servito?
La speranza mi avrebbe riempito lo stomaco? La speranza mi avrebbe dato un posto dove dormire? La speranza mi avrebbe tolto da quella cazzo di situazione?
No, la speranza era per i ricchi, non certo per chi come me viveva per strada. Senza un soldo. Senza affetti. Senza un cazzo di niente!
In cosa sperare? Magari che uno di quei ricchi signorotti si sarebbe alzato improvvisamente dal tavolo e mi avrebbe lanciato una bistecca? Sì, come se fossi un dannato cagnolino!
Oppure sperare che Silvia tornasse di colpo da me, con mia figlia e tutta la mia vita?
No, inutile! La gente si aggrappa sempre a cose chiamate “speranza”. Spera in un Dio, per poi maledirlo quando un cancro li stronca. Spera nell’amore, per poi cadere in depressione quando questo viene a mancare. O spera nei soldi, pensando al suicidio quando questi finiscono.
Sì, la speranza è fatta di cose e di persone, non di altro! La speranza puoi averla quando hai cose o persone a cui aggrapparti. E io non avevo niente. Io ero da solo in quella strada, in quel mondo, in quell’incubo senza uscita. E nessun Dio mi avrebbe mai tolto da lì. Nessuna speranza mi avrebbe mai impedito di passare la notte per strada, da solo, morendo di fame. Lì da solo attento solo a non essere pestato o inculato da qualche algerino arrapato.
No, non avevo speranze. Il mondo per me aveva chiuso le porte. Io avevo solo l’alcool per scandire il tempo, cercando di fuggire da quella realtà. Cercando di non vedere che ero io a star lì. Lì in quella merda. Lì in quella fogna lontana da ogni scusante per tirare avanti.
Lasciai dunque perdere quella gente e continuai per la mia strada, bevendo il mio vino in cartone, così diverso dal vino nei calici di quella brava gente.
Arrivai verso la stazione centrale. Non sapevo bene perché mi trovassi lì. Forse una specie di radar mi diceva che quello era il posto adatto alla gente inutile come me. Un posto dove tutti i disperati come me si riunivano per stare lontani dalla brava gente. Dalla gente del mondo. Dai figli della storia.
Beh, mi ero sbagliato. Sì, lo spiazzale della stazione brulicava ancora di turisti che uscivano da essa. Di studenti o lavoratori che vi entravano per tornare a casa, o di gente che andava o veniva da chissà dove.
Certo, lì fuori ci stava anche tanta gente di merda. Tanti topi di fogna come me. Ma erano simili a blatte che si nascondevano nella notte. Tutti ammassati contro le mura della stazione come se il loro stesso vivere fosse un delitto per il mondo. Alcuni da soli, altri in compagnia ma senza parlare di niente! E altri ancora che giravano per quello spiazzale in cerca di qualcuno da derubare, o anche solo elemosinando qualche spicciolo per comprarsi da bere e da fumare.

Dio, era tutto così assurdo! Non ci avevo mai fatto caso quanto quei due mondi fossero così vicini tra loro. Due mondi totalmente opposti, l’uno accanto all’altro, ma divisi da un invisibile quanto invalicabile confine.

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Niente 50 sfumature di merd… ehm, grigio. Solamente realtà. Cinica, cruenta, violenta realtà che soffoca. Lasciami entrare, edito dalla Damster edizioni.

Restammo lì stesi a lungo, senza dire niente. Lì stesi solo a stringerci, solo a baciarci, dimenticando persino quanto successo.
Poi mi tirai su, e lei con me, mettendoci del tutto stesi su quel letto. Fianco a fianco, proprio come due innamorati.
Tornai a stringerla a me, accarezzandole i capelli, mentre lei teneva una mano sotto la mia maglietta, carezzandomi il petto.
«Non l’ho scopato!» sussurrò la sua piccola voce, infrangendo quel silenzio.
Io voltai il capo verso di lei, continuando a star steso al suo fianco, accarezzandole i capelli.
Lei alzò lo sguardo verso di me, fissandomi come fosse una bambina. Come fosse un piccolo cucciolo di cane accanto al suo amato padrone.
«Sì, non l’ho scopato! Non ci ho fatto niente di niente. Non mi andava!» aggiunse, continuando a sfiorarmi il petto con la sua piccola mano.
Io la strinsi con più forza a me, senza neanche sapere il perché.
In fondo avrei voluto dirle che neanche io avevo scopato con Anna, ma le avrei detto una bugia, e poi non sapevo proprio perché avrei dovuto farlo.
Già, lei in fondo per me era solo un corpo da scopare. Una bambola da usare a mio piacimento. Una puttana con cui giocare a essere onnipotente. Mentre Anna era la mia donna, la mia fidanzata, quella a cui non potevo ficcarlo in culo né pisciarle in bocca.
Cazzo, neanche se mi leggesse nel pensiero!
«Guarda che non hai bisogno di giustificarti» riprese, continuando ad accarezzarmi il petto.
«Uhm, come?» risposi, chinando lo sguardo verso di lei.
«Hai sentito! Non hai bisogno di pensare a cosa dirmi. Lo so che hai scopato con lei. È normale! Lei è la tua donna. E io… io… io non so neanche cosa sono, io.»
La strinsi forte a me. Aveva ragione! Non dovevo giustificarmi. E neanche io sapevo cosa fosse lei. Se fosse un essere umano o solo un giocattolo. Una bambola da usare. Una creatura inventata solo dalla mia mente malata.
Ed ecco la sua mano di nuovo sul mio petto, proprio come la prima volta.
Sentii di nuovo le sue unghie nella mia carne. Le sue dita affondare in me come se volessero giungere al mio cuore.
Percepii una lacrima cadere sul mio braccio, mentre continuavo a stringerla, senza il coraggio di guardarla.
«La prima volta che… la prima volta che mi hai presa, la ricordi?» mi disse, facendo cadere le sue lacrime sul mio braccio.
«Sì» le risposi, continuando ad accarezzarle i capelli. Ad accarezzare la sua testa poggiata sulla mia spalla. Ad accarezzare quel corpo da me a lungo massacrato, senza sapere più cosa provavo in me. Senza sapere più se lei fosse o no Sofia, la mia puttana e la mia schiava, o solo una bambina da amare e proteggere.
Lei affondò di più le sue dita nelle mie carni. Le sue dita nella mia vita.
«E ricordi cosa hai detto?»
Io non risposi. Non ricordavo niente a dire il vero. Non avevo nessuna immagine stampata in mente. Nessun monologo. Niente! Solo il mio cazzo nella sua bocca. Solo il mio cazzo nel suo corpo, e il suo senso di terrore e impotenza. La sua sofferenza e la sua umiliazione che accresceva la mia onnipotenza.
Poi esalò un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
«Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo» disse, restando poi un attimo in silenzio. «E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare» riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto e le lacrime bagnavano il suo viso. «E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito.»
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva. Sapeva che non ci stava altro da dire oltre a quanto da lei già detto. Sapeva che i sogni non esistono. Che al mondo niente è giusto. Niente è come sognamo.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Dio, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Poi ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono iniziò a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
«Non rispondi?» mi disse, sapendo già la risposta.
Io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!
Sì, come previsto mi aveva chiamato. E come previsto le avevo detto d’esser andato a prendere le sigarette.
Ci aveva creduto! O magari neanche a lei fotteva un cazzo, proprio come a me. Ma comunque fosse, la realtà era tornata, e io dovevo andare dalla mia amata fidanzata.
Tornai in camera da letto, bevendo una birra e fumando una sigaretta.
Lei si era rivestita. Se ne stava seduta su letto con le gambe incrociate, fissandomi con aria triste.
«Torni da lei?» mi chiese.
Io non risposi. Diedi un sorso alla mia birra e abbassai lo sguardo.
La sentii sorridere. Sentii la sua risata simile a un pianto, e la sentii fin sotto la mia pelle.
Alzai lo sguardo verso di lei, ma senza il coraggio di tener fermi i miei occhi nei suoi.
«Ora vado» le dissi.
«Okay» rispose.
Poi non dicemmo altro. No, non ci stava niente da dire. Sapevamo tutto, e ogni parola sarebbe stata superflua.
La lasciai lì da sola, dopo averla sbranata ancora una volta. Dopo averle lacerato il cuore ancora una volta.
Finii la mia birra e tornai a casa.
Anna si era riaddormentata. Io mi spogliai e mi misi al suo fianco.
Lei mi strinse, mi strinse forte.
«Mhh, quando te lo toglierai questo brutto vizio?» mugugnò, stringendomi.
Io la strinsi a mia volta, fissando il vuoto. Fissando il buio che mi avvolgeva.
«Presto. Presto» risposi, tenendola stretta a me, mentre Sofia era da sola in quella stanza, proprio come me, in fondo. Come me, che tenevo stretta la mia piccola Anna, dicendole ancora una di amarla.
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Sconvolegente e cruento romanzo che a oggi nessun editore ha avuto le palle di pubblicare. “La maschera!”. A voi due estratti del romanzo.

Qual è il prezzo di un amore? Quanto costano i ricordi?
Trenta euro! Sì, ecco quanto. Ecco quanto il mondo valuta il tuo amore, i tuoi ricordi, le tue illusioni.
Ero infatti uscito da meno di un’ora da uno di quei negozi di “Compro oro”. La vera immagine del mondo!
Entri lì, da solo, disperato, con in tasca non altro che i tuoi ricordi. Entri, e ti trovi davanti uno sconosciuto. Uno sconosciuto che ti fissa da dietro un vetro, sapendo già perché sei lì.
E anche tu lo sai! E sai di non aver scelta, o almeno se vuoi sopravvivere qualche altro giorno.
Dunque lo fai! Dai a quello sconosciuto i tuoi ricordi. Lui li fissa senza cura, li pesa, li valuta, e poi ti dà dello squallido denaro in cambio di essi.
Trenta euro! Ecco quanto valgono i tuoi ricordi. Ecco quanto vale il ricordo di un amore. E tu vorresti piangere, vorresti urlare, vorresti morire. Vorresti rinunciare a quei soldi, solo per aver con te ancora quei ricordi; brutti o belli che siano, ma qualcosa di prezioso!
Eppure hai bisogno di quei soldi. Dunque non dici niente. Vai via, sentendo una lama che ti spacca in due.
Trenta denari! Lo stesso prezzo che ebbe Giuda per aver tradito Cristo. Il prezzo attribuito al suo amore per Cristo. Il prezzo conferito al mio amore per Mara.
Già, Mara! Era passato un mese da quando mi aveva mollato, e io come un povero idiota ancora la pensavo. Pensavo a un anno passato assieme a lei, a tutti i giuramenti che mi aveva fatto, le parole dolci da lei dette, e il modo in cui mi aveva piantato; da un giorno a un altro!
Sì, la notte prima mi aveva detto di amarmi, e il mattino dopo disse che voleva altro dalla vita.
Dannata troia! E io che ancora la pensavo. Ancora che stavo male per aver venduto quel dannato anello che le avevo regalato.
Voleva altro! Sì, come no. E uno capisce di voler altro improvvisamente?
Cazzate! Quella stronza aveva di certo conosciuto un altro. Ecco la verità! Qualcosa di reale come il mio essere ridicolo nel pensarla ancora.
Sì, trenta euro! E probabilmente per Mara il nostro amore doveva valere anche meno.
Poco male! Almeno avevo in tasca un po’ di soldi. Non molti, ma dato che non avevo un soldo, e che avrei preso lo stipendio tra due giorni, quei trenta euro per me erano davvero tanti. Forse persino qualcosa di più grande dell’amore di Mara. E quei soldi mi permisero di fare ciò che ogni bravo fallito fa quando viene mollato da una donna.
Mi permisero di bere! Di ubriacarmi donandomi la compagnia dalla bottiglia.
E lo stavo facendo eccome! Sì, era ormai più di un’ora che me ne stavo seduto al bancone di un bar nei pressi della stazione centrale di Napoli, bevendo il mio secondo boccale di birra.
Le luci attorno a me erano soffuse, e illuminavano in maniera Caravaggesca le mura e i tavolini di legno di quel bar, e i volti della gente in quel posto. Dei volti stanchi, silenziosi, rassegnati. Povera gente come me! Gente cattiva come me. Gente inutile come me. Gente che se ne stava seduta a fissare il bicchiere, senza avere nessuno con cui parlare, o al massimo qualche sconosciuto che continuavano a chiamare amico. Qualche sconosciuto che chiamavano amico, proprio come lo stronzo affianco a me.
« Solo trenta pezzi! » esclamò Mario, lì seduto accanto a me, davanti a quel banco di legno.
Poggiò lentamente il boccale di birra sul banco, facendo un smorfia con aria perplessa, per poi ficcarsi in bocca una Camel.
Accese la sua sigaretta. Io continuai a guardare il vuoto davanti a me, attraverso delle scaffalature di vetro su cui stavano poggiate decine di bottiglie di whisky.
« Ma sei sicuro che quel figlio di troie di Ivano non ti abbia fregato? » riprese.
« Credo di no! » gli risposi, ficcandomi in bocca una Marlboro e accendendola « Lei aveva le dita molto piccole! »
« Bah! In questo almeno sono stato più fortunato di te, Nico. Quando Luisa mi piantò, beh, ci ricavai ben cinquanta pezzi con il suo anello. Aveva le dita grosse… Proprio come tutto il resto »
Io annuii. Non me ne fotteva niente di Luisa, né di Mario. Erano solo due sconosciuti per me, come tutta la gente lì dentro. Come la troia polacca che serviva alcool da dietro al banco, il proprietario che da un angolo ci fissava, attento che non combinassimo qualche casino, e di tutti quei coglioni che se ne stavano lì dentro a ubriacarsi proprio come me. Coglioni proprio come me!
Ma che fai quando una donna ti pianta? Beh, o te ne stai da solo in camera tua, ubriacandoti, e chiamando di tanto in tanto lei solo per dirle quanto sia una troia. Oppure, se hai la grana, esci, vai in giro, offri una serata da sballo a qualche puttanella, così da fartela. O ancora, nella peggiore delle ipotesi, scegli uno stronzo qualsiasi con cui passare la serata. Uno come Mario! Uno che avevo conosciuto a lavoro. Uno che non sapeva un cazzo di me, come io non sapevo niente di lui. La tipica persona con la quale a lavoro parli di tutto, come se lui fosse l’amico desiderato da sempre, ma che a conti fatti non conosci minimamente. Anzi… magari ti sta anche sul cazzo!
Comunque fosse, il fato volle che Mario era stato piantato tre giorni prima che Mara mollò me. Dunque, da bravi falliti, a lavoro subito parlammo dei nostri guai sentimentali, gettando merda su tutte le donne del mondo. E dopo aver passato entrambi la fase “solitudine totale e insulti al telefono”, ben consapevoli che le nostre donne se ne sbattevano dei nostri insulti, e si stavano già facendo sbattere da qualcun altro, eccoci lì! Da soli nella fase tre. Troppo inutili per poterci permettere la fase due.
———
Cristo, era una casa nel centro storico di Napoli. Una di quelle case di studenti fuori corso, mantenuti da papà, e che facevano piccoli lavoretti di tanto in tanto in qualche cooperativa sociale, giusto per aver più soldi per l’erba, il vino, o anche solo per poter dire agli altri che facevano qualcosa di utile per il prossimo.
Dio, era davvero una situazione del cazzo!
Io, in mezzo a tutti quei dannati bambocci. In quella casa pulita, curata, piena di opere d’arte moderne, grossi e noiosi libri universitari e di filosofie orientali, incensieri e candele profumate. E lì in mezzo a tutto quello schifo, uno schifo ancora peggiore. Le loro facce!
Cazzo, ne erano una decina. Sia di uomini che di donne. Facce pulite, sorridenti, intente a parlare tra loro mentre ce ne stavano davanti a una tavola imbandita di merdoso cibo macrobiotico, avvolti da una noiosissima e schifosa musica zen.
Lina sembrava davvero felice. Era felice di presentarmi al suo mondo. Ai suoi amici. A quelle tre stronzette vestite come delle troie indiane, e quei sette fessi intellettuali, di cui almeno tre lo avevano di certo piantato dentro di lei.
Ma io continuai a far buon viso alla cattiva sorte.
Continuai a sorridere, bere vino, mangiare merda macrobiotica, fingere di ascoltare le stronzate di quei coglioni, e rispondere loro di tanto in tanto. Giusto quando era indispensabile.
Ma purtroppo l’indispensabile era dannatamente frequente.
Un coglione dalla faccia lunga e dal naso aquilino iniziò a fissarmi, sorridendo, mentre sorseggiava il suo vino. Distogliendo l’attenzione dal discorso che stava tenendo con gli altri coglioni seduti lì a quel tavolo.
« E tu, Nicola, cosa ne pensi di questo conflitto tra Israele e Palestina? O dovrei dire… Di questo crudele genocidio! »
Diedi un altro sorso al vino, guardando quello stronzo che continuava a fissarmi sorridendo, e tutta le gente che di colpo aveva iniziato a guardarmi, eleggendomi nuovo ospite d’onore della loro cazzo di serata.
Anche Lina sorrise. Stringendomi la mano da sotto al tavolo e guardandomi.
Io la fissai. Poi tornai a guardare il coglione con il naso aquilino e scossi le spalle.
« Beh, credo sia proprio una brutta faccenda » gli risposi, senza cura, senza sapere che dire.
Lo stronzo mi fissò ancora, poi si voltò verso i loro amici, e tutti assieme fecero un’odiosa risatina.
Io li guardai ancora, bevendo il mio vino, conoscendo bene quella cazzo di risata.
Sì, ero di nuovo a scuola. I compagni ridevano di me, e la maestra dava loro modo di farlo.
Ero il bambino che aveva ricevuto un regalo di merda a natale, mentre tutti gli altri avevano ricevuto quanto desiderato.
Ero l’impiegato delle poste deriso dai colleghi. Il ciccione deriso dalla gente magra. Il secchione deriso dai bulli. E la testa mi scoppiava! Stringevo in mano il mio bicchiere di vino, con la voglia di spaccarlo in testa a quello stronzo. Con la voglia di uccidere tutti quei dannati bastardi. Con la voglia di punirli, sottometterli, farli sparire dalla faccia della terra.
Di nuovo voglia di sangue. Di nuovo voglia di vendetta. Di nuovo la voce di Max nel mio cervello.
Lo stronzo tornò a fissarmi, sorridendo e guardandomi con la sua aria saccente.
« Una brutta faccenda? » disse sarcasticamente « Cioè, milioni di morti, e tu la chiami una brutta faccenda? »
Tutti cominciarono a ridacchiare. Lina mi fissò con aria imbarazzata, tenendomi sempre la mano da sotto al tavolo. Io guardai dritto negli occhi quel lurido stronzo. Mandai giù in un solo sorso il bicchiere di vino, e poi mi alzai dal tavolo.
Restai lì in piedi a fissare quel deficiente. Sorrisi, e in un attimo afferrai un coltello dalla tavola.
Andai verso di lui, agitando quel coltello, sotto lo sguardo terrorizzato di tutti. Compresa Lina.
Gli arrivai faccia a faccia, e in un millesimo di secondo gli piantai il coltello contro la gola.
« Allora, non ridi più, stronzo? » gli dissi, premendo quella lama contro alla sua merdosa gola.
Tutti mi guardarono con aria sbigottita e terrorizzata. Lina si alzò dalla sedia, fissandomi con aria sconvolta e piangendo.
Io mossi ancora la lama contro la gola di quel frocio.
« Come? Non ti sento! » ripresi « Non mi dire che hai paura di crepare? No, come, tu che fino a poco fa dicevi di essere disposto a morire per la causa Palestinese »
Affondai di più la lama contro la sua gola. Lui continuò a frignare come una femminuccia, mentre io sorrisi, guardando il terrore di tutti quegli stronzi attorno alla tavola. Compresa Lina! Lei, che mi aveva ficcato in quella situazione di merda.
« Beh, non dici niente? Eppure hai davanti l’uomo cattivo! Il tuo fottuto Israeliano del cazzo »
Lui continuò a frignare. Io tolsi la lama dalla sua gola e lo afferrai per il collo, scaraventandolo a terra velocemente.
In un lampo mi fiondai contro di lui e gli ficcai di nuovo il coltello contro la gola. Fissandolo dritto negli occhi. Godendo del suo terrore.
« Sì, Bob. Posso chiamarti Bob, non è vero? »
Lui non disse niente. Comunque si chiamasse, ormai non aveva importanza. Lui non era nessuno! Era il mio schiavo. Era in mio potere. Poteva solo starsene lì al suolo, implorandomi di non ucciderlo. Implorandomi di regalargli un altro giorno di vita.
Allontanai lentamente la lama dalla sua gola e sorrisi.
« Beh, Bob, vedi, la faccenda è molto complicata. Sì, io ora, in questo preciso istante, o uccido te, o dovrò uccidere un intero villaggio Palestinese. Tu mi capisci, Bob, niente di personale. Solo affari! Io questa notte devo uccidere qualcuno. Sì, lo devo fare! »
Lui ansimò, pisciandosi nei calzoni, sotto gli occhi di tutti.
« Allora, Bob, che facciamo? »
« Non… Non uccidermi! Ti… Ti prego, non uccidermi! » friognò il mio amico Bob.
Io sorrisi ancora. Lo guardai, e poi mi allontanai di qualche passo, tornando verso quella tavola imbandita di cibo di merda.
« Bene, Bob » aggiunsi « I tuoi amici Palestinesi ora sono andati. Sì, ma a te non te ne fotte un cazzo, vero? »
Bob rimase in silenzio. Frignando, lì a terra, e cagandosi letteralmente addosso.
Io mi voltai verso una stronza lì tra la gente. Una troietta magra, soda, e davvero arrapante.
« Tu, puttanella » strillai « Vieni subito qui e succhiami il cazzo »
La troia mi fissò con aria attonita e spaventata. Restando ferma per qualche istante.
Poi finalmente, a un altro mio urlo, la troia si diede una mossa.
La puttanella mi raggiunse, tremando come una foglia e fissandomi con aria terrorizzata.
Arrivò davanti a me e si fermò. Io la guardai. Tutti ci guardarono con aria sconvolta, senza sapere che fare.
Ma io lo sapevo eccome!
Afferrai per i capelli quella saccente troia e la misi in ginocchio, proprio davanti al mio cazzo.
Lo tirai fuori e glielo piantai dritto in faccia.
Lina scoppiò a piangere. Stava lì davanti al tavolo, senza poter far niente se non vedermi in piedi davanti a quella troia, con il mio cazzo in mano.
Uno di quei coglioni raggiunse persino Lina, stringendola e consolandola.
Evidentemente era uno a cui l’aveva data, o solo un coglione che sperava di fottersela. Comunque fosse, lo stronzo decise di far vedere alla sua bella principessa di essere uno con le palle, e non solo un povero stronzo.
Si rivolse verso di me, continuando a stringere forte la sua principessa.
« Ora basta! Finiscila, prima che io chiami la polizia »
Mi voltai verso di lui e sorrisi con fare cinico. Proprio come faceva sempre Max!
Dio, mi sembrava di essere lui. Non avevo più paura di niente. Ero Dio, il Signore assoluto, l’occhio di Sauron capace di dominare il mondo intero.
E il bamboccio era la mia vittima! Era in mio potere.
Puntai il coltello verso di lui, continuando a mantenere il cazzo contro la faccina di quella stronza.
« Ehi, ragazzino, chiudi quella cazzo di bocca! Okay? Oppure sgozzo questa dannata troia »
Il bamboccio non aggiunse altro, e così tutti gli altri in quella schifosa sala.
Io tornai a fissare la stronza. Le puntai il coltello contro la gola e piazzai il mio grosso cazzo contro la sua faccia.
« Allora, troia, prendimelo in bocca. Dai, che sai bene come si fa »
E lei lo sapeva eccome! E sapeva anche di voler continuare a vivere, nonostante poche decine di minuti prima aveva detto che si sarebbe fatta uccidere piuttosto che farsi dominare da un uomo.
Ma le cose erano cambiate! Gli ideali non reggono mai il peso con la realtà. E in un attimo, miss spiritualità, piangendo e tremando allungò la sua piccola e curata manina fino al mio cazzo.
Lo afferrò lentamente, come se stesse toccando un pezzo di merda.
« Cristo, e ti vuoi dare una mossa? » strillai, dandole una sberla contro la testa « Avanti, che ne hai presi di affari simili in bocca »
Lei chiuse gli occhi. Le lacrime le scendevano sulle guance, mentre stava lì, in ginocchio, con il mio cazzo in mano.
Cominciò lentamente a muovere la mano. Avanti e indietro. Masturbandomi.
Io sorrisi e le piazzai una mano contro la testa, avvicinandogliela al mio cazzo.
« Brava! Ora prendilo tutto in bocca » le dissi. E lei senza poter far niente, completamente in mio potere, avvicinò lentamente il volto al mio cazzo. Consapevole di stare per prenderlo in bocca e che non avrebbe potuto far niente per impedirmi di fotterle la gola.
Aprì lentamente le labbra. Si avvicinò sempre di più. Sempre di più. Finché sentii le sue labbra contro la mia pelle. Le sue labbra contro al mio cazzo. Il mio cazzo nella sua bocca.
Sorrisi, muovendo la mano sulla sua testa. Spingendo quella dannata testaccia contro di me. Pompandole il mio cazzo dritto in gola.
« Sì, così, davvero brava! Si vede che hai esperienza nel succhiare i cazzi » strillai.
Lei continuò a succhiare, piangendo, sotto lo sguardo terrorizzato di tutti.
Io sorrisi ancora. Godendo. Sentendo le sue labbra avvolgermi il cazzo.
Poi qualcuno si fece avanti. Una voce! Una voce tra la folla.
« Allora, Nico, oltre a reputarla una brutta faccenda, cosa pensi di preciso del massacro che gli Israeliani stanno compiendo in Palestina? »
Io scossi la testa. Lina mi strinse la mano da sotto al tavolo. La troia che me lo aveva preso in bocca stava ancora lì, seduta, fissandomi e ridacchiando.
Io guardai quello stronzo di Bob lì davanti a me. Max era svanito. Ero solo! Ero di nuovo il cagnolino di Lina. Di nuovo il su bamboccio.
Tirai un sospiro e finsi un sorriso.
« Beh, io credo che i Palestinesi abbiano tutto il diritto di star lì » risposi, fottendomene dei Palestinesi e del mondo intero, desiderando solo di togliermi da lì al più presto.
Bob annuì, e il resto della gente lì dentro sembrò soddisfatta.
Lina mi strinse più forte la mano, da sotto al tavolo, sorridendo anche lei.
« Già » ripresi « Voglio dire, quella degli Israeliani è pura violenza gratuita. Non ci sta ragione che giustifichi quanto stanno facendo. E noi occidentali abbiamo il dovere d’intervenire. Le nazioni unite per prime, e poi noi tutti »
Bob fu davvero soddisfatto, così il resto della banda e la mia cara Lina.
Sì, la Palestina era stata salvata! Noi tutti volevamo salvarla, e la stavamo salvando, discutendo di essa mentre bevevamo il nostro vino costoso. E la serata non proseguì di certo meglio, purtroppo. No, si continuò a parlare di politica internazionale, di spiritualità, di veganesimo, o di arte moderna.
Eravamo le persone migliori del mondo. Eravamo artisti, rivoluzionari, santoni, animalisti.
Tutti eravamo come Dio lì dentro. Eravamo come Max! Pronti a uccidere chiunque pur di sentirci dei vincenti, della gente superiore; una nuova dannatissima razza ariana. E io ero l’oggetto atto a far elevare il loro rango. Ero una di quelle troie del club, legate su un tavolo a farsi sbattere da decine e decine di cazzi. Un niente! Qualcosa utile solo a farli sentire migliori. Migliori di uno come me!
Ero di nuovo inerme. Di nuovo in catene. Di nuovo un povero fallito. E Lina rideva! Rideva felice di avere con sé il suo nuovo cagnolino. L’uomo che l’avrebbe fatta sentire speciale, voluta, migliore di ogni altra donna.
E lo stavo facendo! Lina era la principessa del ballo, e io il suo dolce principe azzurro.
Beh, alla fine della serata, prima di tornare a casa, per ringraziarmi mi tirò anche un bel pompino in auto prima di darmela. E subito dopo, altri giuramenti d’amore. Altre parole.
Era felicissima di com’era andata la serata. Neanche si era accorta del mio disaggio. Della mia voglia di spaccare tutto e uccidere tutti.
No, io ero uno sconosciuto. Lei era una sconosciuta. Eravamo solo due corpi. Solo due pezzi di carne che scopavano, e non altro.
Eppure eravamo lì. Dicendo di amarci. Dicendo di volerci. Credendo che l’uno aveva scelto l’altra tra miliardi di esseri umani.
Dio, dentro di me avrei voluto ammazzarla. Farla urlare per l’umiliazione vissuta. Trattarla come una troia. Punirla per avermi tagliato le palle.
Ma non feci niente di simile! Continuai a star con lei in quell’auto, stringendola e dicendole di amarla. E dopo l’accompagnai a casa. La strinsi ancora. La baciai ancora. Le dissi ancora di amarla, e poi la vidi andar via. Nella sua casa. Lì ad attendere la mia telefonata quando sarei tornato a casa, proprio da bravo fidanzatino.
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Sei romanzi. Sei romanzi per spaccarvi il cuore.

Sei romanzi. Sei storie ossessive. Sei storie che vi spaccheranno il cuore.
Non ci credete?
Bah, allora leggete!
 
THE WRITER
Fissai a lungo quella pagina. Per secondi che mi sembrarono anni. Senza che mi venisse in mente niente. Nessuna storia! Non una sola parola.
Otto romanzi scritti e quattro pubblicati, e non avevo più parole! Solo il vuoto. E quei miei merdosi e fasulli sorrisi ancora scolpiti nella testa.
Diedi un sorso forte alla bottiglia, come a volerli annegare.
Ma rimasero lì. Innanzi a me. Vividi e penetranti.
«Quante stronzate che hai saputo dire stasera. Bravo! Davvero bravo!» sentii rimbombare in quella stanza.
Digrignai i denti e strinsi forte la bottiglia, alzandola con forza contro le labbra e dando un forte sorso come se volessi fare arrivare fino al cuore quella merda alcolica.
Non morii! No, ero lì fermo, e quella risata rimbombava nella stanza e dentro di me. Devastandomi. Spezzando ogni mia singola ossa.
Chinai il capo, ficcandomi la mano in testa e afferrando i capelli come se volessi strapparli. Strizzando gli occhi e digrignando ancora i denti.
«Che cazzo vuoi da me?» strillai. Quasi piangendo. Tremando e fissando il buio.
Lui rise ancora. Io aprii gli occhi e mandai giù altro vino.
«Ma non sto scherzando!» riprese a echeggiare la voce attorno a me «Sono sincero. Sei stato fantastico! Dio, non credevo che tu potessi essere così bravo. Davvero! E invece hai dato loro quello che volevano. Finalmente hai capito, testa di cazzo»
«Fa silenzio!» urlai, alzandomi di colpo dalla sedia e additando il vuoto «Tu non esisti! Tu non ci sei. Non sei un cazzo di niente!»
Quella risata mi avvolse ancora. Io girai attorno a me. Cercando di vederlo. Cercando di mettere fine a quell’incubo.
«Tu non sai un cazzo di me!» strillai ancora «Io sono uno scrittore! Non sono un patetico pagliaccio. Sono uno scrittore!»
«Scrittore un paio di palle!» urlò più forte, quasi sbattendomi al tappeto con quel suo urlo «Alla gente non fotte niente degli scrittori. Vogliono solo sognare! Vogliono eroi in cui rispecchiarsi. Alla gente non fotte un cazzo dei tuoi merdosi libri!»
«Sta zitto!» urlai, lanciando quella bottiglia contro al mio armadio. Vedendola fracassarsi contro di esso. Vedendo frammenti di vetro volare ovunque, e vino colare sul pavimento, mentre la sua risata cominciò a svanire in quella stanza.
Restai lì fermo ad ansimare. Fissando quella macchia di vino impressa sul mio armadio. Fissando quel vino colare a terra come fosse sangue. Il mio sangue!
 
AFFAMATA D’AMORE
Lei stava davanti la porta della finestra. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva
un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse
fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie
mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì
una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
«Marco, ti devo dire una cosa» sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore
colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del
cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a
vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo
di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che
non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua
vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso
con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il
lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da
tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello
che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di
sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e
ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che
mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.
 
VIOLA COME UN LIVIDO
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata.
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano
i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede
dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori
sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono
in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le
mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella
come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il
suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia senza farle domande.
Poi un rumore. Noi sobbalzammo. Bella abbaiò. Lei mi guardò,
io guardai lei.
Niente! Un inutile spavento. Così restammo lì ad abbracciarci, senza
pensare a niente, senza dire niente, fino a che dopo avermi dato
un altro bacio lei se ne andò nel cesso.
Io pulii tutto, attento a non lasciar tracce. Portai la carta sporca
in cucina, camminando a culo nudo per la casa proprio come Mel
Gibson.
La gettai nella pattumiera. Poi andai in soggiorno e mi rivestii.
Mi rimisi tutto addosso e tornai in cucina. Versai dell’acqua in
un bicchiere e la mandai giù.
Cosa sta succedendo? Questo, pensai, svuotando il bicchiere.
Poi lo ficcai nel lavello. La porta del cesso si aprì. Io guardai verso
la porta. Un’attesa. Qualche passo. Ed eccola di nuovo davanti a
me. Lei, Viola o Alessandra. Ormai non lo capivo più! Ma non
riuscivo a non sorridere fissandola.
Lei era vestita, proprio come me. Eravamo una coppia ufficiale
ormai. Lì, in cucina, vestiti dopo una grande scopata.
Che strano! Niente sigaretta. Niente vino. Niente birra. Solo io e
lei in quella cucina semibuia. Due bicchieri di acqua liscia. Guardarci,
sorridere, tenerci la mano.
Poteva essere bello. Poteva essere pericoloso. Forse, poteva essere
irreale. Di certo strano, eppure incisivo.
Restammo così per un po’. Proprio come una vera coppia. Come
fossimo marito e moglie.
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anche a me» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche
dubbio.
Magari le piaceva solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come
sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei prima ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato
solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola
allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio
inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non
finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona
che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera
persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo, o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento
pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli
adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato
da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!
 
 
Fottiti
Sì, ero l’angelo caduto. Ero l’aborto che mia madre avrebbe voluto compiere. Ero il male da sradicare sul nascere da ogni bravo bambino.
Ero cattivo! Ero sadico. Ero bestiale.
Ero lì, con lei davanti a me. Lei chinata sul tavolo. Lei, indifesa, incapace di muoversi. Lei, che poteva solo urlare. Che poteva solo disperarsi.
Infanzia mancata. Abusi dai genitori. Insulti dai compagni delle elementari. Regali sbagliati ricevuti a Natale. Eiaculazione precoce. Tradimento ricevuto dalla propria donna. Aver visto la propria mamma scopare con il medico.
Ne avrebbero dette tante gli psicologi per dare un movente al mio sadismo. Per cercare di dimostrare al mondo che non esistessero persone cattive, ma solo esseri umani malati.
Beh, io ero cattivo! Io ero l’uomo nero, ero l’orco grande e grosso, ero il demone nell’armadio di ogni moccioso.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Una sensazione nata da una forte frustrazione, magari alimentata da una madre severa e un padre dalle aspettative troppo alte.
Vedi anche narcisismo patologico. Un’immagine distorta del proprio sé, che ti porta a non entrare in empatia con nessuno che non rispecchi te. Sopravalutando le proprie capacità, fino a distorcere la realtà fisica.
Ma a me non fotteva! Io ero lì. Ero potente. Ero colui che avrebbe deciso della vita di Monia.
Avevo fame!
Voglia di sangue. Voglia di carne. Voglia di far male. Voglia di bombardare il mondo intero.
Ecco, fu un attimo! Come sempre. Come per le cose belle che per le cose brutte. Solo un attimo! Né più né meno. E in un attimo strinsi la presa più forte, quasi volessi spezzarle il braccio.
Lei urlò.
«Lasciami, lasciami!» strillò, con le lacrime agli occhi.
«Ora ti faccio vedere io, troia» esclamai, tenendola stretta, e slacciandomi i calzoni con la sinistra.
 
 
LASCIAMI ENTRARE
Già, lei in fondo per me era solo un corpo da scopare. Una bambola da usare a mio piacimento. Una puttana con cui giocare a essere onnipotente. Mentre Anna era la mia donna, la mia fidanzata, quella a cui non potevo ficcarlo in culo né pisciarle in bocca.
Cazzo, neanche se mi leggesse nel pensiero!
«Guarda che non hai bisogno di giustificarti» riprese, continuando ad accarezzarmi il petto.
«Uhm, come?» risposi, chinando lo sguardo verso di lei.
«Hai sentito! Non hai bisogno di pensare a cosa dirmi. Lo so che hai scopato con lei. È normale! Lei è la tua donna. E io… io… io non so neanche cosa sono, io.»
La strinsi forte a me. Aveva ragione! Non dovevo giustificarmi. E neanche io sapevo cosa fosse lei. Se fosse un essere umano o solo un giocattolo. Una bambola da usare. Una creatura inventata solo dalla mia mente malata.
Ed ecco la sua mano di nuovo sul mio petto, proprio come la prima volta.
Sentii di nuovo le sue unghie nella mia carne. Le sue dita affondare in me come se volessero giungere al mio cuore.
Percepii una lacrima cadere sul mio braccio, mentre continuavo a stringerla, senza il coraggio di guardarla.
«La prima volta che… la prima volta che mi hai presa, la ricordi?» mi disse, facendo cadere le sue lacrime sul mio braccio.
«Sì» le risposi, continuando ad accarezzarle i capelli. Ad accarezzare la sua testa poggiata sulla mia spalla. Ad accarezzare quel corpo da me a lungo massacrato, senza sapere più cosa provavo in me. Senza sapere più se lei fosse o no Sofia, la mia puttana e la mia schiava, o solo una bambina da amare e proteggere.
Lei affondò di più le sue dita nelle mie carni. Le sue dita nella mia vita.
«E ricordi cosa hai detto?»
Io non risposi. Non ricordavo niente a dire il vero. Non avevo nessuna immagine stampata in mente. Nessun monologo. Niente! Solo il mio cazzo nella sua bocca. Solo il mio cazzo nel suo corpo, e il suo senso di terrore e impotenza. La sua sofferenza e la sua umiliazione che accresceva la mia onnipotenza.
Poi esalò un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
«Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo» disse, restando poi un attimo in silenzio. «E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare» riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto e le lacrime bagnavano il suo viso. «E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito.»
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva. Sapeva che non ci stava altro da dire oltre a quanto da lei già detto. Sapeva che i sogni non esistono. Che al mondo niente è giusto. Niente è come sognamo.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Dio, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Poi ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono iniziò a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
«Non rispondi?» mi disse, sapendo già la risposta.
Io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!
 
 
VICOLI BUI
Che sciocca! Sì, era proprio una povera ingenua! Era cresciuta nel corpo, ma era rimasta la bambina di tanti anni prima. Non aveva capito che io ero cattivo come gli uomini che mi davano la caccia, che non ci stava né giusto né sbagliato al mondo. Solo uomini che sopravvivevano! Uomini che sopravvivevano divorando le carni di altri. E nessuna regina avrebbe mai fatto patti con i suoi schiavi. No, ogni regina avrebbe fatto scuoiare vivi i propri schiavi. E gli schiavi, se avessero potuto, avrebbero violentato a turno la loro regina, per poi diventare sovrani di altri schiavi.
E io ero come loro! Io ero uno schiavo braccato da tante regine. Uno schiavo pieno di rabbia. Uno schiavo che non avrebbe esitato a sbranare la propria regina, per poi costruire il proprio impero sui miliardi di cadaveri dei propri fratelli.
Ero cattivo! Ero il male in carne e ossa. Ero il peccato originale fatto carne. E lei avrebbe dovuto cacciarmi via. Avrebbe dovuto cancellare i suoi inutili sogni da mocciosa. Tirare fuori le palle e sbattermi fuori alla porta.
Ma non lo fece!
Io non capivo. Io ero confuso. Io ero come lacerato da decine di mani che mi strappavo il cervello.
Non sapevo che fare! E così non feci niente, se non restar lì a sorriderle tenendole la mano.
Poi continuammo a parlare del nostro passato. Di quella volta che era riuscita a farmi piantare una margherita, o di quella in cui io mi offrii di essere punito al posto suo, dopo che lei aveva fregato una merendina dalla mensa.
Parlammo a lungo. Poi cenammo assieme. Lei mangiò della merdosa pastina assieme a me, così da farmi compagnia mentre guardavamo la tele in cerca di notizie.
Niente! Solo e sempre la stessa merda. Covello era su tutti i telegiornali nazionali, e la mia foto veniva passata in continuazione, sperando che la brava gente desse una qualsiasi informazione alle forze dell’ordine. Ma io ero lontano da loro. Ero lontano da Covello. Ero lontano dai suoi uomini. Ero lontano dalla gente, lontano dal mondo, lontano da ogni giustizia e ogni colpa.
Io e Maria eravamo da soli, come due naufraghi. Da soli in un mondo tutto nostro. Da soli in un limbo dove il giusto e sbagliato non esisteva. Da soli, mano nella mano, a parlare di noi raccontandoci a vicenda, svelandoci a vicenda. Avvicinandoci intimamente, tremendamente, pericolosamente. Mentre fuori da lì il mondo continuava a scorrere velocemente, decidendo cosa fosse giusto e cosa sbagliato.
Senzanome

Due estratti del romanzo “La maschera”, ancora inedito, dato che un editore potrebbe finire in galera pubblicandolo. PUbblicando qualcosa di così violento e tagliente. Ma la violenza è fine a se stessa, o nasconde una trama cervellotica e triste?

Cosa voleva da me? Perché mi aveva portato lì? E soprattutto, perché tra tante cavie umane presenti in quel posto aveva scelto proprio me per fargli compagnia?
Inutile! Il suo sorriso non lasciava trasparire niente, se non una follia non dissimile dalla mia.
<< E dunque tu saresti Nicola Gargiulo? >> disse, raccattando un foglio tra tanti fogli piazzati lì sopra.
<< E tu saresti Massimo Peluso? >> risposi, leggendo il cartellino che il tipo aveva appeso al collo.
Lui lo guardò. Guardò me e fece una risata.
<< Chiamami Max >> disse, dando poi un sorso ala bottiglia e passandomela.
Io l’afferrai.
<< E tu chiamami Nico >> gli risposi.
<< Bene, Nico! >> riprese, leggendo quei fogli tra le sue mani, mentre io mi lavoravo la bottiglia tra le mie mani << Sembra proprio che ogni essere umano abbia il proprio nome scritto su qualcosa simile a un annuario scolastico, un cartellino da timbrare a lavoro, o una cazzo di tessera per i punti della benzina. E sembra che tu staiqui per aver preso a calci un’auto. L’auto di merda di un coglione come tanti >>
Alzò lo sguardo verso di me.
<< Dico bene? >> mi chiese.
Io non risposi. Lui tornò ai suoi fogli.
<< Certo che dico bene. Lo dicono i fogli! E i fogli dicono anche che tu hai preso a calci quella macchina perché provi rancore per una donna. Mara! Così sta scritto qui >>
Tolse lo sguardo dai fogli e tornò a fissare me.
<< E così? Tu provi rancore per una certa Mara? >>
Io restai zitto ancora. Lui continuò a sorridere. Poi gettò quei fogli sopra la scrivania, tra tanti altri fogli.
<< Ah, che si fotta Mara! >> esclamò, ficcando i piedi sulla scrivania << A quest’ora Mara starà dormendo assieme al suo bel Jimmy, dopo avergliela data. Tu lo sai, non è vero? >>
Io annuii.
<< E sai bene che a Mara non fotte un cazzo di te! Certo, se tu ora crepassi, lei fingerebbe di piangere e direbbe cose meravigliose come “nessun uomo mi ha mai amato così tanto”, giusto per farsi bella agli occhi della gente. Lo fanno tutte, e tu lo sai. E sai anche che a lei non frega un cazzo di te, e non gliene è mai fregato niente, o non ti avrebbe mollato di punto in bianco. Come sai che lei non sapeva niente di te, e tu di lei. Che eravate solo due sconosciuti! Due sconosciuti come tanti, che come tanti finiscono assieme solo perché non hanno incontrato altri sconosciuti >>
Io lo fissai. Aveva ragione! Io non conoscevo Mara, e lei non conosceva me.
Certo, sapevo che le piaceva andare a prendere la cioccolata calda in una determinata caffetteria, che preferiva gli assorbenti esterni a quelli interni, che le piacevano le canzoni dei cartoni animati, che amava tanto la Mongolia e il Tibet, e che aveva una fissa per la naftalina negli armadi.
Ma per il resto, cosa sapevo di Mara? Chi era Mara?
Niente! Non sapevo altro che quello che lei mi aveva mostrato. E tutte le sue grandi parole d’amore, il suo dire di essere una donna spirituale, il suo mostrarsi come un’anima fragile, beh, a conti fatti non rispecchiavano la realtà delle sue azioni. Il suo avermi mollato di punto in bianco, probabilmente per un altro.
Dunque chi era Mara? Quella che diceva di amarmi e alla quale non le interessavano cose materiali come un cazzo o cose effimere come le emozioni, o quella che da un giorno all’altro mi aveva piantato per seguire le cose a sua detta non desiderate?
E chi ero io? Ero quello che l’amava alla follia, o quello pronto a tirarsi una sega davanti a ogni foto di qualche bella troia?
Sconosciuti! Ecco cos’eravamo. Non altro che sconosciuti. E in fondo Mara avrebbe potuto avere anche un altro nome, un altro volto, un altro cervello. Per me sarebbe stato lo stesso! E sarebbe stato lo stesso per lei.
<< Sì, sì >> riprese Max, fissandomi ancora e fumando la sua paglia << Io credo che a quest’ora la tua piccola Mara stia raccontando a un altro le stesse cazzate che raccontava a te. E credo che se tu l’avessi qui ora, in questo momento, la tratteresti come la stronza in quella stanza. Non è vero? >>
Lo fissai ancora. Era vero! Le avrei fatto male. L’avrei fatta urlare. L’avrei punita per il suo essersi comportata come una vile puttana.
Lui sorrise ancora. Si alzò, venendo verso di me e togliendomi la bottiglia di mano.
Le diede un sorso e poi l’abbassò, restando in piedi contro quella scrivania, proprio davanti a me.
<< Da quei fogli >> disse indicandoli con la mano << Il dottore è convinto che tu sia un sadico perché hai subito qualche trauma infantile >>
Scoppiò a ridere di colpo!
<< Che ne so! Magari crede che tua madre ti succhiava il cazzo mentre ti faceva il bagnetto. Non lo so, magari è vero! Oppure sono tutte cazzate. Tu che ne dici, Nico? >>
Non gli risposi. Restai lì fermo a bere, fissandolo, senza capire dove voleva arrivare.
Lui rise ancora, senza togliermi gli occhi di dosso.
<< E no! Tu sei troppo sveglio per farti fottere da quel figlio di puttana. Dico bene? >> riprese.
Poi tornò a sedersi davanti alla sua scrivania, fissandomi, e giocherellando con uno stetoscopio.
<< E già. Bisogna amare! Non so chi sia stato a inventare questa cazzata, ma di certo è che tutti ci hanno creduto. Tutti vogliono amare! E si sentono persi se non amano. Si sentono morire. Cristo! Un intero mondo che vive retto da questa stronzata dell’amore. Amore tra due persone, amore fraterno, amore materno. In ogni cosa ci sta questa stronzata dell’amore! E guarda caso, in ogni festa comandata ci sta qualcosa che ha a che fare con l’amore. Si vendono cioccolatini, peluche, gioielli, preservativi, biglietti per autobus o treni per raggiungerle la persona amata, telefoni cellulari, computer, macchine fotografiche, case, auto, cani, cibo da offrire durante le cene. Tutti si affannano a spendere soldi per amore! Pronti subito a maledire quell’amore. E magari pronti a gettarsi subito in un altro amore, non diverso da quello di prima. Facendo le stesse cose di prima. Dicendo le stesse cose di prima. Pensando le stesse cose di prima >>
Max si sporse verso di me, afferrando la bottiglia di vino dalle mie mani e dandole un buon sorso, per poi ripassarmela di nuovo, tornandosene seduto con la schiena contro la sedia e i piedi sulla scrivania.
<< No, bello mio. Tu non odi Mara. Tu odi l’amore! Tu lo odi perché hai capito l’ipocrisia che si cela dietro di esso. Odi quella gente che si dimena come scimmie per le strade, credendo di amare, quando non servono altro che i propri desideri. E odi quelle parole vendute a buon mercato. Odi l’affannarsi della gente per non mostrare a se stessi e agli altri di non essere altro che delle bestie. Odi questo circo pieno di fiere impazzite che urlano e scalciano, cercando di trovare un senso in questa farsa, in questa gabbia, e ficcandoci sempre questo stramaledetto amore in mezzo >>
Tolse i piedi dalla scrivania e avvicinò il volto al mio. Fissandomi. Fissandomi e sorridendo.
<< Tu non sei malato, bello mio. Sono loro a essere malati! >> esclamò, sorridendo in maniera cinica << E che si fottano! Si fottano loro, le loro serate mondane, i loro peluche, cioccolatini, film alla tv o bestseller stracciapalle. Che se ne vadano a fare in culo! Che si droghino pure con le loro merdose cazzate. Che girino in tondo come tanti schiavi in catene. E che godano tra i loro piaceri, per poi frignare come mocciosi quando gli vengono tolti. Che si fottano! >>
Si tirò nuovamente indietro, accendendo un’altra cicca.
<< Magari mi sbaglio! Magari è una vera tragedia la fine della tua storia con Mara >>
<< No, non lo è! >> gli risposi.
Lui sorrise, fissandomi mentre bevevo quel vino.
<< Possesso! Possesso e non altro, dico bene? Lo stesso che aveva lei su di te. Lo stesso che ogni persona vuole avere su altre persone >>
<< E se anche fosse? Che cazzo c’entri tu? >>
Lui sorrise. Sorrise e mi venne vicino. Lentamente. Fissandomi a ogni suo passo.
<<Ti ho visto come provavi piacere a fottere quella troia. A punirla con il cazzo! >> disse.
<< E con questo? >>
Lui mi strappò di mano la bottiglia. Le diede un sorso, e poi, avvicinandosi alla scrivania la rimise al suo posto.
<< Con questo è chiaro che non sei malato. Vuoi solo vendetta! La cosa più giusta del mondo >>
Io lo fissai ancora. Chi era quel figlio di puttana? Cosa voleva da me?
Niente! Nessuna risposta. Lui venne verso di me e mi fissò, continuando a sorridere.
<< Ora andiamo >> mi disse << Che tra poco verrà il cambio qui in questo cesso >>
Io mi alzai dalla sedia.
<< Fai spesso il turno di notte? >> gli chiesi.
Lui ridacchiò.
<< Non preoccuparti. Ci vedremo ancora, se è questo che intendi >> mi rispose. E poi uscimmo da lì. Mi riaccompagnò nella mia cella e sparì, così com’era venuto. Lasciandomi lì da solo nella notte, a bere il mio vino e fumare, pensando a quanto vissuto, a quanto visto, a quanto sentito. Senza provare il minimo rimorso per quella donna. Senza pensare ad altro che a come togliermi da quella situazione del cazzo. Lì da solo nella mia cella, avvolto dal buio, sorso dopo sorso, tiro dopo tiro. Nel vuoto, nel buio, nel nulla. Pensando solo a quanto successo, ma senza riuscire a mettere a fuoco niente.
***************************
Stavolta andammo nella mia camera. Max aveva preso un paio di bottiglie di rosso dall’infermeria.
Io bevevo la mia, seduto sul mio letto. Lui beveva la sua, in piedi contro a un muro.
Restammo a lungo in silenzio, senza dire niente, senza dire niente di inutile.
Poi dissi io qualcosa. Forse qualcosa di stupido! Ma fu la prima cose che mi venne in mente.
<< Hai ucciso tu Luca e Ivano? >> gli chiesi, senza neanche rendermi conto del perché di quella domanda.
Lui mosse la testa su e giù. Mi fissò. Diede un altro sorso alla sua bottiglia e l’abbassò.
<< Vedo che le voci corrono >> disse, con la sua voce profonda e lenta.
Poi accese una sigaretta e lanciò del fumo in aria. Si guardò attorno, e tornò poi a guardare me.
<< Non che mi abbia fato piacere! >> aggiunse, con tono basso. Poi abbassò lo sguardo. Sorrise, e lo rialzò nuovamente verso di me << Ma non mi ha messo neanche tristezza. Non ho provato niente! Assolutamente niente >>
Lo fissai qualche secondo senza dire niente. Poi trovai il coraggio.
<< Perché? >> gli chiesi.
Lui scosse le spalle.
<< Certe persone non sanno stare zitte! >> mi rispose, dando poi ancora un sorso al suo vino.
Io restai lì fermo a guardarlo, bevendo il mio, mentre lui faceva altrettanto, lì davanti a me, contro a quel muro.
<< E tu cosa hai provato stasera? >> mi chiese, mettendo fine a quell’inutile discorso.
Io abbassai lo sguardo, per poi alzarlo lentamente verso di lui.
<< Soddisfazione! >> gli risposi con tono secco. Senza pensarci neanche un secondo.
Lui sorrise, scostandosi dal muro e avvicinandosi di qualche passo a me.
<< Già, soddisfazione! >> esclamò << E che ora si fotta quella troia di Mara! Lei è la sua collezione di libri esoterici, il suo barbonicino di merda, e le sue serata al circolo di yoga. Che si fotta lei e tutte le sue stronzate! Le mostre d’arte che abbiamo dovuto vedere, le cene a cui abbiamo dovuto partecipare sorridendo. Le facce da stronzi che abbiamo fatto quando abbiamo conosciuto i familiari di ogni Mara. I sorrisetti che abbiamo dovuto fare a qualche loro amico che forse ora se le sta facendo. Che si fottano tutte! Si fottano i loro profumi dai nomi strani, le mutande con sopra il nome di qualche sconosciuto, i film in cui immedesimarsi, il cibo da assaggiare con cura. E che si fotta anche quel tuo dannato dottore! Lui, sulla sua bella barca a vela ogni Domenica, mentre tu qui non sai neanche quand’è la Domenica. Quello stronzo che ti da buoni consigli, quando è il primo a fottersi chissà quante troiette minorenni >>
Restai lì fermo senza rispondergli. Lui sbuffò, scosse le spalle e diede un’altra bella ciucciata al vino.
<< Comunque sia, credo che ora tu abbia capito quanto valgono quelle come la tua cara Mara >> riprese << Niente! Solo troiette che presto o tardi vengono qui, attirate dalla noia e dalla ricerca di emozioni. Proprio come tutti i coglioni che di giorno fanno i banchieri, le star del cinema o i salumieri, negando al mondo di essere stati qui >>
<< Dove ’è qui? >> gli chiesi. Lui sorrise, andando verso la porta della cella.
Si fermò lì davanti e si voltò verso di me.
<< Qui è ovunque! Siamo davanti a te quando ti consegniamo la posta. Ti stiamo davanti quando ti serviamo un piatto di pasta. Siamo con te quando porti il tuo cane dal veterinario. Siamo ovunque! Il mondo è ovunque, Gargiulo. Ed è tempo che tu capisca chi sei veramente. È il tempo che tu capisca cosa provi per Mara, e per tutte quelle stronze fasulle che ti hanno ferito. Cosa provi per quel mondo che ti tiene per le palle! Per quel mondo per il quale tu sei niente. Solo uno schizzo di sperma uscito per sbaglio dalle palle di tuo padre. Un errore proprio come lui! Un niente come sette miliardi di persone >>
Max di voltò nuovamente e uscì dalla cella, chiudendola davanti ai miei occhi.
Si girò verso di me. Sorrise, e accese un’altra sigaretta.
<< Beh, comunque volevo dirti che non dovrai più preoccuparti di Lucio. L’hanno trovato morto stasera nella cella di sicurezza in cui stava ficcato. Chissà, nessuno riesce a capire come abbia fatto a spaccare la tazza del cesso e a sgozzarsi con un pezzo di ceramica. Un vero mistero! Non trovi? >>
Lo fissai attonito, sconvolto, ma in parte sollevato.
Non dissi niente! Dentro di me ero felice che quel pezzo di merda era morto. Di non dovermi più proteggere il culo da lui.
Max sorrise, sapendolo, leggendomi dentro la testa.
<< Ci vediamo domani sera >> aggiunse, per poi sparire, lasciando solo l’eco dei suoi passi, e poi più niente.
 
Mi lasciai cadere sul letto. Continuai a bere il mio vino e a fumare la cicca che avevo in mano.
Mara! Sì, dannata troia. E dannato quel mondo di cui ero parte. Dannato quel posto in cui ero chiuso. Dannato ciò che mi aveva condotto lì.
Dovevano pagarla! Sì, dovevano pagarla tutti! E in un modo o in un altro avrei avuto la mia vendetta. Sarei stato Dio! Avrei finalmente umiliato quella stronza di Mara, ogni donna, e tutte le persone che mi avevano insultato nella mia porca esistenza.
Ma intanto ero lì! Da solo, nella notte, tra urla e lamenti, bevendo il mio vino e non riuscendo a pensare ad altro che a quanto appena vissuto. A quella urla, quel sangue, quei lamenti, quel senso d’impotenza nello sguardo di quella troia. E non riuscivo a pensare ad altro che al giorno dopo. Quando avrei avuto di nuovo tra le mani un corpo inerme. Quando mi sarei sentito di nuovo Dio. Quando mi sarei vendicato ancora una volta per quella mia vita di merda.
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