Estratto dal racconto: “Il profumo di mia madre”.

Daniele non vedeva più niente. I suoi occhi sembravano grigi, privi di luce: soltanto due palle nere fisse nel vuoto, mentre il suo corpo meccanicamente avanzava sotto un cielo talmente grigio da sembrare di cemento.
Gli pareva dello stesso colore di quando fu sepolto suo padre, e come allora le persone attorno a lui gli sembravano informi, quasi inesistenti.
Le persone che oltrepassava erano fatte di fumo, e così le auto e i palazzi. Non udiva alcun rumore. Non sentiva nessun odore o alcuna puzza.
Nella propria testa udiva soltanto rimbombare la parola udita poco prima, e che in una attimo gli aveva spaccato le ossa.
Si trascinava come una bestia ferita. Scrutava davanti a sé come fosse un fantasma, non distinguendo alcun volto, vedendo soltanto un vortice di sagome che gli venivano incontro o lo superavano.
Occhi, bocche e braccia si susseguivano in una nebbia liquida, e decine di gambe marciavano ai suoi fianchi, rumorose, battendo su un cemento che ormai sembrava inesistente sotto ai piedi di Daniele.
Daniele non udiva altro che un fastidioso brusio, come fosse nel mezzo di uno sciame di mosche, e i rumori fulminei delle auto in corsa e dei clacson che stridevano gli sembravano urla mostruose provenienti dal vuoto.
Vetrine e volti si susseguivano. L’odore di focaccia calda proveniente da qualche pizzeria e il profumo di dolci scaturito dalla porta di una pasticceria si mischiavano alla puzza di catrame emanata dalle auto, al fetore di sudore delle persone che lo attraversavano, e al tanfo di immondizia proveniente da alcuni vicoli ai bordi della strada che continuava a percorre come se nemmeno si trovasse lì, ma fosse altrove, fermo ancora davanti all’uomo che in due secondi gli aveva tolto tutto.
Sospirò, portandosi la mano al petto come se stesse cercando di accarezzare qualcosa che non poteva toccare né vedere, ma che sapeva in lui, presente, incisivo, enorme.
Restò immobile nel mezzo della folla. Volti, sguardi, corpi lo attraversavano velocemente, e contro di lui vedeva bocche muoversi come se stessero urlando senza voce, e le mura dei palazzi gli sembravano scogliere erose da troppe onde.
Accese una sigaretta. Il fumo volò in aria e subito lui iniziò a tossire: prima alcuni colpo secchi, così potenti da fargli vibrare il petto, mozzandogli il respiro e sovrastando persino il rumore delle auto; poi colpi veloci quanto una serie di pugni: e lui li sentiva tutti dritti nel petto quei pugni!
Il torace gli si contraeva velocemente, per poi esplodere in uno spasmo inumano, come se si stesse spaccando.
Non riusciva a riprendere fiato. Il cuore gli pulsava nelle orecchie, e le voci, i rumori delle auto, la musica proveniente da negozi gli sembravano un turbinio melmoso in cui si scagliavamo le luci giallognole dei lampioni e dei fari delle auto, ora sempre più opache innanzi ai suoi occhi gonfi di lacrime.
Quando riprese fiato, rantolando come una bestia, ripensò alle parole dette poco prima a Sofia, prima di uscire da casa:
«Di certo è soltanto bronchite» le aveva detto, e ora guardando il palmo della propria mano tremula davanti a lui, sporco soltanto di muchi, quasi gli venne da sorridere.
Aveva pensato ci dovesse essere del sangue. Né rimase quasi deluso nel non vederlo, sentendosi ancora una volta un inetto, un incapace, un fallito.
polmoni-fumo-tumore

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“La finestra chiusa”, in fase di editing

Ricordo una delle prime volte in cui da piccolo capii il senso della parola umiliazione. Avevo appena cinque anni. Frequentavo l’asilo, e mio fratello la terza elementare. Indossavo un orrendo grembiulino giallo canarino. Non conoscevo ancora il significato della parola odio, ma sentivo di non sopportare quella divisa, come non sopportavo di vederla addosso agli altri bambini attorno a me.
Avevo passato il più delle ore a giocare da solo con le costruzioni. Non amavo stare con gli altri bambini, li reputavo volgari e invadenti, perché avevo sentito da mia madre quelle due espressioni, e dunque doveva essere anche per me così.
Attorno a me, in una stanza simile a una gabbia dalle mura piene di disegni colorati che puzzavano di gessetti e pastelli a cera, i bambini amavano fare giochi di gruppo, e a volte si azzuffavano insultandosi in dialetto che detestavo, perché mia madre lo detestava, e insultandosi proprio come fossero adulti.
Puzzavano persino come gli adulti!
Io preferivo starmene da solo, costruendo cose senza senso che poi avrei distrutto. Ma quel pomeriggio non stavo più costruendo niente. Avevo appena finito di creare un robot a tre teste, per poi vederlo distruggere da un altro bambino che mi urlò contro: «Ricchione!».
Scoppiai a piangere. Iniziai a piangere così forte che la maestra, una vecchia donna dal volto cattivo, dovette afferrarmi per cercare di tranquillizzarmi.
Ricordo come fosse ieri la sua forte stretta, il suo sguardo malvagio e il suo fetido alito di fumo. E ricordo come le afferrai i capelli e le graffiai il viso, urlando e continuando a piangere sempre più forte, ingoiando le mie lacrime salate e vedendo la realtà attorno a me offuscarsi in un vortici di colori a cera contro ai miei occhi arrossati e gonfi di lacrime.
Di certo quella donna desiderò colpirmi con una forza tale da staccarmi la testa dal collo, ma non potendolo fare si limitò a cacciarmi fuori dalla classe: cinque anni, poco più di un metro d’altezza, poche ossa in un odioso grembiulino giallo, e già mi trovavo in castigo. Già fui gettato via. Già fui bollato come sbagliato.
Stavo fermo contro al muro accanto alla porta della classe, ancora in lacrime, impaurito, e senza capire quale fosse la mia vera colpa.
Ricordo che quel corridoio sembrava gigantesco, e i disegni colorati erano in quel momento orrendi: uccelli rosa mi sembravano demoni, e pesciolini rossi erano per me diavoli.
Tremavo come una foglia, solo e smarrito, tirando su con il naso il muco che mi colava fino alle labbra e guardandomi attorno in cerca della mia mamma, respirando solamente un soffocando odore di gesso, e continuando a non comprendere quale fosse la mia colpa.
Ma non ci stava nessuno lì. No, fui abbandonato. Fui rifiutato. Fui gettato via come immondizia: la stessa che mio padre non voleva mai scendere di sera, costringendo la mamma a farlo.
Tremando, capendo per la prima volta nel mio giovane cuore il senso della parola “confusione”, guardai una delle porte in quel gigantesco corridoio che si protraeva fino all’infinito.
Era l’ultima porta sulla sinistra. Una normalissima porta di plastica con nel mezzo un oblò di vetro.
Sapevo che era la sua di classe, e asciugandomi le lacrime con il mio piccolo pugno camminai lentamente verso di essa, desiderando solamente che qualcuno mi stesse vicino. Desiderando solamente che qualcuno mi dicesse che tutto andava bene, abbracciandomi.
Ma andava bene per davvero?
Dovetti alzarmi sulla punta dei piedi per arrivare al vetro, tenendo poggiate con forza le mie piccole e paffute mani contro la fredda plastica della porta.
Guardai al di là di quel vetro opaco. Una donna di circa trent’anni stava seduta dietro a una cattedra, urlando a gran voce parole che non potevo sentire, mentre una classe composta da circa venti bambini con addosso grembiulino blu o rosa e al collo un fiocco verde, fingevano di ascoltarla persi nei propri pensieri.
Io guardavo mio fratello e sorridevo. Sorridevo come quando mia mamma mi stringeva forte, perché speravo che lui mi vedesse, ma non mi vide neanche quando un ragazzino biondo e ciccione cominciò a ridere guardando verso di me e indicandomi con il dito.
In breve tutta la classe iniziò a ridere. I loro occhi erano su di me. Le loro risate sembravano liquefare quel pezzo di plastica che ci divideva, roteando attorno a me come tanti spettri crudeli.
Smisi di sorridere. Un patetico broncio tremò sul mio viso, e gli occhi tornarono gonfi di lacrime.
Sentii solamente una calda, atroce lacrima colare sulla mia guancia arrossata forse più dalla vergogna che dal dolore, mentre fissavo ancora quei volti, sentendomi solamente un inutile sgorbio.
Mio fratello mi vide?
Non fu certo lui a uscire da quella porta quando si spalancò. No, furiosa e veloce la maestra si pose davanti a me, e io in un millesimo di secondo non vidi altro che i suoi occhi iniettati di odio, percependo poi tre violentissimi schiaffi contro la mia piccola mano.
Uno.
Due.
Tre.
Poi la maestra sbatté la porta contro la mia faccia. Non si sentì più alcuna risata provenire da quella classe, né tantomeno riuscii a piangere.
Rimasi lì immobile come fossi stato appena violentato. Non conoscevo neanche il significato di quella parola, ma sapevo che faceva male sentirsi un niente. Sapevo che era tremendo sentirsi deriso, umiliato: era come essere stato ucciso.
No, non versai una lacrima, ma sentii qualcosa di caldo contro le mie cosce, e poi lungo sulle ginocchia.
Il grembiulino diventò di un giallo scuro, e un acre odore di urina giunse fino alle mie narici, mentre io stavo lì immobile, tremulo, fissando quella porta mentre la mia mano arrossata pulsava dal dolore.
Quando mia madre venne a prenderci la maestra non mi aveva tolto di dosso neanche il grembiulino. No, le disse che mi ero comportato male, e le consigliò di trovare un buon sostegno psicologico perché io potessi riuscire a inserirmi assieme agli altri bambini.
Non dissi nulla mentre loro parlavano. Avevo solamente bisogno di un abbraccio, mentre gli ultimi bambini della classe uscendo mi guardavano e deridevano indicando il mio grembiule bagnato, e mia madre continuava a cercare di capire come fare di me un bambino perfetto.
Avrei avuto solamente bisogno di un abbraccio, ma non mi abbracciò neanche quando andammo verso casa: lei con il mio grembiulino sporco in una busta, e io nella sua mano, tenendo strette le gambe per la vergogna, cercando di nascondere a tutti quella macchia di urina, mentre mio fratello parlava della sua giornata a scuola.
Possibile che non mi aveva visto? E mia madre aveva notato la mia mano rossa e indolenzita?
No, nessuno notò niente, e il giorno dopo andai a scuola con il pannolino, e per colpa di coloro che mi credevano diverso capii cosa significasse sentirsi diverso.

Tratto dal romanzo LASCIAMI ENTRARE, pubblicato dalla Damster edizioni e disponibile nei maggiori store online.

Intanto Anna continuava a parlare e parlare. Continuava a rendermi partecipe della sua vita. Di tutte le cose importantissime della sua esistenza.
“Sai amore” faceva con voce affannata, continuando a camminare al mio fianco “Nel treno non ne potevo proprio più. Cielo! Nel mio vagone ci stava una stronzetta che non ha chiuso la bocca neanche un istante. Continuava a parlare delle sue esperienze di volontariato, raccontandole al tipo accanto a lei. Un fusto di due metri vestito come una sorta di Giamaicano.
Per Dio, avrei voluto dirle… senti, stronzetta, guarda che anche io faccio volontariato con i bambini disabili, ma non vado mica a dirlo in giro come te solo per farmi bella”.
E io annuivo con la testa, sorridendo, e dicendo cose del tipo “non ci pensare amore” o ancora altre stronzate come “hai ragione tesoro, proprio ragione!”. Ma in verità avrei solo voluto mettere un tappo in bocca a quella stronza, o magari darle una botta in testa e infilarla in un qualsiasi cazzo di treno.
Già, avrei dovuto mandare a cagare quella puttana logorroica. In fondo avevo una donna di gomma a mia disposizione. Una super bambola pronta a esaudire ogni mio desiderio.
A che mi serviva quella saccente puttana al mio fianco?
Ma passando davanti alla troia negra che la vendeva sulla strada prima del mio vicolo, la realtà mi colpì in faccia come se mi avessero lanciato addosso una medusa.
Sofia non esisteva!
No, presto quel gioco sarebbe finito. Presto non avrei più avuto modo di ricattarla, e sarei tornato alla mia vita. Al mio ubriacarmi da solo, masturbandomi e andando a puttane di tanto in tanto, attendendo di vedere Anna per piantarglielo dentro. E lei sarebbe tornata alla sua di vita. Al suo lavoro, ai suoi corteggiatori e alle cene in famiglia.
Io e Sofia avremo dimenticato tutto, o forse nessuno dei due avrebbe mai dimenticato niente. Ma avremo finto di farlo! Avremmo fatto finta di farlo per tirare avanti, chi per una ragione chi per un’altra. E mentre Anna continuava a raccontarmi le sue stronzate, mentre io pensavo alle mie stronzate, voltammo assieme nel mio vicolo, dirigendoci verso il mio palazzo.
Cristo, eccola!
Era lei, era Sofia. Lì davanti al suo palazzo, passeggiando come se niente fosse, mano nella mano con un coglione biondo.
E il coglione continuava a parlare e parlare, proprio come Anna, mentre lei se ne stava in silenzio, camminando con lui, proprio come me con Anna.
I nostri volti si sfiorarono. I nostri volti si toccarono.
Lei sorrise. Fece un sorriso amaro, forse di sfida, continuando a camminare assieme a quel biondino. E io la seguii con lo sguardo fino a che non uscì da quel vicolo, sparendo per sempre dalla mia vista, e chissà, forse dalla mia vita.
“Ma mi stai ascoltando?” fece Anna.
Io mi voltai di scatto verso di lei, sorridendo. Sorridendo da bravo fidanzatino.
“Ehm, sì sì. Certo! Vieni, saliamo su” le dissi. E insieme entrammo nel mio palazzo. Ci ficcammo nell’ascensore assieme al trolley e arrivammo fino al mio piano.
Quando entrammo in casa lei sorrise con aria compiaciuta.
“Oh, che bel profumo di lavanda” esclamò, con aria soddisfatta.
Io la cinsi per i fianchi, continuando ad avanzare in quel buco, con il suo trolley a seguito.
Cazzo, per fortuna avevo avuto il tempo di rassettare casa alla meglio.
Avevo gettato i piatti sporchi direttamente nella mondezza, assieme alle bottiglie vuote e tutto il resto, per poi piazzare le buste in un ripostiglio soppalcato dove lei non sarebbe mai andata.
Avevo anche dato una lavata veloce al pavimento, e passato uno schifoso deodorante alla lavanda, fregato da Sofia.
Ovviamente avevo nascosto anche l’hard disk con dentro i porno.
Sì, tutto era perfetto. Quello era il nostro nido d’amore, e noi eravamo Mike Shea e Annie Packert che si erano finalmente ritrovati, dopo aver passato una vita come Elmo Barnett e Ally Chandler.
Poi andammo nella mia camera da letto. O meglio, in quella che una volta era la mia camera da letto.
Le bottiglie vuote erano sparite, e così i pacchetti di sigarette vuoti.
Sul letto ci stavano lenzuola e una coperta, e quello schifoso tanfo di lavanda era impregnato in tutta la stanza.
Ficcai il suo trolley sul letto.
“Eccoci qua. Casa dolce casa” dissi.
Lei sorrise. Sorrise e si avvicinò a me.
Mi abbracciò.
“Quanto ti amo tesoro mio” disse prendendo a baciarmi. Baciandomi prima lentamente, poi sempre più intensamente.
E le mie labbra risposero subito alla cosa. Le mie mani presero a scivolare sotto ai suoi vestiti, e il mio cazzo si fece duro come una roccia.
Ma non era ancora il momento di scopare. No, non era ancora il momento di fare “l’amore”. Ci stavano ancora tante formalità da rispettare.
Così lei lasciò la presa, dandomi un ultimo tenero bacio sulle labbra.
Si tolse di dosso il giubbotto e lo poggiò sul letto.
“Oh Dio, non vedo l’ora di ficcarmi sotto alla doccia” prese a dire, aprendo la sua valigia e rovistandoci dentro.
Io mi allontani di qualche passo. Mi misi contro la finestra e mi accesi una sigaretta, stando lì fermo a fissarla. A fissare quel suo bel corpicino. A fissarla con la sola voglia di scaraventarla su quel letto e piantarglielo dentro.
Già, se fosse stata Sofia, ora già lei avrei sbattuto il cazzo in culo. Ma Sofia non c’era. Sofia era altrove, con quel coglione biondino, e io guardavo la sua finestra chiusa, mentre Anna continuava a rovistare in quella cazzo di valigia.
Tirò fuori un accappatoio, bagnoschiuma, un beauty case e altre stronzate simili e si voltò verso di me, con quella roba in mano.
“Posso usare il tuo dentifricio? Il mio l’ho dimenticato” mi disse sorridendo.
Io lasciai perdere la finestra di Sofia e andai verso di lei.
“Certo, schifosa troia. Usa quello che cazzo ti pare! Basta che chiudi finalmente quella dannata bocca e fai presto a tornare qui per darmi la tua fica marcia e sfondata” avrei voluto dirle. Ma invece continuai a sorridere come un coglione, dicendole che poteva fare qualsiasi cosa volesse.
Lei sorrise e strizzò gli occhi, piazzandomi sulle labbra un bacio a stampo.
“Il mio cicci dolce dolce” disse con una voce in farsetto.
Io sorrisi ancora, lì immobile, proprio come il suo cicci dolce dolce.
Lei andò verso la porta della camera da letto. Si voltò verso di me, sempre sorridendo.
“Non ci metterò molto. Tu intanto prepari qualcosa da mangiare? Che ho una fame!”.
“Certo amore”.
Lei sorrise.
“Ti amo tanto ciccino”.
“Ti amo tanto passerotta” le dissi, con la mia aria da fesso. E lei sparì da quella stanza. Andò via, togliendosi dal cazzo, chiudendo finalmente quella sua cazzo di bocca.
Sentii la porta del cesso chiudersi, mentre me ne stavo fermo lì, nella mia stanza.
Andai di nuovo vicino alla finestra. Guardai fuori, ma niente! Lei non c’era.

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