Tratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Le luci di Natale negli appartamenti di fronte al mio mi ricordano che presto dovrei fare gli auguri a mia madre, e so che non lo farò. So che non uscirò da questa stanza.
I palazzi decrepiti di fronti alla mia finestra brillano di luci colorate e intermittenti, come se negli squallidi depositi al pian terreno ormai adibiti a monolocali per vecchie sole o puttane, o nelle case decrepite abitate da pezzenti e disperati ci possa essere qualcosa da festeggiare. Eppure quello scintillio nevrotico di luci continua ad avvolgere interi vicoli. Sono talmente tante che sovrastano le luci dei lampioni, e da alcune finestre, nel mezzo di stanze spoglie e che cadono a pezzi, si vedono persino alberi colmi di addobbi natalizi.
Dalle piccole insenature della tapparella vedo un mondo di cui non faccio più parte, ora ancora più disgustoso e crudele avvolto dalle luci del Natale.
Non ho più un orologio, eppure so che è giovedì e che sono le sei e trenta del pomeriggio.
Lo so perché ogni giovedì il cinese panciuto che abita di fronte a me, in una decrepita casa che cade a pezzi come la mia, indossa il suo maglioncino rosa.
È il terzo giovedì che lo fa. Deve significare qualcosa.
Al di là di una vetrata che sembra di plastica sporca, l’ho visto più volte sistemare con cura quel maglione su di un vecchio comodino di legno, per poi indossarlo e osservarsi a uno specchio enorme che sostituisce la porta di un armadio.
Di norma gira due volte su se stesso. E lo fa anche stavolta: due giri, un sorriso allo specchio, e poi svanisce chissà dove in quella sua lurida casa, lasciando sul comodino soltanto le foto incorniciate di parenti che sorridono.
So che sono le sei e mezza passate perché la vecchia che abita accanto a lui, in un’altra lurida casa in quel decrepito palazzo di pietra, a quest’ora sente sempre il rosario alla radio.
Ha messo anche il bambino Gesù in un piccolo presepio posto su di un misero mobiletto di legno vecchio quanto lei, e odiose litanie escono dalle inferriate della sua finestra assieme a un’accecante luce gialla.
Quella dannata luce è sempre accesa! Chissà quanto cazzo paga di corrente.
Beh, certo meno del vecchio che vive al piano superiore.
Dal buio della sua cucina si vede sempre la luce del televisore acceso. Ieri notte l’ho vista anche alle quattro. So che erano le quattro perché a quell’ora la puttana nigeriana che vive al pian terreno è solita rientrare.
Lei non fa mai alcun rumore, come se volesse dimenticare i troppi gemiti sentiti durante tutta la notte.
Anche per Angela è così?
Cerco di non pensare a lei. Guardo il mio amico: quel vecchio che persino di notte ha il volume del televisore alzato, pur senza guardarlo, sparendo di continuo nel buio di una porta simile a un cratere.
Chissà perché nessuno gli ha mai detto niente.
Forse quella è la sola voce che lui possa sentire, relegato in quel suo piccolo mondo. È la sua sola amica, proprio come lo è il veliero per il vecchio del terzo piano.
Ieri non ci ha messo mano. Ha passato tutta la serata a guardare la televisione.
Non l’aveva mai fatto da quando lo conosco. E ora non lo vedo nemmeno, la luce nella sua stanza è spenta, e nessun albero brilla in essa, mentre poco distante, nella casa dei due vecchi, un piccolo albero brilla in un angolo, e le luci del presepio roteano intermittenti su di un mobiletto di legno.
Lei sta cucinando, senza dire niente; lui guarda la TV, senza dire una sola parola.
Il cinese è andato via. Il rosario continua a echeggiare dal giallo in cui si vede il volto cupo di quella vecchia ringrinzita, scosso appena dalle luci del presepio e dell’albero di Natale.
Tra circa dieci minuti finirà. Sì, ormai l’ho imparato a memoria. E so che fra circa dieci minuti la voce amica dell’uomo al piano superiore narrerà delle imprese del Tenente Colombo.
Lo guarda ogni giorno! O forse lo ascolta solamente. E tra quaranta minuti il grosso ucraino del palazzo accanto aprirà la finestra di casa sua, appena rientrato dal suo lavoro come manovale.
Inizierà a lamentarsi con la moglie. Non ho mai capito cosa si dicano, ma ormai le parole sono sempre le stesse.
Quella che più ripetono è “hroshi”.
Non conosco la loro lingua, ma dal tono in cui la pronunciano sembra qualcosa di ricorrente e fastidioso, forse qualcosa inerente ai soldi che non bastano mai.
Sì, in fondo anche fuori da questa stanza tutto uguale e ripetitivo, proprio come la mia vita in questa gabbia.
Oltre al mio amico del veliero, mi risultano simpatici solamente i tre indiani rintanati in un buco di venti metri quadrati. Almeno loro non fanno altro che dire parole incomprensibili, sorridendo mentre cucinano cibo talmente speziato che ne sento il fetore persino da qui.
Osservo loro, e osservo il mondo, ma ormai il mondo fuori questa stanza non mi vede più. Sono giorni, settimane, mesi che io sono sparito.
Io sto morendo qui dentro, e nessuno lo vede, mentre le luci dei festoni natalizi si diramano nel vicolo, scagliandosi su pozze di liquame e su un cumulo di rifiuti da cui guizza via un gatto bianco e nero.
Lo vedo ogni giorno, ogni sera, ogni notte.
Sta sempre in questo vicolo, come fosse casa sua, eppure puntualmente fugge via appena sente un qualsiasi rumore.
Chissà, magari al posto suo farei lo stesso. Anche ora appena mia madre o mia sorella passano davanti la porta mi nascondo sotto le coperte, e quando sento la tosse comprimermi il petto ho una tale paura da sembrare un cucciolo di cane lasciato al freddo, affamato e solo, ululando al cielo perché non vuole morire.
Anche poco prima ho sputato sangue sul pavimento. Per quanto le pulisca, per paura che si possa sentire il fetore della mia morte, esso ne resta impregnato.
È la morte che mi ricorda la propria presenza. So che mi sta prendendo. Lo sento nei miei arti sempre più deboli, nella tosse che aumenta, e nel modo in cui il mio collo si contorce, quasi stesse scoppiando.
A volte sento l’aria comprimersi contro al mio cranio, come se volesse spaccarlo pur di uscire. La mia testa è sempre pesante. Percepisco il fumo muoversi nel mio cranio e spingersi sotto la pelle della mia fronte.
È tutto così atroce, e io non posso fermarlo. Non posso fare niente per fuggire da questo lento suicidio. Nulla per impedire al mio corpo di morire.
Guardo ancora dalla finestra. Sento i rumori delle auto e poi alcune pubblicità proveniente dai televisori in qualche appartamento.
La luce nell’appartamento del vecchio è sempre spenta. Il cinese è andato via. La vecchia ha smesso di recitare le sue preghiere e si è messa a tavola. La solita donna lava freneticamente i piatti, e la vecchia coppia si prepara a cenare assieme, lasciando che solamente gesti lenti e silenziosi si muovano in una stanza colma di polvere.
Abbasso lo sguardo verso le unghie delle mie mani. Sono verdi, come quelle di mio padre, e sotto di esse mi sembra di vedere ancora i brandelli insanguinati della carne di Angela.
Lentamente abbasso le braccia, ora pesanti come macigni, continuando a guardare il cielo buio davanti a me.
Mi lascio cadere a terra piangendo, ma non colano lacrime sulle mie guance, né percepisco alcun gemito sfiorare le mie secche labbra socchiuse.
Sfioro il muro davanti a me, accarezzando tagli simili a ferite aperte che grondando ancora sangue.
“Mamma, perdonami per essere nato” leggo, tremando nell’accarezzarle, come se stessi toccando il volto cereo di mia madre.
Lentamente alzo lo sguardo verso il muro, senza riuscire neanche a piangere. Barcollando e tremando mi alzo in piedi e guardo la porta della mia camera, vedendola lontana, del tutto irraggiungibile.
Presto verrà lì fuori per piangere e morire ancora?
Guardo nuovamente la finestra. Al di là di essa il buio di quel vicolo è squassato da luci provenienti dalla stazione centrale. I tubi di ferro al di sopra della stazione della metropolitana sono coperti da luci, e così l’intera stazione e tutti i palazzi.
Tra pochi giorni sarà la vigilia, e la gente si affretta con gli ultimi regali e le spese da fare.
Ieri notte sono andato nuovamente a fare spese. Era tardi, ma non abbastanza, le strade erano piene di persone che si accalcavano per adempiere ai rituali di questa bestiale festa.
Ho vagato per vicoli bui, evitando con cura tutte le strade principali. Ma il rumore era ovunque. In ogni dove. Petulante come il ronzio di miliardi di mosche.
Appena uscito fuori da un vicolo, le luci di alcune bancarelle mi hanno accecato, sfavillando nel buio come stelle.
Erano le undici di sera. Lo sapevo perché poco prima avevo visto uscire di casa il nigeriano che abita nel palazzo di fronte a me.
Dopo una giornata a lavorare esce sempre a quell’ora, per passare il tempo in un internet point a farsi di crack.
Chissà dove stava morendo in quel momento, mentre quelle dannate luci sembravano soffocarmi, simili e denso e fluorescente sangue sulla mia pelle.
Avrei voluto evitarle, ma non potevo. In ogni dove, lungo la piazza, erano poste bancarelle dai tendoni colorati: rossi e bianchi perlopiù, gli stessi che mi sembrava di ricordare nella mia infanzia.
Appesi a essi stavano giocattoli e caramelle. Il profumo dolce e pungente di noccioline zuccherate e caramelle gommose mi entrava fin dentro alle narici, e il vocio delle persone attorno a me trapassava le mie orecchie, mentre si ammassavano ai lati della piazza, parlando, sorridendo, ignorandosi e senza smettere di calpestare il cemento.
Le strade erano sovrastate da un vortice di carne umana: perlopiù famiglie stanche che fissavano le bancarelle, coppie silenziose che camminavano mano nella mano fissando le vetrine dei negozi, e volti che si perdevano in un turbinio di carne e odori in un vortice di corpi che sembravano impegnati davanti a una poderosa catena di montaggio, mentre sceglievano un nuovo telefono cellulare da regalare, comprando dei dolci, alcuni vestiti, o fissando semplicemente le bancarelle.
Avrei tanto desiderato lasciarmi cadere al suolo, urlando verso un cielo sovrastato da metallici filamenti avvolti da colorate luci, sotto di cui i disperati come me non erano accetti. Non quella notte. Non in quel tempo. Non quando la gente doveva solamente sorridere.
A testa bassa, assordato dal brusio della folla, dai loro passi, e dai rumori metallici emanati dai generatori delle bancarelle, fra decine di luci ho visto diverse persone avvicinarsi ai tendoni per comprare caramelle ai propri bambini, mentre altre persone fissavano le vetrine di negozi che sarebbero rimasti aperti fino a tardi, così da permettere a quella brava gente di soddisfare i bisogni di altra brava gente, fingendosi migliori di loro nel regalargli qualcosa di meraviglioso.
Andando avanti, ho visto nascosto dietro l’angolo di una strada, seduto sul freddo gradino di un palazzo, un vecchio barbone avvolto da una lurida coperta.
Quegli stracci bisunti gli coprivano il volto, e le luci dei festoni e delle bancarelle si scagliavano su di esse, così come il vocio della gente e le canzoni provenienti dai negozi si insinuavano fin dentro a quel vicolo.
L’ho visto rigirarsi più volte nelle sue coperte. Forse stava morendo, sì, ma nessuno riusciva a vederlo.
Ho ricordato i Natali della mia infanzia, la festa di Tutti i Santi, il veglione di Capodanno.
Da bambino fissavo spesso quelle bancarelle. Avevano lo stesso colore visto in quel momento, e la gente sembrava uguale a quella che vedevo.
Persino i profumi erano gli stessi, ma percepivo tutto diversamente. Diverso era l’odore dello zucchero filato, così dolce da stordirmi. Diverso l’odore delle noccioline tostate e di quelle caramellate. Diverso l’odore delle caramelle gommose.
Persino i giocattoli appesi a quelle bancarelle avevano un odore. E così i volti delle persone, e la pelle di mia madre che mi stringeva la mano nella sua allora ancora liscia e morbida: una sensazione calda e candida contro la mia pelle, come un bagno caldo e pieno di schiuma che ti avvolge.
Ma ormai tutto è lontano, come quel barbone che non si muoveva neanche più, simile alla carcassa di un cane lasciata a putrefarsi al gelo.
Ho continuato ad attraversare quella folla come fossi uno spettro che aleggia fra i palazzi silenziosi, adorni di elettrici festoni luminosi. Sovrastato dalle lampadine fluorescenti che avvolgevano la tettoia di ferro della metropolitana, e passando davanti alle bancarelle ai due lati della piazza che formavano uno scintillio di luci e odori, mischiandosi alle luci e al profumo di cibo proveniente da ristoranti zeppi di brave famiglie.
Mangiai mai in uno di quei ristoranti?
Guardando la gente seduta ai tavoli di quei ristoranti, intenti a ingozzarsi in silenzio o fra continue lamentele, mi è tornato in mente mio padre.
Avevo otto anni, o forse nove. Lui già non mi chiamava più per nome, ma ancora non mi odiava, e io non odiavo lui.
Ancora non conoscevamo la fame. Quella vera! Quella che ti stacca la pelle dalle ossa. Quella che ti rende una bestia nel vedere l’altrui opulenza.
Spesso mi portava con lui a lavoro, durante le consegne che faceva ai suoi clienti. E quando questi ci facevano pranzare in un qualche ristorante, tutto a spese loro, io mi sentivo come il figlio di un Re.
Ma poi qualcosa cambia. Cambia sempre quella cosa. Deve cambiare. È una regola! C’è sempre qualcosa di bello che deve cambiare e diventare orrendo.
Senza fermarmi, trafitto dalle persone che mi venivano contro, ho rivisto passarmi davanti i giorni freddi in cui di colpo non andammo più al ristorante.
Nessuna consegna da fare. Un silenzio sempre più grande. E quel giorno in cui lui, il mio Re, tornò a casa con un occhio nero.
La sola parola che allora riuscii a udire urlata da mia madre, mentre stavo rintanato nella mia piccola stanza assieme a mio fratello, fu “debiti”. Una parola che mi rimase impressa e che ho sentito anche in quel momento, tra quella folla in festa. In quella città in festa. Da solo come lui, umiliato e intimidito mentre tornava a casa con un occhio nero, sentendosi solamente un fallito.
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Tratto dal racconto “Katja”.

Katja aveva sedici anni e sapeva soltanto di non voler morire ancora una volta.
I suoi occhi color nocciola si perdevano negli sguardi di mille volti che si susseguivano velocemente fra palazzi, negozi e vetrine luminose addobbate a festa.
Il suo sguardo era una continua supplica d’amore, ma nessuno lo vedeva, proprio come nessuno aveva mai accolto le sue preghiere, forse tranne la volta in cui a dodici anni aveva pregato l’icona della Madonna di Tropea chiedendole di far morire suo padre.
Sul letto di morte l’aveva fissato intensamente con occhi senza vita come quelli di uno squalo, e le labbra erano serrate in una smorfia tremula, come se stesse faticando a trattenersi dal vomitargli dritto in bocca tutto l’odio che pulsava nel suo piccolo corpo.
Avrebbe voluto ucciderlo lei, anziché vederlo portare via da un cancro.
Ma la morte di suo padre non le aveva portato via dalla pancia i crampi che le laceravano l’anima, né le aveva ridato la sua infanzia, e il futuro ormai flebile come il respiro di un vecchio moribondo.
Quella morte non le aveva dato altro che l’immagine di una tomba svanita sotto cumuli di puzzolente e fredda terra.
Sentiva ancora i colpi sordi delle vangate contro la bara, desiderando di dissotterrare suo padre per ucciderlo nuovamente.
Ma non poteva fare nient’altro che fuggire, ancora una volta. Ormai Katja era solamente una bambola di vetro. Un piccolo tocco avrebbe potuto spaccarla in mille pezzi, come fosse una crosta al di sopra di una ferita ancora pulsante.
Ma lei non avrebbe mai permesso a nessuno di farla sanguinare. Non più. Non ancora una volta.
Camminava a passo spedito per le strade di Napoli illuminate dalle luci giallognole dei lampione, dai rettangoli di luce provenienti da antichi palazzi che cingevano una piazza adornata di festoni natalizi, e dai fasci di luce scagliati all’orizzonte da automobili che le sembravano tutte identiche, proprio come i volti delle persone che si avvicendavano in una soffocante orgia di carne.
Lei continuava soltanto a camminare, fissando i suoi piccoli piedi avvolti da scarpe di tela. Tesa al punto che nemmeno il freddo sembrava toccarla.
Ma ogni volta che una persona la sfiorava, il suo cuore sussultava fino a salirle in gola, e con uno scatto ferino si voltava, facendo volare in aria i suoi lunghi capelli biondi come fossero un drappo mosso dal vento.
Le sembrava di stare in un turbinio di occhi che la fissavano, e mani che cercavano di afferrarla.
Lei continuava ad andare avanti, sempre più veloce, come qualcuno che ha una meta da raggiungere urgentemente.
Soltanto che lei non sapeva dove andare.
Stava vagando alla cieca. Camminando spedita come se stesse fuggendo, quasi nascondendo se stessa in abiti da maschiaccio.
La gente l’attraversava come se lei fosse fatta d’aria, muovendosi in un rettangolo di cemento che avvolgeva la piazza centrale: un insieme di palazzi che si susseguivano in un gelido abbraccio attraversato da piccoli vicoli da cui provenivano le luci delle insegne di qualche albergo per puttane e viaggiatori, e nel mezzo, un intreccio di fili di ferro si ergeva su tubi metallici che come tronchi uscivano fuori dal cemento, sovrastando la nuova stazione della metropolitana e il brusio di voci, passi e lamenti nel mezzo di cui lei vagava andando avanti leggera come i rifiuti che volavano in aria mossi dal vento, osservando con occhio acuto e diffidente le coppie che si tenevano per mano, i vecchi lamentosi immobili davanti a qualche fermata d’autobus, le grasse donne vestite con abiti da mercato che uscivano da alimentari prossimi alla chiusura, lavoratori frettolosi che avanzavano urlando contro a un cellulare, e persone che fissavano le vetrine dei negozi, mentre negri dal volto arrabbiato e le membra stanche raccoglievano le proprie bancarelle e bustoni di plastica, pronti a svanire in dei vicoli come fossero delle blatte.
Oltrepassò una donna che teneva stretta la mano della propria bambina. Una folata di profumo di marca la travolse, e la voce della bambina risuonò nei suoi timpani: «Mamma, mi compri un giocattolo?»
Katja chiuse gli occhi e strinse i pugni. Affrettò il passo. Le sue scarpe rotte si muovevano sul freddo cemento, e lei cercava di non sentire il profumo di torrone e di dolci provenienti da una piccola pasticceria dalle vetrine luminose, né di vedere i festoni colorati e lucenti che adornavano i palazzi, sovrastando le luci giallognole dei lampioni e i fari delle auto.
Svoltò in un vicolo, in fretta, come un topo che fugge udendo dei passi.
Il vicolo era buio, illuminato appena dalle luci di qualche finestra da cui si udivano le voci dei televisori, rumori di posate contro dei piatti, e alcuni africani che parlavano come se stessero litigando.
Affrettò il passò, guardando soltanto in avanti, mentre ai suoi lati si susseguivano portoni arrugginiti e vecchie balconate identiche fra esse, e ovunque cumuli di rifiuti marcivano appestando l’aria già di suo fetida di vecchio e muffa.
Svoltò in un altro vicolo, e poi in un altro ancora, e in un altro ancora. Correva freneticamente in una ragnatela dove tutto sembrava sempre uguale; in un buio talmente fitto da essere palpabile e in cui non ci stava anima viva, e dove non sembrava neanche essere vicino il Natale.
Si guardò attorno. Un gatto guizzò da un cassonetto straboccante di sacchetti neri, e una bottiglia rotolo nell’oscurità, fino a fermarsi contro un altro ammasso di rifiuti.
Gli occhi tremuli di Katja osservarono i portoni dei palazzi, e poi uno stretto vicolo alla sua sinistra, e più avanti, sulla sua destra ancora un altro vicolo.
Non sapeva dove andare. La Caritas aveva chiuso. Nell’hotel dove era stata la notte prima non le avrebbero fatto più credito, e il vecchio albergatore: un porco grasso e dalla faccia simile a un mastino, le aveva già fatto intendere che avrebbero potuto trovare un accordo per pagare la stanza.
Katja avrebbe voluto conficcare nella pancia di quel porco un paio di forbici, proprio come aveva desiderato fare con suo padre, ma invece non le rimase che camminare ancora in un buio vicolo dove nulla udiva se non i rumori dei propri passi, respirando un miasma di piscio e immondizia proveniente dalle umide mura dei palazzi.
Entrò in uno di essi. Era vecchio. Sembrava cadere a pezzi, e il portone era pressoché inesistente.
Calpestò vecchi volantini e preservativi usati, fino a nascondersi in un sottoscala, tremula e affamata come fosse un gattino abbandonato.
Restò immobile senza dire una parola, osservando il portone senza saperne nemmeno il motivo, mentre sentiva fino in gola un disgustoso puzzo di piedi sudati, cavoli e sperma proveniente dalle mura.
Era abituata a quel fetore. Era lo stesso che aveva respirato per anni nella casa dov’era cresciuta, ed era lo stesso che aveva sentito quando rimasta orfana era andata a vivere da suo zio Bogdan, il fratello di suo padre.
A lui gliele aveva conficcate davvero delle forbici nella pancia, anche se erano troppo piccole per ucciderlo, proprio come lo era lei.
Da allora, da quando aveva soltanto tredici anni, aveva girato di posto in posto, e ognuno di essi puzzava come quel palazzo.
Se la sentiva costantemente addosso quella puzza, come fosse l’odore della propria pelle: una pelle che ormai sembrava stesse cadendo a pezzi, proprio come le pareti pieni di scritte schifose di quel palazzo.
Si guardò ancora attorno, attenta e furtiva, senza nemmeno capire cosa stesse cercando.
Non avrebbe mai trovato un appartamento abbandonato, lo sapeva; e anche se l’avesse trovato, di certo non sarebbe stato vuoto.
Strinse le ginocchia coperte da un jeans stracciato fra le sue esili braccia e poggiò la testa su di esse, continuando a fissare il portone, senza più sapere cosa fare. Senza più sapere cosa farne della propria vita.
Poi improvvisamente udì il portone strisciare sul pavimento e lo vide aprirsi lentamente.
I suoi balzarono, e come un animale impaurito si tirò indietro, cercando di svanire nell’ombra, restando rannicchiata in un angolo come fosse una bambina in castigo.
In un silenzio simile a un incubo alcuni passi batterono sul pavimento mentre Katja, nascosta, terrorizzata non osava scorgere la testa per vedere chi stava avanzando.
Sentì poi i passi fermarsi. Una mano le strinse la gola e il suo cuore iniziò a battere all’impazzata, tanto che istintivamente si schiacciò il petto con le mani, come se avesse paura che qualcuno potesse sentirla.
Non udì alcun rumore per secondi che le sembrarono anni, immobile, tesa come un nervo pronto a spezzarsi, e iniziando a sentire la sua fronte imperlarsi di gelido sudore nonostante il freddo.
Un rumore le fece salire lo stomaco fin nel torace. Fu un lungo respiro, simile a un sospiro, seguito subito da colpi di tosse così forti che sembrarono rimbombare nella tromba delle scale.
Tremando, stretta nel proprio giubbetto, scorse lentamente la testa, come uno scarafaggio che timidamente caccia le antenne da sotto a un mobile prima di uscire allo scoperto.
Ancora palpitante, sentendo il cuore battergli nel collo, vide un uomo vestito con abiti scadenti e dai colori sparati, probabilmente poco meno che quarantenne, mantenersi con una mano al muro e tossendo talmente forte che sembrava gli stesse uscendo il cuore di bocca.
Katja restò a guardarlo per tutto il tempo. L’uomo sembrava davvero stesse morendo, che avesse bisogno di aiuto, ma lei rimase immobile, osservando le labbra di quello sconosciuto contorcersi e la lingua uscirgli a scatti dalla bocca come fosse la testa di un serpente.
Poi la tosse rallentò. Un rantolo si mosse nella gola di quell’uomo mentre si tirò in piedi, barcollando e asciugandosi il sudore, respirando avidamente come se fosse appena emerso da un profondo oceano.
Senza ritegno alcuno sputò una macchia verdastra di muco alla sua sinistra, e lento, come se la realtà attorno a lui fosse molle e appiccicosa, alzò lo sguardo verso il vuoto.
Gli occhi di Katja e di quello strano uomo si sfiorarono per un secondo impercettibile, ma talmente pesante sulla pelle di lei da farla strepitare.
Si tirò indietro di scatto. Contro al muro. Tremando come una lepre nella propria tana che cerca di nascondersi da una volpe famelica.
Velocemente, in pochissimi secondi, iniziò a frugare nelle proprie tasche, agitata, in cerca di qualsiasi cosa per difendersi, ma tastando soltanto alcune sigarette, un accendino, delle monete e un sacchetto di stoffa.
Ma non trovò niente, e stringendo i pugni, strizzando gli occhi dalla paura e digrignando i denti, sentì i passi di quell’uomo avvicinarsi e poi la sua voce dire: «E tu chi sei?»
Katja udì ancora altri due passi. Poi un altro, e basta.
Non sapeva se lui fosse già lì. Non sapeva chi fosse, né cosa potesse mai volere da lei.
Aveva soltanto paura. Aveva persino paura di aprire gli occhi. Si stringeva forte, tremando e accalcandosi contro al muro, come se sperasse di poter svanire.
Ma quando quel silenzio carico di soffocante tensione fu rotto dalla voce di quell’uomo che esclamò: «Ma fa un po’ come ti pare!», improvvisamente i suoi occhi si spalancarono, e il cuore le smise di palpitare.
Scostò lo sguardo alla sua sinistra, senza vedere null’altro che l’angolo del muro a cui era appoggiata, e una fioca luce giallognola proveniente da essa.
Poi i passi dell’uomo iniziarono nuovamente a battere sul pavimento. Erano lenti, come se si stesse trascinando: e forse in parte lo stava facendo davvero.
Katja guizzò fuori dal proprio nascondiglio, restando ferma, in ginocchio sul freddo pavimento e fissando la schiena di quell’uomo.
Lui si fermò, ansimò e poi si voltò, osservando Katja ma senza dire nulla, quasi non la stesse nemmeno vedendo per davvero.
I loro occhi restarono intrecciati come ossa calcificate che giacciono in una fosse comune.
Katja vedeva negli occhi di quell’uomo soltanto stanchezza e dolore, come se fosse troppo vecchio per fare qualsiasi cosa. Mentre lui, beh, osservando Katja forse non vedeva niente; e qualsiasi cosa vedesse non voleva vederla.
Nessuno dei due mosse un solo muscolo. Nella penombra si vedevano soltanto il petto di lei e quello di lui pulsare, quasi fosse possibile vedere il respiro di entrambi denso e tangibile.
Lui, silenzioso, accese una sigaretta, tossendo ancora, e poi si girò riprendendo a camminare.
Katja balzò in piedi, come se ogni parte di sé fosse una mano protesa verso la schiena di quello sconosciuto.
«Aspetta» strepitò con una voce da bambina impaurita che, almeno per un attimo, sembrò dar forma a quello sconosciuto, separandolo dalle ombre che lo avvolgevano.
Lento, quasi pesante come un macigno, si mosse nella stanza come se la stesse respirando e si voltò verso di lei.
La guardò negli occhi: essi tremavano, e sembravano in procinto di piangere, mentre lo sguardo dell’uomo era soltanto fiacco come quello di un cane randagio ormai troppo vecchio per lottare ancora. E come un vecchio cane che attende la morte, così lui rimase zitto, in attesa, avvolto dal fumo esalato dalla propria bocca.
Katja fece appena una passo verso di lui. Si guardò attorno come se cercasse qualcosa, e poi tornò a lui, senza aver trovato nient’altro.
«Puoi aiutarmi?» gli chiese con un filo di voce, così leggera da sembrare avere la consistenza del vetro.
Lui sbuffò e gettò la sigaretta a terra.
«Non hai un posto dove andare, vero?»
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Estratto del romanzo “Nuda”.

La malattia di Eva era il cordone ombelicale che li univa. Era la malattia di Eva la figlia di quell’uomo. Senza quella malattia Eva sarebbe svanita agli occhi di tutti.
Chinò lo sguardo, e con un imbarazzo che lasciò Eva inamovibile sussurrò appena: «Lo so che non parliamo da molto.»
Eva sfogliò con una foga animalesca un’altra pagina. Un sorriso cinico le rigò il viso, e fissando ancora il libro, come se suo padre nemmeno esistesse, rispose soltanto: «Ah, da ciò che ricordo non abbiamo mai parlato.»
Ebbe quasi voglia di voltarsi verso suo padre per vedere se le proprie parole gli avessero spaccato in due il petto, facendogli balzare il cuore sul pavimento.
Trepidante, fingendo ancora di leggere, Eva attendeva una parola di suo padre, sentendo la timidezza di lui sulla propria pelle, appiccicosa come muco e pesante come metallo, e godendone.
Percepì il suo tremore, e di certo lui avvertì il disagio di Eva, mentre nel silenzio che li divideva si udivano soltanto il rumore delle pagine sfogliate e il canto degli uccellini provenire dalla finestra.
«Spero che potremmo recuperare» disse lui con voce strozzata «E mi dispiace se tante volte sono stato assente, e altre volte ti ho trattata con sufficienza.»
«Sufficienza?» esclamò Eva, sgranando gli occhi contro al muro davanti a lei e chiudendo di sbotto il libro.
Quel rumore sordo fece quasi tremare suo padre, ormai ridotto a uno schiavo alle dipendenze della malattia della propria bambina.
Forse rivide davanti a sé il dottore del CDAA, prima delle dimissioni di Eva, quando gli aveva detto: «Mi raccomando, dovete stare molto vicini a Eva, ne ha bisogno.»
Era forse soltanto un dovere che lo legava a sua figlia?
E cosa legava Eva a lui?
Lei mosse il capo contro di lui come una frustata. I suoi occhi erano tizzoni ardenti. La fronte era imperlata di gelido sudore, e il suo sorriso sembrava il ringhio di un animale.
«Beh, se dire a una bambina di quindici anni appena raccattata dalla sua prima festa, ubriaca e in lacrime, che lei è la vergogna della famiglia significa trattare una persona con sufficienza, allora mi hai trattata con sufficienza. Contento?»
Un pallore mortale soverchiò il colorito del viso di quell’uomo, e suoi occhi diventarono due grotte profonde in cui si perdevano i momenti di quella notte ormai lontana: l’auto che sfrecciava in autostrada fra i fasci di luce delle altre auto, le sue urla che sembravano quasi pugni scagliati nell’abitacolo, e sua figlia seduta di dietro, in lacrime, rannicchiata come un feto.
Non aveva mai ricordato di averla vista così, e ora quell’immagine gli stava spaccando in due il cuore, come se stesse osservando sulle proprie mani il sangue della propria bambina.
Gli esplose del tutto il cuore, e le costole gli spaccarono il petto quando Eva, fissandolo con gli occhi di una statua gli disse: «Non vedesti nemmeno le mie ginocchia insanguinate e i miei vestiti stracciati. Non ti sei mai nemmeno chiesto cos’era successo quella dannata notte!»
Suo padre rimase paralizzato. Il suo corpo sembrò sgretolarsi come una statua di cenere colpita da una folata, e attorno a sé non udiva altro che le lacrime della sua bambina scagliate contro di lui durante quella maledetta notte.
Cercò di muovere le labbra. Gli tremavano, ma non riusciva ad aprirle.
Sentì soltanto Eva dirgli: «E ora vai via!»
Poi non udì altro. Tutto era svanito, forse persino sua figlia, e la stanza attorno a lui non aveva alcun odore: era asettica come il corpo di un cadavere appena ripulito.
Era stato lui a uccidere sua figlia, dimenticandone il cadavere, e ora non riusciva a dirle niente per chiederle perdono, mentre lei, con lo sguardo rivolto verso il libro, fingendo ancora di leggerlo, celava dietro occhi gelidi un sorriso che non avrebbe mai confessato a nessuno.
Mosse appena le labbra e sfogliò una pagina quando suo padre si voltò, indietreggiando verso la porta come un sonnambulo.
Si fermò davanti a una mensola. Guardò ancora i peluche, senza sapere chi fosse stato a regalarli a sua figlia, e guardò le bambole che lui le aveva regalato, ormai ingrigite dalla polvere.
I suoi occhi vitrei, tremanti e liquidi, si spostarono su di una foto, perdendosi in essa quasi fosse un’immagine viva.
Le labbra gli si mossero senza il suo controllo, e con una voce deformata dal dolore sussurrò: «Non ci crederai, ma da piccola eri la mia preferita. E lo sei sempre stata.»
Eva scostò nevroticamente un’altra pagina. Suo padre continuò a guardare quella foto, e una parte di Eva sperò di vederlo piangere.
Forse se lui l’avesse fatto lei si sarebbe gettata su di lui per abbracciarlo. Ma ancora una volta suo padre non versò una sola lacrima.
Sussurrò soltanto: «Mi dispiace di tutto.»
Poi Eva non udì altro che la porta chiudersi, e di scatto, come avrebbe voluto fare da subito, voltò lo sguardo verso le foto.
Non sapeva perché, ma fra tutte le foto di quell’infanzia felice di cui non aveva ricordo, le sue iridi ambrate si posarono proprio sulla fotografia in cui sua sorella la stava aiutando a mettere i braccioli.
Un magone le strinse la gola, e un crampo animalesco le fece balzare lo stomaco fino al cuore.
Sentì attorno a sé il rumore delle onde, le risate di sua sorella, suo padre che le chiamava dal largo, e vide sua madre sorridere sulla spiaggia mentre le fotografava.
I suoi occhi tremavano come una lepre spaventata. Sentiva quasi le pupille aprirsi in una sofferenza carnale, e sforzandosi di trattenere le lacrime, a pugni stretti, né percepì appena una colarle sul viso e salarle le labbra: lo stesso sapore salato che avvertì da bambina, subito dopo che sua sorella l’aiutò a mettersi i braccioli per poi tuffarsi, raggiungendo suo padre mentre lei, quasi fosse mutilata, non poteva far altro che star lì a guardarli.
Aveva faticato per raggiungerli, ma non ci era riuscita, e nessuno dei due aveva visto le lacrime di lei mischiarsi al mare.

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LA FINESTRA CHIUSA

Non li sopporto più. Non sopporto più questa gente fotocopiata che mi cammina attorno, simile a irriconoscibili batteri.
Continuando a camminare, costeggiando gli alti e antichi palazzi alla mia destra e lasciando che le auto rumorose passino alla mia sinistra, vedo un vecchio uomo sdentato e vestito di stracci uscire da un negozio tenendo stretta nella propria rugosa mano quella della sua piccola bambina.
Lei avrà sì e no sei anni. E molto magra, e lo sembra ancor più con addosso quel suo vestitino rosa. Ha scarpe aperte dello stesso colore del vestito, nonostante il freddo. Sembra tremare, e il suo vecchio padre, come se stesse facendo uno sforzo immane, la tira su prendendola in braccio, stringendola forte come se al mondo non esistesse altro di più importante. Come se volesse scaldarla, e tenerla lontana dal turbinio di insensibile carne che li avvolge, senza neanche vederli.
Immobile nel mezzo di un’ondata di corpi veloci che mi trapassano, udendo il brusio di mille voci attorno a me mi giro lentamente, vedendo quell’uomo svanire nella folla, come fosse fatto d’aria.
Vedo il capo di quella bambina poggiato contro la spalla di suo padre. Ha gli occhi chiusi come se si sentisse al sicuro in quella stretta. Affonda le dita nei lerci vestiti di quell’uomo come se si stesse aggrappando alla vita: la sola vita che conosce. La sola vita che la stringe forte, senza lasciarla cadere in un ululante e scuro turbinio di malsano liquame.
Qualcuno stringerà così anche me? Qualcuno mi terrà mai al sicuro da questo mondo?
No, nessuno lo farà, e nessuno lo fece mai.
Ricordo una delle prime volte in cui da piccolo capii il senso della parola umiliazione. Avevo appena cinque anni. Frequentavo l’asilo, e mio fratello la terza elementare. Indossavo un orrendo grembiulino giallo canarino. Non conoscevo ancora il significato della parola odio, ma sentivo di non sopportare quella divisa, come non sopportavo di vederla addosso agli altri bambini attorno a me.
Avevo passato il più delle ore a giocare da solo con le costruzioni. Non amavo stare con gli altri bambini, li reputavo volgari e invadenti, perché avevo sentito da mia madre quelle due espressioni, e dunque doveva essere anche per me così.
Attorno a me, in una stanza simile a una gabbia dalle mura piene di disegni colorati che puzzavano di gessetti e pastelli a cera, i bambini amavano fare giochi di gruppo, e a volte si azzuffavano insultandosi in dialetto che detestavo, perché mia madre lo detestava, e insultandosi proprio come fossero adulti.
Puzzavano persino come gli adulti!
Io preferivo starmene da solo, costruendo cose senza senso che poi avrei distrutto. Ma quel pomeriggio non stavo più costruendo niente. Avevo appena finito di creare un robot a tre teste, per poi vederlo distruggere da un altro bambino che mi urlò contro: «Ricchione!».
Scoppiai a piangere. Iniziai a piangere così forte che la maestra, una vecchia donna dal volto cattivo, dovette afferrarmi per cercare di tranquillizzarmi.
Ricordo come fosse ieri la sua forte stretta, il suo sguardo malvagio e il suo fetido alito di fumo. E ricordo come le afferrai i capelli e le graffiai il viso, urlando e continuando a piangere sempre più forte, ingoiando le mie lacrime salate e vedendo la realtà attorno a me offuscarsi in un vortici di colori a cera contro ai miei occhi arrossati e gonfi di lacrime.
Di certo quella donna desiderò colpirmi con una forza tale da staccarmi la testa dal collo, ma non potendolo fare si limitò a cacciarmi fuori dalla classe: cinque anni, poco più di un metro d’altezza, poche ossa in un odioso grembiulino giallo, e già mi trovavo in castigo. Già fui gettato via. Già fui bollato come sbagliato.
Stavo fermo contro al muro accanto alla porta della classe, ancora in lacrime, impaurito, e senza capire quale fosse la mia vera colpa.
Ricordo che quel corridoio sembrava gigantesco, e i disegni colorati erano in quel momento orrendi: uccelli rosa mi sembravano demoni, e pesciolini rossi erano per me diavoli.
Tremavo come una foglia, solo e smarrito, tirando su con il naso il muco che mi colava fino alle labbra e guardandomi attorno in cerca della mia mamma, respirando solamente un soffocando odore di gesso, e continuando a non comprendere quale fosse la mia colpa.
Ma non ci stava nessuno lì. No, fui abbandonato. Fui rifiutato. Fui gettato via come immondizia: la stessa che mio padre non voleva mai scendere di sera, costringendo la mamma a farlo.
Tremando, capendo per la prima volta nel mio giovane cuore il senso della parola “confusione”, guardai una delle porte in quel gigantesco corridoio che si protraeva fino all’infinito.
Era l’ultima porta sulla sinistra. Una normalissima porta di plastica con nel mezzo un oblò di vetro.
Sapevo che era la sua di classe, e asciugandomi le lacrime con il mio piccolo pugno camminai lentamente verso di essa, desiderando solamente che qualcuno mi stesse vicino. Desiderando solamente che qualcuno mi dicesse che tutto andava bene, abbracciandomi.
Ma andava bene per davvero?
Dovetti alzarmi sulla punta dei piedi per arrivare al vetro, tenendo poggiate con forza le mie piccole e paffute mani contro la fredda plastica della porta.
Guardai al di là di quel vetro opaco. Una donna di circa trent’anni stava seduta dietro a una cattedra, urlando a gran voce parole che non potevo sentire, mentre una classe composta da circa venti bambini con addosso grembiulino blu o rosa e al collo un fiocco verde, fingevano di ascoltarla persi nei propri pensieri.
Io guardavo mio fratello e sorridevo. Sorridevo come quando mia mamma mi stringeva forte, perché speravo che lui mi vedesse, ma non mi vide neanche quando un ragazzino biondo e ciccione cominciò a ridere guardando verso di me e indicandomi con il dito.
In breve tutta la classe iniziò a ridere. I loro occhi erano su di me. Le loro risate sembravano liquefare quel pezzo di plastica che ci divideva, roteando attorno a me come tanti spettri crudeli.
Smisi di sorridere. Un patetico broncio tremò sul mio viso, e gli occhi tornarono gonfi di lacrime.
Sentii solamente una calda, atroce lacrima colare sulla mia guancia arrossata forse più dalla vergogna che dal dolore, mentre fissavo ancora quei volti, sentendomi solamente un inutile sgorbio.
Mio fratello mi vide?
Non fu certo lui a uscire da quella porta quando si spalancò. No, furiosa e veloce la maestra si pose davanti a me, e io in un millesimo di secondo non vidi altro che i suoi occhi iniettati di odio, percependo poi tre violentissimi schiaffi contro la mia piccola mano.
Uno.
Due.
Tre.
Poi la maestra sbatté la porta contro la mia faccia. Non si sentì più alcuna risata provenire da quella classe, né tantomeno riuscii a piangere.
Rimasi lì immobile come fossi stato appena violentato. Non conoscevo neanche il significato di quella parola, ma sapevo che faceva male sentirsi un niente. Sapevo che era tremendo sentirsi deriso, umiliato: era come essere stato ucciso.
No, non versai una lacrima, ma sentii qualcosa di caldo contro le mie cosce, e poi lungo sulle ginocchia.
Il grembiulino diventò di un giallo scuro, e un acre odore di urina giunse fino alle mie narici, mentre io stavo lì immobile, tremulo, fissando quella porta mentre la mia mano arrossata pulsava dal dolore.
Quando mia madre venne a prenderci la maestra non mi aveva tolto di dosso neanche il grembiulino. No, le disse che mi ero comportato male, e le consigliò di trovare un buon sostegno psicologico perché io potessi riuscire a inserirmi assieme agli altri bambini.
Non dissi nulla mentre loro parlavano. Avevo solamente bisogno di un abbraccio, mentre gli ultimi bambini della classe uscendo mi guardavano e deridevano indicando il mio grembiule bagnato, e mia madre continuava a cercare di capire come fare di me un bambino perfetto.
Avrei avuto solamente bisogno di un abbraccio, ma non mi abbracciò neanche quando andammo verso casa: lei con il mio grembiulino sporco in una busta, e io nella sua mano, tenendo strette le gambe per la vergogna, cercando di nascondere a tutti quella macchia di urina, mentre mio fratello parlava della sua giornata a scuola.
Possibile che non mi aveva visto? E mia madre aveva notato la mia mano rossa e indolenzita?
No, nessuno notò niente, e il giorno dopo andai a scuola con il pannolino, e per colpa di coloro che mi credevano diverso capii cosa significasse sentirsi diverso.
E nessuno mi strinse. No, nessuno abbracciò quella mia diversità.
Ora avrei tanto bisogno di un abbraccio, ma camminando in questa folla di volti, nessuno mi vede. Non è cambiato nulla da quando ero quel piccolo bambino ritto sulle punte di piedi contro a una misera porta.
Qualcuno percuoterà ancora una volta le mie mani?

 

 

“La finestra chiusa”, in fase di editing

Ricordo una delle prime volte in cui da piccolo capii il senso della parola umiliazione. Avevo appena cinque anni. Frequentavo l’asilo, e mio fratello la terza elementare. Indossavo un orrendo grembiulino giallo canarino. Non conoscevo ancora il significato della parola odio, ma sentivo di non sopportare quella divisa, come non sopportavo di vederla addosso agli altri bambini attorno a me.
Avevo passato il più delle ore a giocare da solo con le costruzioni. Non amavo stare con gli altri bambini, li reputavo volgari e invadenti, perché avevo sentito da mia madre quelle due espressioni, e dunque doveva essere anche per me così.
Attorno a me, in una stanza simile a una gabbia dalle mura piene di disegni colorati che puzzavano di gessetti e pastelli a cera, i bambini amavano fare giochi di gruppo, e a volte si azzuffavano insultandosi in dialetto che detestavo, perché mia madre lo detestava, e insultandosi proprio come fossero adulti.
Puzzavano persino come gli adulti!
Io preferivo starmene da solo, costruendo cose senza senso che poi avrei distrutto. Ma quel pomeriggio non stavo più costruendo niente. Avevo appena finito di creare un robot a tre teste, per poi vederlo distruggere da un altro bambino che mi urlò contro: «Ricchione!».
Scoppiai a piangere. Iniziai a piangere così forte che la maestra, una vecchia donna dal volto cattivo, dovette afferrarmi per cercare di tranquillizzarmi.
Ricordo come fosse ieri la sua forte stretta, il suo sguardo malvagio e il suo fetido alito di fumo. E ricordo come le afferrai i capelli e le graffiai il viso, urlando e continuando a piangere sempre più forte, ingoiando le mie lacrime salate e vedendo la realtà attorno a me offuscarsi in un vortici di colori a cera contro ai miei occhi arrossati e gonfi di lacrime.
Di certo quella donna desiderò colpirmi con una forza tale da staccarmi la testa dal collo, ma non potendolo fare si limitò a cacciarmi fuori dalla classe: cinque anni, poco più di un metro d’altezza, poche ossa in un odioso grembiulino giallo, e già mi trovavo in castigo. Già fui gettato via. Già fui bollato come sbagliato.
Stavo fermo contro al muro accanto alla porta della classe, ancora in lacrime, impaurito, e senza capire quale fosse la mia vera colpa.
Ricordo che quel corridoio sembrava gigantesco, e i disegni colorati erano in quel momento orrendi: uccelli rosa mi sembravano demoni, e pesciolini rossi erano per me diavoli.
Tremavo come una foglia, solo e smarrito, tirando su con il naso il muco che mi colava fino alle labbra e guardandomi attorno in cerca della mia mamma, respirando solamente un soffocando odore di gesso, e continuando a non comprendere quale fosse la mia colpa.
Ma non ci stava nessuno lì. No, fui abbandonato. Fui rifiutato. Fui gettato via come immondizia: la stessa che mio padre non voleva mai scendere di sera, costringendo la mamma a farlo.
Tremando, capendo per la prima volta nel mio giovane cuore il senso della parola “confusione”, guardai una delle porte in quel gigantesco corridoio che si protraeva fino all’infinito.
Era l’ultima porta sulla sinistra. Una normalissima porta di plastica con nel mezzo un oblò di vetro.
Sapevo che era la sua di classe, e asciugandomi le lacrime con il mio piccolo pugno camminai lentamente verso di essa, desiderando solamente che qualcuno mi stesse vicino. Desiderando solamente che qualcuno mi dicesse che tutto andava bene, abbracciandomi.
Ma andava bene per davvero?
Dovetti alzarmi sulla punta dei piedi per arrivare al vetro, tenendo poggiate con forza le mie piccole e paffute mani contro la fredda plastica della porta.
Guardai al di là di quel vetro opaco. Una donna di circa trent’anni stava seduta dietro a una cattedra, urlando a gran voce parole che non potevo sentire, mentre una classe composta da circa venti bambini con addosso grembiulino blu o rosa e al collo un fiocco verde, fingevano di ascoltarla persi nei propri pensieri.
Io guardavo mio fratello e sorridevo. Sorridevo come quando mia mamma mi stringeva forte, perché speravo che lui mi vedesse, ma non mi vide neanche quando un ragazzino biondo e ciccione cominciò a ridere guardando verso di me e indicandomi con il dito.
In breve tutta la classe iniziò a ridere. I loro occhi erano su di me. Le loro risate sembravano liquefare quel pezzo di plastica che ci divideva, roteando attorno a me come tanti spettri crudeli.
Smisi di sorridere. Un patetico broncio tremò sul mio viso, e gli occhi tornarono gonfi di lacrime.
Sentii solamente una calda, atroce lacrima colare sulla mia guancia arrossata forse più dalla vergogna che dal dolore, mentre fissavo ancora quei volti, sentendomi solamente un inutile sgorbio.
Mio fratello mi vide?
Non fu certo lui a uscire da quella porta quando si spalancò. No, furiosa e veloce la maestra si pose davanti a me, e io in un millesimo di secondo non vidi altro che i suoi occhi iniettati di odio, percependo poi tre violentissimi schiaffi contro la mia piccola mano.
Uno.
Due.
Tre.
Poi la maestra sbatté la porta contro la mia faccia. Non si sentì più alcuna risata provenire da quella classe, né tantomeno riuscii a piangere.
Rimasi lì immobile come fossi stato appena violentato. Non conoscevo neanche il significato di quella parola, ma sapevo che faceva male sentirsi un niente. Sapevo che era tremendo sentirsi deriso, umiliato: era come essere stato ucciso.
No, non versai una lacrima, ma sentii qualcosa di caldo contro le mie cosce, e poi lungo sulle ginocchia.
Il grembiulino diventò di un giallo scuro, e un acre odore di urina giunse fino alle mie narici, mentre io stavo lì immobile, tremulo, fissando quella porta mentre la mia mano arrossata pulsava dal dolore.
Quando mia madre venne a prenderci la maestra non mi aveva tolto di dosso neanche il grembiulino. No, le disse che mi ero comportato male, e le consigliò di trovare un buon sostegno psicologico perché io potessi riuscire a inserirmi assieme agli altri bambini.
Non dissi nulla mentre loro parlavano. Avevo solamente bisogno di un abbraccio, mentre gli ultimi bambini della classe uscendo mi guardavano e deridevano indicando il mio grembiule bagnato, e mia madre continuava a cercare di capire come fare di me un bambino perfetto.
Avrei avuto solamente bisogno di un abbraccio, ma non mi abbracciò neanche quando andammo verso casa: lei con il mio grembiulino sporco in una busta, e io nella sua mano, tenendo strette le gambe per la vergogna, cercando di nascondere a tutti quella macchia di urina, mentre mio fratello parlava della sua giornata a scuola.
Possibile che non mi aveva visto? E mia madre aveva notato la mia mano rossa e indolenzita?
No, nessuno notò niente, e il giorno dopo andai a scuola con il pannolino, e per colpa di coloro che mi credevano diverso capii cosa significasse sentirsi diverso.

Tratto da “La finestra chiusa”, in fase di editing.

L’aria profuma di ammorbidente e di fiori freschi. La cucina ne è impregnata. Quel profumo si muove su mattonelle bianche decorate da piccoli fiori, sui mobili di ciliegio e su alcune fotografie poste sulle mura.
Percepisco l’aroma del caffè mischiarsi a questo profumo che conosco meglio dell’odore della mia pelle. Sento il ribollio della macchinetta per il caffè che fuma sui fornelli, e il suo odore sempre più forte insinuarsi per l’intera stanza: parte di un rituale da compiere in ogni casa quando giunge un ospite.
Lei, mia zia Francesca, sta ferma davanti ai fornelli. Sulle sue ossa che sembrano uscirle fuori dalla pelle smagliata ci sta un vecchio maglione bianco coperto da un grembiulino rosa, e da una gonna lunga e marrone si intravedono le sue pallide gambe, una volta carnose, ora ridotte a ossa coperte da pelle ruvida da cui si possono contare le vene.
Osservo le sue piccole mani che tante volte mi hanno stretto, ora afferrare con fatica delle tazzine da una credenza, mentre le sue magre ma sorridenti labbra si muovono chiedendomi: «Ma a mamma hai detto che stai qua?»
Non le rispondo subito. Mi perdo nei colori accesi del foulard sulla sua testa, immaginando quei rossi capelli che tante volte ho stretto e annusato.
Non ne ha più da mesi e mesi. Lei ha solamente dodici anni in più a me. A soli dodici anni già mi teneva tra le sue braccia, e ora la vedo andare fra le cupe braccia della morte, senza neanche poterle accarezzare un’ultima volta i capelli.
Sembra quasi saperlo mentre sorride, accogliendo il mio silenzio come fosse una risposta.
Respiro ancora il profumo del caffè. Ora è più intenso. Lei ha spento la fiamma, e mentre fisso una foto appesa al muro sento il tintinnio del cucchiaino contro la ceramica.
Lei sa già quanti cucchiaini di zucchero voglio. Lei sa tutto di me. Lei mi conosce da quando sono venuto al mondo, e forse anche meglio della sua sorella che mi ha dato la vita.
In questa foto ci stiamo proprio noi due, io e mia zia. Lei mi tiene in braccio. Ha solamente quattordici anni, ma sembra già una donna adulta. La mia mano paffuta le stringe un seno allora carnoso, diversamente dal petto scheletrico e fragile avvolto in quel grembiulino che ormai le va largo.
Sorridevo in quella foto, cercando il suo seno come fosse quello della mia mamma. Ero felice come quel bambino biondo nelle foto a casa mia.
Dio, come posso non ricordare?
Lei sorride, avvicinandosi e dicendomi: «Da piccolo eri proprio un malato. Stavi sempre a toccarmi le zizze.»
Cerco anche io di sorridere, anche se vorrei solamente piangere.
Uno dei suoi seni neanche esiste più. Glielo amputarono all’inizio della malattia, prima che il cancro si diffondesse ai polmoni.
Il mio sguardo lentamente si allontana da quel ricordo, come se una nube mi stesse portando altrove, rendendomi leggero come una lettera d’amore che vola nel cielo.
L’odore del caffè ora è vicinissimo, proprio sotto al mio naso.
Del caldo fumo si addensa contro al mio viso, e il sorriso di mia zia sembra volermi ancora stringere al proprio petto, come se potessimo entrambi tornare in quella foto davanti a noi.
«Dovreste trovare un modo per capirvi» riprende sedendosi al mio fianco, debole come un animale ferito che si trascina verso un angolo. «Al telefono lei mi parla sempre di te» aggiunge, porgendomi la tazza mentre io tenendo la testa china non ho nemmeno il coraggio di guardarla.
Afferro con le dita quella tazza calda e profumata, mentre lei, sorridendo delicatamente prende la sua con entrambe le mani, come se non riuscisse nemmeno a reggere quel misero peso.
La porta verso le labbra una volta morbide. Le vedo sfiorare appena la tazza mentre si muovono dicendomi: «È preoccupata per te, solamente che non sa come dimostrarlo.»
Ancora una volta non le rispondo. In un sorso finisco il caffè, mentre lei sorseggia il suo. La guardo un attimo e poi mi alzò andando verso la finestra. Un lieve luce entra nella stanza muovendosi da dietro le tende bianche davanti a me. È una luce gialla e arancione. La luce che ho sempre visto in questa casa, anche quando da adolescente andavo lì da lei per fare i compiti, oppure per nascondermi da mio padre quando era troppo arrabbiato perché potessi sopportarlo.
Ricordo che ogni volta stavo seduto proprio davanti a quella tavola, e lei stava lì ferma, proprio come ora.
Parlavamo a lungo, e parlavamo di tutto. Parlavamo di me!
Vorrei tanto tornare a quei giorni, ma so che non posso. Lei sta morendo, e so che non posso farci niente.

Tratto da “La finestra chiusa”, romanzo ancora in fase di editing, e non per tutti.

Mio nonno usava una colonia simile. Era gialla e stava in una grossa bottiglia di vetro.
La casa dove visse mio nonno, e dove ancora vivono le mie zie Lucia e Imma, è su due livelli. Mio nonno aveva la sua camera da letto al secondo piano, e quando andavo a dormire da lui restavo sempre in una delle stanze su quello stesso piano.
In casa ci stavano due bagni, uno al piano superiore e uno a quello inferiore. Mio nonno usava solamente quello al piano superiore. Sembrava solamente suo: suo e suo soltanto!
Non vidi mai oggetti da donna lì dentro, ma solamente i suoi effetti personali che teneva stipati con gelosa cura. Il kit per la barba era riposto in un borsello di pelle marrone. Dentro ci stavano lamette, un rasoio di quelli a lama retraibile, un barattolo con del sapone da barba, alcuni piccoli flaconi di profumo e un paio di forbicine per le unghie. Sul lavello, sempre allo stesso punto, stava poggiata la bottiglia con il suo dopobarba, un pettine d’osso, una spazzola, e un bicchiere con dentro uno spazzolino e del dentifricio.
Quel posto mi sembrava immacolato, come un tempio sacro. E quando mio nonno di mattina mi permetteva di entrarvi io mi sentivo come un esploratore in una grotta piena di tesori segreti.
Erano i suoi tesori che mi mostrava, mentre stava fermo davanti allo specchio radendosi, avvolto da un alone di profumi freschi e dolci.
Affondava un pennello di peli di bue nel barattolo verde del sapone da barba. Faceva un paio di giri finché le setole diventavano bianche, e poi spalmava il sapone sulle sue guance, sopra e sotto le labbra e fin sotto al mento, lasciando che attorno a me si espandesse un fresco profumo di eucalipto e menta.
Mi veniva da sorridere ogni volta che lo vedevo far quel gesto. Era bello vederlo in quella sua quotidiana semplicità: lui, per me così forte e inarrivabile, ma al tempo stesso semplice e dolce come il più tenero e ingenuo dei bambini.
A volte mi permetteva di imitarlo. Coprivo il mio volto glabro con la sua schiuma da barba. Lui mi insegnò a farlo. E poi con un rasoio senza lama, da lui preparato per me, seguivo i suoi movimenti fingendo di rasarmi.
Ero il solo a poter entrare nel suo mondo, e lui sorrideva quando mettevo la sua colonia da barba sulle guance, come fossi il figlio maschio che mai aveva avuto.
Sento ancora quel profumo sotto al mio naso e sulla mia pelle, e dentro l’intero vicolo. Lo sento spesso quando mi rigiro nel letto, desiderando ancora una parola di quell’uomo che non rivedrò più.
Una volta cercai di fare lo stesso assieme a mio padre. Lui aveva del sapone da barba in una bomboletta spray, e delle lamette usa e getta di quelle della BIC.
Non ricordo alcun sorriso. Non ricordo niente di bello in quel momento. Lui non aveva preparato nessuna lametta per me, e quasi mi tagliai passando una di quelle BIC sul mio giovane volto.
Avrei voluto che mio padre fosse stato come mio nonno. Mio padre avrebbe dovuto insegnarmi certe cose, e non mio nonno. Ma si sa, la vita non va mai come si desidera. La vita non è mai una scatola di cioccolatini, ma solamente una pistola a tamburo pronta per una tremenda roulette Russa.
Il proiettile avrebbe mai spaccato il mio cervello? O forse era già successo?
So solamente che mi manca da morire mio nonno, e che non sorriderò mai più fingendo davanti a lui di farmi la barba. E non mi sentirò mai più un uomo speciale, simile a un principe, solo e unico ospite nella stanza del migliore fra i Re.
Quanto avrei voluto che fosse mio padre quel Re!