Tratto dal racconto “Il mio nome è Hussayn”.

Una volta per strada Alì raggiunse la stazione centrale. Il cielo di cemento che lo sovrastava sembrava immutabile, pesante, crudele. Era come un muro che non lasciava scampo né a lui né ai disperati che vagavano lì sotto, trapassati come fossero spettri dalla gente che frettolosa entrava e usciva dalla stazione centrale.
Alì si fermò al centro dello spiazzale. Osservò un vecchio ubriacone trascinare un bustone verso le vetrate della stazione, un tossico dagli occhi socchiusi barcollare verso il nulla come uno zombie, e un nigeriano stanco e ansimante camminare curvo nel portare sulla spalla un enorme borsone.
Lì ci stavano i soliti militari, e poco distanti i tassisti che discutevano fra loro, ma lui non li guardò nemmeno. Osservò soltanto due puttane di colore camminare a passo svelto fra una folla di brave ragazze e ragazzi ben vestiti che trascinavano dei trolley, poi un venditore ambulante sudato e stanco camminare tenendo sulla spalla una borsa piena di pacchi di fazzoletti e calzini, e una vecchia dalle mani venose e il volto incavato camminare persa nel nulla, come se nemmeno sapesse dove fosse, ma trascinando le sue vecchie ossa coperte da vestiti sporchi in un limbo infinito che fissava con occhi vetrosi simili a quelli di una sonnambula.
La vide svanire in un’orgia di volti, e al posto suo vide arrivargli davanti una giovane ragazza che stringeva le mani a un bambino dal volto sporco e coperto da stracci.
Lei teneva la testa china. Lui si guardava attorno come se non capisse il perché di tanto squallore: il perché di una vita fatta soltanto di fatica.
Una famiglia passò accanto a loro. Il ragazzino fissò gli occhi di un bambino che camminava sorridendo mano nella mano della propria mamma, stringendo nell’altra un robot, mentre suo padre camminava accanto a lui accarezzandogli il capo.
Lui seguì quel bambino finché entrò nella stazione, ancora trascinato da sua madre che, debole e stanca, con occhi lacrimosi guardava un mondo in cui non aveva alcun posto.
Ad Alì parve di vedere se stesso con sua sorella, lungo le strade di Sidi Moumen: gli alti condomini simili a blocchi di cemento crepati posti fra cumuli di rifiuti, bancarelle, baracche e negozi puzzolenti di carne avariata, e tanti volti disperati che si accalcavano contro a turisti o missionari, agitando contro di loro magre braccia simili a ramoscelli talmente leggeri da potersi spezzare alla prima folata.
Ricordò il volto di un bambino bianco assieme a una famiglia di missionari laici. Sorrideva, e stringeva un peluche.
Alì non ne aveva mai avuto uno. Nemmeno fra i rifiuti ne aveva mai trovato uno, e Amina lo sapeva.
Gli sembrò persino di percepire la carezza di lei contro al proprio viso ormai vecchio e rugoso, e la sua voce dirgli: «Sa’ashtarih.»
Non glielo comprò mai invece. Sparì pochi anni dopo, e lui fu costretto a dimenticare quella promessa.
La vide andare via assieme a quel bambino, nel buio, mentre fasci di luce si muovevano per strada, e al di là delle vetrine della stazione la voce metallica di una donna annunciò la partenza del direttissimo per Milano centrale delle venti e quarantotto.
Alì si voltò di scatto. I suoi occhi scuri, ora simili a quello di un bambino abbandonato, osservarono soltanto sagome di carne muoversi davanti a lui, come ombre che si paravano fra lui e le luci delle vetrate attorno la stazione.
Perché non farlo? Partire! Lasciare tutto. Svanire.
Tanto lui ormai nemmeno esisteva più.
Vide il proprio corpo incamminarsi fra una folla di stracci, volti stanchi, e gente ben vestita che si allontanava velocemente da quel massacro di umanità, come se le pietre della stazione e i palazzi stessero per implodere, e le vetrate esplodere in un urlo inumano.
Per un attimo vide se stesso avanzare verso qualcosa di nuovo: un buio meno terrificante e soffocante di quello che lo stava inghiottendo. Ma rimase lì immobile, come il bambino che attendeva sua sorella in una catapecchia di Sidi Moumen.
Ancora una volta attendeva qualcuno che non sarebbe mai giunto. Ancora una volta attendeva.
Joanna!
Non aveva il coraggio di andare da lei, rischiando tutto; ma non aveva il coraggio di andare via, dimenticandola.
Forse semplicemente non aveva coraggio e basta, come gli disse un tale al porto di Zuwara, colpendolo al viso e poi trascinandolo lungo la spiaggia, facendogli ingoiare sabbia e sassi, mentre attorno a lui sentiva soltanto urla di uomini, donne e bambini.
Guardando la massa di corpi davanti a lui gli parve di vedere la folla di volti durante quella dannata notte sulla spiaggia di Zuwara: occhi bianchi e terrorizzati che palpitavano nel buio, mentre attorno non si sentivano che urla e il fragore del mare.
Diede un forte sorso al vino, come se volesse annegare in esso, ora rivedendo il volto di un uomo nigeriano affondare in flutti scuri come pece, fissandolo con occhi pulsanti di terrore e tenendogli stretta la mano, mentre le onde si ammassavano sul fianco della barca.
Quell’uomo gli disse qualcosa, ingoiando acqua salata e tenendogli stretto il braccio, ma la sua voce si disperse fra le urla e lo strepitare delle onde, svanendo in un buio profondo e ossessivo quanto un incubo.
Gli aveva detto anche il proprio nome prima di partire, ma lui l’aveva dimenticato, e sapeva che non l’avrebbe mai più ricordato.
Andò avanti, a testa bassa, cercando di non sentire il fragore del mare, le urla di quell’uomo; di non vedere i suoi occhi, e di dimenticare il volto di Amina.
Urtava corpi, passava davanti a volti stanchi, sentiva gli annunci metallici provenire dalla stazione, ma dentro di lui non percepiva niente, come se il suo corpo fosse lontano, incapace di provare tutto, persino il gusto del nutrimento e il sangue pulsargli nelle vene.
Non percepì nemmeno l’odore di cibo da ospedale quando arrivò alla fine dello spiazzale, vedendo il solito camioncino bianco al bordo della stazione: Enzo che cercava di tenere buoni i disperati ammassati in file di carne rancida, e i volontari sorridenti che servivano loro dei pasti.
Non notò nemmeno i loro volti. Ce ne stavano di nuovi? Non gli importava!
Nascose il cartone di vino sotto al giubbotto e si mise in fila. Camminava lento. Era carne fra altra carne. Un prigioniero fra altri prigionieri. Stracci fra altri stracci.
Quando arrivò il suo turno fu un sorriso simile a un marchio di fabbrica ad accoglierlo. Era una ragazza. Era giovane. Profumava di buono, e non di putridume come Joanna. Aveva denti sani, e non marci come quelli di Joanna.
Continuava a sorridere, come se lì in mezzo ci fosse un motivo per farlo, chiedendogli: «Alì, come va stasera?»
Lui la guardò. Era Tiziana, era Gloria, era Vanessa, era Elisa?
Non gli importava. E in fondo nemmeno lei sapeva se lui fosse Alì, Omar o Hassad.
Ma che importava!
Avrebbe voluto soltanto afferrarla per i capelli profumati e sbatterla per terra, sputargli addosso, gettarla fra mozziconi di sigarette, macchie di piscio e merda di cane per poi scagliarla contro a un fetido cartone urlandole: «Dai, ora sorridi! Sorridi come ha sorriso Joanna mentre… mentre…»
Non riusciva nemmeno a dirlo. Non riusciva nemmeno a pensarlo.
Prese il cibo. Lei sorrise ancora. In un attimo di pausa una sua collega afferrò un telefono costoso e rispose a un messaggio, un altro si passò la mano fra lunghi e curati capelli, Enzo metteva in riga gli ultimi rimasti, e altri volontari sorridenti servivano cibo a persone ridotte a cagnoli scodinzolanti: macchie umane, ombre di carne che sarebbero rimaste lì per strada quando loro tutti sarebbero andati via assieme ai propri sorrisi, tornando alle proprie case, nei propri letti: in esistenze calde e ovattate in cui disperati come Alì e Joanna non sarebbero mai entrati.
Alì andò verso un angolo della stazione, in disparte da tutti. Il vento ora era più forte, i rifiuti volavano per strada, mentre altri rifiuti camminavano sul freddo cemento, lenti e stanchi, cercando un posto dove mangiare quel riso al pomodoro appiccicoso come colla.
Alì si lasciò cadere contro una vetrata della stazione. Una donna gli passò accanto, trascinando velocemente un trolley rosa e facendo volare in aria una folata di profumo alla vaniglia.
Lui non la guardò nemmeno. Tolse la stagnola dalla confezione calda, e un fumo inodore e insapore gli si parò contro al naso.
Una cucchiaiata, due, tre, quattro, cinque.
Non masticava nemmeno. Non provava alcun piacere, alcun calore, alcun sollievo.
La gente davanti a lui continuava a mangiare, chi in piedi, chi seduto su blocchi di pietra. Altri facevano la fila per il bis. Enzo manteneva l’ordine. I volontari continuavano a sorridere.
Ovunque soltanto carne, e fra essa rifiuti che volavano e gente ben vestita che scappava chissà dove, mentre le luci della stazione continuavano a brillare al di là di un mondo privo di luce e che nessun passeggero sorriso avrebbe mai illuminato.
1sidimoumen
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Tratto dal racconto “Non sei contento di stare con noi?”, presente nell’antologia “Che cazzo ci faccio qui?”.

Dio, che faccia di merda!
Fissavo la mia immagine riflessa allo specchio non vedendo altro che uno sconosciuto. Come se non stessi neanche lì. Come se stessi guardando qualcuno alla tele. Qualcuno che non riconoscevo neanche più.
Cazzo, ma come mi ero ridotto in quel modo? Quarantacinque anni suonati! E sembravo averne cinquanta.
I capelli erano sempre più pochi, al punto che avevo dovuto rasarli per nascondere la calvizia. Rughe che sembravano fiordi Norvegesi. Sguardo spento di un ottantenne. E denti marci per il troppo fumo.
Già, era uno schifo quella bestia riflessa lì dentro. E purtroppo ero proprio io! Un rottame a soli quarantacinque anni.
Allontanai lo sguardo, lasciando stare i miei denti marci e pensando che presto avrei dovuto chiamare il mio fidato dentista. Un bravo dentista! Uno di quelli che devono avere tutti i bravi uomini del mondo civile.
Chinai lo sguardo e poggiai le mani sulla mia grossa pancia coperta da una canotta bianca.
Centodue chili per un metro e ottantacinque di altezza.
Cristo santo, Maria mi stava letteralmente cagando il cazzo per quella storia.
“Tony, non vedi come ti sei ridotto? Tony, a furia di mangiare come un porco ti verrà un infarto. Tony, è smettila di bere! Non vedi che pancia?”.
Dio, ma perché cazzo avevo sposato quell’arpia? Pensai, togliendomi la canotta e gettandola sul cesto dei panni sporchi.
Che poi, voglio dire, neanche lei era più miss Italia. Certo, quando l’avevo conosciuta non era per niente male. Forse il meglio a cui potesse aspirare uno zotico spiantato come me. Ma ora, a distanza di quindici anni, beh, si era ridotta a un vero cesso.
Cosce grosse, culo grosso, tette flosce.
E poi veniva a rompere il cazzo a me!
Già, lei si giustificava dietro al suo fare ginnastica, dato che andava in palestra tre volte alla settimana.
Grazie al cazzo, quella stronza non aveva un cazzo da fare! E inoltre quella dannata palestra la pagavo io. Pagavo quella stronza per andare lì a muovere il suo culone, nonostante ormai erano circa tre anni che non me la dava più. Da dopo la nascita di Sofia, la nostra ultima bambina.
Sì, magari se non fosse stato per i miei figli l’avrei lasciata da un pezzo a quella vacca. Ma poi che cazzo avrei fatto? Voglio dire, a quarantacinque anni, con un corpo di merda e un lavoro da quattro soldi, che cazzo avrei mai potuto fare?
Ecco la verità! La sola e unica verità. E quella verità mi teneva inchiodato alla mia merdosa vita. Mi faceva sopportare Maria, e tanta altra merda che ingoiavo ogni dannatissimo giorno.
Bah, era inutile pensarci. Non sarei mai uscito da quella merda. Non avrei mai cambiato vita. Non avrei mai vinto una vincita miliardaria né trovato il grande amore. No, non avrei mai fatto niente di tutto ciò! E a dire il vero ormai non me ne fotteva più un cazzo.
Col tempo si diventa talmente duri che tutto ti scivola addosso. Tutto scivola su di una ruvida e dura corazza che la vita ti ha cucito sulla pelle.
Dimentichi i sogni fatti da bambino. Quando volevi diventare un astronauta, un calciatore, una star del cinema, un Dio.
Capisci di non essere un cazzo di niente. Nessuno! Un puntino microscopico. Uno dei sette miliardi di sconosciuti al mondo. Un povero fallito come tanti.
Che stronzate!
Sì, non avevo di certo tempo per quelle lagne. Non quel giorno. Non alle sette e trenta del mattino.
Cercai di non pensarci, proprio come sempre.
Il vuoto si muoveva nella mia testa, mentre continuando a vestirmi non pensavo ad altro che alla giornata di merda che mi attendeva in fabbrica, le facce di cazzo che avrei visto lì a lavoro, e tutta la merda che avrei dovuto ingoiare anche quel giorno.
Le cose di ogni giorno. Ordinarie come sempre. Statiche come sempre.
Che si fottessero tutti! Sì, quella era la vita. La vita vera! La sola e unica vita.
Non ero in un film Hollywoodiano. Non c’erano cose meravigliose da compiere, avventure gloriose da fare o gente interessante da incontrare. No, mi attendevano solo otto ore di merda in una dannata fabbrica, e poi altre ore di merda a casa, sorbendo lo sguardo ostile di quella troia di Maria e fissando la TV come se fossi ipnotizzato. Proprio come il giorno prima! E quello prima ancora. E quello prima ancora. E come sarebbe successo domani, e il giorno dopo ancora, e quello dopo ancora.
Beh, era inutile cercare di fuggire. Dunque m’incamminai verso la mia vita, finendo di vestirmi e uscendo da quel cesso.
Una volta nel corridoio venni subito colpito dalle voci di qualche stronzo proveniente dalla TV.
“ E ora il nostro Gioacchino ci farà vedere come preparare un ‘ottima anatra all’arancia” strepitò una stronzetta dalla voce da papera. E quando arrivai in cucina, quella troia biondina era proprio dentro a quel cazzo di schermo. Sorridente come se avesse una paresi, mentre quel ciccione di Gioacchino si dava da fare a preparare la sua fottuta anatra, sostenuto dagli applausi di decine di coglioni lì in quella scatola assieme a loro.
Avanzai ancora, lasciando perdere quella stronza e quel lardoso, e cercando di non sentire quegli applausi meccanici.
Andai verso i fornelli. Maria era lì, intenta a preparare la colazione per i nostri marmocchi.
Non le diedi un bacio né lei me lo chiese. Restò ferma a preparare la colazione alle nostre bimbe, mentre io afferrai la moca per versare del caffè in una tazza.
Feci attenzione a non farne cadere neanche una goccia, così da non dover sorbirmi le lagne di quella vacca isterica.
Ci riuscii, per fortuna. La sua immacolata cucina non venne intaccata. Così riuscii a starmene in pace almeno per qualche minuto, gustando il mio caffè mentre vedevo la piccola Sofia nel suo seggiolone, e la sua sorellina di nove anni, Sara, seduta a tavola a fissare con aria incantata quei decerebrati.
Dio santo, nel vederla mi venne quasi voglia di vomitare.
Sentii in me una malefica sensazione di afferrare un coltello dal mobile della cucina per sgozzarla, prima che diventasse come quella cagna acida e inutile di sua madre.
Ma non lo feci, ovviamente.
Mi limitai a finire il caffè e ad avvicinarmi a loro. Dando una piccola carezza a Sara, e poi un tenero bacio a Sofia.
Raccolsi la mia vecchia borsa poggiata sulla tavola. Dentro, la mia tuta da lavoro, alcuni attrezzi, e un pranzo merdoso cucinato da Maria.
Ecco, non restava che andare, proprio come ogni giorno. E come ogni giorno, prima di andare a lavoro, lì in quella casa non c’erano amorevoli conversazioni come quelle fatte dalla famiglia Robinson. No, non dissi a mia moglie di amarla, né diedi consigli di vita alla mia cara Sara. Né tantomeno cominciai a fare battute come se fossi un cazzo di George Jefferson.
Il silenzio! Non altro che il silenzio. E poi una voce! Una voce bassa e incazzata che ruppe quella gelida quiete.
<< Stasera tornando a casa compra tu il pane >> borbottò Maria, senza neanche voltarsi a guardarmi. Continuando a preparare quella merda per i nostri bambini.
Le diedi appena un’occhiata, ficcando in bocca una sigaretta e restando sull’uscio della porta.
Poi, ecco che osai!
<< Non potresti prenderlo tu? >> le chiesi con tono serio, quasi come se la stessi sfidando.
Ma fu una pessima mossa!
Una fiammata mi colpì in pieno viso.
<< Pensi che io non abbia niente da fare? >> esclamò quella vacca, fissandomi dritto negli occhi.
Afferrò la merda appena preparata e raggiunse le bambine.
Piazzò davanti alla piccola Sara una tazza piena di latte e cereali, e poi con fare infuriato andò verso la dolce Sofia.
Cominciò a darle della pappina con fare brusco, ficcandogliela con forza in gola. Meccanicamente, senza distogliere lo sguardo da me.
<< Già, tu pensi che io non faccia niente tutto il giorno, non è vero? >> strepitò, senza smettere di ficcare cucchiaiate nella bocca della bambina << Non sai neanche cosa devo sopportare mentre tu stai a lavoro! >>
Sospirò, raccogliendo altra merda marroncina dalla tazza nel cucchiaio nella sua mano, e ficcandogliela nella bocca della nostra dolce Sofia.
<< Portare Sara a scuola e la bambina da mia mamma >> riprese, con tono incazzato << Poi vai in palestra per farmi bella, e tutto solo per te >>
<< Non ti ho mai chiesto di farlo >> sussurrai appena, pensando che tanto anche se fosse tornata agli albori, di certo non me l’avrebbe data. Non a me, almeno.
Ma poco importava. No, quella non mi sentì nemmeno. Continuò a strepitare mentre ingozzava di merda liquida la nostra bambina.
<< E una volta fuori dovrò andare all’ufficio postale per pagare le bollette >> aggiunse << Poi passa a casa da mamma a prendere Sofia. E via di nuovo qui a casa per preparare il pranzo alle bambine. Poi vai a riprendere Sara portandomi dietro Sofia. Torna a casa per farle mangiare. Pulisci casa, gioca con loro, poi porta Sara a danza e Sofia di nuovo dalla nonna. E ancora, vai in parrocchia per aiutare quei poveri bambini, trovandoti a dover lottare con delle arpie sempre pronte a metterti i bastoni tra le ruote. E una volta uscita da lì, vai a prendere le bambine, torna a casa, e datti da fare a preparare la cena >>
Beh, non sembrò aggiungere altro. L’elenco della sua pienissima giornata sembrò essere finito. Si limitò a continuare a far ingurgitare quella merda a Sofia, mentre la gente nello schermo applaudiva, e Sara li fissava mandando giù cereali, forse senza neanche sentirci, oppure fingendo di non farlo.
Ma la lavata di testa non era ancora finita!
<< Allora, hai capito o no? >> riprese con tono incazzato.
Scossi la testa e tornai a fissarla, come se mi fossi appena risvegliato da un sonno profondo. Mentre lei continuò a guardarmi come sempre. Come se fossi niente!
<< Okay! >> le risposi con un filo di voce, quando invece avrei voluto urlarle “E allora se hai tanto da fare, dannata mignotta, evita di andare in palestra, che mi fai solo gettare soldi dato che poi t’ingozzi di merda come fossi una scrofa. E già che ci sei potresti anche evitare di passare ore a spettegolare con quell’altra stronza di tua madre. E forse, se tu non andassi in quella dannata parrocchia solo per sentirti la nuova Madre Teresa di Calcutta delle mie palle e per gettare fango su qualche altra cagna come te, beh, forse potresti anche andare tu a prendere quello stramaledetto pane, e poi tornartene qui a casa a imbottire di TV quella tua testaccia di cazzo, proprio come fai sempre”.
Ma non dissi altro!
No, annuii e mi tolsi da lì. Obbedendo alla mia mogliettina. Alla mia padrona. A ciò che dava un senso alla mia vita.
Usci fuori da casa. Cominciando a scendere le scale di quel grazioso condominio in cui vivevo. Un palazzo in periferia di Napoli. Uno di quei palazzi costruiti da una ventina di anni, e dove gente come me, tutti onesti lavoratori, si erano insidiati comprando appartamenti a buon mercato, e indebitandosi fino al collo per pagare il mutuo.
Cristo, mi stavo ammazzando di straordinari per pagare quel dannato appartamento. E con ogni probabilità avrei finito di pagarlo a settant’anni, lasciandolo alle miei bambine, che a loro volta si sarebbero scannate a vicenda per accaparrarselo.
Ma in fondo avevo una casa!
Già, era una cosa importante avere una casa. Ti identificava come cittadino adeguato. Uno che aveva una posizione stabile. Una vita stabile. Dei mobili buoni. Una targhetta sulla porta e sulla cassetta della posta.
Ecco, ero parte di un mondo che scorreva perfettamente come un orologio Svizzero. Parte di un meccanismo perfetto, inviolabile, indistruttibile, eterno.
La mia casa presa con il muto, l’auto appena finita di pagare, i mobili cambiati solo tre anni fa, due figliolette, una moglie, e presto anche un cane. E ovviamente un lavoro a cui davo tutto me stesso, pur odiandolo.
Uscii da quel palazzo, raggiungendo la strada e la mia auto parcheggiata nel posto riservato ai condomini.
La lavavo ogni Domenica. La portavo al lavaggio, mentre attendevo che Maria si preparasse assieme alle bambine per andare a messa.
Beh, quel giorno era Venerdì. Domani mi sarebbe toccato il turno di sole sei ore, e poi dopo avrei portato la famiglia al centro commerciale, e la Domenica avrei di nuovo lavato la mia amata auto.
Intanto mi ci ficcai dentro e la spinsi per le strade della città. Passando innanzi a palazzi pieni di brava gente. Attraversando strade dove la brava gente si era svegliata presto per andare a lavoro, proprio come me. Decine e decine di sconosciuti che come me se ne stavano nelle loro palle di metallo, percorrendo la strada per andare a guadagnarsi il diritto a sopravvivere, mentre altre persone facevano altrettanto camminando a piedi per strada, oppure fermi innanzi qualche fermata d’autobus.
Cielo, sembrava davvero una catena di montaggio. Ogni giorno la stessa storia! Ogni giorno quella danza rituale. Quel patetico circo pieno di robot che si agitavano tra loro dimenandosi come scimmie.
Attorno a me i cartelloni pubblicitari mi sorridevano, insegnandomi tante cose utili alla mia sopravvivenza.
Un’auto poteva darmi la felicità. Era saggio avere un’assicurazione sulla vita. La prevenzione odontoiatrica era quanto di più importante ci fosse al mondo. Una crociera mi avrebbe reso l’uomo più felice al mondo. Bere aranciata Fanta mi avrebbe reso una persona migliore. Tanta gente aspettava che io donassi il mio 8 x 1000 alla chiesa cattolica.
Tante cose utili. Tante cose importanti. Tante cose che vivevo ogni giorno, proprio come altre sette miliardi di formiche al mondo.
Dio, stavo dando la mia vita! E per cosa? Cosa sarebbe rimasto di me dopo aver di tirare le cuoia?
.Ma nonostante ciò non riuscivo a fare a meno di quella mia vita sicura, stabile, sicura.
Cazzo, stavo andando dal mio pusher per farmi vendere un’altra dose, pronto a tirargli pompini pur di riceverla, e consapevole che quella merda iniettata nelle mie vene presto o tardi mi avrebbe ridotto a uno scheletro.
E lo raggiunsi! Arrivai a destinazione dopo neanche trenta minuti. Nella zona portuale di Napoli. Un lungo vialone accerchiato da una parte da grossi palazzi perlopiù adibiti a uffici, e dall’altra, da mura e cancelli dietro cui stava celato il porto di Napoli: un insieme di vecchi container provenienti da chissà dove, capannoni arrugginiti, e un via vai di immigrati clandestini che arrivavano lì alle prime luci dell’alba solo nella speranza di venir scelti per un giorno di lavoro, se pur a mezza paga.
Parcheggiai l’auto e avanzai in un enorme spiazzale pieno di container e gente che si dava da fare a scaricarli, muletti che percorrevano l’area, e rumori di macchinari in ogni dove.
Arrivai al mio capannone. Il numero ventitré, per l’esattezza. Un grosso capannone lungo almeno venti metri e alto sei.
Lì dentro molte persone facevano la propria parte per rendere felice l’umanità. Eravamo i folletti di Babbo Natale, noi tutti. Degli elfetti che si davano da fare per dare al mondo tanti regali. Nuovi sogni. Nuovi idoli da venerare.
E cosa facevamo di preciso per il mondo?
Beh, tante cose! Cose utilissime, come per esempio piallare, tagliare e pressare lamiere. Lamiere che sarebbero diventate tantissime cose. Cose bellissime! Cose come parti di automobili, oppure posate, mobiletti, accendini a benzina, maniglie di qualche porta, cavatappi, collanine, o anche solo coltelli per uccidere qualcuno.
Facevamo felice il genere umano lì dentro! Davamo loro cose necessarie, cose volute, cose sognate. E io ero uno di loro! Un elfetto che entrò in quel regno pronto a fare il proprio dovere, mentre attorno a me decine e decine di persone si affannavano andando avanti e indietro, mentre ovunque echeggiavano rumori metallici e stridenti sirene.
Alcuni tra loro mi salutarono. Io ricambiai sorridendo. Fingendo di essere felice d’essere lì. Fingendo di essere felice di vederli.
Poi dopo altri saluti, passando innanzi ad altri possenti macchinari di metallo che si agitavano attorno a me come se fossero vivi, raggiunsi uno degli spogliatoi. Un vecchio spogliatoio pieno di armadietti di ferro arrugginito e che puzzava come delle palle sudate.
Raggiunsi uno di quei cosi. Uno a caso!
Cominciai a spogliarmi, mentre attorno a me altri elfetti facevano lo stesso, parlando di cose inutili come il programma visto alle tele la sera prima.
Io cercai di starmene per i fatti miei, ma uno stronzetto basso e magrolino, sui trent’anni, mi si avvicinò con fare sorridente.
Mi ficcò una mano sulla spalla. Senza smettere di sorridere. Proprio come se fosse il mio miglior amichetto.
<< Ehi, Tony, e tu cosa ne pensi della partita di ieri? >> mi chiese.
E io cosa gli risposi? Cosa avrei voluto dirgli, restando lì fermo a fissare la sua mano sulla mia spalla?
<< Dannata merda, chi cazzo ti conosce? Ti credi in diritto di toccarmi e parlarmi come se fossi il mio miglior amichetto solo perché lavori con me da due anni? Avanti, testa di cazzo, togli subito quella mano dalla mia spalla e levati dalle palle, prima che ti faccia ingoiare tutti i denti che hai nella tua merdosa bocca da schifoso succhia cazzi >>
Ecco cosa avrei voluto dirgli! Ma mi limitai a fissarlo e sorridere. E prima che potessi rispondere al suo immenso quesito, di colpo un altro amichetto si avvicinò a noi. Un tipo alto, e grasso quanto una balena. Un coglione che si piazzò dietro allo stronzetto, ficcandogli a sua volta una mano sulla spalla e destando la sua attenzione, per mia fortuna.
<< Ma che cazzo ne vuoi capire tu di calcio, bamboccio >> disse quell’energumeno, ridacchiando e fissando il moccioso.
Lo stronzetto finalmente tolse la mano dalla mia spalla, concentrandosi sul suo nuovo amichetto. Su quella testa di cazzo di Alfonso. Quel bestione che conoscevo ormai da vent’anni.
<< Avanti, figliolo >> riprese << Ora muoviti a uscire da qui, e vedi di preparare i macchinari per il nostro turno >>
Il bamboccio non obiettò minimamente. Anzi, sembrò felice di tante attenzioni. Felice di servire la patria. Di essere la nostra Laika mandata nello spazio.
Si tolse dalle palle, lasciandomi da solo con il mio amico Al, mentre gli altri lì dentro continuarono a parlottare tra loro, e alcuni cominciarono a uscire da quel fetido spogliatoio.
Il bestione mi si avvicinò. Mi fu faccia a faccia. Il mio paparino era davanti a me, sorridente e probabilmente pronto a dispensare buoni consigli.
<< Dai, che oggi abbiamo molto da fare >> disse ridacchiando ancora.
E aveva ragione! Il mio caporeparto aveva ragione. Lui doveva avere ragione.
Catena alimentare! Né più né meno.
Io avrei potuto uccidere il moccioso, e Al avrebbe potuto uccidere me e gli altri lì dentro.
Catena alimentare! Né più né meno. La bestia più forte mangia la bestia più debole, e la bestia più debole ne mangia una ancora più debole, mentre quella più forte viene mangiata da una bestia più forte di lui. E sopra tutti noi, il mondo! Quel mondo che dovevamo servire. Quel mondo che cominciammo a servire uscendo fuori da lì. Andando in scena. Pronti a confezionare nuovi regali per i bravi bambini. Per i bambini meritevoli! Per i bambini meritevoli dei doni di Babbo Natale.
Dio, quel giorno mi toccò stare alla fornace. Odiavo quel posto!
Faceva un caldo boia lì davanti a quel macchinario. Un’enorme bocca di metallo in cui venivano gettati tutti gli scarti di ferro. Scarti che sarebbero stati fusi per poi venir usati per produrre altri regali da dare ai bravi bambini.
Io mi trovavo davanti a un rullo, assieme al bamboccio e un altro coglione di nome Dino
Al urlava per la sala, caricandoci per lavorare di più come se fossimo dei vogatori in una nave vichinga, mentre attorno a noi continuavano a rimbombare con fare poderoso e violento le sirene e i rumori dei macchinari.
Io ero addetto a controllare i pezzi di metallo che passavano sul rullo.
Dino veniva con un carrello e lo svuotava in un macchinario. Quello li filtrava, facendo chissà cosa, e poi da lì usciva una cesta che andava dritta nelle mani del bamboccio. E lui a sua volta svuotava la cesta sul rullo. Poi quella merda veniva da me. Io li fissavo. I pezzi di ferro lì sopra fissavano me. Io cercavo di capire se tra essi ci fosse qualche pezzo di ferro degno di sfuggire alle fiamme di Mordor. E come sempre ne sceglievo un paio a caso. Li gettavo in un’altra cesta. Dino li raccoglieva e portava via subito dopo aver dato un’altra carica al macchinario, così da dare un’altra cesta al bamboccio, e altri pezzi uguali a me da selezionare.
E via così per minuti, ore, giorni, anni, decadi, secoli.
Così si rendeva la gente felice! Quello era un lavoro utile. Un lavoro indispensabile. Un’impresa pari a quella degli argonauti.
E intanto quel moccioso continuava a raccontarmi le sue cazzate!
Già, a suo dire il Napoli aveva perso ingiustamente contro la Juventus.
Poi fu il turno della sua ragazza. Una tipa di nome Cinzia.
Lui l’avrebbe sposata! Sì, e si sarebbero amati per tutta la vita. E lui si sarebbe tirato fuori da quella merda. Stava mettendo da parte i soldi! Avrebbe fatto qualcosa con la sua vita.
Cazzate sentite e strasentite! E come tali non le ascoltai neanche.
Mi limitai a scegliere a caso i pezzi di ferro da salvare. Pezzo dopo pezzo. Carrello dopo carrello. Parola dopo parola. Finché una mano sulla mia spalla mise fine a quella giostra.
Era Al. In piedi dietro di me a fissarmi con fare serio.
Il capo voleva parlarmi, ecco cosa mi disse. E senza aggiungere altro lasciai quella merda metallica a un tipo di nome Vito, e assieme ad Al avanzai verso l’ufficio del capo. Passando innanzi macchinari che ruggivano come dinosauri, e decine di volti pallidi che neanche mi vedevano.
Non chiesi nulla ad Al. No, in fondo a che sarebbe servito? Se il capo voleva vedermi non era certo per darmi buone notizie.
Forse ero nella merda! Magari presto non avrei più avuto come pagare il mutuo. Forse presto non avrei più avuto modo di pagare le mie piccole certezze. La mia stessa vita!
Cominciai a sudare freddo, ma nonostante ciò non chiesi niente ad Al. Non dissi una sola parola! Neanche quando arrivammo innanzi alla porta del capo. Una porta di plastica bianca ficcata nel mezzo di un piccolo container di ferro laccato di bianco.
Al si tolse dal cazzo. Io bussai, e una grossa e imponente voce usci da lì dentro, invitandomi ad andare avanti.
Lo feci! Aprii la porta, intimorito come se fossi un bambino pronto a essere rimproverato dalla maestra.
Innanzi a me un piccolo ufficio. Mattonelle grigie sul pavimento. Mura di ferro laccate di bianco. Qualche onorificenza incorniciata. Un calendario, delle piccole targhette, una libreria e uno schedario, e in fondo, nel centro, una grossa scrivania con sopra varie scartoffie, qualche cornicetta con dentro le foto di un’orrenda famigliola.
Ma quanto di peggio lì dentro stava proprio dietro a quella dannata scrivania.
Era lui! Quel ciccione di merda vestito con giacca e camicia a buon mercato. Un ciccione pelato che mi fissava con superiorità. Sorridendo malignamente mentre fumava un grosso sigaro.
<< Avanti, vieni qua! >> esclamò con voce insolente, facendomi a stento cenno di avanzare.
Io andai verso di lui a passo lento e testa bassa. Come se fossi pronto a essere sculacciato. Come se lui fosse Dio e io solo una sua miserabile creatura.
Mi fermai davanti alla sua scrivania. Guardai dapprima le foto sulla sua scrivania. Un’occhiata velocissima! In un attimo vidi il suo figlioletto ciccione di otto anni lì tra le sue braccia, intento a mangiare un gelato. Vidi la sua orrenda e grassa moglie abbracciata a lui, a quel marmocchio e a una scrofa undicenne dai capelli biondi; tutti fermi davanti a una piccola imbarcazione. E poi vidi nuovamente la sua di faccia! Il suo ghigno, il suo sguardo colmo di arroganza, il fumo che volava verso di me come se volesse soffocarmi.
Restai qualche secondo immobile. In silenzio. Attendendo un suo cenno.
Ma non giunse nulla! Dio non parlò. Ero nel pieno deserto, e nessuna voce Divina mi avrebbe condotto alla terra promessa.
Quando ecco che, senza preavviso, dal nulla la voce del buon Dio mi colpì in pieno viso.
<< Immagino che ti stai cagando addosso, non è vero? >> mi disse ridacchiando e guardandomi con compiacimento.
Io sentii le mie gambe venire meno, il sudore colare dalla mia fronte e il cuore battere forte.
Cosa rispondere? Come rispondere a quella domanda? Cosa rispondere a Dio?
Non so perché, ma gli dissi la prima cosa che mi passò per la mia testa bacata.
<< Ehm, signore, voleva vedermi? >> gli risposi con un filo di voce, quasi mangiando le parole tanto mi stavo cagando nei calzoni.