Beh, dopo aver pubblicato nove lavori con editori free, e dopo aver scritto due romanzi che sto cercando di far arrivare solamente alle BIG, penso di poter provare il sefl, pubblicando il più cruento romanzo mai scritto: “LA MASCHERA”.Per voi su Amazon.

Qual è il prezzo di un amore? Quanto costano i ricordi?
Trenta euro! Sì, ecco quanto. Ecco quanto il mondo valuta il tuo amore, i tuoi ricordi, le tue illusioni.
Ero infatti uscito da meno di un’ora da uno di quei negozi di “Compro oro”. La vera immagine del mondo.
Entri lì, da solo, disperato, con in tasca non altro che i tuoi ricordi. Entri, e ti trovi davanti uno sconosciuto. Uno sconosciuto che ti fissa da dietro un vetro, sapendo già perché stai lì.
E anche tu lo sai. E sai di non aver scelta, o almeno se vuoi sopravvivere qualche altro giorno.
Dunque lo fai! Dai a quello sconosciuto i tuoi ricordi. Lui li fissa senza cura. Li pesa, li valuta, e poi ti dà dello squallido denaro in cambio di essi.
Trenta euro! Ecco quanto valgono i tuoi ricordi. Ecco quanto vale il ricordo di un amore. E tu vorresti piangere, vorresti urlare, vorresti morire. Vorresti rinunciare a quei soldi, solamente per aver con te ancora quei ricordi; brutti o belli che siano, ma qualcosa di prezioso. Qualcosa di vero. Qualcosa in cui hai bisogno di credere, per non sentirti vuoto, inutile, morto.
Eppure hai bisogno di quei soldi. Dunque non dici niente. Vai via, sentendo una lama che ti spacca in due.
Trenta denari! Lo stesso prezzo che ebbe Giuda per aver tradito Cristo. Il prezzo attribuito al suo amore per Cristo. Il prezzo conferito al mio amore per Mara.
Già, Mara. Era passato un mese da quando mi aveva mollato, e io come un povero idiota ancora la pensavo. Pensavo a un anno passato assieme a lei, a tutti i giuramenti che mi aveva fatto, le parole dolci da lei dette, e il modo in cui mi aveva piantato; da un giorno a un altro!
Sì, la notte prima aveva detto di amarmi, e il mattino dopo disse che voleva altro dalla vita.
Dannata troia! E io che ancora la pensavo. Ancora che stavo male per aver venduto quel dannato anello che le avevo regalato.
Voleva altro. Sì, come no. E uno capisce di voler altro improvvisamente? Da un giorno a un altro?
Cazzate! Quella stronza aveva di certo conosciuto un altro. Ecco la verità. Qualcosa di reale come il mio essere ridicolo nel pensarla ancora.
Sì, trenta euro. E probabilmente per Mara il nostro amore doveva valere anche meno.
Poco male. Almeno avevo in tasca un po’ di soldi. Non molti, ma dato che non avevo un soldo, e che avrei preso lo stipendio tra due giorni, quei trenta euro per me erano davvero tanti. Forse persino qualcosa di più grande dell’amore di Mara.
Quei soldi mi permisero di fare ciò che ogni bravo fallito fa quando viene mollato da una donna. Mi permisero di bere. Di ubriacarmi, donandomi la compagnia dalla bottiglia. Il solo modo che ha un fallito per scandire il tempo.
E lo stavo facendo eccome. Sì, era ormai più di un’ora che me ne stavo seduto al bancone di un bar nei pressi della stazione centrale di Napoli, bevendo il mio secondo boccale di birra.
Le luci attorno a me erano soffuse, e illuminavano in maniera Caravaggesca le mura e i tavolini di legno di quel bar, e i volti della gente in quel posto. Dei volti stanchi, silenziosi, rassegnati. Povera gente come me. Gente cattiva come me. Gente inutile come me. Gente che se ne stava seduta a fissare il bicchiere, senza avere nessuno con cui parlare, o avendo al massimo qualche sconosciuto che continuavano a chiamare amico. Qualche sconosciuto che chiamavano amico, proprio come lo stronzo affianco a me.

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Una romanzo scritto come fossi una donna. “NUDA”, ancora inedito, un romanzo che affonda gli artigli nell’umana sofferenza.

Il mio dolore meritava di essere amato. La mia sofferenza meritava di essere accudita. Le mie lacrime mi rendevano umana, viva, unica, preziosa.
Quella era Eva. La malattia era la mia coperta. Il manto in cui avvolgevo la mia identità. La mia fortezza.
La malattia era la mia identità.
Eva non esisteva più. Forse Eva non era mai esistita. Esisteva solamente lei, la mia malattia: il riflesso di una vita mai nata. Quella vita che lui stava accogliendo, pur non vedendola, pur non conoscendola. Stringendo e amando solamente le lacrime di una bambina amata. Di quella Eva mai cresciuta. Quella Eva mai venuta al mondo.
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Nove storie che vi strapperanno la pelle dalle carni. Editi con la Damster edizioni, Lettere animate e Meligrana edizioni, otto romanzi e un’antologia di racconti capaci di scavare nel vostro cuore.

AFFAMMATA D’AMORE (tratto da una storia vera)

Sì, lei era un piccolo corpo martoriato e gettato in una discarica. Una principessa violentata. Una
bambolina usata e poi bruciata.
No, non sarebbe più stata una bambina ferita. Non avrebbe provato più niente. Tutto le sarebbe
scivolato addosso. Gli stessi uomini le sarebbero scivolati addosso. Al punto che, man mano, non
sentì più neanche quei cazzi muoversi in lei. Non sentì più niente! Era fredda. Come morta. Solo un
corpo senza coscienza.
Ma l’amore, come incubo, continuò a tormentare il suo corpo bardato di metallo.
Ogni tanto, l’illusione di essere compresa e amata la spingeva verso nuove spiagge. Verso folli
viaggi in cerca di quel cuore ormai dimenticato.
Ma il più delle volte non trovò niente se non nuovi morsi. Altro sangue sulla sua pelle. Altre
illusioni. Altre unghie che cercavano di conficcarsi nelle sue carni.
E apri ancora le gambe. Fallo entrare. Sta zitta. Chiudi gli occhi, fingi che ti piace. Trattieni i
conati di vomito. Stringi i pugni, sperando che finisca presto.
Ecco, quella era Elisa. La spavalda. La pazza. Quella che rideva sempre: In realtà una ragazza dal
cuore immenso e pieno di tagli.
 
 
UN CIELO DI CEMENTO (Seguito di Affamata d’amore)
Lei sorrise, accarezzando le miei mani contro al suo viso, e chiudendo gli occhi come se stesse sognando chissà cosa.
Mi avvicinai a lei e la baciai. Un bacio lungo e intenso. Le nostre labbra che si muovevano freneticamente. Le nostre lingue che si sfioravano. Le nostre mani sui nostri corpi.
La gente era sparita. Il mondo era sparito. Ma il dolore restava ancora!
Sì, lo percepivo nei suoi baci. Mi stava urlando “Non lasciarmi sola!”, e io forse le stavo urlando “Amami!”.
Già, eravamo solo dolore, ecco cosa. Due vite ferite che si erano incontrate, unendo il loro sangue e le loro lacrime.
Il nostro amore non era altro che un grido. Stavamo urlando! Stavamo urlando al mondo il diritto di essere felici. E forse inconsciamente ci stavamo divorando a vicenda in cerca di quella speranza capace di dirci che la vita non fosse solo uno schifo, e che noi fossimo degni di amore. Ancora capaci di essere amati.
Ma nessuno di noi svelò quel mistero. I nostri baci erano il tempio in cui si celava il corpo di Cristo. La nudità celata nell’oro. La passione e le lacrime nascoste da una fasulla risurrezione.
E stavamo davvero risorgendo? Quell’amore avrebbe guarito le nostre ferite?
 
 
THE WRITER
Fissai a lungo quella pagina. Per secondi che mi sembrarono anni. Senza che mi venisse in mente niente. Nessuna storia! Non una sola parola.
Otto romanzi scritti e quattro pubblicati, e non avevo più parole. Solamente il vuoto, e quei miei merdosi e fasulli sorrisi ancora scolpiti nella testa.
Diedi un sorso forte alla bottiglia, come se volessi annegarli. Ma rimasero lì. Innanzi a me. Vividi e penetranti come una pugnalata nella pancia.
«Quante stronzate che hai saputo dire stasera. Bravo! Davvero bravo!» sentii rimbombare in quella stanza.
Digrignai i denti e strinsi forte la bottiglia, alzandola con forza contro le labbra e dando un forte sorso come se volessi fare arrivare fino al cuore quella merda alcolica.
Non morii! No, stavo lì fermo, e quella risata rimbombava nella stanza e dentro di me. Devastandomi. Spezzando ogni mia singola ossa. Ricordandomi la realtà di me stesso. Di non essere altro che un fallito. Non uno scrittore, ma solamente un prodotto simile a una scatoletta di fagioli.
Chinai il capo, stringendo la testa tra le mani e afferrando i capelli come se volessi strapparli. Strizzando gli occhi e digrignando ancora i denti, come se volessi che frantumare la realtà che mi avvolgeva.
«Che cazzo vuoi da me?» strillai. Quasi piangendo. Tremando e fissando il buio.
Lui rise ancora. Io aprii gli occhi e mandai giù altro vino. Velocemente. Affannato. Angosciato. Distrutto.
«Ma non sto scherzando!» riprese quel malefico eco «Sono sincero. Sei stato fantastico! Dio, non credevo che tu potessi essere così bravo. Davvero! E invece hai dato loro quello che volevano. Finalmente hai capito, testa di cazzo»
«Fa silenzio!» urlai, alzandomi di colpo dalla sedia e additando il vuoto «Tu non esisti! Tu non ci sei. Non sei un cazzo di niente!»
 
 
VIOLA COME UN LIVIDO (In tutto e per tutto una storia vera)
Lei era tutto!
Io ero perso nel tutto, e per quanto lottassi, non riuscivo a staccarmi da lei. Per quanto cercassi di restare nel mio mondo, nelle mie certezze, non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava, continuando a sorridere. Tremava innanzi a quella libertà mai provata pienamente prima. Quel suo poter stare lì davanti a me con il corpo di Alessandra, pur essendo Violasan. Libera di succhiare il cazzo e bere fino all’ultima goccia di sperma, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi “ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
 
 
FOTTITI
Tutto era normale. Tutto era come sempre.
Lei si girò verso di me. Diede un ultimo sorso alla sua birra, gettandola poi per terra.
La bottiglia rotolò fino al bordo di un marciapiede. Un’auto caricò una puttana. Un tunisino diede un cazzotto a un pakistano, e una sirena della polizia cominciò a suonare chissà dove.
Lei mi fissò con i suoi grossi occhi verdi.
Il sorriso era tornato. Ma il sorriso ora era diverso. Quel sorriso era come quello concesso a ogni suo cliente.
Quel sorriso era freddo!
«Ti odio» mi disse, restando immobile davanti a me. Fredda, gelida, lì davanti a me.
Io non dissi niente. Non ci stava niente da dire. No, lei aveva detto tutto! Lei aveva svelato tutto.
Ti odio!
Ti odio! Ecco la risposta. Il mistero della vita. Il mistero di ogni amore. Il primo pensiero nella mente. Il primo pensiero mai confessato. Il primo pensiero nato nel guardare un altro essere umano.
E la verità era lì, proprio davanti a me. La verità era nel suo sguardo gelido che mi fissava. La verità era in quel suo sguardo gelido che mi penetrava.
Ti odio, ti odio, ti odio.
Eravamo nudi. Entrambi eravamo stanchi. Entrambi odiavamo l’altro. Entrambi eravamo colpevoli dello stesso peccato. Entrambi vittime dello stesso peccato.
Sì, ti odio! Quella la prima parola detta da Dio. Quello il primo pensiero di Gesù Cristo. Quello il sangue che pulsava nelle vene del mondo.
Io la guardai ancora. Distrutto, dilaniato, stanco.
«Hai ragione, anch’io ti odio» le dissi. E stavolta fu lei a non rispondere.
No, non disse niente.
Entrambi avevamo svelato il più Sacro dei misteri. Entrambi avevamo capito di amarci, e che dunque presto o tardi ci saremmo odiati.
Stavamo solo anticipando i tempi.
Ti odio!
Solo un bisogno di non essere soli. Solo piacere della pelle, di qualche emozione. Poi infine la noia nel sentirsi anche solo al telefono. La nausea nel guardarsi. La voglia di sbranarsi a vicenda.
Ecco, eravamo già sposati. Eravamo già una famiglia perfetta. Io e lei per sempre insieme.
Uniti dall’amore. Uniti dall’odio.
E che alternative avevamo?
Lasciarci! Lasciarci subito. Dirci addio e prepararci a riversare su qualche altra persona tutto l’odio che ci portavamo dentro.
 
 
LASCIAMI ENTRARE
Poi esalò un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
«Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo» disse, restando poi un attimo in silenzio. «E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare» riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto e le lacrime bagnavano il suo viso. «E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito.»
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva. Sapeva che non ci stava altro da dire oltre a quanto da lei già detto. Sapeva che i sogni non esistono. Che al mondo niente è giusto. Niente è come sognamo.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Dio, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Poi ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono iniziò a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
«Non rispondi?» mi disse, sapendo già la risposta.
Io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!
 
 
SENSO UNICO
Ma di notte, di notte tutto cambiava!
Sì, la brava gente spariva da quel posto. La si vedeva a stento passare nelle loro auto lucenti per andare chissà dove. Lì in quelle palle di metallo, al sicuro da tutta quella gente di merda. Dai tossici e dagli ubriaconi che se ne stavano sotto a qualche statua di un qualsiasi eroe a farsi o ubriacarsi. Dai negri grandi e grossi che se ne stavano fermi fuori a qualche palazzo, attendendo chi rapinare o violentare. Dai barboni che dormivano per strada su qualche cartone, o sotto al grosso tetto di ferro e plastica della stazione centrale.
Emarginati di ogni genere, proprio come le puttane minorenni e i trans che battevano ai bordi della strada.
Che dire, avevo visto quel posto tante vote, per molti anni, ma non lo avevo mai visto per davvero.
No, viverlo era ben diverso! Far parte di quel posto. Camminare a piedi per quelle strade mischiandosi a quella gente a cui non avrei mai dato neanche un centesimo era davvero diverso. Qualcosa che non si può descrivere. Qualcosa che si può solo vivere. E io lo stavo vivendo! E mi mancava il fiato per quanto tutto fosse reale. Incisivo. Soffocante.
Sentivo fin dentro alle narici il tanfo di sudore dei negri lì per strada a farsi o ubriacarsi. La puzza dell’alcool. Il fetido odore dei semi di girasole masticati dalle puttane Ucraine o Rumene, e il tanfo di merda dei barboni che dormivano per strada. Nonché il tanfo di Italiani, Cinesi, Polacchi, o qualsiasi altra razza lì in mezzo. Qualsiasi altra persona senza razza né nome. Solo miseri topi di fogna persi in quell’incubo al di là dei confini del mondo civile.
Sentivo dentro di me la puzza di quel posto. La solitudine di quel posto. La disperazione di quel posto.
Ne ero pervaso. La mia pelle ne era impregnata. Al punto che non riuscivo a ragionare. Non riuscivo neanche a fissare qualcosa nitidamente.
Solo ombre! Vedevo solo ombre. Ombre avvolte dal fumo di sigaretta e dalle luci delle auto che si mischiavano come un vortice con quelle dei palazzi. Quelle luci che dividevano il mondo degli sconfitti da quello dei vincenti. Il mondo di cui un tempo facevo parte, da quello di cui ora facevo parte.
 
 
VICOLI BUI
Io le presi la mano con forza, sorridendo, ma avendo dentro qualcosa simile a un barile di nera pece.
Che sciocca! Sì, era proprio una povera ingenua! Era cresciuta nel corpo, ma era rimasta la bambina di tanti anni prima. Non aveva capito che io ero cattivo come gli uomini che mi davano la caccia, che non ci stava né giusto né sbagliato al mondo. Solo uomini che sopravvivevano! Uomini che sopravvivevano divorando le carni di altri. E nessuna regina avrebbe mai fatto patti con i suoi schiavi. No, ogni regina avrebbe fatto scuoiare vivi i propri schiavi. E gli schiavi, se avessero potuto, avrebbero violentato a turno la loro regina, per poi diventare sovrani di altri schiavi.
E io ero come loro! Io ero uno schiavo braccato da tante regine. Uno schiavo pieno di rabbia. Uno schiavo che non avrebbe esitato a sbranare la propria regina, per poi costruire il proprio impero sui miliardi di cadaveri dei propri fratelli.
Ero cattivo! Ero il male in carne e ossa. Ero il peccato originale fatto carne. E lei avrebbe dovuto cacciarmi via. Avrebbe dovuto cancellare i suoi inutili sogni da mocciosa. Tirare fuori le palle e sbattermi fuori alla porta. Ma non lo fece!
Io non capivo. Io ero confuso. Io ero come lacerato da decine di mani che mi strappavo il cervello.
Non sapevo che fare! E così non feci niente, se non restar lì a sorriderle tenendole la mano.
Poi continuammo a parlare del nostro passato. Di quella volta che era riuscita a farmi piantare una margherita, o di quella in cui io mi offrii di essere punito al posto suo, dopo che lei aveva fregato una merendina dalla mensa.
 
 
UNA SCATOLA PER BAMBOLE (ZERO).
I mobili perfetti nella mia stanza perfetta accerchiavano come un vortice il mio corpo perfetto.
Ma ero davvero perfetta?
Sedici anni. Un metro e sessanta di altezza per meno di cinquanta chili.
Sì, ero perfetta. Davvero perfetta. Bellissima, lucente, radiosa e immacolata figlia di un facoltoso dottore.
Ero una bambolina riposta su di un comò, proprio come le tante bambole di porcellana che mia madre, misera contadina che aveva riposto i propri attrezzi da campo sposando il facoltoso medico del paese, mi obbligava a mantenere ancor lì.
Era un patto segreto. Lei non aveva preteso nulla, io non avevo acconsentito a nulla.
Era così e basta. Doveva esserlo. Era una regola in casa mia. In quella casa a Lodi dove tutto doveva essere perfetto, adeguato, socialmente accettato; proprio come me. Come me, una ragazzina perfetta in un corpo perfetto, che indossava abiti perfetti resi profumati da un ammorbidente perfetto.
Mio Dio, odiavo quell’odore di lavanda al gelsomino. Ma mia madre non lo sapeva. Forse nessuno sapeva niente di me in quella casa. Forse io, Lorenza, non esistevo neanche in quella casa.
Nulla parlava di me lì dentro. Il parato rosa non aveva il colore del mio umore, né tantomeno quella trapunta rosa e viola posta sul letto; ennesimo regalo non voluto di un qualsiasi Natale, passato in quella mia casa perfetta.
Non ero io riflessa allo specchio. Non erano miei i boccoli biondi che osservavo, e che avrei tanto voluto tagliare, magari solamente per non sentire mia madre dirmi ancora una volta “Lorenza, guarda come sono belli i tuoi capelli”, mentre mi pettinava con una spazzola regalata da sua madre, proprio come se fossi una di quelle bambole sul mio comodino. Una bambola perfetta in una casa perfetta. In un mondo perfetto.
E non mi appartenevano quei vestiti che indossavo. Vestiti sempre nuovi. Dai colori vivaci atti a farmi restare quella bambina che mai e poi mai sarebbe cresciuta. La figlia dello stimato dottore di una piccola cittadina, e di una donna così fortunata nell’averlo sposato.
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LA MASCHERA, romanzo a oggi inedito. Il romanzo più violento e realistico da me scritto, e che nessun editore osa pubblicare.

Qual è il prezzo di un amore? Quanto costano i ricordi?
Trenta euro! Sì, ecco quanto. Ecco quanto il mondo valuta il tuo amore, i tuoi ricordi, le tue illusioni.
Ero infatti uscito da meno di un’ora da uno di quei negozi di “Compro oro“. La vera immagine del mondo.
Entri lì, da solo, disperato, con in tasca non altro che i tuoi ricordi. Entri, e ti trovi davanti uno sconosciuto. Uno sconosciuto che ti fissa da dietro un vetro, sapendo già perché stai lì.
E anche tu lo sai. E sai di non aver scelta, o almeno se vuoi sopravvivere qualche altro giorno.
Dunque lo fai! Dai a quello sconosciuto i tuoi ricordi. Lui li fissa senza cura. Li pesa, li valuta, e poi ti dà dello squallido denaro in cambio di essi.
Trenta euro! Ecco quanto valgono i tuoi ricordi. Ecco quanto vale il ricordo di un amore. E tu vorresti piangere, vorresti urlare, vorresti morire. Vorresti rinunciare a quei soldi, solamente per aver con te ancora quei ricordi; brutti o belli che siano, ma qualcosa di prezioso. Qualcosa di vero. Qualcosa in cui hai bisogno di credere, per non sentirti vuoto, inutile, morto.
Eppure hai bisogno di quei soldi. Dunque non dici niente. Vai via, sentendo una lama che ti spacca in due.

Trenta denari! Lo stesso prezzo che ebbe Giuda per aver tradito Cristo. Il prezzo attribuito al suo amore per Cristo. Il prezzo conferito al mio amore per Mara.

Già, Mara. Era passato un mese da quando mi aveva mollato, e io come un povero idiota ancora la pensavo. Pensavo a un anno passato assieme a lei, a tutti i giuramenti che mi aveva fatto, le parole dolci da lei dette, e il modo in cui mi aveva piantato; da un giorno a un altro!

Sì, la notte prima aveva detto di amarmi, e il mattino dopo disse che voleva altro dalla vita.

Dannata troia! E io che ancora la pensavo. Ancora che stavo male per aver venduto quel dannato anello che le avevo regalato.

Voleva altro. Sì, come no. E uno capisce di voler altro improvvisamente? Da un giorno a un altro?

Cazzate! Quella stronza aveva di certo conosciuto un altro. Ecco la verità. Qualcosa di reale come il mio essere ridicolo nel pensarla ancora.

Sì, trenta euro. E probabilmente per Mara il nostro amore doveva valere anche meno.

Poco male. Almeno avevo in tasca un po’ di soldi. Non molti, ma dato che non avevo un soldo, e che avrei preso lo stipendio tra due giorni, quei trenta euro per me erano davvero tanti. Forse persino qualcosa di più grande dell’amore di Mara.

Quei soldi mi permisero di fare ciò che ogni bravo fallito fa quando viene mollato da una donna. Mi permisero di bere. Di ubriacarmi, donandomi la compagnia dalla bottiglia. Il solo modo che ha un fallito per scandire il tempo.

E lo stavo facendo eccome. Sì, era ormai più di un’ora che me ne stavo seduto al bancone di un bar nei pressi della stazione centrale di Napoli, bevendo il mio secondo boccale di birra.

Le luci attorno a me erano soffuse, e illuminavano in maniera Caravaggesca le mura e i tavolini di legno di quel bar, e i volti della gente in quel posto. Dei volti stanchi, silenziosi, rassegnati. Povera gente come me. Gente cattiva come me. Gente inutile come me. Gente che se ne stava seduta a fissare il bicchiere, senza avere nessuno con cui parlare, o avendo al massimo qualche sconosciuto che continuavano a chiamare amico. Qualche sconosciuto che chiamavano amico, proprio come lo stronzo affianco a me.

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Niente 50 sfumature di merd… ehm, grigio. Solamente realtà. Cinica, cruenta, violenta realtà che soffoca. Lasciami entrare, edito dalla Damster edizioni.

Restammo lì stesi a lungo, senza dire niente. Lì stesi solo a stringerci, solo a baciarci, dimenticando persino quanto successo.
Poi mi tirai su, e lei con me, mettendoci del tutto stesi su quel letto. Fianco a fianco, proprio come due innamorati.
Tornai a stringerla a me, accarezzandole i capelli, mentre lei teneva una mano sotto la mia maglietta, carezzandomi il petto.
«Non l’ho scopato!» sussurrò la sua piccola voce, infrangendo quel silenzio.
Io voltai il capo verso di lei, continuando a star steso al suo fianco, accarezzandole i capelli.
Lei alzò lo sguardo verso di me, fissandomi come fosse una bambina. Come fosse un piccolo cucciolo di cane accanto al suo amato padrone.
«Sì, non l’ho scopato! Non ci ho fatto niente di niente. Non mi andava!» aggiunse, continuando a sfiorarmi il petto con la sua piccola mano.
Io la strinsi con più forza a me, senza neanche sapere il perché.
In fondo avrei voluto dirle che neanche io avevo scopato con Anna, ma le avrei detto una bugia, e poi non sapevo proprio perché avrei dovuto farlo.
Già, lei in fondo per me era solo un corpo da scopare. Una bambola da usare a mio piacimento. Una puttana con cui giocare a essere onnipotente. Mentre Anna era la mia donna, la mia fidanzata, quella a cui non potevo ficcarlo in culo né pisciarle in bocca.
Cazzo, neanche se mi leggesse nel pensiero!
«Guarda che non hai bisogno di giustificarti» riprese, continuando ad accarezzarmi il petto.
«Uhm, come?» risposi, chinando lo sguardo verso di lei.
«Hai sentito! Non hai bisogno di pensare a cosa dirmi. Lo so che hai scopato con lei. È normale! Lei è la tua donna. E io… io… io non so neanche cosa sono, io.»
La strinsi forte a me. Aveva ragione! Non dovevo giustificarmi. E neanche io sapevo cosa fosse lei. Se fosse un essere umano o solo un giocattolo. Una bambola da usare. Una creatura inventata solo dalla mia mente malata.
Ed ecco la sua mano di nuovo sul mio petto, proprio come la prima volta.
Sentii di nuovo le sue unghie nella mia carne. Le sue dita affondare in me come se volessero giungere al mio cuore.
Percepii una lacrima cadere sul mio braccio, mentre continuavo a stringerla, senza il coraggio di guardarla.
«La prima volta che… la prima volta che mi hai presa, la ricordi?» mi disse, facendo cadere le sue lacrime sul mio braccio.
«Sì» le risposi, continuando ad accarezzarle i capelli. Ad accarezzare la sua testa poggiata sulla mia spalla. Ad accarezzare quel corpo da me a lungo massacrato, senza sapere più cosa provavo in me. Senza sapere più se lei fosse o no Sofia, la mia puttana e la mia schiava, o solo una bambina da amare e proteggere.
Lei affondò di più le sue dita nelle mie carni. Le sue dita nella mia vita.
«E ricordi cosa hai detto?»
Io non risposi. Non ricordavo niente a dire il vero. Non avevo nessuna immagine stampata in mente. Nessun monologo. Niente! Solo il mio cazzo nella sua bocca. Solo il mio cazzo nel suo corpo, e il suo senso di terrore e impotenza. La sua sofferenza e la sua umiliazione che accresceva la mia onnipotenza.
Poi esalò un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
«Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo» disse, restando poi un attimo in silenzio. «E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare» riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto e le lacrime bagnavano il suo viso. «E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito.»
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva. Sapeva che non ci stava altro da dire oltre a quanto da lei già detto. Sapeva che i sogni non esistono. Che al mondo niente è giusto. Niente è come sognamo.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Dio, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Poi ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono iniziò a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
«Non rispondi?» mi disse, sapendo già la risposta.
Io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!
Sì, come previsto mi aveva chiamato. E come previsto le avevo detto d’esser andato a prendere le sigarette.
Ci aveva creduto! O magari neanche a lei fotteva un cazzo, proprio come a me. Ma comunque fosse, la realtà era tornata, e io dovevo andare dalla mia amata fidanzata.
Tornai in camera da letto, bevendo una birra e fumando una sigaretta.
Lei si era rivestita. Se ne stava seduta su letto con le gambe incrociate, fissandomi con aria triste.
«Torni da lei?» mi chiese.
Io non risposi. Diedi un sorso alla mia birra e abbassai lo sguardo.
La sentii sorridere. Sentii la sua risata simile a un pianto, e la sentii fin sotto la mia pelle.
Alzai lo sguardo verso di lei, ma senza il coraggio di tener fermi i miei occhi nei suoi.
«Ora vado» le dissi.
«Okay» rispose.
Poi non dicemmo altro. No, non ci stava niente da dire. Sapevamo tutto, e ogni parola sarebbe stata superflua.
La lasciai lì da sola, dopo averla sbranata ancora una volta. Dopo averle lacerato il cuore ancora una volta.
Finii la mia birra e tornai a casa.
Anna si era riaddormentata. Io mi spogliai e mi misi al suo fianco.
Lei mi strinse, mi strinse forte.
«Mhh, quando te lo toglierai questo brutto vizio?» mugugnò, stringendomi.
Io la strinsi a mia volta, fissando il vuoto. Fissando il buio che mi avvolgeva.
«Presto. Presto» risposi, tenendola stretta a me, mentre Sofia era da sola in quella stanza, proprio come me, in fondo. Come me, che tenevo stretta la mia piccola Anna, dicendole ancora una di amarla.
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Tratto dal primo dei miei sette romanzi pubblicati. Una storia realmente accaduta. Disponibile sia in digitale che in cartaceo.

Mi accasciai sul letto. Accanto a lei. Sudato, ansimando, e stringendola a me.
Che stava succedendo?
Amore, coppia, amore, coppia.
Cosa fare?
Cene di Natale. Casa da pagare.
Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere!
Niente più fumo. Dormire presto. Pensare al futuro.
Amarla. Pensare a lei. Renderla felice. Accompagnarla a comprare vestiti. Vivere a lungo solo per lei.
Cazzo, ero stanco! Sì, volevo sparire in una fossa. Morire, dormire, dissolvermi nell’aria. Ma lei era lì. E il suo profumo mi rapiva.
La sua presenza mi confondeva. Il nostro stare insieme m’indeboliva e dava forza al tempo stesso.
Non avevo molto tempo, pensai stringendola forte a me.
Sì, il tempo! E quando mai me ne era fottuto. Eppure eccomi. Lì
al buio, stretto a lei, avvolto da quei pallini luminosi a pensare al
futuro.
Che strano, proprio quando pensavi che nulla potesse cambiare
nella tua schifosa esistenza.
Ma decisi di non pensarci.
Ero stupido! E non volevo pensarci.
Così restai lì a stringere Alessandra.
Era lei! Viola ormai era una lacrima sul suo viso. Quella impercettibile lacrima mentre stava tra le mie braccia. Stringendomi e baciandomi teneramente le labbra. Lì in quell’abbraccio al buio.
Quell’abbraccio oltre ogni spazio e tempo. Quell’abbraccio dopo
un intenso godimento. Quell’abbraccio che celava un dolore profondo.
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata.
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia senza farle domande.
Poi un rumore. Noi sobbalzammo. Bella abbaiò. Lei mi guardò,
io guardai lei.
Niente! Un inutile spavento. E restammo lì ad abbracciarci, senza
pensare a niente, senza dire niente, fino a che dopo avermi dato
un altro bacio lei se ne andò nel cesso.
Io pulii tutto, attento a non lasciar tracce. Portai la carta sporca
in cucina, camminando a culo nudo per la casa proprio come Mel
Gibson.
La gettai nella pattumiera. Poi andai in soggiorno e mi rivestii.
Mi rimisi tutto addosso e tornai in cucina. Versai dell’acqua in
un bicchiere e la mandai giù.
Cosa sta succedendo? Questo, pensai, svuotando il bicchiere.
Poi lo ficcai nel lavello. La porta del cesso si aprì. Io guardai verso
la porta. Un’attesa. Qualche passo. Ed eccola di nuovo davanti a
me. Lei, Viola o Alessandra. Ormai non lo capivo più! Ma non
riuscivo a non sorridere fissandola.
Lei era vestita, proprio come me. Eravamo una coppia ufficiale
ormai. Lì, in cucina, vestiti dopo una grande scopata.
Che strano! Niente sigaretta. Niente vino. Niente birra. Solo io e
lei in quella cucina semibuia. Due bicchieri di acqua liscia. Guardarci, sorridere, tenerci la mano.
Poteva essere bello. Poteva essere pericoloso. Forse, poteva essere irreale. Di certo strano, eppure incisivo.
Restammo così per un po’. Proprio come una vera coppia. Come
fossimo marito e moglie.
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anch’io» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche dubbio.
Magari le piace solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato
solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola
allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!
Altro che una troietta da cam desiderosa di cazzo. Lei era pazza!
Era follia pura. Era la risata di un bambino. La perversione di una
puttana. La libertà di un nomade. La tenerezza di una sposa. La
tristezza di un amante abbandonata.
Lei era tutto!
Io ero lì perso nel tutto, e per quanto lottassi non riuscivo a staccarmi da lei. Per quanto cercassi di restare lì nel mio mondo, nelle mie certezze, io non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava continuando a ridere. Tremava innanzi a quella libertà mai provata pienamente. Quel suo poter stare lì davanti a me con il corpo di Alessandra pur essendo pienamente Violasan. Libera di succhiare il mio cazzo e bere fino all’ultima goccia di sborra, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi “ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
O forse eravamo semplicemente pazzi. Pazzi nel pensare che
il mondo ci avrebbe permesso di vivere come volevamo. Nudi.
Scopando ovunque. Ridendo di tutto. Passando le nostre vite fottendocene del lavoro, della casa, delle banche, delle guerre e delle rivoluzioni.
Pazzi! Il mondo ci avrebbe ricucito addosso i nostri vestiti.
Ci avrebbe impedito di essere felici. Avrebbe relegato Violasan
nell’ombra della notte, chiusa in una chat, mentre Alessandra
avrebbe sposato un dottore o un avvocato, e io sarei finito suicida
a furia di lavorare in un call center.
O magari ce l’avremmo fatta!
«Voglio andare con te in Mongolia» mi disse lei ancora una volta,
sorridendomi. Io le strinsi la mano e gliela baciai. Il cane ci
guardò lì seduto nella cucina e sbadigliò.
Poi Violasan guardò l’orologio appeso al muro. Alessandra divenne triste. Alessandra tornò! E Viola prese a piangere, nascondendosi sotto il sorriso di Alessandra.
Dovevamo andare! Il tempo a noi concesso era finito. Presto sarebbe tornato suo padre, e noi non potevamo stare lì. Non potevamo dire al mondo intero di aver scopato lì su quel letto. Violasan lo avrebbe fatto, ma Alessandra no. Marco l’avrebbe fatto, ma il fidanzato di Alessandra no. E così per stare ancora assieme lì in quella casa, lì in quel mondo, lì in quell’universo, dovemmo chiudere quel nostro sogno e uscire fuori di casa, in cerca di un nuovo posto dove sognare. Un nuovo posto dove poter scopare senza inibizioni né vergogna, e con la stessa foga inondarci in quella tenerezza che frantumava ogni nome. Ogni definizione di quella civile e moderna era che mi soffocava.
Così uscimmo di casa, attenti a non aver lasciato lì in casa nessuna traccia.
Piccole cose potevano tradirci. Le stesse piccole distrazioni che
avevano fatto beccare gente come John Wayne Gacy o John Wayne Gacy.
Ma fummo bravi! Io stesso mi occupai di gettare via il fazzoletto
sporco di sborra e di sistemare le lenzuola, mentre la piccola Ale
mise a posto con cura i bicchieri dove avevamo bevuto.
Eravamo insospettabili. Potevamo compiere così altri omicidi
ai danni della pubblica morale. E ci mettemmo in strada pronti a
effettuarli. Pronti a dar sfogo alla follia omicida che ardeva in noi.
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Sconvolegente e cruento romanzo che a oggi nessun editore ha avuto le palle di pubblicare. “La maschera!”. A voi due estratti del romanzo.

Qual è il prezzo di un amore? Quanto costano i ricordi?
Trenta euro! Sì, ecco quanto. Ecco quanto il mondo valuta il tuo amore, i tuoi ricordi, le tue illusioni.
Ero infatti uscito da meno di un’ora da uno di quei negozi di “Compro oro”. La vera immagine del mondo!
Entri lì, da solo, disperato, con in tasca non altro che i tuoi ricordi. Entri, e ti trovi davanti uno sconosciuto. Uno sconosciuto che ti fissa da dietro un vetro, sapendo già perché sei lì.
E anche tu lo sai! E sai di non aver scelta, o almeno se vuoi sopravvivere qualche altro giorno.
Dunque lo fai! Dai a quello sconosciuto i tuoi ricordi. Lui li fissa senza cura, li pesa, li valuta, e poi ti dà dello squallido denaro in cambio di essi.
Trenta euro! Ecco quanto valgono i tuoi ricordi. Ecco quanto vale il ricordo di un amore. E tu vorresti piangere, vorresti urlare, vorresti morire. Vorresti rinunciare a quei soldi, solo per aver con te ancora quei ricordi; brutti o belli che siano, ma qualcosa di prezioso!
Eppure hai bisogno di quei soldi. Dunque non dici niente. Vai via, sentendo una lama che ti spacca in due.
Trenta denari! Lo stesso prezzo che ebbe Giuda per aver tradito Cristo. Il prezzo attribuito al suo amore per Cristo. Il prezzo conferito al mio amore per Mara.
Già, Mara! Era passato un mese da quando mi aveva mollato, e io come un povero idiota ancora la pensavo. Pensavo a un anno passato assieme a lei, a tutti i giuramenti che mi aveva fatto, le parole dolci da lei dette, e il modo in cui mi aveva piantato; da un giorno a un altro!
Sì, la notte prima mi aveva detto di amarmi, e il mattino dopo disse che voleva altro dalla vita.
Dannata troia! E io che ancora la pensavo. Ancora che stavo male per aver venduto quel dannato anello che le avevo regalato.
Voleva altro! Sì, come no. E uno capisce di voler altro improvvisamente?
Cazzate! Quella stronza aveva di certo conosciuto un altro. Ecco la verità! Qualcosa di reale come il mio essere ridicolo nel pensarla ancora.
Sì, trenta euro! E probabilmente per Mara il nostro amore doveva valere anche meno.
Poco male! Almeno avevo in tasca un po’ di soldi. Non molti, ma dato che non avevo un soldo, e che avrei preso lo stipendio tra due giorni, quei trenta euro per me erano davvero tanti. Forse persino qualcosa di più grande dell’amore di Mara. E quei soldi mi permisero di fare ciò che ogni bravo fallito fa quando viene mollato da una donna.
Mi permisero di bere! Di ubriacarmi donandomi la compagnia dalla bottiglia.
E lo stavo facendo eccome! Sì, era ormai più di un’ora che me ne stavo seduto al bancone di un bar nei pressi della stazione centrale di Napoli, bevendo il mio secondo boccale di birra.
Le luci attorno a me erano soffuse, e illuminavano in maniera Caravaggesca le mura e i tavolini di legno di quel bar, e i volti della gente in quel posto. Dei volti stanchi, silenziosi, rassegnati. Povera gente come me! Gente cattiva come me. Gente inutile come me. Gente che se ne stava seduta a fissare il bicchiere, senza avere nessuno con cui parlare, o al massimo qualche sconosciuto che continuavano a chiamare amico. Qualche sconosciuto che chiamavano amico, proprio come lo stronzo affianco a me.
« Solo trenta pezzi! » esclamò Mario, lì seduto accanto a me, davanti a quel banco di legno.
Poggiò lentamente il boccale di birra sul banco, facendo un smorfia con aria perplessa, per poi ficcarsi in bocca una Camel.
Accese la sua sigaretta. Io continuai a guardare il vuoto davanti a me, attraverso delle scaffalature di vetro su cui stavano poggiate decine di bottiglie di whisky.
« Ma sei sicuro che quel figlio di troie di Ivano non ti abbia fregato? » riprese.
« Credo di no! » gli risposi, ficcandomi in bocca una Marlboro e accendendola « Lei aveva le dita molto piccole! »
« Bah! In questo almeno sono stato più fortunato di te, Nico. Quando Luisa mi piantò, beh, ci ricavai ben cinquanta pezzi con il suo anello. Aveva le dita grosse… Proprio come tutto il resto »
Io annuii. Non me ne fotteva niente di Luisa, né di Mario. Erano solo due sconosciuti per me, come tutta la gente lì dentro. Come la troia polacca che serviva alcool da dietro al banco, il proprietario che da un angolo ci fissava, attento che non combinassimo qualche casino, e di tutti quei coglioni che se ne stavano lì dentro a ubriacarsi proprio come me. Coglioni proprio come me!
Ma che fai quando una donna ti pianta? Beh, o te ne stai da solo in camera tua, ubriacandoti, e chiamando di tanto in tanto lei solo per dirle quanto sia una troia. Oppure, se hai la grana, esci, vai in giro, offri una serata da sballo a qualche puttanella, così da fartela. O ancora, nella peggiore delle ipotesi, scegli uno stronzo qualsiasi con cui passare la serata. Uno come Mario! Uno che avevo conosciuto a lavoro. Uno che non sapeva un cazzo di me, come io non sapevo niente di lui. La tipica persona con la quale a lavoro parli di tutto, come se lui fosse l’amico desiderato da sempre, ma che a conti fatti non conosci minimamente. Anzi… magari ti sta anche sul cazzo!
Comunque fosse, il fato volle che Mario era stato piantato tre giorni prima che Mara mollò me. Dunque, da bravi falliti, a lavoro subito parlammo dei nostri guai sentimentali, gettando merda su tutte le donne del mondo. E dopo aver passato entrambi la fase “solitudine totale e insulti al telefono”, ben consapevoli che le nostre donne se ne sbattevano dei nostri insulti, e si stavano già facendo sbattere da qualcun altro, eccoci lì! Da soli nella fase tre. Troppo inutili per poterci permettere la fase due.
———
Cristo, era una casa nel centro storico di Napoli. Una di quelle case di studenti fuori corso, mantenuti da papà, e che facevano piccoli lavoretti di tanto in tanto in qualche cooperativa sociale, giusto per aver più soldi per l’erba, il vino, o anche solo per poter dire agli altri che facevano qualcosa di utile per il prossimo.
Dio, era davvero una situazione del cazzo!
Io, in mezzo a tutti quei dannati bambocci. In quella casa pulita, curata, piena di opere d’arte moderne, grossi e noiosi libri universitari e di filosofie orientali, incensieri e candele profumate. E lì in mezzo a tutto quello schifo, uno schifo ancora peggiore. Le loro facce!
Cazzo, ne erano una decina. Sia di uomini che di donne. Facce pulite, sorridenti, intente a parlare tra loro mentre ce ne stavano davanti a una tavola imbandita di merdoso cibo macrobiotico, avvolti da una noiosissima e schifosa musica zen.
Lina sembrava davvero felice. Era felice di presentarmi al suo mondo. Ai suoi amici. A quelle tre stronzette vestite come delle troie indiane, e quei sette fessi intellettuali, di cui almeno tre lo avevano di certo piantato dentro di lei.
Ma io continuai a far buon viso alla cattiva sorte.
Continuai a sorridere, bere vino, mangiare merda macrobiotica, fingere di ascoltare le stronzate di quei coglioni, e rispondere loro di tanto in tanto. Giusto quando era indispensabile.
Ma purtroppo l’indispensabile era dannatamente frequente.
Un coglione dalla faccia lunga e dal naso aquilino iniziò a fissarmi, sorridendo, mentre sorseggiava il suo vino. Distogliendo l’attenzione dal discorso che stava tenendo con gli altri coglioni seduti lì a quel tavolo.
« E tu, Nicola, cosa ne pensi di questo conflitto tra Israele e Palestina? O dovrei dire… Di questo crudele genocidio! »
Diedi un altro sorso al vino, guardando quello stronzo che continuava a fissarmi sorridendo, e tutta le gente che di colpo aveva iniziato a guardarmi, eleggendomi nuovo ospite d’onore della loro cazzo di serata.
Anche Lina sorrise. Stringendomi la mano da sotto al tavolo e guardandomi.
Io la fissai. Poi tornai a guardare il coglione con il naso aquilino e scossi le spalle.
« Beh, credo sia proprio una brutta faccenda » gli risposi, senza cura, senza sapere che dire.
Lo stronzo mi fissò ancora, poi si voltò verso i loro amici, e tutti assieme fecero un’odiosa risatina.
Io li guardai ancora, bevendo il mio vino, conoscendo bene quella cazzo di risata.
Sì, ero di nuovo a scuola. I compagni ridevano di me, e la maestra dava loro modo di farlo.
Ero il bambino che aveva ricevuto un regalo di merda a natale, mentre tutti gli altri avevano ricevuto quanto desiderato.
Ero l’impiegato delle poste deriso dai colleghi. Il ciccione deriso dalla gente magra. Il secchione deriso dai bulli. E la testa mi scoppiava! Stringevo in mano il mio bicchiere di vino, con la voglia di spaccarlo in testa a quello stronzo. Con la voglia di uccidere tutti quei dannati bastardi. Con la voglia di punirli, sottometterli, farli sparire dalla faccia della terra.
Di nuovo voglia di sangue. Di nuovo voglia di vendetta. Di nuovo la voce di Max nel mio cervello.
Lo stronzo tornò a fissarmi, sorridendo e guardandomi con la sua aria saccente.
« Una brutta faccenda? » disse sarcasticamente « Cioè, milioni di morti, e tu la chiami una brutta faccenda? »
Tutti cominciarono a ridacchiare. Lina mi fissò con aria imbarazzata, tenendomi sempre la mano da sotto al tavolo. Io guardai dritto negli occhi quel lurido stronzo. Mandai giù in un solo sorso il bicchiere di vino, e poi mi alzai dal tavolo.
Restai lì in piedi a fissare quel deficiente. Sorrisi, e in un attimo afferrai un coltello dalla tavola.
Andai verso di lui, agitando quel coltello, sotto lo sguardo terrorizzato di tutti. Compresa Lina.
Gli arrivai faccia a faccia, e in un millesimo di secondo gli piantai il coltello contro la gola.
« Allora, non ridi più, stronzo? » gli dissi, premendo quella lama contro alla sua merdosa gola.
Tutti mi guardarono con aria sbigottita e terrorizzata. Lina si alzò dalla sedia, fissandomi con aria sconvolta e piangendo.
Io mossi ancora la lama contro la gola di quel frocio.
« Come? Non ti sento! » ripresi « Non mi dire che hai paura di crepare? No, come, tu che fino a poco fa dicevi di essere disposto a morire per la causa Palestinese »
Affondai di più la lama contro la sua gola. Lui continuò a frignare come una femminuccia, mentre io sorrisi, guardando il terrore di tutti quegli stronzi attorno alla tavola. Compresa Lina! Lei, che mi aveva ficcato in quella situazione di merda.
« Beh, non dici niente? Eppure hai davanti l’uomo cattivo! Il tuo fottuto Israeliano del cazzo »
Lui continuò a frignare. Io tolsi la lama dalla sua gola e lo afferrai per il collo, scaraventandolo a terra velocemente.
In un lampo mi fiondai contro di lui e gli ficcai di nuovo il coltello contro la gola. Fissandolo dritto negli occhi. Godendo del suo terrore.
« Sì, Bob. Posso chiamarti Bob, non è vero? »
Lui non disse niente. Comunque si chiamasse, ormai non aveva importanza. Lui non era nessuno! Era il mio schiavo. Era in mio potere. Poteva solo starsene lì al suolo, implorandomi di non ucciderlo. Implorandomi di regalargli un altro giorno di vita.
Allontanai lentamente la lama dalla sua gola e sorrisi.
« Beh, Bob, vedi, la faccenda è molto complicata. Sì, io ora, in questo preciso istante, o uccido te, o dovrò uccidere un intero villaggio Palestinese. Tu mi capisci, Bob, niente di personale. Solo affari! Io questa notte devo uccidere qualcuno. Sì, lo devo fare! »
Lui ansimò, pisciandosi nei calzoni, sotto gli occhi di tutti.
« Allora, Bob, che facciamo? »
« Non… Non uccidermi! Ti… Ti prego, non uccidermi! » friognò il mio amico Bob.
Io sorrisi ancora. Lo guardai, e poi mi allontanai di qualche passo, tornando verso quella tavola imbandita di cibo di merda.
« Bene, Bob » aggiunsi « I tuoi amici Palestinesi ora sono andati. Sì, ma a te non te ne fotte un cazzo, vero? »
Bob rimase in silenzio. Frignando, lì a terra, e cagandosi letteralmente addosso.
Io mi voltai verso una stronza lì tra la gente. Una troietta magra, soda, e davvero arrapante.
« Tu, puttanella » strillai « Vieni subito qui e succhiami il cazzo »
La troia mi fissò con aria attonita e spaventata. Restando ferma per qualche istante.
Poi finalmente, a un altro mio urlo, la troia si diede una mossa.
La puttanella mi raggiunse, tremando come una foglia e fissandomi con aria terrorizzata.
Arrivò davanti a me e si fermò. Io la guardai. Tutti ci guardarono con aria sconvolta, senza sapere che fare.
Ma io lo sapevo eccome!
Afferrai per i capelli quella saccente troia e la misi in ginocchio, proprio davanti al mio cazzo.
Lo tirai fuori e glielo piantai dritto in faccia.
Lina scoppiò a piangere. Stava lì davanti al tavolo, senza poter far niente se non vedermi in piedi davanti a quella troia, con il mio cazzo in mano.
Uno di quei coglioni raggiunse persino Lina, stringendola e consolandola.
Evidentemente era uno a cui l’aveva data, o solo un coglione che sperava di fottersela. Comunque fosse, lo stronzo decise di far vedere alla sua bella principessa di essere uno con le palle, e non solo un povero stronzo.
Si rivolse verso di me, continuando a stringere forte la sua principessa.
« Ora basta! Finiscila, prima che io chiami la polizia »
Mi voltai verso di lui e sorrisi con fare cinico. Proprio come faceva sempre Max!
Dio, mi sembrava di essere lui. Non avevo più paura di niente. Ero Dio, il Signore assoluto, l’occhio di Sauron capace di dominare il mondo intero.
E il bamboccio era la mia vittima! Era in mio potere.
Puntai il coltello verso di lui, continuando a mantenere il cazzo contro la faccina di quella stronza.
« Ehi, ragazzino, chiudi quella cazzo di bocca! Okay? Oppure sgozzo questa dannata troia »
Il bamboccio non aggiunse altro, e così tutti gli altri in quella schifosa sala.
Io tornai a fissare la stronza. Le puntai il coltello contro la gola e piazzai il mio grosso cazzo contro la sua faccia.
« Allora, troia, prendimelo in bocca. Dai, che sai bene come si fa »
E lei lo sapeva eccome! E sapeva anche di voler continuare a vivere, nonostante poche decine di minuti prima aveva detto che si sarebbe fatta uccidere piuttosto che farsi dominare da un uomo.
Ma le cose erano cambiate! Gli ideali non reggono mai il peso con la realtà. E in un attimo, miss spiritualità, piangendo e tremando allungò la sua piccola e curata manina fino al mio cazzo.
Lo afferrò lentamente, come se stesse toccando un pezzo di merda.
« Cristo, e ti vuoi dare una mossa? » strillai, dandole una sberla contro la testa « Avanti, che ne hai presi di affari simili in bocca »
Lei chiuse gli occhi. Le lacrime le scendevano sulle guance, mentre stava lì, in ginocchio, con il mio cazzo in mano.
Cominciò lentamente a muovere la mano. Avanti e indietro. Masturbandomi.
Io sorrisi e le piazzai una mano contro la testa, avvicinandogliela al mio cazzo.
« Brava! Ora prendilo tutto in bocca » le dissi. E lei senza poter far niente, completamente in mio potere, avvicinò lentamente il volto al mio cazzo. Consapevole di stare per prenderlo in bocca e che non avrebbe potuto far niente per impedirmi di fotterle la gola.
Aprì lentamente le labbra. Si avvicinò sempre di più. Sempre di più. Finché sentii le sue labbra contro la mia pelle. Le sue labbra contro al mio cazzo. Il mio cazzo nella sua bocca.
Sorrisi, muovendo la mano sulla sua testa. Spingendo quella dannata testaccia contro di me. Pompandole il mio cazzo dritto in gola.
« Sì, così, davvero brava! Si vede che hai esperienza nel succhiare i cazzi » strillai.
Lei continuò a succhiare, piangendo, sotto lo sguardo terrorizzato di tutti.
Io sorrisi ancora. Godendo. Sentendo le sue labbra avvolgermi il cazzo.
Poi qualcuno si fece avanti. Una voce! Una voce tra la folla.
« Allora, Nico, oltre a reputarla una brutta faccenda, cosa pensi di preciso del massacro che gli Israeliani stanno compiendo in Palestina? »
Io scossi la testa. Lina mi strinse la mano da sotto al tavolo. La troia che me lo aveva preso in bocca stava ancora lì, seduta, fissandomi e ridacchiando.
Io guardai quello stronzo di Bob lì davanti a me. Max era svanito. Ero solo! Ero di nuovo il cagnolino di Lina. Di nuovo il su bamboccio.
Tirai un sospiro e finsi un sorriso.
« Beh, io credo che i Palestinesi abbiano tutto il diritto di star lì » risposi, fottendomene dei Palestinesi e del mondo intero, desiderando solo di togliermi da lì al più presto.
Bob annuì, e il resto della gente lì dentro sembrò soddisfatta.
Lina mi strinse più forte la mano, da sotto al tavolo, sorridendo anche lei.
« Già » ripresi « Voglio dire, quella degli Israeliani è pura violenza gratuita. Non ci sta ragione che giustifichi quanto stanno facendo. E noi occidentali abbiamo il dovere d’intervenire. Le nazioni unite per prime, e poi noi tutti »
Bob fu davvero soddisfatto, così il resto della banda e la mia cara Lina.
Sì, la Palestina era stata salvata! Noi tutti volevamo salvarla, e la stavamo salvando, discutendo di essa mentre bevevamo il nostro vino costoso. E la serata non proseguì di certo meglio, purtroppo. No, si continuò a parlare di politica internazionale, di spiritualità, di veganesimo, o di arte moderna.
Eravamo le persone migliori del mondo. Eravamo artisti, rivoluzionari, santoni, animalisti.
Tutti eravamo come Dio lì dentro. Eravamo come Max! Pronti a uccidere chiunque pur di sentirci dei vincenti, della gente superiore; una nuova dannatissima razza ariana. E io ero l’oggetto atto a far elevare il loro rango. Ero una di quelle troie del club, legate su un tavolo a farsi sbattere da decine e decine di cazzi. Un niente! Qualcosa utile solo a farli sentire migliori. Migliori di uno come me!
Ero di nuovo inerme. Di nuovo in catene. Di nuovo un povero fallito. E Lina rideva! Rideva felice di avere con sé il suo nuovo cagnolino. L’uomo che l’avrebbe fatta sentire speciale, voluta, migliore di ogni altra donna.
E lo stavo facendo! Lina era la principessa del ballo, e io il suo dolce principe azzurro.
Beh, alla fine della serata, prima di tornare a casa, per ringraziarmi mi tirò anche un bel pompino in auto prima di darmela. E subito dopo, altri giuramenti d’amore. Altre parole.
Era felicissima di com’era andata la serata. Neanche si era accorta del mio disaggio. Della mia voglia di spaccare tutto e uccidere tutti.
No, io ero uno sconosciuto. Lei era una sconosciuta. Eravamo solo due corpi. Solo due pezzi di carne che scopavano, e non altro.
Eppure eravamo lì. Dicendo di amarci. Dicendo di volerci. Credendo che l’uno aveva scelto l’altra tra miliardi di esseri umani.
Dio, dentro di me avrei voluto ammazzarla. Farla urlare per l’umiliazione vissuta. Trattarla come una troia. Punirla per avermi tagliato le palle.
Ma non feci niente di simile! Continuai a star con lei in quell’auto, stringendola e dicendole di amarla. E dopo l’accompagnai a casa. La strinsi ancora. La baciai ancora. Le dissi ancora di amarla, e poi la vidi andar via. Nella sua casa. Lì ad attendere la mia telefonata quando sarei tornato a casa, proprio da bravo fidanzatino.
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