Tratto da I giorni perduti

Poco dopo che Katia era andata via, Nico si era messo a scrivere. Non ne aveva voglia, non riusciva a pensare a nulla, se non a Katia. Eppure sapeva di doverlo fare, o sarebbe finito di nuovo in fabbrica, come aveva detto Massimo.

Gli sembrava ancora di vederla la sua vecchia fabbrica, simile a quella in cui era morto suo padre: un rullo oleoso su cui si muovevano bacchette coperte di stucco, la polvere in faccia, i movimenti sempre uguali, la puzza di segatura e di colla, le chiacchiere degli operai accanto a lui e le urla dei capi che lo colpivano come scudisciate.

Sapeva che se fosse tornato lì dentro sarebbe diventato come suo padre: stanco, incattivito, con la faccia scura anche una volta rientrato a casa e pronto a sfogarsi su moglie e figli.

Lo vide rientrare da lavoro: le scarpe rotte e coperte di stucco, il pantalone stracciato e macchiato di vernice, un puzzolente maglione da cui usciva fuori la pancia, unghie lerce, mani e viso luridi, gli occhi di una bestia feroce.

E poi di colpo lo vide invecchiato, dimagrito da sembrare uno scheletro: rantolava lungo il corridoio, in pigiama, senza riuscire nemmeno a parlare. Tendeva la mano venosa nel vuoto, i pantaloni gli erano scivolati sui piedi. Camminava lento, le dita sembravano spaccarsi a ogni movimento, gli occhi erano due bolle bianche prossime a esplodere.

A furia di sorsi di vino Nico cercò di scacciare via quelle immagini. Ogni tanto scriveva qualcosa, ma la cancellava subito. Non riusciva a mettere a fuoco niente: non un’immagine, non una scena, non un solo desiderio che non fosse Katia.

Si alzò di sbotto dalla sedia, chiuse il portatile e si tolse da lì.

Quanto tempo aveva ancora? Massimo gliel’aveva detto, eppure lui non lo ricordava: non voleva ricordarlo. Non voleva rivedere il volto di suo padre.

Si mosse nella stanza, a terra c’erano ancora le mutandine di Katia: erano identiche a quelle di Sissy.

A parte quel pezzo di stoffa, di lei non c’era traccia: solo un profumo, lenzuola ancora sgualcite e capelli sul cuscino.

Osservò a lungo il letto, la vedeva ancora lì: il corpo rannicchiato, le mani sotto al viso, le pupille enormi.

«Mi vuoi bene almeno un po’, Nico?»

Distolse subito lo sguardo. Andò in cucina e prese un’altra bottiglia di vino dal frigo.

La pasta era ancora nel forno.

Guardò l’orologio. Erano cinque ore che lei era uscita, e ora che si trovava da solo in quella cucina, così pulita da sembrare una camera mortuaria, si sentiva smarrito. Stava soffocando. Gli tornarono in mente i lunghi pomeriggi in cui da bambino, fino a otto anni, rimaneva in cucina a disegnare, leggere o guardare la Tv, mentre sua madre dormiva da sola in camera da letto.

«Mi raccomando amore mio, la mamma ha bisogno di riposare. Tu resta qui, va bene?»

Tornò in camera da letto e raggiunse la finestra. La bottiglia gli penzolava dalla mano, l’altra mano era poggiata al vetro.

Il vecchio sistemava barattoli in una credenza senza ante, il televisore lanciava fasci di luce azzurra contro mura incrostate.

Lo vide sparire al di là di un drappo marrone.

Da dietro la tenda della finestra dell’albergo si vedevano un uomo e una donna litigare. Lui le urlava in faccia, lei piangeva a dirotto e agitava le mani in aria. Uno schiaffo colpì in pieno viso la ragazza: cadde a terra; l’uomo in piedi davanti a lei continuava a urlare.

Nico rivide suo padre muoversi in cucina, strillava per i soldi che non bastavano mai, mentre sua madre, immobile ai fornelli, non osava alzare lo sguardo, stringeva i pugni e basta.

A volte, quando succedeva, Nico si chiudeva nella propria camera, rannicchiato nel letto e con le mani contro le orecchie.

Spinse lo sguardo a sinistra, il signor Celardo era sempre al proprio posto, costruiva un altro modellino: un furgone.

Lo vide digrignare i denti mentre cercava di assemblare un sedile nell’abitacolo, poi scagliare il pugno contro al tavolo.

Si tolse da lì. Non sapeva perché, ma ora guardare quelle immagini, quelle persone, gli faceva male, un male fisico: lo faceva sentire solo, e per la prima volta la solitudine gli pesava come quando da bambino restava in cucina, di pomeriggio, in attesa che sua madre si svegliasse.

Andò in bagno. Si fermò sull’uscio della porta. Fissò la stanza, i mobili, e diede un forte sorso al vino.

Abbassò la bottiglia e avanzò. La tavoletta era abbassata. Non ricordava di averla mai vista abbassata lì in quella casa. Gli faceva tornare in mente Sissy, il bagno a casa loro, e quando lei urlava: «Vuoi stare un po’ attento? Ma ci pensi o no che esisto anche io qui?»

La tirò su lentamente, ripensò a sua madre china contro al water, pulendolo con aria triste, e nell’angolo le chiazze di piscio lasciate da suo padre quando era ubriaco.

Notò bagnoschiuma e shampoo sul ripiano della doccia. Sul lavello c’era del detergente intimo, una spazzola piena di lunghi capelli, uno spazzolino rosa e un deodorante.

Respirò l’aria, odorava di donna: profumava di Katia.

Ebbe voglia di gettare via dal lavello tutto con una sola manata, ma restò paralizzato, si guardava allo specchio senza riconoscersi, vedeva solo un vecchio stanco.

Udì improvvisamente la porta di casa sbattere.

Sobbalzò. Osservò il deodorante di Katia, il suo spazzolino, il suo detergente.

Uscito dal bagno la vide avanzare nel corridoio: trascinava una grossa borsa.

Katia si fermò davanti la cucina e lasciò cadere a terra la borsa. Aveva gli occhi rossi come se non dormisse da giorni, era sudata e affannata.

cropped-19749490_10155284908896278_1850170602_o.jpg

Annunci

Tratto dal romanzo Piciul

Tutti pensavano che Damin sarebbe morto giovanissimo, e forse avevano ragione. Sfrecciava nella notte in sella a una motocicletta. Non aveva la patente, ma non gli importava. In fondo nemmeno suo fratello Floris, più grande di lui di quattro anni, aveva la patente, ma era stato proprio lui a insegnargli a guidare, e gli aveva insegnato a picchiare e a rubare. Gli avrebbe insegnato anche a uccidere, se lo avesse ritenuto un uomo.

Una volta l’aveva portato persino a sparare nella discarica di Pianura, ma a Damin la pistola era subito caduta di mano.

«Femminuccia!» aveva esclamato Floris, deridendolo insieme ai sui amici. E ora Damin, a cavallo della moto che aveva rubato per sentirsi forte come suo fratello, sapeva solo di non voler essere una femminuccia.

Aveva già fatto due mesi al Filangieri per furto, sapeva bene che se l’avessero beccato di nuovo stavolta sarebbe stata la galera vera, quella dei grandi. Ma in fondo Damin si sentiva già grande, sarebbe morto per dimostrarlo.

Sfrecciò sfidando la polizia, la gente, il mondo. Rideva. Gli brillavano gli occhi, trafitti dai lampioni e dai fari delle auto fra cui faceva lo slalom. Si lasciava alle spalle negozi, persone, palazzi. Al suo passaggio insultava le puttane che battevano sui marciapiedi, sputava contro ai barboni che giacevano sui gradini dei palazzi, mandava a fanculo gli ubriaconi che barcollavano in strada.

Per Damin tutto era pari a un’enorme, gigantesca scenografia. La sua stessa vita lo era. Era un’opera magnifica, potente, ma pur sempre una recita.

Sapeva che non sarebbe mai stato come suo fratello Floris, e ne era terrorizzato.

Suo padre Petru, criminale che, come Floris, lavorava per gli italiani, glielo ricordava ogni giorno a suon di pugni. La sola in casa sua con cui un tempo parlava era sua madre Mirela, andata via quando lui aveva otto anni.

Sua madre era sparita senza nemmeno salutarlo. Damin a malapena la ricordava, di lei aveva impressa nelle pupille solo l’immagine vista la notte prima che sparisse: il corridoio buio, lei che usciva dalla camera da letto, le braccia tese nel vuoto, il volto sporco di sangue, le labbra che si muovevano in un urlo senza voce.

Il giorno dopo suo padre gli aveva detto che lei era andata via, gli aveva proibito persino di ricordarne il nome.

Damin serrò i denti e accelerò. Arrivò al Fatima Phone Center.

Lasciò a terra il mezzo, superò Alì senza essere fermato.

Il piano superiore era avvolto dal fumo. Al centro della sala Piciul, Blanca, Vali e Dorin giocavano e strepitavano, l’algerino si faceva un’altra dose di crack.

Appena Milon vide Damin balzò. Lo seguì con lo sguardo.

Damin ora camminava lento, nelle sue pupille c’erano solo Blanca e Piciul: l’immagine di loro due vicini era un proiettile che gli aveva trafitto i tessuti, fino a conficcarsi nel cuore ed esplodere.

Quella loro vicinanza gli dava un fastidio fisico. Si sentiva escluso, rifiutato, come quando da bambini Piciul e Blanca si mostravano a vicenda i regali ricevuti la mattina di Natale.

«Horia, guarda quant’è bella la mia nuova bambola.»

«Blanca vieni, questo gioco me l’ha insegnato la mamma.»

Damin invece non aveva mai niente da mostrare: sempre e solo lividi.

cropped-39514701_236412580394711_8730608308680916992_n.jpg

Tratto dal romanzo I giorni perduti

Ora che quella ragazza stava lì, a casa sua, il suo interesse era di colpo sfumato. Non aveva nemmeno il coraggio di guardarla negli occhi. Temeva che se l’avesse guardata non avrebbe rivisto la stessa donna incontrata poco prima nel bar, ma soltanto Sissy davanti al lavello a pulire i piatti, lamentandosi.

«Non usciamo mai.»

«Lo sai che ho da lavorare.»

«Prima non eri mica così.»

«Esci tu se vuoi, okay?»

«Ah, e non sei nemmeno geloso?»

«Ma smettila!»

Nico mosse il capo come se si fosse appena destato da un lungo sonno. Tornò a guardare lei: continuava a toccare tutto e osservare ogni cosa. Era stata zitta per un po’, come un animale che cerca di abituarsi a una nuova tana, ma adesso di nuovo faticava a chiudere la bocca.

«Ma non pulisci mai?»

Nico scosse le spalle e le passò la bottiglia. Lei la raccolse, girò per la stanza sfiorando ante sfondate, bicchieri con dentro due dita di vino, piatti sporchi nel lavello.

«Da quanto non entra una donna qui dentro?»

«Da due giorni. Forse tre.»

«Tua moglie?»

«Lei è andata via da un anno.»

«Mi dispiace» sussurrò.

Poi ecco che gli occhi di lei esplosero in un boato di luce.

Sorrise e afferrò velocemente dai fornelli un guanto da cucina a forma di maialino. Lo calzò, nonostante fosse unto, e lo puntò verso Nico muovendo la mano e ridendo.

«Questo ce l’avevo anche io a casa. Cioè, quando ero piccola.»

Lo avvicinò al viso e continuò a muovere la mano.

«Mia madre non lo usava mai. Beh, in fondo lei cucinava di rado. Era stato mio padre a comprarlo, e ogni volta che lo indossava veniva verso me e mia sorella, agitava la mano contro di noi e farfugliava: “Gronf, gronf, ora vi mangio il naso”.»

Abbassò il braccio e fissò il guanto. Sembrava che ora per lei non esistesse altro.

La voce di Nico parve appena raggiungerla.

«Quanti anni ha tua sorella?»

«Siamo gemelle. Anche se io e Ivy siamo molto diverse.»

Si sfilò il guanto e lo gettò sui fornelli.

«E tua moglie come si chiama?»

«Sissy. Cioè Silvia.»

«Sissy mi piace. Sa di buono! E le altre?»

«Quali altre?»

«Quelle che vengono qui.»

Lui sbuffò. Si avvicinò a lei e le tolse la bottiglia di mano.

«Ci sta una, Vicky. Abita su questo pianerottolo.»

«Mi dispiace.»

«E di cosa?»

«Magari ci ha visti salire, e ora pensa a chissà cosa.»

Nico sorrise, alzò la bottiglia e diede sorso.

Già: “Chissà cosa!”. E cosa avrebbe dovuto pensare Vicky se li avesse visti?

Nico sapeva perché quella ragazza era venuta lì, e lo sapeva anche lei. Era solo questione di tempo, e a dire il vero Nico non ne aveva neppure più voglia.

Guardandola, gli parve ancora di vedere Sissy. La vedeva durante gli ultimi mesi in cui stavano insieme, girava esasperata per casa mentre puliva.

«Ma in te ci sta almeno un po’ di dannato amore?»; e poi Vicky, stretta fra le sue braccia sussurrargli contro al viso: «Ma tu mi vuoi bene almeno un po’, Nico?»

Non aveva mai risposto a Sissy, né aveva risposto a Vicky, e ora che quella ragazza stava in piedi davanti a lui, nemmeno a lei sapeva cosa dire.

Un boato irruppe dall’altra stanza, le mura della cucina tremarono.

La ragazza si voltò sorpresa verso la porta della cucina.

«Cos’è stato?» disse ridendo.

Gli occhi di Nico si spalancarono. La vide correre fuori dalla stanza senza il minimo imbarazzo.

La raggiunse in camera da letto. Lei era ferma in mezzo alla stanza. Al di là della mura battevano pugni e si udivano urla in ucraino, ma lei guardava attorno a sé assorta, sorrideva, carica di luce negli occhi.

I vestiti sparsi a terra fra decine di libri, le bottiglie vuote e i fogli appallottolati, il pavimento colmo di mozziconi di sigarette e cumuli di cenere, il letto sfatto, il portatile ancora acceso sulla scrivania e le mura che cadevano a pezzi.

Avanzò lenta e si mise a sedere sul letto. Tastò le lenzuola. Sembrava accarezzasse il corpo di un sovrano morto, qualcosa di sacro.

Rivolse lo sguardo a Nico, fermo sull’uscio della porta.

«Lei dormiva su questo letto?»

«Poco dopo che ci siamo lasciati ho cambiato casa.»

«Per non pensare ai momenti vissuti insieme a lei?»

Nico non le rispose. La guardò dritto negli occhi, ma lei continuava a sorridere. Non sembrava nemmeno essere viva, ma solo una statua abbandonati lì senza che Nicola ne capisse il motivo.

Nico raggiunse la finestra: desiderava che quella ragazza sparisse, che Sissy sparisse, che persino Vicky sparisse.

Gli sembrò di udire la voce di sua madre urlare contro suo padre: «Ma se mi odi tanto, perché non te ne vai?»

«Questa è la mia cazzo di casa e tu sei mia moglie, hai capito o no?»

La ragazza precipitò sul letto, fece un profondo sospirò, allargò le braccia, chiuse gli occhi e adagiò il capo sul cuscino.

«Puzza di fumo, non odora di donna» disse fra sé e sé.

Aprì gli occhi e si rannicchiò su di un lato, osservò la schiena di Nico fermo davanti la finestra.

«Lei, Vicky, non resta mai a dormire da te?»

«No.»

«E le sta bene così?»

Nico non disse nulla. Cosa andasse bene a Vicky, cosa fosse andato bene a Sissy, lui non lo sapeva. Forse non ci aveva mai pensato. Magari sì, alcune volte, quando faceva loro dei regali, quando diceva loro parole dolci, quando faceva di tutto perché non andassero via e per assopire quel qualcosa in lui a cui non sapeva dare nome, ma che c’era, come un cancro invisibile che ti uccide giorno dopo giorno.

Vicky due notti prima gli aveva chiesto ancora una volta: «Ma tu mi vuoi bene almeno un po’, Nico?»

Cosa aveva detto Sissy prima di andare via?

cropped-19749490_10155284908896278_1850170602_o.jpg

E in solo un mese ecco il mio secondo racconto su Il Roma.

Amoressia (così è il titolo originale) nasce come compito svolto durante il primo anno della scuola di scrttura creativa Lalineascrtta: il solo compito che strappò alla mia maestra Antonella Cilento un: “Questo va benissimo!”, e ora incorporato nel mio romanzo “Nuda”.

La meravigliosa prefazione di Antonella Cilento, mia maestra, realizzata per “Macerie”: antologia di racconti di cui sono uno degli ideatori nonché autore.

In quanti modi si può cadere distrutti e risorgere?

E c’è, poi, sempre un modo per risorgere?

Macerie, antologia nata con intento benefico e che, mentre viene scritta e pubblicata, risente ancora dello sciame sismico che in Italia centrale non accenna a smettere, è una rassegna di crolli, intimi, relazionali, familiari, sociali.

Al centro di questo crollo in cui frammenti della nostra vita si ricompongono e rifrangono è l’io, persona verbale e punto di vista obbligato di questi racconti (con qualche rara eccezione), cui i protagonisti non riescono mai a sfuggire, nemmeno quando s’immagina o si attende la propria morte. Un delirio che sotterra, un terremoto fisico e esistenziale: perdere la persona che si ama, perdere la vita, la famiglia, la dignità, i soldi sono solo alcuni dei casi che Macerie profila. Spesso, proprio il fallimento delle relazioni dà il colpo di grazia a identità sospese e fragili.

È curioso che all’alba di un nuovo millennio questi racconti si muovano in un distretto psicologico di stampo così classicamente dostoevskiano, lo stesso praticato alla metà del secolo scorso da Tommaso Landolfi: è come se i personaggi immaginati abitassero tutti  case circondate da una guerra sedata e nascosta (come accade appunto nel landolfiano Racconto d’autunno) o in case pian piano divorate da invisibili invasori, come immagina invece in Casa occupata Julio Cortázar. Ma se i fantasmi dell’Italia post bellica e quelli del golpe argentino avevano nomi riconoscibili e armati, qui il disastro è implicito ed economico, non trova slanci fantastici, è appiattito sull’odierno, sull’istantaneo che erodono le certezze individuali, azzannano il codice della gioventù.

Così agli autori non resta, per ora, che cercare parole che vengono da Poe e cedono all’espressionismo o che si mescolano con sociologismi, con la cronaca: famiglie indebolite dalla ludopatia di un genitore (accade nelle pagine di Evangelista, in cui un padre è così disperato da rompere persino il salvadanaio dei figli), di fame e di nuove povertà, di malattie.

È triste pensare che queste macerie che sono l’Italia di oggi (e l’Europa tutta) erano annunciate in Musil o in Hamsun (in Fame, capolavoro danese di fine Ottocento, uno pseudo scrittore impoverito finisce con il mangiarsi un dito) e che il panorama disegnato all’inizio del secolo breve dalla letteratura si allarga solo per includere profughi e disperati, che fuggono da paesi dove la guerra è almeno tangibile e non praticata a colpi di leggi, marketing e banche.

L’effetto è di assistere a una gigantesca messinscena della paura di vivere (gli attacchi di panico non mancano, anzi sono forse un sotterraneo fil rouge dell’antologia) che forse resterà come unica traccia del tempo che viviamo in cui intere popolazioni restano chiuse nel cerchio stretto delle loro case, delle loro famiglie, delle loro piccole infelicità mentre con gli strumenti più tecnologici fingono di connettersi al mondo, avendo smarrito la connessione con l’arte, con la bellezza, con il rischio dell’incontro, del confronto, della vita.

Sì, forse su queste macerie bisognerà, fra diverse generazioni ormai, fondare un nuovo mondo, più coraggioso: ai personaggi di Macerie manca, ad esempio (e non solo a loro) il coraggio di fare rivoluzioni, di rompere gli schemi, di uscire da paure e vigliaccherie. Sono sedati, sonnambuli, rassegnati anche quando sono furiosi: la forza è stata loro sottratta, spesso insieme al lavoro ed è rimasta loro la paradossale capacità di sognarsi come super eroi, proiettati verso un successo o un equilibrio irraggiungibile.

La sedazione sociale cui siamo sottoposti (ben più sofisticata e decisamente meno poetica di quella che hanno immaginato per noi Orwell o Bradbury, più simile a quella di Philip Dick) è in fondo l’oggetto, forse involontario quindi tanto più temibile, di questi racconti, di ciò che oggi si legge, di quel che diciamo, vediamo e non facciamo.

Una grande insicurezza attraversa queste pagine: la precarietà esistenziale – e non solo precariato lavorativo – appare irrisolvibile: al lettore la speranza di rispecchiarsi e trovare risorse per una rinascita non occasionale, per una totale rifondazione che segua la contemplazione delle macerie che siamo diventati.

 

Antonella Cilento

Tratto dal racconto “Metastasi”, presente nell’antologia Macerie, cui ricavati saranno donati alle vittime di Amatrice.

La stessa scena ripetuta ogni giorno. La mia illusione di avere qualche certezza. L’illusione che nulla mai potesse più toccarmi.
Non quella mano, almeno. Non quella mano che emanava un tremendo tanfo di sudore.
«Sei così dolce, piccola Lia».
Era il mio regalo di Natale. Quel regalo che non avrei mai più dimenticato. Quel regalo che non avrei mai potuto gettar via, ma che avrei tenuto per sempre nascosto, proprio come lui mi aveva sempre raccomandato di fare.
«Questo è il nostro piccolo gioco. Il nostro piccolo segreto» diceva, mentre terrorizzata, nel buio, non riuscivo a provare altro che angoscia, ansia e disgusto sentendo la sua mano sul mio viso. Quella sua mano che accarezzava il mio piccolo corpo, mentre sorridendomi continuava a dirmi «Non dirlo però alla mamma, o potrebbe ammalarsi e morire».
Sì, era quello il nostro patto segreto. Io lo sapevo. Lui lo sapeva.
Io non dovevo dire nulla. Dovevo gioire persino del suo regalo. Giocare con lui!
Già, era il nostro gioco, e quella che un tempo era la dimora di mille risate, la mia stanza piena di peluche e dalle pareti rosa, era di colpo diventata la cella dove tenere al sicuro quel segreto. Un mattatoio dove venivo fatta a pezzi. Notte dopo notte. Giorno dopo giorno. Attimo dopo attimo.
Cosa rimase di me, se non un corpo paralizzato, immobile su di un letto?

Tratto dal racconto “Macerie”, presente nell’antologia Macerie, cui ricavati saranno donati alle vittime di Amatrice.

Eravamo solamente noi. Noi, in una roccaforte indistruttibile. Nel cuore del nostro mondo che pulsava con forza, irrorando di sangue la passione che ci univa.
In un piccola e lercia casa coronavamo il nostro amore. Noi, due folli. Noi, tutto ciò che il mondo aveva sempre sognato, senza mai poter raggiungere pienamente.
Di notte, le sue carezze mi portavano via dal mondo che ci avvolgeva, lasciato chiuso al di fuori di una finestra mai aperta.
Lei avrebbe mai desiderato aprirla, quella finestra?
Succede sempre. Qualcuno la apre sempre quella finestra. È una regola! Qualcuno deve aprirla, e qualcun altro deve essere gettato di sotto.
Dio, mi sembra ancora di percepire la sua voce, ancor più il suo sguardo, simile a tante locuste che si muovono velocemente sotto la mia pelle. Divorandomi. Mangiandomi vivo. Non lasciando altro di me che un corpo sanguinolento.
«Io non so più cosa voglio» mi disse. Ecco un’altra verità! Quella verità che deve giungere sempre. Quella verità che ti travolge, come tonnellate di sabbia e pietre che si scagliano contro di te, mentre un palazzo
crolla davanti ai tuoi occhi; la tua casa, il tuo castello, le tue certezze, la tua vita.
Era la mia vita che stava crollando, e lei lo sapeva.
Dio, quella sera facemmo l’amore per l’ultima volta. Nel mio letto. Dopo aver bevuto vino bianco. Sorridendo. Senza che io capissi come quel suo sorriso non fosse altro che l’anticipo di un omicidio. L’alibi per un imminente delitto.
Stringendomi, mi stava strappando la pelle di dosso. Le sue unghie raggiungevano le mie terminazioni nervose, scuotendole, strappandole via, facendo scuotere il mio corpo come fossi un palazzo devastato da un terremoto.
Mi stava distruggendo. Mi stava annientando.
Era un addio, io l’avevo capito, ma cieco, mi disperavo per tirare fuori dalle macerie quella vita ancora giovane. Un amore appena sbocciato. Forse non altro che un’illusione.
Salvai qualcosa? Salvai almeno una parte di me?
No, mentre stavo su di lei. In lei. Per lei. Non sentivo altro che freddo. Il gelo di un repentino inverno che ci aveva travolti.
Quella finzione ci avrebbe scaldato?
Ci stavamo uccidendo a vicenda, ecco cosa. Non altro che un duplice omicidio. Non altro che un suicidio di coppia.
Sarebbe rimasto qualcosa di noi?