Tratto dal racconto “Il profumo di mia madre”

Durante la notte Daniele fu svegliato da violenti colpi di tosse. Sembravano cannonate che stravolgono una cittadina nel cuore del sonno.
Sofia balzò di colpo, tenendogli la testa e accarezzandogli il viso, urlandogli contro: «Amore, che hai?», mentre lui si rigirava nel letto, senza più respirare, violaceo in viso, sentendo soltanto cemento denso occludergli la gola, e i colpi di tosse che invano cercavano di spaccare quel muro posto fra lui e la vita.
Fu uno sputo tremendo, violento, inumano a riportarlo alla vita.
Fra le braccia di Sofia, Daniele respirava a grandi boccate l’aria, come fosse risalito da una profonda apnea. Il buio attorno a lui sembrava denso e girava contro al suo viso sudato, infilandosi nella sua bocca aperta che ancora ansava in cerca della vita che gli stava sfuggendo dal petto, mentre sul lenzuolo, proprio davanti ai suoi piedi, giaceva silenziosa ed enorme una macchia di muco colmo di sangue.
Sofia la fissò con terrore. Avrebbe voluto urlare. Avrebbe voluto dire qualcosa. Ma le parole le erano rimaste incollate sul palato, come se le avessero mozzato la lingua e ormai fosse in grado soltanto di esprimersi con sguardi o smorfie.
Soltanto buio, terrore e respiri pesanti si muovevano fra i loro corpi avviluppati come due animali che tremano sentendo un nemico avvicinarsi alla propria tana.
Ma Sofia aveva capito che quell’animale era stretto fra le sue braccia, e che sarebbe stato lui a recidergli con un morso la gola.
Lui le disse che andava tutto bene. Sì: «Dannata bronchite!»
Lei lo vide svanire nel buio, come fosse uno spettro, restando immobile sul letto senza poterlo raggiungere: cerea, come se lei stesse morendo al posto suo.
Sentì i passi di Daniele perdersi nel buio, e il suo respiro rantolare come unghie che grattavano le mura del corridoio.
Le parve di poter contare persino i passi di lui. Lo vedeva persino barcollare nel corridoio, come se stesse cercando un posto dove rintanarsi per morire, e infine, quando udì la porta del bagno chiudersi, gli parve di sentirlo crollare a terra, pesantissimo, come un corpo ormai troppo sfinito per poter andare avanti, e dunque desideroso soltanto di fermarsi, così da non provare più niente.
E Daniele si sentiva proprio così, avanzando a fatica nel bagno, riuscendo a malapena a respirare mentre bava, muchi e rivoli di sangue gli colavano sul volto.
Restò immobile contro al lavello, fissandosi allo specchio, e ora vedendo un volto che non sembrava il suo: un volto pallido, affaticato, sofferente e impaurito.
Al posto degli occhi vedeva soltanto due grotte buie, e il suo volto era un insieme di carne mutilata da cui grondava sangue misto a pus.
Rivide il volto di suo padre quando una volta, rantolando nel buio di un corridoio che pareva infinito, trascinandosi contro le mura come una bestia colpita a un fianco, ansimava tendendo la mano contro al vuoto, forse non vedendo nulla, ma cercando soltanto di raggiungere uno spiraglio di luce nel mezzo dell’oscurità che lo stava divorando vivo.
Ora Daniele non vedeva nulla davanti ai propri occhi se non il volto di suo padre, e lo fissava con aria dura come quand’era bambino, terrorizzandolo, impedendogli ogni movimento.
Ansimando ancora, allungò appena la mano tremula verso il vetro, sfiorandolo, e sentendo le unghie grattare contro di esso.
La lasciò cadere di colpo nel vuoto, contro a un lavello che odorava di cosmetici da donna, e di tutti i suoi profumi che ormai non gli sembravano avere più un senso.
Li guardò a uno a uno. Osservò le sue lamette pulite, il dopobarba di marca, e persino le pinzette con cui si sistemava le sopracciglia.
Poi rivide il proprio volto allo specchio, e una morsa atroce gli strappò via il cuore dal petto.
Suo padre lo fissava con occhi neri, privi di pupille, profondi quanto due pozzi senza fine.
Il terrore di Daniele era diventato una ferita profonda incapace di rimarginarsi, perennemente dolorante e che gronda sangue.
Nemmeno la morte era pari a quel dolore. Lo stava tagliando a pezzi vivo. Sentiva le proprie carni aprirsi e mani strappargli via dalla pancia gli organi mentre lui, immobile e ansimando, vedeva il volto gelido e violaceo di suo padre fissarlo.
Le lacrime iniziarono a cadergli silenziose dagli occhi, bagnandogli il viso mentre attorno a lui sentiva soltanto pesanti vangate, e fredda terra precipitare in una fossa, sopra la tomba di suo padre.
Ne sentiva ancora la puzza sin dentro al naso, e come allora da quella fossa udiva la voce di suo padre urlargli contro: «Perché mi hai ucciso?»
Sentì un’ultima vangata colpire la terra, poi le pale battere su di essa, e pesanti lastre di marmo precipitare nel vuoto.
Sì lavò in fretta la faccia, ansimando ancora e tossendo, pulendo il sangue dal proprio viso e cercando di lavare via il sangue che gli inquinava il cuore.
Quando uscì dal bagno Sofia l’attendeva in piedi nella camera da letto.
La lampada accesa sul comodino sembrava avvolgere soltanto lei, come se quella casa, i vestiti costosi di Daniele e ogni altra cosa non avessero più importanza.
Sofia sembrava una bambola, proprio come quella che Daniele le aveva regalato, e posta ancora su di un mobile pieno di trucchi, foto di loro due sorridenti, e alcune statuette di porcellana che Sofia amava particolarmente.
In quel momento lei era pallida più di quelle statuette. Fissava soltanto Daniele, e Daniele fissava soltanto lei: nel buio non esisteva altro che il bianco dei loro occhi incrociati in un comune terrore.
Le labbra di Sofia si mossero più volte, tremule, come se stessero dicendo qualcosa, ma senza emettere un suono.
Daniele le si avvicinò. Cercò di trattenere la tosse, sentendola rantolare nel petto e nella gola, e appena le fu vicino lei lo strinse forte, affondando le proprie dita contro la sua schiena e sfiorandogli la guancia con le labbra, sussurrandogli, quasi stesse per piangere: «Ma che hai? Sei sicuro che va tutto bene?»
A Daniele sembrava che Sofia fosse ora una bambina: quella bambina che non le aveva mai dato e che mai le avrebbe dato.
La strinse forte a sé. Le diede prima un bacio, e poi un altro.
Nel buio non si sentì altro che il rumore delle loro labbra umide toccarsi, e poi un respiro spaccare l’immensa densità del buio che li avvolgeva, proprio come un lampo squarcia il cielo notturno.
«Domani inizierò la cura» le rispose Daniele, trattenendo a fatica la tosse, mentre il suo petto pulsava veloce contro ai seni di Sofia.
Lei non ebbe il coraggio di dire una sola parola, proprio come tante altre volte, durante i silenzi di Daniele in cui lui stesso non sapeva a cosa stesse pensando. E ultimamente quei silenzi erano aumentati vorticosamente. Daniele non sembrava più nemmeno un marito, ma un padre; persino quando facevano l’amore a lei sembrava di essere stretta per compassione, non per altro.
A volte pensava che amasse un’altra. A volte pensava che non amasse lei e basta. A volte pensava di essere soltanto una stupida, perché a conti fatti Daniele le dava tutto, la trattava con una tenerezza tale da farla sembrare una principessa, e da quando erano sposati non avevano litigato mai nemmeno una volta.
Eppure mancava qualcosa. Lei non sapeva cosa, ma qualcosa mancava, come in una notte profonda in cui ti rigiri a letto, pensando a mille cose, ma incapace di afferrare quel pensiero che ti toglie il sonno.
Nemmeno in quel buio che li avvolgeva, o nei suoi occhi, o nelle labbra contro le sue, Sofia riuscì a dare nome a quel pensiero. Aveva soltanto paura, e l’abbraccio di Daniele non riusciva a frenare il tremore che scuoteva la sua anima.
Persino una volta a letto, in un buio che sembrava crema densa, lei rimase con gli occhi aperti: due palle bianche perse in un nero soffocante, mentre immobile sentiva il respiro pesante di Daniele, e i colpi di tosse che spaccavano il silenzio della notte, e dei colpi ancor più violenti spezzarle il cuore.
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Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Avanzo a passo svelto lasciandomi alle spalle la stazione centrale, proseguendo davanti a cumuli di bancarelle e teloni che emergono da alcuni vicoli, come mani pronte ad afferrare ogni passante.

Nel mezzo di logori tendoni di plastica erosa dalla pioggia si muovono volti, voci, sguardi, odori, puzze, passi. Decine di persone si accalcano come una mandria di lente e pesanti mucche. Ci sfioriamo tutti. Sento la voce della casalinga che parla in dialetto, lamentandosi di chissà chi con un’altra donna. Alla mia destra l’onesto lavoratore urla al proprio telefono cellulare. Un ragazzino di appena dodici anni fischia verso una ragazzina appena passata mano nella mano del proprio ragazzo, e due persone stanno ferme davanti alla vetrina di un negozio, fissando un cellulare da ottocento euro.

Un riciclo di persone entra ed esce da minuscoli bar. Un uomo grasso, dalla faccia molle, mangia una pizzetta a bocca aperta, poggiato contro al muro di un palazzo e facendosi colare il sugo sul mento, mentre un vecchio simile a uno scheletro impreca in dialetto contro un nigeriano che gli passa davanti tagliandogli la strada con un carello pieno di borse taroccate.

Mi trovo in un tornado di volti, di aliti, di sguardi. Vedo occhi ovunque, e mi sento come gli occhiali falsi o le statuette di legno poggiate su bancarelle poste sotto a un cielo di teloni sotto ai quali si muove un fiume di carne, e occhi bianchissimi incastonati in pelle nera ci fissano, invidiandoci, e forse desiderando di ucciderci.

Hanno il volto stanco e arrabbiato di chi non ha niente ed è costretto ogni giorno a vedere sotto ai propri occhi il benessere di altri. Le loro mani sono rugose e colme di ferite, i loro talloni sono callosi e crepati, e le ossa sembrano spaccargli la pelle.

Nessuno manderà per loro un sms solidale. Nessuno li salverà mai. Nessuna ragazza desiderosa di salvare la Siria o la Palestina scoperà mai con loro. Sono da soli. Stanno morendo. Non esistono nemmeno.

Loro sono quel bambino biondo che si pisciò nei calzoni al primo anno d’asilo.

E io li vedo?

Non posso che andare ancora avanti. Ho i conati di vomito e la testa gira, e camminando a testa bassa incrocio un uomo basso e grasso, due vecchi e una donna pacchiana immobili davanti a un banco di legno.

L’uomo grasso ha il volto abbronzato dal sole e continua a sorridere, muovendo velocemente sul banco tre piccole carte da gioco, mentre a due passi da loro tre piccoli ragazzi Rom camminano velocemente, con occhi luminosi e furbi, cercando come sfogare il dolore di una vita che li ha reclusi.

Io avanzo il passo. La gente attorno a me non svanirà mai, e lo so. Il vento scorre fra i palazzi, tra i tubi di ferro che sovrastano la stazione della metropolitana e contro la statua di un eroe che osserva l’intera piazza, spazzando via rifiuti e verdure che marciscono agli angoli della strada.

Guardo il posto dove la notte prima ho visto Angela. Lei non ci sta. Lei è altrove, e io non so dove.

Vedo solamente corpi calpestare il cemento dove lei mille volte ha ricevuto una sentenza di morte, e so che in fondo è inutile anche pensarla.

Lei non esiste. Io non esisto.

Alcuni entrano in un ristorante, altri in un negozio di scommesse sportive, e altri ancora in un negozio di telefonia.

Cerco di non guardare nessuno di loro. Raggiungo la statua posta a una delle estremità della piazza.

Quell’eroe fissa una città che ha abbandonato ormai da secoli, mentre attorno a lui alcuni uomini di colore stanno immobili bevendo birre in latta, e altri cercano di vendere merce raccolta dai rifiuti e poggiata su bancarelle di cartone.

Chino lo sguardo. È un attimo. Solamente un attimo! Un impercettibile battito del cuore nel mezzo di un turbinio di voci confuse.

Davanti agli occhi, come se ogni immagine giungesse a me da una pesante coltre di fumo, vedo solamente pelle rugosa, due piccoli e stanchi occhi apparire a malapena da rughe simili a fiordi, e magre ginocchia poggiate sul freddo cemento.

Il suo corpo è coperto di stracci. Ha scarpe di vernice attorno ai piedi gonfi, i collant che porta alle gambe non riescono a coprirle del tutto scheletrici e rugosi polpacci colmi di vene varicose, e il misero giubbotto di tela che indossa e talmente zeppo di tagli che mi sembra di udire il violento fischio del vento muoversi in essi.

I suoi capelli bianchi sembrano volare al vento da sotto al cappuccio del suo giubbotto, e la sua mano magra e venosa è come congelata nell’aria, tesa verso la gente che l’attraversa senza vederla, trapassandola come fosse fatta d’aria.

Lei sta lì ferma in ginocchio con la testa china, ma nessuno la vede. Neanche io la vedo, oltrepassando lei e quel cartello con su scritto “Ho fame”.

Faccio ancora un passo. Il mio piede, pesante e atrofizzato come le rigida membra di un vecchio prossimo alla morte, si poggia appena sull’asfalto, fermandosi assieme a ogni parte di me, mentre decine di corpi continuano a scorrere attorno a me e a lei, simili a una violenta folata di sabbia. Abbandonandoci. Senza vederci. Sfumando chissà dove, e susseguendosi all’infinito.

Sento il vento trapassarmi, insinuandosi sotto le frange del mio cappotto e fin dentro la mia pelle, come se la mia pelle si stesse agitando per staccarsi dalle ossa.

Ho freddo. Improvvisamente provo un freddo innaturale, come quello che si percepisce un attimo prima della morte.

Mio padre provò la stessa sensazione prima di morire?

Mi volto lentamente. Lei sta ancora lì. E immobile come una statua di calcare, e davanti a lei non vede che corpi veloci: vestiti che si mischiano in un solo incomprensibile colore, e voci che si intrecciano al punto da diventare un confuso e agghiacciante ronzio.

Lei è sola. È sola al mondo. Sta morendo, e nessuno fa niente.

E io posso fare qualcosa?

I miei occhi sono sprofondati in una fossa buia, e sul mio corpo pietrificato, mentre fisso lo sguardo triste e rassegnato di quella vecchia donna, un’improvvisa e lancinante tristezza si diffonde sul mio corpo avvolgendolo come una ragnatela di pulsanti capillari.

È lo sguardo di mia madre che mi fissa? La sto condannando a fare la fine di quella donna?

Vorrei piangere, ma non ci riesco. Vorrei urlare, ma non ci riesco.

Dalla mia fronte gronda gelido sudore, e il petto sembra spaccato dai battiti del mio cuore, mentre vedendo quella donna osservo il volto insanguinato di mia madre, immobile su di una sedia a fissare un televisore.

Lascio appena cadere una moneta a terra. Lei sorride. Io non dico niente e scappo via. Fuggo via da lei, da mia madre, e dalla mia colpa.

Un euro. Solamente un euro.  È questo il prezzo della vita di mia madre?

Ecco, sono ancora fermo davanti a una porta di plastica. Ho paura e sto bagnando il mio grembiulino.

Mia madre stavolta mi abbraccerà? Qualcuno abbraccerà mai quella donna? Io abbraccerò mai mia madre?

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“Camera 26”, racconto che ha strappato alcuni “Bello!” alla editor Giulia Ichino.

Quante volte aveva salito quelle scale?
Secondo piano, interno 26: conosceva a memoria quella stanza, al punto da averne la nausea.
Persino le urla provenienti da dietro le porte, il brusio dei televisori e delle radio che sembravano giungere dalle mura attorno a lui, e la puzza di sudore e cibo indiano di cui era impregnato l’ambiente sembravano sempre gli stessi.
Fra quelle mura tutto si ripeteva all’infinito, statico e pesante, quanto le ore infinite in cui da bambino attendeva sua madre.
Arrivato davanti la solita porta pensò solamente alle parole dette poco prima dal vecchio: «La sua fidanzata!»
Rimase immobile per qualche secondo, quasi mimando quelle parole, e quando trovò il coraggio di bussare alla porta, i passi di lei gli parvero venire da lontano, immersi in una grotta talmente profonda da non venderne la fine.
Lei aprì la porta e una folata lo attraversò, paralizzandolo. Gli occhi di lei erano cadaverici, e la sua pelle cerea, appena coperta da una vestaglia di seta nera, era illuminata soltanto dalle luci della città provenienti dalle cortine calate di una finestra alle sue spalle.
Lo sguardo stanco di Ida sfiorò appena gli occhi avviliti di Tony.
Lo guardò appena un attimo, e poi si voltò di colpo, senza neanche rivolgergli la parola.
Tony rimase immobile, fissando i lunghi capelli di Ida volargli davanti al viso.
Gli sembrò di vedere un drappo funebre volteggiare nel vento, mentre la pelle candida di Ida sfumava nel buio, e così il suo profumo.
Tony, seguendola con occhi da sonnambulo, riuscì appena a fare un passo fra mura azzurre illuminate solamente da lame di luce provenienti dalla finestra. Dalla strada le luci dei lampioni accarezzavano le pareti e il letto dove tante volte loro si erano amati, aumentando il silenzio che sembrava essere piombato su entrambi e su tutta la stanza.
La stanza era di colpo invecchiata, proprio come loro, e ora Tony non sentiva più il profumo della pelle di Ida, ma soltanto puzza di muffa.
Gettò a terra il capotto e mosse la mano per accendere la luce, ma la voce di Ida lo paralizzò, dolorosa nella densa penombra che li avvolgeva.
«Aspetta!» sussurrò, fissando il buio al di là della finestra come se non avesse occhi per farlo, né orecchie per udire il fragore della pioggia che batteva contro i vetri.
Sotto di lei, al di là degli alti palazzi su cui da alcune finestre si intravedevano sagome avvolte da luci gialle, per strada i passanti continuavano a camminare veloci, coperti da un tetto di ombrelli su cui batteva implacabile la pioggia, mentre i fari delle auto si mischiavano alle luci provenienti dai pochi alimentari pakistani e internet point ancora aperti, fino a perdersi in un turbinio di passi, fumo e acqua sporca.
Ida sospirò nuovamente. Un alone annebbiò il vetro della finestra e il mondo al di là di esso, fino a dissolversi nel nulla, forse proprio come lei, mentre teneva la mano contro al vetro, come se potesse sentire il gelo della pioggia, o del proprio cuore.
«A volte non so neanche se io sono viva o meno» disse.
Tony le si avvicinò e le strinse le spalle, così delicato quasi lei fosse di porcellana, ma Ida non diede alcun cenno di vita: di lei non restava neanche un centimetro di pelle da accarezzare.
La mano di Ida, muovendosi lentamente, sfiorò quella di Tony. Lui le diede un tenero bacio sulla spalla, ma lei si scostò subito.
Si mise a sedere sul letto, tenendo la testa bassa, fissando chissà quale baratro sotto di lei.
Tony restò fermo davanti la finestra. Fasci intermittenti di luce smorta gli passavano sul volto, mentre fissava lei in attesa di una qualsiasi parola.
Ida alzò lo sguardo, guardandolo così intensamente come se gli stesse rubando l’anima dalla pancia.
«Tu non ti senti mai così?» gli chiese con un filo di voce.
«Ma così come?»
Lei abbassò di nuovo gli occhi, sprofondando nell’ombra.
«Come se la tua vita non fosse reale.»
Tony si avvicinò a lei. Le iridi di Ida non erano lucenti come durante i giorni dei loro primi baci, ma erano tristi, impregnate di una stanchezza talmente profonda da non sembrare spenti, quanto morti.
Lei gli strinse le mani come se avesse pietà di lui e accennò un sorriso.
«Tony! Oh, Tony» sussurrò, chinando il capo verso di lui e poggiandolo sulla sua spalla «ma noi cosa siamo?»
Tony restò zitto a guardarla. Il suo volto esangue era la sola risposta a quella domanda.
Lui l’accarezzò. Fuori da quella stanza il mondo scorreva normalmente, mentre loro stavamo lì immobili, come due uomini pronti a lasciarsi morire in una grotta di ghiaccio.
«Vorrei tanto che tutto questo fosse diverso» riprese lei, mentre Tony continuava ad accarezzarla respirando il profumo di vaniglia dei suoi capelli che gli scivolavano fra le dita.
«Potrebbe esserlo.»
Lei lo guardò, non vedendo altro che buio.
Gli occhi di Ida erano terrificanti come una pistola pronta a fare fuoco.
«Tu riesci a vivere così?» riprese.
«Ma così come?»
«Non ti senti mai sporco? Non pensi mai che tutto questo sia sbagliato?»
«Io so solamente che vorrei stare con te per sempre.»
Un amaro sorriso rigò il volto Ida, mentre un clacson echeggiò da fuori la finestra.
«Forse sarebbe meglio se non ci vedessimo più» disse.
Improvvisamente il volto di Tony venne travolto da un’ombra talmente scura da deformarlo, tramutandolo in una dolorosa smorfia.
Le sue mascelle si serrarono. Le mani iniziarono a tremargli. Gelidi rivoli di sudore gli colavano sulla fronte, e mentre con occhi vitrei fissava Ida, ora lontana in una impalpabile nebbia, attorno a sé non udiva altro che il proprio cuore battere forte al punto da far pulsare le mura attorno a lui.
«Smettere? Smettere di vederci?» ansimò, incapace di articolare le parole.

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Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Ricordo come fosse ieri il giorno in cui portai per la prima volta mio padre in ospedale e gli diagnosticarono un cancro. Ricordo le urla, lo spavento, il dolore, la confusione.
Stavo nella mia stanza. Mio fratello non era ancora partito per Bologna. E Anna era ancora mia sorella, e non mi odiava ancora.
Era notte fonda. Io stavo in camera mia, ma allora non scrivevo ancora. Avevo appena finito di parlare con una ragazza fidanzata, con cui all’epoca stavo, quando sentii improvvisamente nel corridoio un grandissimo tonfo, simile a quello che potrebbe causare un masso che si stacca dal soffitto sfracellandosi al suolo.
Corsi di colpo fuori dalla stanza, e in un attimo vidi il corridoio illuminato, persino più immenso di quando ero piccolo, e mio padre steso per terra privo di sensi, simile a una grande e silenziosa macchia.
Mia madre corse verso di lui e si chinò al suo fianco, urlando e cercando di rinvenirlo.
Ricordo che rimasi immobile, straziato da un assordante senso di confusione, simile al sibilo che si percepisce prima di un infarto.
“Dunque mio padre poteva morire?”, questo pensai prima di udire mia madre urlare verso di me: «Corri a prendere la macchina. Muoviti!»
Poi non altro. Solamente le lacrime di mia sorella. Io che parcheggiai fuori dal palazzo quell’auto che normalmente rubavo di notte per andare in giro a fare danni, e poi la corsa verso l’ospedale.
Dopo meno di un’ora mio padre tornò a essere quello di sempre, seppur seduto su di una barella, ma deridendo gli ammalati che si lamentavano e gemevano dietro tende bianco sporco.
Sorrise persino quando il dottore gli disse che ci stava qualcosa che non andava ai polmoni, come se non accettasse di poter morire: come se non credesse che fosse possibile, e forse noi con lui.
Ricordo solamente il volto pallido di mia madre, mia sorella seduta in una corsia su di una sedia a rotelle, mio fratello che girava per i corridoi, e io che afferrai solamente una parola, una sola: “Cancro!”.
Non ne avevo mai avuto a che fare prima di allora. L’avevo sentita solamente nei film, o letta nei libri. Ma nei film e nei libri non ti narrano di quanto un cancro possa essere orrendo. Ti divora dal di dentro! È il tuo corpo che ti sta divorando, e tu non puoi farci niente. Sono le tue carni che ti divorano come un animale affamato. Una fame carnale, insaziabile, selvaggia che ti porti nel grembo, senza poterla vomitare.
In pochi mesi la malattia consumò mio padre come se lui fosse una candela accesa. Dapprima sembrava tutto normale, come se a conti fatti non fosse altro che un raffreddore da curare. Poi le prime chemio e le radio. Il suo corpo sempre più debole. I suoi capelli bianchi ormai svaniti per sempre, e così ogni pelo sul suo corpo.
In poco tempo dovette persino lasciare il lavoro. Non riuscì più a muoversi, finché di lui non rimase che uno scheletro riposto in un letto: solamente un corpo fragile, in putrefazione, che vagava in un corridoio come fosse un fantasma, appoggiandosi alle mura e ansimando mentre delirava parole senza senso.
Una volta, di notte fonda, si trascinò nel corridoio poggiandosi contro le mura e respirando a fatica. Il suo volto ormai era un teschio in cui insenature si muovevano ombre strazianti, e tanto era magro i pantaloni gli scivolarono di dosso.
Li trascinò attorno ai suoi piedi, fissandomi con occhi incavati in pelle rugosa e sudata, sussurrando appena tra forti rantoli: «Hai caricato le cornici sul portabagagli?»
Io annui, trattenendo le lacrime mentre mia madre stringeva mia sorella, e mio fratello ormai viveva altrove, lontano dalla nostra morte.
Lo raggiunsi e gli tirai su i calzoni. Lo strinsi a me, sostenendolo, e lui mi fissò con occhi pallidi come quelli di un cieco.
«Dove, dove stiamo andando?» rantolò, forse neanche riconoscendomi, continuando ad ansimare e a fissarmi con quei suoi occhi chiari come un ruscello, ora limpidi come quelli di un bambino.
Lo strinsi a me. Le lacrime iniziarono a fluire dal mio viso, mentre sentendo la sua pelle ruvida, sudata e gelida contro la mia mano ebbi appena la forza di dirgli: «A casa! Ora ti porto casa.»
Quella notte rimasi a vegliare accanto al suo letto mentre lui delirava, e più volte disse di aver paura. Più volte gli strinsi la mano, tremando nel farlo. Tremando nello stringere la mano a quello sconosciuto che in quel momento stavo riscoprendo come mio padre. Quell’uomo che avevo tanto ammirato per la sua forza. Quell’uomo che avevo odiato per la sua forza: ora, solamente un uomo fragile, proprio come me.
Quella notte piansi a dirotto, accanto al suo letto. Nessuno mi vide, nemmeno lui, e due giorni dopo morì, senza che io gli avessi mai detto di volergli bene, come lui non lo disse mai a me.
Dopo quella notte segreta non piansi più, se non di nascosto, chiuso in una stanza. E non piansi neanche quando vidi mio padre sparire sotto tre metri di terra. Come non piansi per mio nonno, capendo nel sentire la terra battere sulla bara in cui era avvolto che non avrei mai più mangiato con lui pane e melone. Che non mi avrebbe mai più fatto ridere, che non avrei mai più sentito la sua voce.
Quei due uomini si erano odiati in vita, contendendosi il mio amore.
Ormai sotto tre metri di terra, è stato almeno loro concesso di capirsi e amarsi? E io potrò amarli entrambi?
Non riesco a pensare a loro, non riesco a pensare a niente, non riesco nemmeno a piangere, ormai fermo in questo spiazzale di terra accanto a mia madre e mia sorella, accerchiato da tanti volti che mi sembra di non riconoscere, udendo solamente la terra pesante cadere nella fossa in cui stanno seppellendo non mia zia Francesca, ma la mia unica speranza di poterle dire di amarla.
Sento solamente terra bagnata, fredda, pesante e disgustosa seppellire una parte di me e una parte profonda di mia madre, stretta fra le mie braccia a piangere a dirotto. Soffocata dalle lacrime che ingoia, ormai ridotta a una maschera di dolore fatta di rughe arrossate che mai potrò lenire con un dolce bacio.
Ecco, come mio padre e mio nonno prima di lei mia zia è svanita sotto metri di viscida terra. Come per la morte di mio padre e mio nonno io sono solo, stringendo mia madre, mentre lei fissa quella fossa chiedendosi quale sarà il prossimo amore che dovrà seppellire.
So che pensa a me, ma non dico niente. Trattengo la tosse, quasi soffocando, e stringendola ancora al mio corpo, come se nel farlo le stessi giurando che non andrò mai via.
Ma sto mentendo, e lo so.
Vedendo la fossa davanti a me sento un brivido percorrere la mia schiena. Una sensazione glaciale, orrenda e dolorosa come non la percepii neanche quando morì mio padre.
Udendo la terra battere violentemente nella fossa, sento la voce di mio padre in lacrime, ora simile alla mia. E quando i becchini coprono la terra con delle lastre di marmo, è il mio corpo che vedo sepolto lì sotto, identico a quello di mio padre.
Accarezzo i capelli di mia madre. Sono bagnati di sudore, come se avesse combattuto una faticosa battaglia.
Osservo il suo volto pallido e le sue lacrime scorrere sul suo viso, mentre mia sorella, ormai invecchiata di altri cento anni, guarda la foto di mia zia sul marmo chiedendosi quale altro volto vedrà posto su della fredda terra.
Sta pensando la stessa cosa di mia madre?
I suoi occhi azzurri, simili a quelli di mio padre, incrociano appena i miei narrandomi lo stesso dolore di quella madre che non riesco ad amare, urlandomi contro: «Ti prego, non farlo anche tu.»

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Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

La stanza di mia sorella è chiusa. Prima che il sangue colasse sulla mia coscienza lei neanche dormiva in quella stanza. Aveva due anni, dormiva con mia madre e mio padre.
Ricordo un sorriso. Una promessa. Occhi pieni di sangue, e poi altro sangue. E ancora sangue, come quello sparso ai miei piedi.
In questa casa non sappiamo che versare sangue?
Sento delle lacrime nel mezzo di un buio vortice. Mi distolgono da un sonno profondo, e vedo mia madre poggiata contro al muro, piangendo e grattando contro al cemento come se cercasse una via di fuga.
«Perché? Perché devo vivere tutto questo? Perché non posso morire?» la sento sussurrare. Un lamento che spacca in due il mio cuore, ma che ancora una volta non mi dà la forza di stringerla.
No, le mie gambe restano paralizzate, come cortecce conficcate nella terra, inermi al cospetto di un mondo che scorre attorno a esse come un bestiale vento.
La guardo ancora, e mi sembra di rivederla più giovane.
Quanti anni sono passati? Dieci? Quindici?
Mio fratello era ubriaco come sempre. Stava seduto davanti al tavolo della cucina, e mia madre accanto a lui.
Era Giovedì. Lo ricordo perché a casa mia in quel giorno si preparava sempre il polpettone, e il suo odore proveniva dal forno, invitante e atroce in quel demoniaco momento.
Io stavo contro la porta del balcone. La luce del sole attraversava la mia schiena e i rumori della città trapanavano le mie orecchie.
Già, non esiste momento migliore della quotidiana normalità per scatenare l’inferno.
Osservai il volto di mia madre stravolto dal dolore, e l’impalpabile gelo sul viso di mio fratello, mentre lei gli strillò contro: «Insomma, quando ti deciderai a crescere? Anche ieri sei tornato ubriaco. Ma ti sembra normale?»
«Sta zitta. Zitta!» tuonò lui, senza neanche guardarla, mentre i miei occhi lo scrutavano nel desiderio di soffocarlo, e mia madre continuava a gridare contro di lui, mostrandogli tutto il dolore che le stava vomitando nel cuore.
Avrei tanto voluto che lei lo uccidesse in quel momento. Ma lei invece lo amava. Lo amava, ci amava, nonostante la stessimo uccidendo.
E mio fratello non esitò a ucciderla ancora una volta, come avrei voluto fare io con lui.
Si alzò di scatto dalla sedia, urlando: «Vuoi smettere di respirare, cazzo!», gettando in un attimo la sedia contro al muro.
Pezzi di legno volarono innanzi al volto di mia madre congelato dal terrore, mentre Nicola, feroce e veloce, scaraventò per terra un cassetto della cucina con una tale violenza come fosse una bestia vorace che attacca la propria preda.
Un frastuono metallico rimbombo nella stanza, fra le urla e le lacrime di mia madre che riuscì solamente a vedere Nicola, furioso come mai prima, afferrare dal suolo un coltello.
Prima che potessi intervenire, usando il suo star minacciando mia madre come movente per togliergli di mano quella lama e conficcargliela in gola, lo vidi portarsela contro al polso urlando verso mia madre: «Tanto a te importa solamente del tuo coccolino, vero?»
Guardai la scena senza comprendere perché dovessi essere proprio io il movente per il suo dolore, per poi fissare la lama del coltello.
Era pulito quel coltello, l’avevo lavato io, e se mio padre mi avesse visto farlo mi avrebbe chiamato frocio, come forse avrebbe fatto mio fratello.
Era dunque con un coltello da frocio che mio fratello aveva deciso di togliersi la vita? Era dunque con un coltello da frocio che avrei tanto voluto togliere la vita a mio fratello?
No, era solamente scena, ma mia madre non poteva capirlo, mentre io quando vidi la lama tagliare le carni di mio fratello come fossero burro, vedendo grumi di sangue sgorgare da piccole fessure molli che iniziarono ad aprirsi, provai un forte senso di gioia: come se qualcuno avesse fatto ciò che io avrei dovuto fare da sempre.
Percepii una tremenda frenesia quando il sangue cominciò a zampillare a fiotti da quel braccio, e provai un senso di sadico potere quando lui, quel colosso ormai ridotto a un niente, cadde a terra, mantenendosi il braccio, piangendo e urlando, pallido in viso e terrorizzato al pensiero della morte.
Vidi il sangue colare sul pavimento, insinuandosi come rigagnoli lungo le insenature delle mattonelle.
“Che stronzo” pensai “Stavolta non ha fatto bene i conti.”. E intanto il sangue continuava a fluire copioso. Lui era sempre più cereo e tremava, mentre mia madre stringendolo forte urlava il suo nome, in lacrime, per poi alzare lo sguardo verso di me strillando: «Presto, prendi lo strofinaccio! Vuoi muoverti?»
Avrei tanto voluto non farlo. Sì, ricordo che in quel momento mi vidi al di fuori del mio corpo. È uno dei pochi momenti che ricordo, forse perché in quel momento desiderai con tutto me stesso di uccidere mio fratello, provando l’impotenza di non poterlo fare.
Ma non morì, no.
Avrei tanto voluto che quel sangue si riversasse ovunque: sulle mattonelle, sulle mura, sul soffitto, sui mobili, sul letto.
Invece fui costretto a soccorrerlo.
Gli strinsi il braccio con uno straccio, mentre mia madre chiamò l’autoambulanza.
Sentii contro le mie mani la sua carne. La sua pelle. Il suo sangue.
Lui mi guardò negli occhi dicendomi di avere paura. Neanche capiva. No, forse per lui, proprio come per me, non restavano che sbiaditi ricordi in alcune foto attaccate al muro di un corridoio. Ma allora io, stringendolo, pensavo soltanto: “Vuoi smettere di respirare? Cazzo!”, mentre mia madre piangeva per lui, vedendo il suo sangue, e senza vedere il mio di sangue.
E ora lo vede?
Io la vedo solamente tremare. Ha paura. Sì, ha paura che stavolta tutto sia diverso. Che non sia come per quel suo bambino dai capelli scuri. Ha paura che il suo bambino dai capelli biondi abbia deciso di morire, e di farlo davanti ai suoi occhi.
Per un attimo, mentre in lacrime mi sussurra: «Tony, tu eri così bravo. Sei sempre stato il più bravo. Perché ora è tutto così orrendo?», vorrei tanto abbracciarla. Ma non riesco a muovermi, come se il mio corpo, quello che lei conosce, fosse rinchiuso nelle foto ai miei piedi.
Esiste peggiore inferno di vedere la propria madre morire senza poter far niente?

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