Tratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Le luci di Natale negli appartamenti di fronte al mio mi ricordano che presto dovrei fare gli auguri a mia madre, e so che non lo farò. So che non uscirò da questa stanza.
I palazzi decrepiti di fronti alla mia finestra brillano di luci colorate e intermittenti, come se negli squallidi depositi al pian terreno ormai adibiti a monolocali per vecchie sole o puttane, o nelle case decrepite abitate da pezzenti e disperati ci possa essere qualcosa da festeggiare. Eppure quello scintillio nevrotico di luci continua ad avvolgere interi vicoli. Sono talmente tante che sovrastano le luci dei lampioni, e da alcune finestre, nel mezzo di stanze spoglie e che cadono a pezzi, si vedono persino alberi colmi di addobbi natalizi.
Dalle piccole insenature della tapparella vedo un mondo di cui non faccio più parte, ora ancora più disgustoso e crudele avvolto dalle luci del Natale.
Non ho più un orologio, eppure so che è giovedì e che sono le sei e trenta del pomeriggio.
Lo so perché ogni giovedì il cinese panciuto che abita di fronte a me, in una decrepita casa che cade a pezzi come la mia, indossa il suo maglioncino rosa.
È il terzo giovedì che lo fa. Deve significare qualcosa.
Al di là di una vetrata che sembra di plastica sporca, l’ho visto più volte sistemare con cura quel maglione su di un vecchio comodino di legno, per poi indossarlo e osservarsi a uno specchio enorme che sostituisce la porta di un armadio.
Di norma gira due volte su se stesso. E lo fa anche stavolta: due giri, un sorriso allo specchio, e poi svanisce chissà dove in quella sua lurida casa, lasciando sul comodino soltanto le foto incorniciate di parenti che sorridono.
So che sono le sei e mezza passate perché la vecchia che abita accanto a lui, in un’altra lurida casa in quel decrepito palazzo di pietra, a quest’ora sente sempre il rosario alla radio.
Ha messo anche il bambino Gesù in un piccolo presepio posto su di un misero mobiletto di legno vecchio quanto lei, e odiose litanie escono dalle inferriate della sua finestra assieme a un’accecante luce gialla.
Quella dannata luce è sempre accesa! Chissà quanto cazzo paga di corrente.
Beh, certo meno del vecchio che vive al piano superiore.
Dal buio della sua cucina si vede sempre la luce del televisore acceso. Ieri notte l’ho vista anche alle quattro. So che erano le quattro perché a quell’ora la puttana nigeriana che vive al pian terreno è solita rientrare.
Lei non fa mai alcun rumore, come se volesse dimenticare i troppi gemiti sentiti durante tutta la notte.
Anche per Angela è così?
Cerco di non pensare a lei. Guardo il mio amico: quel vecchio che persino di notte ha il volume del televisore alzato, pur senza guardarlo, sparendo di continuo nel buio di una porta simile a un cratere.
Chissà perché nessuno gli ha mai detto niente.
Forse quella è la sola voce che lui possa sentire, relegato in quel suo piccolo mondo. È la sua sola amica, proprio come lo è il veliero per il vecchio del terzo piano.
Ieri non ci ha messo mano. Ha passato tutta la serata a guardare la televisione.
Non l’aveva mai fatto da quando lo conosco. E ora non lo vedo nemmeno, la luce nella sua stanza è spenta, e nessun albero brilla in essa, mentre poco distante, nella casa dei due vecchi, un piccolo albero brilla in un angolo, e le luci del presepio roteano intermittenti su di un mobiletto di legno.
Lei sta cucinando, senza dire niente; lui guarda la TV, senza dire una sola parola.
Il cinese è andato via. Il rosario continua a echeggiare dal giallo in cui si vede il volto cupo di quella vecchia ringrinzita, scosso appena dalle luci del presepio e dell’albero di Natale.
Tra circa dieci minuti finirà. Sì, ormai l’ho imparato a memoria. E so che fra circa dieci minuti la voce amica dell’uomo al piano superiore narrerà delle imprese del Tenente Colombo.
Lo guarda ogni giorno! O forse lo ascolta solamente. E tra quaranta minuti il grosso ucraino del palazzo accanto aprirà la finestra di casa sua, appena rientrato dal suo lavoro come manovale.
Inizierà a lamentarsi con la moglie. Non ho mai capito cosa si dicano, ma ormai le parole sono sempre le stesse.
Quella che più ripetono è “hroshi”.
Non conosco la loro lingua, ma dal tono in cui la pronunciano sembra qualcosa di ricorrente e fastidioso, forse qualcosa inerente ai soldi che non bastano mai.
Sì, in fondo anche fuori da questa stanza tutto uguale e ripetitivo, proprio come la mia vita in questa gabbia.
Oltre al mio amico del veliero, mi risultano simpatici solamente i tre indiani rintanati in un buco di venti metri quadrati. Almeno loro non fanno altro che dire parole incomprensibili, sorridendo mentre cucinano cibo talmente speziato che ne sento il fetore persino da qui.
Osservo loro, e osservo il mondo, ma ormai il mondo fuori questa stanza non mi vede più. Sono giorni, settimane, mesi che io sono sparito.
Io sto morendo qui dentro, e nessuno lo vede, mentre le luci dei festoni natalizi si diramano nel vicolo, scagliandosi su pozze di liquame e su un cumulo di rifiuti da cui guizza via un gatto bianco e nero.
Lo vedo ogni giorno, ogni sera, ogni notte.
Sta sempre in questo vicolo, come fosse casa sua, eppure puntualmente fugge via appena sente un qualsiasi rumore.
Chissà, magari al posto suo farei lo stesso. Anche ora appena mia madre o mia sorella passano davanti la porta mi nascondo sotto le coperte, e quando sento la tosse comprimermi il petto ho una tale paura da sembrare un cucciolo di cane lasciato al freddo, affamato e solo, ululando al cielo perché non vuole morire.
Anche poco prima ho sputato sangue sul pavimento. Per quanto le pulisca, per paura che si possa sentire il fetore della mia morte, esso ne resta impregnato.
È la morte che mi ricorda la propria presenza. So che mi sta prendendo. Lo sento nei miei arti sempre più deboli, nella tosse che aumenta, e nel modo in cui il mio collo si contorce, quasi stesse scoppiando.
A volte sento l’aria comprimersi contro al mio cranio, come se volesse spaccarlo pur di uscire. La mia testa è sempre pesante. Percepisco il fumo muoversi nel mio cranio e spingersi sotto la pelle della mia fronte.
È tutto così atroce, e io non posso fermarlo. Non posso fare niente per fuggire da questo lento suicidio. Nulla per impedire al mio corpo di morire.
Guardo ancora dalla finestra. Sento i rumori delle auto e poi alcune pubblicità proveniente dai televisori in qualche appartamento.
La luce nell’appartamento del vecchio è sempre spenta. Il cinese è andato via. La vecchia ha smesso di recitare le sue preghiere e si è messa a tavola. La solita donna lava freneticamente i piatti, e la vecchia coppia si prepara a cenare assieme, lasciando che solamente gesti lenti e silenziosi si muovano in una stanza colma di polvere.
Abbasso lo sguardo verso le unghie delle mie mani. Sono verdi, come quelle di mio padre, e sotto di esse mi sembra di vedere ancora i brandelli insanguinati della carne di Angela.
Lentamente abbasso le braccia, ora pesanti come macigni, continuando a guardare il cielo buio davanti a me.
Mi lascio cadere a terra piangendo, ma non colano lacrime sulle mie guance, né percepisco alcun gemito sfiorare le mie secche labbra socchiuse.
Sfioro il muro davanti a me, accarezzando tagli simili a ferite aperte che grondando ancora sangue.
“Mamma, perdonami per essere nato” leggo, tremando nell’accarezzarle, come se stessi toccando il volto cereo di mia madre.
Lentamente alzo lo sguardo verso il muro, senza riuscire neanche a piangere. Barcollando e tremando mi alzo in piedi e guardo la porta della mia camera, vedendola lontana, del tutto irraggiungibile.
Presto verrà lì fuori per piangere e morire ancora?
Guardo nuovamente la finestra. Al di là di essa il buio di quel vicolo è squassato da luci provenienti dalla stazione centrale. I tubi di ferro al di sopra della stazione della metropolitana sono coperti da luci, e così l’intera stazione e tutti i palazzi.
Tra pochi giorni sarà la vigilia, e la gente si affretta con gli ultimi regali e le spese da fare.
Ieri notte sono andato nuovamente a fare spese. Era tardi, ma non abbastanza, le strade erano piene di persone che si accalcavano per adempiere ai rituali di questa bestiale festa.
Ho vagato per vicoli bui, evitando con cura tutte le strade principali. Ma il rumore era ovunque. In ogni dove. Petulante come il ronzio di miliardi di mosche.
Appena uscito fuori da un vicolo, le luci di alcune bancarelle mi hanno accecato, sfavillando nel buio come stelle.
Erano le undici di sera. Lo sapevo perché poco prima avevo visto uscire di casa il nigeriano che abita nel palazzo di fronte a me.
Dopo una giornata a lavorare esce sempre a quell’ora, per passare il tempo in un internet point a farsi di crack.
Chissà dove stava morendo in quel momento, mentre quelle dannate luci sembravano soffocarmi, simili e denso e fluorescente sangue sulla mia pelle.
Avrei voluto evitarle, ma non potevo. In ogni dove, lungo la piazza, erano poste bancarelle dai tendoni colorati: rossi e bianchi perlopiù, gli stessi che mi sembrava di ricordare nella mia infanzia.
Appesi a essi stavano giocattoli e caramelle. Il profumo dolce e pungente di noccioline zuccherate e caramelle gommose mi entrava fin dentro alle narici, e il vocio delle persone attorno a me trapassava le mie orecchie, mentre si ammassavano ai lati della piazza, parlando, sorridendo, ignorandosi e senza smettere di calpestare il cemento.
Le strade erano sovrastate da un vortice di carne umana: perlopiù famiglie stanche che fissavano le bancarelle, coppie silenziose che camminavano mano nella mano fissando le vetrine dei negozi, e volti che si perdevano in un turbinio di carne e odori in un vortice di corpi che sembravano impegnati davanti a una poderosa catena di montaggio, mentre sceglievano un nuovo telefono cellulare da regalare, comprando dei dolci, alcuni vestiti, o fissando semplicemente le bancarelle.
Avrei tanto desiderato lasciarmi cadere al suolo, urlando verso un cielo sovrastato da metallici filamenti avvolti da colorate luci, sotto di cui i disperati come me non erano accetti. Non quella notte. Non in quel tempo. Non quando la gente doveva solamente sorridere.
A testa bassa, assordato dal brusio della folla, dai loro passi, e dai rumori metallici emanati dai generatori delle bancarelle, fra decine di luci ho visto diverse persone avvicinarsi ai tendoni per comprare caramelle ai propri bambini, mentre altre persone fissavano le vetrine di negozi che sarebbero rimasti aperti fino a tardi, così da permettere a quella brava gente di soddisfare i bisogni di altra brava gente, fingendosi migliori di loro nel regalargli qualcosa di meraviglioso.
Andando avanti, ho visto nascosto dietro l’angolo di una strada, seduto sul freddo gradino di un palazzo, un vecchio barbone avvolto da una lurida coperta.
Quegli stracci bisunti gli coprivano il volto, e le luci dei festoni e delle bancarelle si scagliavano su di esse, così come il vocio della gente e le canzoni provenienti dai negozi si insinuavano fin dentro a quel vicolo.
L’ho visto rigirarsi più volte nelle sue coperte. Forse stava morendo, sì, ma nessuno riusciva a vederlo.
Ho ricordato i Natali della mia infanzia, la festa di Tutti i Santi, il veglione di Capodanno.
Da bambino fissavo spesso quelle bancarelle. Avevano lo stesso colore visto in quel momento, e la gente sembrava uguale a quella che vedevo.
Persino i profumi erano gli stessi, ma percepivo tutto diversamente. Diverso era l’odore dello zucchero filato, così dolce da stordirmi. Diverso l’odore delle noccioline tostate e di quelle caramellate. Diverso l’odore delle caramelle gommose.
Persino i giocattoli appesi a quelle bancarelle avevano un odore. E così i volti delle persone, e la pelle di mia madre che mi stringeva la mano nella sua allora ancora liscia e morbida: una sensazione calda e candida contro la mia pelle, come un bagno caldo e pieno di schiuma che ti avvolge.
Ma ormai tutto è lontano, come quel barbone che non si muoveva neanche più, simile alla carcassa di un cane lasciata a putrefarsi al gelo.
Ho continuato ad attraversare quella folla come fossi uno spettro che aleggia fra i palazzi silenziosi, adorni di elettrici festoni luminosi. Sovrastato dalle lampadine fluorescenti che avvolgevano la tettoia di ferro della metropolitana, e passando davanti alle bancarelle ai due lati della piazza che formavano uno scintillio di luci e odori, mischiandosi alle luci e al profumo di cibo proveniente da ristoranti zeppi di brave famiglie.
Mangiai mai in uno di quei ristoranti?
Guardando la gente seduta ai tavoli di quei ristoranti, intenti a ingozzarsi in silenzio o fra continue lamentele, mi è tornato in mente mio padre.
Avevo otto anni, o forse nove. Lui già non mi chiamava più per nome, ma ancora non mi odiava, e io non odiavo lui.
Ancora non conoscevamo la fame. Quella vera! Quella che ti stacca la pelle dalle ossa. Quella che ti rende una bestia nel vedere l’altrui opulenza.
Spesso mi portava con lui a lavoro, durante le consegne che faceva ai suoi clienti. E quando questi ci facevano pranzare in un qualche ristorante, tutto a spese loro, io mi sentivo come il figlio di un Re.
Ma poi qualcosa cambia. Cambia sempre quella cosa. Deve cambiare. È una regola! C’è sempre qualcosa di bello che deve cambiare e diventare orrendo.
Senza fermarmi, trafitto dalle persone che mi venivano contro, ho rivisto passarmi davanti i giorni freddi in cui di colpo non andammo più al ristorante.
Nessuna consegna da fare. Un silenzio sempre più grande. E quel giorno in cui lui, il mio Re, tornò a casa con un occhio nero.
La sola parola che allora riuscii a udire urlata da mia madre, mentre stavo rintanato nella mia piccola stanza assieme a mio fratello, fu “debiti”. Una parola che mi rimase impressa e che ho sentito anche in quel momento, tra quella folla in festa. In quella città in festa. Da solo come lui, umiliato e intimidito mentre tornava a casa con un occhio nero, sentendosi solamente un fallito.
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Tratto dal racconto “Katja”.

Katja aveva sedici anni e sapeva soltanto di non voler morire ancora una volta.
I suoi occhi color nocciola si perdevano negli sguardi di mille volti che si susseguivano velocemente fra palazzi, negozi e vetrine luminose addobbate a festa.
Il suo sguardo era una continua supplica d’amore, ma nessuno lo vedeva, proprio come nessuno aveva mai accolto le sue preghiere, forse tranne la volta in cui a dodici anni aveva pregato l’icona della Madonna di Tropea chiedendole di far morire suo padre.
Sul letto di morte l’aveva fissato intensamente con occhi senza vita come quelli di uno squalo, e le labbra erano serrate in una smorfia tremula, come se stesse faticando a trattenersi dal vomitargli dritto in bocca tutto l’odio che pulsava nel suo piccolo corpo.
Avrebbe voluto ucciderlo lei, anziché vederlo portare via da un cancro.
Ma la morte di suo padre non le aveva portato via dalla pancia i crampi che le laceravano l’anima, né le aveva ridato la sua infanzia, e il futuro ormai flebile come il respiro di un vecchio moribondo.
Quella morte non le aveva dato altro che l’immagine di una tomba svanita sotto cumuli di puzzolente e fredda terra.
Sentiva ancora i colpi sordi delle vangate contro la bara, desiderando di dissotterrare suo padre per ucciderlo nuovamente.
Ma non poteva fare nient’altro che fuggire, ancora una volta. Ormai Katja era solamente una bambola di vetro. Un piccolo tocco avrebbe potuto spaccarla in mille pezzi, come fosse una crosta al di sopra di una ferita ancora pulsante.
Ma lei non avrebbe mai permesso a nessuno di farla sanguinare. Non più. Non ancora una volta.
Camminava a passo spedito per le strade di Napoli illuminate dalle luci giallognole dei lampione, dai rettangoli di luce provenienti da antichi palazzi che cingevano una piazza adornata di festoni natalizi, e dai fasci di luce scagliati all’orizzonte da automobili che le sembravano tutte identiche, proprio come i volti delle persone che si avvicendavano in una soffocante orgia di carne.
Lei continuava soltanto a camminare, fissando i suoi piccoli piedi avvolti da scarpe di tela. Tesa al punto che nemmeno il freddo sembrava toccarla.
Ma ogni volta che una persona la sfiorava, il suo cuore sussultava fino a salirle in gola, e con uno scatto ferino si voltava, facendo volare in aria i suoi lunghi capelli biondi come fossero un drappo mosso dal vento.
Le sembrava di stare in un turbinio di occhi che la fissavano, e mani che cercavano di afferrarla.
Lei continuava ad andare avanti, sempre più veloce, come qualcuno che ha una meta da raggiungere urgentemente.
Soltanto che lei non sapeva dove andare.
Stava vagando alla cieca. Camminando spedita come se stesse fuggendo, quasi nascondendo se stessa in abiti da maschiaccio.
La gente l’attraversava come se lei fosse fatta d’aria, muovendosi in un rettangolo di cemento che avvolgeva la piazza centrale: un insieme di palazzi che si susseguivano in un gelido abbraccio attraversato da piccoli vicoli da cui provenivano le luci delle insegne di qualche albergo per puttane e viaggiatori, e nel mezzo, un intreccio di fili di ferro si ergeva su tubi metallici che come tronchi uscivano fuori dal cemento, sovrastando la nuova stazione della metropolitana e il brusio di voci, passi e lamenti nel mezzo di cui lei vagava andando avanti leggera come i rifiuti che volavano in aria mossi dal vento, osservando con occhio acuto e diffidente le coppie che si tenevano per mano, i vecchi lamentosi immobili davanti a qualche fermata d’autobus, le grasse donne vestite con abiti da mercato che uscivano da alimentari prossimi alla chiusura, lavoratori frettolosi che avanzavano urlando contro a un cellulare, e persone che fissavano le vetrine dei negozi, mentre negri dal volto arrabbiato e le membra stanche raccoglievano le proprie bancarelle e bustoni di plastica, pronti a svanire in dei vicoli come fossero delle blatte.
Oltrepassò una donna che teneva stretta la mano della propria bambina. Una folata di profumo di marca la travolse, e la voce della bambina risuonò nei suoi timpani: «Mamma, mi compri un giocattolo?»
Katja chiuse gli occhi e strinse i pugni. Affrettò il passo. Le sue scarpe rotte si muovevano sul freddo cemento, e lei cercava di non sentire il profumo di torrone e di dolci provenienti da una piccola pasticceria dalle vetrine luminose, né di vedere i festoni colorati e lucenti che adornavano i palazzi, sovrastando le luci giallognole dei lampioni e i fari delle auto.
Svoltò in un vicolo, in fretta, come un topo che fugge udendo dei passi.
Il vicolo era buio, illuminato appena dalle luci di qualche finestra da cui si udivano le voci dei televisori, rumori di posate contro dei piatti, e alcuni africani che parlavano come se stessero litigando.
Affrettò il passò, guardando soltanto in avanti, mentre ai suoi lati si susseguivano portoni arrugginiti e vecchie balconate identiche fra esse, e ovunque cumuli di rifiuti marcivano appestando l’aria già di suo fetida di vecchio e muffa.
Svoltò in un altro vicolo, e poi in un altro ancora, e in un altro ancora. Correva freneticamente in una ragnatela dove tutto sembrava sempre uguale; in un buio talmente fitto da essere palpabile e in cui non ci stava anima viva, e dove non sembrava neanche essere vicino il Natale.
Si guardò attorno. Un gatto guizzò da un cassonetto straboccante di sacchetti neri, e una bottiglia rotolo nell’oscurità, fino a fermarsi contro un altro ammasso di rifiuti.
Gli occhi tremuli di Katja osservarono i portoni dei palazzi, e poi uno stretto vicolo alla sua sinistra, e più avanti, sulla sua destra ancora un altro vicolo.
Non sapeva dove andare. La Caritas aveva chiuso. Nell’hotel dove era stata la notte prima non le avrebbero fatto più credito, e il vecchio albergatore: un porco grasso e dalla faccia simile a un mastino, le aveva già fatto intendere che avrebbero potuto trovare un accordo per pagare la stanza.
Katja avrebbe voluto conficcare nella pancia di quel porco un paio di forbici, proprio come aveva desiderato fare con suo padre, ma invece non le rimase che camminare ancora in un buio vicolo dove nulla udiva se non i rumori dei propri passi, respirando un miasma di piscio e immondizia proveniente dalle umide mura dei palazzi.
Entrò in uno di essi. Era vecchio. Sembrava cadere a pezzi, e il portone era pressoché inesistente.
Calpestò vecchi volantini e preservativi usati, fino a nascondersi in un sottoscala, tremula e affamata come fosse un gattino abbandonato.
Restò immobile senza dire una parola, osservando il portone senza saperne nemmeno il motivo, mentre sentiva fino in gola un disgustoso puzzo di piedi sudati, cavoli e sperma proveniente dalle mura.
Era abituata a quel fetore. Era lo stesso che aveva respirato per anni nella casa dov’era cresciuta, ed era lo stesso che aveva sentito quando rimasta orfana era andata a vivere da suo zio Bogdan, il fratello di suo padre.
A lui gliele aveva conficcate davvero delle forbici nella pancia, anche se erano troppo piccole per ucciderlo, proprio come lo era lei.
Da allora, da quando aveva soltanto tredici anni, aveva girato di posto in posto, e ognuno di essi puzzava come quel palazzo.
Se la sentiva costantemente addosso quella puzza, come fosse l’odore della propria pelle: una pelle che ormai sembrava stesse cadendo a pezzi, proprio come le pareti pieni di scritte schifose di quel palazzo.
Si guardò ancora attorno, attenta e furtiva, senza nemmeno capire cosa stesse cercando.
Non avrebbe mai trovato un appartamento abbandonato, lo sapeva; e anche se l’avesse trovato, di certo non sarebbe stato vuoto.
Strinse le ginocchia coperte da un jeans stracciato fra le sue esili braccia e poggiò la testa su di esse, continuando a fissare il portone, senza più sapere cosa fare. Senza più sapere cosa farne della propria vita.
Poi improvvisamente udì il portone strisciare sul pavimento e lo vide aprirsi lentamente.
I suoi balzarono, e come un animale impaurito si tirò indietro, cercando di svanire nell’ombra, restando rannicchiata in un angolo come fosse una bambina in castigo.
In un silenzio simile a un incubo alcuni passi batterono sul pavimento mentre Katja, nascosta, terrorizzata non osava scorgere la testa per vedere chi stava avanzando.
Sentì poi i passi fermarsi. Una mano le strinse la gola e il suo cuore iniziò a battere all’impazzata, tanto che istintivamente si schiacciò il petto con le mani, come se avesse paura che qualcuno potesse sentirla.
Non udì alcun rumore per secondi che le sembrarono anni, immobile, tesa come un nervo pronto a spezzarsi, e iniziando a sentire la sua fronte imperlarsi di gelido sudore nonostante il freddo.
Un rumore le fece salire lo stomaco fin nel torace. Fu un lungo respiro, simile a un sospiro, seguito subito da colpi di tosse così forti che sembrarono rimbombare nella tromba delle scale.
Tremando, stretta nel proprio giubbetto, scorse lentamente la testa, come uno scarafaggio che timidamente caccia le antenne da sotto a un mobile prima di uscire allo scoperto.
Ancora palpitante, sentendo il cuore battergli nel collo, vide un uomo vestito con abiti scadenti e dai colori sparati, probabilmente poco meno che quarantenne, mantenersi con una mano al muro e tossendo talmente forte che sembrava gli stesse uscendo il cuore di bocca.
Katja restò a guardarlo per tutto il tempo. L’uomo sembrava davvero stesse morendo, che avesse bisogno di aiuto, ma lei rimase immobile, osservando le labbra di quello sconosciuto contorcersi e la lingua uscirgli a scatti dalla bocca come fosse la testa di un serpente.
Poi la tosse rallentò. Un rantolo si mosse nella gola di quell’uomo mentre si tirò in piedi, barcollando e asciugandosi il sudore, respirando avidamente come se fosse appena emerso da un profondo oceano.
Senza ritegno alcuno sputò una macchia verdastra di muco alla sua sinistra, e lento, come se la realtà attorno a lui fosse molle e appiccicosa, alzò lo sguardo verso il vuoto.
Gli occhi di Katja e di quello strano uomo si sfiorarono per un secondo impercettibile, ma talmente pesante sulla pelle di lei da farla strepitare.
Si tirò indietro di scatto. Contro al muro. Tremando come una lepre nella propria tana che cerca di nascondersi da una volpe famelica.
Velocemente, in pochissimi secondi, iniziò a frugare nelle proprie tasche, agitata, in cerca di qualsiasi cosa per difendersi, ma tastando soltanto alcune sigarette, un accendino, delle monete e un sacchetto di stoffa.
Ma non trovò niente, e stringendo i pugni, strizzando gli occhi dalla paura e digrignando i denti, sentì i passi di quell’uomo avvicinarsi e poi la sua voce dire: «E tu chi sei?»
Katja udì ancora altri due passi. Poi un altro, e basta.
Non sapeva se lui fosse già lì. Non sapeva chi fosse, né cosa potesse mai volere da lei.
Aveva soltanto paura. Aveva persino paura di aprire gli occhi. Si stringeva forte, tremando e accalcandosi contro al muro, come se sperasse di poter svanire.
Ma quando quel silenzio carico di soffocante tensione fu rotto dalla voce di quell’uomo che esclamò: «Ma fa un po’ come ti pare!», improvvisamente i suoi occhi si spalancarono, e il cuore le smise di palpitare.
Scostò lo sguardo alla sua sinistra, senza vedere null’altro che l’angolo del muro a cui era appoggiata, e una fioca luce giallognola proveniente da essa.
Poi i passi dell’uomo iniziarono nuovamente a battere sul pavimento. Erano lenti, come se si stesse trascinando: e forse in parte lo stava facendo davvero.
Katja guizzò fuori dal proprio nascondiglio, restando ferma, in ginocchio sul freddo pavimento e fissando la schiena di quell’uomo.
Lui si fermò, ansimò e poi si voltò, osservando Katja ma senza dire nulla, quasi non la stesse nemmeno vedendo per davvero.
I loro occhi restarono intrecciati come ossa calcificate che giacciono in una fosse comune.
Katja vedeva negli occhi di quell’uomo soltanto stanchezza e dolore, come se fosse troppo vecchio per fare qualsiasi cosa. Mentre lui, beh, osservando Katja forse non vedeva niente; e qualsiasi cosa vedesse non voleva vederla.
Nessuno dei due mosse un solo muscolo. Nella penombra si vedevano soltanto il petto di lei e quello di lui pulsare, quasi fosse possibile vedere il respiro di entrambi denso e tangibile.
Lui, silenzioso, accese una sigaretta, tossendo ancora, e poi si girò riprendendo a camminare.
Katja balzò in piedi, come se ogni parte di sé fosse una mano protesa verso la schiena di quello sconosciuto.
«Aspetta» strepitò con una voce da bambina impaurita che, almeno per un attimo, sembrò dar forma a quello sconosciuto, separandolo dalle ombre che lo avvolgevano.
Lento, quasi pesante come un macigno, si mosse nella stanza come se la stesse respirando e si voltò verso di lei.
La guardò negli occhi: essi tremavano, e sembravano in procinto di piangere, mentre lo sguardo dell’uomo era soltanto fiacco come quello di un cane randagio ormai troppo vecchio per lottare ancora. E come un vecchio cane che attende la morte, così lui rimase zitto, in attesa, avvolto dal fumo esalato dalla propria bocca.
Katja fece appena una passo verso di lui. Si guardò attorno come se cercasse qualcosa, e poi tornò a lui, senza aver trovato nient’altro.
«Puoi aiutarmi?» gli chiese con un filo di voce, così leggera da sembrare avere la consistenza del vetro.
Lui sbuffò e gettò la sigaretta a terra.
«Non hai un posto dove andare, vero?»
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Tratto dal racconto “Il profumo dei pastelli”.

Davanti ai suoi grossi occhi color miele, Bianca non vedeva altro che volti susseguirsi in un’orgia di facce, bocche, occhi.
Sembravano tante sagome. Le passavano velocemente davanti senza nemmeno vederla, mentre lei, incapace di sorridere, tendeva loro la sua piccola mano, fissandoli con pupille impregnate di un dolore inumano.
Sembrava avesse perso tutto, persino la vita, e ormai ridotta a un corpo svuotato da ogni goccia di sangue stava lì ferma, al freddo di dicembre, coperta da alcuni stracci dai colori disparati: l’immagine vivente di un bestiale senso di colpa che travolge nel cuore della notte un assassino.
Stava urlando, Bianca, ma nessuno la vedeva. La gente che le passava davanti, benvestita, in coppia o in gruppo, entrando e uscendo dai negozi del Corso Umberto non vedeva altro che una ragazzina dagli occhi tristi, mentre lei tendeva loro la mano, simile a un cane che elemosina un pezzo di cibo guardando un uomo che mangia voracemente.
Non capivano che Bianca li odiava tutti. Li aveva odiati da sempre, dal primo giorno in cui si era trovata per strada: ormai non più una ragazzina quattordicenne come quelle che vedeva passeggiare sorridenti per strada, ma soltanto una bestia sporca di cui avere pena, oppure di cui provare disgusto.
Il vento si muoveva fra i suoi capelli color terra, facendoli dimenare come un drappo attaccato a un’asta.
Lei tirava continuamente su con il naso tanto faceva freddo, respirando la puzza dei tubi di scappamento delle auto e sentendo in bocca disgustosi muchi.
Sentiva il proprio corpo tremare, avvolto da un brusio di voci, tenendo la mano sinistra stretta nella tasca di un enorme maglione di lana che puzzava di chiuso, mentre l’altra era ormai ridotta a una statua di ghiaccio, tesa contro un’umanità che nemmeno la vedeva.
Ogni volta che un viso le passava davanti lei bisbigliava qualcosa. Non parlava nemmeno più. Muoveva soltanto le labbra in una dolorosa supplica di pietà.
A volte qualcuno si fermava. Il più delle volte invece la ignoravano, attraversandola come fosse soltanto uno spettro privo di forma. Altre volte ancora le facevano persino una carezza prima di darle una moneta, proprio come fosse un cane. Ma alla fine tutti andavano via, e lei restava per strada, ancora da sola.
Tese ancora la mano destra e strinse la sinistra nella tasca, tremando dal freddo. Una donna ben vestita le passò davanti, avvolta da una pelliccia e travolgendola con una folata di profumo di marca.
Lei non aveva mai portato alcun profumo. Spesso si chiedeva persino come fosse la sensazione di un profumo al contatto con la pelle.
Spesso aveva sognato di essere come una delle tante ragazze della sua età, ma si era sempre ritrovata per strada, incapace di sorridere, vedendo le persone vivere mentre lei, come se non fosse nemmeno un essere umano, doveva supplicare qualcuno per sopravvivere.
Una monetina gli cadde nella mano. Lei non alzò nemmeno lo sguardo. Bisbigliò qualcosa similmente a una novena, senza neanche rivolgere lo sguardo a chi le aveva appena dato la moneta.
Sentì soltanto dei passi mischiarsi al frastuono delle auto dietro di lei e al brusio di voci davanti al suo viso calato, ma quei passi sarebbero potuti essere di chiunque: a lei non importava.
Cinquanta centesimi, era quello il prezzo della sua vita, immobile nella sua mano gelata.
La mise subito in tasca, tendendo velocemente la mano nel vuoto, e vedendo un uomo benvestito fermo davanti a un negozio di cellulari.
Era stato lui a darle poco prima quella moneta?
Che importava!
Quell’uomo continuava a fissare telefoni di ultima generazione da una vetrina addobbata a festa. Delle luci natalizie brillavano dalla vetrina di un negozio di vestiti davanti cui stava ferma una coppia. Una donna benvestita si fermò a fissare una cuccia per cani dalla vetrina di un negozio di animali, e nel vederla dei cagnolini cominciarono a sbattere le zampe contro al vetro della propria gabbia, mentre e un ciccione con la ventiquattrore in mano passò davanti a Bianca urlando al proprio telefono cellulare, e una vecchia uscì da una piccola pasticceria tenendo in mano un cartoccio pieno di dolci, senza nemmeno vedere il volto smunto di Bianca che, come un animale affamato e lasciato per strada, la fissava respirando un odore di crema che di colpo aveva sovrastato smog, profumi da donna o il dopobarba di qualche passante.
La vide andare via assieme ad altri volti, nel mezzo di un turbinio di arti che si susseguivano davanti a lei come fossero granelli di sabbia trasportati da una tormenta.
Vide un paio di gambe, dei piedi, e poi una moneta cadere a terra.
Le sue labbra si mossero ancora, e veloce raccolse la moneta, mettendola in tasca.
Cambiò la mano, mettendo in tasca la mano destra, ormai del tutto congelata dal freddo, e tirando fuori la sinistra.
Una donna sui quaranta le si fermò davanti, e lei per un attimo vide soltanto degli stivaletti con pelliccia e un normalissimo jeans su gambe grasse.
Alzò la testa, muovendo le labbra senza dire niente, e fissando con aria pietosa il volto pasciuto e sorridente di una donna dai capelli crespi e un filo di trucco sul viso.
Lei si chinò verso Bianca. Le poggiò una moneta da un euro in mano e poi, carezzandola come fosse un cane, le disse: «Mi raccomando, questi nascondili e non darli a casa, e comprati qualcosa da mangiare.»
Bianca, proprio come tante volte, avrebbe voluto soltanto saltar addosso a quella donna e morderle la gola, fino a stracciarle via la giugulare. Ma in se stessa non sentì alcun fremito, nessuna emozione, come se non fosse nemmeno lei a trovarsi lì.
Sorrise soltanto, farfugliando ancora qualche incomprensibile parola contro quella donna che, sorridente, le fece scivolare la mano sul viso dicendole: «Ma a scuola ci vai?»
Il sorriso di Bianca si piegò in una smorfia confusa, fissando quella donna come se non avesse capito una sola parola.
Lei l’accarezzò nuovamente, sussurrando appena: «Povero angelo.»
Poi andò via. Bianca non la guardò nemmeno. Ne aveva viste tante di persone come lei: Bianca aveva visto persone di ogni tipo, al punto che tutte le sembravano uguali.
Restò con la mano tesa nel vuoto, come se quella fosse la sola parte di lei a dover esistere al mondo, mentre i suoi occhi, stanchi quanto quelli di una vecchia, osservavano ora un gruppo di studenti, ora delle ragazzine vestite con abiti alla moda, e ancora una coppia tenersi per mano mentre fissavano le vetrine dei negozi.
Una famiglia uscì da un supermercato: il padre di famiglia, benvestito e pettinato con cura, teneva in mano una busta piena di cibo, e nell’altra stringeva il suo bambino, mentre sua moglie teneva altre due buste strette in mano.
Bianca osservò quel bambino. Aveva sì e no un paio di anni in meno a lei, ma sembrava soltanto un normalissimo bambino che probabilmente una volta tornato a casa si sarebbe messo a giocare ai videogiochi, o persino con qualche pupazzo.
Non era diverso da un altro bambino visto da Bianca, forse di appena otto anni e che, trascinando la mamma verso un negozio di giocattoli, sorridendo e indicando con il dito paffuto la vetrina strepitò: «Mamma mamma, dici a Babbo Natale di portarmi questo?»
Sua madre sorrise soltanto, mentre Bianca strinse il pugno nella propria tasca quasi graffiandosi il palmo della mano con le unghie.
Per lei Babbo Natale non era mai esistito, nemmeno quando tre anni prima di allora sua madre Crina era ancora viva.
Sua mamma le preparava sempre un dolce speciale a Natale, e glielo dava di nascosto da suo padre, baciandola in viso e dicendole: «Aș vrea să vă văd fericit.»
Ma Bianca, proprio come sua madre, già allora sapeva che non sarebbe mai stata felice, per quanto sua madre potesse augurarglielo; e non sarebbe bastato un dolce a darle la vita, né a Natale né in qualsiasi altro giorno.
Da quando sua madre era morta per colpa di un’infezione diffusasi velocemente nel suo corpo, causata da un’appendicite mal curata, nessuno le aveva mai preparato più un dolce per Natale, né aveva avuto alcun regalo.
Per lei Babbo Natale non era mai esistito, e ormai, vedendo quel bambino sorridente davanti a lei, non se ne chiese nemmeno il motivo: era così è basta, da sempre, e lo sarebbe sempre stato.
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Tratto dal racconto “Nel nome del padre”.

Una volta a tavola nessuno disse niente di preciso. Si sentiva soltanto un rumore molle e umidiccio di cibo masticato, le posate sfregare contro i piatti di ceramica, il vino versato da Carlo in un bicchiere, e i passi di Sara che ogni tanto si alzava per andare a prendere qualcosa dal frigo.
Se l’indomani Carlo avesse voluto raccontare in fabbrica un qualsiasi giorno della sua settimana, avrebbe raccontato proprio di quel giorno: tanto era identico a ogni altro giorno, a ogni altra cena, a ogni altro momento passato assieme alla sua famiglia.
Tutti loro sembravano non esistere nemmeno. Erano soltanto una pietosa e sterile scenografia. Non altro che ombre che si muovevano in un ambiente vuoto, freddo, silenzioso.
Soltanto la TV sembrava parlare per loro: ora una risata, ora un urlo, ora un consiglio su quale fosse il miglior dentifricio al mondo.
Ogni tanto un commento sulla cottura dello stufato, sulla quantità di sale o sul gusto del brodo. Uno sguardo truce di Sara nel vedere suo marito riempirsi un altro bicchiere di vino. Poi una domanda di Sara sulle bollette da pagare.
Carlo le aveva pagate. Le rispose soltanto annuendo, bevendo poi altro vino mandando giù la carne che aveva in bocca.
«Dovremmo cambiare compagnia del gas» disse lei, come tante altre volte, mentre Mattia infilzava con la forchetta pezzi di carne sugosa e Antonio portava alla bocca minuscoli bocconi, sforzandosi di mangiare.
Qualcuno, proprio alle spalle di Antonio, scoppiò a ridere dalla TV, ma lui avvertì contro di sé soltanto lo sguardo di sua madre, pesante sul suo corpo come se gli stesse scavando nelle carni.
«Che c’è, non ti piace nemmeno questo?»
Lui non rispose. Inizialmente diceva di sì, che gli piaceva, ma nel tempo si era stancato anche di dirlo.
Non mentiva, il cibo gli piaceva: era altro che non gli piaceva.
Si sforzò di mandare giù un altro boccone. Masticava così lentamente da non emettere alcun rumore, mentre a testa china, sentiva ancora su di lui gli occhi lancinanti di Sara.
«Guarda che non siamo nelle condizioni di gettare via cibo, dunque forza e mangia.»
Antonio non replicò. Mattia continuò a giocare con il cibo, ficcandosi in bocca di tanto in tanto un boccone e masticandolo a bocca aperta, mentre suo padre mangiava tenendo il capo chino contro al piatto, ripensando alle parole appena dette da sua moglie: «Non siamo nelle condizioni di gettare via cibo.»
Riempì un bicchiere di vino e lo vuotò in un sorso. Sara levò di scatto lo sguardo verso di lui, poi chinò il capo verso il piatto e infilzò energicamente pezzi di carne con la forchetta, come se stesse accoltellando un invisibile nemico.
«Ti hanno confermato il giorno di ferie per domani, vero?»
Carlo annuì soltanto. Riempì ancora un bicchiere. Gli occhi di Sara gli si fiondarono addosso, rimpettini, colpendolo alla gola come un morso per poi svanire nel nulla, nascosti da un velo di freddezza più atroce di qualsiasi supplizio.
«Se non fossi impegnata in associazione ci sarei andata io» replicò, con la solita sadica abilità con cui ogni volta cercava di far sentire in colpa Carlo; proprio come faceva sua madre quando da bambino gli diceva: «Tu prima o poi mi farai morire.»
«Senza di me la signora Celardo farebbe soltanto casini» riprese «Quelle si crede chissà chi soltanto perché suo marito ha una gioielleria, e poi non sa nemmeno preparare come si deve due maccheroni per i bambini alla mensa.»
Carlo non rispose. Stavolta non le aveva nemmeno chiesto di cosa si trattasse: dei bambini somali, di quelli siriani, oppure soltanto di qualche orfanello locale.
Era solamente stanco di parlare.
«Sai benissimo quanto ci tengono i professori che si vada ai consigli di classe» replicò lei, masticando ancora e infilzando sempre più velocemente lo stufato «Soprattutto se vogliamo sperare in una buona parola per farlo capitare nella classe migliore dell’istituto alberghiero.»
Quella due semplici parole si conficcarono nel cuore di Antonio come lame.
I suoi occhi diventarono vitrei e il volto di un pallore cadaverico.
Le posate gli caddero di mano precipitando nel piatto come da un’altezza infinita. Un boccone di carne rotolò sulla tovaglia a fiori. Nell’aria si sentì soltanto il rumore della forchetta di Mattia conficcata a ripetizione nella carne, e gli applausi del pubblico provenienti dal televisore.
Antonio si alzò di scatto. Si tirò quasi dietro la tovaglia, facendo rovesciare sul tavolo un’ampolla piena di olio d’oliva.
Come un balsamo, il profumo dell’olio si espanse per tutta la cucina, sovrastando l’aroma dello stufato, mentre dalla TV, alle spalle di Antonio ancora in piedi e con i pugni serrati, qualcuno applaudì nuovamente.
Sara si alzò furiosa, isterica, iniziando ad asciugare l’olio sulla tovaglia e strepitando: «Dio misericordioso, ma che diavolo hai nella testa?»
Ripulì tutto alla svelta, andando poi di corsa verso il lavello, continuando a sbraitare.
Le sue parole rimbombavano avvolte dall’acqua che scorreva dal lavello, come se ogni cosa fosse immerso in una cascata.
«Dovrei prenderti a schiaffi per quello che hai fatto. Ma lo sai quanto costa quella tovaglia?»
«Io non voglio fare l’alberghiero. Non voglio farlo!»
«Ancora con questa storia?» esclamò Sara, chiudendo di botto l’acqua e voltandosi bestiale contro di lui.
Per un attimo non si sentirono nemmeno le risate provenienti dal televisore. Non si udì più neppure il picchiettare della forchetta di Mattia nel piatto.
In quella stanza erano rimasti soltanto Sara e Antonio, al centro di un ring sporco di sudore e sangue, mentre Carlo stava in un angolo, troppo debole per reagire.
Sara, asciugandosi le mani con uno straccio, andò spedita verso il tavolo e si rimise a sedere al proprio posto.
Fissò Antonio con aria brutale, come se non fosse suo figlio, ma soltanto un nemico.
«Non abbiamo ancora finito, siediti!»
Antonio rimase immobile come una statua di calcare. I suoi occhi vibravano, le pupille erano lucide, ma non aveva la forza di versare una sola lacrima.
Mattia batteva sempre più forte la forchetta nel piatto. Gli occhi di Sara, gonfi di collera si rivolsero verso suo marito.
«E tu non dici niente?» strillò.
Carlo sbuffò. Lasciò cadere la forchetta nel piatto e ancora tenendo stretto il bicchiere, senza guardare suo figlio gli disse soltanto: «Antonio, hai sentito o no la mamma? Mettiti a sedere.»
«Io non voglio fare l’alberghiero!» esclamò, mettendosi a sedere, ora rosso in viso, gli occhi ludici e le mani tremule, proprio come le sue labbra che avrebbero voluto aprirsi per urlare chissà quante parole, ma che restarono chiuse in una morsa di sofferente impotenza.
«Quando la finirai con questa storia?» replicò Sara, riprendendo a mangiare meccanicamente, fra il frastuono del televisore acceso «Fare il liceo classico per poi trovarsi come uno dei tanti futuri professori disoccupati?»
Antonio non replicò. Sapeva che non ci stava altro da dire: non lì, non con loro, non in quel momento.
Si sforzò di mangiare, trattenendo le lacrime e i conati di vomito, mentre suo fratello continuava a battere con forza la forchetta nel piatto, come se con quel rumore cercasse di soffocare le urla della propria famiglia.
Sara lo colpì dietro la nuca con una leggera sberla.
«E tu vedi di mangiare, che lo stai rovinando tutto il cibo.»
Lo sguardo di Mattia non mutò minimamente. I suoi occhi sembravano due palle nere, senza vita come quelle di uno squalo immerso negli abissi.
Iniziò soltanto a mangiare, fissando il piatto, proprio come suo fratello, mentre Carlo vuotò un bicchiere e ne riempì subito un altro.
Sentì su di sé il peso degli occhi di sua moglie, e avvertì le mura della stanza, i mobili che ancora stava pagando e che profumavano di detersivo ai fiori di bosco, e le urla provenienti dalla Tv stringersi contro a lui.
Non ebbe nemmeno il coraggio di guardarla. Udì soltanto dirle: «Questo è il sesto!»
Poggiò il bicchiere sul tavolo, sospirando e poi mettendo una mano nel taschino del maglione.
Estrasse un pacchetto di sigarette, ne prese una e l’accese, sotto lo sguardo contrariato di Sara.
Scosse le spalle. Il fumo volò fra lei e Sara, mentre attorno stavano Antonio e Matteo con i volti chini sui rispettivi piatti, e nell’aria si udiva la voce pimpante di un uomo dare consigli su come riuscire ad aver successo nella vita.
«Che c’è, ora non posso nemmeno fumare?» le sputò contro, ormai esasperato, desiderando soltanto di fuggire via da lei, forse anche dai suoi figli, o magari dalla sua stessa vita.
Lei conficcò la forchetta in un pezzo di carne. Antonio mangiava lentamente, sforzandosi di non piangere, e Mattia divorava quanto aveva davanti, quasi stesse cercando di non udire altro che il rumore del cibo masticato nella propria bocca.
«Come se il cibo non lo pagassi io» aggiunse Carlo, ciccando nel piatto.
Un rossore febbrile invase il volto di Sara. Avvertì la stanza intera tremare, le ceramiche nella credenza spaccarsi, e le ante sul lavello aprirsi lasciando precipitare sul pavimento, come un violento vomito, decine di piatti che si frantumarono in mille pezzi.
«E questo ti autorizza a ubriacarti?»
«Non sono ubriaco, Sara. Non lo sono ancora.»
«A me sembra di sì. Ricordi cosa hai fatto due domeniche fa? Lo ricordi?»
Mattia mangiava sempre più voracemente. Antonio masticava lentamente, chiudendo gli occhi per non piangere, e un gruppo di persone alla TV iniziarono a strepitare dalla gioia.
«A casa di Rino, il tuo amico del lavoro» riprese.
«Rino non è mio amico. È soltanto un collega, e tu sei voluta andare alla loro cena.»
«Sembrava brutto rifiutarsi.»
«Sei comunque voluta andare tu. Rino non è mio amico.»
«Quello che è! Fatto sta che hai dato di matto, proprio come sempre.»
«Io ho dato di matto?»
«Ah, e secondo te come si potrebbe definire il tuo aver iniziato a ridere a squarciagola, grugnendo come un maiale, additando la moglie del tuo amico solamente perché inciampata sul tappeto, facendo cadere a terra la pentola piena di pasta?»
«Ti ho detto che non è mio amico.»
«Quello che è!» esclamò Sara, calma in viso: occhi roventi incastonati in un volto pallido, marmoreo, glaciale.
Ebbe persino la forza di masticare altro cibo, mentre Mattia quasi svuotò il piatto, e Antonio ingoiò finalmente il boccone che teneva in bocca da più di un minuto.
Sara tranciò velocemente un pezzo di carne con la forchetta, fissandolo come se null’altro esistesse e masticando quanto aveva ancora in bocca.
«Mi piacerebbe soltanto che tu non bevessi tutte le sere» replicò, infilandosi in bocca velocemente il pezzo di carne appena infilzato, senza aver nemmeno finito quanto già aveva in bocca.
«Non mi pare che io mi ubriachi ogni sera.»
«Quando bevi fai stupidaggini, e poi te ne penti.»
«Ho detto che non mi ubriaco ogni sera.»
Carlo vuotò il bicchiere e lo poggiò con forza sul tavolo. Sara tagliò fulminea un altro pezzo di carne. Mattia, a testa bassa, infilzava velocemente pezzi di carne per poi infilarli in bocca senza nemmeno gustarli, e Antonio fissava un pezzo di carne conficcato nella propria forchetta, senza la forza di portarlo alla bocca.
Carlo, innervosito, sudando nonostante il freddo e rosso in viso, riempì subito un altro bicchiere e se lo portò alla bocca.
«Vedi!» esclamò Sara.
«Ma cosa diavolo c’è? Cristo, è solo vino!»
«Non bestemmiare! Ti ho detto mille volte di non bestemmiare.»
«E io ho detto che è solo vino.»
«E io ho detto che non voglio un marito ubriacone!»
Il braccio di Carlo rimase paralizzato a mezz’aria. Un amaro sorriso gli solcò il viso, come quello di uno sconfitto.
Abbassò il bicchiere e rivolse lo sguardo verso Mattia.
«Mattia, lo vedi, il tuo papà è un alcolizzato.»
Lui non lo guardò nemmeno. Continuò soltanto a mangiare, ora più velocemente.
«Hai finito o no?» strepitò Sara.
«Ma finito cosa!»
«Abbassa la voce» sibilò lei, guardandosi attorno come se temesse che qualcuno potesse udirli.
Si alzò di scatto dal tavolo, raccogliendo il suo piatto e poi subito quello ormai vuoto di Mattia.
«Ecco come diventi quando bevi, lo vedi?» aggiunse, andando verso il lavello per poi farvi cadere dentro i piatti.
Carlo non ebbe il tempo di replicare, e in fondo non aveva niente da dire: dire qualsiasi cosa non avrebbe cambiato le cose.
Sara arrivò ad Antonio e praticamente lo tirò su per il braccio.
«E tu, muoviti, visto che non hai voglia di mangiare fila in bagno a lavarti e poi in camera a fare i compiti.»
Antonio non disse nulla. Sembrava persino incapace di aprire la bocca.
Come un sonnambulo, a testa china e con occhi lucidi ed enormi immersi in un vuoto buio quanto la pece, uscì dalla cucina, portandosi dietro tutto il peso di una vita insopportabile che lo stava ormai mutilando.
Guardandolo uscire, Carlo vide soltanto un vecchio esanime e ormai prossimo alla morte. Gli ricordava se stesso da piccolo, dopo il litigi con suo padre e sua madre.
«Non combinerai mai niente di buono nella tua vita. Io alla tua età già davo una mano a mio padre in bottega, altro che libri!»
«Carlo, a mamma, io non riesco proprio a capirti. Vorrei soltanto che tu fossi come tutti gli altri ragazzini.»
In quei momenti Carlo avrebbe voluto che qualcuno lo strappasse via dalla sua famiglia, e forse poco prima anche Antonio l’aveva desiderato, e lui non aveva fatto niente per aiutarlo.
Restò in cucina. Mattia colorava i propri disegni seduto davanti al tavolo. Sara in silenzio lavava frenetica i piatti, rumorosamente, come se nel farlo volesse imporre a Carlo la propria presenza.
Carlo continuò a bere e fumare, immobile, fissando un angolo della tavola senza nemmeno il coraggio di alzare lo sguardo verso Mattia, e sentendo attorno a sé, e nella propria testa, soltanto il rumore di piatti e pentole sbattuti nel lavello.
 
Più tardi mise Mattia a letto. Antonio stava anche lui a letto, probabilmente già da tempo.
La lampada del suo comodino era accesa e lui leggeva grossi libri di scuola, ma Carlo sapeva benissimo che poco prima del suo ingresso lui stava leggendo un romanzo o dei racconti: lo sapeva perché anche lui faceva così da ragazzino.
Mattia si addormentò dopo pochi minuti. Faceva sempre così. Come una gattino si faceva accarezzare i capelli per un po’ e poi restava in silenzio, rannicchiato come un feto e col dito in bocca.
Dopo poco di lui non si udiva che un respiro profondo, come se dormisse da ore.
Forse fingeva soltanto per non dover più vedere e sentire niente, quasi gli fosse concesso di trovare pace per qualche ora dalla propria famiglia, immerso in una morte fittizia.
Carlo preferì non darsi una risposta, proprio come sempre. Andò verso Antonio. Si fermò davanti a lui, e lui non lo guardò nemmeno, restando incollato alle pagine di un noioso libro di scienze, fingendo di leggerlo, ma attendendo soltanto che suo padre andasse via.
Carlo non si mise a sedere. Non lo accarezzò. Non lo baciò sulla fronte.
Diversamente che con il piccolo Mattia, fra i due ci stava un sacro imbarazzo, e spesso anche parlare era per entrambi una fatica immane. Quando ci provavano diventavano rossi in viso, i loro occhi divenivano liquidi e volteggiavano nel vuoto, e le loro parole risultavano sempre goffe, ombrose, scivolose.
Era come se non fossero nemmeno loro l’uno di fronte all’altro, ma soltanto due sconosciuti trovatisi lì per caso, e costretti a stare assieme.
Carlo, come spesso gli capitava, osservò una delle foto appese al muro: era una foto in cui lui stava a mare assieme ad Antonio. Allora Antonio aveva l’età di Mattia.
Guardandolo gli sembrava che davanti a lui non ci fosse lo stesso ragazzo che stringeva nella foto appena vista, come se da un giorno a un altro quel bambino fosse svanito, e al posto suo fosse fiondato nella propria vita un estraneo.
Suo figlio era cresciuto, e lui non l’aveva visto crescere: gli era sfuggito. L’aveva perso. Proprio come si perde un treno, una moneta da due centesimi infilata in una tasca, o un pensiero che sai importante, ma che non ritroverai mai più.
E lui non avrebbe mai più ritrovato suo figlio. Stava davanti a lui, a pochi centimetri, ma ormai era svanito.
Lui l’aveva perduto.
Cercò di avvicinarsi a lui, come un cieco che tasta un buio impalpabile e infinito, tremando a ogni passo nel terrore di precipitare.
Avrebbe voluto dirgli tante cose, chiedergli tante cose, e invece sussurrò appena: «Tua madre parla per il tuo bene.»
Antonio non rispose. Rimase con gli occhi incollati alla pagina, intimidito come suo padre; avvolto come suo padre in una massa gelatinosa e pulsante che li stava inghiottendo.
Sfogliò una pagina velocemente. Suo padre guardò ancora quel ragazzo che fra qualche anno sarebbe stato alto quanto lui, coperto da un pigiama che non ricordava nemmeno di avergli comprato né visto addosso, e cercando qualcosa nei suoi occhi bui e lucidi quanto pietre marine da cui invece nulla traspariva, se non la stanchezza di una roccia che ha accolto troppi secoli.
Non disse nulla. Non disse altro e si voltò, avvertendo contro la sua schiena la presenza vivida di suo figlio come fosse una maglia di sudore gelido.
Arrivato alla porta avrebbe voluto dirgli qualcosa. Chiedergli delle letture fatte. Chiedergli di ciò che scriveva. Ma non ne ebbe il coraggio, come da anni ormai non aveva più lo stomaco di fissare se stesso a uno specchio per più di qualche secondo.
Rimase sull’uscio della porta, fermo, con la mano contro al legno, mentre la luce della lampada spingeva contro di lui un manto d’ombra, il respiro di Mattia echeggiava pesante ovunque, e lui, come un animale, respirava il profumo dei suoi cuccioli ormai sempre più lontani.
Improvvisamente sentì una voce muoversi nel buio, come un eco profondo proveniente da una grotta.
«Papà, ma è vero che siamo poveri come dice la mamma?»
A Carlo gli si gelò il sangue nelle vene. Non avvertì più nulla muoversi in lui, nemmeno il proprio respiro.
Tutto era pietrificato. Di lui restavano soltanto due palle bianche perse nel buio, fisse contro un vortice nero che gli stava venendo contro.
Si voltò un istante, senza guardarlo, dicendo velocemente: «Cerca di dormire, su.»
Poi la porta si chiuse nuovamente fra loro, pesante, durissima, gelida.
Era come se una coltre di ghiaccio avesse avvolto l’intero corridoio, e Carlo la sentiva addosso, muovendosi lentamente ma non percependo più se stesso.
Udiva soltanto la voce di Antonio:
«Papà, ma è vero che siamo poveri come dice la mamma?»
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Tratto dal racconto “Il profumo di mia madre”

Durante la notte Daniele fu svegliato da violenti colpi di tosse. Sembravano cannonate che stravolgono una cittadina nel cuore del sonno.
Sofia balzò di colpo, tenendogli la testa e accarezzandogli il viso, urlandogli contro: «Amore, che hai?», mentre lui si rigirava nel letto, senza più respirare, violaceo in viso, sentendo soltanto cemento denso occludergli la gola, e i colpi di tosse che invano cercavano di spaccare quel muro posto fra lui e la vita.
Fu uno sputo tremendo, violento, inumano a riportarlo alla vita.
Fra le braccia di Sofia, Daniele respirava a grandi boccate l’aria, come fosse risalito da una profonda apnea. Il buio attorno a lui sembrava denso e girava contro al suo viso sudato, infilandosi nella sua bocca aperta che ancora ansava in cerca della vita che gli stava sfuggendo dal petto, mentre sul lenzuolo, proprio davanti ai suoi piedi, giaceva silenziosa ed enorme una macchia di muco colmo di sangue.
Sofia la fissò con terrore. Avrebbe voluto urlare. Avrebbe voluto dire qualcosa. Ma le parole le erano rimaste incollate sul palato, come se le avessero mozzato la lingua e ormai fosse in grado soltanto di esprimersi con sguardi o smorfie.
Soltanto buio, terrore e respiri pesanti si muovevano fra i loro corpi avviluppati come due animali che tremano sentendo un nemico avvicinarsi alla propria tana.
Ma Sofia aveva capito che quell’animale era stretto fra le sue braccia, e che sarebbe stato lui a recidergli con un morso la gola.
Lui le disse che andava tutto bene. Sì: «Dannata bronchite!»
Lei lo vide svanire nel buio, come fosse uno spettro, restando immobile sul letto senza poterlo raggiungere: cerea, come se lei stesse morendo al posto suo.
Sentì i passi di Daniele perdersi nel buio, e il suo respiro rantolare come unghie che grattavano le mura del corridoio.
Le parve di poter contare persino i passi di lui. Lo vedeva persino barcollare nel corridoio, come se stesse cercando un posto dove rintanarsi per morire, e infine, quando udì la porta del bagno chiudersi, gli parve di sentirlo crollare a terra, pesantissimo, come un corpo ormai troppo sfinito per poter andare avanti, e dunque desideroso soltanto di fermarsi, così da non provare più niente.
E Daniele si sentiva proprio così, avanzando a fatica nel bagno, riuscendo a malapena a respirare mentre bava, muchi e rivoli di sangue gli colavano sul volto.
Restò immobile contro al lavello, fissandosi allo specchio, e ora vedendo un volto che non sembrava il suo: un volto pallido, affaticato, sofferente e impaurito.
Al posto degli occhi vedeva soltanto due grotte buie, e il suo volto era un insieme di carne mutilata da cui grondava sangue misto a pus.
Rivide il volto di suo padre quando una volta, rantolando nel buio di un corridoio che pareva infinito, trascinandosi contro le mura come una bestia colpita a un fianco, ansimava tendendo la mano contro al vuoto, forse non vedendo nulla, ma cercando soltanto di raggiungere uno spiraglio di luce nel mezzo dell’oscurità che lo stava divorando vivo.
Ora Daniele non vedeva nulla davanti ai propri occhi se non il volto di suo padre, e lo fissava con aria dura come quand’era bambino, terrorizzandolo, impedendogli ogni movimento.
Ansimando ancora, allungò appena la mano tremula verso il vetro, sfiorandolo, e sentendo le unghie grattare contro di esso.
La lasciò cadere di colpo nel vuoto, contro a un lavello che odorava di cosmetici da donna, e di tutti i suoi profumi che ormai non gli sembravano avere più un senso.
Li guardò a uno a uno. Osservò le sue lamette pulite, il dopobarba di marca, e persino le pinzette con cui si sistemava le sopracciglia.
Poi rivide il proprio volto allo specchio, e una morsa atroce gli strappò via il cuore dal petto.
Suo padre lo fissava con occhi neri, privi di pupille, profondi quanto due pozzi senza fine.
Il terrore di Daniele era diventato una ferita profonda incapace di rimarginarsi, perennemente dolorante e che gronda sangue.
Nemmeno la morte era pari a quel dolore. Lo stava tagliando a pezzi vivo. Sentiva le proprie carni aprirsi e mani strappargli via dalla pancia gli organi mentre lui, immobile e ansimando, vedeva il volto gelido e violaceo di suo padre fissarlo.
Le lacrime iniziarono a cadergli silenziose dagli occhi, bagnandogli il viso mentre attorno a lui sentiva soltanto pesanti vangate, e fredda terra precipitare in una fossa, sopra la tomba di suo padre.
Ne sentiva ancora la puzza sin dentro al naso, e come allora da quella fossa udiva la voce di suo padre urlargli contro: «Perché mi hai ucciso?»
Sentì un’ultima vangata colpire la terra, poi le pale battere su di essa, e pesanti lastre di marmo precipitare nel vuoto.
Sì lavò in fretta la faccia, ansimando ancora e tossendo, pulendo il sangue dal proprio viso e cercando di lavare via il sangue che gli inquinava il cuore.
Quando uscì dal bagno Sofia l’attendeva in piedi nella camera da letto.
La lampada accesa sul comodino sembrava avvolgere soltanto lei, come se quella casa, i vestiti costosi di Daniele e ogni altra cosa non avessero più importanza.
Sofia sembrava una bambola, proprio come quella che Daniele le aveva regalato, e posta ancora su di un mobile pieno di trucchi, foto di loro due sorridenti, e alcune statuette di porcellana che Sofia amava particolarmente.
In quel momento lei era pallida più di quelle statuette. Fissava soltanto Daniele, e Daniele fissava soltanto lei: nel buio non esisteva altro che il bianco dei loro occhi incrociati in un comune terrore.
Le labbra di Sofia si mossero più volte, tremule, come se stessero dicendo qualcosa, ma senza emettere un suono.
Daniele le si avvicinò. Cercò di trattenere la tosse, sentendola rantolare nel petto e nella gola, e appena le fu vicino lei lo strinse forte, affondando le proprie dita contro la sua schiena e sfiorandogli la guancia con le labbra, sussurrandogli, quasi stesse per piangere: «Ma che hai? Sei sicuro che va tutto bene?»
A Daniele sembrava che Sofia fosse ora una bambina: quella bambina che non le aveva mai dato e che mai le avrebbe dato.
La strinse forte a sé. Le diede prima un bacio, e poi un altro.
Nel buio non si sentì altro che il rumore delle loro labbra umide toccarsi, e poi un respiro spaccare l’immensa densità del buio che li avvolgeva, proprio come un lampo squarcia il cielo notturno.
«Domani inizierò la cura» le rispose Daniele, trattenendo a fatica la tosse, mentre il suo petto pulsava veloce contro ai seni di Sofia.
Lei non ebbe il coraggio di dire una sola parola, proprio come tante altre volte, durante i silenzi di Daniele in cui lui stesso non sapeva a cosa stesse pensando. E ultimamente quei silenzi erano aumentati vorticosamente. Daniele non sembrava più nemmeno un marito, ma un padre; persino quando facevano l’amore a lei sembrava di essere stretta per compassione, non per altro.
A volte pensava che amasse un’altra. A volte pensava che non amasse lei e basta. A volte pensava di essere soltanto una stupida, perché a conti fatti Daniele le dava tutto, la trattava con una tenerezza tale da farla sembrare una principessa, e da quando erano sposati non avevano litigato mai nemmeno una volta.
Eppure mancava qualcosa. Lei non sapeva cosa, ma qualcosa mancava, come in una notte profonda in cui ti rigiri a letto, pensando a mille cose, ma incapace di afferrare quel pensiero che ti toglie il sonno.
Nemmeno in quel buio che li avvolgeva, o nei suoi occhi, o nelle labbra contro le sue, Sofia riuscì a dare nome a quel pensiero. Aveva soltanto paura, e l’abbraccio di Daniele non riusciva a frenare il tremore che scuoteva la sua anima.
Persino una volta a letto, in un buio che sembrava crema densa, lei rimase con gli occhi aperti: due palle bianche perse in un nero soffocante, mentre immobile sentiva il respiro pesante di Daniele, e i colpi di tosse che spaccavano il silenzio della notte, e dei colpi ancor più violenti spezzarle il cuore.
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Tratto dal racconto “Vicky”.

Mosse la mano sulla sua schiena graffiata, e con l’altra gli accarezzò i capelli fradici di sudore, sussurrandogli appena contro al viso: «Come ti chiami?»
Attese qualche istante una risposta, afferrando la bottiglia dal comodino e dandole un lungo sorso, osservandolo immobile su di lei, a occhi aperti come un animale massacrato.
«Nicola. Nico!»
Lei sorrise, stringendolo a sé e sussurrandogli in un orecchio: «Io mi chiamo Victoria. Vicky, se ti piace.»
Lui non riuscì a dire niente. Stretto ai suoi seni, contro la sua pelle, a occhi aperti fissava oggetti irriconoscibili persi in un denso buio, proprio come si sentiva lui stretto a quella donna, ancora in lei, sentendo le sue carni palpitare contro di lui, e il respiro di quella donna di cui conosceva soltanto il nome battergli contro la faccia.
Si alzò di scatto, divincolandosi dalle sue braccia e andando verso la scrivania.
Accese subito una sigaretta e si portò alla finestra. Vicky si alzò appena di qualche centimetro dal letto, afferrando la bottiglia dal comodino e dandole un sorso, restando poi ferma a osservare la schiena di Nico colma di graffi, e la flebile luce proveniente dalla finestra calata che ne definiva la sagoma.
Rimase silenziosa a osservarlo, senza pensare, guardandolo soltanto mentre lui, immobile, osservava da dietro misere tende solcate da una luce gialla un uomo di mezz’età caricare con cura un carillon, come faceva ogni notte, per poi lasciarlo suonare malinconico in quel vicolo dove non si sentivano altro che risate ubriache, o il miagolio isterico di un gatto che guizzava da un cumulo di rifiuti.
Nel silenzio più abissale, respirando soltanto la puzza della propria sigaretta che ardeva fra le sue dita ingiallite, Nico sentì la voce lenta di Vicky muoversi fra le note di quel carillon, sussurrando: «Un tempo ne avevo un così anch’io.»
Nicola si girò lentamente, guardandola come se stesse osservando un’ombra.
Le lenzuola sotto di lei profumavano ancora di sesso, ma era una puzza più che un odore: una puzza di un sesso passeggero, che non avrebbe lasciato altro che rimpianti e malinconie nella mente di chi avrebbe dovuto poi cambiarle.
Nico fissò le lenzuola, poi guardò Vicky, pensando a quante volte Elisa era stata stesa su quelle stesse coperte.
Gli venne persino da sorridere, ricordando che quelle erano proprio le lenzuola su cui avevano fatto l’ultima volta l’amore, molto tempo prima che lei andasse via.
«Lo so che non sono lei» disse Vicky, fissando soltanto il cuscino e muovendo le dita su di esso, come se avesse appena letto nella testa di Nico.
Lui sobbalzò, e la cenere cadde dalla sigaretta fra le sue dita.
«Mio figlio amava quel carillon» riprese, senza distogliere lo sguardo da quell’angolo di stoffa, come se ormai ogni immagine fosse diventata irrilevante al cospetto dei ricordi che come annegati riaffioravano nel suo cuore.
«Ti ho detto che si chiama Andrea?» aggiunse, alzando lo sguardo verso Nico: due occhi spalancati che gli si accalcarono alla gola come una supplica.
Lei abbassò nuovamente lo sguardo, sospirando e al tempo stesso sorridendo.
«Un nome così dubbio, e poi suo padre non voleva che giocasse con un carillon.»
Nico si avvicinò di un passo, lei strinse il cuscino, lasciandosi cadere con la bottiglia ancora in mano, e poggiando le labbra contro di esso.
L’aria era così densa che la si poteva toccare, e le ombre si muovevano sui loro corpi come mantelli percossi dal vento.
Nico si mise a sedere accanto a lei, senza guardarla né toccarla, ma standole solamente vicino, come un animale che dorme ai piedi del proprio padrone, giusto per mostrargli che lui ci sta, e sapere a sua volta di non essere solo.
«Fino ai quattro anni tutti lo scambiavano per una femminuccia» riprese Vicky, ora chiudendo gli occhi, come se nei propri sospiri stesse rivedendo quelle immagini. «A Riccardo non gli andava giù questa cosa, fu per questo che lo rimproverò quando lo vide giocare con il mio carillon.»
Fece un attimo silenzio. Nico rimase immobile seduto sul letto, con la testa raccolta nel vuoto, fra le sue gambe, bisognoso di quella sconosciuta e al tempo stesso infastidito dalla sua presenza che di colpo aveva reso viva la sua gabbia: pulsante come un organo che rabbrividisce al cospetto di una cancrena.
Quel silenzio fu immensamente pesante sulla sua pelle, ma non trovò la forza di dirle niente, quando invece avrebbe voluto chiederle tante cose: da dove veniva, perché era fuggita, e soprattutto cosa cercava.
Ma rimase zitto. Un respiro pesante di Vicky tranciò l’aria, fino a raggiungere la sua schiena.
«Ruppi io quel carillon, dando la colpa a lui, e lo feci perché gli occhi di Riccardo non lo guardassero più come fosse un malato da curare.»
Nico mosse appena il capo, lasciando cadere la sigaretta dalle dita.
«Lui ora dove sta?»
«Lontano! Lontano con suo padre.»
Non le chiese altro. Non volle sapere il perché, non le chiese quale fosse il posto, né le domandò se un giorno li avrebbe raggiunti.
Si lasciò cadere sul letto, stanco, come un animale che ha percorso troppi chilometri.
Lei gli strinse il capo, e le sue mani erano ancora calde: profumavano ancora di quella loro fugace intimità.
«E lei dove sta?»
«Lontano!» gli rispose lui.
Nico percepì le labbra di Vicky muoversi in un piccolo sorriso contro al suo collo, mentre lei continuava ad accarezzargli il capo.
«Dormi con me stanotte?» gli chiese.
Lui non disse niente. La strinse forse a sé, respirando il profumo della sua pelle misto all’aroma di sesso di cui era ancora pregna la stanza.
Chiuse gli occhi assieme ai suoi. Nessuno disse una sola parola. Restarono così, in silenzio, avviluppati come due animali in una tana, mentre il mondo fuori continuava a scorrere.

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Tratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Ricordo come fosse ieri il giorno in cui portai per la prima volta mio padre in ospedale e gli diagnosticarono un cancro. Ricordo le urla, lo spavento, il dolore, la confusione.
Stavo nella mia stanza. Mio fratello non era ancora partito per Bologna. E Anna era ancora mia sorella, e non mi odiava ancora.
Era notte fonda. Io stavo in camera mia, ma allora non scrivevo ancora. Avevo appena finito di parlare con una ragazza fidanzata, con cui all’epoca stavo, quando sentii improvvisamente nel corridoio un grandissimo tonfo, simile a quello che potrebbe causare un masso che si stacca dal soffitto sfracellandosi al suolo.
Corsi di colpo fuori dalla stanza, e in un attimo vidi il corridoio illuminato, persino più immenso di quando ero piccolo, e mio padre steso per terra privo di sensi, simile a una grande e silenziosa macchia.
Mia madre corse verso di lui e si chinò al suo fianco, urlando e cercando di rinvenirlo.
Ricordo che rimasi immobile, straziato da un assordante senso di confusione, simile al sibilo che si percepisce prima di un infarto.
“Dunque mio padre poteva morire?”, questo pensai prima di udire mia madre urlare verso di me: «Corri a prendere la macchina. Muoviti!»
Poi non altro. Solamente le lacrime di mia sorella. Io che parcheggiai fuori dal palazzo quell’auto che normalmente rubavo di notte per andare in giro a fare danni, e poi la corsa verso l’ospedale.
Dopo meno di un’ora mio padre tornò a essere quello di sempre, seppur seduto su di una barella, ma deridendo gli ammalati che si lamentavano e gemevano dietro tende bianco sporco.
Sorrise persino quando il dottore gli disse che ci stava qualcosa che non andava ai polmoni, come se non accettasse di poter morire: come se non credesse che fosse possibile, e forse noi con lui.
Ricordo solamente il volto pallido di mia madre, mia sorella seduta in una corsia su di una sedia a rotelle, mio fratello che girava per i corridoi, e io che afferrai solamente una parola, una sola: “Cancro!”.
Non ne avevo mai avuto a che fare prima di allora. L’avevo sentita solamente nei film, o letta nei libri. Ma nei film e nei libri non ti narrano di quanto un cancro possa essere orrendo. Ti divora dal di dentro! È il tuo corpo che ti sta divorando, e tu non puoi farci niente. Sono le tue carni che ti divorano come un animale affamato. Una fame carnale, insaziabile, selvaggia che ti porti nel grembo, senza poterla vomitare.
In pochi mesi la malattia consumò mio padre come se lui fosse una candela accesa. Dapprima sembrava tutto normale, come se a conti fatti non fosse altro che un raffreddore da curare. Poi le prime chemio e le radio. Il suo corpo sempre più debole. I suoi capelli bianchi ormai svaniti per sempre, e così ogni pelo sul suo corpo.
In poco tempo dovette persino lasciare il lavoro. Non riuscì più a muoversi, finché di lui non rimase che uno scheletro riposto in un letto: solamente un corpo fragile, in putrefazione, che vagava in un corridoio come fosse un fantasma, appoggiandosi alle mura e ansimando mentre delirava parole senza senso.
Una volta, di notte fonda, si trascinò nel corridoio poggiandosi contro le mura e respirando a fatica. Il suo volto ormai era un teschio in cui insenature si muovevano ombre strazianti, e tanto era magro i pantaloni gli scivolarono di dosso.
Li trascinò attorno ai suoi piedi, fissandomi con occhi incavati in pelle rugosa e sudata, sussurrando appena tra forti rantoli: «Hai caricato le cornici sul portabagagli?»
Io annui, trattenendo le lacrime mentre mia madre stringeva mia sorella, e mio fratello ormai viveva altrove, lontano dalla nostra morte.
Lo raggiunsi e gli tirai su i calzoni. Lo strinsi a me, sostenendolo, e lui mi fissò con occhi pallidi come quelli di un cieco.
«Dove, dove stiamo andando?» rantolò, forse neanche riconoscendomi, continuando ad ansimare e a fissarmi con quei suoi occhi chiari come un ruscello, ora limpidi come quelli di un bambino.
Lo strinsi a me. Le lacrime iniziarono a fluire dal mio viso, mentre sentendo la sua pelle ruvida, sudata e gelida contro la mia mano ebbi appena la forza di dirgli: «A casa! Ora ti porto casa.»
Quella notte rimasi a vegliare accanto al suo letto mentre lui delirava, e più volte disse di aver paura. Più volte gli strinsi la mano, tremando nel farlo. Tremando nello stringere la mano a quello sconosciuto che in quel momento stavo riscoprendo come mio padre. Quell’uomo che avevo tanto ammirato per la sua forza. Quell’uomo che avevo odiato per la sua forza: ora, solamente un uomo fragile, proprio come me.
Quella notte piansi a dirotto, accanto al suo letto. Nessuno mi vide, nemmeno lui, e due giorni dopo morì, senza che io gli avessi mai detto di volergli bene, come lui non lo disse mai a me.
Dopo quella notte segreta non piansi più, se non di nascosto, chiuso in una stanza. E non piansi neanche quando vidi mio padre sparire sotto tre metri di terra. Come non piansi per mio nonno, capendo nel sentire la terra battere sulla bara in cui era avvolto che non avrei mai più mangiato con lui pane e melone. Che non mi avrebbe mai più fatto ridere, che non avrei mai più sentito la sua voce.
Quei due uomini si erano odiati in vita, contendendosi il mio amore.
Ormai sotto tre metri di terra, è stato almeno loro concesso di capirsi e amarsi? E io potrò amarli entrambi?
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