“CHE CAZZO CI FACCIO QUI?”. Una raccolta di racconti per chi ama autori come carver, Bukowski e Palahniuk.

DIETRO LA PORTA.
Quando arrivai all’hotel Jolly, aveva da poco finito di piovere. Che strano! Era Settembre, eppure un forte temporale aveva percosso per tutto il giorno le strade di Napoli. Sembrava che anche il cielo provasse le mie stesse sensazioni. Che quel cielo notturno plumbeo di pioggia riflettesse volutamente il mio dolore.
Ma era un’illusione. Sì, al cielo non fregava minimamente del mio dolore, e così al mondo intero. A tutta quella gente che se ne stava in giro, intenta solamente alle proprie cose, non gliene fotteva un cazzo di niente di me. Quella gente magari di ritorno dal lavoro. Forse ferma ai tavoli di qualche ristorante. Oppure al cinema. In giro per le piazze, parlando con amici. Forse uccidendo qualcuno. O ancora sull’uscio della porta di un pidocchioso albergo del centro, proprio come me. E come me in procinto di andare a trovare lei. La solita lei! Quella che ci sta sempre. Quella che ti fa star bene. Quella che ti fa star male. Quella che a volte ti uccide.
Ida, così si chiamava quella lei. E di certo mi stava già aspettando in camera. Sicuramente trepidante come me. Oppure, forse, fregandosene.
Al telefono mi aveva detto che dovevamo parlare. E quando una donna ti dice che deve parlarti, beh, è quasi sempre per dirti che è finita.
Ma poteva finire tra me e Ida?
Già, come poteva mai finire qualcosa di mai cominciato? Qualcosa di così instabile come il nostro rapporto.
Decisi di non chiedermelo, ed entrai in quel lercio albergo. Io, non altro che uno dei tanti uomini al mondo. Forse non altro che uno dei tanti uomini per Ida.
La hall era illuminata dalle luci giallastre emanate da alcuni neon. Luci cupe e malinconiche che si riversavano su di una vecchia tappezzeria rossa, sui mobili di legno ormai prossimi allo sfacelo, e su di un grosso bancone di legno decadente dietro cui stava seduto un vecchio decadente.
Io mi avvicinai a lui. Lui mi conosceva. Ciro mi conosceva. E di certo mi sentì arrivare, benché non alzò lo sguardo dal suo giornale.
Appena arrivai a pochi centimetri dal bancone, Ciro alzò di un po’ lo sguardo, fissandomi senza cura; proprio come faceva sempre. Forse come faceva con ogni altro cliente che andava a morire, in un modo o in un altro, in quel lurido albergo.
«La sua fidanzata è in camera che l’attende, signore» mi disse, tornando subito al suo giornale.
Io annuii e non dissi niente. Lasciai il mio amico alle sue letture e mi diressi verso una vecchia rampa di scale di finto marmo. Quella rampa che conoscevo sin troppo bene. Quelle scale che conoscevo anche meglio di quelle di casa mia.
Secondo piano, interno 22. Conoscevo a memoria quella stanza. La nostra stanza! E mentre salivo quelle scale, sentendo attorno a me urla in diverse lingue, pensai che era strano l’aver sentito quella parola.
Strano, eppure bello.
“Fidanzata!”.
Sì, così aveva detto il vecchio. La mia fidanzata!
E lo era?
Chi era Ida, e chi ero io?
Eravamo fidanzati?
Ci amavamo?
Inutili domande. Quanto inutili sarebbero state le risposte. Ma mentre avanzavo verso il numero 22; verso la stanza dove avrei trovato la mia fidanzata, cominciai a sentire in me il terrore e il peso di quelle risposte.
Restai parecchi minuti fermo davanti a quella porta. A fissare il vuoto. A fissare il numero ventidue disegnato su quella porta. Devastato da infiniti pensieri. Da pensieri veloci e impercettibili che si muovevano nella mia mente come fossero uno sciame di mosche. Infinite metastasi che si moltiplicavano velocemente, divorando il mio cervello, e ogni mio organo.
Era davvero la fine?
Mi trovavo lì per morire?

CHE CAZZO CI FACCIO QUI?
Sul bagnasciuga alcuni vecchi dalle grosse pance e la pelle molliccia piene di schifose macchie violacee, passeggiavano avanti e indietro come tante pecore che pascolano in un prato. Poi di colpo si fermavano, fissando il mare. Fissandolo come se al di là di quel blu ci fosse altro. Che ne so, un altro mondo, magari, oppure le risposte a ogni domanda della vita.
Invece, al di là dell’orizzonte non ci stava altro che un’altra spiaggia dove altri vecchi passeggiavano proprio come loro, chiedendosi le stesse e identiche ridicole cose.
«Che schifo!» borbottò tra sé e sé Eddy, dando un altro sorso alla birra e portando lo sguardo verso una famigliola accampata davanti a lui; padre, madre, figlio. La Santa Trinità! La Sacra famiglia.
Lui, il gran capo famiglia, se ne stava seduto su di una sdraio, mantenendo un quotidiano che quasi gli cadeva sulla grossa pancia. Lì sotto quell’ombrellone, leggendo in silenzio notizie che in fondo non gli riguardavano, mentre sua moglie, la Vergine Maria, se ne stava stesa su di un telo da spiaggia facendo abbrustolire le sue carni mollicce rese quasi bianche da una crema abbronzate, e tenendo continuamento d’occhio il loro moccioso di nove anni intento a costruire un castello di sabbia che somigliava perlopiù a un grosso cumulo di mondezza.
Accanto a loro, beh, niente di diverso!
Famiglie silenziose. Famiglie che parlavano solamente del lavoro, di cosa mangiare o di cosa avevano mangiato, di qualche programma televisivo, del mare calmo o agitato, del posto in cui si trovavano e del posto in cui sarebbero andati l’anno prossimo. E ancora, coppiette silenziose stese su dei teli a prendere il sole; lui intento a leggere un giornale o a fare un cruciverba, lei presa a fissare il suo dannato smartphone da ottocento pezzi. E ovunque, mocciosi petulanti correvano per quella maledetta spiaggia, urlando e ridendo. Facendo rimbombare le loro voci assieme al rumore delle onde o alle risate di adolescenti che giocavano a beach volley.
“Che cazzo ci faccio qui?” pensò ancora Eddy, dando un’ultima strippata alla sua paglia per poi gettarla a terra.
Si voltò ancora. Il suo sguardo si posò su delle forme sinuose. Sui corpi mezzi nudi di ragazzine appena sedicenni che giocavano a beach volley, ficcate in una grossa gabbia avvolta da del filo di metallo.
Vide i loro culi sodi muoversi avvolti da costumini quasi inesistenti. Le loro belle tette ciondolare ogni volta che saltavano per raccogliere la palla.
Le passò a rassegna tutte. A una a una. Scrutando i loro culi, le loro tette, i loro corpi. Fissando quella macelleria a cielo aperto, e desiderando solamente di correre lì, prendendo una a caso di loro; magari quella con il costumino verde mela, e gettarla a terra per poi strapparle tutto da dosso. Tastare quel suo meraviglioso corpo. Tirarlo fuori e scoparla a sangue, mentre lì sulla spiaggia Mister Sconosciuto continuava a leggere il proprio giornale, e Miss sconosciuta continuava a smanettare con il proprio smartphone.
Ma restò lì fermo, guardando ancora il culo della tipa con il costumino verde mela. Vedendola balzare in aria, colpendo la palla e facendo ondeggiare il suo meraviglioso culetto.
Cercò di distogliere lo sguardo, Eddy.
Sì, certe cose possono costare caro, soprattutto se si viene scoperti.
Ma davanti a lui la scena non cambiò minimamente.
Eccola! Proprio in riva al mare. La persona che non può mai mancare su di una spiaggia: alta, slanciata, forme sinuose e una pettinatura alla moda; capelli corti e selvaggi.
Il suo tatuaggio dietro al collo urlava “Io sono un’anima libera. Sono Sai Baba. Sono Osho. Sono Maharishi Mahesh Yogi. Sono la confraternita hippy dei Merry Pranksters.
Ogni sua movenza, impregnata da un fortissimo profumo orientale, di quelli comprati su internet dopo un’accurata ricerca su tutto ciò che sia contro famosi marchi quali Channel, Christian Dior, Giorgio Armani e Dolce & Gabbana, o qualsiasi altro prodotto commerciale atto a mercificare la figura femminile, e dunque indegna di lei; creatura speciale al di sopra del mondo e della moda. Quel mondo a cui neanche si mischiava, stando in disparte, stesa sulla riva di una spiaggia a fissare il mare come se volesse ritrovare se stessa. Lei, lontana dal frastuono della folla, stesa su di un telo viola a bere caffè e fumare una sigaretta sottile, lasciando che “fratello sole” baciasse i suoi seni nudi; segno concreto della sua emancipazione femminile atto a urlare a tutti una forma di protesta sociale, invogliando il mondo alla conversione verso la libertà assoluta e l’amore cosmico.
Sì, quelle non erano solamente tette, era il suo urlo verso tutto il mondo. La sua carta d’identità. La sua patente. Il suo passaporto.
“Osservatemi” urlavano quei seni “Io sono libera. Io sono diversa. Sono il cibo macrobiotico. La miglior ricetta vegana. Il corso di yoga fatto da Patañjali. Sono un appartamento privo di televisore. La ragazza in bicicletta che percorre una metropoli piena di rumorose auto. Io sono la meditazione guidata, il sole africano, la poesia haiku, la legalizzazione della marjuana, la lotta contro l’uccisione della balene e la manifestazione per i diritti dei gay.
Ecco, il suo piccolo e sodo seno nudo era il suo urlo contro l’imperfezione umana. Il suo marchio di fabbrica. Il suo nome. L’etichetta che certificava la sua Denominazione di Origine Controllata. E la gente attorno a lei doveva saperlo! Chi la desiderava, chi ambiva al suo corpo profumato dal più costoso profumo non alla moda alla fragranza di Patchouli prodotto da onesti e sorridenti indigeni indonesiani, dovevano sapere che per arrivare a lei avrebbero dovuto ammirarla, osannarla, venerarla, e accettare il suo essere “un passo avanti” a confronto di tutti. Che lei fosse l’evoluzione umana. Il Nirvana. Il solo e unico Dio.
Poi ecco che lo sguardo di Eddy si posò su di un ragazzo a pochi metri da mister “Io sono la via, la verità e la vita”.
Il volto di quel ragazzo era quello del tipico uomo che ha una lavoro ordinario, un rapporto di coppia ordinario, una vita ordinaria, un armadio ordinario. Il tipico uomo che ama parlare del lavoro che in realtà detesta. Il tipico uomo che passa ogni mercoledì e giovedì a fare volontariato in parrocchia o all’UNICEF. È l’uomo che maledici quando, andando di fretta, lo vedi pararsi davanti a te, sorridendoti e mostrandoti uno schifoso volantino con sopra stampate le immagine di bambini malnutriti.
È l’uomo perfetto. Quello che sorride alla propria suocera, durante il pranzo domenicale. È l’uomo che ogni mese segna il consumo dell’energia elettrica, del gas, e controlla quanto sta crescendo il suo fondo per la previdenza sociale.
Insomma, il tipico “bravo ragazzo”. Proprio quello che ha una collezione di filmati e foto porno conservati in una cartella denominata “file”, nel bel mezzo di altre cartelle del disco locale; lì dove nessuna fidanzata andrebbe a curiosare.
Di tutto e di più! Dal bondage al porno amatoriale. Dai classici del porno, fino ai filmati di minorenni raccattati sui peggiori forum del web. Dalle gang bang ai video di stupri: cento per cento naturale! La vita al naturale di un uomo malato, nascosta dietro al sorriso di un bravo ragazzo.
Impossibile?
Guarda il tuo vicino, guarda il tuo capo, guarda tuo padre, tuo marito, tuo fratello, tua moglie, tua figlia.
Troverai una generazione di esseri socialmente perfetti, che nascondono dietro al mobile un vibratore, una carota ancora sporca di vasellina, un cuscino di gommapiuma con un foro nel mezzo che ancora emana un tremendo tanfo di sperma, non dissimile da quello che si sente in una pescheria.
Troverai ovunque simili cose. In ogni casa. In ogni PC. Persino nella cartella denominata “Vuota” nel computer dell’avvocato Casaretti, il tipo simpatico che ti sorride sempre, inimmaginabile amante dei porno in cui si simulano scene di stupri. Oppure in un HD appartenente al Dottor Bartolini, quel simpatico uomo che ti controlla la schiena e la gola, per poi masturbarsi vedendo filmati amatoriali di minorenni sodomizzati con falli di gomma: Un archivio segreto che farebbe rabbrividire anche quello del caro signor Nicoletti, il sacrestano della tua parrocchia a cui affidi i tuoi figli, ogni lunedì e mercoledì, perché imparino la parola di Cristo.
Troverai di certo anche Eddy, ancora lì fermo a fumare e bere, ora fissando la ragazza accanto all’uomo perfetto. Una ragazza pallida e leggermente sovrappeso, banale almeno quanto il suo costume bianco sporco, e la montatura dei suoi grossi occhiali.
Lei di certo conosceva bene l’archivio segreto del proprio fidanzato.
Sì, quella ragazza insignificante sapeva di certo tutto, pensò Eddy, fissandola con aria disgustata.
Lei sapeva tutto. Ecco perché guardava con odio quella donna, Miss Nirvana, perché sapeva che mai avrebbe raggiunto il suo posto. Mai sarebbe finita in hard disk pieno di porno, amati dal suo nobile uomo.
Ma il suo disgusto richiamava all’ordine il suo bravo amore, portandolo a fingere ulteriore disgusto nel vedere il corpo di Miss Nirvana, mentre con la mente già la stava rinchiudendo nel proprio archivio segreto.
Dio, fissandoli ancora, Eddy sorrise e poi chinò lo sguardo. Fissando per un attimo la sabbia illuminata dal sole, e poi chiudendo gli occhi, rivedendo in tanta finzione il mondo in cui si trovava. Il mondo in cui era costretto a vivere. Il mondo che mai l’avrebbe abbandonato.
“Che cazzo ci faccio qui?” pensò ancora. Aprendo gli occhi. Alzando lo sguardo e fumando ancora la sua Marlboro.
Ed eccoli lì, nel mezzo di altri volti, di altri corpi di gomma sparsi ovunque, vide l’icona perfetta della Sacra famiglia.
Loro erano un’accusa contro tutti i suoi sogni mai realizzati. Quelle illusioni che gli fecero ingoiare da bambino a furia di violente cucchiaiate.
Quella bambina che in fondo desiderò di essere. La piccola Laura Ingalls che correva nella prateria, sorridente verso il suo saggio, forte, premuroso padre Charles Philip Ingalls. Oppure il piccolo Jeff che corre e ride assieme a Lassie. Sì, Lassie, proprio come il cane che aveva un tempo Eddy. Il nome dato al 90% dei cani di tutto il mondo. E come il 90% dei cani di tutto il mondo, incapace di fare qualcosa di diverso dal rotolarsi sul pavimento, porgere la zampa, o scodinzolare innanzi al cibo.
Quelle furono le immagini che passarono nella sua mente, vedendo quell’allegra famiglia. Guardando attori intenti a interpretare una parte; non altro che un ruolo. Non altro che finzione.
E quel capo famiglia lì davanti a lui, chi era mai?
Forse era il buon dottor Cliff Robinson. E a parte il colore della pelle, ne aveva tutta l’aria.
Il tipico uomo realizzato, acculturato, socialmente approvato.
È il tuo medico di fiducia; il dottor Rossi, quello che hai visto sempre con addosso un camice bianco. Sempre sorridente, persino quando ti diagnostica un cancro al colon. Ma così sorridente nel farlo, che vorresti quasi ringraziarlo. Lui, capace di inculcarti fiducia e speranza in ogni momento. Quella stessa fiducia nella vita che cercava di propinare alla sua famiglia, a colpi di grandi sorrisi. I suoi cooprotagonisti di quella nuova serie Tv di successo: “La meravigliosa famiglia del dottor Rossi”.
In ordine di apparizione: Moglie milf dal seno rifatto, sedere ancora in forma e lunghi riccioli neri unti da qualche balsamo di marca; forse del Patch Back Pain. E poco distante da lei, in procinto di correre verso il paparino, una ragazzina di appena sedici anni, con il costume sin dentro alle natiche e il fisico che non ha nulla da invidiare a quello delle maggiori pornostar.
Eddy vide correre quella ragazzina tra le braccia del dottor Rossi. Abbracciandolo e sorridendo, mentre la mammina imponeva loro di mettersi in posa, così da immortalare in una foto quella meravigliosa vacanza. La loro meravigliosa e fasulla vita, falsa come una foto ottenuta dopo mille scatti.
Ma la foto va fatta sempre. Deve essere fatta! E alla fine deve essere perfetta. Proprio come tutte le foto che raffigurano una vacanza. Proprio come la foto della famiglia Rossi, dove il padre sorride, stringendo la propria bambina, e lasciando forse che il mare nasconda la propria erezione, o magari pensando a quanti uomini siano stati dentro a sua figlia.
Tutte cose da non dire. Tutte cose da tenere nascoste nella cartella “File” nel disco locale di un PC. Tutte cose che non vedrete mai nella serie Tv “La meravigliosa famiglia del dottor Rossi”. Un successo garantito! Almeno otto stagioni.
Eddy lì fissò ancora una volta. Tutto attorno a lui girava. Il sorriso smagliante del dottor Rossi gli ricordava la propria imperfezione, proprio come fanno i sorrisi delle star della televisione quando durante la notte di capodanno fanno festa, lì davanti agli occhi di un vecchio solo che non ha che come compagnia un televisore; le lancette che scandiscono il tempo e al tempo stesso la sua condanna.
Ansimò, dolorante come uno a cui hanno appena strappato un dente dalle profonde radici.
Si guardò attorno, in cerca di uno spiraglio d’aria. Cercando di non soffocare, mentre la sabbia cocente e le onde roteavano attorno a lui, così come i volti, i sorrisi e le risate di quegli sconosciuti. Vecchi o famiglie. Mocciosi che urlavano, giocando per la spiaggia e facendo volare in aria la sabbia. Coppie silenziose che comunicavano con chissà chi grazie a degli smartphone. Qualcuno che suonava la chitarra, cercando di risultare perfetto come Miss Nirvana. E ancora altri corpi; corpi orrendi o corpi seducenti che in microscopici costumi urlavano al mondo “Guardami, desiderami, venerami”.
Né fissò uno in particolare. Un corpo forse sedicenne, proprio come quello della figlia del dottor Rossi; il protagonista della serie Tv che tutti avrebbero amato.
Ma tornò subito in sé!
Si guardò attorno con fare prudente e al tempo stesso acuto.
Okay, nessuno l’aveva visto. Era ancora salvo. Non sarebbe stato lapidato per aver fissato il culo di quella giovane ragazza.
Decise però di non rischiare ulteriormente. Certe cose possono costarti caro. Possono costarti la libertà e la vita.
Così raccattò dallo zaino un paio di occhiali scuri e se li piazzò sul viso.
Diede ancora un sorso alla birra, tornando al culo della ragazza. Ma lei si alzò lentamente, scrollandosi la sabbia da dosso e incamminandosi su quella spiaggia.
Eddy la seguì con lo sguardo. Vide quel culo morbido muoversi tra vecchi, bambini urlanti, e gente stesa su teli da spiaggia, finché svanì del tutto in mare.
Così porse la sua attenzione su altro. Cercò altro, e non faticò a trovarlo.
Sì, in ogni dove quella spiaggia era piena di altri corpi. Corpi belli. Corpi sodi. Corpi giovani. E lui li fissava tutti da sotto ai suoi occhiali da sole, bevendo la sua birra e tastandosi il cazzo di tanto in tanto. Proprio come farebbe ogni persona da te odiata. Proprio come farebbe tuo marito. Proprio come farebbe tuo figlio. Proprio come farebbe l’eroe della tua fiction televisiva preferita. Proprio come faresti tu.
Un’intera spiaggia stuprata! Non risparmiò neanche le adolescenti. Fissò quei corpi pensando a quanto avrebbe voluto scagliarsi su ognuno di essi.
Ma ritornò in sé.
Sospirò, chinò lo sguardo e si ficcò in bocca un’altra sigaretta, per poi accenderla.
“Che cazzo ci faccio qui?” pensò ancora, fissando quella gente. Quelle brave famiglie. Quei bravi vecchi che non chiudevano un attimo le loro cazzo di bocche.

12434741_10153725213091278_1802920831_n

Annunci

“NUDA”, un viaggio in una malattia. Un viaggio nel volto di Eva; il volto di una bambina bisognosa d’amore, di una vittima, di una carnefice, di una malata. Un romanzo che riuscirà ad arrivare al posto giusto.

Con un fendente, stringendomi forte, mi trapassò le carni e l’anima.
Un gemito di piacere e di dolore rimbombò in quella tomba in cui noi, condannati a morte, stavamo perpetuando il delitto che ci avrebbe condotti infine al suicidio.
Lui iniziò a muoversi su di me con decisione. Con forza. Stringendomi come se volesse stritolarmi. Mordendomi il collo come se volesse lacerarlo. E io, sotto di lui, mi muovevo al suo stesso ritmo. Ero io a scopare lui, non lui me. Ero io a violentare me stessa, non lui. Era quello il mio masochistico delirio, e io ero le mie dita divorate. Il vomito gettato nel cesso dopo una lunga abbuffata. Ero la mia fica smembrata dalla sua violenza. Dalla mia violenza. Dalla voglia di non essere mai nata. Da quella voglia di morire, perché incapace a vivere.
“Pugnalami. Pugnalami. Pugnala il mio cuore marcio. Puniscimi per essere nata”.
Questo rimbombava nella mia testa mentre il mio corpo, come fosse una bambola di plastica, veniva scosso dalle sue spinte. Colpi simili a pugnalate in cui era intriso tutto il suo dolore nei confronti di una vita che l’aveva relegato in un dipinto. Quella mia stessa rabbia che, con atti masochistici, si scagliava contro di lui, costringendolo ad uccidermi e uccidersi. Colpendolo mentre lui mi colpiva. Muovendomi assieme a lui mentre la stanza roteava attorno a noi: tutto confuso, stordito, lontano. Come se non fossimo più noi a stare lì, ma solamente le viscere di due cadaveri ormai putrefatte. Solamente sangue che nessuno avrebbe mai lavato via. Il sangue di vite gettate, mai nate; aborti strappati dal grembo materno e lasciati al freddo, mentre i pochi secondi di vita ancora pulsavano nei loro informi cuori, mostrandogli una vita che mai avrebbero avuto. Un nome che mai avrebbero avuto.
E qual era il mio nome? Qual era il suo nome?
Un gemito di rabbia donò un nome a entrambi, mentre lui, stritolandomi, diedi un colpo fortissimo in me, accolto dal mio pube famelico; dal mio corpo affamato di quella vita rubata, lì sotto di lui, dimenandosi come fossi indemoniata.
Infine, si lasciò cadere su di me. Nel buio. Nel buio che celava quel delitto.
Ansimante e sudato, iniziò ad accarezzarmi il viso, baciandomi dolcemente le labbra e sorridendo.
Ecco, tutto era fatto. Tutto era finito. Un altro dente tolto. Ancora un dolore per anestetizzare un altro dolore.
Era cambiato qualcosa?
No, non ero più io lì. Non era più lui lì.
Sconosciuti, ecco cos’eravamo. Due drogati che detestavano la propria droga, convincendosi che non ci fosse nulla di meglio al mondo.
Avrei mai lasciato la mia droga? E lui, avrebbe mai lasciato la sua di droga?
No! E me lo disse con un’altra pugnalata. La più dolorosa. Quella che arriva sempre, presto o tardi.
«Sono così innamorato di te» mi sussurrò in un orecchio. Penetrandomi ancora una volta. Lasciando che un infernale virus si addentrasse in me, divorando voracemente ogni parte del mio corpo.
Era la bugia sovrana di ogni altra bugia.
Lui l’aveva già detta ad altre persone. Io l’avevo già detta ad altre persone.
Eravamo entrambi sadici carnefici e masochistici sciocchi.
Stavamo ancora una volta uccidendo qualcuno. Ci stavamo ancora una volta suicidando. E le mie dita nei suoi capelli, il mio sorriso e quel tenero bacio, furono il sigillo che sugellarono la nostra comune colpa. Furono parte del suo stesso movente. Noi, ora stesi sulle nostre illusioni, illudendoci ancora che fossero dei sogni, e accrescendo un dolore che presto o tardi ci avrebbe divorati.
E quanto tempo ci sarebbe stato ancora concesso?
Fu una mia carezza a rispondere. Ancora una volta. In quel silenzio che ormai svelava la realtà di un rapporto mai nato. La storia tra due persone che non avevano nulla da dirsi. Che avevano consumato tutto in un celere falò, inebriandosi di una cruenta emozione, nuovamente convincendosi che essa potesse perdurare in un sentimento cui solo e unico nome era bisogno.
E di cosa avevo bisogno in quel momento, ormai desta, vedendo il mio e il suo sangue sulle mie labbra?
Avevo bisogno di vomitare, ecco cosa.
Ancora una volta mi ero abbuffata. Ancora una volta mi facevo schifo. Ancora una volta avevo pagato per la colpa di essere venuta al mondo.
Ora dovevo solamente vomitare quello schifo. Vomitare me stessa. Poi cercare nuovamente di essere perfetta, modellando il mio corpo e la mia anima con un forzato digiuno, finché non sarebbe giunta la nuova abbuffata. La nuova condanna. Il nuovo fallimento di quella mia corsa verso una vita perfetta. Verso una vita inesistente.
Mi alzai dal letto, come la più dolce e devota delle spose, e dopo un altro bacio, andai verso il bagno.
Aveva pulito anche quello. Aveva cercato in ogni modo di celare la sua malattia, come io in ogni modo cercavo di nascondere la mia.
Mi avvicinai allo specchio e mi fissai. Non mi riconoscevo. Non vedevo il mio volto, ma solamente uno schifoso mostro. Un mostro bastardo e crudele, capace di far del male a tutti semplicemente con la propria esistenza.
Allungai le mani verso lo specchio, sfiorandolo come se potessi toccarmi.
Scostai la mano e, violentemente, sputai contro lo specchio.
«Stronza. Fai schifo!» strepitai, fissando la mia immagine distorta da quello sputo. Dal mio ribrezzo verso me stessa e la mia vita imperfetta.
Mi guardai ancora allo specchio. Trucco sbavato sul viso di una bambina mai cresciuta. Una puttana dell’Est gettata per strada, violentata infinite volte, al punto da diventare cattiva, spietata, inesistente: non altro che una sadica violentatrice. Il riflesso di una violenza mai guarita.
E ciò mi giustificava? Giustificava il male perpetuato nei miei confronti? Giustificava il sangue appena succhiato da quel corpo cui, unica colpa, era stata quella di accogliere il mio incessabile urlo d’amore?
Avrei dovuto scappare via, ma al di là di quello stupro a cui mi ero concessa, in me ribolliva ancora l’eroina della sua tenerezza. La dolcezza mai avuta da mio padre. La fiducia e la stima mai ricevuta. La vita che da sempre ricercavo. Quella vita perfetta. Quella vita in cui io ero perfetta e degna d’amore.
No, non potevo rinunciare a quella mia droga. A ogni costo. Anche al costo di stracciarmi da dosso la pelle?
E la sua di pelle?
In quel momento non vidi altro che il mio riflesso allo specchio. Ora di nuovo perfetto, dopo aver pulito quella macchia e ogni mia colpa. Pronta a rientrare in scena. Pronta a lottare per la mia vita. Pronta a lottare per la mia illusione. Per la mia masochistica e al tempo stesso sadica voglia di vita.

14164043_10154301552546278_1823963199_o

“NUDA”. Una dolorosa storia sull’anoressia e la bulimia. La storia di un bisogno d’amore che ti conduce a tutto, anche a ucciderti e uccidere.

Era la richiesta di una carezza o di un bacio? Il mio corpo! Condanna e al tempo stesso unica merce di scambio per ricevere quelle attenzioni che rincorrevo veloce come un ghepardo. Il solo pensiero ridondante per anni e anni. Un’ossessione. Ciò attorno cui tutto roteava. La mia immagine. La mia perfezione. Io, non altro che una pietanza raffinata da preparare alla perfezione; bellissima alla vista, forse nauseante al palato.
Rividi il mio volto, e i loro volti neanche li vedevo. Loro non erano mai esistiti, come forse non era mai esistito neanche Mario, e tantomeno Max. Erano solamente bocconi da ingoiare, ecco cosa. Non altro che bocconi da infilare voracemente nel mio corpo, per mettere a tacere le urla del mio incolmabile stomaco.
Chiudevo gli occhi e tappavo il naso per non sentire la puzza di decomposizione, e poi lasciavo che quel cibo entrasse in me. Lacerando le mie labbra. Riempiendomi. Facendomi sentire viva, e non soltanto uno scheletro posto in una tomba.
Dopo avrei vomitato tutto! Ancora una volta avrei vomitato la mia colpa.
Fissai meccanicamente il water. Innanzi a esso vedevo uno spettro. Uno spettro rannicchiato contro di esso, come se stesse dormendo, perché esausto dal peso della vita.
Ero io quello spettro?
In fondo non fu difficile liberarsi dalla colpa. Lo ricordavo bene. Ricordavo ogni momento. Quel rituale che avevo compiuto migliaia di volte.
A un certo punto tutto diventò meccanico, come se non fossi più io a farlo.
In fondo basta poco!
Apri l’acqua del rubinetto perché nessuno senta niente. Perché la colpa non sia mostrata al mondo.
Poi ti inginocchi per terra. Il pavimento è freddo contro le ginocchia, ma dopo un po’ non ci fai neanche più caso. No, sei solamente concentrata contro quell’acqua che ti fissa. Un vortice in cui stai per annegare.
Nel tempo non percepisci neanche più quel lieve fetore di piscio proveniente da quel cupo vortice. Vedi solamente quel turbine. Sai che è la tua liberazione. Il solo luogo dove gettare la tua colpa. Dove nascondere la fame violenta e schifosa di una tossica.
Sai che devi riversare lì l’eroina ancora calda nelle tue vene. E lo fai! Ci vuole poco. Due dita in gola, non altro, questo il prezzo della perfezione. Due dita in gola! Gli occhi si chiudono istintivamente, lacrimando, mentre inizi a tossire, sentendo le dita toccare qualcosa di viscido e caldo. La tua ugola che sembra spaccarsi. Il palato che si graffia. Poi, uno scatto fulmineo, e tu sprofondi in quel vortice, svanendo assieme al tuo stesso vomito. Gettando via ogni colpa, e lentamente la tua vita.
Ecco, basta poco. Non ci vuole molto per cancellare la colpa. Basta vomitarla!
E quante volte avevo vomitato la mia colpa? La mia colpa di essere una tossica!
Fissando quel bianco water, simbolo dei miei infiniti suicidi, non riuscivo neanche a ricordarlo.
Quando fu la volta in cui vomitai del tutto Eva, lasciando in quella gabbia non altro che una bambina abbracciata alla propria tomba?
Avevo vomitato lì ogni parte di me, fino a scomparire del tutto, e quel volto che ora vedevo allo specchio, fissandomi, non aveva nulla di me. Era ancora una volta un alimento per altri, atto ad attirare nella mia pancia altro cibo; una violenta abbuffata che avrebbe ucciso me e chiunque fosse capitato tra le mie mani.
Mi fissai ancora allo specchio. Quale parte del mio corpo avrei immortalato ora? Pensai, denudandomi, e vedendo la mia pelle coperta da un pesante manto di cemento.
Sarei mai riuscita a fotografare il mio cuore? E a qualcuno sarebbe interessato?
Pensai di nuovo a Max, accarezzando delicatamente i miei seni, come se stessi cercando di sentirmi viva, presente, reale.
Niente, non percepii nulla, se non dolore. E il pensiero di Max non mi faceva sentire meglio. Lui era un dito puntato contro la mia imperfezione. Un dito che mi accusava di non essere niente, se non una bambina viziata e fasulla. Solamente una banale e malefica bugiarda.
No, non avrebbe gradito alcuna foto, tantomeno l’immagine di un cuore fasullo. L’immagine da me vista, non quella reale.
Nulla era reale in quel momento, neanche il mio dolore, ora riversato in uno specchio in cui, come fossi su di un palco, vedevo la mia immagine. Quel mio corpo che celava un’anima sparita secoli fa, forse nella prima abbuffata, forse nel mio primo digiuno; di certo in quella prima volta che compresi come suscitare pena nel prossimo, tirando fuori dai loro corpi ogni brandello d’amore, ogni briciola di vita.
Anche in quel momento non desideravo altro. Ero un vampiro pronto a succhiare il sangue della propria vittima. Ero un’attrice pronta ad andare in scena, li a lavarsi e poi truccarsi, indossando la mia maschera di cerone e il mio vestito di cartapesta.
Ecco, ero perfetta. Ero tutto ciò che si potesse desiderare al mondo. Io, una bambina bellissima e dal cuore ferito. Un trucco lieve sul mio volto pronto a tramutarsi in quello della peggiore puttana. Il mio esile corpo che implorava e pretendeva un abbraccio da cui non mi sarei sottratta finché non avessi stracciato via la pelle del malcapitato.
Sì, ero pronta ad andare in scena. Ero perfetta. Le lacrime erano dimenticate. Max era dimenticato. Il mondo era lontano, e io ero sparita.
Non restava che il corpo di una puttana vestita da bambina. La prostituzione di una vita. Non altro che mercanzia avvelenata da svendere per strada.

bulimia

“NUDA”. Il mio capolavoro! Qui non esistono vittime o carnefici, ma solamente persone che soffrono.

Nulla era reale in quel momento, neanche il mio dolore, ora riversato in uno specchio in cui, come fossi su di un palco, vedevo la mia immagine. Quel mio corpo che celava un’anima sparita secoli fa, forse nella prima abbuffata, forse nel mio primo digiuno; di certo in quella prima volta che compresi come suscitare pena nel prossimo, tirando fuori dai loro corpi ogni brandello d’amore, ogni briciola di vita.
Anche in quel momento non desideravo altro. Ero un vampiro pronto a succhiare il sangue della propria vittima. Ero un’attrice pronta ad andare in scena, li a lavarsi e poi truccarsi, indossando la mia maschera di cerone e il mio vestito di cartapesta.
Ecco, ero perfetta. Ero tutto ciò che si potesse desiderare al mondo. Io, una bambina bellissima e dal cuore ferito. Un trucco lieve sul mio volto pronto a tramutarsi in quello della peggiore puttana. Il mio esile corpo che implorava e pretendeva un abbraccio da cui non mi sarei sottratta finché non avessi stracciato via la pelle del malcapitato.
Sì, ero pronta ad andare in scena. Ero perfetta. Le lacrime erano dimenticate. Max era dimenticato. Il mondo era lontano, e io ero sparita.
Non restava che il corpo di una puttana vestita da bambina. La prostituzione di una vita. Non altro che mercanzia avvelenata da svendere per strada.

Fotolia_44696842_XS

Una romanzo scritto come fossi una donna. “NUDA”, ancora inedito, un romanzo che affonda gli artigli nell’umana sofferenza.

Il mio dolore meritava di essere amato. La mia sofferenza meritava di essere accudita. Le mie lacrime mi rendevano umana, viva, unica, preziosa.
Quella era Eva. La malattia era la mia coperta. Il manto in cui avvolgevo la mia identità. La mia fortezza.
La malattia era la mia identità.
Eva non esisteva più. Forse Eva non era mai esistita. Esisteva solamente lei, la mia malattia: il riflesso di una vita mai nata. Quella vita che lui stava accogliendo, pur non vedendola, pur non conoscendola. Stringendo e amando solamente le lacrime di una bambina amata. Di quella Eva mai cresciuta. Quella Eva mai venuta al mondo.
Fotolia_44696842_XS

Nove storie che vi strapperanno la pelle dalle carni. Editi con la Damster edizioni, Lettere animate e Meligrana edizioni, otto romanzi e un’antologia di racconti capaci di scavare nel vostro cuore.

AFFAMMATA D’AMORE (tratto da una storia vera)

Sì, lei era un piccolo corpo martoriato e gettato in una discarica. Una principessa violentata. Una
bambolina usata e poi bruciata.
No, non sarebbe più stata una bambina ferita. Non avrebbe provato più niente. Tutto le sarebbe
scivolato addosso. Gli stessi uomini le sarebbero scivolati addosso. Al punto che, man mano, non
sentì più neanche quei cazzi muoversi in lei. Non sentì più niente! Era fredda. Come morta. Solo un
corpo senza coscienza.
Ma l’amore, come incubo, continuò a tormentare il suo corpo bardato di metallo.
Ogni tanto, l’illusione di essere compresa e amata la spingeva verso nuove spiagge. Verso folli
viaggi in cerca di quel cuore ormai dimenticato.
Ma il più delle volte non trovò niente se non nuovi morsi. Altro sangue sulla sua pelle. Altre
illusioni. Altre unghie che cercavano di conficcarsi nelle sue carni.
E apri ancora le gambe. Fallo entrare. Sta zitta. Chiudi gli occhi, fingi che ti piace. Trattieni i
conati di vomito. Stringi i pugni, sperando che finisca presto.
Ecco, quella era Elisa. La spavalda. La pazza. Quella che rideva sempre: In realtà una ragazza dal
cuore immenso e pieno di tagli.
 
 
UN CIELO DI CEMENTO (Seguito di Affamata d’amore)
Lei sorrise, accarezzando le miei mani contro al suo viso, e chiudendo gli occhi come se stesse sognando chissà cosa.
Mi avvicinai a lei e la baciai. Un bacio lungo e intenso. Le nostre labbra che si muovevano freneticamente. Le nostre lingue che si sfioravano. Le nostre mani sui nostri corpi.
La gente era sparita. Il mondo era sparito. Ma il dolore restava ancora!
Sì, lo percepivo nei suoi baci. Mi stava urlando “Non lasciarmi sola!”, e io forse le stavo urlando “Amami!”.
Già, eravamo solo dolore, ecco cosa. Due vite ferite che si erano incontrate, unendo il loro sangue e le loro lacrime.
Il nostro amore non era altro che un grido. Stavamo urlando! Stavamo urlando al mondo il diritto di essere felici. E forse inconsciamente ci stavamo divorando a vicenda in cerca di quella speranza capace di dirci che la vita non fosse solo uno schifo, e che noi fossimo degni di amore. Ancora capaci di essere amati.
Ma nessuno di noi svelò quel mistero. I nostri baci erano il tempio in cui si celava il corpo di Cristo. La nudità celata nell’oro. La passione e le lacrime nascoste da una fasulla risurrezione.
E stavamo davvero risorgendo? Quell’amore avrebbe guarito le nostre ferite?
 
 
THE WRITER
Fissai a lungo quella pagina. Per secondi che mi sembrarono anni. Senza che mi venisse in mente niente. Nessuna storia! Non una sola parola.
Otto romanzi scritti e quattro pubblicati, e non avevo più parole. Solamente il vuoto, e quei miei merdosi e fasulli sorrisi ancora scolpiti nella testa.
Diedi un sorso forte alla bottiglia, come se volessi annegarli. Ma rimasero lì. Innanzi a me. Vividi e penetranti come una pugnalata nella pancia.
«Quante stronzate che hai saputo dire stasera. Bravo! Davvero bravo!» sentii rimbombare in quella stanza.
Digrignai i denti e strinsi forte la bottiglia, alzandola con forza contro le labbra e dando un forte sorso come se volessi fare arrivare fino al cuore quella merda alcolica.
Non morii! No, stavo lì fermo, e quella risata rimbombava nella stanza e dentro di me. Devastandomi. Spezzando ogni mia singola ossa. Ricordandomi la realtà di me stesso. Di non essere altro che un fallito. Non uno scrittore, ma solamente un prodotto simile a una scatoletta di fagioli.
Chinai il capo, stringendo la testa tra le mani e afferrando i capelli come se volessi strapparli. Strizzando gli occhi e digrignando ancora i denti, come se volessi che frantumare la realtà che mi avvolgeva.
«Che cazzo vuoi da me?» strillai. Quasi piangendo. Tremando e fissando il buio.
Lui rise ancora. Io aprii gli occhi e mandai giù altro vino. Velocemente. Affannato. Angosciato. Distrutto.
«Ma non sto scherzando!» riprese quel malefico eco «Sono sincero. Sei stato fantastico! Dio, non credevo che tu potessi essere così bravo. Davvero! E invece hai dato loro quello che volevano. Finalmente hai capito, testa di cazzo»
«Fa silenzio!» urlai, alzandomi di colpo dalla sedia e additando il vuoto «Tu non esisti! Tu non ci sei. Non sei un cazzo di niente!»
 
 
VIOLA COME UN LIVIDO (In tutto e per tutto una storia vera)
Lei era tutto!
Io ero perso nel tutto, e per quanto lottassi, non riuscivo a staccarmi da lei. Per quanto cercassi di restare nel mio mondo, nelle mie certezze, non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava, continuando a sorridere. Tremava innanzi a quella libertà mai provata pienamente prima. Quel suo poter stare lì davanti a me con il corpo di Alessandra, pur essendo Violasan. Libera di succhiare il cazzo e bere fino all’ultima goccia di sperma, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi “ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
 
 
FOTTITI
Tutto era normale. Tutto era come sempre.
Lei si girò verso di me. Diede un ultimo sorso alla sua birra, gettandola poi per terra.
La bottiglia rotolò fino al bordo di un marciapiede. Un’auto caricò una puttana. Un tunisino diede un cazzotto a un pakistano, e una sirena della polizia cominciò a suonare chissà dove.
Lei mi fissò con i suoi grossi occhi verdi.
Il sorriso era tornato. Ma il sorriso ora era diverso. Quel sorriso era come quello concesso a ogni suo cliente.
Quel sorriso era freddo!
«Ti odio» mi disse, restando immobile davanti a me. Fredda, gelida, lì davanti a me.
Io non dissi niente. Non ci stava niente da dire. No, lei aveva detto tutto! Lei aveva svelato tutto.
Ti odio!
Ti odio! Ecco la risposta. Il mistero della vita. Il mistero di ogni amore. Il primo pensiero nella mente. Il primo pensiero mai confessato. Il primo pensiero nato nel guardare un altro essere umano.
E la verità era lì, proprio davanti a me. La verità era nel suo sguardo gelido che mi fissava. La verità era in quel suo sguardo gelido che mi penetrava.
Ti odio, ti odio, ti odio.
Eravamo nudi. Entrambi eravamo stanchi. Entrambi odiavamo l’altro. Entrambi eravamo colpevoli dello stesso peccato. Entrambi vittime dello stesso peccato.
Sì, ti odio! Quella la prima parola detta da Dio. Quello il primo pensiero di Gesù Cristo. Quello il sangue che pulsava nelle vene del mondo.
Io la guardai ancora. Distrutto, dilaniato, stanco.
«Hai ragione, anch’io ti odio» le dissi. E stavolta fu lei a non rispondere.
No, non disse niente.
Entrambi avevamo svelato il più Sacro dei misteri. Entrambi avevamo capito di amarci, e che dunque presto o tardi ci saremmo odiati.
Stavamo solo anticipando i tempi.
Ti odio!
Solo un bisogno di non essere soli. Solo piacere della pelle, di qualche emozione. Poi infine la noia nel sentirsi anche solo al telefono. La nausea nel guardarsi. La voglia di sbranarsi a vicenda.
Ecco, eravamo già sposati. Eravamo già una famiglia perfetta. Io e lei per sempre insieme.
Uniti dall’amore. Uniti dall’odio.
E che alternative avevamo?
Lasciarci! Lasciarci subito. Dirci addio e prepararci a riversare su qualche altra persona tutto l’odio che ci portavamo dentro.
 
 
LASCIAMI ENTRARE
Poi esalò un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
«Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo» disse, restando poi un attimo in silenzio. «E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare» riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto e le lacrime bagnavano il suo viso. «E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito.»
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva. Sapeva che non ci stava altro da dire oltre a quanto da lei già detto. Sapeva che i sogni non esistono. Che al mondo niente è giusto. Niente è come sognamo.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Dio, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Poi ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono iniziò a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
«Non rispondi?» mi disse, sapendo già la risposta.
Io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!
 
 
SENSO UNICO
Ma di notte, di notte tutto cambiava!
Sì, la brava gente spariva da quel posto. La si vedeva a stento passare nelle loro auto lucenti per andare chissà dove. Lì in quelle palle di metallo, al sicuro da tutta quella gente di merda. Dai tossici e dagli ubriaconi che se ne stavano sotto a qualche statua di un qualsiasi eroe a farsi o ubriacarsi. Dai negri grandi e grossi che se ne stavano fermi fuori a qualche palazzo, attendendo chi rapinare o violentare. Dai barboni che dormivano per strada su qualche cartone, o sotto al grosso tetto di ferro e plastica della stazione centrale.
Emarginati di ogni genere, proprio come le puttane minorenni e i trans che battevano ai bordi della strada.
Che dire, avevo visto quel posto tante vote, per molti anni, ma non lo avevo mai visto per davvero.
No, viverlo era ben diverso! Far parte di quel posto. Camminare a piedi per quelle strade mischiandosi a quella gente a cui non avrei mai dato neanche un centesimo era davvero diverso. Qualcosa che non si può descrivere. Qualcosa che si può solo vivere. E io lo stavo vivendo! E mi mancava il fiato per quanto tutto fosse reale. Incisivo. Soffocante.
Sentivo fin dentro alle narici il tanfo di sudore dei negri lì per strada a farsi o ubriacarsi. La puzza dell’alcool. Il fetido odore dei semi di girasole masticati dalle puttane Ucraine o Rumene, e il tanfo di merda dei barboni che dormivano per strada. Nonché il tanfo di Italiani, Cinesi, Polacchi, o qualsiasi altra razza lì in mezzo. Qualsiasi altra persona senza razza né nome. Solo miseri topi di fogna persi in quell’incubo al di là dei confini del mondo civile.
Sentivo dentro di me la puzza di quel posto. La solitudine di quel posto. La disperazione di quel posto.
Ne ero pervaso. La mia pelle ne era impregnata. Al punto che non riuscivo a ragionare. Non riuscivo neanche a fissare qualcosa nitidamente.
Solo ombre! Vedevo solo ombre. Ombre avvolte dal fumo di sigaretta e dalle luci delle auto che si mischiavano come un vortice con quelle dei palazzi. Quelle luci che dividevano il mondo degli sconfitti da quello dei vincenti. Il mondo di cui un tempo facevo parte, da quello di cui ora facevo parte.
 
 
VICOLI BUI
Io le presi la mano con forza, sorridendo, ma avendo dentro qualcosa simile a un barile di nera pece.
Che sciocca! Sì, era proprio una povera ingenua! Era cresciuta nel corpo, ma era rimasta la bambina di tanti anni prima. Non aveva capito che io ero cattivo come gli uomini che mi davano la caccia, che non ci stava né giusto né sbagliato al mondo. Solo uomini che sopravvivevano! Uomini che sopravvivevano divorando le carni di altri. E nessuna regina avrebbe mai fatto patti con i suoi schiavi. No, ogni regina avrebbe fatto scuoiare vivi i propri schiavi. E gli schiavi, se avessero potuto, avrebbero violentato a turno la loro regina, per poi diventare sovrani di altri schiavi.
E io ero come loro! Io ero uno schiavo braccato da tante regine. Uno schiavo pieno di rabbia. Uno schiavo che non avrebbe esitato a sbranare la propria regina, per poi costruire il proprio impero sui miliardi di cadaveri dei propri fratelli.
Ero cattivo! Ero il male in carne e ossa. Ero il peccato originale fatto carne. E lei avrebbe dovuto cacciarmi via. Avrebbe dovuto cancellare i suoi inutili sogni da mocciosa. Tirare fuori le palle e sbattermi fuori alla porta. Ma non lo fece!
Io non capivo. Io ero confuso. Io ero come lacerato da decine di mani che mi strappavo il cervello.
Non sapevo che fare! E così non feci niente, se non restar lì a sorriderle tenendole la mano.
Poi continuammo a parlare del nostro passato. Di quella volta che era riuscita a farmi piantare una margherita, o di quella in cui io mi offrii di essere punito al posto suo, dopo che lei aveva fregato una merendina dalla mensa.
 
 
UNA SCATOLA PER BAMBOLE (ZERO).
I mobili perfetti nella mia stanza perfetta accerchiavano come un vortice il mio corpo perfetto.
Ma ero davvero perfetta?
Sedici anni. Un metro e sessanta di altezza per meno di cinquanta chili.
Sì, ero perfetta. Davvero perfetta. Bellissima, lucente, radiosa e immacolata figlia di un facoltoso dottore.
Ero una bambolina riposta su di un comò, proprio come le tante bambole di porcellana che mia madre, misera contadina che aveva riposto i propri attrezzi da campo sposando il facoltoso medico del paese, mi obbligava a mantenere ancor lì.
Era un patto segreto. Lei non aveva preteso nulla, io non avevo acconsentito a nulla.
Era così e basta. Doveva esserlo. Era una regola in casa mia. In quella casa a Lodi dove tutto doveva essere perfetto, adeguato, socialmente accettato; proprio come me. Come me, una ragazzina perfetta in un corpo perfetto, che indossava abiti perfetti resi profumati da un ammorbidente perfetto.
Mio Dio, odiavo quell’odore di lavanda al gelsomino. Ma mia madre non lo sapeva. Forse nessuno sapeva niente di me in quella casa. Forse io, Lorenza, non esistevo neanche in quella casa.
Nulla parlava di me lì dentro. Il parato rosa non aveva il colore del mio umore, né tantomeno quella trapunta rosa e viola posta sul letto; ennesimo regalo non voluto di un qualsiasi Natale, passato in quella mia casa perfetta.
Non ero io riflessa allo specchio. Non erano miei i boccoli biondi che osservavo, e che avrei tanto voluto tagliare, magari solamente per non sentire mia madre dirmi ancora una volta “Lorenza, guarda come sono belli i tuoi capelli”, mentre mi pettinava con una spazzola regalata da sua madre, proprio come se fossi una di quelle bambole sul mio comodino. Una bambola perfetta in una casa perfetta. In un mondo perfetto.
E non mi appartenevano quei vestiti che indossavo. Vestiti sempre nuovi. Dai colori vivaci atti a farmi restare quella bambina che mai e poi mai sarebbe cresciuta. La figlia dello stimato dottore di una piccola cittadina, e di una donna così fortunata nell’averlo sposato.
Immagine

LA MASCHERA, romanzo a oggi inedito. Il romanzo più violento e realistico da me scritto, e che nessun editore osa pubblicare.

Qual è il prezzo di un amore? Quanto costano i ricordi?
Trenta euro! Sì, ecco quanto. Ecco quanto il mondo valuta il tuo amore, i tuoi ricordi, le tue illusioni.
Ero infatti uscito da meno di un’ora da uno di quei negozi di “Compro oro“. La vera immagine del mondo.
Entri lì, da solo, disperato, con in tasca non altro che i tuoi ricordi. Entri, e ti trovi davanti uno sconosciuto. Uno sconosciuto che ti fissa da dietro un vetro, sapendo già perché stai lì.
E anche tu lo sai. E sai di non aver scelta, o almeno se vuoi sopravvivere qualche altro giorno.
Dunque lo fai! Dai a quello sconosciuto i tuoi ricordi. Lui li fissa senza cura. Li pesa, li valuta, e poi ti dà dello squallido denaro in cambio di essi.
Trenta euro! Ecco quanto valgono i tuoi ricordi. Ecco quanto vale il ricordo di un amore. E tu vorresti piangere, vorresti urlare, vorresti morire. Vorresti rinunciare a quei soldi, solamente per aver con te ancora quei ricordi; brutti o belli che siano, ma qualcosa di prezioso. Qualcosa di vero. Qualcosa in cui hai bisogno di credere, per non sentirti vuoto, inutile, morto.
Eppure hai bisogno di quei soldi. Dunque non dici niente. Vai via, sentendo una lama che ti spacca in due.

Trenta denari! Lo stesso prezzo che ebbe Giuda per aver tradito Cristo. Il prezzo attribuito al suo amore per Cristo. Il prezzo conferito al mio amore per Mara.

Già, Mara. Era passato un mese da quando mi aveva mollato, e io come un povero idiota ancora la pensavo. Pensavo a un anno passato assieme a lei, a tutti i giuramenti che mi aveva fatto, le parole dolci da lei dette, e il modo in cui mi aveva piantato; da un giorno a un altro!

Sì, la notte prima aveva detto di amarmi, e il mattino dopo disse che voleva altro dalla vita.

Dannata troia! E io che ancora la pensavo. Ancora che stavo male per aver venduto quel dannato anello che le avevo regalato.

Voleva altro. Sì, come no. E uno capisce di voler altro improvvisamente? Da un giorno a un altro?

Cazzate! Quella stronza aveva di certo conosciuto un altro. Ecco la verità. Qualcosa di reale come il mio essere ridicolo nel pensarla ancora.

Sì, trenta euro. E probabilmente per Mara il nostro amore doveva valere anche meno.

Poco male. Almeno avevo in tasca un po’ di soldi. Non molti, ma dato che non avevo un soldo, e che avrei preso lo stipendio tra due giorni, quei trenta euro per me erano davvero tanti. Forse persino qualcosa di più grande dell’amore di Mara.

Quei soldi mi permisero di fare ciò che ogni bravo fallito fa quando viene mollato da una donna. Mi permisero di bere. Di ubriacarmi, donandomi la compagnia dalla bottiglia. Il solo modo che ha un fallito per scandire il tempo.

E lo stavo facendo eccome. Sì, era ormai più di un’ora che me ne stavo seduto al bancone di un bar nei pressi della stazione centrale di Napoli, bevendo il mio secondo boccale di birra.

Le luci attorno a me erano soffuse, e illuminavano in maniera Caravaggesca le mura e i tavolini di legno di quel bar, e i volti della gente in quel posto. Dei volti stanchi, silenziosi, rassegnati. Povera gente come me. Gente cattiva come me. Gente inutile come me. Gente che se ne stava seduta a fissare il bicchiere, senza avere nessuno con cui parlare, o avendo al massimo qualche sconosciuto che continuavano a chiamare amico. Qualche sconosciuto che chiamavano amico, proprio come lo stronzo affianco a me.

10967044_10153010220461278_76879747_n