Senso unico, romanzo edito dalla Meligrana edizioni. Un viaggio nell’avidità umana.

Comunque fosse, a mezzogiorno avrei dovuto lasciare la stanza. A mezzogiorno mi sarei ritrovato per strada, e non c’era niente che potessi fare per evitarlo.
Dio, cosa si dovrebbe pensare in un simile momento?
Fatti forza! Avanti, sii uomo! Te la caverai. Vedrai, i nanetti di Babbo Natale verranno a portarti dolci e caramelle.
Che cazzate! La verità era chiara innanzi a me. Io sapevo bene cosa stava per accadere. E la verità non aveva niente di affascinante.
Sarei finito per strada, ecco cosa! Per strada, da solo e senza un soldo. Girando a vuoto. Scavando nei rifiuti o chiedendo l’elemosina per mangiare, oppure facendo la fila alla Caritas.
Avrei girato a lungo di notte, in cerca di un posto dove dormire. Un posto sicuro. Un posto dove non sarei stato pestato a sangue o violentato. Un posto dove sarei stato invisibile persino per gli invisibili del mondo. E poi, la mattina sarei stato svegliato dai rumori della gente, o dalle guardie che mi avrebbero scacciato per nascondere alla brava gente il mio volto di merda.
Avrei cercato un posto dove cagare. Se mi fosse andato bene, il cesso di una stazione. Oppure avrei dovuto cagare in qualche aiuola nascosta, o magari in qualche vicolo. E poi via a girare ancora. A cercare ancora qualcosa da mangiare. A cercare ancora qualcosa da fare, ben sapendo di non avere niente da fare. Niente, se non sopravvivere. Proprio come un animale! Come un cane randagio che gira da solo per le strade. Senza uno scopo. Senza una famiglia. Senza nient’altro che passare il tempo per vivere ancora. Vivere soffrendo. Vivere senza vivere. Vivere in un limbo.

Ecco, la realtà era ben diversa da come la si vedeva nei film, nelle canzoni o nei romanzi. La realtà faceva schifo! E per la prima volta ne provavo il peso. O forse… forse non avevo nessun piacere che mi desse modo di non guardarla dritta negli occhi. Niente, se non l’alcool!
Così continuai a fumare e a bere fino a notte inoltrata. Forse fino alle quattro. Forse fino alle sei.
Non lo sapevo!
Il tempo ormai era svanito. Il tempo era scandito solo dall’alcool e dal fumo. Il tempo era un qualcosa di pericoloso. Qualcosa da non fissare a lungo.
Silvia. Silvia! Se solo fosse stata lì.
Ma lei non c’era, e non c’era Virginia; la mia bambina!
Non ci stavano i miei soldi. Non ci stava il mio lavoro. Non ci stava la mia casa. Non ci stava la mia auto. Non ci stava il mio cane. Non ci stava il mio televisore. Non ci stavano i miei mobili, i miei vestiti, i miei cd, la mia collezione di cravatte, la mia vasca da bagno o la collezione di film porno.
Non ci stava niente! Niente se non il vuoto. Niente se non la realtà nuda e cruda. Niente se non me stesso, lì in quel mondo di cui non facevo più parte. Ormai uno spettro! Un’ombra. Qualcosa d’invisibile. Qualcosa di non pronunciabile. Qualcosa da evitare come la merda. Come il vomito di un cane.

Senso unico

 

 

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Nuovo restyling di “FOTTITI”, ossessivo, cruento, borderline romanzo edito dalla Dmaster edizioni

La sentii smettere di piangere, lentamente, come se si stesse risvegliando da un incubo, oppure da un sogno.

Io continuai ad accarezzarla, lentamente, come fossi la sua mamma.

E lo ero!

Sì, ero diventato la sua dolce mammina. Il suo tenero papino.

Ero la via, la verità, la vita. Ed ecco il suo volto. Ecco il suo sguardo. I suoi occhi su di me. La sua anima su di me.

Era inquietante! Qualcosa di triste. Qualcosa di perforante.

E la vidi! Sì, vidi lei. Vidi lei, lì su quel letto, a fissarmi indifesa come un piccolo cucciolo. A fissarmi con gli occhi pieni di lacrime. A fissarmi come se fosse un corpo pieno di lividi. Una bambina picchiata, violentata, e poi gettata in una discarica.

Cazzo, ero inerme! Ero immobile, lì rapito da lei, trapassato da lei.

La vedevo!

Era la grassona emarginata lasciata da sola a giocare con le bambole, mentre tutte le altre compagne di scuola andavano a prendere il gelato in giro con dei ragazzi.

Era quella chiamata “quattrocchi” oppure “cicciona”. Era quella picchiata per i soldi della merenda. La ragazza derisa per i suoi vestiti ridicoli. La piccola bambina costretta a vedere litigare i propri genitori durante la notte di Natale, sapendo che non avrebbe mai avuto il regalo desiderato.

Era lei, la fallita! La vittima. Il bue portato al macello. Il maialino squartato e ficcato in qualche foto su di un social network.

Non era più la puttanella malvagia e affamata di emozioni. Non era più la troia da stuprare. Non era più la viscida cagna da scopare.

No, lei era diventata un essere umano. Lei era una fragile bambina. Una creatura con in corpo tutte le piaghe e le sofferenze del genere umano.

Lei ora era Cristo sulla croce. Era la Maddalena stravolta dal dolore. E io ero fottuto! Io non potevo fare niente per resisterle. Non potevo fare niente per resistere a quello che avevo dentro. A quella parte di me che riaffiorava avvolgendomi, proprio come i tentacoli di una piovra gigante.

Ecco, uccidere, uccidere, uccidere.

Schiaccia il cranio di quella piccola troia prima che ti fotta. Dalle un pugno dritto in faccia, facendole entrare i pezzi del naso nel cervello. Sbattila per terra, allargale le gambe e ficcaglielo dentro.

Uccidila, uccidila, uccidila.

Ma non potevo!

No, ormai lei era entrata. La mia mano saliva sulla sua gamba. La mia mano accarezzava la piccola bambina offesa dal mondo. La mia mano accarezzava anni di dolore che si portava in corpo. E prima che me ne rendessi conto, prima che potessi reagire, mi ritrovai abbracciato a lei. Lì steso su quel letto, abbracciato a lei, accarezzandole i capelli e sentendo in me il suo dolore. Il dolore di quelle lacrime. Il dolore di quella vita celata al mondo, lì nascosta dietro il suo volto da puttana.

La strinsi forte a me, accarezzandola. Accarezzando i suoi capelli. Accarezzandola e baciando la sua pelle, sentendo le sue lacrime sulle mie labbra. Bevendo il suo dolore, e la sua rassegnazione.

Lei mi strinse forte. Affondò nella mia carne le sue piccole dita, proprio come avevo fatto con il suo culo.

Poi alzò lo sguardo.

Io la guardai, ma non avrei dovuto farlo.

Fu una bomba atomica. Un’intera ondata contro di me. Delle cellule impazzite che invadevano il mio corpo.

I suoi occhi mi fissavano, gelidi e immobili davanti a me.

I suoi occhi erano in me. La sua vita era in me. Il suo dolore era in me, e io ero spaventato. Ero inerme. Ero rapito dal suo dolore. Ero pieno di metastasi.

Voglia di salvare il prossimo per sentirsi speciali, avrebbero detto gli psicologi. E io continuavo a fissarla. Continuavo a stringerla. Continuavo ad accarezzarla. Continuavo a sentirla dentro, mentre lei stava tra le mie braccia. Mentre lei stava lì, immobile, pietrificata, lì tra le mie braccia.

Poi alzò lo sguardo di nuovo, fissandomi. Mischiando l’oceano delle sue lacrime alle mie, ormai dimenticate da secoli.

«Stringimi forte» mi disse.

Ed ecco il dolore. Ecco la lancia di Longino nelle mie costole. La rivelazione che prendeva forma in me come fosse un enorme fungo atomico pronto a distruggere ogni mia cellula.

“Sei un essere umano!”, ecco cosa diceva quella voce silenziosa in me. Quel sussurro mai udito. Quella voce da sempre nascosta.

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