Tratto dal racconto “Non pensi a noi?”.

“Cercasi operaio motivato e con esperienza pluriennale nel campo della lavorazione del vetro. Offresi contratto di apprendistato con possibilità di inquadramento. Inviare il curriculum all’indirizzo infocandidature@lastanzadivetro.com”.
Mario sospirò, chiudendo quel dannato giornale e poggiandolo sul tavolino di vetro davanti a lui. Si lasciò cadere sul divano. La sua schiena villosa coperta da una canotta impregnata di sudore sprofondò nell’imbottitura di quel divano in finta pelle acquistato cinque anni fa in un negozio di merce usata. Poggiò i piedi nudi sul tavolino di vetro. Quel tavolino di vetro comprato assieme al divano e a tanta altra roba presente in quel minuscolo soggiorno.
Gina amava quel tavolino. Ma per fortuna quel pomeriggio Gina non era in casa, dunque Mario poteva fare tutto quello che voleva, compreso starsene stravaccato su quel divano dove chissà quante persone erano state stese, e tenere i piedi su quel vecchio tavolino, proprio come avevano fatto tante persone prima di lui. Restò lì immobile, fissando il soffitto crepato e fumando una sigaretta. Lentamente, senza sapere il perché, fece scivolare la mano sinistra sul divano, accarezzandone la superficie come se fosse la schiena di una donna.
“Chissà quanta gente si è seduta su questo affare” pensò, continuando ad accarezzare quella similpelle verde bottiglia e fissando il vuoto. “Già, magari ci hanno anche scopato su questo coso” pensò ancora. E di colpo tolse la mano dal divano. Tirò giù i piedi dal tavolino e abbassò la schiena, poggiando entrambi i gomiti sulle ginocchia.
Fissò il quotidiano poggiato su quel tavolino, tra un posacenere pieno di mozziconi, una bottiglia di whisky, una d’acqua tonica, e un bicchiere riempito a metà.
Allungò la mano verso il bicchiere e lo afferrò, portandoselo alla bocca. Diede un piccolo sorso e abbassò il bicchiere. Si passò la lingua sulle labbra umide, sfiorando i peli bagnati dei suoi baffi. Sospirò, poggiando la mano contro al mento e lasciandosi la barba incolta, mentre nell’altra continuava a mantenere il bicchiere, e la sigaretta tra le dita ingiallite.
Aveva mai scopato Gina su quell’affare? Ecco cosa pensò. E stranamente non riusciva a ricordarselo.
“Dio, ma si può dimenticare una cosa del genere?” gli ronzò nella testa, mentre fumava la sua sigaretta, continuando a fissare il giornale. Eppure non riusciva proprio a ricordarselo. Forse sì, forse no. Forse c’erano andati vicini, ma non avevano concretizzato. Forse Gina l’aveva fatto! Forse il suo vicino l’aveva fatto. O magari quel ragazzo che nel palazzo chiamavano Tony il rifiuto, dato che in cambio di qualche spicciolo si offriva per gettar via l’immondizia.
Preferì non pensarci. Mandò giù altro whisky. Spense la cicca nel posacenere e poi afferrò il giornale.
“Cercasi persone solari, giovanili, predisposte al contatto umano e al lavoro di gruppo, per lavoro parte time come operatore telefonico in bound presso call center leader nel settore delle comunicazioni”.
Un cinico sorriso solcò il suo viso. Chiuse il giornale per poi gettarlo sul tavolino amato da Gina. Alzò il bicchiere e ci si specchiò dentro.
No, non era affatto solare né giovanile, e tantomeno predisposto al contatto umano. E non aveva nessuna esperienza nel lavorare il vetro o il legno. Nella sua vita, in trentotto anni, aveva fatto tutto e niente. Era passato da un lavoro di merda a un altro lavoro di merda. Da una gabbia a un’altra gabbia. E ormai ne aveva davvero le palle piene.
Svuotò in un sorso il bicchiere. Fece un grosso respiro e si allungò verso il tavolino. Versò whisky e acqua tonica nel bicchiere. Accese un’altra sigaretta e si lasciò cadere sul divano, poggiando nuovamente i piedi sul divano amato da Gina.
Restò diverso tempo così. Fissando il nulla, mentre nella sua mente ronzavano come mosche centinaia di indefiniti pensieri. Frammenti di vita! Della sua vita. Di quella vita in cui non aveva combinato un cazzo. Un’esistenza passata a sopravvivere trascinandosi da un fallimento a un altro. Da giorni inutili ad altri giorni inutili. Rimbalzando da sponda a sponda come una pallina in un flipper. Senza poter far niente! Senza poter fermarsi. Senza poter decidere della propria vita.
Ma ecco che improvvisamente un rumore colpì la sua attenzione.
Udì la chiave girare nella serratura della porta d’ingresso. Qualche mandata. Un rumore metallico. Del metallo che si strofinava contro altro metallo arrugginito. E poi il legno sfregare contro il pavimento.
La porta si aprì e si chiuse velocemente. Mario sentì le chiavi urtare contro un coccio: probabilmente il grosso piatto in stile orientale che Gina aveva comprato un anno fa da un rigattiere, pagandolo ben dieci euro.
Poi udì dei passi. Il rumore di tacchi sul pavimento. Un rumore che iniziò a essere sempre più vicino. Sempre più vicino. Finché, ecco che un’altra porta sfregò contro il pavimento.
Gina entrò in quella stanza e si fermò sull’uscio della porta.
Aveva tra le braccia Martina, la loro bambina di  appena un anno.
Martina dormiva. Mentre Gina era sveglia. Sin troppo sveglia!
Già, rimase immobile sotto l’uscio della porta a fissare Mario. Fissandolo con aria disgustata, come se non sopportasse neanche la sua presenza in quella stanza.
Esitò ancora un po’. Mario tolse i piedi dal tavolino, prima che Gina cominciasse a rompergli il cazzo.
Ma era tardi!
La miccia era accesa, e lui sapeva di aver poco tempo.
Forse sarebbe stato meglio scappare. Ma dove andare? Via da lì? Via da quella casa? Via dalla sua famiglia?
No, era una pensata assurda, almeno per uno come Mario.
Certo, ormai lui e Gina si detestavano quasi. Litigavano per qualsiasi cazzata. E quando non litigavano, beh, se ne stavano in silenzio, ognuno a fare le proprie cose: Gina a guardare la televisione, e Mario a ubriacarsi sul divano.
No, non poteva che restare. Lo sapeva bene! E sapeva che gli sarebbe toccata un’altra strigliata. Che avrebbe dovuto ancora una volta abbassare la testa, assorbendo le urla di Gina e le sue continue lamentele.
Così diede un bel sorso al suo bicchiere. Caricandosi. Preparandosi. Pronto ad andare in scena.
Gina, dall’uscio della porta sbuffò, e poi in un attimo avanzò in quella stanza battendo rumorosamente i tacchi sul pavimento. Arrivando fino a un vecchio mobile su cui stavano piazzate delle statuette di finta porcellana.
Strinse forte Martina con un braccio, e con l’altro si sfilò la borsetta dalla spalla, poggiandola su quel mobile. Poi, senza neanche guardare di striscio Mario, riprese a battere i tacchi sul pavimento, fino a sparire da quella stanza.
Ma Mario sapeva bene che non era finito niente. Anzi, il peggio stava appena per cominciare. E infatti, in un lampo Gina tornò all’attacco, apparendo da una porta e fermandosi contro a un muro.
Mario sentì lo sguardo di lei su ogni centimetro della propria pelle. Lo stava scrutando! Lo stava esaminando. Stava cercando di capire cosa mai aveva potuto provare per un simile fallito.
Di certo non trovò la risposta, e in fondo, a parte il corpo, neanche Mario ricordava quel che aveva provato per Gina.
Si limitò a restare in silenzio, senza pensare a niente. Pronto a quella battaglia. Pronto a sentirsi dire ancora una volta cose del tipo “Sei solo un fallito!”, oppure “Avrei dovuto sposare il dottor De Rosa. Quello mi faceva una corte spietata!”.
Sì, niente che non aveva già udito. Niente che non era già successo. E ormai era talmente stanco di tutta la sua porca vita al punto che di certo avrebbe assorbito quelle urla come se fosse una spugna.
Ma stranamente, Gina non urlò né diede di matto. Restò lì ferma a fissarlo. Per secondi. Forse minuti. Finché di colpo mosse il suo culetto ficcato in un vestito rosso, mosse nuovamente i tacchi colpendo il pavimento color pesca.
Arrivo di fronte a Mario. Lo fissò ancora. Guardò lui, poi la bottiglia sul tavolino, e il giornale con gli annunci di lavoro.
Lo afferrò e si mise a sedere su di una poltrona dello stesso colore del divano, piazzata a un lato del tavolino da lei amato.
Accavallò le gambe. Mario mollò un’occhiata.
Aveva ancora delle belle gambe, Gina, anche se Mario non le toccava da mesi, ormai.
E avrebbe voluto? Non lo sapeva! Non sapeva più niente, Mario. Forse non sapeva neanche che giorno era.
Subiva tutto per forza d’inerzia. Subiva la vita, senza poterci fare un cazzo di niente. E subiva lo sguardo ostile di Gina, che da quella poltrona lo fissava di tanto in tanto, mentre continuava a sfogliare quel quotidiano. Finché si fermò di colpo. Gettò il giornale sul tavolino. Guardò ancora il whisky. Guardò ancora Mario.
<< Come pensi di trovare un lavoro se continuai a ubriacarti? >> gli disse con tono severo, acido, violento.
Mario sospirò. Mandò giù altro whisky svuotando il bicchiere, e appena svuotato, subito si allungò verso il tavolino, versando altro whisky nel bicchiere e allungandolo con l’acqua.
Gina non distolse lo sguardo da lui. Strinse i pugni e fece una smorfia di disgusto con le labbra.
<< E’ continui! >> esclamò << Dico, non hai sentito quello che ho detto, Mario? L’hai sentito si ho no? Come credi di trovare lavoro se ti ubriachi tutto il giorno? >>
Mario ansimò, lasciandosi cadere sul divano e alzando la testa verso il vuoto.
<< Non sono mica ubriaco, Gina >> disse con tono stanco e rassegnato, chinando lo sguardo verso il bicchiere e fissandolo.
<< Oh, come no! Hai solo bevuto mezza bottiglia di whisky. E sono solo le sei del pomeriggio >>
Mario non aggiunse una parola. Era tutto vero! In poche ore aveva tracannato mezza bottiglia di quella merda da discount, e con ogni probabilità prima che fosse terminata quella giornata avrebbe finito anche l’altra metà, e attaccato un’altra bottiglia.
Ma che poteva fare? In fondo le sue giornate erano interminabili, e l’alcool, come il fumo, per lui erano le sole lancette capaci di scandire il tempo. La sola compagnia! La sola voce amica per non impazzire in quel vuoto assoluto.
Ma non perse tempo a spiegare quelle cose a Gina. Lei non avrebbe capito. Non avrebbe accettato che una persona può voler restare al tappeto. Sì, perché magari sa che pur rialzandosi troverebbe subito un altro pugile innanzi a sé. Un altro pugile pronto a spaccargli il culo e mandarlo nuovamente al tappeto.
Così restò lì, al tappeto, bevendo il suo whisky ed evitando di incrociare lo sguardo di Gina.
Ma ancora una volta non fu un’ottima idea!
Gina si alzò di scatto, sbuffando, e girando nervosamente per la stanza.
Poi si fermò di colpo, fissando Mario con tutto l’odio di cui fosse capace.
<< Ma almeno ti rendi conto di quello che stai facendo? >> gli strillò contro con fare isterico, agitando le mani come se fosse impazzito.
Mario restò calmo. Abbassò il bicchiere e diede un’altra strippata alla sua sigaretta.
Per un attimo pensò persino a cosa risponderle. Forse esisteva un modo per giustificarsi. Forse esisteva un modo per farla calmare.
No, non esisteva un cazzo, e lui lo sapeva bene.
Così non ci pensò più di tanto, e disse la prima cosa che gli passò per la sua testaccia bacata.
<< Un tempo anche a te piaceva bere con me >> borbottò, alzando appena di un po’ lo sguardo verso di lei.
Gina sospirò con fare nevrotico, alzando le mani verso la testa e abbassandole velocemente, come se stesse cercando di colpire l’aria.
<< Oh signore, Mario, le cose cambiano! >> esclamò con tono inviperito << Eravamo ragazzi. Non avevamo ancora delle responsabilità. Ora abbiamo una casa. Abbiamo una figlia, Mario. Dio, non pensi a noi? >>
Mario la fissò a lungo. I suoi occhi rimasero incollati ai suoi. Anche se in realtà non la stava neanche vedendo.
No, vedeva solo la sua porca vita mentre quelle parole gli rimbombavano nella testa.
“Delle responsabilità” echeggiò nel suo cervello.
Sì, lui era diventato un marito, un padre, un capo famiglia.
Ci si aspettava che lui facesse cose utili e sagge. Cose come lavorare dodici ore in una fabbrica. Comprare un’auto e un televisore nuovo. Conservare i soldi per portare la famiglia al mare. Collezionare i bollini della benzina. Fare un’assicurazione sulla vita e avere un programma televisivo preferito.
Mentre invece, Mario non riusciva a fare niente di tutto ciò. Sapeva solo starsene lì in quella casa, oziando e bevendo, senza riuscire a combinare un cazzo nella sua vita. Sapendo che qualsiasi cosa avesse fatto, qualsiasi lavoro avesse svolto, alla fine nulla sarebbe cambiato. Non sarebbe mai stato niente! Solo un povero coglione che si sarebbe spaccato la schiena fino alla morte.
CONTINUA…

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