Tratto dal racconto La vecchia belva

Il professor Damiani continuava a tamburellare con la penna sulla cattedra, gli occhi fissi sul libro di Tacito, un lieve mormorio attorno a lui.

Quando il professore chiuse il libro la classe parve paralizzarsi. Il professor Damiani si lisciò la barba grigia, ingiallita dalla nicotina, la mano scarna sulla fronte rugosa, gli occhi persi in una visione lontana.

Scosse il capo, come si fosse appena destato. Scrutò a uno a uno i suoi alunni: quello con la faccia da topo, il ragazzo con i dentoni da cavallo, quella a cui a inizio lezione faceva sempre sputare la gomma, il ripetente dal volto spigoloso: erano i ragazzi del quinto anno, da vent’anni il professore insegnava al Liceo Vittorio Emanuele.

A un tratto puntò il ripetente.

«Tu…»

«Lambiase, professore.»

«Sì, Lambiase. Dimmi cosa accade all’inizio del Libro Primo delle Storie di Tacito.»

Il ragazzo inarcò un sorrisetto arrogante.

«Beh, professore, succede che i tedeschi vogliono fare la pelle a Galba.»

Tutta la classe scoppiò a ridere, il professore picchiò il pugno sulla cattedra e li ammutolì.

«Silenzio!»

Si sistemò gli occhiali sul viso.

«Bene, signor…»

«Lambiase…»

«Grazie a te la classe intera domani mi porterà un bel riassunto delle prime cinquanta pagine del Libro Primo delle Storie di Tacito.»

Fra gli studenti un brusio di dissenso, subito frenato dallo sguardo severo del professore. Tutti conoscevano quello sguardo, alunni e docenti, e tutti ne avevano timore e rispetto, l’aria boriosa del professore Damiani gli aveva fatto guadagnare fra i professori il nomignolo di Adolf, fra gli studenti l’appellativo di Pezzo di merda.

Usciti gli alunni, il professore sistemò i libri nella cartella e si allontanò a sua volta dalla classe. Nel corridoio a malapena salutò qualche collega, le professoresse lo evitavano come la peste: dicevano che era un vecchio sadico, e anche se Damiani aveva cinquantadue anni, aveva davvero l’aria di un vecchio e lo sguardo di un sadico. Gli studenti vociferavano che la moglie, Dora, l’avesse piantato perché non gli si drizzava; i professori dicevano che quella bella donna aveva fatto bene a piantarlo, Damiani era solo un fissato che non pensava altro che allo studio, un vero maniaco.

Damiani affrontava questi pettegolezzi con non curanza, come tutto il resto.

Uscito da scuola, come prima cosa accese una sigaretta, incurante della tosse. Compì i soliti rituali: qualche affettato, il pane e due bottiglie di vino rosso in salumeria, il cruciverba dall’edicolante, uno sguardo truce al mendicante fuori a Palazzo Venezia. Guardò la vetrina della libreria Ubik: «Che porcherie» borbottò, poi si diresse al Bancomat.

La mano gli si paralizzò sul tastierino. Aggrottò le sopracciglia, gli occhi fissi sui numeri sotto le sue dita.

A un tratto fu colto da un pesante senso d’angoscia, tutta la sua persona sembrava immersa in una bolla densa.

Sbuffò e compose velocemente il codice del bancomat.

«Quei ragazzi mi faranno uscire pazzo» sbottò.

Entrò nel palazzo di fronte la Basilica di San Domenico Maggiore, dove aveva vissuto tutta la sua vita. Il portiere, un vecchio tozzo reputato dal professore un cafone sfaticato, lo salutò con garbo; Damiani a malapena alzò la mano. Come ogni giorno, alle tre e mezza precise, entrò in casa, sistemò la spesa sul tavolo di noce appartenuto a sua madre e prima ancora a sua nonna, indossò la vestaglia, mise su un disco di Chopin e raggiunse la libreria nel soggiorno.

Narrativa, poesia, filosofia: i libri erano catalogati per genere e autore; si infastidiva da morire se Dora li mischiava.

Accese una sigaretta, passò a rassegna i libri uno per uno, la tosse gli mozzava il respiro, avvertiva una forte pressione all’interno della testa.

Inforcò gli occhiali, stordito: non riusciva a mettere a fuoco i titoli dei libri.

Prese Papà Goriot e, ancora tossendo, andò a sedersi sull’antica poltrona di suo padre. Riprese il libro da dove l’aveva lasciato, era la decima volta che lo leggeva.

Ah, se fossi ancora ricco e se, invece di darglieli, avessi conservato i miei averi, esse sarebbero qui a leccarmi le guance con i loro bacetti”.

A un tratto si bloccò. Lesse ancora la frase, poi tornò indietro di una pagina e lesse quanto accaduto prima.

«Sono proprio stanco» farfugliò, posando il libro sulle gambe e afferrando un bicchiere di vino.

Lo vuotò in un sorso e ne riempì subito un altro. Incrociò lo sguardo di Dora in una delle foto su di una mensola: le aveva lasciate lì nonostante sua moglie fosse andata via da sei anni, erano al posto in cui le aveva sistemate lei, Dora sembrava guardarlo con lo stesso disgusto di quando era in casa, in mano stringeva una borsetta nera, l’ultimo regalo che Damiani le aveva fatto.

Dimezzò il bicchiere e tornò alla lettura. Poi, come ogni giorno, lucidò l’argenteria di sua madre e diede un’occhiata alla collezione di francobolli appartenuta a suo padre.

Dopo cena, la bottiglia di vino quasi vuota, si mise a correggere i compiti degli alunni. La tosse continuava a martoriarlo, la cenere cadeva sui fogli.

Concluse di correggere un tema, poi, nel momento di apporre il voto, la mano gli si paralizzò, la punta della biro ferma sul foglio.

Rilesse il finale del tema, poi qualche riga nel mezzo, di nuovo l’inizio, e infine il nome dell’alunno: Lambiase.

Rimase interdetto per qualche istante, il mondo attorno a lui sembrava essersi fermato.

Poi di colpo segnò in rosso Cinque sull’ultima pagina del tema.

«Fannullone!»

Finì il vino, gli occhi fissi sui fogli davanti a lui, la musica che echeggiava nella semioscurità spezzata appena da una lampada.

Guardò una foto di Dora: lei sorrideva, Damiani non riusciva proprio a ricordare quando gliel’aveva scattata.

 

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Tratto dal racconto Zuwārah

La stanza era buia, minuscola, le mura puzzavano di sudore e carne avariata. Quella puzza Kojo e Adina se la sentivano sulla pelle da mesi, da quando avevano abbandonato Brikama. Migliaia di chilometri nascosti in furgoni, jeep e carri bestiame, per trovarsi nuovamente in un buco.

Entrambi erano in piedi, senza fiatare né osare guardare un militare della polizia di Ğanzũr seduto dietro una misera scrivania illuminata appena da una lampada. Fissava Kojo e Adina con occhi ferini. Aveva un sorriso di sfida sul viso. I suoi occhi urlavano: «Dai, fatevi avanti, che non aspetto altro.»

Probabilmente proprio per questo aveva poggiato la pistola sul tavolo, attendeva che Kojo facesse una mossa, ma lui restò immobile come sua moglie. Non aveva il coraggio nemmeno di guardare i soldi gettati sul tavolo: quei soldi che aveva messo da parte con ogni forza, spaccandosi la sua giovane schiena per portare lontano se stesso e Adina.

Aveva già pagato migliaia di dollari il viaggio dal Gambia alla Libia, e quei soldi avrebbero permesso a entrambi di raggiungere l’Italia via mare.

Ormai quel pensiero era diventato un miraggio, i suoi occhi erano talmente stanchi che faticava persino a immaginarlo.

La porta alle loro spalle si spalancò di colpo, Kojo ebbe un sussulto, il cuore gli balzò nel petto spaccandogli le ossa.

Adina, accanto a lui, teneva lo sguardo basso, ma i suoi occhi sembravano fiutare l’aria. Stava immobile, in attesa, aguzzava le orecchie, spiava ogni movimento senza osare alzare il capo.

Al suo fianco Kojo tremava.

L’uomo dietro la scrivania balzò sull’attenti, il suo ghigno da gradasso si ridusse a una smorfia miserevole: non altro che il risolino di un bambino al cospetto di un padre severo.

Kojo e Adina udivano solo passi. Nessuno dei due osò voltarsi. Kojo fissava a terra, e perle di sudore gli colavano dalla fronte fino alla bocca; Adina roteava gli occhi verso il pavimento sudicio, attenta a contare i passi che udiva.

Vedeva stivali battere su luride tavole marce. Erano due uomini, forse tre.

Quando era stata catturata insieme a Kojo, prima di raggiungere il porto di Zuara, lei aveva udito solo passi, poi urla, pugni, calci, il pianto di un bambino. Gli uomini di Dabbashi, colui che aveva promesso a centinaia di persone di portarle in Italia, si erano dileguati come ombre. Le torce dei miliziani fendevano l’oscurità, accecavano occhi, e ancora passi, urla, il fragore delle onde.

Adina si aspettava di udire da un momento a un altro lo stesso frastuono, e invece non vide che due gambe davanti ai suoi occhi e una sagoma allontanarsi verso la scrivania.

«Aismuh?» tuonò la voce dell’uomo in piedi davanti ad Adina. Quella voce era ovunque, sembrava giungere dalle mura, dal soffitto, dal pavimento.

Adina sapeva che quell’uomo non stava chiedendo a lei il proprio nome. Lei era niente per quella gente. Come lei ce n’erano tanti in altre stanze, altri erano morti, di certo nessuno era giunto in Italia.

Kojo si avvicinò all’uomo innanzi a Adina, aveva un vestito da ufficiale, gli occhi piccoli, un frustino in mano.

Kojo non ebbe il tempo di aprire bocca. Una sberla lo colpì in pieno viso, uno schizzo di sangue sprizzò sul pavimento e lui cadde al suolo.

«Askat!» gli urlò contro l’ufficiale.

Kojo obbedì, fece silenzio e restò a terra, tremava e con le mani si copriva il volto.

L’ufficiale diede un’altra occhiata ad Adina, poi si voltò verso il poliziotto dietro la scrivania.

Il miliziano rispose mostrò un borsello privo di documenti.

«La tujad mustanadat» disse.

Un sorriso rigò il volto dell’ufficiale, sembrava avergli tagliato il viso, e la stanza intera.

Si avvicinò alla scrivania. Adina ne scrutava i movimenti, i suoi occhi erano palle bianche in un buio assoluto, vischioso.

L’ufficiale pose lo sguardo al miliziano entrato con lui, un giovane di forse diciott’anni, più giovane persino di Kojo.

Il ragazzo sorrideva, aveva i denti marci, le gambe ossute gli tremavano.

Diede all’ufficiale i soldi raccolti dal tavolo.

Senza nemmeno rendersene conto li fece precipitare sulla scrivania.

Il poliziotto dietro la scrivania scoppiò a ridere.

«Ahmaq!» strepitò l’ufficiale. Strappò di mano i soldi dal miliziano davanti a lui e raccolse quelli caduti a terra.

Poi non si udì più un respiro. Kojo e Adina erano ancora in ginocchio, gli occhi fissi sul pavimento, attorno a loro solo silenzio, ovunque angoscia. Contavano i secondi, attenti a ogni rumore, a ogni movimento degli uomini attorno a loro che ora sentivano ovunque, fin nel corpo, come cellule impazzite.

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Tratto dal racconto Silenzio

Come ogni mattina la tosse del professor Celardo rimbombava nel vecchio palazzo in Via dei Tribunali 154. Carla la conosceva a memoria quella tosse, erano due anni che l’udiva alle otto precise. Da quando aveva sette anni, di quello strano uomo che abitava accanto casa sua, al terzo piano, non aveva sentito altro che la tosse. Mai una parola. Nessun’altra traccia del professor Celardo. Ogni tanto solo la figura di un vecchio magro e dai capelli bianchi, gli occhi perennemente tristi e una sigaretta fra le labbra.

Il papà di Carla, Oreste, diceva che quel vecchio era pazzo:

«Che poi che cazzo fa tutto il giorno chiuso in casa? Lo sai tu? Rompe solo le palle con quella schifosa musica classica, ecco che cazzo fa!»

Quando la sera, tornato dalla fabbrica, Oreste udiva il professor Celardo tossire, esclamava sempre: «E manco si decide a schiattare!»

La mamma di Carla, Rosaria, borbottava: «La finisci o no? Certe cose non si dicono. È peccato!»

Carla invece non diceva niente in quei momenti. Cercava persino di non udire la voce del televisore perennemente acceso. Voleva sentire solo la voce del professor Celardo; non capiva perché, ma la voce di quell’uomo la incuriosiva, come i personaggi dei libri che leggeva nella biblioteca della scuola.

Anche adesso, seduta sulla tazza del bagno, tendeva l’orecchio al muro, gli occhi fissi sulle mattonelle.

Un altro colpo di tosse la fece balzare. Poi uno scatarro. La voce di suo padre che dalla cucinava urlava: «E manco schiatta!»

Avvicinò di nuovo il viso al muro, le sue minuscole mani scivolarono sulle mattonelle, nelle narici puzzo di candeggina, eppure respirava solo il tanfo di chiuso che aveva sempre immaginato nella casa del signor Celardo.

Ormai non si udiva più niente. Carla guardò il suo telefono: erano le otto e tre minuti, oggi il professore aveva smesso di tossire con un minuto di anticipo.

Rabbrividì. Le saltò in mente suo padre: le posate nelle sue mani tozze e pelose, gli abiti da lavoro sporchi di grasso, il viso coperto dalla barba ispida e le sue grossi labbra che si muovevano veloci mentre masticava del cibo e borbottava: «E manco si decide a buttare il sangue.»

Poi ancora un colpo di tosse. Un minuscolo sorriso rigò il viso di Carla. Dei passi si mossero al di là del muro: pantofole strascicate sul pavimento.

Carla le immaginava, le vedeva di cuoio, consunte, polverose.

Si alzò dalla tazza, si nettò e tirò lo scarico.

Sedette sul bidet, ma aprì piano l’acqua. Non voleva far rumore. Adesso toccava alla musica, lo sapeva.

Un notturno di Chopin risuonava nel bagno, si perdeva sui tappetini azzurri, sulle mattonelle a fiori, sulla tendina blu davanti la doccia.

Carla aveva imparato grazie al professor Celardo il nome dei compositori classici. Li aveva registrati col cellulare e poi li aveva cercati su internet. Chopin, Beethoven, Bach, Mozart: in poco tempo quei nomi avevano acquisito per lei un volto. La loro musica scandiva i giorni del professor Celardo e la solitudine di Carla.

Chopin significava che era martedì.

Come da copione, dalla cucina irruppero le urla di Oreste.

«Ma che sfaccimma! Ogni mattina è questo? Non la può abbassare quella cazzo di musica?»

E Rosaria, sicuramente ai fornelli a lavare piatti e tazze, come sempre esclamò: «E abbassa la voce. Che magari ti sente.»

«Me ne sbatto il cazzo se mi sente!»

Poi i passi di Rosaria nel corridoio. Carla la immaginava controllare con sguardi furtivi che non ci fosse polvere sulle foto di famiglia o sulle statuette di porcellana sui mobili.

Come ogni mattina sua madre bussò alla porta.

«Carla, muoviti che fai tardi.»

«Ho fatto! Esco subito.»

Si asciugò, tirò su la gonna e uscì spedita dal bagno.

Entrò rapida in cucina. Le sue gambe minute sembravano danzare, i boccoli biondi le cadevano sul viso color latte.

Afferrò in fretta lo zainetto dalla sedia. Sua mamma le dava le spalle, in piedi davanti ai fornelli ad asciugare i piatti, nell’aria ancora profumo del caffè e puzzo della sigaretta di Oreste seduto a tavola a guardare il telegiornale.

«Mimmo e Tonino hanno citofonato. Stanno già giù.»

«Scendo subito…»

Un bacio veloce a suo padre, un altro a sua madre, in cucina la voce cupa di un giornalista si mischiava alle note di Chopin.

Carla uscì di casa. Alla sua sinistra la porta senza targhetta del professor Celardo, nel pianerottolo la musica di Chopin si perdeva su mura colme di scritte e disegni sconci, rendeva ancora più tristi gli occhi della Madonna immobile in un altarino appeso alla parete.

Gli occhi color nocciola di Carla erano un tutt’uno con la porta. Immaginava il professor Celardo, quel vecchio uomo che aveva sempre visto tornare a casa dal salumiere giù al palazzo, oppure la domenica dalla messa delle dieci, ora seduto su una sedia a dondolo a fumare e leggere libri.

Ricordava che sua madre, quando il professore si era trasferito nel palazzo, aveva detto a suo padre: «Vedessi quante scatole piene di libri hanno salito.»

Oreste aveva risposto: «E a che cazzo gli è servito leggerli? Vedi che fine ha fatto? Ma famm’ ‘o cazz’ ‘e piacer’!»

Udì un trillo al di là della porta di casa sua. Sua madre strillò: «Sta scendendo!»

Distolse lo sguardo e scese in fretta le scale. Ora non c’era più Chopin, ma solo urla, il pianto di un bambino, rumore di pentole e stoviglie e le voci dei televisori.

Uscita dal palazzo il sole parve accecarla. Ovunque voci, passi, da Via Duomo il frastuono della auto.

Mimmo e Tonino erano fermi davanti al portone, gli occhi fissi sul corpo minuto di Carla.

«Muoviti, che facciamo tardi. Poi te la senti tu a quella?» esclamò Mimmo, tirandosi su a fatica sulla spalla grassoccia lo zaino del Napoli e con l’altra mano scostandosi la frangia dal viso paffuto.

Tonino, ossuto e dalla testa rasata, tirò Carla per un braccio.

«E muoviti, che cazzo fai ferma? Sei scema?»

Corsero insieme fra alti antichi palazzi. A Carla ogni volta sembrava di trovarsi in un antico feudo, come quelli scoperti nei romanzi di Cervantes o di Hugo: alte e scura mura, macigni incastonati come in un mosaico, poderosi archi di pietra e gigantesche finestre, sotto ai piedi lesti un selciato di pietra.

Attorno a loro le urla dei negozianti, profumo di pizza fumante e di cornetti freschi, i primi turisti che inauguravano la fine della primavera e l’inizio dell’estate passeggiando per la città e facendo foto ai monumenti.

Nella sua testa ancora la musica di Chopin.

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Tratto dal racconto Il profumo di mia madre

Gli occhi di Daniele erano due palle nere perse nel vuoto. Non vedeva niente. Avanzava lento, il cielo che lo sovrastava gli sembrava identico a quello sotto cui era stato sepolto suo padre.

Anche allora non vedeva la gente attorno a lui. Fissava solo una fossa, un buco nero, e sperava che fosse abbastanza profondo perché suo padre non ne uscisse.

Continuò ad andare avanti. Si trascinava come una bestia ferita fra una folla di corpi. Occhi, bocche e braccia si susseguivano in una nebbia liquida. Passi e voci si mischiavano al frastuono della auto in corsa. Attorno a lui un succedersi di vetrine addobbate a festa per il Natale. Luci intermittenti gli brillavano negli occhi. L’odore di focaccia calda proveniente da una pizzeria, il profumo di dolci scaturito da una pasticceria, la puzza di catrame emanata dalle auto e il tanfo di immondizia proveniente dai vicoli ai bordi della strada formava un solo, indistinguibile odore che Daniele nemmeno percepiva.

Per Daniele non esisteva nulla. Nella sua testa rimbombava unicamente una parola.

I suoi occhi si serrano. Non fermò il passo. La gente lo attraversava, e quella dannata parola continuava a picchiargli nella testa.

In pochi secondi gli avevano strappato via tutto.

Sospirò e si portò la mano al petto. Il cuore batteva forte, ma non era quello che cercava: ciò che cercava non lo poteva vedere né sentire, ma sapeva che c’era.

Si paralizzò, una ventata di carne umana lo trapassò.

Accese una sigaretta. Il fumo volò in aria, e prima che svanisse la gola gli si strinse e iniziò a tossire, sempre più forte, fino a lacrimare.

Afferrò la gola fra le mani, il petto gli pulsava, le gambe tremavano, gli occhi vitrei sul marciapiedi.

Quanto tempo gli avevano detto?

Riprese fiato lentamente, rantolava come una bestia. Alzò gli occhi lucidi di lacrime: tutto era confuso, davanti a lui solo sagome perse nella nebbia.

Gli parve persino di vedere Sofia. Ricordò le parole di lei prima che lui uscisse di casa.

«Di certo è solo bronchite.»

Daniele osservò il palmo della propria mano: tremava, era pallida e coperta di vischioso muco.

Sorrise.

E lui che pensava di trovarci del sangue.

Restò immobile nel mezzo della folla, con la mano ancora tesa, come fosse un mendicante.

Ripensò a suo padre. Durante gli ultimi periodi della malattia non sembrava più neppure un essere umano. Quell’uomo grosso e dalla faccia dura che lui aveva tanto odiato per la sua rudezza era ridotto a uno scheletro.

Daniele ricordava ancora le urla quando di notte, da solo in una casa che gli appariva gigantesca, andava verso quel padre che nemmeno più lo riconosceva.

Il volto di suo padre ridotto a un teschio immerso nell’ombra; non era più l’uomo grezzo e violento di cui Daniele aveva avuto tanta paura, ma solo un patetico vecchio in pigiama, debole al punto da doversi mantenere al muro per camminare.

Non c’era nulla di plateale nella sofferenza di suo padre, quel dolore era solo qualcosa di pietoso, perfino ridicolo, come ora si sentiva lui.

Distolse subito lo sguardo, di colpo nettò la mano contro al jeans. Osservò la macchia sui calzoni. Un tempo si sarebbe arrabbiato anche per una macchia ben più piccola, ma ormai non gliene importava più. Quella macchia non contava niente: non quella.

Riprese a camminare. A ogni colpo dato alla sigaretta tossiva, la gente lo fissava ora intimorita, ora con occhi gonfi di pena.

Lui odiava quando suo padre tossiva. Gli faceva schifo! Gli dava una sensazione di sporco; tutto i suo padre gli sembrava sporco: sempre con addosso vestiti lerci di calce, le unghie verdi, i denti rotti e ingialliti, la pelle che puzzava di sudore e fumo.

Svoltò di corsa in un vicolo. Non ne poteva più di tutte quelle facce, di quegli sguardi, di quei rumori, di quelle luci.

Attorno a lui non c’era quasi anima viva. I palazzi erano vecchi e le loro mura scrostate. Nell’aria si respirava puzza di rifiuti mista al profumo di detersivo proveniente dai panni penzolanti dalle ringhiere. I soli rumori erano quelli di motorini che appariva e svanivano in un lampo, e di qualche marocchino fuori ad alimentari pakistani.

Lui voleva solo tornare a casa e non vedere più niente.

Avrebbe voluto stendersi al suolo e piangere a dirotto come quando era bambino, e sua madre lo stringeva fra le braccia, prima che lo lasciasse da solo, quando lui aveva solo otto anni: da solo con suo padre.

Poggiò la mano contro la vetrina di un negozio di giocattoli, barcollava e ansimava, al di là di essa gli occhi tondi di peluche e bambole lo fissavano.

Gli occhi di Daniele si spalancarono.

Quando Daniele aveva otto anni suo padre l’aveva portato in quel negozio. Era il primo Natale che passava senza sua madre.
Suo padre non gli aveva chiesto quale regalo volesse che Babbo Natale gli portasse, gli aveva detto solo: «Non farmi spendere troppo.»

In quel momento Daniele aveva capito che Babbo Natale non esisteva, e che lui doveva crescere.

Avrebbe voluto piangere, ma sapeva che se lo avesse fatto suo padre gli avrebbe urlato contro: «La vuoi finire di piangere come un frocio?»

Lui all’epoca non sapeva cosa fosse un frocio, ma sapeva che era qualcosa di schifoso per suo padre, dunque non voleva esserlo; mentre invece sapeva bene cosa stava accadendo: sua madre era morta, Babbo Natale non esisteva, e lui era solo insieme a quell’uomo che sentiva sempre più di odiare.

Avrebbe voluto scegliere un peluche, e invece aveva scelto un robot.

Adesso Daniele rivedeva nella vetrata il volto di quel bambino.

Lasciò cadere la mano contro la vetrina, sospirò, una macchia appannò il vetro, dietro di esso gli occhi di un enorme peluche lo fissavano tristi: erano gli stessi occhi con cui Daniela aveva osservato suo padre in quello stesso negozio.

Era passato appena un anno da quando, dopo sei mesi di matrimonio, aveva comprato a Sofia un peluche identico a quello. Lei si era fiondata al collo di Daniele e l’aveva riempito di baci.

Ricordava che lui non aveva detto niente, aveva sorriso e basta, come faceva sempre con Sofia.

Ora con quale sorriso le avrebbe nascosto la verità?

Sentì le gambe venirgli meno. Chiuse gli occhi per trattenere le lacrime, serrò le labbra e la sigaretta gli cadde di mano, affondando in una pozza lucida di detersivo.

La brace si spense in un attimo, un ultimo alito di fumo esalò in aria.

Avrebbe tanto voluto vedere la propria vita svanire veloce come il fumo di quella sigaretta. Tanto, ormai che importava?

 

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Tratto dal racconto Old Fadama

Il sole picchiava sulle mura scrostate dei palazzi, sui cumuli di immondizia che fuoriuscivano da cassonetti anneriti. In quei vicoli, attorno alla Stazione Centrale di Napoli, c’erano solo negozi pakistani, macellerie mussulmane e Donner Kebab arabi. Sui negozi scritte come Istanbul, New Deli, International Food o Fatima Phone Center. In aria la puzza dei rifiuti e odore di spezie. Africani fermi fuori ai negozi parlavano fra loro, su di un muretto alcuni marocchini bevevano birra in latta, ai piedi di un cinema porno dismesso c’era un mercatino di stracci, scarpe usate, giocattoli raccolti dalla mondezza e ogni altro tipo di cianfrusaglia.

Di italiani non ce n’erano.

A Kwani, uscito da quei vicoli la città parve animarsi di colpo, proprio come quando lasciava le baracche di Agbogbloshie per andare ad Accra insieme a sua madre, a vendere il ferro o chiedere l’elemosina.

Di colpo auto, motorini che sfrecciavano in strada, persone frettolose.

Kwani si mischiò alla folla, la gente gli passava accanto velocemente: studenti, lavoratori, altri negri che come muli da soma trascinavano sulla schiena bustoni pieni di vestiti.

Salì il Corso Garibaldi, ai due lati della strada negozi di vestiti e di scarpe, rumori di auto e musica techno, gente che entrava e usciva dai negozi, come i turisti a cui lui e sua madre chiedevano l’elemosina.

Entrò nel palazzo di Maria e salì le scale, una donna grassa e in vestaglia che spazzava sul pianerottolo lo guardò con occhi torvi.

Appena Maria aprì la porta saltò addosso a Kwani e lo baciò.

«Mi sei mancato» gli sussurrò in bocca, sorridendo, avvinghiata a lui.

Entrati in casa fecero subito l’amore. Stavano insieme da quasi un anno, da quando Maria si era trasferita da Salerno per studiare, eppure non riuscivano a stare lontani più di un giorno.

Rimasero stesi a letto, ancora nudi, il corpo esile di Maria fra le braccia di Kwani, i suoi capelli color grano che gli cadevano sul viso: Kwani continuava ad accarezzarglieli, li respirava, sembrava volesse portare in sé ogni parte del profumo di Maria, così da cancellare il puzzo di rifiuti bruciati nel campo di Agbogbloshie.
Maria gli passò la mano sul viso.

«Neanche oggi hai trovato niente?»

Kwani poggiò il volto contro quello di lei, le baciò la bocca e sorrise.

«Il capo a porto detto che oggi no serviva nessuno.»

«Ma se ti sei alzato alle cinque per andare lì! Quanta gente c’era prima di te?»

«Lascia stare.»

Maria gli prese il volto fra le mani e lo spinse al suo.

«Quanta gente c’era, Kwani?»

Lui sospirò.

«Cinque.»

«E quanti ne hanno presi?»

«Dodici.»

Maria balzò su e si mise a sedere sul letto. Si martoriava le mani, aveva lo sguardo chinò, la schiena rivolta a Kwani.

Lui la raggiunse, l’abbracciò e le strinse le mani.

«Cosa hai?»

Maria tremava fra le braccia di Kwani, sembrava più pallida del solito, la sua pelle era diventata di porcellana.

«Hai sentito quello che hanno detto alla Tv? Del nuovo ministro degli interni.»

«No mi preoccupa.»

«Ha impedito a una nave piena di rifugiati e profughi provenienti dalla Libia di sbarcare a Lampedusa. Erano seicento persone, fra loro donne e bambini, ma a lui non è importato niente.»

«Sì, io sentito?»

«E come fai a stare così calmo? Non hai capito perché oggi non ti hanno dato lavoro al porto?»

Kwani non rispose, non c’era niente da dire, sapeva bene perché non gli avevano dato lavoro, era successo tante volte, e il motivo era uno solo: era nero.

Rivedeva il volto del ministro alla Tv, la sua voce solenne, una folla di gente davanti a lui: «L’Italia non è più disposta a essere la pattumiera di tutti gli immigrati, adesso è tempo di dire basta, per clandestini e criminali è finita la pacchia!»

Per Kwani la pacchia invece non era mai cominciata, in quattro anni, da quando era arrivato in Italia, aveva cambiato sei città, aveva sempre lavorato solo come benzinaio notturno, lavaauto, venditore ambulante o scaricatore di porto: tutti lavori malpagati e alla giornata, mai una sicurezza, proprio come ad Accra.

Il viaggio nel deserto a bordo di un camion pieno di corpi, fra fetore di sudore, piscio ed escrementi, gente che gli era morta addosso; le urla dei criminali a Zuawara, le notti passate insieme a centinaia di persone in un lurido mezra al buio, e ogni tanto una voce, poi dei passi: le percosse, le violenze, le grida delle donne, alcune volte dei colpi di pistola, risate. Infine la corsa sulla spiaggia, ammassati come bestie, fatti salire sulla barca a suon di spinte e manganellate. E il mare, così nero da sembrare non avere fine.

Come si chiamava quella donna che aveva visto violentare la prima notte in cui era stato rinchiuso a Zuawara?

E quella giovane ragazza a cui avevano strappato di mano il proprio bambino, solo perché malato, come si chiamava?

Non ricordava il nome di quella donna, ricordava solo le sue lacrime, il volto ancora sporco del sangue del proprio bambino, sulla spiaggia, accanto a lei, un corpo insanguinato, ovunque pezzi di carne e di cervello, le risate dei trafficanti, il fragore delle onde, il tremore dei denti.

Guardò i mobili puliti della casa che Maria divideva con un’altra ragazza, le tende, il pavimento pulito.

Voleva restare lì per sempre, insieme a Maria. Dimenticare tutto.

La strinse a sé.

«No devi avere paura, vedrai che gente non dare retta a quello. Italiani no tutti razzisti. Tu italiana e stai con me, no?»

Le sorrise, Kwani. Gli occhi di Maria palpitavano, le labbra tremavano.

Aprì appena la bocca, ma Kwani gliela sfiorò con le dita: continuava a sorridere.

«Io ti amo, tu sai, no?»

Caddero insieme a letto, abbracciati, e in quell’abbraccio c’erano solo loro due, il mondo era lontano, e così la spiaggia di Zuwara, le urla degli uomini in mare, le grida delle donne violentate in uno scantinato, davanti ai propri uomini, e il rumori dei rifiuti in cui frugavano lui e sua madre.

C’era solo il suono dei loro baci, e il profumo di Maria.

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Tratto dal racconto Nel nome del padre

Erano le sei del pomeriggio, Carlo era in fabbrica dalle nove del mattino. Ormai non sentiva più la stanchezza. In ventidue anni gli avevano cavato dalla pancia ogni briciola d’umanità.

Da ventidue anni vedeva attorno a sé sempre le stesse mura di cemento. Ovunque ruggivano macchinari, sbuffava fumo e trucioli di metallo. L’aria puzzava di ferro e sudore, ma lui era abituato: ormai quella puzza gli si era impregnata sulla pelle.

Persino quando stava da solo sentiva gli strepitii dei macchinari, il rumore pesante di lastre di metallo sbattute su carelli, le urla dei supervisori che ringhiavano contro gli operai, le discussioni fatte dai colleghi: ripetute all’infinito ogni giorno, proprio come le loro azioni.

Udì il vecchio Ciro, un grassone dal respiro asmatico a cui restavano cinque anni prima di una pensione che forse non avrebbe mai visto, dire in dialetto a un giovane da poco assunto: «Nun veco l’ora ‘e turna’ a casa. Muglierema ha fatto ‘o purpettone.»

Il giovane sorrise, isso una lastra di metallo e la passò a Ciro che la piazzò sopra a un grosso rullo oleoso.

«Almeno in fatto ‘e magna’ nun me posso lamenta’» riprese Ciro, senza badare ai rumori che coprivano la sua voce.

Il ragazzo sorrise, sudava sia per la fatica che per il calore emanato da un’enorme fornace.

Le vampate rosse e arancio facevano danzare contro le mura ombre terrificanti che inghiottivano tutto.

Carlo piallava la lastra fatta scivolare sul rullo e pensava solo che era giovedì. Ogni giovedì la moglie di Ciro preparava il polpettone.

Fra cinque giorni, sempre se il giovane non fosse stato licenziato prima, Ciro gli avrebbe parlato della peperonata di sua moglie; e domani avrebbe detto, a lui o a un altro, che di certo stavolta il Napoli avrebbe vinto il campionato di calcio.

Carlo avrebbe potuto mimare alla perfezione ogni parola di Ciro, come quella di qualsiasi altro collega in fabbrica. Lì dentro le persone erano uno sciame di formiche che si muovevano velocemente, formavano uno sgraziato balletto di corpi sudati, callosi, rugosi e unti di grasso.

Ormai Carlo non li sentiva nemmeno più. La sola cosa che udì fu la sirena che annunciò la fine del turno.

Era terrificante. Sembrava che non gli stesse annunciando la libertà, quanto una piccola resa.

Cercò di non pensarci. Avanzò a testa bassa. Attorno a lui corpi si avvicendavano con addosso la stessa tuta blu. Braccia sudate si muovevano in un cielo di cemento illuminato dagli sbuffi infuocati delle fornaci e da vecchi neon, e labbra si muovevano senza che lui potesse coglierne le parole.

Raggiunse lo spogliatoio. Ciro parlava con quello nuovo.

«Si faje ogni juorno ‘o straordinario, t’abbusc’ pure mille ‘e trecient’ euro ‘o mes’.»

Lo diceva a tutti. L’aveva detto anche a Carlo ventidue anni prima.

Carlo si cambiò in fretta. Uscì alla svelta da lì e ripensò a suo padre e sua madre. Gli capitava spesso da quando il suo primogenito, Antonio, era diventato adolescente.

Il padre di Carlo, Antonio Cozzolino, benvoluto da tante persone che mai l’avevano conosciuto per davvero, aveva passato la propria vita in una fabbrica come quella in cui lavorava Carlo, prima che a furia di respirare vernici era stato stroncato da un cancro.

Invece sua madre, Benedetta Esposito, sembrava essere nata proprio per portare quel nome: moglie devota, madre premurosa e cattolica fervente, aveva passato la propria vita a servire suo marito, rinchiusa in una cucina o in una chiesa, per poi spegnersi due anni dopo dalla morte di lui.

Carlo non aveva mai capito i suoi genitori, e di certo loro non avevano mai capito lui. Forse soltanto in questo erano stati uniti, nell’incomprensione.

All’epoca Carlo non comprendeva l’ostinazione di suo padre nel passare ore e ore a fare un lavoro che detestava, e solo per pagare una casa nemmeno sua, mobili e tante cose che a Carlo sembravano inutili. E capiva ancora meno sua madre: lei che aveva persino dimenticato di essere una donna, consacrando se stessa alla pulizia della casa, a un’educazione rigida e formale, a una devozione sacrale verso un marito mai amato e da cui mai era stata amata.

Ricordava ogni giorno la volta in cui suo padre, vedendolo immerso in uno dei tanti romanzi che amava leggere, l’aveva guardato stizzito: il volto enorme da mastino, gli occhi azzurri privi di umanità, le labbra sempre umide come quelle degli ubriaconi.

«Ma che sfaccimma faje? Che si’ ricchion’? Con i libri non si porta il mangiare a tavola!»

Quelle parole gli erano sembrate tanto assurde quanto brutali, inferiori soltanto a quelle udite da sua madre qualche anno dopo, quando lei, vedendolo impegnato a scrivere un racconto l’aveva fissato con pupille fradice di delusione, sussurrando con una voce simile a una novena: «Carlo, non sarebbe meglio concentrarti sullo studio invece di scrivere sciocchezze?»

La vita dei suoi genitori era ai suoi occhi inutile, vuota, gelida. Quanto da lui provato verso la propria famiglia avrebbe potuto benissimo racchiuderlo in una sola parola: disgusto.

Adesso anche suo figlio provava disgusto per lui?

Salì in auto. L’aveva cambiata da poco. Sara, sua moglie, due anni fa gli aveva imposto di cambiarla.

«Ma non le vedi le auto dei tuoi amici? E a quello che pensano quando accompagni Antonio a scuola non ci pensi?»

Altri tre anni e avrebbe finito di pagare le rate.

Mise in moto, pensava solo allo sguardo perennemente triste di Antonio, al suo silenzio che non capiva.

Attorno a lui palazzi, negozi e persone sfumavano fra le luci dei lampioni e i fari delle auto. La città era avvolta da rumore di pneumatici, clacson, passi, voci.

Non vide niente. Non udì niente. Nelle sue pupille solo macchie di luce nell’oscurità, nella testa solamente rumori metallici.

Parcheggiò fuori al condominio in cui abitava da diciotto anni.

Sara avrebbe voluto fare un mutuo per prendere casa.

«Con quello che costano gli affitti!» aveva detto.

Quattro anni prima di allora, quando Carla l’aveva conosciuta per strada mentre lei si batteva per i diritti dei bambini Siriani, Sara non avrebbe di certo pensato a un mutuo per la casa.

«Sarebbe bello vivere in un camper. Oppure su di una nave» aveva detto una volta.

Ma con il lavoro di Carlo e il piccolo impiego part time di Sara in un’associazione culturale non riuscirono ad avere un muto.

In compenso Carlo aveva un posto auto numerato.

Entrato nel palazzo fu salutato da un portiere vecchio e grasso.

Quell’uomo gli dava del lei, Carlo gli dava del tu.

Carlo lo salutò appena, senza fermarsi, proprio come faceva il suo capo quando passava in fabbrica.

Ricordò il giorno in cui il capo l’aveva chiamato nel proprio ufficio. L’aria era satura della puzza di sigaro, e ora, salendo le scale, Carlo percepiva ancora il fumo volargli contro al viso, e rivedeva gli occhi ferini del suo capo che lo fissavano godendo della sua paura.

L’obbligò a fare due settimane di straordinario, Carlo sorrise persino.

Per far contento quell’uomo, e sopravvivere ancora, aveva perso la recita di Antonio in terza elementare.

Antonio una volta a casa si era fiondato a letto: piangeva proprio come aveva pianto Carlo a sette anni, quando suo padre per lavorare non era andato alla sua di recita.

Arrivato in casa avanzò lungo il corridoio colmo delle foto di famiglia, respirava profumo di spezzatino con patate provenire dalla cucina insieme a voci sorridenti.

Carlo lasciò il capotto sull’attaccapanni. L’aveva comprato da un rigattiere.

«Non pensi anche tu che sia magnifico?» gli aveva detto Sara.

«Bah, forse costa troppo. Potremmo farne a meno, no?»

Sarà aveva sbuffato ed aveva risposto con uno sguardo torbido.

Da allora, quando lei vedeva qualcosa in giro, lui evitava di dire ciò che pensava.

Avanzò nel buio. Il corridoio gli sembrava sempre più stretto.

Varcata la soglia della cucina una folata di stufato misto a detersivo per i piatti lo travolse. Alla TV alcune persone ridevano, e il piccolo Mattia, goffo in pigiama, sedeva a tavola colorando un album da disegno.

Sara stava in piedi davanti al lavello. Indossava una gonna che le arrivava fino al ginocchio, i piedi erano nudi in pantofole di spugna, il suo corpo era coperto da un grembiule a fiori.

Appena Carlo fece un passo in avanti, lei si voltò verso di lui, senza smettere di lavare pentole e piatti.

«Credevo facessi più tardi.»

«Ma se ho iniziato il turno alle nove.»

Lei non rispose.

Carlo non aggiunse altro. Nella stanza nulla si udiva oltre allo scrosciare dell’acqua e le risate provenienti dal televisore.

Carlo diede una carezza sul capo biondiccio di Mattia, ma lui continuò a colorare e a canticchiare a bassa voce.

Carlo l’osservò qualche istante. Gli sembrava ieri il giorno in cui l’aveva preso per la prima volta in braccio, piangente e rosso in viso.

Erano invece passati sei anni, e Mattia non piangeva più, ma non sorrideva neanche.

Ebbe voglia di fermarsi a parlargli, come mai suo padre aveva fatto con lui, ma una vergogna rovente lo paralizzava.

Gli diede solo un’altra carezza e si girò verso sua moglie.

«E Antonio?»

«In camera sua, come sempre.»

Osservò Sara intensamente, senza sapere cosa provare: timore, rabbia, amore?

Era solo stanco.

Avanzò verso la porta, ma la voce di Sara lo paralizzò.

«Stamattina hai dimenticato di nuovo il cassetto della tua scrivania aperto.»

Lui si voltò lentamente: aveva l’aspetto di un pugile che ne ha prese troppe per continuare ad avanzare.

«Andavo di fretta» rispose con tono sommesso.

Sara asciugò in fretta una pentola, la posò con forza sul lavello.

«Lo sai che lì dentro, fra tutte le inutili cianfrusaglie che ti ostini a conservare, c’è anche quel ferro vecchio. Ti ho detto mille volte di fare più attenzione, ma tu niente! E oggi Antonio quasi l’ha tirata fuori.»

«Mi dispiace.»

«Che poi non capisco proprio perché ancora la conservi.»

«Era la pistola di mio padre.»

Sara non replicò, sbuffò soltanto.

Lui uscì dalla cucina, a testa china, e andò verso la cameretta di Antonio e Mattia.

Non bussò alla porta. Dimenticava che suo figlio aveva ormai tredici anni.

Magari stava…

Lo trovò invece alla scrivania, proprio come sempre, gli occhi incollati al PC e le dita che si muovevano sulla tastiera.

Restò sull’uscio della porta a osservarlo. Era minuto, bassino e non aveva un pelo sul viso. Sembrava ancora un bambino, ma non era tanto il suo aspetto a farlo sembrare più piccolo, quanto qualcosa nei suoi occhi: un candore, una sorta di profonda purezza, come se Antonio non avesse ancora conosciuto la malignità del mondo; come se fosse altrove, smarrito in un sogno, in un limbo dove non esisteva cattiveria, malizia, ingiustizie.

Antonio di certo vide suo padre, ma finse di non vederlo.

Faceva così ogni volta, ormai da mesi.

Carlo osservò la scrivania colma di libri, scolastici e non; poi un mucchio di appunti, una lampada da notte, pastelli e disegni.

Le mura della stanza erano gialle e arancio, con sfumature rosse e nere: le aveva scelte Sara tre anni prima, sostituendo un parato infantile con un parato altrettanto infantile.

La stanza era piena dei giocattoli di Mattia, e Antonio sembrava stonare lì in mezzo, come una bambola gettata in un cimitero.

Persino l’odore di lavanda e borotalco di cui era impregnata la stanza non c’entrava niente con lui. Se Carlo avesse dovuto attribuire un odore a suo figlio, sarebbe stato quello del legno vecchio e della carta ingiallita.

Scostò lo sguardo sul letto di Antonio. Sara aveva attaccato al muro le foto di quando Antonio e Mattia erano bambini.

Antonio non aveva aperto bocca, non si era opposto: sembrava non gli importasse neanche.

Da quando aveva iniziato la terza media non aveva mai portato alcun amico a casa, né tantomeno una qualsiasi ragazzina.

Sua madre non si era mai posta alcun problema a riguardo: «Un bambino educato. Però dovrebbe essere più concreto» aveva detto più volte, riferendosi al fatto che Antonio continuava a dire di voler fare il liceo classico, anziché un istituto tecnico o un alberghiero come imposto da lei.

«Come disse quella all’ultimo incontro con gli insegnanti?» riprendeva ogni volta «Com’è che si chiama? Ah sì, la signorina Ochini! “Suo figlio ha davvero un talento innato per la scrittura”, questo disse! Sì. Come se poi scrivendo ci si possa guadagnare da vivere. La raccomando quella!»

Quando lei diceva quelle cose, Carlo fingeva di non udire: rivedeva sua madre seduta a tavola, col rosario perennemente in mano, il fiato che sapeva di liscivia e occhi neri e spenti piantanti su donne pallide quanto lei.

Osservando Antonio udì rimbombare la voce di suo padre:

«Ma vai a cercarti na’ fatica invece ‘e leggere chelli strunzat’!»

E poi uno schiaffo sul viso, sua madre immobile in un angolo: il volto chino e il rosario in mano.

«Ma che è sta’ strunzata ca’ nun vuo’ pazzia’ a pallone a scuola? Ma che si’ nu’ ricchion’?»

Carlo percepì una fitta dritta al centro del petto. Per un attimo non ebbe più il coraggio di guardare suo figlio. Provava vergogna di se stesso, e Antonio glielo ricordava.

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Tratto dal racconto Katja

Katja aveva sedici anni e sapeva solo di non voler morire, non ancora una volta. Avanzava veloce fra la folla: volti si susseguivano, sorrisi, voci, palazzi, vetrine addobbate a festa.

Il suo sguardo era una continua supplica d’aiuto, ma nessuno lo vedeva, proprio come nessuno aveva mai accolto le sue preghiere: forse tranne la volta in cui a dodici anni aveva pregato l’icona della Madonna di Tropea chiedendole di far morire suo padre.

Avrebbe voluto ucciderlo lei, anziché vederlo morire di cancro.

Udiva ancora i colpi delle vangate sulla bara: avrebbe voluto dissotterrare suo padre per ucciderlo nuovamente.

Ma ormai non poteva fare altro che fuggire, ancora una volta.

Camminava veloce per le strade di Napoli, vetrine e finestre illuminate da festoni natalizi, volti sorridenti nelle sue pupille.

Ogni volta che qualcuno la sfiorava, il suo cuore le saliva in gola, le sembrava che ovunque centinaia di mani volessero afferrarla.

Oltrepassò una donna che stringeva la mano alla propria bambina. Una folata di profumo la travolse, la voce della bimba risuonò nei suoi timpani:

«Mamma, mi compri un giocattolo?»

Katja chiuse gli occhi, strinse i pugni nelle tasche del giubbetto. Affrettò il passo. Le sue scarpe rotte battevano veloci sul cemento, attorno a lei profumo di torrone e di dolci proveniente da una pasticceria, festoni lucenti adornavano il reticolato di tubi metallici al di sopra della stazione della metropolitana.

Svoltò in un vicolo. Ai suoi lati si susseguivano portoni arrugginiti e ringhiere di ferro, ovunque marcivano cumuli di rifiuti, appestando l’aria. Solo poche luci provenienti da finestre e balconi rischiaravano la via, nulla si udiva oltre a urla, rumori di posate e di piatti, gli schiamazzi di qualche televisore.

Corse di vicolo in vicolo. Guardava di continuo dietro di sé, a ogni rumore balzava.

Un gatto guizzò da un cassonetto straboccante di rifiuti, una bottiglia rotolò nell’oscurità, dal portone di un palazzo si udì un uomo tossire.

Katja continuò a camminare spedita in un labirinto di palazzi. Non sapeva dove andare. La Caritas aveva chiuso. All’hotel dove era stata la notte prima non le avrebbero fatto più credito, a meno che non avesse accettato la proposta del vecchio albergatore.

Sentiva ancora la mano rugosa del vecchio sul viso: «Ma se vuoi n’accordo ‘o truvamm’.»

Katja avrebbe voluto conficcare nella pancia di quel porco un paio di forbici, proprio come aveva desiderato fare con suo padre, invece era scappata via.

Entrò in un palazzo decrepito, le mura erano coperte di scritte, una lampadina penzolava su cassette della posta arrugginite, volantini ingialliti lasciati sul pavimento, bottiglie vuote e preservativi usati.

Si nascose nel sottoscala. Rannicchiata, silenziosa, osservò l’androne, la faccia schiacciato contro al muro, nelle narici puzzo di piedi, cavoli bolliti e pesce fritto.

Era abituata a quel fetore. Era lo stesso che aveva respirato per anni nella casa dov’era cresciuta, ed era lo stesso che aveva sentito quando rimasta orfana era andata a vivere da suo zio Bogdan, il fratello di suo padre.

A suo zio gliele aveva conficcate davvero delle forbici nella pancia, ma erano troppo piccole per ucciderlo, proprio come lo era lei quando Bogdan le aveva messo le mani addosso.

All’epoca Katja aveva solo tredici anni. Fuggita dalla casa dello zio aveva girato di posto in posto, e ognuno di essi puzzava come quel palazzo.

Se la sentiva costantemente addosso quella puzza.

Si guardò attorno, furtiva, ma senza nemmeno capire cosa stesse cercando. Poi improvvisamente udì il portone strisciare sul pavimento, lo vide aprirsi lentamente. I suoi occhi balzarono, come un animale impaurito si tirò indietro, nascosta nell’ombra.

Si udirono dei passi. Katja non osava scorgere la testa, neppure quando udì i passi fermarsi di colpo.

Un rumore le fece salire il cuore in gola. Era un lungo respiro, simile al rantolo di una bestia, poi subito colpi di tosse talmente forti da rimbombare nell’androne.

Scorse lentamente la testa, come uno scarafaggio che allunga le antenne prima di uscire allo scoperto. Vide un uomo in abiti scadenti mantenersi con una mano al muro: tossiva forte, si piegava in due e sputava contro al muro.

La tosse rallentò. L’uomo si tirò in piedi, barcollava, ansava, si asciugava la fronte sudata.

Sputò del muco sul pavimento e alzò lo sguardo.

Appena gli occhi di entrambi si incrociarono, le pupille di Katja si frantumarono in mille pezzi.

Si tirò indietro, contro al muro. Tremava. Iniziò a frugare nelle tasche in cerca di qualcosa per difendersi, ma tastò solo sigarette, un accendino, monete e un sacchetto di stoffa.

Serrò gli occhi. I passi erano ormai vicinissimi, li sentiva in gola.

La voce dell’uomo la fece trasalire.

«E tu chi sei?»

Katja non riusciva nemmeno ad aprire gli occhi. Ricordava i passi di suo padre verso la propria camera, le mani di suo zio lungo la schiena, la carezza sul viso del vecchio albergatore.

«Ma fa un po’ come ti pare!» incalzò l’uomo.

A quelle parole Katja spalancò gli occhi e smise di tremare.

L’uomo avanzava lento verso le scale, tossiva ancora, sembrava stanco persino di respirare.

Katja guizzò fuori dal proprio nascondiglio e, ancora in ginocchio, si trascinò verso l’uomo.

Lui si fermò, ansimò e si voltò, senza dire nulla.

I loro occhi restarono intrecciati. L’uomo accese una sigaretta, si girò e riprese a camminare.

Katja balzò in piedi.

«Aspetta…» ansò.

L’uomo si bloccò. Lento, pesante, si girò verso Katja.

Gli occhi dell’uomo vacillavano, erano stremati, e più fissavano Katja più sembravano consumarsi.

Katja fece una passo verso lui.

«Puoi aiutarmi?»

Lui sbuffò appena.

«Non hai un posto dove andare, vero?»

Katja chinò gli occhi, in attesa.

«Dai, vieni.»

Katja alzò lo sguardo, le sue labbra si arcuarono in un debole sorriso, appena un accenno.

Salirono insieme le scale. La puzza che aveva sentito nel pianerottolo si mischiava al fetore di cibo indiano e di cipolla rosolata proveniente da alcuni appartamenti, e da essi giungevano urla, televisori a tutto volume, il pianto di un bambino.

Un pesante tonfo da dietro una porta fece balzare Katja.

«Non ci far caso» biascicò l’uomo, aprendo la porta di casa sua «è solo Alì che litiga con sua moglie.»

Fece un passo, senza nemmeno voltarsi.

«O almeno così lo chiamano qui dentro. Ma in fondo qui si chiamano tutti Alì fra loro.»

Si girò e vide Katja immobile sull’uscio della porta.

«Che fai, hai deciso di rimanere lì?»

La lasciò e svanì in un minuscolo ingresso colmo di scatoloni, vecchi vestiti e cianfrusaglie sparse ovunque.

Katja tentennò prima di entrare.

Quel posto, quel disordine e quell’insieme di roba senza senso le ricordavano la casa di Cosma: il primo ragazzo con cui era stata, o almeno senza che qualcuno le tenesse fermi i polsi.

L’aveva incontrato un anno prima, e l’aveva lasciato da appena dieci giorni. Cosma aveva tre anni in più a lei, era stato lui a convincerla a lasciare le suore dove era stata mandata dai servizi sociali.

Katja odiava quelle suore. Ogni volta che diceva una parolaccia le facevano recitare decine di preghiere o le impedivano di andare all’aria aperta.

Il giorno in cui era scappata aveva dato fuoco all’ufficio di suora Ignazia e rubato i soldi dall’offertorio.

Cosma era un ladro, casa sua era una specie di magazzino.

Di tanto in tanto Katja si divertiva a indossare i gioielli appartenuti a chissà quale ricca donna, andava verso Cosma, sorrideva ed esclamava: «Uite, eu sunt o printesa.»

Una volta aveva creato persino una collana con dei minuscoli diamanti presi da un sacchetto di velluto.

Le sembrava di essere al sicuro, ma quella sicurezza era scomparsa quando Cosma si era immischiato in un nuovo giro.

Ogni volta che i suoi nuovi compari andavano a casa, osservavano Katja e sorridevano, poi parlottavano fra loro in albanese.

Lei a Cosma non aveva avuto bisogno di conficcargli un paio di forbici nella pancia, ci aveva pensato qualcun altro.

La polizia l’aveva trovato in un vicolo, sbudellato. Katja, terrorizzata, era scappata via: a malapena era riuscita a portare via qualcosa.

Passò fra bambole rotte, vecchi dischi, giornali ingialliti e vestiti di ogni tipo. Sfiorò un orsacchiotto dal pelo arruffato e senza un occhio. Quasi sorrise.

Da piccola aveva un solo orsacchiotto, si chiamava Cățeluș. Dopo la morte di sua madre Anica suo padre gliel’aveva gettato via, urlando che era ora di crescere. Poi qualche anno dopo, quando Katja aveva undici anni, era stato suo padre ad aiutarla a crescere, gettandola via come il suo piccolo Cățeluș.

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