“LEI”, un romanzo psicologico che arriverà solamente alle BIG. La storia di una perdita. La storia di un delirio.

Mi feci forza. Lei stava ancora lì. Lo sapevo. E sapevo di non avere scelta.
Aprii la porta, cercando di non far rumore. Di non destare la sua attenzione.
Ma fu inutile!
Una volta chiusa la porta, appena mi voltai, la vidi immobile nel corridoio, accanto la porta della cucina.
Era uno spettro, proprio come sempre. Un’anima in pena in bilico tra la vita e la morte, e io forse ero il suo carnefice. Il demonio che la teneva in gabbia, mentre lei attendeva il compiersi di una speranza ormai putrefatta da secoli.
Cosa fare, correre verso di lei e abbracciarla?
Non ci riuscivo, e per questo mi facevo schifo da solo.
Uno squallido, inutile, patetico ammasso di carne che si stava distruggendo, annientando qualsiasi cosa attorno a esso.
Lei era la mia vittima. Io ero la sua vittima. Quello era il tempio sacrificale dove le nostre vite sarebbero state offerte al mondo.

Avanzai in quel tempio. Nel nostro ridicolo destino. In quel corridoio che sembrava stringersi attorno a me a ogni mio passo; lugubri mura che avevano accolto decenni di lacrime, urla, sogni infranti e desideri devastati.
Era la nostra tomba, entrambi lo sapevamo, ma nessuno aveva il coraggio di dirlo.
No, il coraggio neanche esiste quando sei al tappeto. Così come non ebbi il coraggio di guardarla, quando le passai accanto, percependo il suo dolore sfiorarmi. Il suo respiro. Il suo sguardo triste. La sua voglia di scoppiare in lacrime, fiondandosi al mio collo urlando “Perché sei così?”.
Ma non mosse un muscolo. Immobile come una statua di sale, lasciò che io l’attraversassi, forse percependo il mio di dolore, e sentendolo come una condanna.
Già, “noi!”.
Esisteva un noi, oppure ognuno pensava al proprio dolore? Magari guardandomi come fossi solamente un riscatto per le proprie pene.
Io ero il riscatto per mia madre. Io ero il riscatto per Lara, e loro la mia faccenda sospesa che mi impediva di farla finita.
Ci stavamo divorando a vicenda, e alla fine nessuno avrebbe raccolto la carne maciullata lasciata a marcire sul pavimento.
Tutto sarebbe andato avanti. Ogni azione coperta dal cemento, proprio come la mia forma che avanzò. Superandola ed entrando in quella cucina.
Il suo sguardo mi seguì. Uno sguardo non doloroso, quanto rabbioso. La rabbia innanzi al mio rifiuto di darle la vita. Di essere come voleva.
E cosa fare? Cosa avrebbe fatto un bravo figlio?
Non ci riuscivo! Inutile. Non ero ciò che voleva, proprio come mi disse Lara quando mi lasciò.
Noi, come sempre, stesse vittime, stessi carnefici; patetici ammassi di carne persi in un limbo di indifferenza.
Non per davvero un “noi”.
Riuscii solamente a prendere una bottiglia di vino. Proprio come sempre. Come sempre, sotto al suo sguardo accusatore.
Lo sentii sulla mia pelle mentre avanzai per quella cucina. Era una preghiera. Era la richiesta di un riscatto. Era una morsa che stringeva le mie ossa fino a sgretolarle.
Le sentii frantumarsi a ogni mio passo, mentre cercando di non fissare nulla, di non provare nulla, avanzai ancora. Consapevole che presto l’avrei incrociata. Che presto sarei passato innanzi a quel dito puntato contro di me, accusandomi di essere sbagliato. Accusandomi di essere responsabile del sangue di una madre. Del suo sangue!
E lo ero?
Pensai di sì, passandole accanto, senza guardarla né dicendo niente.
Ma feci appena due passi. Il suo sguardo, ancora una volta, era una lancia contro la mia schiena, e la sua presenza una frusta che mi percuoteva.
Sentii una scudisciata dritta contro la schiena.
«Non mangi niente?» mi chiese, quasi come se quelle parole fossero il preludio a un uragano. Le parole di sempre. Un rituale da dire ogni notte, proprio come un’inutile speranza che ossessiona il cervello.
Restai fermo qualche istante. Gelido e dolorante. Per poi riprendere a camminare
Feci appena qualche passo, quando ecco un’altra frustata mi mozzò di colpo la testa.
«Ma perché non sei come tutti gli altri? Perché non puoi essere come tutti gli altri?» udii contro di me. In me! Una cantilena che mi aveva accompagnato per secoli. Per un’intera vita. Una celata frase che nascondeva in essa un primordiale urlo.
“Sei sbagliato! Tu sei sbagliato”.
Ed era la verità. Ero sbagliato. Inadatto. Un figlio che non sarebbe mai dovuto nascere.
Avrei dovuto pagare con il sangue quel mio crimine? E quale sangue sarebbe stato gradito a Dio? Il mio, o quello di mia madre?
Forse saremmo morti entrambi, sbranati da quel mondo che ci aveva rinchiusi assieme, lasciandoci a sbranare a vicenda.
Lei l’avrebbe mai capito?
No, ero io il carpo espiatorio per ogni sua insoddisfazione. Ancora e sempre io il colpevole. Ancora e sempre io l’errore.
Ma andava bene!
Una lacrima colò dai miei occhi, senza che lei la potesse vedere.
Ma andava bene comunque!
Ero stanco. Troppo, troppo stanco. Stanco di dire sempre le stesse parole. Stanco di lottare. Stanco di scagliarmi contro una recinzione elettrica, nel vano tentativo di fuggire da quella prigione.
Non ci stava nulla da dire. Niente da fare.

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“Lei”, romanzo psicologico, ossessivo, ridondante come tante pugnalate. Avete mai provato quel tipo di dolore che vi impedisce di vivere?

E come si fa a dimenticare?
Se ti amputassero un braccio, riusciresti a dimenticare di averlo avuto? O magari lo sentiresti ancora vivo, attaccato al tuo corpo? Forse ne percepiresti ancora la sensazione. Sentiresti i peli drizzare sulla pelle. I piccoli stiramenti muscolari. Le fitte dovute alla cervicale.
Sindrome dell’arto fantasma viene chiamata. E vale anche per le persone? Vale anche quando perdi una persona?
Togli una donna dalla vita di un uomo, e lui la sentirà ancora presente. Sentirà la sua pelle, il suo profumo, la sua voce.
Alcune volte, nella notte, dormendo, cercherà persino di stringere il corpo di lei. Trovandosi poi da solo. Da solo nel nulla. Senza un braccio. Senza un arto. Senza una donna. Senza una vita.
Sindrome dell’arto fantasma. Percepire ancora l’arto amputato, e provare uno straziante senso di angoscia nel non poterlo muovere.
Sindrome dell’altro fantasma. Una donna viene estirpata dalla tua vita, e tu provi un indicibile tormento nel sentirla ancora accanto a te, ma non senza poterla raggiungere.
Tutti ci passano prima poi. Tutti siamo mutilati, chi in un modo o in un altro. Tutti ci siamo disperati sentendo ancora quel braccio perso, ma senza poterlo muovere.

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Una romanzo scritto come fossi una donna. “NUDA”, ancora inedito, un romanzo che affonda gli artigli nell’umana sofferenza.

Il mio dolore meritava di essere amato. La mia sofferenza meritava di essere accudita. Le mie lacrime mi rendevano umana, viva, unica, preziosa.
Quella era Eva. La malattia era la mia coperta. Il manto in cui avvolgevo la mia identità. La mia fortezza.
La malattia era la mia identità.
Eva non esisteva più. Forse Eva non era mai esistita. Esisteva solamente lei, la mia malattia: il riflesso di una vita mai nata. Quella vita che lui stava accogliendo, pur non vedendola, pur non conoscendola. Stringendo e amando solamente le lacrime di una bambina amata. Di quella Eva mai cresciuta. Quella Eva mai venuta al mondo.
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Tratto da uno dei più forti romanzi mai scritti. Tratto da “LEI”. Ancora inedito e solamente per le big.

E come si fa a dimenticare?
Se ti amputassero un braccio, riusciresti a dimenticare di averlo avuto? O magari lo sentiresti ancora vivo, attaccato al tuo corpo? Forse ne percepiresti ancora la sensazione. Sentiresti i peli drizzare sulla pelle. I piccoli stiramenti muscolari. Le fitte dovute alla cervicale.
Sindrome dell’arto fantasma viene chiamata. E vale anche per le persone? Vale anche quando perdi una persona?
Togli una donna dalla vita di un uomo, e lui la sentirà ancora presente. Sentirà la sua pelle, il suo profumo, la sua voce.
Alcune volte, nella notte, dormendo, cercherà persino di stringere il corpo di lei. Trovandosi poi da solo. Da solo nel nulla. Senza un braccio. Senza un arto. Senza una donna. Senza una vita.
Sindrome dell’arto fantasma. Percepire ancora l’arto amputato, e provare uno straziante senso di angoscia nel non poterlo muovere.
Sindrome dell’altro fantasma. Una donna viene estirpata dalla tua vita, e tu provi un indicibile tormento nel sentirla ancora accanto a te, ma non senza poterla raggiungere.
Tutti ci passano prima poi. Tutti siamo mutilati, chi in un modo o in un altro. Tutti ci siamo disperati sentendo ancora quel braccio perso, ma senza poterlo muovere.

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Nove storie che vi strapperanno la pelle dalle carni. Editi con la Damster edizioni, Lettere animate e Meligrana edizioni, otto romanzi e un’antologia di racconti capaci di scavare nel vostro cuore.

AFFAMMATA D’AMORE (tratto da una storia vera)

Sì, lei era un piccolo corpo martoriato e gettato in una discarica. Una principessa violentata. Una
bambolina usata e poi bruciata.
No, non sarebbe più stata una bambina ferita. Non avrebbe provato più niente. Tutto le sarebbe
scivolato addosso. Gli stessi uomini le sarebbero scivolati addosso. Al punto che, man mano, non
sentì più neanche quei cazzi muoversi in lei. Non sentì più niente! Era fredda. Come morta. Solo un
corpo senza coscienza.
Ma l’amore, come incubo, continuò a tormentare il suo corpo bardato di metallo.
Ogni tanto, l’illusione di essere compresa e amata la spingeva verso nuove spiagge. Verso folli
viaggi in cerca di quel cuore ormai dimenticato.
Ma il più delle volte non trovò niente se non nuovi morsi. Altro sangue sulla sua pelle. Altre
illusioni. Altre unghie che cercavano di conficcarsi nelle sue carni.
E apri ancora le gambe. Fallo entrare. Sta zitta. Chiudi gli occhi, fingi che ti piace. Trattieni i
conati di vomito. Stringi i pugni, sperando che finisca presto.
Ecco, quella era Elisa. La spavalda. La pazza. Quella che rideva sempre: In realtà una ragazza dal
cuore immenso e pieno di tagli.
 
 
UN CIELO DI CEMENTO (Seguito di Affamata d’amore)
Lei sorrise, accarezzando le miei mani contro al suo viso, e chiudendo gli occhi come se stesse sognando chissà cosa.
Mi avvicinai a lei e la baciai. Un bacio lungo e intenso. Le nostre labbra che si muovevano freneticamente. Le nostre lingue che si sfioravano. Le nostre mani sui nostri corpi.
La gente era sparita. Il mondo era sparito. Ma il dolore restava ancora!
Sì, lo percepivo nei suoi baci. Mi stava urlando “Non lasciarmi sola!”, e io forse le stavo urlando “Amami!”.
Già, eravamo solo dolore, ecco cosa. Due vite ferite che si erano incontrate, unendo il loro sangue e le loro lacrime.
Il nostro amore non era altro che un grido. Stavamo urlando! Stavamo urlando al mondo il diritto di essere felici. E forse inconsciamente ci stavamo divorando a vicenda in cerca di quella speranza capace di dirci che la vita non fosse solo uno schifo, e che noi fossimo degni di amore. Ancora capaci di essere amati.
Ma nessuno di noi svelò quel mistero. I nostri baci erano il tempio in cui si celava il corpo di Cristo. La nudità celata nell’oro. La passione e le lacrime nascoste da una fasulla risurrezione.
E stavamo davvero risorgendo? Quell’amore avrebbe guarito le nostre ferite?
 
 
THE WRITER
Fissai a lungo quella pagina. Per secondi che mi sembrarono anni. Senza che mi venisse in mente niente. Nessuna storia! Non una sola parola.
Otto romanzi scritti e quattro pubblicati, e non avevo più parole. Solamente il vuoto, e quei miei merdosi e fasulli sorrisi ancora scolpiti nella testa.
Diedi un sorso forte alla bottiglia, come se volessi annegarli. Ma rimasero lì. Innanzi a me. Vividi e penetranti come una pugnalata nella pancia.
«Quante stronzate che hai saputo dire stasera. Bravo! Davvero bravo!» sentii rimbombare in quella stanza.
Digrignai i denti e strinsi forte la bottiglia, alzandola con forza contro le labbra e dando un forte sorso come se volessi fare arrivare fino al cuore quella merda alcolica.
Non morii! No, stavo lì fermo, e quella risata rimbombava nella stanza e dentro di me. Devastandomi. Spezzando ogni mia singola ossa. Ricordandomi la realtà di me stesso. Di non essere altro che un fallito. Non uno scrittore, ma solamente un prodotto simile a una scatoletta di fagioli.
Chinai il capo, stringendo la testa tra le mani e afferrando i capelli come se volessi strapparli. Strizzando gli occhi e digrignando ancora i denti, come se volessi che frantumare la realtà che mi avvolgeva.
«Che cazzo vuoi da me?» strillai. Quasi piangendo. Tremando e fissando il buio.
Lui rise ancora. Io aprii gli occhi e mandai giù altro vino. Velocemente. Affannato. Angosciato. Distrutto.
«Ma non sto scherzando!» riprese quel malefico eco «Sono sincero. Sei stato fantastico! Dio, non credevo che tu potessi essere così bravo. Davvero! E invece hai dato loro quello che volevano. Finalmente hai capito, testa di cazzo»
«Fa silenzio!» urlai, alzandomi di colpo dalla sedia e additando il vuoto «Tu non esisti! Tu non ci sei. Non sei un cazzo di niente!»
 
 
VIOLA COME UN LIVIDO (In tutto e per tutto una storia vera)
Lei era tutto!
Io ero perso nel tutto, e per quanto lottassi, non riuscivo a staccarmi da lei. Per quanto cercassi di restare nel mio mondo, nelle mie certezze, non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava, continuando a sorridere. Tremava innanzi a quella libertà mai provata pienamente prima. Quel suo poter stare lì davanti a me con il corpo di Alessandra, pur essendo Violasan. Libera di succhiare il cazzo e bere fino all’ultima goccia di sperma, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi “ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
 
 
FOTTITI
Tutto era normale. Tutto era come sempre.
Lei si girò verso di me. Diede un ultimo sorso alla sua birra, gettandola poi per terra.
La bottiglia rotolò fino al bordo di un marciapiede. Un’auto caricò una puttana. Un tunisino diede un cazzotto a un pakistano, e una sirena della polizia cominciò a suonare chissà dove.
Lei mi fissò con i suoi grossi occhi verdi.
Il sorriso era tornato. Ma il sorriso ora era diverso. Quel sorriso era come quello concesso a ogni suo cliente.
Quel sorriso era freddo!
«Ti odio» mi disse, restando immobile davanti a me. Fredda, gelida, lì davanti a me.
Io non dissi niente. Non ci stava niente da dire. No, lei aveva detto tutto! Lei aveva svelato tutto.
Ti odio!
Ti odio! Ecco la risposta. Il mistero della vita. Il mistero di ogni amore. Il primo pensiero nella mente. Il primo pensiero mai confessato. Il primo pensiero nato nel guardare un altro essere umano.
E la verità era lì, proprio davanti a me. La verità era nel suo sguardo gelido che mi fissava. La verità era in quel suo sguardo gelido che mi penetrava.
Ti odio, ti odio, ti odio.
Eravamo nudi. Entrambi eravamo stanchi. Entrambi odiavamo l’altro. Entrambi eravamo colpevoli dello stesso peccato. Entrambi vittime dello stesso peccato.
Sì, ti odio! Quella la prima parola detta da Dio. Quello il primo pensiero di Gesù Cristo. Quello il sangue che pulsava nelle vene del mondo.
Io la guardai ancora. Distrutto, dilaniato, stanco.
«Hai ragione, anch’io ti odio» le dissi. E stavolta fu lei a non rispondere.
No, non disse niente.
Entrambi avevamo svelato il più Sacro dei misteri. Entrambi avevamo capito di amarci, e che dunque presto o tardi ci saremmo odiati.
Stavamo solo anticipando i tempi.
Ti odio!
Solo un bisogno di non essere soli. Solo piacere della pelle, di qualche emozione. Poi infine la noia nel sentirsi anche solo al telefono. La nausea nel guardarsi. La voglia di sbranarsi a vicenda.
Ecco, eravamo già sposati. Eravamo già una famiglia perfetta. Io e lei per sempre insieme.
Uniti dall’amore. Uniti dall’odio.
E che alternative avevamo?
Lasciarci! Lasciarci subito. Dirci addio e prepararci a riversare su qualche altra persona tutto l’odio che ci portavamo dentro.
 
 
LASCIAMI ENTRARE
Poi esalò un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
«Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo» disse, restando poi un attimo in silenzio. «E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare» riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto e le lacrime bagnavano il suo viso. «E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito.»
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva. Sapeva che non ci stava altro da dire oltre a quanto da lei già detto. Sapeva che i sogni non esistono. Che al mondo niente è giusto. Niente è come sognamo.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Dio, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Poi ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono iniziò a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
«Non rispondi?» mi disse, sapendo già la risposta.
Io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!
 
 
SENSO UNICO
Ma di notte, di notte tutto cambiava!
Sì, la brava gente spariva da quel posto. La si vedeva a stento passare nelle loro auto lucenti per andare chissà dove. Lì in quelle palle di metallo, al sicuro da tutta quella gente di merda. Dai tossici e dagli ubriaconi che se ne stavano sotto a qualche statua di un qualsiasi eroe a farsi o ubriacarsi. Dai negri grandi e grossi che se ne stavano fermi fuori a qualche palazzo, attendendo chi rapinare o violentare. Dai barboni che dormivano per strada su qualche cartone, o sotto al grosso tetto di ferro e plastica della stazione centrale.
Emarginati di ogni genere, proprio come le puttane minorenni e i trans che battevano ai bordi della strada.
Che dire, avevo visto quel posto tante vote, per molti anni, ma non lo avevo mai visto per davvero.
No, viverlo era ben diverso! Far parte di quel posto. Camminare a piedi per quelle strade mischiandosi a quella gente a cui non avrei mai dato neanche un centesimo era davvero diverso. Qualcosa che non si può descrivere. Qualcosa che si può solo vivere. E io lo stavo vivendo! E mi mancava il fiato per quanto tutto fosse reale. Incisivo. Soffocante.
Sentivo fin dentro alle narici il tanfo di sudore dei negri lì per strada a farsi o ubriacarsi. La puzza dell’alcool. Il fetido odore dei semi di girasole masticati dalle puttane Ucraine o Rumene, e il tanfo di merda dei barboni che dormivano per strada. Nonché il tanfo di Italiani, Cinesi, Polacchi, o qualsiasi altra razza lì in mezzo. Qualsiasi altra persona senza razza né nome. Solo miseri topi di fogna persi in quell’incubo al di là dei confini del mondo civile.
Sentivo dentro di me la puzza di quel posto. La solitudine di quel posto. La disperazione di quel posto.
Ne ero pervaso. La mia pelle ne era impregnata. Al punto che non riuscivo a ragionare. Non riuscivo neanche a fissare qualcosa nitidamente.
Solo ombre! Vedevo solo ombre. Ombre avvolte dal fumo di sigaretta e dalle luci delle auto che si mischiavano come un vortice con quelle dei palazzi. Quelle luci che dividevano il mondo degli sconfitti da quello dei vincenti. Il mondo di cui un tempo facevo parte, da quello di cui ora facevo parte.
 
 
VICOLI BUI
Io le presi la mano con forza, sorridendo, ma avendo dentro qualcosa simile a un barile di nera pece.
Che sciocca! Sì, era proprio una povera ingenua! Era cresciuta nel corpo, ma era rimasta la bambina di tanti anni prima. Non aveva capito che io ero cattivo come gli uomini che mi davano la caccia, che non ci stava né giusto né sbagliato al mondo. Solo uomini che sopravvivevano! Uomini che sopravvivevano divorando le carni di altri. E nessuna regina avrebbe mai fatto patti con i suoi schiavi. No, ogni regina avrebbe fatto scuoiare vivi i propri schiavi. E gli schiavi, se avessero potuto, avrebbero violentato a turno la loro regina, per poi diventare sovrani di altri schiavi.
E io ero come loro! Io ero uno schiavo braccato da tante regine. Uno schiavo pieno di rabbia. Uno schiavo che non avrebbe esitato a sbranare la propria regina, per poi costruire il proprio impero sui miliardi di cadaveri dei propri fratelli.
Ero cattivo! Ero il male in carne e ossa. Ero il peccato originale fatto carne. E lei avrebbe dovuto cacciarmi via. Avrebbe dovuto cancellare i suoi inutili sogni da mocciosa. Tirare fuori le palle e sbattermi fuori alla porta. Ma non lo fece!
Io non capivo. Io ero confuso. Io ero come lacerato da decine di mani che mi strappavo il cervello.
Non sapevo che fare! E così non feci niente, se non restar lì a sorriderle tenendole la mano.
Poi continuammo a parlare del nostro passato. Di quella volta che era riuscita a farmi piantare una margherita, o di quella in cui io mi offrii di essere punito al posto suo, dopo che lei aveva fregato una merendina dalla mensa.
 
 
UNA SCATOLA PER BAMBOLE (ZERO).
I mobili perfetti nella mia stanza perfetta accerchiavano come un vortice il mio corpo perfetto.
Ma ero davvero perfetta?
Sedici anni. Un metro e sessanta di altezza per meno di cinquanta chili.
Sì, ero perfetta. Davvero perfetta. Bellissima, lucente, radiosa e immacolata figlia di un facoltoso dottore.
Ero una bambolina riposta su di un comò, proprio come le tante bambole di porcellana che mia madre, misera contadina che aveva riposto i propri attrezzi da campo sposando il facoltoso medico del paese, mi obbligava a mantenere ancor lì.
Era un patto segreto. Lei non aveva preteso nulla, io non avevo acconsentito a nulla.
Era così e basta. Doveva esserlo. Era una regola in casa mia. In quella casa a Lodi dove tutto doveva essere perfetto, adeguato, socialmente accettato; proprio come me. Come me, una ragazzina perfetta in un corpo perfetto, che indossava abiti perfetti resi profumati da un ammorbidente perfetto.
Mio Dio, odiavo quell’odore di lavanda al gelsomino. Ma mia madre non lo sapeva. Forse nessuno sapeva niente di me in quella casa. Forse io, Lorenza, non esistevo neanche in quella casa.
Nulla parlava di me lì dentro. Il parato rosa non aveva il colore del mio umore, né tantomeno quella trapunta rosa e viola posta sul letto; ennesimo regalo non voluto di un qualsiasi Natale, passato in quella mia casa perfetta.
Non ero io riflessa allo specchio. Non erano miei i boccoli biondi che osservavo, e che avrei tanto voluto tagliare, magari solamente per non sentire mia madre dirmi ancora una volta “Lorenza, guarda come sono belli i tuoi capelli”, mentre mi pettinava con una spazzola regalata da sua madre, proprio come se fossi una di quelle bambole sul mio comodino. Una bambola perfetta in una casa perfetta. In un mondo perfetto.
E non mi appartenevano quei vestiti che indossavo. Vestiti sempre nuovi. Dai colori vivaci atti a farmi restare quella bambina che mai e poi mai sarebbe cresciuta. La figlia dello stimato dottore di una piccola cittadina, e di una donna così fortunata nell’averlo sposato.
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A detta di uno dei pochi lettori di quest’antologia (stranamente) ancora inedita, “Un lavoro che sembra scritto da Carver”. “NON PENSI A NOI?”, agghiacciante parte di una racconto tratto dall’antologia “CHE CAZZO CI FACCIO QUI?”

Mario sospirò, chiudendo quel dannato giornale e poggiandolo sul tavolino di vetro davanti a lui. Si lasciò cadere sul divano. La sua schiena villosa coperta da una canotta impregnata di sudore sprofondò nell’imbottitura di quel divano in finta pelle acquistato cinque anni fa in un negozio di merce usata. Poggiò i piedi nudi sul tavolino di vetro. Quel tavolino di vetro comprato assieme al divano e a tanta altra roba presente in quel minuscolo soggiorno.

Gina amava quel tavolino. Ma per fortuna quel pomeriggio Gina non era in casa, dunque Mario poteva fare tutto quello che voleva, compreso starsene stravaccato su quel divano dove chissà quante persone erano state stese, e tenere i piedi su quel vecchio tavolino, proprio come avevano fatto tante persone prima di lui.

Restò lì immobile, fissando il soffitto crepato e fumando una sigaretta. Lentamente, senza sapere il perché, fece scivolare la mano sinistra sul divano, accarezzandone la superficie come se fosse la schiena di una donna.

“Chissà quanta gente si è seduta su questo affare” pensò, continuando ad accarezzare quella similpelle verde bottiglia e fissando il vuoto. “Già, magari ci hanno anche scopato su questo coso” pensò ancora. E di colpo tolse la mano dal divano. Tirò giù i piedi dal tavolino e abbassò la schiena, poggiando entrambi i gomiti sulle ginocchia.

Fissò il quotidiano poggiato su quel tavolino, tra un posacenere pieno di mozziconi, una bottiglia di whisky, una d’acqua tonica, e un bicchiere riempito a metà.

Allungò la mano verso il bicchiere e lo afferrò, portandoselo alla bocca. Diede un piccolo sorso e abbassò il bicchiere. Si passò la lingua sulle labbra umide, sfiorando i peli bagnati dei suoi baffi. Sospirò, poggiando la mano contro al mento e lisciandosi la barba incolta, mentre nell’altra continuava a mantenere il bicchiere, e la sigaretta tra le dita ingiallite.

Aveva mai scopato Gina su quell’affare? Ecco cosa pensò. E stranamente non riusciva a ricordarselo.

“Dio, ma si può dimenticare una cosa del genere?” gli ronzò nella testa, mentre fumava la sua sigaretta, continuando a fissare il giornale.

Eppure non riusciva proprio a ricordarselo.

Forse sì, forse no. Forse c’erano andati vicini, ma non avevano concretizzato. Forse Gina l’aveva fatto! Forse il suo vicino l’aveva fatto. O magari quel ragazzo che nel palazzo chiamavano Tony il rifiuto, dato che in cambio di qualche spicciolo si offriva per gettar via l’immondizia.

Preferì non pensarci. Mandò giù altro whisky. Spense la cicca nel posacenere e poi afferrò il giornale.

“Cercasi persone solari, giovanili, predisposte al contatto umano e al lavoro di gruppo, per lavoro parte time come operatore telefonico in bound presso call center leader nel settore delle comunicazioni”.

Un cinico sorriso solcò il suo viso. Chiuse il giornale per poi gettarlo sul tavolino amato da Gina. Alzò il bicchiere e ci si specchiò dentro.

No, non era affatto solare né giovanile, e tantomeno predisposto al contatto umano. E non aveva nessuna esperienza nel lavorare il vetro o il legno. Nella sua vita, in trentotto anni, aveva fatto tutto e niente. Era passato da un lavoro di merda a un altro lavoro di merda. Da una gabbia a un’altra gabbia. E ormai ne aveva davvero le palle piene.

Svuotò in un sorso il bicchiere. Fece un grosso respiro e si allungò verso il tavolino. Versò whisky e acqua tonica nel bicchiere. Accese un’altra sigaretta e si lasciò cadere sul divano, poggiando nuovamente i piedi sul divano amato da Gina.

Restò diverso tempo così. Fissando il nulla, mentre nella sua mente ronzavano come mosche centinaia di indefiniti pensieri. Frammenti di vita! Della sua vita. Di quella vita in cui non aveva combinato un cazzo. Un’esistenza passata a sopravvivere trascinandosi da un fallimento a un altro. Da giorni inutili ad altri giorni inutili. Rimbalzando da sponda a sponda come una pallina in un flipper. Senza poter far niente! Senza poter fermarsi. Senza poter decidere della propria vita.

Ma ecco che improvvisamente un rumore colpì la sua attenzione.

Udì la chiave girare nella serratura della porta d’ingresso. Qualche mandata. Un rumore metallico. Del metallo che si strofinava contro altro metallo arrugginito. E poi il legno sfregare contro il pavimento.

La porta si aprì e si chiuse velocemente. Mario sentì le chiavi urtare contro un coccio; probabilmente il grosso piatto in stile orientale che Gina aveva comprato un anno fa da un rigattiere, pagandolo ben dieci euro.

Poi udì dei passi. Il rumore di tacchi sul pavimento. Un rumore che iniziò a essere sempre più vicino. Sempre più vicino. Finché ecco che un’altra porta sfregò contro il pavimento.

Gina entrò in quella stanza e si fermò sull’uscio della porta.

Aveva tra le braccia Martina, la loro bambina di appena un anno.

Martina dormiva. Mentre Gina era sveglia. Sin troppo sveglia!

Già, rimase immobile sotto l’uscio della porta a fissare Mario. Fissandolo con aria disgustata, come se non sopportasse neanche la sua presenza in quella stanza.

Esitò ancora un po’. Mario tolse i piedi dal tavolino, prima che Gina cominciasse a rompergli il cazzo.

Ma era tardi!

La miccia era accesa, e lui sapeva di aver poco tempo.

Forse sarebbe stato meglio scappare. Ma dove andare? Via da lì? Via da quella casa? Via dalla sua famiglia?

No, era una pensata assurda, almeno per uno come Mario.

Certo, ormai lui e Gina si detestavano. Litigavano per qualsiasi cazzata. E quando non litigavano, beh, se ne stavano in silenzio, ognuno a fare le proprie cose; Gina a guardare la televisione, e Mario a ubriacarsi sul divano.

No, non poteva che restare. Lo sapeva bene! E sapeva che gli sarebbe toccata un’altra strigliata. Che avrebbe dovuto ancora una volta abbassare la testa, assorbendo le urla di Gina e le sue continue lamentele.

Così diede un bel sorso al suo bicchiere. Caricandosi. Preparandosi. Pronto ad andare in scena.

Gina, dall’uscio della porta sbuffò, e poi in un attimo avanzò in quella stanza battendo rumorosamente i tacchi sul pavimento. Arrivando fino a un vecchio mobile su cui stavano piazzate delle statuette di finta porcellana.

Strinse forte Martina con un braccio, e con l’altro si sfilò la borsetta dalla spalla, poggiandola su quel mobile. Poi, senza neanche guardare di striscio Mario, riprese a battere i tacchi sul pavimento, fino a sparire da quella stanza.

Ma Mario sapeva bene che non era finito niente. Anzi, il peggio stava appena per cominciare. E infatti, in un lampo Gina tornò all’attacco, apparendo da una porta e fermandosi contro a un muro.

Mario sentì lo sguardo di lei su ogni centimetro della propria pelle. Lo stava scrutando! Lo stava esaminando. Stava cercando di capire cosa mai aveva potuto provare per un simile fallito.

Di certo non trovò la risposta, e in fondo, a parte il corpo, neanche Mario ricordava quel che aveva provato per Gina.

Si limitò a restare in silenzio, senza pensare a niente. Pronto a quella battaglia. Pronto a sentirsi dire ancora una volta cose del tipo “Sei solo un fallito!”, oppure “Avrei dovuto sposare il dottor De Rosa. Quello mi faceva una corte spietata!”.

Sì, niente che non aveva già udito. Niente che non era già successo. E ormai era talmente stanco di tutta la sua porca vita al punto che di certo avrebbe assorbito quelle urla come se fosse una spugna.

Ma stranamente, Gina non urlò né diede di matto. Restò lì ferma a fissarlo. Per secondi. Forse minuti. Finché di colpo mosse il suo culetto ficcato in un vestito rosso, e mosse nuovamente i tacchi colpendo il pavimento color pesca.

Arrivò di fronte a Mario. Lo fissò ancora. Guardò lui, poi la bottiglia sul tavolino, e il giornale con gli annunci di lavoro.

Lo afferrò e si mise a sedere su di una poltrona dello stesso colore del divano, piazzata a un lato del tavolino da lei amato.

Accavallò le gambe. Mario mollò un’occhiata.

Aveva ancora delle belle gambe, Gina, anche se Mario non le toccava da mesi, ormai.

E avrebbe voluto? Non lo sapeva! Non sapeva più niente, Mario. Forse non sapeva neanche che giorno era.

Subiva tutto per forza d’inerzia. Subiva la vita, senza poter fare un cazzo di niente. E subiva lo sguardo ostile di Gina, che da quella poltrona lo fissava di tanto in tanto, mentre continuava a sfogliare quel quotidiano. Finché si fermò di colpo. Gettò il giornale sul tavolino. Guardò ancora il whisky. Guardò ancora Mario.

«Come pensi di trovare un lavoro se continuai a ubriacarti?» gli disse con tono severo, acido, violento.

Mario sospirò. Mandò giù altro whisky svuotando il bicchiere, e appena svuotato, subito si allungò verso il tavolino, versando altro whisky nel bicchiere e allungandolo con l’acqua.

Gina non distolse lo sguardo da lui. Strinse i pugni e fece una smorfia di disgusto.

«E continui!» esclamò  «Dico, non hai sentito quello che ho detto, Mario? L’hai sentito si ho no? Come credi di trovare lavoro se ti ubriachi tutto il giorno?»

Mario ansimò, lasciandosi cadere sul divano e alzando la testa verso il vuoto.

«Non sono mica ubriaco, Gina» disse con tono stanco e rassegnato, chinando lo sguardo verso il bicchiere e fissandolo.

«Oh, come no! Hai solo bevuto mezza bottiglia di whisky. E sono solo le sei del pomeriggio.»

Mario non aggiunse una parola. Era tutto vero! In poche ore aveva tracannato mezza bottiglia di quella merda da discount, e con ogni probabilità prima che fosse terminata quella giornata avrebbe finito anche l’altra metà, e attaccato un’altra bottiglia.

Ma che poteva fare? In fondo le sue giornate erano interminabili, e l’alcool, come il fumo, per lui erano le sole lancette capaci di scandire il tempo. La sola compagnia! La sola voce amica per non impazzire in quel vuoto assoluto.

Ma non perse tempo a spiegare quelle cose a Gina. Lei non avrebbe capito. Non avrebbe accettato che una persona potesse voler restare al tappeto. Sì, perché magari sa che pur rialzandosi troverebbe subito un altro pugile innanzi a sé. Un altro pugile pronto a spaccargli il culo e mandarlo nuovamente al tappeto.

Così restò lì, al tappeto, bevendo il suo whisky ed evitando di incrociare lo sguardo di Gina.

Ma ancora una volta non fu un’ottima idea!

Gina si alzò di scatto, sbuffando e girando nervosamente per la stanza.

Poi si fermò di colpo, fissando Mario con tutto l’odio di cui fosse capace.

«Ma almeno ti rendi conto di quello che stai facendo?» gli strillò contro con fare isterico, agitando le mani come se fosse impazzita.

Mario restò calmo. Abbassò il bicchiere e diede un’altra strippata alla sua sigaretta.

Per un attimo pensò persino a cosa risponderle. Forse esisteva un modo per giustificarsi. Forse esisteva un modo per farla calmare.

No, non esisteva un cazzo, e lui lo sapeva bene.

Così non ci pensò più di tanto, e disse la prima cosa che gli passò per la sua testaccia bacata.

«Un tempo anche a te piaceva bere con me» borbottò, alzando appena di un po’ lo sguardo verso di lei.

Gina sospirò con fare nevrotico, alzando le mani verso la testa e abbassandole velocemente, come se stesse cercando di colpire l’aria.

«Oh signore, Mario, le cose cambiano!» esclamò con tono inviperito  «Eravamo ragazzi. Non avevamo ancora delle responsabilità. Ora abbiamo una casa. Abbiamo una figlia, Mario. Dio, non pensi a noi?»

Mario la fissò a lungo. I suoi occhi rimasero incollati a quelli di lei. Anche se in realtà non la stava vedendo.

No, vedeva solamente la sua porca vita mentre quelle parole gli rimbombavano nella testa.

“Delle responsabilità” echeggiò nel suo cervello.

Sì, lui era diventato un marito, un padre, un capo famiglia.

Ci si aspettava che lui facesse cose utili e sagge. Cose come lavorare dodici ore in una fabbrica. Comprare un’auto e un televisore nuovo. Conservare i soldi per portare la famiglia al mare. Collezionare i bollini della benzina. Fare un’assicurazione sulla vita e avere un programma televisivo preferito.

Mentre invece, Mario non riusciva a fare niente di tutto ciò. Sapeva solamente starsene lì in quella casa, oziando e bevendo, senza riuscire a combinare un cazzo nella propria vita. Sapendo che qualsiasi cosa avesse fatto, qualsiasi lavoro avesse svolto, alla fine nulla sarebbe cambiato. Non sarebbe mai stato niente! Solamente un povero coglione che si sarebbe spaccato la schiena fino alla morte.

Ma Gina aveva ragione. Lui era un padre di famiglia. Aveva delle responsabilità, anche se il solo l’udire quella parola gli fece accapponare la pelle.

Mandò giù metà del bicchiere in un sorso, e velocemente tornò a fissare la bottiglia.

Gina fece un passo fulmineo verso di lui. Afferrò il giornale e cominciò ad agitarglielo contro.

«Se uno vuole lavorare, un lavoro sta certo che lo trova» gli strillò contro.

A Mario venne da ridere cinicamente udendo quelle parole.

Sì, gliele diceva sempre il suo vecchio, quando lui da giovane non voleva fare un cazzo se non ubriacarsi e organizzare piccoli furtarelli assieme a ragazzi balordi quanto lui.

“Se uno vuole lavorare un lavoro sta certo che lo trova” gli diceva sempre. E il suo vecchio lavorava eccome! Dieci  o dodici ore al giorno in una merdosa fabbrica di legno. Spaccandosi la schiena sei giorni su sette, e a volte anche la Domenica. Uscendo di casa la mattina presto per poi rincasare a sera tardi, così stanco da non riuscire a fare altro che cenare e guardare un po’ la TV prima di andare a letto. Prima di andare a letto per addormentarsi, pronto a ricominciare tutto d’accapo il giorno dopo. E infine, dopo infiniti anni, ammalarsi e crepare. Svanendo nel nulla. Senza mai aver fatto un cazzo della propria vita, se non lavorare. Senza aver mai vissuto la propria vita. Esistendo solamente. Passando una vita a lavorare, e al massimo venti giorni all’anno in una vacanza che gli serviva solo per maledire quei soldi che non bastavano mai.

Già, se uno vuole lavorare un lavoro di certo lo trova. E pensando a quelle parole rimase pietrificato sotto gli occhi di Gina, senza riuscire a far altro che sorridere in modo amaro. Pensando alla propria vita di merda che stava colando in una schifosa fogna.

«Oh, lo trovi anche divertente?» esclamò Gina, portandosi le mani ai fianchi.

Mario sospirò. Allungò la mano verso il tavolino e spense la sigaretta nel posacenere, per poi alzare lo sguardo verso Gina.

«Ti prego, Gina, non è proprio giornata!»

«Ah, non è giornata! Perché, che diavolo hai fatto per essere nervoso? Sì, dimenticavo» urlò ancora più forte  «Sei sceso tu alle otto del mattino per accompagnare la piccola da mia madre, e poi andare a lavare le scale di ben cinque palazzi, vero? Sì, hai ragione a essere nervoso, Mario, ti sei davvero rotto il culo oggi! Non è vero? Ti sei dato da fare un sacco a portare avanti questa casa, mentre io stavo sul divano a ubriacarmi. Sì, scusami. Non ci ho pensato che sei tropo stanco per parlare.»

«Hai finito?»

«Non ho finito un bel niente!» strillò, sbattendo con forza il giornale sul pavimento  «Io sono stanca di vivere così, Mario. Non ce la faccio proprio più! Non ce la faccio più a dover lavorare solamente io perché a te non va bene nessun cazzo di lavoro.»

«Cristo, Gina, ma hai letto quegli annunci di lavoro?» esclamò, allungando le braccia verso il giornale steso a terra come se fosse un cadavere.

«Li ho letti eccome!» strepitò lei  «Sono lavori, Mario. Né più né meno! Lavori come ogni lavoro al mondo. Lavori di merda come quelli che faccio io per tirare avanti la baracca. Eppure li si fa! A volte anche più di un lavoro! Si prende quello che si trova, Mario. Si lavora perché bisogna lavorare per vivere. E dovresti ficcartelo una buona volta in quella tua testa pazza. Dovresti capire che questa vita va così, e che bisogna far di tutto per sopravvivere.»

Mario la fissò intensamente, trafitto da quelle parole. Senza più riconoscere la donna davanti a lui. Quella donna così lontana ormai dalla donna che aveva sposato. Quella donna ormai così diversa dalla donna che aveva amato.

Solamente un corpo freddo, glaciale, inumano; un ammasso di carne putrefatta avvolto da squallide bende.

Lei sembrò calmarsi, o almeno apparentemente. Restò ferma davanti a lui. In silenzio. Quasi ansimando, mentre una piccola vena si gonfiò sulla sua fronte.

Poi Mario chinò lo sguardo. Fissò nel suo bicchiere. Guardò intensamente quella roba liquida e marroncina, forse desiderando di sparire lì dentro.

Un piccolo sorriso solcò il suo viso. Un sorriso amaro, come quello di un condannato a morte che ha passato troppi anni in cella, e ora portato alla camera a gas.

«Un tempo avevi tanti sogni, Gina » sussurrò, senza distogliere lo sguardo dal bicchiere.

Gina lo fissò con aria perplessa e al tempo stesso infuriata.

«E che cazzo significa questo?»

Mario alzò lo sguardo. I suoi occhi erano spossati, come se stesse per piangere.

Ma ovviamente non versò neanche una lacrima.

No, neanche ciò gli fu concesso.

«Ricordo che quando ti conobbi volevi fare la ballerina. Ti ricordi? Ne parlavi sempre. E dopo esser uscita dalla tavola calda del Vecchio Bob, andavi subito ad allenarti ne tuo garage. Ricordi? Io ti accompagnavo sempre. La mia piccola fata, ti chiamavo. E dopo, ti piaceva restare sul vecchio divano di tuo padre, coperto da una trapunta di famiglia, ad ascoltare le poesie che ti dedicavo.»

Gina rimase in silenzio a fissarlo. Mario sorrise ancora amaramente, abbassando lo sguardo verso il bicchiere.

«Sì, il mio poeta! Così mi chiamavi» mormorò, avvicinando il bicchiere alle labbra e dandogli un sorso.

Gina di colpò strepitò, colpendo ancora l’aria con le mani.

«Dio santo, Mario, avevamo vent’anni. Ora tu ne hai quasi quaranta, e io trentacinque. La gente cresce! E si lascia alle spalle le stronzate.»

«Stronzate?» sussurrò Mario con un filo di voce, stringendo il bicchiere e guardandola. Sorridendo ancora con fare cinico.

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LA MASCHERA, romanzo a oggi inedito. Il romanzo più violento e realistico da me scritto, e che nessun editore osa pubblicare.

Qual è il prezzo di un amore? Quanto costano i ricordi?
Trenta euro! Sì, ecco quanto. Ecco quanto il mondo valuta il tuo amore, i tuoi ricordi, le tue illusioni.
Ero infatti uscito da meno di un’ora da uno di quei negozi di “Compro oro“. La vera immagine del mondo.
Entri lì, da solo, disperato, con in tasca non altro che i tuoi ricordi. Entri, e ti trovi davanti uno sconosciuto. Uno sconosciuto che ti fissa da dietro un vetro, sapendo già perché stai lì.
E anche tu lo sai. E sai di non aver scelta, o almeno se vuoi sopravvivere qualche altro giorno.
Dunque lo fai! Dai a quello sconosciuto i tuoi ricordi. Lui li fissa senza cura. Li pesa, li valuta, e poi ti dà dello squallido denaro in cambio di essi.
Trenta euro! Ecco quanto valgono i tuoi ricordi. Ecco quanto vale il ricordo di un amore. E tu vorresti piangere, vorresti urlare, vorresti morire. Vorresti rinunciare a quei soldi, solamente per aver con te ancora quei ricordi; brutti o belli che siano, ma qualcosa di prezioso. Qualcosa di vero. Qualcosa in cui hai bisogno di credere, per non sentirti vuoto, inutile, morto.
Eppure hai bisogno di quei soldi. Dunque non dici niente. Vai via, sentendo una lama che ti spacca in due.

Trenta denari! Lo stesso prezzo che ebbe Giuda per aver tradito Cristo. Il prezzo attribuito al suo amore per Cristo. Il prezzo conferito al mio amore per Mara.

Già, Mara. Era passato un mese da quando mi aveva mollato, e io come un povero idiota ancora la pensavo. Pensavo a un anno passato assieme a lei, a tutti i giuramenti che mi aveva fatto, le parole dolci da lei dette, e il modo in cui mi aveva piantato; da un giorno a un altro!

Sì, la notte prima aveva detto di amarmi, e il mattino dopo disse che voleva altro dalla vita.

Dannata troia! E io che ancora la pensavo. Ancora che stavo male per aver venduto quel dannato anello che le avevo regalato.

Voleva altro. Sì, come no. E uno capisce di voler altro improvvisamente? Da un giorno a un altro?

Cazzate! Quella stronza aveva di certo conosciuto un altro. Ecco la verità. Qualcosa di reale come il mio essere ridicolo nel pensarla ancora.

Sì, trenta euro. E probabilmente per Mara il nostro amore doveva valere anche meno.

Poco male. Almeno avevo in tasca un po’ di soldi. Non molti, ma dato che non avevo un soldo, e che avrei preso lo stipendio tra due giorni, quei trenta euro per me erano davvero tanti. Forse persino qualcosa di più grande dell’amore di Mara.

Quei soldi mi permisero di fare ciò che ogni bravo fallito fa quando viene mollato da una donna. Mi permisero di bere. Di ubriacarmi, donandomi la compagnia dalla bottiglia. Il solo modo che ha un fallito per scandire il tempo.

E lo stavo facendo eccome. Sì, era ormai più di un’ora che me ne stavo seduto al bancone di un bar nei pressi della stazione centrale di Napoli, bevendo il mio secondo boccale di birra.

Le luci attorno a me erano soffuse, e illuminavano in maniera Caravaggesca le mura e i tavolini di legno di quel bar, e i volti della gente in quel posto. Dei volti stanchi, silenziosi, rassegnati. Povera gente come me. Gente cattiva come me. Gente inutile come me. Gente che se ne stava seduta a fissare il bicchiere, senza avere nessuno con cui parlare, o avendo al massimo qualche sconosciuto che continuavano a chiamare amico. Qualche sconosciuto che chiamavano amico, proprio come lo stronzo affianco a me.

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