La meravigliosa prefazione di Antonella Cilento, mia maestra, realizzata per “Macerie”: antologia di racconti di cui sono uno degli ideatori nonché autore.

In quanti modi si può cadere distrutti e risorgere?

E c’è, poi, sempre un modo per risorgere?

Macerie, antologia nata con intento benefico e che, mentre viene scritta e pubblicata, risente ancora dello sciame sismico che in Italia centrale non accenna a smettere, è una rassegna di crolli, intimi, relazionali, familiari, sociali.

Al centro di questo crollo in cui frammenti della nostra vita si ricompongono e rifrangono è l’io, persona verbale e punto di vista obbligato di questi racconti (con qualche rara eccezione), cui i protagonisti non riescono mai a sfuggire, nemmeno quando s’immagina o si attende la propria morte. Un delirio che sotterra, un terremoto fisico e esistenziale: perdere la persona che si ama, perdere la vita, la famiglia, la dignità, i soldi sono solo alcuni dei casi che Macerie profila. Spesso, proprio il fallimento delle relazioni dà il colpo di grazia a identità sospese e fragili.

È curioso che all’alba di un nuovo millennio questi racconti si muovano in un distretto psicologico di stampo così classicamente dostoevskiano, lo stesso praticato alla metà del secolo scorso da Tommaso Landolfi: è come se i personaggi immaginati abitassero tutti  case circondate da una guerra sedata e nascosta (come accade appunto nel landolfiano Racconto d’autunno) o in case pian piano divorate da invisibili invasori, come immagina invece in Casa occupata Julio Cortázar. Ma se i fantasmi dell’Italia post bellica e quelli del golpe argentino avevano nomi riconoscibili e armati, qui il disastro è implicito ed economico, non trova slanci fantastici, è appiattito sull’odierno, sull’istantaneo che erodono le certezze individuali, azzannano il codice della gioventù.

Così agli autori non resta, per ora, che cercare parole che vengono da Poe e cedono all’espressionismo o che si mescolano con sociologismi, con la cronaca: famiglie indebolite dalla ludopatia di un genitore (accade nelle pagine di Evangelista, in cui un padre è così disperato da rompere persino il salvadanaio dei figli), di fame e di nuove povertà, di malattie.

È triste pensare che queste macerie che sono l’Italia di oggi (e l’Europa tutta) erano annunciate in Musil o in Hamsun (in Fame, capolavoro danese di fine Ottocento, uno pseudo scrittore impoverito finisce con il mangiarsi un dito) e che il panorama disegnato all’inizio del secolo breve dalla letteratura si allarga solo per includere profughi e disperati, che fuggono da paesi dove la guerra è almeno tangibile e non praticata a colpi di leggi, marketing e banche.

L’effetto è di assistere a una gigantesca messinscena della paura di vivere (gli attacchi di panico non mancano, anzi sono forse un sotterraneo fil rouge dell’antologia) che forse resterà come unica traccia del tempo che viviamo in cui intere popolazioni restano chiuse nel cerchio stretto delle loro case, delle loro famiglie, delle loro piccole infelicità mentre con gli strumenti più tecnologici fingono di connettersi al mondo, avendo smarrito la connessione con l’arte, con la bellezza, con il rischio dell’incontro, del confronto, della vita.

Sì, forse su queste macerie bisognerà, fra diverse generazioni ormai, fondare un nuovo mondo, più coraggioso: ai personaggi di Macerie manca, ad esempio (e non solo a loro) il coraggio di fare rivoluzioni, di rompere gli schemi, di uscire da paure e vigliaccherie. Sono sedati, sonnambuli, rassegnati anche quando sono furiosi: la forza è stata loro sottratta, spesso insieme al lavoro ed è rimasta loro la paradossale capacità di sognarsi come super eroi, proiettati verso un successo o un equilibrio irraggiungibile.

La sedazione sociale cui siamo sottoposti (ben più sofisticata e decisamente meno poetica di quella che hanno immaginato per noi Orwell o Bradbury, più simile a quella di Philip Dick) è in fondo l’oggetto, forse involontario quindi tanto più temibile, di questi racconti, di ciò che oggi si legge, di quel che diciamo, vediamo e non facciamo.

Una grande insicurezza attraversa queste pagine: la precarietà esistenziale – e non solo precariato lavorativo – appare irrisolvibile: al lettore la speranza di rispecchiarsi e trovare risorse per una rinascita non occasionale, per una totale rifondazione che segua la contemplazione delle macerie che siamo diventati.

 

Antonella Cilento

Annunci

Tratto dal racconto “Macerie”, presente nell’antologia Macerie, cui ricavati saranno donati alle vittime di Amatrice.

Eravamo solamente noi. Noi, in una roccaforte indistruttibile. Nel cuore del nostro mondo che pulsava con forza, irrorando di sangue la passione che ci univa.
In un piccola e lercia casa coronavamo il nostro amore. Noi, due folli. Noi, tutto ciò che il mondo aveva sempre sognato, senza mai poter raggiungere pienamente.
Di notte, le sue carezze mi portavano via dal mondo che ci avvolgeva, lasciato chiuso al di fuori di una finestra mai aperta.
Lei avrebbe mai desiderato aprirla, quella finestra?
Succede sempre. Qualcuno la apre sempre quella finestra. È una regola! Qualcuno deve aprirla, e qualcun altro deve essere gettato di sotto.
Dio, mi sembra ancora di percepire la sua voce, ancor più il suo sguardo, simile a tante locuste che si muovono velocemente sotto la mia pelle. Divorandomi. Mangiandomi vivo. Non lasciando altro di me che un corpo sanguinolento.
«Io non so più cosa voglio» mi disse. Ecco un’altra verità! Quella verità che deve giungere sempre. Quella verità che ti travolge, come tonnellate di sabbia e pietre che si scagliano contro di te, mentre un palazzo
crolla davanti ai tuoi occhi; la tua casa, il tuo castello, le tue certezze, la tua vita.
Era la mia vita che stava crollando, e lei lo sapeva.
Dio, quella sera facemmo l’amore per l’ultima volta. Nel mio letto. Dopo aver bevuto vino bianco. Sorridendo. Senza che io capissi come quel suo sorriso non fosse altro che l’anticipo di un omicidio. L’alibi per un imminente delitto.
Stringendomi, mi stava strappando la pelle di dosso. Le sue unghie raggiungevano le mie terminazioni nervose, scuotendole, strappandole via, facendo scuotere il mio corpo come fossi un palazzo devastato da un terremoto.
Mi stava distruggendo. Mi stava annientando.
Era un addio, io l’avevo capito, ma cieco, mi disperavo per tirare fuori dalle macerie quella vita ancora giovane. Un amore appena sbocciato. Forse non altro che un’illusione.
Salvai qualcosa? Salvai almeno una parte di me?
No, mentre stavo su di lei. In lei. Per lei. Non sentivo altro che freddo. Il gelo di un repentino inverno che ci aveva travolti.
Quella finzione ci avrebbe scaldato?
Ci stavamo uccidendo a vicenda, ecco cosa. Non altro che un duplice omicidio. Non altro che un suicidio di coppia.
Sarebbe rimasto qualcosa di noi?

Tratto dal racconto “Solamente il silenzio”, presente nell’antologia Macerie, vui ricavati saranno donati alle vittime di Amatrice.

Quella non era certo la vita che sognavo da piccolo. No di certo! Ma in fondo i sogni fatti da bambino non si realizzano mai. Mai e poi mai. È sempre così. Deve essere così.
Da bambino ti dicono che sei speciale. È una cantilena che rimbomba continuamente nella tua testa, come un’ossessione. E tu credi a quella dannata lamia. Ne fai il tuo karma. Cresci credendoti speciale, unico, capace di tutto.
Sei una star del cinema. Un musicista famoso. Un calciatore miliardario. Uno scrittore di successo.
Sei Dio, ecco cosa. Sei tutto quanto desiderato da mamma e papà, ma da loro mai realizzato. Sei il tuo ero preferito. Sei Batman. Sei Superman. Sei Gesù Cristo.
Infine, cosa rimane di quei sogni? Nient’altro che un neon. Uno schifoso e polveroso neon che appena riusciva appena a illuminare una lercia stanza. La mia gabbia. Il mio inferno. La mia vita: quel sogno mai realizzato.
Lo fissavo da ore. O forse erano solamente minuti.
Era dunque quella la vita che sognavo da bambino?
Diedi ancora un sorso al mio bicchiere di whisky. Quella merda da pochi soldi comprata in un altrettanto schifoso negozio tenuto da un pakistano.
Lui aveva realizzato i suoi sogni?
Di certo se la passava meglio di me. Questo è sicuro.
Ciò mi fece sorridere. Sì, un sorriso amaro solcò il mio viso. Simile a quello di un condannato a morte che ha passato troppi anni in gabbia, e ora non se ne importa di niente, neanche di star per morire.
Guardai ancora quel neon. Poi abbassai lo sguardo, finendo in un sorso ciò che rimaneva nel bicchiere.
Dove mi trovavo? Cosa ne era stato della mia vita?
Alzandomi da un materasso lercio e privo di lenzuola e guardando attorno a me in quella decrepita stanza da letto, non vidi nulla se non un volto tremulo e invecchiato di mille anni. Un volto triste, spento, morto.
Era il mio volto, ecco cos’era. Il mio volto, specchio di quell’impero crollato. Quel mondo fatto di macerie, polvere, bottiglie sparse ovunque e mura ingiallite dal troppo fumo.
Non erano rimaste che macerie della mia vita, e fissandole, schiacciato da esse, non avevo più la forza di rialzarmi.
Ma ne avevo la voglia?
Ecco un altro sorriso, simile a una pugnalata al cuore. Simile a una mano che ti soffoca.
In fondo a che sarebbe servito provarci? A che sarebbe servito sperare?
A niente, ecco a cosa! La speranza di farcela mi avrebbe martoriato solamente. Mi avrebbe illuso, ecco cosa! E quell’illusione mi avrebbe costretto a soffrire ancora, proprio come un malato di cancro che si sottopone a mille chemio illudendosi di poter guarire.
Le metastasi che si muovevano in me si sarebbero mai calcificate?
No, da mesi e mesi ormai mi divoravano. Avevano invaso il mio intero organismo. Avevano divorato tutto. Di me non restava che un mucchio di carne decomposta.
Dunque meglio non provarci nemmeno, pensai, alzandomi dal letto; avanzando a passo lento in quella schifosa stanza, come se stessi seguendo un corteo funebre. Forse il mio stesso funerale. Non altro che una marcia funebre in un cimitero colmo di bottiglie vuote al posto delle lapidi, e incolmabili rimpianti che echeggiavano ovunque come spettri dannati.
Erano il mio volto, e lo sapevo. Era la mia vita, e lo sapevo.
La lasciai lì. Togliendomi da quella stanza. Uscendo da quella mia tomba pronto a raggiungere un’altra
tomba. Un’altra condanna ancora.
Uscii nel pianerottolo di quel decrepito

MACERIE, prefazione della mia maestra ANTONELLA CILENTO. Antologia cui ricavato andrà alle vittime di Amatrice.

In quanti modi si può cadere distrutti e risorgere?
E c’è, poi, sempre un modo per risorgere?
Macerie, antologia nata con intento benefico e che, mentre viene scritta e pubblicata, risente ancora dello sciame sismico che in Italia centrale non accenna a smettere, è una rassegna di crolli, intimi, relazionali, familiari, sociali.
Al centro di questo crollo in cui frammenti della nostra vita si ricompongono e rifrangono è l’io, persona verbale e punto di vista obbligato di questi racconti (con qualche rara eccezione), cui i protagonisti non riescono mai a sfuggire, nemmeno quando s’immagina o si attende la propria morte. Un delirio che sotterra, un terremoto fisico e esistenziale: perdere la persona che si ama, perdere la vita, la famiglia, la dignità, i soldi sono solo alcuni dei casi che Macerie profila. Spesso, proprio il fallimento delle relazioni dà il colpo di grazia a identità sospese e fragili.
È curioso che all’alba di un nuovo millennio questi racconti si muovano in un distretto psicologico di stampo così classicamente dostoevskiano, lo stesso praticato alla metà del secolo scorso da Tommaso Landolfi: è come se i personaggi immaginati abitassero tutti case circondate da una guerra sedata e nascosta (come accade appunto nel landolfiano Racconto d’autunno) o in case pian piano divorate da invisibili invasori, come immagina invece in Casa occupata Julio Cortázar. Ma se i fantasmi dell’Italia post bellica e quelli del golpe argentino avevano nomi riconoscibili e armati, qui il disastro è implicito ed economico, non trova slanci fantastici, è appiattito sull’odierno, sull’istantaneo che erodono le certezze individuali, azzannano il codice della gioventù.
Così agli autori non resta, per ora, che cercare parole che vengono da Poe e cedono all’espressionismo o che si mescolano con sociologismi, con la cronaca: famiglie indebolite dalla ludopatia di un genitore (accade nelle pagine di Evangelista, in cui un padre è così disperato da rompere persino il salvadanaio dei figli), di fame e di nuove povertà, di malattie.
È triste pensare che queste macerie che sono l’Italia di oggi (e l’Europa tutta) erano annunciate in Musil o in Hamsun (in Fame, capolavoro danese di fine Ottocento, uno pseudo scrittore impoverito finisce con il mangiarsi un dito) e che il panorama disegnato all’inizio del secolo breve dalla letteratura si allarga solo per includere profughi e disperati, che fuggono da paesi dove la guerra è almeno tangibile e non praticata a colpi di leggi, marketing e banche.
L’effetto è di assistere a una gigantesca messinscena della paura di vivere (gli attacchi di panico non mancano, anzi sono forse un sotterraneo fil rouge dell’antologia) che forse resterà come unica traccia del tempo che viviamo in cui intere popolazioni restano chiuse nel cerchio stretto delle loro case, delle loro famiglie, delle loro piccole infelicità mentre con gli strumenti più tecnologici fingono di connettersi al mondo, avendo smarrito la connessione con l’arte, con la bellezza, con il rischio dell’incontro, del confronto, della vita.
Sì, forse su queste macerie bisognerà, fra diverse generazioni ormai, fondare un nuovo mondo, più coraggioso: ai personaggi di Macerie manca, ad esempio (e non solo a loro) il coraggio di fare rivoluzioni, di rompere gli schemi, di uscire da paure e vigliaccherie. Sono sedati, sonnambuli, rassegnati anche quando sono furiosi: la forza è stata loro sottratta, spesso insieme al lavoro ed è rimasta loro la paradossale capacità di sognarsi come super eroi, proiettati verso un successo o un equilibrio irraggiungibile.
La sedazione sociale cui siamo sottoposti (ben più sofisticata e decisamente meno poetica di quella che hanno immaginato per noi Orwell o Bradbury, più simile a quella di Philip Dick) è in fondo l’oggetto, forse involontario quindi tanto più temibile, di questi racconti, di ciò che oggi si legge, di quel che diciamo, vediamo e non facciamo.
Una grande insicurezza attraversa queste pagine: la precarietà esistenziale – e non solo precariato lavorativo – appare irrisolvibile: al lettore la speranza di rispecchiarsi e trovare risorse per una rinascita non occasionale, per una totale rifondazione che segua la contemplazione delle macerie che siamo diventati.

Antonella Cilento

https://www.amazon.it/dp/B01MZZONYY/ref=sr_1_6…

 

15151088_1174918392573915_1110552591_n