Tratto dal romanzo Piciul

Tutti pensavano che Damin sarebbe morto giovanissimo, e forse avevano ragione. Sfrecciava nella notte in sella a una motocicletta. Non aveva la patente, ma non gli importava. In fondo nemmeno suo fratello Floris, più grande di lui di quattro anni, aveva la patente, ma era stato proprio lui a insegnargli a guidare, e gli aveva insegnato a picchiare e a rubare. Gli avrebbe insegnato anche a uccidere, se lo avesse ritenuto un uomo.

Una volta l’aveva portato persino a sparare nella discarica di Pianura, ma a Damin la pistola era subito caduta di mano.

«Femminuccia!» aveva esclamato Floris, deridendolo insieme ai sui amici. E ora Damin, a cavallo della moto che aveva rubato per sentirsi forte come suo fratello, sapeva solo di non voler essere una femminuccia.

Aveva già fatto due mesi al Filangieri per furto, sapeva bene che se l’avessero beccato di nuovo stavolta sarebbe stata la galera vera, quella dei grandi. Ma in fondo Damin si sentiva già grande, sarebbe morto per dimostrarlo.

Sfrecciò sfidando la polizia, la gente, il mondo. Rideva. Gli brillavano gli occhi, trafitti dai lampioni e dai fari delle auto fra cui faceva lo slalom. Si lasciava alle spalle negozi, persone, palazzi. Al suo passaggio insultava le puttane che battevano sui marciapiedi, sputava contro ai barboni che giacevano sui gradini dei palazzi, mandava a fanculo gli ubriaconi che barcollavano in strada.

Per Damin tutto era pari a un’enorme, gigantesca scenografia. La sua stessa vita lo era. Era un’opera magnifica, potente, ma pur sempre una recita.

Sapeva che non sarebbe mai stato come suo fratello Floris, e ne era terrorizzato.

Suo padre Petru, criminale che, come Floris, lavorava per gli italiani, glielo ricordava ogni giorno a suon di pugni. La sola in casa sua con cui un tempo parlava era sua madre Mirela, andata via quando lui aveva otto anni.

Sua madre era sparita senza nemmeno salutarlo. Damin a malapena la ricordava, di lei aveva impressa nelle pupille solo l’immagine vista la notte prima che sparisse: il corridoio buio, lei che usciva dalla camera da letto, le braccia tese nel vuoto, il volto sporco di sangue, le labbra che si muovevano in un urlo senza voce.

Il giorno dopo suo padre gli aveva detto che lei era andata via, gli aveva proibito persino di ricordarne il nome.

Damin serrò i denti e accelerò. Arrivò al Fatima Phone Center.

Lasciò a terra il mezzo, superò Alì senza essere fermato.

Il piano superiore era avvolto dal fumo. Al centro della sala Piciul, Blanca, Vali e Dorin giocavano e strepitavano, l’algerino si faceva un’altra dose di crack.

Appena Milon vide Damin balzò. Lo seguì con lo sguardo.

Damin ora camminava lento, nelle sue pupille c’erano solo Blanca e Piciul: l’immagine di loro due vicini era un proiettile che gli aveva trafitto i tessuti, fino a conficcarsi nel cuore ed esplodere.

Quella loro vicinanza gli dava un fastidio fisico. Si sentiva escluso, rifiutato, come quando da bambini Piciul e Blanca si mostravano a vicenda i regali ricevuti la mattina di Natale.

«Horia, guarda quant’è bella la mia nuova bambola.»

«Blanca vieni, questo gioco me l’ha insegnato la mamma.»

Damin invece non aveva mai niente da mostrare: sempre e solo lividi.

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