Tratto dal racconto “Nel nome del padre”.

Uscendo da lì Carlo ripensò a suo padre e sua madre, come purtroppo gli capitava spesso, soprattutto da quando il suo primogenito, Antonio, era diventato adolescente.
Suo padre, Antonio Cozzolino, benvoluto da tante persone che mai nemmeno l’avevano conosciuto per davvero, aveva passato la propria vita in una fabbrica come quella in cui lavorava Carlo, prima che a furia di respirare vernici fu stroncato da un cancro. Mentre sua madre, Benedetta Esposito, sembrava essere nata proprio per portare quel nome: moglie devota, madre premurosa e cattolica fervente, passò la propria vita a servire suo marito, rinchiusa in una cucina o in una chiesa, per poi spegnersi due anni dopo dalla morte di suo marito, ormai troppo vecchia per vivere la vita che lui le aveva negato, e a cui lei nemmeno più pensava, quasi fosse un qualcosa che non le appartenesse o addirittura non fosse per lei mai esistito.
Carlo non aveva mai capito i suoi genitori, e di certo nemmeno loro avevano mai capito lui. Forse soltanto in questo furono uniti: una comune incomprensione che gli impedì di raggiungersi.
Allora Carlo non comprendeva proprio l’ostinazione di suo padre nel passare ore e ore a fare un lavoro che detestava, e soltanto per pagare una casa nemmeno sua, dei mobili nuovi di zecca che avrebbe benissimo potuto evitare di comprare, proprio come il televisore al plasma, o ancora l’auto nuova, elettrodomestici di marca e continui abbonamenti per la TV satellitare.
Gli sembrava impossibile che la vita fosse soltanto quella: da un lato, suo padre che viveva per lavorare, e lavorava soltanto per comprare cibo e cose; dall’altra parte, sua madre che aveva persino dimenticato di essere una donna, consacrando se stessa alla pulizia della casa, a un’educazione rigida e formale, e a una devozione sacrale verso un marito mai amato, e da cui mai era stata amata.
Ricordava spesso la volta in cui suo padre, vedendolo immerso in uno dei tanti romanzi che amava leggere, lo osservò stizzito e con voce dura gli sputò contro: «Tanto quelli non ti serviranno a fare soldi. Impara un mestiere, è meglio.»
Quelle parole gli sembrarono tanto assurde quanto brutali, inferiori soltanto a quelle udite da sua madre qualche anno dopo, quando lei, vedendolo impegnato a scrivere un racconto lo fissò con occhi gremiti di delusione, quasi le sue pupille fossero madide e trepidanti di lacrime, sussurrando con una voce simile a una novena: «Carlo, non sarebbe meglio se tu ti concentrassi sullo studio invece di scrivere sciocchezze?»
La vita dei suoi genitori era ai suoi occhi inutile, vuota, gelida. Non si rendeva nemmeno conto che quanto da lui provato verso la propria famiglia avrebbe potuto benissimo racchiuderlo in una sola parola: disgusto.

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Tratto dal racconto “Katja”.

Svoltò in un altro vicolo, e poi in un altro ancora, e in un altro ancora. Correva freneticamente in una ragnatela dove tutto sembrava sempre uguale; in un buio talmente fitto da essere palpabile e in cui non ci stava anima viva, e dove non sembrava neanche essere vicino il Natale.
Si guardò attorno. Un gatto guizzò da un cassonetto straboccante di sacchetti neri, e una bottiglia rotolo nell’oscurità, fino a fermarsi contro un altro ammasso di rifiuti.
Gli occhi tremuli di Katja osservarono i portoni dei palazzi, e poi uno stretto vicolo alla sua sinistra, e più avanti, sulla sua destra ancora un altro vicolo.
Non sapeva dove andare. La Caritas aveva chiuso. Nell’hotel dove era stata la notte prima non le avrebbero fatto più credito, e il vecchio albergatore: un porco grasso e dalla faccia simile a un mastino, le aveva già fatto intendere che avrebbero potuto trovare un accordo per pagare la stanza.
Katja avrebbe voluto conficcare nella pancia di quel porco un paio di forbici, proprio come aveva desiderato fare con suo padre, ma invece non le rimase che camminare ancora in un buio vicolo dove nulla udiva se non i rumori dei propri passi, respirando un miasma di piscio e immondizia proveniente dalle umide mura dei palazzi.
Entrò in uno di essi. Era vecchio. Sembrava cadere a pezzi, e il portone era pressoché inesistente.
Calpestò vecchi volantini e preservativi usati, fino a nascondersi in un sottoscala, tremula e affamata come fosse un gattino abbandonato.
Restò immobile senza dire una parola, osservando il portone senza saperne nemmeno il motivo, mentre sentiva fino in gola un disgustoso puzzo di piedi sudati, cavoli e sperma proveniente dalle mura.
Era abituata a quel fetore. Era lo stesso che aveva respirato per anni nella casa dov’era cresciuta, ed era lo stesso che aveva sentito quando rimasta orfana era andata a vivere da suo zio Bogdan, il fratello di suo padre.
A lui gliele aveva conficcate davvero delle forbici nella pancia, anche se erano troppo piccole per ucciderlo, proprio come lo era lei.
Da allora, da quando aveva soltanto tredici anni, aveva girato di posto in posto, e ognuno di essi puzzava come quel palazzo.
Se la sentiva costantemente addosso quella puzza, come fosse l’odore della propria pelle: una pelle che ormai sembrava stesse cadendo a pezzi, proprio come le pareti pieni di scritte schifose di quel palazzo.
Si guardò ancora attorno, attenta e furtiva, senza nemmeno capire cosa stesse cercando.
Non avrebbe mai trovato un appartamento abbandonato, lo sapeva; e anche se l’avesse trovato, di certo non sarebbe stato vuoto.
Strinse le ginocchia coperte da un jeans stracciato fra le sue esili braccia e poggiò la testa su di esse, continuando a fissare il portone, senza più sapere cosa fare. Senza più sapere cosa farne della propria vita.
Poi improvvisamente udì il portone strisciare sul pavimento e lo vide aprirsi lentamente.
I suoi balzarono, e come un animale impaurito si tirò indietro, cercando di svanire nell’ombra, restando rannicchiata in un angolo come fosse una bambina in castigo.
In un silenzio simile a un incubo alcuni passi batterono sul pavimento mentre Katja, nascosta, terrorizzata non osava scorgere la testa per vedere chi stava avanzando.
Sentì poi i passi fermarsi. Una mano le strinse la gola e il suo cuore iniziò a battere all’impazzata, tanto che istintivamente si schiacciò il petto con le mani, come se avesse paura che qualcuno potesse sentirla.
Non udì alcun rumore per secondi che le sembrarono anni, immobile, tesa come un nervo pronto a spezzarsi, e iniziando a sentire la sua fronte imperlarsi di gelido sudore nonostante il freddo.
Un rumore le fece salire lo stomaco fin nel torace. Fu un lungo respiro, simile a un sospiro, seguito subito da colpi di tosse così forti che sembrarono rimbombare nella tromba delle scale.
Tremando, stretta nel proprio giubbetto, scorse lentamente la testa, come uno scarafaggio che timidamente caccia le antenne da sotto a un mobile prima di uscire allo scoperto.
Ancora palpitante, sentendo il cuore battergli nel collo, vide un uomo vestito con abiti scadenti e dai colori sparati, probabilmente poco meno che quarantenne, mantenersi con una mano al muro e tossendo talmente forte che sembrava gli stesse uscendo il cuore di bocca.
Katja restò a guardarlo per tutto il tempo. L’uomo sembrava davvero stesse morendo, che avesse bisogno di aiuto, ma lei rimase immobile, osservando le labbra di quello sconosciuto contorcersi e la lingua uscirgli a scatti dalla bocca come fosse la testa di un serpente.
Poi la tosse rallentò. Un rantolo si mosse nella gola di quell’uomo mentre si tirò in piedi, barcollando e asciugandosi il sudore, respirando avidamente come se fosse appena emerso da un profondo oceano.
Senza ritegno alcuno sputò una macchia verdastra di muco alla sua sinistra, e lento, come se la realtà attorno a lui fosse molle e appiccicosa, alzò lo sguardo verso il vuoto.
Gli occhi di Katja e di quello strano uomo si sfiorarono per un secondo impercettibile, ma talmente pesante sulla pelle di lei da farla strepitare.
Si tirò indietro di scatto. Contro al muro. Tremando come una lepre nella propria tana che cerca di nascondersi da una volpe famelica.
Velocemente, in pochissimi secondi, iniziò a frugare nelle proprie tasche, agitata, in cerca di qualsiasi cosa per difendersi, ma tastando soltanto alcune sigarette, un accendino, delle monete e un sacchetto di stoffa.
Ma non trovò niente, e stringendo i pugni, strizzando gli occhi dalla paura e digrignando i denti, sentì i passi di quell’uomo avvicinarsi e poi la sua voce dire: «E tu chi sei?»
Katja udì ancora altri due passi. Poi un altro, e basta.
Non sapeva se lui fosse già lì. Non sapeva chi fosse, né cosa potesse mai volere da lei.
Aveva soltanto paura. Aveva persino paura di aprire gli occhi. Si stringeva forte, tremando e accalcandosi contro al muro, come se sperasse di poter svanire.
Ma quando quel silenzio carico di soffocante tensione fu rotto dalla voce di quell’uomo che esclamò: «Ma fa un po’ come ti pare!», improvvisamente i suoi occhi si spalancarono, e il cuore le smise di palpitare.
Scostò lo sguardo alla sua sinistra, senza vedere null’altro che l’angolo del muro a cui era appoggiata, e una fioca luce giallognola proveniente da essa.
Poi i passi dell’uomo iniziarono nuovamente a battere sul pavimento. Erano lenti, come se si stesse trascinando: e forse in parte lo stava facendo davvero.
Katja guizzò fuori dal proprio nascondiglio, restando ferma, in ginocchio sul freddo pavimento e fissando la schiena di quell’uomo.
Lui si fermò, ansimò e poi si voltò, osservando Katja ma senza dire nulla, quasi non la stesse nemmeno vedendo per davvero.
I loro occhi restarono intrecciati come ossa calcificate che giacciono in una fosse comune.
Katja vedeva negli occhi di quell’uomo soltanto stanchezza e dolore, come se fosse troppo vecchio per fare qualsiasi cosa. Mentre lui, beh, osservando Katja forse non vedeva niente; e qualsiasi cosa vedesse non voleva vederla.
Nessuno dei due mosse un solo muscolo. Nella penombra si vedevano soltanto il petto di lei e quello di lui pulsare, quasi fosse possibile vedere il respiro di entrambi denso e tangibile.
Lui, silenzioso, accese una sigaretta, tossendo ancora, e poi si girò riprendendo a camminare.
Katja balzò in piedi, come se ogni parte di sé fosse una mano protesa verso la schiena di quello sconosciuto.
«Aspetta» strepitò con una voce da bambina impaurita che, almeno per un attimo, sembrò dar forma a quello sconosciuto, separandolo dalle ombre che lo avvolgevano.
Lento, quasi pesante come un macigno, si mosse nella stanza come se la stesse respirando e si voltò verso di lei.
La guardò negli occhi: essi tremavano, e sembravano in procinto di piangere, mentre lo sguardo dell’uomo era soltanto fiacco come quello di un cane randagio ormai troppo vecchio per lottare ancora. E come un vecchio cane che attende la morte, così lui rimase zitto, in attesa, avvolto dal fumo esalato dalla propria bocca.
Katja fece appena una passo verso di lui. Si guardò attorno come se cercasse qualcosa, e poi tornò a lui, senza aver trovato nient’altro.
«Puoi aiutarmi?» gli chiese con un filo di voce, così leggera da sembrare avere la consistenza del vetro.
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Tratto da “La finestra chiusa”.

Ricordo come fosse ieri il giorno in cui portai per la prima volta mio padre in ospedale e gli diagnosticarono un cancro. Ricordo le urla, lo spavento, il dolore, la confusione.
Stavo nella mia stanza. Mio fratello non era ancora partito per Bologna. E Anna era ancora mia sorella, e non mi odiava ancora.
Era notte fonda. Io stavo in camera mia, ma allora non scrivevo ancora. Avevo appena finito di parlare con una ragazza fidanzata, con cui all’epoca stavo, quando sentii improvvisamente nel corridoio un grandissimo tonfo, simile a quello che potrebbe causare un masso che si stacca dal soffitto sfracellandosi al suolo.
Corsi di colpo fuori dalla stanza, e in un attimo vidi il corridoio illuminato, persino più immenso di quando ero piccolo, e mio padre steso per terra privo di sensi, simile a una grande e silenziosa macchia.
Mia madre corse verso di lui e si chinò al suo fianco, urlando e cercando di rinvenirlo.
Ricordo che rimasi immobile, straziato da un assordante senso di confusione, simile al sibilo che si percepisce prima di un infarto.
“Dunque mio padre poteva morire?”, questo pensai prima di udire mia madre urlare verso di me: «Corri a prendere la macchina. Muoviti!»
Poi non altro. Solamente le lacrime di mia sorella. Io che parcheggiai fuori dal palazzo quell’auto che normalmente rubavo di notte per andare in giro a fare danni, e poi la corsa verso l’ospedale.
Dopo meno di un’ora mio padre tornò a essere quello di sempre, seppur seduto su di una barella, ma deridendo gli ammalati che si lamentavano e gemevano dietro tende bianco sporco.
Sorrise persino quando il dottore gli disse che ci stava qualcosa che non andava ai polmoni, come se non accettasse di poter morire: come se non credesse che fosse possibile, e forse noi con lui.
Ricordo solamente il volto pallido di mia madre, mia sorella seduta in una corsia su di una sedia a rotelle, mio fratello che girava per i corridoi, e io che afferrai solamente una parola, una sola: “Cancro!”.
Non ne avevo mai avuto a che fare prima di allora. L’avevo sentita solamente nei film, o letta nei libri. Ma nei film e nei libri non ti narrano di quanto un cancro possa essere orrendo. Ti divora dal di dentro! È il tuo corpo che ti sta divorando, e tu non puoi farci niente. Sono le tue carni che ti divorano come un animale affamato. Una fame carnale, insaziabile, selvaggia che ti porti nel grembo, senza poterla vomitare.
In pochi mesi la malattia consumò mio padre come se lui fosse una candela accesa. Dapprima sembrava tutto normale, come se a conti fatti non fosse altro che un raffreddore da curare. Poi le prime chemio e le radio. Il suo corpo sempre più debole. I suoi capelli bianchi ormai svaniti per sempre, e così ogni pelo sul suo corpo.
In poco tempo dovette persino lasciare il lavoro. Non riuscì più a muoversi, finché di lui non rimase che uno scheletro riposto in un letto: solamente un corpo fragile, in putrefazione, che vagava in un corridoio come fosse un fantasma, appoggiandosi alle mura e ansimando mentre delirava parole senza senso.
Una volta, di notte fonda, si trascinò nel corridoio poggiandosi contro le mura e respirando a fatica. Il suo volto ormai era un teschio in cui insenature si muovevano ombre strazianti, e tanto era magro i pantaloni gli scivolarono di dosso.
Li trascinò attorno ai suoi piedi, fissandomi con occhi incavati in pelle rugosa e sudata, sussurrando appena tra forti rantoli: «Hai caricato le cornici sul portabagagli?»
Io annui, trattenendo le lacrime mentre mia madre stringeva mia sorella, e mio fratello ormai viveva altrove, lontano dalla nostra morte.
Lo raggiunsi e gli tirai su i calzoni. Lo strinsi a me, sostenendolo, e lui mi fissò con occhi pallidi come quelli di un cieco.
«Dove, dove stiamo andando?» rantolò, forse neanche riconoscendomi, continuando ad ansimare e a fissarmi con quei suoi occhi chiari come un ruscello, ora limpidi come quelli di un bambino.
Lo strinsi a me. Le lacrime iniziarono a fluire dal mio viso, mentre sentendo la sua pelle ruvida, sudata e gelida contro la mia mano ebbi appena la forza di dirgli: «A casa! Ora ti porto casa.»
Quella notte rimasi a vegliare accanto al suo letto mentre lui delirava, e più volte disse di aver paura. Più volte gli strinsi la mano, tremando nel farlo. Tremando nello stringere la mano a quello sconosciuto che in quel momento stavo riscoprendo come mio padre. Quell’uomo che avevo tanto ammirato per la sua forza. Quell’uomo che avevo odiato per la sua forza: ora, solamente un uomo fragile, proprio come me.
Quella notte piansi a dirotto, accanto al suo letto. Nessuno mi vide, nemmeno lui, e due giorni dopo morì, senza che io gli avessi mai detto di volergli bene, come lui non lo disse mai a me.
Dopo quella notte segreta non piansi più, se non di nascosto, chiuso in una stanza. E non piansi neanche quando vidi mio padre sparire sotto tre metri di terra. Come non piansi per mio nonno, capendo nel sentire la terra battere sulla bara in cui era avvolto che non avrei mai più mangiato con lui pane e melone. Che non mi avrebbe mai più fatto ridere, che non avrei mai più sentito la sua voce.
Quei due uomini si erano odiati in vita, contendendosi il mio amore.
Ormai sotto tre metri di terra, è stato almeno loro concesso di capirsi e amarsi? E io potrò amarli entrambi?dainese_29092012_0001_master_bw

Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”, in esame presso la mia meravigliosa maestra.

Ricordo che avevo diciannove anni la prima volta che chiusi fuori di casa mio fratello. Erano le tre passate di notte. Lui non si decideva a tornare, e mia madre, preoccupata e in lacrime, provò più volte a chiamarlo a casa di un amico.
Nessuno rispose. Mio padre stava in silenzio, fissando la TV, già vestito, proprio come me, nel caso fossimo dovuti andare a riprenderlo chissà in quale buco.
Mio fratello lo faceva spesso. Usciva e si ubriacava, con il solo intento di tornare poi a casa e dare di matto. In cuor mio sapevo che anche quella sera l’avrebbe fatto. Fissavo mia madre, vedendo le sue lacrime sempre più copiose colare su di un viso che sembrava invecchiato precocemente, e il volto rude di mio padre ricordarmi la delusione che eravamo per lui noi tutti.
Non ci vidi più. Quando lui girò la chiave nella serratura, mi fiondai contro la porta, bloccandola e chiudendola a chiave.
Ricordo che provò ad aprirla più volte, ma io chiusi la porta con più mandante, finché a lui non fu concesso altro che urlare e dimenarsi dietro a quel pezzo di ferro, battendo contro di esso i pugni come fosse una bestia furiosa, pretendendo di entrare in quella casa che stava distruggendo.
Io invece la stavo salvando quella casa?
Fu mia madre e farmi spostare dalla porta dopo diversi minuti, piangendo e aprendola, urlandomi contro: «La volete smettere tutti e due?»
Mio fratello si riversò nel corridoio come fosse una animale appena uscito da una gabbia, ma quando incrociò il mio sguardo colmo di odio sembrò calmarsi, o almeno apparentemente.
I nostri occhi incandescenti si guardarono per un tempo indefinito. Lui una volta, quando avevo dodici anni, mi aveva chiuso fuori di casa, e in quel momento stavo pareggiando i conti. Gli stavo rigettando contro tutto l’odio che lui mi aveva vomitato in bocca.
Quando andò via, sparendo nel bagno, rimase davanti a me soltanto una madre che non riuscii ad abbracciare, e altrove, in un’altra stanza, mio padre che guardava la TV, e nel proprio letto mia sorella fingeva di dormire, piangendo, senza capire perché fosse costretta a piangere. Sapendo solamente che tutto era tremendamente doloroso e orrendo. Ingiusto. Malsano. Indesiderato dal suo piccolo cuore che cresceva nel mezzo di una famiglia che si stava sgretolando come una statua di gesso colpita ripetutamente da un martello.
Ora forse la sta facendo pagare a me?
Una volta entrato in casa non vedo né mia madre né mia sorella. Non vedo altro che un corridoio vuoto.
Mia madre nel pomeriggio deve aver passato il detersivo ai fiori di bosco, perché il pavimento ne è pregno.
Deve essere venerdì dunque. Sì, lei lo fa ogni venerdì. Sono quelle sue piccole abitudini che la tengono in vita, illudendosi di avere ancora una famiglia. Illudendosi che noi siamo ancora una famiglia, e non solamente zombie putrefatti che vagano in uno spazio piccolo, urtandosi di continuo e senza neanche vedersi.
Ma ecco che in quel corridoio infinito e ombroso i nostri occhi si scontrano fin quasi a frantumarsi, mentre avanzo avvolto da fotografie che sembrano fissarmi come se mi stessero accusando, giungendo poi in cucina e trovandola sull’uscio della porta.
La sfioro appena. I riflessi gialli della lampadine in cucina si insinuano fra le pieghe della sua vestaglia bianca e dei suoi capelli color mogano, rendendo ancora più spettrali le rughe del suo viso che una volta fu liscio come la seta.
La sua pelle sembra quasi avere il profumo del detersivo di cui sono impregnati i mobili, ma passandole accanto non riesco neanche a distinguere i mobili da lei. No, chiudo soltanto gli occhi, pur tenendoli aperti. Non voglio vedere nulla. Non voglio sentire niente. Attraverso la cucina sotto al suo sguardo severo e vigile, arrivando al frigo e prendendo una bottiglia di vino.
Quando esco lei sta ancora lì immobile, come se il suo corpo non si fosse mosso di un millimetro.
Sento il suo sguardo seguirmi millimetro dopo millimetro, come se stessi osservando dai suoi occhi il mio corpo muoversi a rallentatore.
I miei passi sono lenti: calpestano le piastrelle spaccandole e affondando nel cemento, mentre gli occhi di mia madre scavano nella mia pelle, lacerandomi le carni e strappandomi le ossa.
La sento stracciarmi dal corpo la colonna vertebrale quando urla: «Ma insomma, avete deciso tutti di uccidermi? Possibile che non si possa mai parlare con te? Appena torni qui ti chiudi in camera tua a ubriacarti.»
I mei occhi fremono e le mie labbra tremano, mentre stringo i pugni come se volessi fermare il mio corpo che scalpita assieme alle mura che mi avvolgono, sbriciolandosi come esse.
Mi volto verso di lei urlando: «E di cosa vorresti parlare? Sentiamo!»
Ma lei non risponde. Le sue labbra tremano, senza che riescano a emettere un suono, mentre simile a un cucciolo di cane rinchiuso in un canile lei mi guarda con occhi palpitanti di lacrime.
Non mi dice niente. Rabbioso fisso le sue labbra che si aprono in un doloroso tremolio, ma da esse non esce un solo fiato, né lei riesce a muovere un solo muscolo.
Mi volto di scatto, come se con quel gesto la stessi abbandonando per sempre, gettando sul suo corpo tre metri di fredda terra, proprio come accadde a mio padre.
Un mio passo si muove appena lento in un buio denso quanto melma, quando lei sussurra dietro di me, accarezzando la mia schiena: «Ma cosa ti sta succedendo?»
Sento una lacrima colare dal viso di mia madre, lenta e pesante, fino e cadere su di una pozza di sangue.
Il suo rumore echeggia in tutto il corridoio. E io resto immobile, a testa bassa, mentre da una foto mio padre mi guarda tenendomi in braccio, mio fratello mi strige fra tanti peluche, e io stringo una dolcissima bambina dagli occhi azzurri.
«Non lo so» sospiro solamente. Senza riuscire a dire altro.
Ora vorrei che ci fosse mia zia qui con me. Lei saprebbe cosa dirmi. Lei saprebbe come farmi sorridere.
Invece sento soltanto la straziante voce di mia madre sospirare: «Da bambino eri così dolce. Perché ora è tutto così diverso?»
Mi volto di scatto. La terra sotto di noi vibra. Il pavimento si spacca colpito da un magnitudo 6.5, e dalle mattonelle infrante, coperte di sangue, giungono a noi le urla e gli aborti di tanti dolori soffocati in un tempo indecifrabile.
Vedo il vetro che copre la foto in cui quel bambino biondo sorride in braccio alla propria madre spaccarsi di colpo, e le tempie di quell’infante grondare viscido e scuro sangue.
E lo stesso colore del sangue che sta sgorgando dagli occhi di mia madre mentre urla: «Vorrei che tutto tornasse come prima.»
«Ma prima di cosa? Che cazzo ne sai tu del prima?» urlo, scagliandole la mano contro al petto, trapassandolo e strappandole via il cuore.
Lo vedo pulsare davanti ai miei piedi mentre grido: «Dove cazzo stavate tutti quando avevo bisogno di voi?»
«Ma di cosa parli? Perché devi sempre farmi sentire una pessima madre?»
«Perché lo sei stata!» urlo. E quell’urlo spacca tutto, persino il silenzio.
Attorno a noi non resta nulla. Nemmeno il silenzio si può udire. Ci avvolge un vuoto talmente vivido in cui lo sguardo doloroso e sgomentato di mia madre sembra dilatarsi in uno spazio infinito.
Attorno a me e in me non vedo altro che i suoi occhi, e sento soltanto il rumore pesante delle sue lacrime rigarle il viso.
Riesco appena a sussurrarle: «Mi dispiace, non dovevo dirlo», prima che lei, in lacrime, poggiando una mano contro al muro come se stesse venendo meno, in un flebile sussulto mi dice: «Tu, Nico e Anna siete la mia vita. Tu e Nico dovreste essere come dei padri per Anna.»
Improvvisamente le mie pupille si dilatano come quelle di un tossico, e le mura iniziano a spaccarsi, gettando contro di me pietre insanguinate.
Quel nome rimbomba nella mia testa, e per quanto io digrigni i denti esso non svanisce: resta impresso nelle mie carni come un ematoma, simile a un’insanabile ferita che non può smettere di sanguinare.
Il pavimento trema sotto ai miei piedi, il soffitto crolla, e una coltre di fumo rosso mi avvolge.
«Sono io che porto avanti la casa. Io! Non Nico» urlo, agitandomi come una bestia e spaccando tutto.
Le urla di mia madre si susseguono alle mie, nel mezzo di un turbinio di vetri infranti e colpi scagliati contro la pietra.
«Senza di me a chi avreste chiesto aiuto, a Nico?» grido ancora «Sì, quello se ne fotte di tutti noi! Se ne è andato per i fatti suoi, e chi deve occuparsi di tutto qui sono io. Io e solamente io! Neanche le tue sorelle pensano a noi, no. Ci sono solamente io, e tu che fai?»
Un impercettibile attimo di silenzio fende l’aria. I nostri due volti si fissano nel mezzo di un meriggio intramontabile, dove nulla mai rivivrà o morirà per sempre.
«Tu dici che sono io quello sbagliato!» urlo, colpendo con forza il muro e fracassando la foto di mio padre.
Lui crolla al suolo. Mi stringe ancora, e il suo volto è ora insanguinato.
Sento un boato infrangersi sul pavimento quando la cornice si frantuma in mille pezzi, e poi un fragore più forte attorno a me quando mia madre, in lacrime grida: «Io non ce la faccio più. Non ce la faccio più con te!»
Gli ultimi frammenti di vetro colmi del mio sangue si assestano sul pavimento. Dal mio pugno stretto gronda altro sangue che si addensa sul pavimento, mentre mia madre, ormai un fuscello poggiato contro al muro, in lacrime e tremula riesce solamente a sospirare: «Cosa ho fatto di male per meritarmi tutto questo?»
E cosa ha fatto di male lei? Cosa ho fatto di male io? Cosa ha fatto di male quella bambina cresciuta da sola, rinchiusa in una stanza, ora ombra di un fratello per lei morto?
Improvvisamente la mia rabbia si placa. Il mio sguardo osserva il corridoio al di là del corpo etereo di mia madre, percependolo gigantesco come quando ero bambino e scalzo vagavo lungo di esso in cerca della mamma.
Verrà lei a salvarmi?
No, io l’ho appena uccisa, e ciò che resta di lei giace per terra su di un freddo pavimento, a pochi passi dalla camera di mia sorella.
Vedo i suoi occhi chiusi e gonfi di lacrime. Il suo pallido volto è una smorfia di dolore. Lei ingoia le sue stesse lacrime, soffocando quasi e grattando le unghie contro al muro riuscendo soltanto a urlare: «Basta, basta, basta.»
Mi sta implorando di risparmiarla, ma non ci riesco. Non riesco a fare un passo. Non riesco a smettere di digrignare i denti. Non riesco a impedire alla mia mano di sanguinare, e così al mio cuore.
Alzo lo sguardo verso la camera di mia sorella, avvolto da un vortice di pesante e scuro catrame che soffoca ogni rumore.
La stanza di mia sorella è chiusa. Prima che il sangue colasse sulla mia coscienza lei neanche dormiva in quella stanza. Aveva due anni, dormiva con mia madre e mio padre.
Ricordo un sorriso. Una promessa. Occhi pieni di sangue, e poi altro sangue. E ancora sangue, come quello sparso ai miei piedi.
In questa casa non sappiamo che versare sangue?
angoscia

Estratto di “Nuda”, romanzo che affonda gli artigli nel dramma dei disturbi alimentari, e nel bisogno di amore celato dietro di essi.

Restarono diversi minuti in un silenzio che pareva fatto di carne. Entrambi sembravano soltanto corpi che si urtano fra di loro in un mausoleo polveroso.
Una parte di Eva avrebbe voluto scappare lontano, ma in lei sentiva la forza prepotente di quell’uomo che sembrava non temere la solitudine insinuarsi sotto ai propri vestiti, denudandola, privandola di ogni corazza: persino della propria pelle.
Eva lo guardava senza capire, e senza capirlo, chiedendosi soltanto perché a conti fatti non l’avesse già mandata via.
Un piccolo sussulto si mosse nel petto di Eva, e faticando a guardarlo, sembrando quasi una ragazzina che arrossisce indugiando lo sguardo sul più ambito della classe, leggera sussurrò: «Non so cosa hai passato nella tua vita, non ti conosco nemmeno, ma dai tuoi quadri traspare molto dolore.»
Si guardò attorno, sfiorando i dipinti con gli occhi, mentre Max invece sembrava non vederla nemmeno, come se neanche l’avesse ascoltata.
«Io non sono mai riuscita a star bene con la gente» riprese, chinando lo sguardo e fissando le sue dita martoriate «ovunque sono andata, anche da piccola, mi sono sentita sempre fuori posto. Come se non mi sentissi a casa in nessun luogo. Come se nessuno appartenesse al mio mondo.»
A quelle parole lei notò gli occhi di Max fissarla intensamente. Sembrava quasi la stesse vedendo per davvero, come se la stesse toccando: il volto, le labbra, la pancia, il sesso. O magari la stava soltanto scrutando, quasi cercando di aprirle il torace per strapparle via il cuore e vedere se in esso ci stessero davvero le parole appena udite.
Forse stava osservando soltanto una ragazzina viziata seduta davanti a lui, giocando a fare la ragazza di mondo e piena di problemi. Oppure stava vedendo ciò che restava di Eva, gettato sul pavimento dopo l’ennesima abbuffata di vita: soltanto pezzi di carne sanguinolenti nel mezzo di fetido vomito.
Eva si sentiva ancora una volta sotto esame, proprio come sempre nella propria vita: a casa sua, con suo padre, con i ragazzi, e persino con Stefania.
Guardò le proprie dita e poi le unghie. Serrò le mani come volesse nasconderle e alzò gli occhi vedendo soltanto Max, come fosse ora parte dei dipinti che lo avvolgevano.
«Mio padre non si è mai accorto di me. Neanche una volta» aggiunse, quasi tremando nello sforzarsi di tenere alto lo sguardo.
Un piccolo e amaro sorriso le segnò il viso.
«So che stai pensando: che alla fine sono comunque una figlia di papà. Beh, lo sono! Sì, sono la figlia di un uomo ricco che non ha mai visto la propria bambina, neanche quando una sera, a soli quindici anni, fu costretto a raccattarla a una festa perché troppo ubriaca per tornare da sola a casa.»
Fece un attimo di silenzio. La stanza sembrava essere diventata più buia, liquida, quasi viscida.
Le ombre avvolgevano ogni cosa, inghiottendo i mobili, le mura, il pavimento, e il corpo di Eva immobile a tormentarsi le unghie rosicchiate.
Restavano soltanto i dipinti di Max, e lui in essi, fermo a osservare il nulla come se non volesse vedere il volto di Eva, perché non ne aveva la forza.
I suoi occhi vibravano come il corpo di un animale spaventato, mentre Eva cercava di raggiungerlo nuotando in un oceano di pece.
«Non si accorse nemmeno dei lividi sulle mie ginocchia e del mio trucco sbavato» uscì dalla bocca di Eva come un sospirò proveniente dal vento.
Abbassò lo sguardo e si fissò le dita, alzando poi appena gli occhi vedendo lo sguardo tremante di Max.
«Mi urlò contro solamente che ero una fallita. Non mi vide neanche. Non vedeva ciò che sua figlia aveva perso per sempre. Non vedeva nemmeno sua figlia!»
Restò un secondo zitta, come se stesse rivedendo l’intera scena, prima di dire: «Quando tornai a casa mi chiusi nel bagno e vomitai, e mentre lo facevo, lo sentivo urlare in cucina contro mia madre. Urlava: «Io non so cosa fare con tua figlia!»
Lui voltò il capo di scatto. I loro occhi si intrecciarono come un nodo troppo stretto per scioglierlo e stretto alla gola di un disperato che sta soffocando.
Sembravano due cani magri e stanchi, ormai ridotti a carcasse che vagano per strada sotto l’indifferenza di tutti, affamati, e stando assieme soltanto perché nessuno altro avrebbe mai accolto il loro dolore.
Eva era dunque soltanto un cucciolo di cui prendersi cura?
Gli occhi di Max sembrarono spaccarsi come un terreno di malta colpito dal sole, vedendo il volto di Eva arrossato dalle lacrime che iniziarono a colare dai suoi occhi, fino bagnarle le labbra tremanti, portando via le ultime tracce di rossetto, lasciando nude le labbra di una bambina impaurita.
Era dunque questo Eva? Un bambina mai vista da nessuno al mondo. Un corpo masticato. Una sposa tradita. Un figlio abortito.
Un dolore mai sanato né in lei, né in lui.
Eva guardò le proprie unghie, vedendo gocce di lacrime colpirle, quasi fossero pioggia.
Lo smalto regalatole da Stefania si stava spaccando, come il suo cuore. Era rosso. Le sue unghie sembravano quelle di un cadavere: spaccate e ricoperte di sangue.
Chiuse di scatto i pugni, sorridendo cinicamente e sentendo le proprie lacrime scivolarle sulle labbra.
«Già, davvero una ragazzina ricca e viziata!» aggiunse, incapace di frenare le lacrime che incontrollabile le scorrevano sul viso, quasi bruciandole la pelle. «Una ragazzina che ha dato se stessa in ogni modo, pur di sentirsi voluta. E alla fine, riducendosi a una malata di merda! Non altro che una malata di merda!» urlò, iniziando a piangere senza alcun controllo, stringendo fra le mani il volto, agitandosi e strillando disperata: «Una malata di merda! Una schifosa malata di merda!»
Scoppiò a piangere a dirotto, sempre più forte: un pianto inumano che pareva l’urlo di una bestia legata.
Le lacrime le stavano deformando il viso Non riusciva a fermarsi. Le lacrime la soffocavano, mentre tremava e urlava, rannicchiata in se stessa come una madre straziata da un dolore bestiale per la perdita di un figlio.
Ed era lei quel bambino morto?
Eva era di nuovo svanita, e in una parte di se stessa lo sapeva, ma lui non doveva saperlo, e lei non doveva vederlo.
Eva non ci stava più. Al posto suo ci stava soltanto la sua malattia, e stava ruggendo contro di lei, contro di Max, contro il mondo intero.
La sua malattia le stava spaccando le ossa e le stava aprendo le carni, uscendo dal suo grembo come un figlio mostruoso di cui si ha il terrore, ma che non si riesce a uccidere.
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Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Avanzo a passo svelto lasciandomi alle spalle la stazione centrale, proseguendo davanti a cumuli di bancarelle e teloni che emergono da alcuni vicoli, come mani pronte ad afferrare ogni passante.

Nel mezzo di logori tendoni di plastica erosa dalla pioggia si muovono volti, voci, sguardi, odori, puzze, passi. Decine di persone si accalcano come una mandria di lente e pesanti mucche. Ci sfioriamo tutti. Sento la voce della casalinga che parla in dialetto, lamentandosi di chissà chi con un’altra donna. Alla mia destra l’onesto lavoratore urla al proprio telefono cellulare. Un ragazzino di appena dodici anni fischia verso una ragazzina appena passata mano nella mano del proprio ragazzo, e due persone stanno ferme davanti alla vetrina di un negozio, fissando un cellulare da ottocento euro.

Un riciclo di persone entra ed esce da minuscoli bar. Un uomo grasso, dalla faccia molle, mangia una pizzetta a bocca aperta, poggiato contro al muro di un palazzo e facendosi colare il sugo sul mento, mentre un vecchio simile a uno scheletro impreca in dialetto contro un nigeriano che gli passa davanti tagliandogli la strada con un carello pieno di borse taroccate.

Mi trovo in un tornado di volti, di aliti, di sguardi. Vedo occhi ovunque, e mi sento come gli occhiali falsi o le statuette di legno poggiate su bancarelle poste sotto a un cielo di teloni sotto ai quali si muove un fiume di carne, e occhi bianchissimi incastonati in pelle nera ci fissano, invidiandoci, e forse desiderando di ucciderci.

Hanno il volto stanco e arrabbiato di chi non ha niente ed è costretto ogni giorno a vedere sotto ai propri occhi il benessere di altri. Le loro mani sono rugose e colme di ferite, i loro talloni sono callosi e crepati, e le ossa sembrano spaccargli la pelle.

Nessuno manderà per loro un sms solidale. Nessuno li salverà mai. Nessuna ragazza desiderosa di salvare la Siria o la Palestina scoperà mai con loro. Sono da soli. Stanno morendo. Non esistono nemmeno.

Loro sono quel bambino biondo che si pisciò nei calzoni al primo anno d’asilo.

E io li vedo?

Non posso che andare ancora avanti. Ho i conati di vomito e la testa gira, e camminando a testa bassa incrocio un uomo basso e grasso, due vecchi e una donna pacchiana immobili davanti a un banco di legno.

L’uomo grasso ha il volto abbronzato dal sole e continua a sorridere, muovendo velocemente sul banco tre piccole carte da gioco, mentre a due passi da loro tre piccoli ragazzi Rom camminano velocemente, con occhi luminosi e furbi, cercando come sfogare il dolore di una vita che li ha reclusi.

Io avanzo il passo. La gente attorno a me non svanirà mai, e lo so. Il vento scorre fra i palazzi, tra i tubi di ferro che sovrastano la stazione della metropolitana e contro la statua di un eroe che osserva l’intera piazza, spazzando via rifiuti e verdure che marciscono agli angoli della strada.

Guardo il posto dove la notte prima ho visto Angela. Lei non ci sta. Lei è altrove, e io non so dove.

Vedo solamente corpi calpestare il cemento dove lei mille volte ha ricevuto una sentenza di morte, e so che in fondo è inutile anche pensarla.

Lei non esiste. Io non esisto.

Alcuni entrano in un ristorante, altri in un negozio di scommesse sportive, e altri ancora in un negozio di telefonia.

Cerco di non guardare nessuno di loro. Raggiungo la statua posta a una delle estremità della piazza.

Quell’eroe fissa una città che ha abbandonato ormai da secoli, mentre attorno a lui alcuni uomini di colore stanno immobili bevendo birre in latta, e altri cercano di vendere merce raccolta dai rifiuti e poggiata su bancarelle di cartone.

Chino lo sguardo. È un attimo. Solamente un attimo! Un impercettibile battito del cuore nel mezzo di un turbinio di voci confuse.

Davanti agli occhi, come se ogni immagine giungesse a me da una pesante coltre di fumo, vedo solamente pelle rugosa, due piccoli e stanchi occhi apparire a malapena da rughe simili a fiordi, e magre ginocchia poggiate sul freddo cemento.

Il suo corpo è coperto di stracci. Ha scarpe di vernice attorno ai piedi gonfi, i collant che porta alle gambe non riescono a coprirle del tutto scheletrici e rugosi polpacci colmi di vene varicose, e il misero giubbotto di tela che indossa e talmente zeppo di tagli che mi sembra di udire il violento fischio del vento muoversi in essi.

I suoi capelli bianchi sembrano volare al vento da sotto al cappuccio del suo giubbotto, e la sua mano magra e venosa è come congelata nell’aria, tesa verso la gente che l’attraversa senza vederla, trapassandola come fosse fatta d’aria.

Lei sta lì ferma in ginocchio con la testa china, ma nessuno la vede. Neanche io la vedo, oltrepassando lei e quel cartello con su scritto “Ho fame”.

Faccio ancora un passo. Il mio piede, pesante e atrofizzato come le rigida membra di un vecchio prossimo alla morte, si poggia appena sull’asfalto, fermandosi assieme a ogni parte di me, mentre decine di corpi continuano a scorrere attorno a me e a lei, simili a una violenta folata di sabbia. Abbandonandoci. Senza vederci. Sfumando chissà dove, e susseguendosi all’infinito.

Sento il vento trapassarmi, insinuandosi sotto le frange del mio cappotto e fin dentro la mia pelle, come se la mia pelle si stesse agitando per staccarsi dalle ossa.

Ho freddo. Improvvisamente provo un freddo innaturale, come quello che si percepisce un attimo prima della morte.

Mio padre provò la stessa sensazione prima di morire?

Mi volto lentamente. Lei sta ancora lì. E immobile come una statua di calcare, e davanti a lei non vede che corpi veloci: vestiti che si mischiano in un solo incomprensibile colore, e voci che si intrecciano al punto da diventare un confuso e agghiacciante ronzio.

Lei è sola. È sola al mondo. Sta morendo, e nessuno fa niente.

E io posso fare qualcosa?

I miei occhi sono sprofondati in una fossa buia, e sul mio corpo pietrificato, mentre fisso lo sguardo triste e rassegnato di quella vecchia donna, un’improvvisa e lancinante tristezza si diffonde sul mio corpo avvolgendolo come una ragnatela di pulsanti capillari.

È lo sguardo di mia madre che mi fissa? La sto condannando a fare la fine di quella donna?

Vorrei piangere, ma non ci riesco. Vorrei urlare, ma non ci riesco.

Dalla mia fronte gronda gelido sudore, e il petto sembra spaccato dai battiti del mio cuore, mentre vedendo quella donna osservo il volto insanguinato di mia madre, immobile su di una sedia a fissare un televisore.

Lascio appena cadere una moneta a terra. Lei sorride. Io non dico niente e scappo via. Fuggo via da lei, da mia madre, e dalla mia colpa.

Un euro. Solamente un euro.  È questo il prezzo della vita di mia madre?

Ecco, sono ancora fermo davanti a una porta di plastica. Ho paura e sto bagnando il mio grembiulino.

Mia madre stavolta mi abbraccerà? Qualcuno abbraccerà mai quella donna? Io abbraccerò mai mia madre?

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Estratto dal racconto: “Il profumo di mia madre”.

Daniele non vedeva più niente. I suoi occhi sembravano grigi, privi di luce: soltanto due palle nere fisse nel vuoto, mentre il suo corpo meccanicamente avanzava sotto un cielo talmente grigio da sembrare di cemento.
Gli pareva dello stesso colore di quando fu sepolto suo padre, e come allora le persone attorno a lui gli sembravano informi, quasi inesistenti.
Le persone che oltrepassava erano fatte di fumo, e così le auto e i palazzi. Non udiva alcun rumore. Non sentiva nessun odore o alcuna puzza.
Nella propria testa udiva soltanto rimbombare la parola udita poco prima, e che in una attimo gli aveva spaccato le ossa.
Si trascinava come una bestia ferita. Scrutava davanti a sé come fosse un fantasma, non distinguendo alcun volto, vedendo soltanto un vortice di sagome che gli venivano incontro o lo superavano.
Occhi, bocche e braccia si susseguivano in una nebbia liquida, e decine di gambe marciavano ai suoi fianchi, rumorose, battendo su un cemento che ormai sembrava inesistente sotto ai piedi di Daniele.
Daniele non udiva altro che un fastidioso brusio, come fosse nel mezzo di uno sciame di mosche, e i rumori fulminei delle auto in corsa e dei clacson che stridevano gli sembravano urla mostruose provenienti dal vuoto.
Vetrine e volti si susseguivano. L’odore di focaccia calda proveniente da qualche pizzeria e il profumo di dolci scaturito dalla porta di una pasticceria si mischiavano alla puzza di catrame emanata dalle auto, al fetore di sudore delle persone che lo attraversavano, e al tanfo di immondizia proveniente da alcuni vicoli ai bordi della strada che continuava a percorre come se nemmeno si trovasse lì, ma fosse altrove, fermo ancora davanti all’uomo che in due secondi gli aveva tolto tutto.
Sospirò, portandosi la mano al petto come se stesse cercando di accarezzare qualcosa che non poteva toccare né vedere, ma che sapeva in lui, presente, incisivo, enorme.
Restò immobile nel mezzo della folla. Volti, sguardi, corpi lo attraversavano velocemente, e contro di lui vedeva bocche muoversi come se stessero urlando senza voce, e le mura dei palazzi gli sembravano scogliere erose da troppe onde.
Accese una sigaretta. Il fumo volò in aria e subito lui iniziò a tossire: prima alcuni colpo secchi, così potenti da fargli vibrare il petto, mozzandogli il respiro e sovrastando persino il rumore delle auto; poi colpi veloci quanto una serie di pugni: e lui li sentiva tutti dritti nel petto quei pugni!
Il torace gli si contraeva velocemente, per poi esplodere in uno spasmo inumano, come se si stesse spaccando.
Non riusciva a riprendere fiato. Il cuore gli pulsava nelle orecchie, e le voci, i rumori delle auto, la musica proveniente da negozi gli sembravano un turbinio melmoso in cui si scagliavamo le luci giallognole dei lampioni e dei fari delle auto, ora sempre più opache innanzi ai suoi occhi gonfi di lacrime.
Quando riprese fiato, rantolando come una bestia, ripensò alle parole dette poco prima a Sofia, prima di uscire da casa:
«Di certo è soltanto bronchite» le aveva detto, e ora guardando il palmo della propria mano tremula davanti a lui, sporco soltanto di muchi, quasi gli venne da sorridere.
Aveva pensato ci dovesse essere del sangue. Né rimase quasi deluso nel non vederlo, sentendosi ancora una volta un inetto, un incapace, un fallito.
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