Tratto dal romanzo FOTTITI. Edito dalla Damster edizioni, e disponibile su tutti gli store online.

Andai avanti, bevendo il mio vino, e probabilmente sotto gli occhi incuriositi di chissà quante vecchie, chissà quanti avvocati, chissà quanti impiegati statali lì dietro le belle e robuste porte di noce.
Andai avanti. Passai davanti ai nomi stampati sulle cassette della posta: Il dottor De Rosa, l’oculista Di Vincenzo, la dietologa Irace, il ragioniere Bifulco, il dentista Errichiello, il signore Esposito, la signora De Simone e la vedova Improta in Aruta.
Tutti avevano un nome. Tutti avevano un titolo. Tutti erano qualcosa.
Io invece non avevo nessun nome. Il mio nome, Marco Gargiulo, non era scritto da nessuna parte. E la cosa mi andava bene. Mi andava più che bene.
Dunque continuai ad avanzare, fottendomene dei nomi, dei titoli regali o di ogni altra stronzata al mondo.
Arrivai al centro dell’androne, proprio dove stava l’ascensore. Uno stimabile ascensore d’epoca.
Bah, per me era solo vecchio! Ma comunque fosse, fare quattro piani a piedi con una schiena spezzata e i polmoni marci, beh, non era proprio il caso.
Così lo aprii, pronto a far sì che quel vecchio coso portasse il mio vecchio corpo verso la mia vecchia casa.
Non lo avessi mai fatto!
Cazzo, sgranai gli occhi di colpo, lì davanti a quel coso, mantenendo la porta aperta e fissando lì dentro.
“Cristo! Ma sei vera?” dissi. Dissi… guardando una tipa lì dentro. Una ragazza mezza nuda lì stesa in quel coso. Una ragazza mezza nuda, dalla pelle scura, lunghi riccioli scuri e un corpo piccolo e sodo da paura.
E la tipa portava addosso solo una minigonna sgualcita e un reggiseno rosso che s’intravedeva da un giubbetto di pelle nera. Un giubbetto sporco di terreno, e chissà cos’altro. Forse sborra! Magari piscio. E lei se ne stava lì stesa, rannicchiata, guardandomi a stento.
Forse era terrorizzata. Forse sotto shock.  O forse semplicemente non gliene fotteva un cazzo. Ma da come stava conciata, qualcuno di certo l’aveva fottuta con il proprio cazzo, invece.
Cristo, magari avrei dovuto prendere esempio e fare lo stesso.
Sì, in fondo la tipa era davvero bona. Una porcellina scura e soda, dalla pelle profumata e  piccoli piedini ficcati in degli stivaletti dal tacco da dodici.
Una vera scopata!
Eppure la sua aria non me lo fece venire duro, anzi, era come una bestia a lungo pestata e ormai rassegnata.
Già, magari avrei potuto ficcarglielo dentro e quella sarebbe rimasta lì ferma. Ferma a fissare il vuoto mentre glielo pompavo dentro. Fissando il vuoto con aria impassibile. Senza provare niente. Senza sentire niente. Senza essere più niente.
Poi ecco che il suo sguardo cambiò. Cambiò appena un po’.
Si girò verso di me e mi fissò. Mi fissò come se io fossi niente; e in fondo lo ero! In fondo ero davvero niente.
Allargò le cosce e alzò la gonna, mostrandomi un bel pezzo di fica.
Una fica scura. Una fica carnosa. Una fica morbida. Una fica di certo calda. Una fica a stento coperta da una mutandina rosa.
Io restai lì qualche istante a fissare quella paradiso. Quell’’ammasso di carne non diverso da altri miliardi di ammassi di carne per i quali miliardi di uomini si sarebbero dannati.
E io ero diverso? Ero forse il Dalai Lama o un cazzo di Martin Lutero?
No, io desideravo quella fica! Desideravo ogni fica attaccata a qualche bel pezzo di donna. E assieme a me probabilmente anche il Dalai Lama, Martin Lutero, Padre Pio, Osho, Topolino, e ogni altro uomo o ratto al mondo.
E quel pezzo di fica era lì davanti a me. Lì, spalancata, aperta, invitante.
Era come la luce del sole che richiama un sub durante l’emersione. Era la luce del sole che accoglie il ritorno alla superficie di un minatore. Era la luce del sole che irradia di gioia gli occhi di un uomo rimasto a lungo cieco.
Era bellissima! Era la verità, la via, la vita. Era tutto! La sola cosa buona al mondo. La sola cosa per la quale valesse la pena lottare al mondo. La sola faccia del mondo. E io la volevo! Io volevo infilare la mia vita in quella verità. Volevo immergermi nei raggi di quel caldo sole. Volevo morire in essa per poi rinascere. Volevo averla. Volevo scoparla. Volevo fotterla. Volevo chiavarla.
Ma il mio cazzo ancora una volta non era d’accordo alla cosa.
No, quel figlio di puttana se ne restava lì moscio. Lì nei miei calzoni, moscio davanti a quel sole per il quale miliardi di uomini avrebbero ucciso.
Già, il niente!  Il nulla. Il vuoto. Il silenzio totale.
Lei restò lì a fissarmi. In silenzio. Senza espressione. Senza muovere un solo muscolo del suo bel viso.
Poi ecco il miracolo!
Le sue labbra carnose presero a muoversi lentamente.
“Se vuoi fai pure” mi disse, allargando ancor di più le cosce.
Io alzai lo sguardo verso i suoi grossi occhi verdi.
Erano belli! Belli ma tristi. Forse del tutto spenti.
Beh, in fondo non me ne fotteva più di tanto di quei cazzo di occhi. Fosse stata anche cieca, l’avrei trovata comunque bona a quella tipa.
Così abbassai di nuovo lo sguardo verso la sola cosa di cui m’importasse. Abbassai di nuovo lo sguardo verso la sua fica, mentre lei girò la testa contro la parete di finto legno di quel vecchio aggeggio.
Cristo, ero fottuto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Maledetto frocio! Fottuto eunuco!
No, no, no. Malattie sessuali! Gente che si fotte i pinguini. Gente che si fotte i cammelli. Gente che si fotte i cadaveri. Gente che si fotte le automobili.
Ero malato, né più né meno. Non ero frocio né eunuco, ero solo malato!
Avevo bisogno di sesso violento. Avevo bisogno di far male. Avevo bisogno di sbranare, devastare, smembrare, uccidere. E non potevo farlo con una preda inerme!
No, come un enorme serpente non potevo sbranare un topolino già morto. Avevo bisogno di vedere il terrore negli occhi della mia preda. Lo spavento, poi la rassegnazione. L’umiliazione.
Avevo bisogno di assistere al trionfo della mia forza su di un’altra creatura. Di gioire della mia vendetta sul genere umano. Della mia fame che tutto devastava.
Sì, ero fottuto!
Volevo chiavare ma non potevo. Volevo quel corpo ma non potevo.
Il cazzo restava moscio, e lei lì, stesa in quel coso, con la fica ancora aperta.
Poi chiuse il sipario. Chiuse la fica, e il sole sparì.
Io diedi un sorso al mio vino e mi tastai il cazzo, nella speranza di una qualche risurrezione.
Niente! Gesù Cristo dormiva. Lazzaro non sarebbe mai più risorto.
Così accesi un’altra cicca. Diedi un tiro e andai verso di lei, indeciso se ucciderla o pisciarle addosso.
Non feci nulla di ciò.  No, sembrava un topolino bagnato, lì stesa in quel coso. Uno di quei cagnolini randagi che s’incontrano per strada e che non si può non portare a casa.
Cristo, che cazzo mi stava succedendo? Perché non approfittavo della cosa per fottermi quella troia?
Troppe seghe! Troppe, troppe seghe, pensai abbassando lo sguardo. E poi fu lei a rialzarlo, tornando a fissarmi con quei suoi grossi occhi verdi. Con quella sua aria assente, come se non le fottesse più un cazzo di niente della vita.
“Allora, vuoi fare o no?” mi chiese ancora.
Io alzai lo sguardo, come risvegliato da chissà quale trance.
La guardai. La guardai dritto negli occhi.
“Fare cosa?” le dissi.
Lei sorrise. Sorrise in maniera cinica. Forse amara. Ma di certo rise di me!
Trovò  la forza di rialzarsi. Si mise in piedi lentamente, come una vecchia decrepita. Come un pugile dopo un knockout.
Barcollò un po’, poi si poggiò a una delle pareti di quel coso. A una di quelle pareti di finto legno.
Alzò ancora lo sguardo verso di me. Il suo sguardo inesistente. Il suo sguardo assente.
Allungò la mano. Io capì, e le passai la bottiglia.
Lei l’afferrò. Diede un sorso. Un buon sorso!
Poi abbassò la bottiglia.  Mi fissò. Sorrise. Sorrise per qualche secondo prima di rialzare la bottiglia e darle un altro sorso.
Mi ripassò il vino e io lo afferrai. Lo afferrai e diedi un sorso a mia volta. Poi misi giù, diedi una strippata alla cicca continuando a fissarla.
“Ti hanno violentata?” le chiesi senza il minimo ritegno.
Lei scosse le spalle e fece una smorfia d’indifferenza.
Io non dissi altro. Abbassai lo sguardo. Guardai le mie vecchie scarpe qualche istante, poi lo rialzai tornando a lei.
Cazzo, ero come rapito!
Non sapevo perché.  Cioè, di donne ne avevo viste, e forse anche più belle di lei. Ma lei, quella sconosciuta, aveva qualcosa di diverso.
Era come se non se ne fottesse di niente, forse neanche della propria vita. Mentre le donne normalmente hanno a cuore sempre un sacco di cose. Cose come la propria bellezza, la propria intelligenza, la propria cultura, la propria bravura nel nuoto o la capacità di cucinare un ottimo risotto alla Milanese.
Le donne vogliono sempre dimostrare al mondo di valere qualcosa. Di saper fare qualcosa. Di essere qualcosa.
Chissà, magari era solo sotto shock a causa dello stupro, pensai, rimanendo lì a fissarla come ipnotizzato, mentre continuavo a lavorarmi il mio rosso. E fu lei a rompere quel mio stato di trance.
Sì, lasciò quel muro di finto legno e si rimise in piedi del tutto.
Si diede un’aggiustata alla gonna, poi si coprì le tonde e sode bocce con il suo giubbotto di pelle nera.
Tornò a fissarmi. Io restai in silenzio qualche istante. Giusto un paio di secondi, continuando a fissarla.
“Senti, io dovrei salire al quarto piano se non ti spiace” le dissi, senza manco rendermi conto di averlo detto per davvero.
Ma in fondo era la cosa più giusta da dire. La cosa più vera da dire.
Sì, di chiavarla avevo capito che non c’era verso, o almeno in quel momento. Almeno in quella situazione. Così non mi restava che tornarmene a casa. E quel desiderio in me fu così forte da strapparmi dalle labbra quella stessa verità.
Complesso di Edipo, lo avrebbero definito alcuni psicologi.
Avrebbero detto che da piccolo di certo, magari tra i dieci e i dodici anni, avevo spiato mia madre mentre faceva sesso con il mio vecchio, provando eccitazione e gelosia allo stesso tempo.
Ciò mi avrebbe portato a odiare il mio vecchio e provare una sorta di timore nei confronti di mia madre. Timore che avrebbe poi portato la mia giovane indole a ripiegare o nell’omosessualità, o in un indole da duro.
Gli psicologi avrebbero detto che di cero avevo scelto la via del “duro”, costruendo un personaggio rude e insensibile per camuffare la mia dolcezza. Per punire me stesso per il fatto di amare mia madre.
Beh, per fortuna la tipa non sembrava essere una psicologa. E la tipa sorrise! Sorrise e uscì lentamente dall’ascensore. Da quell’ascensore vecchio, spacciatao come antico dai nobili condomini di quell’antico e vecchio palazzo pieno di vecchi.
“Prego, signore delle mie palle” fece la tipa, improvvisando una sorta d’inchino verso la porta di quel coso.
Io la guardai a stento. Gettai a terra la mia cicca e avanzai verso quel coso, fino ad entravi.
Poi mi voltai verso di lei. La guardai. Guardai le sue bocce appena nascoste da quel giubbetto di pelle nera. Guardai i suoi lunghi riccioli neri scendere su di esso.
Lei alzò di nuovo il capo, e io guardai i suoi strani occhi verdi.
Stetti un attimo in silenzio. Poi diedi un sorso al vino e abbassai la bottiglia.
“Non volevo sembrare scortese” dissi, giusto per dire qualcosa.
“Beh, non me ne fotte un cazzo” fece lei.
E ancora silenzio. Ancora un momento d’imbarazzo.
Il vento scorreva forte sui monti dell’Alaska. Obama faceva un discorso alle nazioni uniti, e la sera stessa lo avrebbe piantato dentro alla sua bella e dolce Michelle.
Un Leone moriva in Africa. Qualche ragazzina si commuoveva guardando alla tele i bombardamenti in Palestina. Un barbone moriva per strada, in silenzio, nell’indifferenza più totale. E noi eravamo lì, faccia a faccia, senza sapere cosa dire. Senza voler dire niente, probabilmente.
Fu di nuovo lei a rompere il ghiaccio.
Si sa, le donne sono più brave in certe cose.
“Vai a morire ammazzato anche tu” disse lei, voltandosi di colpo, e facendo per andarsene. E io restai lì fermo dentro quel cazzo di coso. Lì fermo a guardarla mentre andava via. A guardare quel culo sodo stretto da quella minigonna nera. Quel culo spinto in su e in giù a ogni passo. Quel culo pronto a sparire per sempre.
“Cazzo, e che Cristo!” urlai, agitando la mano verso di lei. E lei si girò di colpo. Si girò verso di me, fissandomi con aria scocciata.
“Come? Che cazzo vorresti ora? Sentiamo!” .
“Uhm niente! È solo che… solo che…”.
“Solo cosa?”.
“Beh, è che non mi sembri proprio in grande forma” dissi.
Lei restò ferma qualche istante. Lì ferma a un metro da me, fissandomi con aria assente, senza dire un cazzo di niente.
Poi ecco appena un abbozzo di sorriso sul suo viso. E ancora un po’. Un po’ ancora. Fino a che la tipa scoppiò in una volgare e irruenta risata.
“Ah ah ah ah” prese a fare quella stronza, ad alta voce “Questa è bella! Ecco che abbiamo uno sensibile in questo mondo di merda”.
E dopo quella sparata la tipa si calmò. Restò lì a fissarmi, continuando a sorridermi. A sorridermi come a volermi prendere per il culo.
“Allora, sei uno di quelli sensibili?” riprese.
Io scossi le spalle e mi ficcai un’altra cicca in bocca.
“Uhm, forse!”.
“Capisco!” disse lei. Poi si guardò attorno. Guardò gli stracci che aveva addosso. Guardò i suoi stivaletti sporchi di fango.
Infine tornò a me.
“Senti, non è che dove stai avresti dell’acqua per lavarmi?”.
Ecco, mi aveva fottuto di nuovo!
La sua risata. Il suo fare strafottente. Il suo prendermi per il culo, stava per farmelo tornare duro. E invece ecco di nuovo il piccolo cagnolino bagnato lì davanti a me. Il piccolo Fido desideroso di una casa.
Sindrome da crocerossina, l’avrebbero definita alcuni psicologi.
La voglia di occuparsi di qualcuno per sopperire ai mali commessi. Un bisogno di sacrificarsi all’altro che sfocia spesso nella pura ossessione.
Vedi anche i serial killer. Vedi anche i genocidi. Vedi anche gli omicidi in famiglia.
Moventi nati da un amore traviato. Da un bisogno di rendere la persona amata il proprio cucciolo di cui prendersi cura. E nel momento in cui il cucciolo raggiunge l’età adulta e il possesso su di esso viene a mancare, ecco che l’amore svela tutta la sua sadica essenza.
Forse per questo fu inventata la bomba atomica, anche se non me ne fotteva più di tanto a dire il vero.
No, non ero in terapia né ci stavano atomiche nella mia tracolla.
La mia sola arma era il mio cazzo, e non ne voleva sapere di venir su duro.
Preda del mio malessere. Vittima della mia stessa perversione.
Dunque ero incapace di compiere ogni azione, se non compulsiva. Cose piccole! Come toccarsi le orecchie più volte. Entrare e uscire da una stanza di continuo, e solo concludendo il tutto con numerazioni pari. O ancora rigirare tre volte di fila lo spazzolino da denti prima di rimetterlo al proprio posto, o  accendere e spegnere il televisore quattro volte, prima di sintonizzare su di un canale.
Azioni compulsive! Istinti per non pervenire alla propria paranoia. E la mia paranoia era lì davanti a me. Immobile, bella, soda, indifesa.
Ero la vittima del mio stesso bisogno. Del bisogno di sesso. Del bisogno di azzannare. Del bisogno di mordere. Del bisogno di lacerare. E lei era la preda sacrificale per appagare il mio bisogno. La preda sacrificale che rendeva vano ogni sadico sacrificio, restando lì immobile a farsi accoltellare.
Ero inerme. Non potevo ucciderla. Non potevo sbranarla. Ma ormai, così vicino a lei, non mi sentivo di lasciarla andare via.
Chissà, magari sarei guarito. O a lei sarebbe tornata la voglia di vivere.

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Forse dovevo aspettare. Sì, solo aspettare! Aspettare che lei tornasse a essere una vittima. Che lei tornasse a essere appetitosa. Che lei tornasse a farmi drizzare di nuovo il cazzo.

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Da oggi VIOLA COME UN LIVIDO è prenotabile in cartaceo nelle grandi librerie di ogni città Italiana, oppure sul sito www.damster.it.

Era lei, era Violasan. E la sua pelle era viola come un livido. La sua pelle era tutto un dolore, un infinito supplizio.
Chi era davvero Violasan? Chi era davvero Alessandra?
Forse esistevano entrambe in qualche sogno dove potevano coesistere? E forse, io ero lì, innanzi al miracolo, vedendole per la prima volta assieme in un’anima e in un corpo.
La strinsi più forte a me. Le sue dita affondarono nella mia carne nuda. Poi la lasciarono di colpo. Lei alzò lo sguardo verso il vuoto e sospirò.
“Com’è casa tua?” mi chiese.
“Casa mia?” le risposi.
“Sì, hai un giardino, per caso?”.
“Uhm, no. È un palazzo di cinque piani e io sto al quarto piano”.
“Ma hai un terrazzo?”.
“Beh, sì, ma non grandissimo”.
“E hai qualche pianta?”.
“Pianta?”.
“Lì nel terrazzo. Mi è sembrato di vedere un sacco nero pieno di foglie secche”.
Io restai un attimo in silenzio. Giusto un attimo.
L’accarezzai.
“No, non ho sacchi neri con foglie dentro” le dissi.
Lei sorrise. Sorrise amaramente. Come mai avevo visto prima in quei giorni.
“Che strano. Mi era sembrato di sì” disse. Poi tornò a stringermi forte. Sempre più forte. “Ti voglio bene” disse ancora.
“Anch’io” le risposi, stringendola forte a me. Forte a me, sotto quel telo rosso ormai senza nome.
Restammo ancora lì in silenzio, abbracciati, in silenzio in quella notte buia.
Due pazzi visionari!
Viola si portò le mani alla testa stringendosela forte. Aveva gli occhi chiusi, e sembrava che stesse vedendo chissà cosa, o magari solo cercando di fuggire dalla realtà che ci stava travolgendo con irruenza.
Le accarezzai i capelli affondando le mie dita nei suoi riccioli.
“Che hai, piccola?” le chiesi. Lei restò un attimo in silenzio. Poi si voltò verso di me. Si voltò, restando un secondo zitta. Fissandomi. Inespressiva. Gelida come una pietra di marmo. Fredda come una lapide bianca.
“Niente” mi disse con voce flebile. E strinse il mio volto tra le sue mani, continuando a fissarmi con quel suo strano sguardo.
Restò lì ferma stesa sul lato sinistro. Accanto a me, continuando a fissarmi senza sorridere, senza piangere. Silenziosa! Gelida e impalpabile come uno spettro.
Le chiesi nuovamente che cosa avesse, ma lei mi rispose ancora una volta “niente”, proprio come sempre.
Continuò solo ad accarezzarmi e fissarmi. Silenziosa, immobile. Come se stesse cercando nel mio volto chissà cosa. Come se stesse cercando di entrare in me per sempre, o almeno in quell’istante; forse nell’ultimo attimo a noi concesso.
Chissà cosa stava cercando in me. Cosa vedeva? E mi vedeva veramente?
Già, chi ero io per Violasan? Uno che si era fatto seicento chilometri per scopare? Uno che l’avrebbe portata all’altare? Solo un demente finito lì per caso?
Cristo di un Dio, no! Lei sapeva bene chi ero. Le avevo detto ogni mia porcata. Conosceva ogni mia perversione, ogni mia bravata. Eppure era là. Lì tra le mie braccia. Tra le braccia del maniaco sessuale. Di quello che si faceva le seghe guardando siti porno e senza nasconderlo. Tra le braccia di colui che si bucava la tasca dei pantaloni per smanettarselo davanti a qualche troia in minigonna beccata per strada. Quel porco schifoso che se lo tirava in mano guardando la sua vicina ventenne farsi la doccia, o andava a letto con troie alcolizzate rimorchiate nei peggiori bar del centro di Napoli.
Sì, ero proprio io. Ero il cattivo. Ero la bestia. Ero io il colpevole di tutto il male del mondo.
Omicidio di Kennedy? Mia la colpa! Abraham Lincoln? Sempre io! E Malcom X? Beh, scusate tanto ma quel giorno mi girava storto. Martin Luther King? Mi doveva dei soldi, per questo l’ho fatto fuori.
E ho violentato la Regina Elisabetta e tua figlia. Ho ammazzato il tuo cane di nome Bobby e il tuo gatto Briciola. Sono stato io a violentare il tuo bambino di sei anni. Io ad avvelenare l’acquario con i tuoi pesci. A dar fuoco alla tua auto, bucare le gomme della tua Volkswagen nuova di zecca e pisciare sulle tue bellissime gardenie.
Sono stato io a spingere il carrozzino con dentro tuo figlio giù per un dirupo. Io ho annegato tua moglie, sparato in fronte a tua nonna e truccato i tuoi esami clinici per farti fare una rettoscopia. E ho anche ingannato Otello per fargli uccidere quella troia della moglie. Sono stato io a organizzare il genocidio del millenovecentonovantaquattro in Ruanda, e a convincere quel nanetto di Hitler a sterminare tutti quegli Ebrei spilorci. E la bomba atomica? Sempre una mia idea. Le armi batteriologiche? Farina del mio sacco. La peste bubbonica? Sempre opera mia.
Ecco, ero il nemico pubblico numero uno. Un alcolizzato schifoso che tutti guardavano in malo modo. E Violasan lo sapeva. Sapeva di essere tra le braccia dell’uomo più schifoso dai tempi dei neanderthal. Stretta a un uomo che si ubriacava ogni notte e pisciava nelle bottiglie vuote. Un uomo che spiava le adolescenti, si masturbava davanti a porno violenti e insultava la brava gente per strada.
Lo sapeva! Violasan mi stava fissando. Violasan sapeva chi ero, e nonostante ciò era lì con me. Guardandomi. Magari pensando che presto sarebbe finita. O forse aveva paura che una volta via lei sarebbe finita con un altro per colmare quel vuoto che si portava dentro. Quella ferita che continuava a sanguinare lì nella sua anima, o comunque in un posto nascosto al mondo intero.
Io la strinsi più forte e presi a baciarla e accarezzarla. Lei sorrise, muovendosi nuda sotto quel lenzuolo rosso. Muovendosi contro il mio corpo nudo. Facendomi sentire la sua nuda pelle contro la mia.
Era quella la sua bellezza!
Quelle lacrime, quel sorriso, quella sua perversione, quella sua tenerezza.
Era Viola, e lì alla penombra della luna sembrava un livido; viola come un livido! Una ferita mai sanata. Un dolore mai dimenticato.
Ma non volli chiederle niente. Non volli sapere della sua vita, del suo passato, di qualsiasi cosa avesse vissuto per portarsi dentro quelle invisibili lacrime.
Anche sarebbe servito poi? A niente!
Non avevo le risposte io, e forse, anche se le avessi avute, probabilmente non sarebbe cambiato comunque niente.
Niente! Proprio come accadeva innanzi ogni consiglio o insegnamento. Innanzi ogni saggia dottrina o sontuosa filosofia.
Niente! Le parole non cambiavano mai un cazzo di niente.
Il dolore restava comunque. La miseria non scompariva, e neanche la disperazione o la solitudine.
Le parole servivano solo a far sentire eroici coloro che le proclamavano. A dar loro la sensazione di essere Dio. Di essere capaci di salvare qualcuno. Così speciali da aver potere sulla vita di qualcuno.
A me non importava avere potere su un cazzo di nessuno, tanto meno su Violasan.
No, mi bastava il suo “niente”. Quella risposta mi bastava. Quella risposta diceva più di ogni altra parola. Quella parola diceva che lei non voleva parlarne. Che voleva stare solo lì, tra le mie braccia, vivendo solo quel momento, godendosi quell’istante prezioso che probabilmente non sarebbe mai più venuto.cover_violasan