“La finestra chiusa”, in fase di editing

Ricordo una delle prime volte in cui da piccolo capii il senso della parola umiliazione. Avevo appena cinque anni. Frequentavo l’asilo, e mio fratello la terza elementare. Indossavo un orrendo grembiulino giallo canarino. Non conoscevo ancora il significato della parola odio, ma sentivo di non sopportare quella divisa, come non sopportavo di vederla addosso agli altri bambini attorno a me.
Avevo passato il più delle ore a giocare da solo con le costruzioni. Non amavo stare con gli altri bambini, li reputavo volgari e invadenti, perché avevo sentito da mia madre quelle due espressioni, e dunque doveva essere anche per me così.
Attorno a me, in una stanza simile a una gabbia dalle mura piene di disegni colorati che puzzavano di gessetti e pastelli a cera, i bambini amavano fare giochi di gruppo, e a volte si azzuffavano insultandosi in dialetto che detestavo, perché mia madre lo detestava, e insultandosi proprio come fossero adulti.
Puzzavano persino come gli adulti!
Io preferivo starmene da solo, costruendo cose senza senso che poi avrei distrutto. Ma quel pomeriggio non stavo più costruendo niente. Avevo appena finito di creare un robot a tre teste, per poi vederlo distruggere da un altro bambino che mi urlò contro: «Ricchione!».
Scoppiai a piangere. Iniziai a piangere così forte che la maestra, una vecchia donna dal volto cattivo, dovette afferrarmi per cercare di tranquillizzarmi.
Ricordo come fosse ieri la sua forte stretta, il suo sguardo malvagio e il suo fetido alito di fumo. E ricordo come le afferrai i capelli e le graffiai il viso, urlando e continuando a piangere sempre più forte, ingoiando le mie lacrime salate e vedendo la realtà attorno a me offuscarsi in un vortici di colori a cera contro ai miei occhi arrossati e gonfi di lacrime.
Di certo quella donna desiderò colpirmi con una forza tale da staccarmi la testa dal collo, ma non potendolo fare si limitò a cacciarmi fuori dalla classe: cinque anni, poco più di un metro d’altezza, poche ossa in un odioso grembiulino giallo, e già mi trovavo in castigo. Già fui gettato via. Già fui bollato come sbagliato.
Stavo fermo contro al muro accanto alla porta della classe, ancora in lacrime, impaurito, e senza capire quale fosse la mia vera colpa.
Ricordo che quel corridoio sembrava gigantesco, e i disegni colorati erano in quel momento orrendi: uccelli rosa mi sembravano demoni, e pesciolini rossi erano per me diavoli.
Tremavo come una foglia, solo e smarrito, tirando su con il naso il muco che mi colava fino alle labbra e guardandomi attorno in cerca della mia mamma, respirando solamente un soffocando odore di gesso, e continuando a non comprendere quale fosse la mia colpa.
Ma non ci stava nessuno lì. No, fui abbandonato. Fui rifiutato. Fui gettato via come immondizia: la stessa che mio padre non voleva mai scendere di sera, costringendo la mamma a farlo.
Tremando, capendo per la prima volta nel mio giovane cuore il senso della parola “confusione”, guardai una delle porte in quel gigantesco corridoio che si protraeva fino all’infinito.
Era l’ultima porta sulla sinistra. Una normalissima porta di plastica con nel mezzo un oblò di vetro.
Sapevo che era la sua di classe, e asciugandomi le lacrime con il mio piccolo pugno camminai lentamente verso di essa, desiderando solamente che qualcuno mi stesse vicino. Desiderando solamente che qualcuno mi dicesse che tutto andava bene, abbracciandomi.
Ma andava bene per davvero?
Dovetti alzarmi sulla punta dei piedi per arrivare al vetro, tenendo poggiate con forza le mie piccole e paffute mani contro la fredda plastica della porta.
Guardai al di là di quel vetro opaco. Una donna di circa trent’anni stava seduta dietro a una cattedra, urlando a gran voce parole che non potevo sentire, mentre una classe composta da circa venti bambini con addosso grembiulino blu o rosa e al collo un fiocco verde, fingevano di ascoltarla persi nei propri pensieri.
Io guardavo mio fratello e sorridevo. Sorridevo come quando mia mamma mi stringeva forte, perché speravo che lui mi vedesse, ma non mi vide neanche quando un ragazzino biondo e ciccione cominciò a ridere guardando verso di me e indicandomi con il dito.
In breve tutta la classe iniziò a ridere. I loro occhi erano su di me. Le loro risate sembravano liquefare quel pezzo di plastica che ci divideva, roteando attorno a me come tanti spettri crudeli.
Smisi di sorridere. Un patetico broncio tremò sul mio viso, e gli occhi tornarono gonfi di lacrime.
Sentii solamente una calda, atroce lacrima colare sulla mia guancia arrossata forse più dalla vergogna che dal dolore, mentre fissavo ancora quei volti, sentendomi solamente un inutile sgorbio.
Mio fratello mi vide?
Non fu certo lui a uscire da quella porta quando si spalancò. No, furiosa e veloce la maestra si pose davanti a me, e io in un millesimo di secondo non vidi altro che i suoi occhi iniettati di odio, percependo poi tre violentissimi schiaffi contro la mia piccola mano.
Uno.
Due.
Tre.
Poi la maestra sbatté la porta contro la mia faccia. Non si sentì più alcuna risata provenire da quella classe, né tantomeno riuscii a piangere.
Rimasi lì immobile come fossi stato appena violentato. Non conoscevo neanche il significato di quella parola, ma sapevo che faceva male sentirsi un niente. Sapevo che era tremendo sentirsi deriso, umiliato: era come essere stato ucciso.
No, non versai una lacrima, ma sentii qualcosa di caldo contro le mie cosce, e poi lungo sulle ginocchia.
Il grembiulino diventò di un giallo scuro, e un acre odore di urina giunse fino alle mie narici, mentre io stavo lì immobile, tremulo, fissando quella porta mentre la mia mano arrossata pulsava dal dolore.
Quando mia madre venne a prenderci la maestra non mi aveva tolto di dosso neanche il grembiulino. No, le disse che mi ero comportato male, e le consigliò di trovare un buon sostegno psicologico perché io potessi riuscire a inserirmi assieme agli altri bambini.
Non dissi nulla mentre loro parlavano. Avevo solamente bisogno di un abbraccio, mentre gli ultimi bambini della classe uscendo mi guardavano e deridevano indicando il mio grembiule bagnato, e mia madre continuava a cercare di capire come fare di me un bambino perfetto.
Avrei avuto solamente bisogno di un abbraccio, ma non mi abbracciò neanche quando andammo verso casa: lei con il mio grembiulino sporco in una busta, e io nella sua mano, tenendo strette le gambe per la vergogna, cercando di nascondere a tutti quella macchia di urina, mentre mio fratello parlava della sua giornata a scuola.
Possibile che non mi aveva visto? E mia madre aveva notato la mia mano rossa e indolenzita?
No, nessuno notò niente, e il giorno dopo andai a scuola con il pannolino, e per colpa di coloro che mi credevano diverso capii cosa significasse sentirsi diverso.
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Forse una delle parti più dolorose e cruente di “Nuda”, romanzo ancora in fase di editing, e non per tutti gli editori.

Con un fendente, stringendomi forte, mi trapassò le carni e l’anima. Stringendomi forte e affondando i suoi denti nel mio minuto collo.
Un gemito di piacere e di dolore rimbombò in quella buia e silenziosa tomba in cui noi, condannati a morte, stavamo perpetuando il delitto che ci avrebbe condotti infine al suicidio.
Lui iniziò a muoversi su di me con decisione. Con forza. Stringendomi come se volesse stritolarmi. Mordendomi il collo come se volesse lacerarlo. E io, sotto di lui, mi muovevo al suo stesso ritmo; meccanicamente, violentemente, disperatamente su di un materasso impregnato di lacrime più che di sudore. Agitandomi su lenzuola che non avevano su di esse il profumo di sesso, ma solamente il fetido tanfo del sangue; sangue vomitato da due bestie che si stavano dimenando in una landa priva di luce.
Ero io a scopare lui, non lui me. Ero io a violentare me stessa, non lui. Era quello il mio masochistico delirio, e io ero le mie dita divorate. Il vomito gettato nel cesso dopo una lunga abbuffata. Ero la mia fica smembrata dalla sua violenza. Dalla mia violenza. Dalla voglia di non essere mai nata. Da quella voglia di morire, perché incapace a vivere.
Mi muovevo sotto di lui come se volessi prenderlo pugni, urlando in me “Pugnalami. Pugnalami. Pugnala il mio cuore marcio. Puniscimi per essere nata”.
Questo rimbombava nella mia testa mentre il mio corpo, come fosse una bambola di plastica, veniva scosso dalle sue spinte. Agitandomi a mia volta sotto di lui e sentendo il suo corpo sudato, rabbioso, colmo di dolore che si muoveva sul mio; penetrandomi, colpendomi con forza. Colpi simili a pugnalate in cui era intriso tutto il suo dolore nei confronti di una vita che l’aveva relegato in un dipinto. Quella mia stessa rabbia che, con atti masochistici, si scagliava contro di lui, costringendolo ad uccidermi e uccidersi. Colpendolo mentre lui mi colpiva. Muovendomi assieme a lui mentre la stanza roteava attorno a noi: tutto confuso, stordito, lontano, come se non fossimo più noi a stare lì, ma solamente le viscere di due cadaveri ormai putrefatte. Solamente sangue che nessuno avrebbe mai lavato via. Il sangue di vite gettate tra cumuli di rifiuti tossici, mai nate; aborti strappati dal grembo materno e lasciati al freddo, mentre gli ultimi secondi di una vita mai compiuta ancora pulsavano nei loro informi cuori, mostrandogli una vita che mai avrebbero avuto. Un nome che mai avrebbero avuto.
E qual era il mio nome? Qual era il suo nome?
Un gemito di rabbia donò un nome a entrambi, mentre lui, stritolandomi, diede un colpo fortissimo in me, accolto dal mio pube famelico; dal mio corpo affamato di quella vita rubata, lì sotto di lui, dimenandosi come fossi indemoniata. Inchiodata a un letto che non aveva più il sapore dei nostri baci e dei nostri giuramenti, ma solamente lo stesso nauseante sapore di un bacio di un omicida dato sulla carcassa della propria vittima.
Infine, si lasciò cadere su di me. Nel buio. Nel buio che celava quel delitto. In un silenzio dove solamente i nostri respiri affannati rimbombavano, come monito a una fatica che ci aveva uccisi, senza però cancellare nulla dai nostri cuori avariati.
Saremmo mai stati liberi?

 

Tratto da “Lei”, romanzo ancora inedito.

E come si fa a dimenticare?
Se ti amputassero un braccio, riusciresti a dimenticare di averlo avuto? O magari lo sentiresti ancora vivo, attaccato al tuo corpo? Forse ne percepiresti ancora la sensazione. Sentiresti i peli drizzare sulla pelle. I piccoli stiramenti muscolari. Le fitte dovute alla cervicale.
Sindrome dell’arto fantasma viene chiamata. E vale anche per le persone? Vale anche quando perdi una persona?
Togli una donna dalla vita di un uomo, e lui la sentirà ancora presente. Sentirà la sua pelle, il suo profumo, la sua voce.
Alcune volte, nella notte, dormendo, cercherà persino di stringere il corpo di lei. Trovandosi poi da solo. Da solo nel nulla. Senza un braccio. Senza un arto. Senza una donna. Senza una vita.
Sindrome dell’arto fantasma. Percepire ancora l’arto amputato, e provare uno straziante senso di angoscia nel non poterlo muovere.
Sindrome dell’altro fantasma. Una donna viene estirpata dalla tua vita, e tu provi un indicibile tormento nel sentirla ancora accanto a te, ma senza poterla raggiungere.
Tutti ci passano prima poi. Tutti siamo mutilati, chi in un modo o in un altro. Tutti ci siamo disperati sentendo ancora quel braccio perso, ma senza poterlo muovere.

Tratto da “La finestra chiusa”, romanzo ancora in fase di editing, e non per tutti.

Mio nonno usava una colonia simile. Era gialla e stava in una grossa bottiglia di vetro.
La casa dove visse mio nonno, e dove ancora vivono le mie zie Lucia e Imma, è su due livelli. Mio nonno aveva la sua camera da letto al secondo piano, e quando andavo a dormire da lui restavo sempre in una delle stanze su quello stesso piano.
In casa ci stavano due bagni, uno al piano superiore e uno a quello inferiore. Mio nonno usava solamente quello al piano superiore. Sembrava solamente suo: suo e suo soltanto!
Non vidi mai oggetti da donna lì dentro, ma solamente i suoi effetti personali che teneva stipati con gelosa cura. Il kit per la barba era riposto in un borsello di pelle marrone. Dentro ci stavano lamette, un rasoio di quelli a lama retraibile, un barattolo con del sapone da barba, alcuni piccoli flaconi di profumo e un paio di forbicine per le unghie. Sul lavello, sempre allo stesso punto, stava poggiata la bottiglia con il suo dopobarba, un pettine d’osso, una spazzola, e un bicchiere con dentro uno spazzolino e del dentifricio.
Quel posto mi sembrava immacolato, come un tempio sacro. E quando mio nonno di mattina mi permetteva di entrarvi io mi sentivo come un esploratore in una grotta piena di tesori segreti.
Erano i suoi tesori che mi mostrava, mentre stava fermo davanti allo specchio radendosi, avvolto da un alone di profumi freschi e dolci.
Affondava un pennello di peli di bue nel barattolo verde del sapone da barba. Faceva un paio di giri finché le setole diventavano bianche, e poi spalmava il sapone sulle sue guance, sopra e sotto le labbra e fin sotto al mento, lasciando che attorno a me si espandesse un fresco profumo di eucalipto e menta.
Mi veniva da sorridere ogni volta che lo vedevo far quel gesto. Era bello vederlo in quella sua quotidiana semplicità: lui, per me così forte e inarrivabile, ma al tempo stesso semplice e dolce come il più tenero e ingenuo dei bambini.
A volte mi permetteva di imitarlo. Coprivo il mio volto glabro con la sua schiuma da barba. Lui mi insegnò a farlo. E poi con un rasoio senza lama, da lui preparato per me, seguivo i suoi movimenti fingendo di rasarmi.
Ero il solo a poter entrare nel suo mondo, e lui sorrideva quando mettevo la sua colonia da barba sulle guance, come fossi il figlio maschio che mai aveva avuto.
Sento ancora quel profumo sotto al mio naso e sulla mia pelle, e dentro l’intero vicolo. Lo sento spesso quando mi rigiro nel letto, desiderando ancora una parola di quell’uomo che non rivedrò più.
Una volta cercai di fare lo stesso assieme a mio padre. Lui aveva del sapone da barba in una bomboletta spray, e delle lamette usa e getta di quelle della BIC.
Non ricordo alcun sorriso. Non ricordo niente di bello in quel momento. Lui non aveva preparato nessuna lametta per me, e quasi mi tagliai passando una di quelle BIC sul mio giovane volto.
Avrei voluto che mio padre fosse stato come mio nonno. Mio padre avrebbe dovuto insegnarmi certe cose, e non mio nonno. Ma si sa, la vita non va mai come si desidera. La vita non è mai una scatola di cioccolatini, ma solamente una pistola a tamburo pronta per una tremenda roulette Russa.
Il proiettile avrebbe mai spaccato il mio cervello? O forse era già successo?
So solamente che mi manca da morire mio nonno, e che non sorriderò mai più fingendo davanti a lui di farmi la barba. E non mi sentirò mai più un uomo speciale, simile a un principe, solo e unico ospite nella stanza del migliore fra i Re.
Quanto avrei voluto che fosse mio padre quel Re!

Tratto da “La finestra chiusa”, romanzo ancora in fase di editing, e non per tutti.

Ricordo una delle prime volte in cui da piccolo capii il senso della parola umiliazione. Avevo appena cinque anni. Frequentavo l’asilo, e mio fratello la terza elementare. Indossavo un orrendo grembiulino giallo canarino. Non conoscevo ancora il significato della parola odio, ma sentivo di non sopportare quella divisa, come non sopportavo di vederla addosso agli altri bambini attorno a me.
Avevo passato il più delle ore a giocare da solo con le costruzioni. Non amavo stare con gli altri bambini, li reputavo volgari e invadenti.
Attorno a me, in una stanza simile a una gabbia dalle mura piene di disegni colorati che puzzavano di gessetti e pastelli a cera, i bambini amavano fare giochi di gruppo, e a volte si azzuffavano insultandosi in dialetto proprio come fossero adulti.
Puzzavano persino come gli adulti!
Io preferivo starmene da solo, costruendo cose senza senso che poi avrei distrutto. Ma quel pomeriggio non stavo più costruendo niente. Avevo appena finito di creare un robot a tre teste, per poi vederlo distruggere da un altro bambino che mi urlò contro «Femminiello!».
Scoppiai a piangere. Iniziai a piangere così forte che la maestra, una vecchia donna dal volto cattivo, dovette afferrarmi per cercare di tranquillizzarmi.
Ricordo come fosse ieri la sua forte stretta, il suo sguardo malvagio e il suo fetido alito di fumo. E ricordo come le afferrai i capelli e le graffiai il viso, urlando e continuando a piangere sempre più forte, ingoiando le mie lacrime salate e vedendo la realtà attorno a me offuscarsi in un vortici di colori a cera contro ai miei occhi arrossati e gonfi di lacrime.
Di certo quella donna desiderò colpirmi con una forza tale da staccarmi la testa dal collo, ma non potendolo fare si limitò a cacciarmi fuori dalla classe: cinque anni, poco più di un metro d’altezza, poche ossa in un odioso grembiulino giallo, e già mi trovavo in castigo. Già fui gettato via. Già fui bollato come sbagliato.
Stavo fermo contro al muro accanto alla porta della classe, ancora in lacrime, impaurito, e senza capire quale fosse la mia vera colpa.
Ricordo che quel corridoio sembrava gigantesco, e i disegni colorati erano in quel momento orrendi: uccelli rosa mi sembravano demoni, e pesciolini rossi erano per me diavoli.
Tremavo come una foglia, solo e smarrito, tirando su con il naso il muco che mi colava fino alle labbra e guardandomi attorno in cerca della mia mamma, respirando solamente un soffocando odore di gesso.
Ma non ci stava nessuno lì. No, fui abbandonato. Fui rifiutato. Fui gettato via come immondizia: la stessa che mio padre non voleva mai scendere di sera, costringendo la mamma a farlo.
Tremando, capendo per la prima volta nel mio giovane cuore il senso della parola “confusione”, guardai una delle porte in quel gigantesco corridoio che si protraeva fino all’infinito.
Era l’ultima porta sulla destra. Una normalissima porta di plastica con nel mezzo un oblò di vetro.
Sapevo che era la sua di classe, e asciugandomi le lacrime con il mio piccolo pugno camminai lentamente verso di essa, desiderando solamente che qualcuno mi stesse vicino. Desiderando solamente che qualcuno mi dicesse che tutto andava bene.
Ma andava bene per davvero?
Dovetti alzarmi sulla punta dei piedi per arrivare al vetro, tenendo poggiate con forza le mie piccole e paffute mani contro la fredda plastica della porta.
Guardai al di là di quel vetro opaco. Una donna di circa trent’anni stava seduta dietro a una cattedra, urlando a gran voce parole che non potevo sentire, mentre una classe composta da circa venti bambini con addosso un grembiulino blu e al collo un fiocco verde, fingevano di ascoltarla persi nei propri pensieri.
Io guardavo mio fratello e sorridevo. Sorridevo come quando mia mamma mi stringeva forte, perché speravo che lui mi vedesse, ma non mi vide neanche quando un ragazzino biondo e ciccione cominciò a ridere guardando verso di me e indicandomi.
In breve tutta la classe iniziò a ridere. I loro occhi erano su di me. Le loro risate sembravano liquefare quel pezzo di plastica che ci divideva, roteando attorno a me come tanti spettri crudeli.
Smisi di sorridere. Un patetico broncio tremò sul mio viso, e gli occhi tornarono gonfi di lacrime.
Sentii solamente una calda, atroce lacrima colare sulla mia guancia arrossata forse più dalla vergogna che dal dolore, mentre fissavo ancora quei volti, sentendomi solamente un inutile sgorbio.
Mio fratello mi vide?
Non fu certo lui a uscire da quella porta quando si spalancò. No, furiosa e veloce la maestra si pose davanti a me, e io in un millesimo di secondo non vidi altro che i suoi occhi iniettati di odio, percependo poi tre violentissimi schiaffi contro la mia piccola mano.
Uno.
Due.
Tre.
Poi la maestra sbatté la porta contro la mia faccia. Non si sentì più alcuna risata provenire da quella classe, né tantomeno riuscii a piangere.
Rimasi lì immobile come fossi stato appena violentato. Non conoscevo neanche il significato di quella parola, ma sapevo che faceva male sentirsi un niente. Sapevo che era tremendo sentirsi deriso, umiliato: era come essere stato ucciso.
No, non versai una lacrima, ma sentii qualcosa di caldo contro le mie cosce, e poi lungo sulle ginocchia.
Il grembiulino diventò di un giallo scuro, e un acre odore di urina giunse fino alle mie narici, mentre io stavo lì immobile, tremulo, fissando quella porta mentre la mia mano arrossata pulsava dal dolore.
Quando mia madre venne a prenderci la maestra non mi aveva tolto di dosso neanche il grembiulino. No, le disse che mi ero comportato male, e le consigliò di trovare un buon sostegno psicologico perché io potessi riuscire a inserirmi assieme agli altri bambini.
Non dissi nulla mentre loro parlavano. Avevo solamente bisogno di un abbraccio, mentre gli ultimi bambini della classe uscendo mi guardavano e deridevano indicando il mio grembiule bagnato, e mia madre continuava a cercare di capire come fare di me un bambino perfetto.
Avrei avuto solamente bisogno di un abbraccio, ma non mi abbracciò neanche quando andammo verso casa: lei con il mio grembiulino sporco in una busta, e io nella sua mano, tenendo strette le gambe per la vergogna, cercando di nascondere a tutti quella macchia di urina, mentre mio fratello parlava della sua giornata a scuola.
Possibile che non mi aveva visto? E mia madre aveva notato la mia mano rossa e indolenzita?
No, nessuno notò niente, e il giorno dopo andai a scuola con il pannolino, e per colpa di coloro che mi credevano diverso capii cosa significasse sentirsi diverso.
E nessuno mi strinse. No, nessuno abbracciò quella mia diversità.
Ora avrei tanto bisogno di un abbraccio, ma camminando in questa folla di volti, nessuno mi vede. Non è cambiato nulla da quando ero quel piccolo bambino ritto sulle punte di piedi contro a una misera porta.
Qualcuno percuoterà ancora una volta le mie mani?

Tratto da “La finestra chiusa”, romanzo ancora in fase di editing, e non per tutti.

Mia zia sta morendo, e ormai non ci sta niente da fare. Lei sta morendo, e ancora una volta non sono riuscito a dirle di volerle bene, come non lo dissi a mio padre e a mio nonno prima della loro morte, e come forse non lo dirò neanche a mia madre.
E se io dovessi morire prima di mia madre, invece quante volte lei mi urlerebbe contro il suo volermi bene?
A volte me lo dice già adesso. Non ha il coraggio di dirmelo a voce, no, perché sa che riceverebbe in cambio solamente freddezza. Mi lascia dei bigliettini, ad esempio scrivendomi che è andata fare la spesa, per poi terminare con un lancinante “Ti voglio bene”, come se mi stesse supplicando di ricambiare quel suo amore con le sue stesse parole. Tre semplici parole! Tre parole che non riesco più a dire. Tre parole bloccate nella mia trachea come un sasso che mi sta soffocando. Tre parole che non riuscirò mai a dire a mia madre.

Tratto dal racconto “Metastasi”, presente nell’antologia Macerie, cui ricavati saranno donati alle vittime di Amatrice.

La stessa scena ripetuta ogni giorno. La mia illusione di avere qualche certezza. L’illusione che nulla mai potesse più toccarmi.
Non quella mano, almeno. Non quella mano che emanava un tremendo tanfo di sudore.
«Sei così dolce, piccola Lia».
Era il mio regalo di Natale. Quel regalo che non avrei mai più dimenticato. Quel regalo che non avrei mai potuto gettar via, ma che avrei tenuto per sempre nascosto, proprio come lui mi aveva sempre raccomandato di fare.
«Questo è il nostro piccolo gioco. Il nostro piccolo segreto» diceva, mentre terrorizzata, nel buio, non riuscivo a provare altro che angoscia, ansia e disgusto sentendo la sua mano sul mio viso. Quella sua mano che accarezzava il mio piccolo corpo, mentre sorridendomi continuava a dirmi «Non dirlo però alla mamma, o potrebbe ammalarsi e morire».
Sì, era quello il nostro patto segreto. Io lo sapevo. Lui lo sapeva.
Io non dovevo dire nulla. Dovevo gioire persino del suo regalo. Giocare con lui!
Già, era il nostro gioco, e quella che un tempo era la dimora di mille risate, la mia stanza piena di peluche e dalle pareti rosa, era di colpo diventata la cella dove tenere al sicuro quel segreto. Un mattatoio dove venivo fatta a pezzi. Notte dopo notte. Giorno dopo giorno. Attimo dopo attimo.
Cosa rimase di me, se non un corpo paralizzato, immobile su di un letto?