Tratto dal racconto “Katja”.

Katja aveva sedici anni e sapeva soltanto di non voler morire ancora una volta.
I suoi occhi color nocciola si perdevano negli sguardi di mille volti che si susseguivano velocemente fra palazzi, negozi e vetrine luminose addobbate a festa.
Il suo sguardo era una continua supplica d’amore, ma nessuno lo vedeva, proprio come nessuno aveva mai accolto le sue preghiere, forse tranne la volta in cui a dodici anni aveva pregato l’icona della Madonna di Tropea chiedendole di far morire suo padre.
Sul letto di morte l’aveva fissato intensamente con occhi senza vita come quelli di uno squalo, e le labbra erano serrate in una smorfia tremula, come se stesse faticando a trattenersi dal vomitargli dritto in bocca tutto l’odio che pulsava nel suo piccolo corpo.
Avrebbe voluto ucciderlo lei, anziché vederlo portare via da un cancro.
Ma la morte di suo padre non le aveva portato via dalla pancia i crampi che le laceravano l’anima, né le aveva ridato la sua infanzia, e il futuro ormai flebile come il respiro di un vecchio moribondo.
Quella morte non le aveva dato altro che l’immagine di una tomba svanita sotto cumuli di puzzolente e fredda terra.
Sentiva ancora i colpi sordi delle vangate contro la bara, desiderando di dissotterrare suo padre per ucciderlo nuovamente.
Ma non poteva fare nient’altro che fuggire, ancora una volta. Ormai Katja era solamente una bambola di vetro. Un piccolo tocco avrebbe potuto spaccarla in mille pezzi, come fosse una crosta al di sopra di una ferita ancora pulsante.
Ma lei non avrebbe mai permesso a nessuno di farla sanguinare. Non più. Non ancora una volta.
Camminava a passo spedito per le strade di Napoli illuminate dalle luci giallognole dei lampione, dai rettangoli di luce provenienti da antichi palazzi che cingevano una piazza adornata di festoni natalizi, e dai fasci di luce scagliati all’orizzonte da automobili che le sembravano tutte identiche, proprio come i volti delle persone che si avvicendavano in una soffocante orgia di carne.
Lei continuava soltanto a camminare, fissando i suoi piccoli piedi avvolti da scarpe di tela. Tesa al punto che nemmeno il freddo sembrava toccarla.
Ma ogni volta che una persona la sfiorava, il suo cuore sussultava fino a salirle in gola, e con uno scatto ferino si voltava, facendo volare in aria i suoi lunghi capelli biondi come fossero un drappo mosso dal vento.
Le sembrava di stare in un turbinio di occhi che la fissavano, e mani che cercavano di afferrarla.
Lei continuava ad andare avanti, sempre più veloce, come qualcuno che ha una meta da raggiungere urgentemente.
Soltanto che lei non sapeva dove andare.
Stava vagando alla cieca. Camminando spedita come se stesse fuggendo, quasi nascondendo se stessa in abiti da maschiaccio.
La gente l’attraversava come se lei fosse fatta d’aria, muovendosi in un rettangolo di cemento che avvolgeva la piazza centrale: un insieme di palazzi che si susseguivano in un gelido abbraccio attraversato da piccoli vicoli da cui provenivano le luci delle insegne di qualche albergo per puttane e viaggiatori, e nel mezzo, un intreccio di fili di ferro si ergeva su tubi metallici che come tronchi uscivano fuori dal cemento, sovrastando la nuova stazione della metropolitana e il brusio di voci, passi e lamenti nel mezzo di cui lei vagava andando avanti leggera come i rifiuti che volavano in aria mossi dal vento, osservando con occhio acuto e diffidente le coppie che si tenevano per mano, i vecchi lamentosi immobili davanti a qualche fermata d’autobus, le grasse donne vestite con abiti da mercato che uscivano da alimentari prossimi alla chiusura, lavoratori frettolosi che avanzavano urlando contro a un cellulare, e persone che fissavano le vetrine dei negozi, mentre negri dal volto arrabbiato e le membra stanche raccoglievano le proprie bancarelle e bustoni di plastica, pronti a svanire in dei vicoli come fossero delle blatte.
Oltrepassò una donna che teneva stretta la mano della propria bambina. Una folata di profumo di marca la travolse, e la voce della bambina risuonò nei suoi timpani: «Mamma, mi compri un giocattolo?»
Katja chiuse gli occhi e strinse i pugni. Affrettò il passo. Le sue scarpe rotte si muovevano sul freddo cemento, e lei cercava di non sentire il profumo di torrone e di dolci provenienti da una piccola pasticceria dalle vetrine luminose, né di vedere i festoni colorati e lucenti che adornavano i palazzi, sovrastando le luci giallognole dei lampioni e i fari delle auto.
Svoltò in un vicolo, in fretta, come un topo che fugge udendo dei passi.
Il vicolo era buio, illuminato appena dalle luci di qualche finestra da cui si udivano le voci dei televisori, rumori di posate contro dei piatti, e alcuni africani che parlavano come se stessero litigando.
Affrettò il passò, guardando soltanto in avanti, mentre ai suoi lati si susseguivano portoni arrugginiti e vecchie balconate identiche fra esse, e ovunque cumuli di rifiuti marcivano appestando l’aria già di suo fetida di vecchio e muffa.
Svoltò in un altro vicolo, e poi in un altro ancora, e in un altro ancora. Correva freneticamente in una ragnatela dove tutto sembrava sempre uguale; in un buio talmente fitto da essere palpabile e in cui non ci stava anima viva, e dove non sembrava neanche essere vicino il Natale.
Si guardò attorno. Un gatto guizzò da un cassonetto straboccante di sacchetti neri, e una bottiglia rotolo nell’oscurità, fino a fermarsi contro un altro ammasso di rifiuti.
Gli occhi tremuli di Katja osservarono i portoni dei palazzi, e poi uno stretto vicolo alla sua sinistra, e più avanti, sulla sua destra ancora un altro vicolo.
Non sapeva dove andare. La Caritas aveva chiuso. Nell’hotel dove era stata la notte prima non le avrebbero fatto più credito, e il vecchio albergatore: un porco grasso e dalla faccia simile a un mastino, le aveva già fatto intendere che avrebbero potuto trovare un accordo per pagare la stanza.
Katja avrebbe voluto conficcare nella pancia di quel porco un paio di forbici, proprio come aveva desiderato fare con suo padre, ma invece non le rimase che camminare ancora in un buio vicolo dove nulla udiva se non i rumori dei propri passi, respirando un miasma di piscio e immondizia proveniente dalle umide mura dei palazzi.
Entrò in uno di essi. Era vecchio. Sembrava cadere a pezzi, e il portone era pressoché inesistente.
Calpestò vecchi volantini e preservativi usati, fino a nascondersi in un sottoscala, tremula e affamata come fosse un gattino abbandonato.
Restò immobile senza dire una parola, osservando il portone senza saperne nemmeno il motivo, mentre sentiva fino in gola un disgustoso puzzo di piedi sudati, cavoli e sperma proveniente dalle mura.
Era abituata a quel fetore. Era lo stesso che aveva respirato per anni nella casa dov’era cresciuta, ed era lo stesso che aveva sentito quando rimasta orfana era andata a vivere da suo zio Bogdan, il fratello di suo padre.
A lui gliele aveva conficcate davvero delle forbici nella pancia, anche se erano troppo piccole per ucciderlo, proprio come lo era lei.
Da allora, da quando aveva soltanto tredici anni, aveva girato di posto in posto, e ognuno di essi puzzava come quel palazzo.
Se la sentiva costantemente addosso quella puzza, come fosse l’odore della propria pelle: una pelle che ormai sembrava stesse cadendo a pezzi, proprio come le pareti pieni di scritte schifose di quel palazzo.
Si guardò ancora attorno, attenta e furtiva, senza nemmeno capire cosa stesse cercando.
Non avrebbe mai trovato un appartamento abbandonato, lo sapeva; e anche se l’avesse trovato, di certo non sarebbe stato vuoto.
Strinse le ginocchia coperte da un jeans stracciato fra le sue esili braccia e poggiò la testa su di esse, continuando a fissare il portone, senza più sapere cosa fare. Senza più sapere cosa farne della propria vita.
Poi improvvisamente udì il portone strisciare sul pavimento e lo vide aprirsi lentamente.
I suoi balzarono, e come un animale impaurito si tirò indietro, cercando di svanire nell’ombra, restando rannicchiata in un angolo come fosse una bambina in castigo.
In un silenzio simile a un incubo alcuni passi batterono sul pavimento mentre Katja, nascosta, terrorizzata non osava scorgere la testa per vedere chi stava avanzando.
Sentì poi i passi fermarsi. Una mano le strinse la gola e il suo cuore iniziò a battere all’impazzata, tanto che istintivamente si schiacciò il petto con le mani, come se avesse paura che qualcuno potesse sentirla.
Non udì alcun rumore per secondi che le sembrarono anni, immobile, tesa come un nervo pronto a spezzarsi, e iniziando a sentire la sua fronte imperlarsi di gelido sudore nonostante il freddo.
Un rumore le fece salire lo stomaco fin nel torace. Fu un lungo respiro, simile a un sospiro, seguito subito da colpi di tosse così forti che sembrarono rimbombare nella tromba delle scale.
Tremando, stretta nel proprio giubbetto, scorse lentamente la testa, come uno scarafaggio che timidamente caccia le antenne da sotto a un mobile prima di uscire allo scoperto.
Ancora palpitante, sentendo il cuore battergli nel collo, vide un uomo vestito con abiti scadenti e dai colori sparati, probabilmente poco meno che quarantenne, mantenersi con una mano al muro e tossendo talmente forte che sembrava gli stesse uscendo il cuore di bocca.
Katja restò a guardarlo per tutto il tempo. L’uomo sembrava davvero stesse morendo, che avesse bisogno di aiuto, ma lei rimase immobile, osservando le labbra di quello sconosciuto contorcersi e la lingua uscirgli a scatti dalla bocca come fosse la testa di un serpente.
Poi la tosse rallentò. Un rantolo si mosse nella gola di quell’uomo mentre si tirò in piedi, barcollando e asciugandosi il sudore, respirando avidamente come se fosse appena emerso da un profondo oceano.
Senza ritegno alcuno sputò una macchia verdastra di muco alla sua sinistra, e lento, come se la realtà attorno a lui fosse molle e appiccicosa, alzò lo sguardo verso il vuoto.
Gli occhi di Katja e di quello strano uomo si sfiorarono per un secondo impercettibile, ma talmente pesante sulla pelle di lei da farla strepitare.
Si tirò indietro di scatto. Contro al muro. Tremando come una lepre nella propria tana che cerca di nascondersi da una volpe famelica.
Velocemente, in pochissimi secondi, iniziò a frugare nelle proprie tasche, agitata, in cerca di qualsiasi cosa per difendersi, ma tastando soltanto alcune sigarette, un accendino, delle monete e un sacchetto di stoffa.
Ma non trovò niente, e stringendo i pugni, strizzando gli occhi dalla paura e digrignando i denti, sentì i passi di quell’uomo avvicinarsi e poi la sua voce dire: «E tu chi sei?»
Katja udì ancora altri due passi. Poi un altro, e basta.
Non sapeva se lui fosse già lì. Non sapeva chi fosse, né cosa potesse mai volere da lei.
Aveva soltanto paura. Aveva persino paura di aprire gli occhi. Si stringeva forte, tremando e accalcandosi contro al muro, come se sperasse di poter svanire.
Ma quando quel silenzio carico di soffocante tensione fu rotto dalla voce di quell’uomo che esclamò: «Ma fa un po’ come ti pare!», improvvisamente i suoi occhi si spalancarono, e il cuore le smise di palpitare.
Scostò lo sguardo alla sua sinistra, senza vedere null’altro che l’angolo del muro a cui era appoggiata, e una fioca luce giallognola proveniente da essa.
Poi i passi dell’uomo iniziarono nuovamente a battere sul pavimento. Erano lenti, come se si stesse trascinando: e forse in parte lo stava facendo davvero.
Katja guizzò fuori dal proprio nascondiglio, restando ferma, in ginocchio sul freddo pavimento e fissando la schiena di quell’uomo.
Lui si fermò, ansimò e poi si voltò, osservando Katja ma senza dire nulla, quasi non la stesse nemmeno vedendo per davvero.
I loro occhi restarono intrecciati come ossa calcificate che giacciono in una fosse comune.
Katja vedeva negli occhi di quell’uomo soltanto stanchezza e dolore, come se fosse troppo vecchio per fare qualsiasi cosa. Mentre lui, beh, osservando Katja forse non vedeva niente; e qualsiasi cosa vedesse non voleva vederla.
Nessuno dei due mosse un solo muscolo. Nella penombra si vedevano soltanto il petto di lei e quello di lui pulsare, quasi fosse possibile vedere il respiro di entrambi denso e tangibile.
Lui, silenzioso, accese una sigaretta, tossendo ancora, e poi si girò riprendendo a camminare.
Katja balzò in piedi, come se ogni parte di sé fosse una mano protesa verso la schiena di quello sconosciuto.
«Aspetta» strepitò con una voce da bambina impaurita che, almeno per un attimo, sembrò dar forma a quello sconosciuto, separandolo dalle ombre che lo avvolgevano.
Lento, quasi pesante come un macigno, si mosse nella stanza come se la stesse respirando e si voltò verso di lei.
La guardò negli occhi: essi tremavano, e sembravano in procinto di piangere, mentre lo sguardo dell’uomo era soltanto fiacco come quello di un cane randagio ormai troppo vecchio per lottare ancora. E come un vecchio cane che attende la morte, così lui rimase zitto, in attesa, avvolto dal fumo esalato dalla propria bocca.
Katja fece appena una passo verso di lui. Si guardò attorno come se cercasse qualcosa, e poi tornò a lui, senza aver trovato nient’altro.
«Puoi aiutarmi?» gli chiese con un filo di voce, così leggera da sembrare avere la consistenza del vetro.
Lui sbuffò e gettò la sigaretta a terra.
«Non hai un posto dove andare, vero?»
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“La finestra chiusa”, in fase di editing

Ricordo una delle prime volte in cui da piccolo capii il senso della parola umiliazione. Avevo appena cinque anni. Frequentavo l’asilo, e mio fratello la terza elementare. Indossavo un orrendo grembiulino giallo canarino. Non conoscevo ancora il significato della parola odio, ma sentivo di non sopportare quella divisa, come non sopportavo di vederla addosso agli altri bambini attorno a me.
Avevo passato il più delle ore a giocare da solo con le costruzioni. Non amavo stare con gli altri bambini, li reputavo volgari e invadenti, perché avevo sentito da mia madre quelle due espressioni, e dunque doveva essere anche per me così.
Attorno a me, in una stanza simile a una gabbia dalle mura piene di disegni colorati che puzzavano di gessetti e pastelli a cera, i bambini amavano fare giochi di gruppo, e a volte si azzuffavano insultandosi in dialetto che detestavo, perché mia madre lo detestava, e insultandosi proprio come fossero adulti.
Puzzavano persino come gli adulti!
Io preferivo starmene da solo, costruendo cose senza senso che poi avrei distrutto. Ma quel pomeriggio non stavo più costruendo niente. Avevo appena finito di creare un robot a tre teste, per poi vederlo distruggere da un altro bambino che mi urlò contro: «Ricchione!».
Scoppiai a piangere. Iniziai a piangere così forte che la maestra, una vecchia donna dal volto cattivo, dovette afferrarmi per cercare di tranquillizzarmi.
Ricordo come fosse ieri la sua forte stretta, il suo sguardo malvagio e il suo fetido alito di fumo. E ricordo come le afferrai i capelli e le graffiai il viso, urlando e continuando a piangere sempre più forte, ingoiando le mie lacrime salate e vedendo la realtà attorno a me offuscarsi in un vortici di colori a cera contro ai miei occhi arrossati e gonfi di lacrime.
Di certo quella donna desiderò colpirmi con una forza tale da staccarmi la testa dal collo, ma non potendolo fare si limitò a cacciarmi fuori dalla classe: cinque anni, poco più di un metro d’altezza, poche ossa in un odioso grembiulino giallo, e già mi trovavo in castigo. Già fui gettato via. Già fui bollato come sbagliato.
Stavo fermo contro al muro accanto alla porta della classe, ancora in lacrime, impaurito, e senza capire quale fosse la mia vera colpa.
Ricordo che quel corridoio sembrava gigantesco, e i disegni colorati erano in quel momento orrendi: uccelli rosa mi sembravano demoni, e pesciolini rossi erano per me diavoli.
Tremavo come una foglia, solo e smarrito, tirando su con il naso il muco che mi colava fino alle labbra e guardandomi attorno in cerca della mia mamma, respirando solamente un soffocando odore di gesso, e continuando a non comprendere quale fosse la mia colpa.
Ma non ci stava nessuno lì. No, fui abbandonato. Fui rifiutato. Fui gettato via come immondizia: la stessa che mio padre non voleva mai scendere di sera, costringendo la mamma a farlo.
Tremando, capendo per la prima volta nel mio giovane cuore il senso della parola “confusione”, guardai una delle porte in quel gigantesco corridoio che si protraeva fino all’infinito.
Era l’ultima porta sulla sinistra. Una normalissima porta di plastica con nel mezzo un oblò di vetro.
Sapevo che era la sua di classe, e asciugandomi le lacrime con il mio piccolo pugno camminai lentamente verso di essa, desiderando solamente che qualcuno mi stesse vicino. Desiderando solamente che qualcuno mi dicesse che tutto andava bene, abbracciandomi.
Ma andava bene per davvero?
Dovetti alzarmi sulla punta dei piedi per arrivare al vetro, tenendo poggiate con forza le mie piccole e paffute mani contro la fredda plastica della porta.
Guardai al di là di quel vetro opaco. Una donna di circa trent’anni stava seduta dietro a una cattedra, urlando a gran voce parole che non potevo sentire, mentre una classe composta da circa venti bambini con addosso grembiulino blu o rosa e al collo un fiocco verde, fingevano di ascoltarla persi nei propri pensieri.
Io guardavo mio fratello e sorridevo. Sorridevo come quando mia mamma mi stringeva forte, perché speravo che lui mi vedesse, ma non mi vide neanche quando un ragazzino biondo e ciccione cominciò a ridere guardando verso di me e indicandomi con il dito.
In breve tutta la classe iniziò a ridere. I loro occhi erano su di me. Le loro risate sembravano liquefare quel pezzo di plastica che ci divideva, roteando attorno a me come tanti spettri crudeli.
Smisi di sorridere. Un patetico broncio tremò sul mio viso, e gli occhi tornarono gonfi di lacrime.
Sentii solamente una calda, atroce lacrima colare sulla mia guancia arrossata forse più dalla vergogna che dal dolore, mentre fissavo ancora quei volti, sentendomi solamente un inutile sgorbio.
Mio fratello mi vide?
Non fu certo lui a uscire da quella porta quando si spalancò. No, furiosa e veloce la maestra si pose davanti a me, e io in un millesimo di secondo non vidi altro che i suoi occhi iniettati di odio, percependo poi tre violentissimi schiaffi contro la mia piccola mano.
Uno.
Due.
Tre.
Poi la maestra sbatté la porta contro la mia faccia. Non si sentì più alcuna risata provenire da quella classe, né tantomeno riuscii a piangere.
Rimasi lì immobile come fossi stato appena violentato. Non conoscevo neanche il significato di quella parola, ma sapevo che faceva male sentirsi un niente. Sapevo che era tremendo sentirsi deriso, umiliato: era come essere stato ucciso.
No, non versai una lacrima, ma sentii qualcosa di caldo contro le mie cosce, e poi lungo sulle ginocchia.
Il grembiulino diventò di un giallo scuro, e un acre odore di urina giunse fino alle mie narici, mentre io stavo lì immobile, tremulo, fissando quella porta mentre la mia mano arrossata pulsava dal dolore.
Quando mia madre venne a prenderci la maestra non mi aveva tolto di dosso neanche il grembiulino. No, le disse che mi ero comportato male, e le consigliò di trovare un buon sostegno psicologico perché io potessi riuscire a inserirmi assieme agli altri bambini.
Non dissi nulla mentre loro parlavano. Avevo solamente bisogno di un abbraccio, mentre gli ultimi bambini della classe uscendo mi guardavano e deridevano indicando il mio grembiule bagnato, e mia madre continuava a cercare di capire come fare di me un bambino perfetto.
Avrei avuto solamente bisogno di un abbraccio, ma non mi abbracciò neanche quando andammo verso casa: lei con il mio grembiulino sporco in una busta, e io nella sua mano, tenendo strette le gambe per la vergogna, cercando di nascondere a tutti quella macchia di urina, mentre mio fratello parlava della sua giornata a scuola.
Possibile che non mi aveva visto? E mia madre aveva notato la mia mano rossa e indolenzita?
No, nessuno notò niente, e il giorno dopo andai a scuola con il pannolino, e per colpa di coloro che mi credevano diverso capii cosa significasse sentirsi diverso.

Tratto da “La finestra chiusa”, romanzo ancora in fase di editing, e non per tutti.

Mio nonno usava una colonia simile. Era gialla e stava in una grossa bottiglia di vetro.
La casa dove visse mio nonno, e dove ancora vivono le mie zie Lucia e Imma, è su due livelli. Mio nonno aveva la sua camera da letto al secondo piano, e quando andavo a dormire da lui restavo sempre in una delle stanze su quello stesso piano.
In casa ci stavano due bagni, uno al piano superiore e uno a quello inferiore. Mio nonno usava solamente quello al piano superiore. Sembrava solamente suo: suo e suo soltanto!
Non vidi mai oggetti da donna lì dentro, ma solamente i suoi effetti personali che teneva stipati con gelosa cura. Il kit per la barba era riposto in un borsello di pelle marrone. Dentro ci stavano lamette, un rasoio di quelli a lama retraibile, un barattolo con del sapone da barba, alcuni piccoli flaconi di profumo e un paio di forbicine per le unghie. Sul lavello, sempre allo stesso punto, stava poggiata la bottiglia con il suo dopobarba, un pettine d’osso, una spazzola, e un bicchiere con dentro uno spazzolino e del dentifricio.
Quel posto mi sembrava immacolato, come un tempio sacro. E quando mio nonno di mattina mi permetteva di entrarvi io mi sentivo come un esploratore in una grotta piena di tesori segreti.
Erano i suoi tesori che mi mostrava, mentre stava fermo davanti allo specchio radendosi, avvolto da un alone di profumi freschi e dolci.
Affondava un pennello di peli di bue nel barattolo verde del sapone da barba. Faceva un paio di giri finché le setole diventavano bianche, e poi spalmava il sapone sulle sue guance, sopra e sotto le labbra e fin sotto al mento, lasciando che attorno a me si espandesse un fresco profumo di eucalipto e menta.
Mi veniva da sorridere ogni volta che lo vedevo far quel gesto. Era bello vederlo in quella sua quotidiana semplicità: lui, per me così forte e inarrivabile, ma al tempo stesso semplice e dolce come il più tenero e ingenuo dei bambini.
A volte mi permetteva di imitarlo. Coprivo il mio volto glabro con la sua schiuma da barba. Lui mi insegnò a farlo. E poi con un rasoio senza lama, da lui preparato per me, seguivo i suoi movimenti fingendo di rasarmi.
Ero il solo a poter entrare nel suo mondo, e lui sorrideva quando mettevo la sua colonia da barba sulle guance, come fossi il figlio maschio che mai aveva avuto.
Sento ancora quel profumo sotto al mio naso e sulla mia pelle, e dentro l’intero vicolo. Lo sento spesso quando mi rigiro nel letto, desiderando ancora una parola di quell’uomo che non rivedrò più.
Una volta cercai di fare lo stesso assieme a mio padre. Lui aveva del sapone da barba in una bomboletta spray, e delle lamette usa e getta di quelle della BIC.
Non ricordo alcun sorriso. Non ricordo niente di bello in quel momento. Lui non aveva preparato nessuna lametta per me, e quasi mi tagliai passando una di quelle BIC sul mio giovane volto.
Avrei voluto che mio padre fosse stato come mio nonno. Mio padre avrebbe dovuto insegnarmi certe cose, e non mio nonno. Ma si sa, la vita non va mai come si desidera. La vita non è mai una scatola di cioccolatini, ma solamente una pistola a tamburo pronta per una tremenda roulette Russa.
Il proiettile avrebbe mai spaccato il mio cervello? O forse era già successo?
So solamente che mi manca da morire mio nonno, e che non sorriderò mai più fingendo davanti a lui di farmi la barba. E non mi sentirò mai più un uomo speciale, simile a un principe, solo e unico ospite nella stanza del migliore fra i Re.
Quanto avrei voluto che fosse mio padre quel Re!

Tratto da “La finestra chiusa”, romanzo ancora in fase di editing, e non per tutti.

Ricordo una delle prime volte in cui da piccolo capii il senso della parola umiliazione. Avevo appena cinque anni. Frequentavo l’asilo, e mio fratello la terza elementare. Indossavo un orrendo grembiulino giallo canarino. Non conoscevo ancora il significato della parola odio, ma sentivo di non sopportare quella divisa, come non sopportavo di vederla addosso agli altri bambini attorno a me.
Avevo passato il più delle ore a giocare da solo con le costruzioni. Non amavo stare con gli altri bambini, li reputavo volgari e invadenti.
Attorno a me, in una stanza simile a una gabbia dalle mura piene di disegni colorati che puzzavano di gessetti e pastelli a cera, i bambini amavano fare giochi di gruppo, e a volte si azzuffavano insultandosi in dialetto proprio come fossero adulti.
Puzzavano persino come gli adulti!
Io preferivo starmene da solo, costruendo cose senza senso che poi avrei distrutto. Ma quel pomeriggio non stavo più costruendo niente. Avevo appena finito di creare un robot a tre teste, per poi vederlo distruggere da un altro bambino che mi urlò contro «Femminiello!».
Scoppiai a piangere. Iniziai a piangere così forte che la maestra, una vecchia donna dal volto cattivo, dovette afferrarmi per cercare di tranquillizzarmi.
Ricordo come fosse ieri la sua forte stretta, il suo sguardo malvagio e il suo fetido alito di fumo. E ricordo come le afferrai i capelli e le graffiai il viso, urlando e continuando a piangere sempre più forte, ingoiando le mie lacrime salate e vedendo la realtà attorno a me offuscarsi in un vortici di colori a cera contro ai miei occhi arrossati e gonfi di lacrime.
Di certo quella donna desiderò colpirmi con una forza tale da staccarmi la testa dal collo, ma non potendolo fare si limitò a cacciarmi fuori dalla classe: cinque anni, poco più di un metro d’altezza, poche ossa in un odioso grembiulino giallo, e già mi trovavo in castigo. Già fui gettato via. Già fui bollato come sbagliato.
Stavo fermo contro al muro accanto alla porta della classe, ancora in lacrime, impaurito, e senza capire quale fosse la mia vera colpa.
Ricordo che quel corridoio sembrava gigantesco, e i disegni colorati erano in quel momento orrendi: uccelli rosa mi sembravano demoni, e pesciolini rossi erano per me diavoli.
Tremavo come una foglia, solo e smarrito, tirando su con il naso il muco che mi colava fino alle labbra e guardandomi attorno in cerca della mia mamma, respirando solamente un soffocando odore di gesso.
Ma non ci stava nessuno lì. No, fui abbandonato. Fui rifiutato. Fui gettato via come immondizia: la stessa che mio padre non voleva mai scendere di sera, costringendo la mamma a farlo.
Tremando, capendo per la prima volta nel mio giovane cuore il senso della parola “confusione”, guardai una delle porte in quel gigantesco corridoio che si protraeva fino all’infinito.
Era l’ultima porta sulla destra. Una normalissima porta di plastica con nel mezzo un oblò di vetro.
Sapevo che era la sua di classe, e asciugandomi le lacrime con il mio piccolo pugno camminai lentamente verso di essa, desiderando solamente che qualcuno mi stesse vicino. Desiderando solamente che qualcuno mi dicesse che tutto andava bene.
Ma andava bene per davvero?
Dovetti alzarmi sulla punta dei piedi per arrivare al vetro, tenendo poggiate con forza le mie piccole e paffute mani contro la fredda plastica della porta.
Guardai al di là di quel vetro opaco. Una donna di circa trent’anni stava seduta dietro a una cattedra, urlando a gran voce parole che non potevo sentire, mentre una classe composta da circa venti bambini con addosso un grembiulino blu e al collo un fiocco verde, fingevano di ascoltarla persi nei propri pensieri.
Io guardavo mio fratello e sorridevo. Sorridevo come quando mia mamma mi stringeva forte, perché speravo che lui mi vedesse, ma non mi vide neanche quando un ragazzino biondo e ciccione cominciò a ridere guardando verso di me e indicandomi.
In breve tutta la classe iniziò a ridere. I loro occhi erano su di me. Le loro risate sembravano liquefare quel pezzo di plastica che ci divideva, roteando attorno a me come tanti spettri crudeli.
Smisi di sorridere. Un patetico broncio tremò sul mio viso, e gli occhi tornarono gonfi di lacrime.
Sentii solamente una calda, atroce lacrima colare sulla mia guancia arrossata forse più dalla vergogna che dal dolore, mentre fissavo ancora quei volti, sentendomi solamente un inutile sgorbio.
Mio fratello mi vide?
Non fu certo lui a uscire da quella porta quando si spalancò. No, furiosa e veloce la maestra si pose davanti a me, e io in un millesimo di secondo non vidi altro che i suoi occhi iniettati di odio, percependo poi tre violentissimi schiaffi contro la mia piccola mano.
Uno.
Due.
Tre.
Poi la maestra sbatté la porta contro la mia faccia. Non si sentì più alcuna risata provenire da quella classe, né tantomeno riuscii a piangere.
Rimasi lì immobile come fossi stato appena violentato. Non conoscevo neanche il significato di quella parola, ma sapevo che faceva male sentirsi un niente. Sapevo che era tremendo sentirsi deriso, umiliato: era come essere stato ucciso.
No, non versai una lacrima, ma sentii qualcosa di caldo contro le mie cosce, e poi lungo sulle ginocchia.
Il grembiulino diventò di un giallo scuro, e un acre odore di urina giunse fino alle mie narici, mentre io stavo lì immobile, tremulo, fissando quella porta mentre la mia mano arrossata pulsava dal dolore.
Quando mia madre venne a prenderci la maestra non mi aveva tolto di dosso neanche il grembiulino. No, le disse che mi ero comportato male, e le consigliò di trovare un buon sostegno psicologico perché io potessi riuscire a inserirmi assieme agli altri bambini.
Non dissi nulla mentre loro parlavano. Avevo solamente bisogno di un abbraccio, mentre gli ultimi bambini della classe uscendo mi guardavano e deridevano indicando il mio grembiule bagnato, e mia madre continuava a cercare di capire come fare di me un bambino perfetto.
Avrei avuto solamente bisogno di un abbraccio, ma non mi abbracciò neanche quando andammo verso casa: lei con il mio grembiulino sporco in una busta, e io nella sua mano, tenendo strette le gambe per la vergogna, cercando di nascondere a tutti quella macchia di urina, mentre mio fratello parlava della sua giornata a scuola.
Possibile che non mi aveva visto? E mia madre aveva notato la mia mano rossa e indolenzita?
No, nessuno notò niente, e il giorno dopo andai a scuola con il pannolino, e per colpa di coloro che mi credevano diverso capii cosa significasse sentirsi diverso.
E nessuno mi strinse. No, nessuno abbracciò quella mia diversità.
Ora avrei tanto bisogno di un abbraccio, ma camminando in questa folla di volti, nessuno mi vede. Non è cambiato nulla da quando ero quel piccolo bambino ritto sulle punte di piedi contro a una misera porta.
Qualcuno percuoterà ancora una volta le mie mani?

Ecco a voi un piccolo estratto del mio sesto romanzo, Vicoli bui, pubblicato da Lettere animate e disponibile già su molti store online. Una storia adatta a chi cerca un romanzo forte come un cazzotto in piena faccia.

Di preciso non so per quanto vagai. Forse un giorno solo. Forse due. Magari tre, o forse ancora una settimana.
Non avevo un soldo! Non avevo niente. Niente per tirare avanti.
Dapprima pensai di tornare a casa per prendere dei soldi che avevo nascosto, e magari riprendere fiato. Ma sapevo bene che quelli mi avrebbero trovato.
Già, quelli! Magari quelli non esistevano neanche. Magari “quelli” si erano già dimenticati di me.
Sì, i pochi superstiti dei Di Lauro mischiati al clan rivale, mentre Covello se ne stava a contare i soldi ricavati con i suoi traffici da sbirro corrotto. E io, povero stronzo, a nascondermi da loro. Credendo di essere così importante da suscitare il loro interesse.
Cristo, com’ero ridotto!
Giravo di notte da solo per i vicoli più bui della città, mangiando alla mensa dei poveri e fumando le cicche raccattate dalla strada.
Ero riuscito a fregare di tanto in tanto qualche cartone di vino da qualche barbone, giusto per non pensare troppo a quel che mi stava succedendo, a quel baratro pieno di merda in cui stavo sprofondando. Ma l’alcool non era mai abbastanza. Sempre poco! Troppo poco per annebbiare la realtà. E le notti erano lunghe e atroci. La gente sfrecciava davanti a me divertendosi, godendosi la loro porca esistenze, mentre per me le ore erano interminabili. Ore a camminare, nascosto nell’ombra, solo per passare il tempo. Mentre la mattina era anche peggio! Avvolto da un’orda di facce tutte prese dalle loro faccende. Attento a nascondermi. A nascondermi a volte in qualche palazzo abbandonato. A volte giravo ore e ore nella stazione centrale di Napoli, pensando più volte di prendere un qualsiasi treno per togliermi da quella città del cazzo.
Forse avrei dovuto farlo! Ma non avevo un soldo né un solo documento addosso, se non un cazzo di codice fiscale rimasto nella mia tracolla. E non mi andava per niente l’idea di dover andarmene altrove, magari per lavorare a nero dodici ore al giorno giusto per sopravvivere.
Ma in fondo, cosa stavo facendo, se non quello?
La mia vita era solo fatica! La mia vita era un continuo lavorare per restare in vita. Uno stare sempre allerta! Allerta di mattina. Allerta di notte. Allerta dagli uomini di Covello e dei Di Lauro. Allerta da Claudiu e la sua banda. Allerta dai pazzi che avrebbero potuto violentarmi di notte, o dai figli di papà tutti presi a giocare a fare i nazisti. Stronzi che avrebbero potuto darmi fuoco giusto per passare una serata.
Cazzo, non era più vita! Non che quella di prima lo fosse, ma almeno ne aveva una parvenza. Almeno avevo diverse scuse per tirare avanti. Proprio come la brava gente con le sue auto nuove, le case piene di mobili nuovi e di orrende famigliole.
In fondo eravamo tutti ubriaconi, in un modo o in un altro!
Io me ne stavo a vagare in dei vicoli che costeggiavano il Corso Garibaldi, il lungo corso che portava verso la stazione centrale. Lì da solo. Fumando delle cicche ricavate ficcando in delle cartine il tabacco preso dai mozziconi raccolti per terra e sorseggiando un cartone di vino rosso fottuto a un piccolo Magrebino che avevo pestato a sangue.
Cristo, erano passati giorni, ma le ferite mi facevano ancora male, e non avevo neanche una maglia per cambiarmi, né tanto meno potevo andare in un dannato ospedale.
Ero fottuto! Sì, talmente fottuto che camminando mi venne persino da ridere. Lì da solo. In un vicolo buio. Avvolto da palazzi che probabilmente ospitavano puttane Cinesi, vecchi ridotti a mangiare scatolette, o decine di negri ficcati in un solo bilocale.
Ero stanco, troppo stanco! Così decisi di fottermene di tutto. Di fottermene degli sbirri e dei criminali. Di fottermene della mia stessa vita, uscendo da quei vicoli bui per rimettermi sulla strada principale, su una strada a cui alla brava gente era concesso camminare. Persino a brava gente dome Covello, Claudiu o i Di Lauro, o magari anche gli Amato.
Avanzai tra quella brava gente, tra i pochi residui di brava gente che popolavano ancora quella lunga strada.
Un orologio su di un palazzo segnava le dieci e mezza di sera. Solo che io non ricordavo più che giorno fosse. Mi passò davanti un quotidiano portato dal vento. Su quel giornale ci stava scritto che Obama aveva deciso di attaccare la Siria per difendere la democrazia mondiale. E quell’articolo aveva la data di Giovedì.
Chissà, magari era vecchio, o forse veniva dal futuro. Non me ne fotteva un cazzo! Io volevo solo bere. Solo bere e dimenticare tutto. Dimenticare il motivo che mi aveva condotto lì. Dimenticare tutti quei cazzo di problemi. Dimenticare persino la mia esistenza.
Così continuai ad avanzare per quella strada. Da solo, fissando il vuoto, mentre gli ultimi superstiti della razza umana affollavano le strade.
E chi erano? Solo inutili ammassi di carne! Mocciosi, per lo più. Ragazzini sui diciotto anni che ronzavano per quel corso sui loro motorini, facendo avanti e indietro solo per corteggiare qualche piccola troietta che faceva altrettanto su qualche altro dannato motorino. E ancora, altri mocciosi che se ne stavano seduti fuori alle cornetterie. Fuori alle pizzetterie. Fuori dalle gelaterie, o anche solo a camminare per strada, magari di ritorno da qualche pizzeria o da un dannato cinema. E oltre a loro, qualche coppia che camminava mano nella mano cagandosi sotto innanzi a ogni barbone incontrato per strada. Colleghi di lavoro di ritorno da qualche cena. Lavoratori che aspettavano l’ultimo autobus di linea che li avrebbe portati a casa, e altra gente che girava nelle auto per andare chissà dove.
Per il resto, solo merda! Solo puttane che battevano all’angolo di ogni strada. Barboni e zingari che scavavano nella mondezza, e ubriaconi di ogni razza che se ne stavano per strada, in gruppo o da soli, ma tutti a bere la loro merda standosene appoggiati a qualche muro quasi come se fossero degli spettri.
Io andai avanti cercando di non guardare in faccia nessuno. Senza voler guardare in faccia nessuno.
Continuai a camminare da solo, pensando solo a come salvarmi la pelle. Pensando solo a come togliermi da quella cazzo di situazione.
Svoltai in un vicolo, quasi per istinto. In un vicolo poco distante da casa mia.
Mi guardai attorno. Desiderai di tornare a casa. Di tornare a casa dai miei pochi soldi. Dal mio alcool. Dal mio cibo. Dai miei porno.
Ma me ne vidi bene dal farlo!
No, andai avanti per quei vicoli bui, per quei vicoli silenziosi, per quei vicoli nascosti dalla brava gente. E andai avanti ancora e ancora. Il tempo era svanito. Io stesso ero svanito! Restava solo il mio affanno, la vena che mi pulsava sulla fronte e i piedi gonfi nelle mie scarpe.
Arrivai fino a un bar. Uno dei tanti bar in quei vicoli. Un lercio bar che se ne stava aperto fino a tardi solo per vendere sigarette, preservativi, o qualche bottiglia di birra di tanto in tanto.
Dentro ci stava solo un vecchio dietro a un banco di legno pieno di caramelle gommose, buste di patatine e altre stronzate simili. E dietro un grosso bancone di legno laccato di bianco ci stava un altro stronzo. Un imbecille basso e magro. Un coglione sui cinquanta, tutto intento a fissare uno schermo dal quale trasmettevano una replica di una partita di tennis. Mentre lì davanti a lui, davanti a quel banco, due enormi Algerini se ne stavano seduti a bere della birra nazionale.
Mi guardai attorno. Guardai le pareti grigie di quel posto. Guardai il vecchio dietro alla cassa. Guardai il tipo dietro al bancone, e quei due figli di puttana lì seduti a bere birra fissando il vuoto.
Gettai la cicca a terra, fuori da quel posto, e così il cartone di vino ormai vuoto. E in silenzio attraversai la porta di quel locale.
Tutti mi guardarono, pur facendo finta di non farlo. Io avanzai verso la cassa, a testa bassa. Gli arrivai vicino. Misi la mano in tasca e tirai fuori una manciata di monete fottute a un barbone, piazzandole sul banco davanti al vecchio.
Lui le guardò appena, cominciando a contarle.
-Una bottiglia di vino rosso- dissi io. Lui continuò a contare. Poi raccolse tutto e ficcò quella merda di ferro nella sua cassa.
-Una di rosso- disse con voce annoiata al tipo dietro al banco, senza neanche guardarlo.
Io lo lasciai lì. Senza fottermene. Volendo solo bere. Volendo solo andar lontano da quella situazione.
Raggiunsi il banco, e il tipo mi piazzò davanti la bottiglia di vino.
-La apro?- mi chiese senza neanche guardarmi. Io dissi di sì. Lui l’aprì e mi chiese se volessi dei bicchieri. Gli risposi di no, raccattando la bottiglia di vino davanti a me,.
Le diedi un sorso fissando la tele, senza neanche guardarla.
Uno dei due neri si voltò verso di me. Restò fermo, sorseggiando la sua birra, guardandomi qualche istante.
Io sentii i suoi occhi addosso. Ma feci finta di non vederlo, scrutando attorno a me, cercando qualsiasi cosa da poter usare come arma per fottere quel figlio di puttana.
Il negro rimase un po’ in silenzio continuando a guardarmi. Poi diede fiato alla sua orrenda ed enorme bocca.
-Tu stavi con quel negro e con quel Russo?- mi chiese.
Io feci finta di non sentirlo. Feci finta di non vederlo.
Il tipo si alzò dallo sgabello e si avvicino a me. Mi piazzò la mano sulla spalla. Io mi voltai verso di lui, fissandolo, stringendo la bottiglia nella mano, pronto a sfracellargliela contro la faccia.
-Sì, eri proprio tu!- riprese il negro –Io ti ho visto! Facevi tanto il bullo assieme ai tuoi amichetti.
Poi scoppiò a ridere. Prese a ridere come un pazzo. Come se qualcuno gli avesse somministrato un’enorme dose di merda da ospedale psichiatrico.
-Già, facevi proprio il duro! Ma ora ti stanno dando tutti la caccia, non è vero?
Io abbassai la testa pensando a cosa fare. Poi l’alzai. Lo guardai, sempre pronto a spaccargli quella testa di cazzo con la bottiglia che tenevo in mano.
-Senti, non voglio rogne! Chiaro?- gli dissi.
Lui sorrise ancora. Mandò giù altra birra continuando a fissarmi.
-Certo, certo! Tu non vuoi che nessuno ti rompa, giusto? Eppure quelli ti cercano!
-Quelli chi?
Lui scosse le spalle, dando ancora un sorso alla sua birra.
-In tanti hanno fatto domande! Chiedendo di te. Chiedendo di te e dei tuoi amici. Gli sbirri, quelli che chiedono soldi, e ultimamente anche i pezzi di merda che scavano nei rifiuti.
Poi il tipo prese a starsene zitto di colpo, fissando il vuoto da dentro al suo bicchiere. Lì seduto, senza mai essersi alzato.
Alzò lo sguardo verso di me. Io riaprii gli occhi, come per svegliarmi da un lungo sonno.
-Ha da offrirmi qualcosa, signore?- mi chiese con aria smarrita.
Io diedi un sorso al mio rosso. Lo fissai a stento. Non gli risposi e uscii da lì, silenzioso, cercando solo di trovare un posto dove poter respirare anche solo un attimo. Un posto dove tutte le mie paure non mi avrebbero raggiunto. Dove i miei demoni non avrebbero tormentato la mia ragione. Un posto dove non impazzire del tutto.
Uscii da quel posto bevendo il mio vino e continuando a camminare da solo nella notte. Vicolo dopo vicolo.
Continuai a camminare per quei vicoli bui. Per quei vicoli umidi. Per quei vicoli dove ogni bastardo si nascondeva in cerca di un posto dove compiere i propri affari. Un posto dove rifugiarsi. Un posto dove nascondersi. E io ero uno di loro! Un disperato. Un pezzo di merda. Uno che non valeva un cazzo! Una blatta che si nascondeva dal mondo interno. Nel buio. Cercando solo di sopravvivere.
Sentii qualcosa muoversi dal buio e mi voltai di colpo, come chiamato dalla voce di Dio.
Niente! Nient’altro che un gatto che guizzò da fuori a un cumulo di rifiuti.
Cristo di un Dio, stavo impazzendo! Ero così teso che sembrava mi stessi quasi per spezzare proprio come la corda di un violino.
Mandai giù un altro sorso di vino e accesi un’altra sigaretta. Mi guardai attorno e presi a ridere guardando quell’inerme micetto lì davanti a me a rovistare tra i rifiuti.
Dovevo fare qualcosa! Non potevo continuare così. Ma cosa potevo mai fare?
Così continuai ad avanzare nella notte. Senza un soldo, senza uno scopo, senza una cazzo di speranza.
Sotto la statua di un eroe alcuni Marocchini e Algerini continuavano a ubriacarsi fissando il vuoto, o guardando di tanto in tanto le mignotte ai bordi delle strade, pronte a salire nell’auto di qualche bravo uomo per farsi sbattere in cambio di qualche bigliettone.
Avrei voluto tanto anch’io piantarlo dentro a una di quelle troie, proprio come tutti gli ubriaconi e i disperati lì in mezzo. Ma, proprio come loro, sapevo che non avrei mai potuto permettermi simili pezzi di fica. Sapevo benissimo che lì in mezzo, tra pezzi di merda e barboni, nessuno scopava almeno da qualche anno. Che alcuni di quelli se lo ficcavano in culo a vicenda, o al massimo riuscivano a violentare di tanto in tanto qualche vecchia finita per strada. E io sarei finito come loro! Sarei finito a urlare contro le auto in corsa proprio come un cane rabbioso, o a fare orrendi versi alla brava gente incontrata per strada.
Oppure sarei morto!
Sì, molto più probabilmente, alla fine quelli mi avrebbero trovato e sarei finito con il culo sfondato.
Ma intanto ero ancora vivo. E se volevo rimanerlo, allora dovevo trovare un posto dove nascondermi, dove stare al sicuro. O almeno… Più al sicuro di lì! Lì in mezzo alla strada, in balia di ogni figlio di puttana.
Così continuai ad avanzare lì in mezzo, cercando di non guardare nessuno negli occhi, di essere invisibile come uno scarafaggio tra i rifiuti.

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