Tratto dal racconto Il profumo di mia madre

Gli occhi di Daniele erano due palle nere perse nel vuoto. Non vedeva niente. Avanzava lento, il cielo che lo sovrastava gli sembrava identico a quello sotto cui era stato sepolto suo padre.

Anche allora non vedeva la gente attorno a lui. Fissava solo una fossa, un buco nero, e sperava che fosse abbastanza profondo perché suo padre non ne uscisse.

Continuò ad andare avanti. Si trascinava come una bestia ferita fra una folla di corpi. Occhi, bocche e braccia si susseguivano in una nebbia liquida. Passi e voci si mischiavano al frastuono della auto in corsa. Attorno a lui un succedersi di vetrine addobbate a festa per il Natale. Luci intermittenti gli brillavano negli occhi. L’odore di focaccia calda proveniente da una pizzeria, il profumo di dolci scaturito da una pasticceria, la puzza di catrame emanata dalle auto e il tanfo di immondizia proveniente dai vicoli ai bordi della strada formava un solo, indistinguibile odore che Daniele nemmeno percepiva.

Per Daniele non esisteva nulla. Nella sua testa rimbombava unicamente una parola.

I suoi occhi si serrano. Non fermò il passo. La gente lo attraversava, e quella dannata parola continuava a picchiargli nella testa.

In pochi secondi gli avevano strappato via tutto.

Sospirò e si portò la mano al petto. Il cuore batteva forte, ma non era quello che cercava: ciò che cercava non lo poteva vedere né sentire, ma sapeva che c’era.

Si paralizzò, una ventata di carne umana lo trapassò.

Accese una sigaretta. Il fumo volò in aria, e prima che svanisse la gola gli si strinse e iniziò a tossire, sempre più forte, fino a lacrimare.

Afferrò la gola fra le mani, il petto gli pulsava, le gambe tremavano, gli occhi vitrei sul marciapiedi.

Quanto tempo gli avevano detto?

Riprese fiato lentamente, rantolava come una bestia. Alzò gli occhi lucidi di lacrime: tutto era confuso, davanti a lui solo sagome perse nella nebbia.

Gli parve persino di vedere Sofia. Ricordò le parole di lei prima che lui uscisse di casa.

«Di certo è solo bronchite.»

Daniele osservò il palmo della propria mano: tremava, era pallida e coperta di vischioso muco.

Sorrise.

E lui che pensava di trovarci del sangue.

Restò immobile nel mezzo della folla, con la mano ancora tesa, come fosse un mendicante.

Ripensò a suo padre. Durante gli ultimi periodi della malattia non sembrava più neppure un essere umano. Quell’uomo grosso e dalla faccia dura che lui aveva tanto odiato per la sua rudezza era ridotto a uno scheletro.

Daniele ricordava ancora le urla quando di notte, da solo in una casa che gli appariva gigantesca, andava verso quel padre che nemmeno più lo riconosceva.

Il volto di suo padre ridotto a un teschio immerso nell’ombra; non era più l’uomo grezzo e violento di cui Daniele aveva avuto tanta paura, ma solo un patetico vecchio in pigiama, debole al punto da doversi mantenere al muro per camminare.

Non c’era nulla di plateale nella sofferenza di suo padre, quel dolore era solo qualcosa di pietoso, perfino ridicolo, come ora si sentiva lui.

Distolse subito lo sguardo, di colpo nettò la mano contro al jeans. Osservò la macchia sui calzoni. Un tempo si sarebbe arrabbiato anche per una macchia ben più piccola, ma ormai non gliene importava più. Quella macchia non contava niente: non quella.

Riprese a camminare. A ogni colpo dato alla sigaretta tossiva, la gente lo fissava ora intimorita, ora con occhi gonfi di pena.

Lui odiava quando suo padre tossiva. Gli faceva schifo! Gli dava una sensazione di sporco; tutto i suo padre gli sembrava sporco: sempre con addosso vestiti lerci di calce, le unghie verdi, i denti rotti e ingialliti, la pelle che puzzava di sudore e fumo.

Svoltò di corsa in un vicolo. Non ne poteva più di tutte quelle facce, di quegli sguardi, di quei rumori, di quelle luci.

Attorno a lui non c’era quasi anima viva. I palazzi erano vecchi e le loro mura scrostate. Nell’aria si respirava puzza di rifiuti mista al profumo di detersivo proveniente dai panni penzolanti dalle ringhiere. I soli rumori erano quelli di motorini che appariva e svanivano in un lampo, e di qualche marocchino fuori ad alimentari pakistani.

Lui voleva solo tornare a casa e non vedere più niente.

Avrebbe voluto stendersi al suolo e piangere a dirotto come quando era bambino, e sua madre lo stringeva fra le braccia, prima che lo lasciasse da solo, quando lui aveva solo otto anni: da solo con suo padre.

Poggiò la mano contro la vetrina di un negozio di giocattoli, barcollava e ansimava, al di là di essa gli occhi tondi di peluche e bambole lo fissavano.

Gli occhi di Daniele si spalancarono.

Quando Daniele aveva otto anni suo padre l’aveva portato in quel negozio. Era il primo Natale che passava senza sua madre.
Suo padre non gli aveva chiesto quale regalo volesse che Babbo Natale gli portasse, gli aveva detto solo: «Non farmi spendere troppo.»

In quel momento Daniele aveva capito che Babbo Natale non esisteva, e che lui doveva crescere.

Avrebbe voluto piangere, ma sapeva che se lo avesse fatto suo padre gli avrebbe urlato contro: «La vuoi finire di piangere come un frocio?»

Lui all’epoca non sapeva cosa fosse un frocio, ma sapeva che era qualcosa di schifoso per suo padre, dunque non voleva esserlo; mentre invece sapeva bene cosa stava accadendo: sua madre era morta, Babbo Natale non esisteva, e lui era solo insieme a quell’uomo che sentiva sempre più di odiare.

Avrebbe voluto scegliere un peluche, e invece aveva scelto un robot.

Adesso Daniele rivedeva nella vetrata il volto di quel bambino.

Lasciò cadere la mano contro la vetrina, sospirò, una macchia appannò il vetro, dietro di esso gli occhi di un enorme peluche lo fissavano tristi: erano gli stessi occhi con cui Daniela aveva osservato suo padre in quello stesso negozio.

Era passato appena un anno da quando, dopo sei mesi di matrimonio, aveva comprato a Sofia un peluche identico a quello. Lei si era fiondata al collo di Daniele e l’aveva riempito di baci.

Ricordava che lui non aveva detto niente, aveva sorriso e basta, come faceva sempre con Sofia.

Ora con quale sorriso le avrebbe nascosto la verità?

Sentì le gambe venirgli meno. Chiuse gli occhi per trattenere le lacrime, serrò le labbra e la sigaretta gli cadde di mano, affondando in una pozza lucida di detersivo.

La brace si spense in un attimo, un ultimo alito di fumo esalò in aria.

Avrebbe tanto voluto vedere la propria vita svanire veloce come il fumo di quella sigaretta. Tanto, ormai che importava?

 

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Bellissima intervista al qui presente, tenuta dalla redazione del portale “Insieme cambiamo Arzano”, in merito a “Zero”, antologia di racconti creata da 14 autori, sul tema forte delle dipendenze, ed edita dalla Damster edizioni.

Felicità,  amore, paura, colpa,  con la mente l’essere umano crea allo stesso tempo distrugge. Con le mani crea, con le stesse distrugge. I pensieri  spingono la materia nell’alto o verso il basso senza una via di salvezza. Da giù la spia del malessere si accende. “Zero” è un libro della Damster edizioni scritto da 14 autori che raccontano 20 storie su particolari dipendenze umane.

Alcune  diventano vere ossessioni con  stati modificati della percezione, altre finte abitudini pericolose: ti isoli dalla realtà ed entri in un mondo illusorio.  Ti convinci della forza del sintomo: lui forte occupa spazio, mentre tu debole arretri. L’uomo nel dedalo si lascia guidare da impressioni spesso contradditorie. Dalle dipendenze, prigione di uomini, nè potrai uscire? Si: la causa è da cercare in un labirinto della coscienza che ti guida allo spirito.

Il corpo soffre perché l’anima ha perso la sua dimensione. Questo stato necessita di sapienza nel cammino a ritroso verso la luce. Le emozioni disarmoniche sovrastano il solido e diventano stati insoliti. L’uscita? Ci sono le esperienze di ognuno: 20 vite illustrano la dura realtà in maniera cruda. Il libro tratta del disagio, la soluzione nessuno la troverà,  forse solo chi ha smarrito il filo conduttore.

Leggere il racconto è come incominciare un viaggiare dentro di noi, li al centro, in quell’angolo buio si troverà una lampada che solo il viandante potrà accendere. Uno dei 14 autori, Marco Peluso, ci spiega il progetto “Zero” e il significato delle dipendenza nei  racconti:

  • Per favore, ci spieghi di cosa tratta Zero.

Beh, Zero narra di dipendenze. Non tanto intese come un vizio, quanto come ciò che conduce una persona ad avere, appunto, una vera e propria dipendenza da un elemento esterno.

Non si tratta dunque del fumo, dell’alcool, di una qualche droga o del sesso. Questi sono vizi. Ciò che ci porta a utilizzare determinate cose, e dunque esserne dipendenti, è un qualcosa celato in noi. Qualcosa a volte di atavico. Magari una ferita, un trauma, una delusione.
Noi esseri umani non siamo fatti di compartimenti stagni come una nave. No, quando l’acqua entra in una stanza, essa invade l’intera nave. E se non si prendessero in tempo adeguate misure, presto la nave finirebbe a picco.

Questa è appunto una dipendenza. O meglio, l’origine di una dipendenza. Qualcosa che ha segnato la nostra vita, inquinandola con una menzogna. Una menzogna ridondante in noi, che ci porta appunto a seguire determinate cose nell’illusione di poter con esse far cessare tale menzogna. Mentre, per assurdo, seguendo quell’illusione finiamo sempre più per dipendere da essa, fortificando le menzogne che ci portano a inseguirla.

  • Perché parlare proprio di dipendenze?

A dire il vero tutto è nato come una specie di gioco.

Un’amica, Elisa Bellino, ideatrice assieme a me di Zero (come un’altra delle autrici, Maddalena Costa) nonché autrice, mi chiese di scrivere qualcosa a quattro mani.

Personalmente sono un solitario, sia nella vita che nella scrittura, ma conoscendo tale autrice (se pur alla sua prima esperienza) e apprezzandone lo stile, decisi di acconsentire alla sua richiesta.

Da qui il “Di cosa parliamo?”, e la sua risposta di voler parlare appunto di dipendenze.

Avendo io già pubblicato diversi romanzi con la Damster edizioni, proposi subito il progetto al mio editore, e convocai alcuni autori della stessa casa editrice

Ah, e perché proprio le dipendenze? Beh, sarebbe più opportuno dire, chi di noi non dipende da qualcosa?

Proprio questo uno dei motivi, almeno per quanto mi riguarda, che mi ha spinto a scrivere di dipendenze. Perché tutti lo siamo, ma pochi lo riconoscono.

Oggi più che mai si vive in una società dove l’apparenza è tutto. Ce lo dicono le pubblicità, no? In ogni angolo, in ogni dove, tutto ci urla “Devi essere un vincente. Devi piacere alla gente. Devi essere il migliore”.

Continua sul seguente link…

Progetto “Zero”, un libro che racconta 20 storie di dipendenze

 

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Tratto dal mio racconto “Il Re”. Presente nell’antologia “Zero”, edita dalla Damster edizioni. Antologia creata da me assieme ad altre due autrici, e realizzata assieme ad altri 11 validi autori. Un viaggio nelle dipendenze che soffocano la vita.

Tutti finti. Tutti noiosi. Tutti uguali tra loro.
E vennero a me a decine! Gente che un tempo non mi avrebbe neanche cagato! E invece mi facevano sorrisi, e di certo avrebbero cominciato a sputare merda contro di me una volta che fossi andato via.
Ma intanto ero lì, purtroppo. Nel centro di quel vortice. Ascoltando le loro stronzate. Rispondendo controvoglia alle loro merdose domande mentre a grandi sorsi bevevo birra come se volessi annegare il mio cuore. Finendo subito la prima, poi la seconda, finendo una terza offerta da uno di quegli stronzi, e attaccando ancora un’altra passata da un altro coglione.
Cristo, tutto era così confuso. Tutto roteava attorno a me velocemente. Ero gettato in una lavatrice a gettoni. Ero solo uno straccio che girava velocemente in un vortice di acqua fetida. E le loro facce erano ovunque. Le loro labbra mollicce erano ovunque. I loro occhi gelidi erano ovunque. Le loro parole insulse erano ovunque. E le loro voci ronzavano attorno a me come uno sciame di mosche.
«Signor Gargiulo, ma come le vengono certe storie?»
«Marco! Posso chiamarti Marco, vero? Ma come mai nelle tue storie parli sempre di sesso?»
«Marco, hai mai avuto una visione?»
«Mi dica, signor Gargiulo, lei è sicuro di essere etero?»
«Signor Gargiulo, ha mai pensato di scrivere una storia d’amore a lieto fine?»
«Marco, non credi che bevendo ogni giorno ti perdi il meglio della vita?»
«Senti, Marco, tu sei il più cazzuto figlio di puttana che sia mai esistito al mondo!»
Cristo, non ne potevo più!
Quella massa di sconosciuti pretendeva di conoscere la mia vita. Voleva pesarla, analizzarla, imballarmi e mettermi addosso una bella etichetta.
Ero una cavia da laboratorio, né più né meno. Ero un oggetto in una vetrina, un dvd su di uno scaffale, un vestito su di un manichino.
Non ero niente! Non esistevo neanche per quelli. Eppure tutti mi volevano! Tutti volevano me. O forse tutti cercavano un modo per vivisezionarmi, così da potermi crocifiggere meglio quando sarebbe venuto il momento del mio declino.
E stava davvero arrivando quel momento?

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Zero, il booktrailer!

Booktrailer di Zero, antologia di racconti ideata da Marco Peluso, assieme a Elisa Bellino e Maddalena Costa. Realizzata assieme ad altri 11 autori. Edita dalla Damster edizioni, e disponibile presso i migliori stores online.

14 autori, 20 storie di dipendenze. Una raccolta di racconti forti, realistici, capaci di sbranare ogni illusione di essere liberi per davvero. Di non dipendere da qualcosa.

 

 

 

 

Finalmente online “Zero”, antologia di 20 racconti sulle dipendenze, scritti da 14 autori. Edito dalla Damster edizioni.

Siete davvero sicuri di essere liberi? Siete sicuri di essere i padroni della vostra vita?
A quante cose chiediamo la vita? Ogni giorno. Ogni minuto. Ogni istante.
Magari crediamo che il successo possa darci la vita. Forse pensiamo che possa farlo l’amore, gli affetti, la carriera, o il piacere ad altri.
Centinaia di cose che inseguiamo spasmodicamente, ogni istante, senza neanche rendercene conto. Credendo che tutto ciò possa renderci liberi, felici, vivi. Senza accorgerci nemmeno di essere schiavi delle nostre passioni. Dipendendo da esse. Incapaci di vivere senza di esse. Impazzendo al solo pensiero di privarcene. Pronti a tutto pur di difendere la droga da iniettarci nelle vene, avvelenando la nostra vita, e quella di chi ci sta attorno.

Vi rispecchiate in tutto ciò? Siete consapevoli di essere dei drogati di vita?
Beh, allora non perdete questa antologia di racconti.
14 autori. 20 storie sulle dipendenze. Su ciò che ci illude di darci la vita.
Un progetto nato dalla mente folle di Marco Peluso, dall’irruenta curiosità di Elisa Bellino, e il carisma di Maddalena Costa.
Supportati dalla professionalità di Olympia Fox, assieme ad altri 10 autori: Elisa Itacchia Spillo, Ashara, Vittorio Xlater, Fabio Mundadori, Faber, Artemide B, Leonarda Morsi, Michele Cogni, Antonella Aigle, Valter Padovani.

ZERO! Antologia edita dalla Damster edizioni. Copertina a cura di Gennaro Varriale Gonzalez. Progetto grafico di Elisa Bellino. Prefazione a cura di Federica D’Ascani.
Da oggi disponibile online sui maggiori stores.
Non abbiate paura di specchiarvi in queste pagine!

Di seguito un piccolissimo estratto di uno dei racconti.

Tratto da “Non mi soffocare”, di Marco Peluso.

Era quasi un’ora che fissavo quel calzino. Chissà da quanto tempo giaceva su quel lercio pavimento. E io? Da quanto tempo ero steso lì?
Minuti, ore, giorni, anni?
Cristo, che mal di testa tremendo!
La testa era come avvolta in una morsa. Il mio corpo non rispondeva a nessun impulso, benché bastasse anche un piccolo rumore proveniente da fuori per farmi balzare, scuotendo il mio corpo con un tremore pari a quello di un ubriacone tormentato dal delirium tremens.
Già, un ubriacone. E io non ero da meno. Affatto!
La notte prima avevo bevuto più del solito, come capitava sempre quando stavo male.
Sì, bere era la sola cosa di cui fossi davvero capace. La risposta a ogni problema. Un atto compulsivo. Una dipendenza. Un rituale per cercare invano di soffocare rabbia e dolore.
E ci ero riuscito?
No, come sempre non era servito a un cazzo, se non a farmi piangere fino a notte fonda, scrivere qualche cazzata, e poi alle cinque del mattino abbattermi su di un materasso privo di lenzuola.
Cazzo, quella notte mi ero anche pisciato sotto. Troppa birra! Sì, troppa birra e troppo ubriaco per svegliarmi e andare al cesso.
Da ridere! Davvero da ridere.
Trentacinque anni suonati, e di colpo ti pisci sotto come un moccioso. Un patetico moccioso! E chissà, forse non ero altro che un povero e ridicolo moccioso. In fondo me ne stavo steso su di un pavimento, in mutande a guardare un calzino.
Sospirai con forza, come se stessi soffocando. Voltai lo sguardo. Il calzino rimase lì. Fissai la mia mano. Il dito era bruciato!
Dio, sul mio indice ci stava una grossa bolla, e di certo non si era fatta da sola.
Lasciai perdere la mano e mi rigirai su di un lato. Davanti a me, per terra, dei fogli bruciati. Pagine bruciate. Alcune mie poesie bruciate.
Ero stato io, la notte prima. Come al solito avevo dato di matto cominciando a sfasciare tutto, bruciando alcune cose da me scritte.
Mi venne persino da sorridere mentre fissavo quei fogli. Non sapevo che ci fosse da ridere, ma lo feci lo stesso, dato che nella mia mente non c’era altro che una serie di pensieri vorticosi, indefiniti, ma talmente veloci e irruenti da sembrare volessero spaccare il mio cranio e volare via per quella cazzo di stanza.
Mi rigirai nuovamente. Alzai lo sguardo verso il soffitto e strinsi forte la testa, come se stessi cercando di bloccare quei cazzo di pensieri.
Non ci riuscii!
Indefiniti e ronzanti come uno sciame di api, continuavano a muoversi nella mia testa, battendo contro le tempie e facendole pulsare.
Ne afferrai appena uno. Uno solo!
“Dove cazzo sto andando?”. Ecco cosa mi passò per la testa. Il solo pensiero indefinito nel mezzo di quel vortice di pensieri.

 

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