Tratto dal racconto “Il profumo di mia madre”

Durante la notte Daniele fu svegliato da violenti colpi di tosse. Sembravano cannonate che stravolgono una cittadina nel cuore del sonno.
Sofia balzò di colpo, tenendogli la testa e accarezzandogli il viso, urlandogli contro: «Amore, che hai?», mentre lui si rigirava nel letto, senza più respirare, violaceo in viso, sentendo soltanto cemento denso occludergli la gola, e i colpi di tosse che invano cercavano di spaccare quel muro posto fra lui e la vita.
Fu uno sputo tremendo, violento, inumano a riportarlo alla vita.
Fra le braccia di Sofia, Daniele respirava a grandi boccate l’aria, come fosse risalito da una profonda apnea. Il buio attorno a lui sembrava denso e girava contro al suo viso sudato, infilandosi nella sua bocca aperta che ancora ansava in cerca della vita che gli stava sfuggendo dal petto, mentre sul lenzuolo, proprio davanti ai suoi piedi, giaceva silenziosa ed enorme una macchia di muco colmo di sangue.
Sofia la fissò con terrore. Avrebbe voluto urlare. Avrebbe voluto dire qualcosa. Ma le parole le erano rimaste incollate sul palato, come se le avessero mozzato la lingua e ormai fosse in grado soltanto di esprimersi con sguardi o smorfie.
Soltanto buio, terrore e respiri pesanti si muovevano fra i loro corpi avviluppati come due animali che tremano sentendo un nemico avvicinarsi alla propria tana.
Ma Sofia aveva capito che quell’animale era stretto fra le sue braccia, e che sarebbe stato lui a recidergli con un morso la gola.
Lui le disse che andava tutto bene. Sì: «Dannata bronchite!»
Lei lo vide svanire nel buio, come fosse uno spettro, restando immobile sul letto senza poterlo raggiungere: cerea, come se lei stesse morendo al posto suo.
Sentì i passi di Daniele perdersi nel buio, e il suo respiro rantolare come unghie che grattavano le mura del corridoio.
Le parve di poter contare persino i passi di lui. Lo vedeva persino barcollare nel corridoio, come se stesse cercando un posto dove rintanarsi per morire, e infine, quando udì la porta del bagno chiudersi, gli parve di sentirlo crollare a terra, pesantissimo, come un corpo ormai troppo sfinito per poter andare avanti, e dunque desideroso soltanto di fermarsi, così da non provare più niente.
E Daniele si sentiva proprio così, avanzando a fatica nel bagno, riuscendo a malapena a respirare mentre bava, muchi e rivoli di sangue gli colavano sul volto.
Restò immobile contro al lavello, fissandosi allo specchio, e ora vedendo un volto che non sembrava il suo: un volto pallido, affaticato, sofferente e impaurito.
Al posto degli occhi vedeva soltanto due grotte buie, e il suo volto era un insieme di carne mutilata da cui grondava sangue misto a pus.
Rivide il volto di suo padre quando una volta, rantolando nel buio di un corridoio che pareva infinito, trascinandosi contro le mura come una bestia colpita a un fianco, ansimava tendendo la mano contro al vuoto, forse non vedendo nulla, ma cercando soltanto di raggiungere uno spiraglio di luce nel mezzo dell’oscurità che lo stava divorando vivo.
Ora Daniele non vedeva nulla davanti ai propri occhi se non il volto di suo padre, e lo fissava con aria dura come quand’era bambino, terrorizzandolo, impedendogli ogni movimento.
Ansimando ancora, allungò appena la mano tremula verso il vetro, sfiorandolo, e sentendo le unghie grattare contro di esso.
La lasciò cadere di colpo nel vuoto, contro a un lavello che odorava di cosmetici da donna, e di tutti i suoi profumi che ormai non gli sembravano avere più un senso.
Li guardò a uno a uno. Osservò le sue lamette pulite, il dopobarba di marca, e persino le pinzette con cui si sistemava le sopracciglia.
Poi rivide il proprio volto allo specchio, e una morsa atroce gli strappò via il cuore dal petto.
Suo padre lo fissava con occhi neri, privi di pupille, profondi quanto due pozzi senza fine.
Il terrore di Daniele era diventato una ferita profonda incapace di rimarginarsi, perennemente dolorante e che gronda sangue.
Nemmeno la morte era pari a quel dolore. Lo stava tagliando a pezzi vivo. Sentiva le proprie carni aprirsi e mani strappargli via dalla pancia gli organi mentre lui, immobile e ansimando, vedeva il volto gelido e violaceo di suo padre fissarlo.
Le lacrime iniziarono a cadergli silenziose dagli occhi, bagnandogli il viso mentre attorno a lui sentiva soltanto pesanti vangate, e fredda terra precipitare in una fossa, sopra la tomba di suo padre.
Ne sentiva ancora la puzza sin dentro al naso, e come allora da quella fossa udiva la voce di suo padre urlargli contro: «Perché mi hai ucciso?»
Sentì un’ultima vangata colpire la terra, poi le pale battere su di essa, e pesanti lastre di marmo precipitare nel vuoto.
Sì lavò in fretta la faccia, ansimando ancora e tossendo, pulendo il sangue dal proprio viso e cercando di lavare via il sangue che gli inquinava il cuore.
Quando uscì dal bagno Sofia l’attendeva in piedi nella camera da letto.
La lampada accesa sul comodino sembrava avvolgere soltanto lei, come se quella casa, i vestiti costosi di Daniele e ogni altra cosa non avessero più importanza.
Sofia sembrava una bambola, proprio come quella che Daniele le aveva regalato, e posta ancora su di un mobile pieno di trucchi, foto di loro due sorridenti, e alcune statuette di porcellana che Sofia amava particolarmente.
In quel momento lei era pallida più di quelle statuette. Fissava soltanto Daniele, e Daniele fissava soltanto lei: nel buio non esisteva altro che il bianco dei loro occhi incrociati in un comune terrore.
Le labbra di Sofia si mossero più volte, tremule, come se stessero dicendo qualcosa, ma senza emettere un suono.
Daniele le si avvicinò. Cercò di trattenere la tosse, sentendola rantolare nel petto e nella gola, e appena le fu vicino lei lo strinse forte, affondando le proprie dita contro la sua schiena e sfiorandogli la guancia con le labbra, sussurrandogli, quasi stesse per piangere: «Ma che hai? Sei sicuro che va tutto bene?»
A Daniele sembrava che Sofia fosse ora una bambina: quella bambina che non le aveva mai dato e che mai le avrebbe dato.
La strinse forte a sé. Le diede prima un bacio, e poi un altro.
Nel buio non si sentì altro che il rumore delle loro labbra umide toccarsi, e poi un respiro spaccare l’immensa densità del buio che li avvolgeva, proprio come un lampo squarcia il cielo notturno.
«Domani inizierò la cura» le rispose Daniele, trattenendo a fatica la tosse, mentre il suo petto pulsava veloce contro ai seni di Sofia.
Lei non ebbe il coraggio di dire una sola parola, proprio come tante altre volte, durante i silenzi di Daniele in cui lui stesso non sapeva a cosa stesse pensando. E ultimamente quei silenzi erano aumentati vorticosamente. Daniele non sembrava più nemmeno un marito, ma un padre; persino quando facevano l’amore a lei sembrava di essere stretta per compassione, non per altro.
A volte pensava che amasse un’altra. A volte pensava che non amasse lei e basta. A volte pensava di essere soltanto una stupida, perché a conti fatti Daniele le dava tutto, la trattava con una tenerezza tale da farla sembrare una principessa, e da quando erano sposati non avevano litigato mai nemmeno una volta.
Eppure mancava qualcosa. Lei non sapeva cosa, ma qualcosa mancava, come in una notte profonda in cui ti rigiri a letto, pensando a mille cose, ma incapace di afferrare quel pensiero che ti toglie il sonno.
Nemmeno in quel buio che li avvolgeva, o nei suoi occhi, o nelle labbra contro le sue, Sofia riuscì a dare nome a quel pensiero. Aveva soltanto paura, e l’abbraccio di Daniele non riusciva a frenare il tremore che scuoteva la sua anima.
Persino una volta a letto, in un buio che sembrava crema densa, lei rimase con gli occhi aperti: due palle bianche perse in un nero soffocante, mentre immobile sentiva il respiro pesante di Daniele, e i colpi di tosse che spaccavano il silenzio della notte, e dei colpi ancor più violenti spezzarle il cuore.
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Tratto dal racconto “Il profumo di mia madre”.

Sentì una presenza calda, viva, fiondarsi su di lui, e poi una mano calda stringere la sua, e un profumo di fiori di campo insinuarsi nelle sue narici.
Gli parve quasi di percepire un sorriso sul proprio viso. Mosse appena le labbra: tremavano, ma da esse non usciva alcuna parola, come fossero quelle di un muto.
Una mano calda, soffice, gli accarezzò il viso, e alcune gocce gli caddero sulla guancia, scendendo verso le sue labbra e salandogliele.
«Danny, sei sveglio? Come stai?» sentì ancora, senza capire se quella fosse la voce di sua madre o di Sofia.
Mosse ancora le palpebre. Le chiuse e le riaprì più volte, velocemente, e ora vedeva davanti a lui, offuscato da un alone di luce, un soffitto grigio sporco con al centro un neon tondo.
I rumori delle auto erano ora più vicini, quasi fossero accanto a lui, come un respiro pesante che gli stava entrando nel cervello, assieme a un ticchettio elettronico che pareva pervenire da ogni dove.
Mosse appena il capo. Lo reclinò debole verso quella presenza calda accanto a lui che continuava a tenergli la mano.
Aprì nuovamente gli occhi. Davanti a essi apparve una sagoma avvolta da una cappa di densa luce, quasi liquida.
Vide il volto di sua madre, e il suo braccio vibrò, incapace di muoversi, senza poter raggiungere quell’immagine prima che svanisse lasciando davanti alle sue pupille soltanto l’immagine di Sofia.
Gli sembrò di vederla ancora muoversi in essa quando chiuse di colpo gli occhi, girando il capo a lasciandosi ancora tenere la mano da lei.
Vedeva impregnati nei suoi occhi gli occhi di lei stravolti dal dolore, e sapeva di essere lui la causa di quella sofferenza che aveva spezzato quella donna.
Non riuscì a dire una sola parola. Non sapeva nemmeno se fosse ancora in grado di parlare; ma anche se lo fosse stato, non avrebbe saputo che dirgli.
Forse prima di tutto avrebbe dovuto chiederle scusa per averle mentito per tanto tempo, rubandole anni di vita, come il cancro che gli stava rubando la sua di vita.
Pensando a quella parola i suoi occhi vibrarono nell’aria come bandiere colpite dal vento.
Davanti a lui ci stava un macchinario che emetteva dei “beep” fastidiosi. Era attaccato al corpo di un vecchio steso su di un letto, ormai grigio, ridotto a pelle e ossa, avvolto in una coperta simile a un sudario, dormendo forzato dalle medicine e rantolando nell’aria.
Osservò una finestra da dove provenivano i rumori delle auto e di una città che continuava a scorrere, nonostante lui stesse morendo; alle sue spalle si udivano dei passi, un brusio di voci, e delle rotelle sfregare il pavimento, trasportando qualcosa di pesante come carne umana.
Ancora non riuscì a dire niente. Avrebbe tanto voluto dire qualcosa: dire tante cose, come magari chiedere scusa a Sofia. Ma si sentiva soltanto smarrito assieme a lei in un buio talmente intimo da farlo sentire in imbarazzo.
Non ricordava di aver mai sentito lei stringergli la mano con tanto calore, né di essersi abbandonato a un simile caloroso amore.
Si sentiva al sicuro, eppure al tempo stesso tremendamente sporco, come suo padre che aveva rubato la vita a un altro essere umano pur senza amarlo, ma soltanto per non sentirsi solo più di quanto fosse, e costruire un mondo fasullo attorno a lui.
Ebbe appena la forza di voltarsi, ma non aprì gli occhi. Aveva paura che se l’avesse fatto non sarebbe riuscito a trattenere le lacrime.
Sentì ancora la voce di Sofia contro al proprio viso, ora pesante come se provenisse da ogni angolo della stanza, avvolgendola.
«Danny…»
Lui serrò con forza gli occhi, inabissandosi in un buio che non gli sembrava abbastanza profondo per soffocare il male che batteva nel suo cuore, e stringendo forte l’esile mano di Sofia come se volesse con ogni briciola di forza, con ogni minima pulsione della propria esistenza, dirle che gli dispiaceva.
Ma non emise un fiato.
Con l’altra mano si toccò appena le labbra.
Erano secche, screpolate, e non parevano emanare alcun profumo: non avevano più il profumo delle labbra di sua madre, né di quelle di Sofia.
La mano di Daniele lasciò velocemente quella di Sofia, lasciandola nel vuoto, come un ramo secco proteso verso il cielo.
Si rigirò nuovamente dall’altro lato, dando le spalle a Sofia lì accanto a lui: pallida, immobile, come fosse del tutto svuotata.
«Scusami» sussurrò soltanto. Una voce flebile e dolorosa come quella di un bambino che non sa cosa dire, dopo aver tradito la fiducia della propria mamma.
La voce di Daniele sembrò avvolgere Sofia in una bolla liquida in cui non riusciva nemmeno a respirare.
I rumori al di là della finestra erano svaniti, il rantolo del vecchio era cessato, e il brusio di voci e passi provenienti dal corridoio sembrava non essere mai esistito.
Nella testa di Sofia, sulla sua stessa pelle, non si muoveva altro che quella semplice ma lancinante parola:
“Scusami!”.
Lei cercò di sorridere, portando la mano verso Daniele e accarezzandogli i capelli zuppi di sudore, ma mentre lo faceva gli tornarono in mente i momenti vissuti assieme: la prima volta in cui avevano fatto l’amore, il giorno del matrimonio, lui che l’aveva portata in braccio fin dentro la loro nuova camera da letto, le tante serate passate a parlare assieme, abbracciati come due vecchi sposati da decenni, e i nomi che avrebbero voluto dare ai loro figli.
Quali nomi aveva scelto Daniele? Non li ricordava! E forse lui non aveva mai scelto alcun nome. Forse lui aveva lasciato che fosse sempre lei a scegliere dei sogni che mai avrebbero realizzato.
Di colpo tutto era svanito. Tutto era stato spazzato via con una manata. In Sofia non restava che il vuoto: un buio immenso, asfissiante e pesante da cui sentiva di non poter fuggire.
Era così pallida da sembrare senza vita. Le sue labbra ora non sembravano più rosse, ma violacee come quelle di un cadavere.
Per un attimo le sembrò di essere lei la malata in quella stanza, e desiderò tanto che qualcuno l’abbracciasse, ma Daniele non mosse un dito; restò sdraiato su di un lato, immobile come se nemmeno fosse vivo, ma invece percependo sul proprio corpo tutto il peso del dolore di Sofia da cui sentiva di non avere scampo.
Avvertì ancora la mano di lei, sempre più lenta, quasi non avesse più forze, muoversi sul suo capo.
Un’ondata di calore gli riempì il petto, e in lui presero vita tante parole che avrebbe voluto dirle: quelle parole che non gli aveva mai detto, e che forse l’avrebbero salvata se mai avesse avuto il coraggio di dirgliele.
Mosse appena le labbra, lentamente, come fosse un sordomuto che cerca di parlare, senza riuscire a emettere alcun suono, restando in un silenzio assordante quanto il buio che l’avvolgeva e in cui ora persino le luci provenienti dalla finestra sembrarono sparite.
«Scusami» sospirò ancora, nascondendo il volto sotto le coperte e sentendo la mano di lei scivolare via fino a sfiorare soltanto il lenzuolo.
Sembrava volesse nascondersi da lei. Sembrava volesse svanire, come se si vergognasse persino di farsi vedere.
Una lacrima cadde sul volto di Sofia. Da fuori si sentì una sterzata brusca, e il vecchio nell’altro letto si rigirò violentemente, annaspando nell’aria per alcuni secondi, cadendo poi sfinito a letto, come se non gli restassero più forze in corpo.
Sofia lo guardò terrorizzata, e nel vederlo, per un attimo vide Daniele al suo posto.
Poggiò la mano su ciò che restava del suo viso, quasi del tutto coperto dal lenzuolo.
Per un attimo le parve un cadavere coperto da un sudario, ed ebbe voglia di scoppiare in un pianto feroce.
«Perché non me l’hai detto?» gli sussurrò, senza smettere di accarezzarlo.
Attese secondi che sembrarono anni. Il buio, palpabile e soffocante le si stringeva contro, mentre lei vedeva davanti ai suoi occhi madidi soltanto la forma immobile e silenziosa di un uomo di cui le pareva non conoscere più nemmeno il nome, e quel corpo a terra in un bagno dove aveva passato tanti momenti, ormai svaniti nel nulla.
«Vedrai che andrà tutto bene» riprese, cercando persino di sorridere, mentre silenti, come l’acqua che scorre sulle rocce fino a solcarle, lacrime bollenti le rigavano il viso, cadendogli sulle labbra gonfie e salandogliele.
«Il dottore ha detto che forse con la chemio…» riprese, per poi bloccarsi di colpo.
Fissò Daniele. Avrebbe voluto che fosse lui a dire qualcosa: qualsiasi cosa! Tutto, tranne che darle quella responsabilità che la stava schiacciando, e che sentiva sempre più vivida sulle sue magre spalle, accresciuta dal silenzio inumano di Daniele che orami sembrava soltanto un vecchio che decide di farsi morire per strada.
Spostò di un poco il lenzuolo e gli accarezzò la guancia, ma lui non si mosse minimamente.
«Vedrai che insieme ce la faremo» aggiunse. Ma niente! Stava parlando soltanto a se stessa. Di suo marito non ci stava traccia.
«Tu però devi reagire» incalzò, senza smettere di accarezzarlo, in attesa di un qualsiasi gesto di quell’uomo che aveva amato, e ormai del tutto scomparso.
Cercò persino di sorridere. Si asciugò le lacrime con la mano, e quando tirò su col naso, Daniele percepì un brivido febbrile lungo la schiena, e chiuse con violenza gli occhi per trattenere le lacrime.
Affondò la testa contro al cuscino. Il vecchio accanto a lui tossì forte. Un uomo per strada urlò verso chissà chi, e Sofia, sforzandosi ancora di sorridere, come se ci fosse qualcosa da sperare per lui e per loro, disse: «Danny, ora dobbiamo soltanto pensare a rimetterti in piedi»
Ma ancora una volta lui non si mosse, e lei ebbe voglia di urlare dalla disperazione e alzarsi dalla sedia gettando tutto per aria, strillando nel mezzo di quel buio in cui si sentiva ora sola come mai nella propria vita.
«Danny, ma mi ascolti?» aggiunse soltanto, incapace di fermare le lacrime che le stavano deformando il viso.
Lui si mosse appena. Un movimento lieve, ma che Sofia, sotto la propria mano, percepì violento quanto un terremoto.
«Danny…» sussurrò soltanto, fissandolo con occhi vetrosi, in attesa di una parola, di un gesto, di un urlo: di qualsiasi cosa!
«Sofia…» echeggiò nel buio, e lei percepì quella voce, quella parola, come se non fosse un suono, ma una mano precipitata con forza contro al proprio petto.
«Danny?»
«Scusami!»
La mano di Sofia si paralizzò sul volto immobile di Daniele. Ogni centimetro della sua pelle, imperlata da gelido sudore, si ritrasse come un arco pronto a scoccare, e i suoi occhi erano di colpo diventati due grotte buie nel mezzo di un pallido viso su cui labbra, simili a una ferita, tremavano incapaci di emettere alcun suono.
Sofia precipitò sul corpo di Daniele, piangendo di un pianto furioso, straziante, implacabile.
I suoi gemiti rimbombavano nel buio. Le lacrime le stravolgevano il viso, cadendo sulle gote arrossate fino a entrarle nella bocca, salando le labbra ormai gonfie come ferite infette.
Daniele sentiva le mani di lei affondare sul suo corpo coperto dalle lenzuola, e le lacrime cadergli fin sulle guance, mischiandosi alle sue che, silenziose, non avevano nemmeno più la forza di narrare un dolore che dal di dentro lo stava spaccando in due, come si spezza la chiglia di una nave travolta dalle onde.
Restò immobile, accogliendo il pianto disperato di Sofia, finché lei non ebbe più urla, e striminzita come una bambola a lungo usata e poi gettata per strada restò col capo stesa sul letto, in ginocchio, accanto a Daniele ancora voltato.
Portò la mano contro la sua schiena, sfiorandola delicatamente, come aveva fatto tanto volte mentre lui dormiva.
«Perché?» disse soltanto.
Un pesante sospiro sembrò immergere la stanza intera, e le vite di entrambi.
«Non lo so» rispose Daniele, debole da sembrare non avesse più forze per parlare.24448-freud-saba-linfanzia

“La finestra chiusa”, in fase di editing

Ricordo una delle prime volte in cui da piccolo capii il senso della parola umiliazione. Avevo appena cinque anni. Frequentavo l’asilo, e mio fratello la terza elementare. Indossavo un orrendo grembiulino giallo canarino. Non conoscevo ancora il significato della parola odio, ma sentivo di non sopportare quella divisa, come non sopportavo di vederla addosso agli altri bambini attorno a me.
Avevo passato il più delle ore a giocare da solo con le costruzioni. Non amavo stare con gli altri bambini, li reputavo volgari e invadenti, perché avevo sentito da mia madre quelle due espressioni, e dunque doveva essere anche per me così.
Attorno a me, in una stanza simile a una gabbia dalle mura piene di disegni colorati che puzzavano di gessetti e pastelli a cera, i bambini amavano fare giochi di gruppo, e a volte si azzuffavano insultandosi in dialetto che detestavo, perché mia madre lo detestava, e insultandosi proprio come fossero adulti.
Puzzavano persino come gli adulti!
Io preferivo starmene da solo, costruendo cose senza senso che poi avrei distrutto. Ma quel pomeriggio non stavo più costruendo niente. Avevo appena finito di creare un robot a tre teste, per poi vederlo distruggere da un altro bambino che mi urlò contro: «Ricchione!».
Scoppiai a piangere. Iniziai a piangere così forte che la maestra, una vecchia donna dal volto cattivo, dovette afferrarmi per cercare di tranquillizzarmi.
Ricordo come fosse ieri la sua forte stretta, il suo sguardo malvagio e il suo fetido alito di fumo. E ricordo come le afferrai i capelli e le graffiai il viso, urlando e continuando a piangere sempre più forte, ingoiando le mie lacrime salate e vedendo la realtà attorno a me offuscarsi in un vortici di colori a cera contro ai miei occhi arrossati e gonfi di lacrime.
Di certo quella donna desiderò colpirmi con una forza tale da staccarmi la testa dal collo, ma non potendolo fare si limitò a cacciarmi fuori dalla classe: cinque anni, poco più di un metro d’altezza, poche ossa in un odioso grembiulino giallo, e già mi trovavo in castigo. Già fui gettato via. Già fui bollato come sbagliato.
Stavo fermo contro al muro accanto alla porta della classe, ancora in lacrime, impaurito, e senza capire quale fosse la mia vera colpa.
Ricordo che quel corridoio sembrava gigantesco, e i disegni colorati erano in quel momento orrendi: uccelli rosa mi sembravano demoni, e pesciolini rossi erano per me diavoli.
Tremavo come una foglia, solo e smarrito, tirando su con il naso il muco che mi colava fino alle labbra e guardandomi attorno in cerca della mia mamma, respirando solamente un soffocando odore di gesso, e continuando a non comprendere quale fosse la mia colpa.
Ma non ci stava nessuno lì. No, fui abbandonato. Fui rifiutato. Fui gettato via come immondizia: la stessa che mio padre non voleva mai scendere di sera, costringendo la mamma a farlo.
Tremando, capendo per la prima volta nel mio giovane cuore il senso della parola “confusione”, guardai una delle porte in quel gigantesco corridoio che si protraeva fino all’infinito.
Era l’ultima porta sulla sinistra. Una normalissima porta di plastica con nel mezzo un oblò di vetro.
Sapevo che era la sua di classe, e asciugandomi le lacrime con il mio piccolo pugno camminai lentamente verso di essa, desiderando solamente che qualcuno mi stesse vicino. Desiderando solamente che qualcuno mi dicesse che tutto andava bene, abbracciandomi.
Ma andava bene per davvero?
Dovetti alzarmi sulla punta dei piedi per arrivare al vetro, tenendo poggiate con forza le mie piccole e paffute mani contro la fredda plastica della porta.
Guardai al di là di quel vetro opaco. Una donna di circa trent’anni stava seduta dietro a una cattedra, urlando a gran voce parole che non potevo sentire, mentre una classe composta da circa venti bambini con addosso grembiulino blu o rosa e al collo un fiocco verde, fingevano di ascoltarla persi nei propri pensieri.
Io guardavo mio fratello e sorridevo. Sorridevo come quando mia mamma mi stringeva forte, perché speravo che lui mi vedesse, ma non mi vide neanche quando un ragazzino biondo e ciccione cominciò a ridere guardando verso di me e indicandomi con il dito.
In breve tutta la classe iniziò a ridere. I loro occhi erano su di me. Le loro risate sembravano liquefare quel pezzo di plastica che ci divideva, roteando attorno a me come tanti spettri crudeli.
Smisi di sorridere. Un patetico broncio tremò sul mio viso, e gli occhi tornarono gonfi di lacrime.
Sentii solamente una calda, atroce lacrima colare sulla mia guancia arrossata forse più dalla vergogna che dal dolore, mentre fissavo ancora quei volti, sentendomi solamente un inutile sgorbio.
Mio fratello mi vide?
Non fu certo lui a uscire da quella porta quando si spalancò. No, furiosa e veloce la maestra si pose davanti a me, e io in un millesimo di secondo non vidi altro che i suoi occhi iniettati di odio, percependo poi tre violentissimi schiaffi contro la mia piccola mano.
Uno.
Due.
Tre.
Poi la maestra sbatté la porta contro la mia faccia. Non si sentì più alcuna risata provenire da quella classe, né tantomeno riuscii a piangere.
Rimasi lì immobile come fossi stato appena violentato. Non conoscevo neanche il significato di quella parola, ma sapevo che faceva male sentirsi un niente. Sapevo che era tremendo sentirsi deriso, umiliato: era come essere stato ucciso.
No, non versai una lacrima, ma sentii qualcosa di caldo contro le mie cosce, e poi lungo sulle ginocchia.
Il grembiulino diventò di un giallo scuro, e un acre odore di urina giunse fino alle mie narici, mentre io stavo lì immobile, tremulo, fissando quella porta mentre la mia mano arrossata pulsava dal dolore.
Quando mia madre venne a prenderci la maestra non mi aveva tolto di dosso neanche il grembiulino. No, le disse che mi ero comportato male, e le consigliò di trovare un buon sostegno psicologico perché io potessi riuscire a inserirmi assieme agli altri bambini.
Non dissi nulla mentre loro parlavano. Avevo solamente bisogno di un abbraccio, mentre gli ultimi bambini della classe uscendo mi guardavano e deridevano indicando il mio grembiule bagnato, e mia madre continuava a cercare di capire come fare di me un bambino perfetto.
Avrei avuto solamente bisogno di un abbraccio, ma non mi abbracciò neanche quando andammo verso casa: lei con il mio grembiulino sporco in una busta, e io nella sua mano, tenendo strette le gambe per la vergogna, cercando di nascondere a tutti quella macchia di urina, mentre mio fratello parlava della sua giornata a scuola.
Possibile che non mi aveva visto? E mia madre aveva notato la mia mano rossa e indolenzita?
No, nessuno notò niente, e il giorno dopo andai a scuola con il pannolino, e per colpa di coloro che mi credevano diverso capii cosa significasse sentirsi diverso.

Tratto da “La finestra chiusa”, in fase di editing.

L’aria profuma di ammorbidente e di fiori freschi. La cucina ne è impregnata. Quel profumo si muove su mattonelle bianche decorate da piccoli fiori, sui mobili di ciliegio e su alcune fotografie poste sulle mura.
Percepisco l’aroma del caffè mischiarsi a questo profumo che conosco meglio dell’odore della mia pelle. Sento il ribollio della macchinetta per il caffè che fuma sui fornelli, e il suo odore sempre più forte insinuarsi per l’intera stanza: parte di un rituale da compiere in ogni casa quando giunge un ospite.
Lei, mia zia Francesca, sta ferma davanti ai fornelli. Sulle sue ossa che sembrano uscirle fuori dalla pelle smagliata ci sta un vecchio maglione bianco coperto da un grembiulino rosa, e da una gonna lunga e marrone si intravedono le sue pallide gambe, una volta carnose, ora ridotte a ossa coperte da pelle ruvida da cui si possono contare le vene.
Osservo le sue piccole mani che tante volte mi hanno stretto, ora afferrare con fatica delle tazzine da una credenza, mentre le sue magre ma sorridenti labbra si muovono chiedendomi: «Ma a mamma hai detto che stai qua?»
Non le rispondo subito. Mi perdo nei colori accesi del foulard sulla sua testa, immaginando quei rossi capelli che tante volte ho stretto e annusato.
Non ne ha più da mesi e mesi. Lei ha solamente dodici anni in più a me. A soli dodici anni già mi teneva tra le sue braccia, e ora la vedo andare fra le cupe braccia della morte, senza neanche poterle accarezzare un’ultima volta i capelli.
Sembra quasi saperlo mentre sorride, accogliendo il mio silenzio come fosse una risposta.
Respiro ancora il profumo del caffè. Ora è più intenso. Lei ha spento la fiamma, e mentre fisso una foto appesa al muro sento il tintinnio del cucchiaino contro la ceramica.
Lei sa già quanti cucchiaini di zucchero voglio. Lei sa tutto di me. Lei mi conosce da quando sono venuto al mondo, e forse anche meglio della sua sorella che mi ha dato la vita.
In questa foto ci stiamo proprio noi due, io e mia zia. Lei mi tiene in braccio. Ha solamente quattordici anni, ma sembra già una donna adulta. La mia mano paffuta le stringe un seno allora carnoso, diversamente dal petto scheletrico e fragile avvolto in quel grembiulino che ormai le va largo.
Sorridevo in quella foto, cercando il suo seno come fosse quello della mia mamma. Ero felice come quel bambino biondo nelle foto a casa mia.
Dio, come posso non ricordare?
Lei sorride, avvicinandosi e dicendomi: «Da piccolo eri proprio un malato. Stavi sempre a toccarmi le zizze.»
Cerco anche io di sorridere, anche se vorrei solamente piangere.
Uno dei suoi seni neanche esiste più. Glielo amputarono all’inizio della malattia, prima che il cancro si diffondesse ai polmoni.
Il mio sguardo lentamente si allontana da quel ricordo, come se una nube mi stesse portando altrove, rendendomi leggero come una lettera d’amore che vola nel cielo.
L’odore del caffè ora è vicinissimo, proprio sotto al mio naso.
Del caldo fumo si addensa contro al mio viso, e il sorriso di mia zia sembra volermi ancora stringere al proprio petto, come se potessimo entrambi tornare in quella foto davanti a noi.
«Dovreste trovare un modo per capirvi» riprende sedendosi al mio fianco, debole come un animale ferito che si trascina verso un angolo. «Al telefono lei mi parla sempre di te» aggiunge, porgendomi la tazza mentre io tenendo la testa china non ho nemmeno il coraggio di guardarla.
Afferro con le dita quella tazza calda e profumata, mentre lei, sorridendo delicatamente prende la sua con entrambe le mani, come se non riuscisse nemmeno a reggere quel misero peso.
La porta verso le labbra una volta morbide. Le vedo sfiorare appena la tazza mentre si muovono dicendomi: «È preoccupata per te, solamente che non sa come dimostrarlo.»
Ancora una volta non le rispondo. In un sorso finisco il caffè, mentre lei sorseggia il suo. La guardo un attimo e poi mi alzò andando verso la finestra. Un lieve luce entra nella stanza muovendosi da dietro le tende bianche davanti a me. È una luce gialla e arancione. La luce che ho sempre visto in questa casa, anche quando da adolescente andavo lì da lei per fare i compiti, oppure per nascondermi da mio padre quando era troppo arrabbiato perché potessi sopportarlo.
Ricordo che ogni volta stavo seduto proprio davanti a quella tavola, e lei stava lì ferma, proprio come ora.
Parlavamo a lungo, e parlavamo di tutto. Parlavamo di me!
Vorrei tanto tornare a quei giorni, ma so che non posso. Lei sta morendo, e so che non posso farci niente.

Bellissima intervista al qui presente, tenuta dalla redazione del portale “Insieme cambiamo Arzano”, in merito a “Zero”, antologia di racconti creata da 14 autori, sul tema forte delle dipendenze, ed edita dalla Damster edizioni.

Felicità,  amore, paura, colpa,  con la mente l’essere umano crea allo stesso tempo distrugge. Con le mani crea, con le stesse distrugge. I pensieri  spingono la materia nell’alto o verso il basso senza una via di salvezza. Da giù la spia del malessere si accende. “Zero” è un libro della Damster edizioni scritto da 14 autori che raccontano 20 storie su particolari dipendenze umane.

Alcune  diventano vere ossessioni con  stati modificati della percezione, altre finte abitudini pericolose: ti isoli dalla realtà ed entri in un mondo illusorio.  Ti convinci della forza del sintomo: lui forte occupa spazio, mentre tu debole arretri. L’uomo nel dedalo si lascia guidare da impressioni spesso contradditorie. Dalle dipendenze, prigione di uomini, nè potrai uscire? Si: la causa è da cercare in un labirinto della coscienza che ti guida allo spirito.

Il corpo soffre perché l’anima ha perso la sua dimensione. Questo stato necessita di sapienza nel cammino a ritroso verso la luce. Le emozioni disarmoniche sovrastano il solido e diventano stati insoliti. L’uscita? Ci sono le esperienze di ognuno: 20 vite illustrano la dura realtà in maniera cruda. Il libro tratta del disagio, la soluzione nessuno la troverà,  forse solo chi ha smarrito il filo conduttore.

Leggere il racconto è come incominciare un viaggiare dentro di noi, li al centro, in quell’angolo buio si troverà una lampada che solo il viandante potrà accendere. Uno dei 14 autori, Marco Peluso, ci spiega il progetto “Zero” e il significato delle dipendenza nei  racconti:

  • Per favore, ci spieghi di cosa tratta Zero.

Beh, Zero narra di dipendenze. Non tanto intese come un vizio, quanto come ciò che conduce una persona ad avere, appunto, una vera e propria dipendenza da un elemento esterno.

Non si tratta dunque del fumo, dell’alcool, di una qualche droga o del sesso. Questi sono vizi. Ciò che ci porta a utilizzare determinate cose, e dunque esserne dipendenti, è un qualcosa celato in noi. Qualcosa a volte di atavico. Magari una ferita, un trauma, una delusione.
Noi esseri umani non siamo fatti di compartimenti stagni come una nave. No, quando l’acqua entra in una stanza, essa invade l’intera nave. E se non si prendessero in tempo adeguate misure, presto la nave finirebbe a picco.

Questa è appunto una dipendenza. O meglio, l’origine di una dipendenza. Qualcosa che ha segnato la nostra vita, inquinandola con una menzogna. Una menzogna ridondante in noi, che ci porta appunto a seguire determinate cose nell’illusione di poter con esse far cessare tale menzogna. Mentre, per assurdo, seguendo quell’illusione finiamo sempre più per dipendere da essa, fortificando le menzogne che ci portano a inseguirla.

  • Perché parlare proprio di dipendenze?

A dire il vero tutto è nato come una specie di gioco.

Un’amica, Elisa Bellino, ideatrice assieme a me di Zero (come un’altra delle autrici, Maddalena Costa) nonché autrice, mi chiese di scrivere qualcosa a quattro mani.

Personalmente sono un solitario, sia nella vita che nella scrittura, ma conoscendo tale autrice (se pur alla sua prima esperienza) e apprezzandone lo stile, decisi di acconsentire alla sua richiesta.

Da qui il “Di cosa parliamo?”, e la sua risposta di voler parlare appunto di dipendenze.

Avendo io già pubblicato diversi romanzi con la Damster edizioni, proposi subito il progetto al mio editore, e convocai alcuni autori della stessa casa editrice

Ah, e perché proprio le dipendenze? Beh, sarebbe più opportuno dire, chi di noi non dipende da qualcosa?

Proprio questo uno dei motivi, almeno per quanto mi riguarda, che mi ha spinto a scrivere di dipendenze. Perché tutti lo siamo, ma pochi lo riconoscono.

Oggi più che mai si vive in una società dove l’apparenza è tutto. Ce lo dicono le pubblicità, no? In ogni angolo, in ogni dove, tutto ci urla “Devi essere un vincente. Devi piacere alla gente. Devi essere il migliore”.

Continua sul seguente link…

Progetto “Zero”, un libro che racconta 20 storie di dipendenze

 

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Tratto dal mio racconto “Il Re”. Presente nell’antologia “Zero”, edita dalla Damster edizioni. Antologia creata da me assieme ad altre due autrici, e realizzata assieme ad altri 11 validi autori. Un viaggio nelle dipendenze che soffocano la vita.

Tutti finti. Tutti noiosi. Tutti uguali tra loro.
E vennero a me a decine! Gente che un tempo non mi avrebbe neanche cagato! E invece mi facevano sorrisi, e di certo avrebbero cominciato a sputare merda contro di me una volta che fossi andato via.
Ma intanto ero lì, purtroppo. Nel centro di quel vortice. Ascoltando le loro stronzate. Rispondendo controvoglia alle loro merdose domande mentre a grandi sorsi bevevo birra come se volessi annegare il mio cuore. Finendo subito la prima, poi la seconda, finendo una terza offerta da uno di quegli stronzi, e attaccando ancora un’altra passata da un altro coglione.
Cristo, tutto era così confuso. Tutto roteava attorno a me velocemente. Ero gettato in una lavatrice a gettoni. Ero solo uno straccio che girava velocemente in un vortice di acqua fetida. E le loro facce erano ovunque. Le loro labbra mollicce erano ovunque. I loro occhi gelidi erano ovunque. Le loro parole insulse erano ovunque. E le loro voci ronzavano attorno a me come uno sciame di mosche.
«Signor Gargiulo, ma come le vengono certe storie?»
«Marco! Posso chiamarti Marco, vero? Ma come mai nelle tue storie parli sempre di sesso?»
«Marco, hai mai avuto una visione?»
«Mi dica, signor Gargiulo, lei è sicuro di essere etero?»
«Signor Gargiulo, ha mai pensato di scrivere una storia d’amore a lieto fine?»
«Marco, non credi che bevendo ogni giorno ti perdi il meglio della vita?»
«Senti, Marco, tu sei il più cazzuto figlio di puttana che sia mai esistito al mondo!»
Cristo, non ne potevo più!
Quella massa di sconosciuti pretendeva di conoscere la mia vita. Voleva pesarla, analizzarla, imballarmi e mettermi addosso una bella etichetta.
Ero una cavia da laboratorio, né più né meno. Ero un oggetto in una vetrina, un dvd su di uno scaffale, un vestito su di un manichino.
Non ero niente! Non esistevo neanche per quelli. Eppure tutti mi volevano! Tutti volevano me. O forse tutti cercavano un modo per vivisezionarmi, così da potermi crocifiggere meglio quando sarebbe venuto il momento del mio declino.
E stava davvero arrivando quel momento?

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Zero, il booktrailer!

Booktrailer di Zero, antologia di racconti ideata da Marco Peluso, assieme a Elisa Bellino e Maddalena Costa. Realizzata assieme ad altri 11 autori. Edita dalla Damster edizioni, e disponibile presso i migliori stores online.

14 autori, 20 storie di dipendenze. Una raccolta di racconti forti, realistici, capaci di sbranare ogni illusione di essere liberi per davvero. Di non dipendere da qualcosa.