INSONNIA. Un horror thriller doloroso quanto solamente la realtà può essere. Ancora inedito.

Ero in un incubo, la mia vita stava andando a puttane, non vedevo da giorni la mia bambina ed ero alla ricerca di una ragazzina probabilmente morta, eppure a cosa pensavo? A scopare!

Che bestia. Una vera bestia.

Così tornai alle mie cose. Fissai il vuoto, sorseggiando la mia birra, pensando di essere stato un pazzo ad andare in quel posto. Solamente un folle visionario! Quando ecco che, improvvisamente, sentii una mano sulla mia spalla.

Mi girai di scatto. Ma attorno a me non ci stava nessuno. Nessuno, se non quella solita gente di merda. E nessuno di loro sembrava avermi visto, né tantomeno toccato.
Mi voltai nuovamente. Senza pensarci. Bevendo la mia birra e fumando una sigaretta. Pensando che una volta finita mi sarei tolto da quel posto del cazzo, tornando a casa per poi chiamare Sara e farmi una bella scopata.
Beh, avevo fatto male i conti, ancora una volta.
Sentii nuovamente una mano sulla mia spalla, e quando mi voltai, stavolta vidi qualcosa eccome.
Vidi lei!
Quella ragazza era nuovamente lì. In piedi davanti a me. Nuda e spettrale nel mezzo di quella folla rumorosa. Invisibile a tutti. Gelida come un ruscello in inverno. Cupa come lo sguardo di un malato terminale.
La sua pelle era un insieme di lividi. Chiazze violacee si mischiavano a un intenso pallore, mentre qui suoi neri occhi mi fissavano. Insensibili. Vuoti. Morti.
Percepii solamente dolore nel vederli. Un dolore che mi accusava. Mi accusava di essere vivo, mentre lei era morta. Mi accusava di poter ancora godere, mentre lei era costretta a un eterno supplizio
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Volete vedere il dolore umano? O magari l’amore! Quello vero. Quello che fa paura. In circa tre anni, otto romanzi, e un’antologia di racconti da me ideata. Lasciatevi scioccare dalla cruenta realtà.

THE WRITER
Fissai a lungo quella pagina. Per secondi che mi sembrarono anni. Senza che mi venisse in mente niente. Nessuna storia! Non una sola parola.
Otto romanzi scritti e quattro pubblicati, e non avevo più parole! Solo il vuoto. E quei miei merdosi e fasulli sorrisi ancora scolpiti nella testa.
Diedi un sorso forte alla bottiglia, come a volerli annegare.
Ma rimasero lì. Innanzi a me. Vividi e penetranti.
«Quante stronzate che hai saputo dire stasera. Bravo! Davvero bravo!» sentii rimbombare in quella stanza.
Digrignai i denti e strinsi forte la bottiglia, alzandola con forza contro le labbra e dando un forte sorso come se volessi fare arrivare fino al cuore quella merda alcolica.
Non morii! No, ero lì fermo, e quella risata rimbombava nella stanza e dentro di me. Devastandomi. Spezzando ogni mia singola ossa.
Chinai il capo, ficcandomi la mano in testa e afferrando i capelli come se volessi strapparli. Strizzando gli occhi e digrignando ancora i denti.
«Che cazzo vuoi da me?» strillai. Quasi piangendo. Tremando e fissando il buio.
Lui rise ancora. Io aprii gli occhi e mandai giù altro vino.
«Ma non sto scherzando!» riprese a echeggiare la voce attorno a me «Sono sincero. Sei stato fantastico! Dio, non credevo che tu potessi essere così bravo. Davvero! E invece hai dato loro quello che volevano. Finalmente hai capito, testa di cazzo»
«Fa silenzio!» urlai, alzandomi di colpo dalla sedia e additando il vuoto «Tu non esisti! Tu non ci sei. Non sei un cazzo di niente!»
Quella risata mi avvolse ancora. Io girai attorno a me. Cercando di vederlo. Cercando di mettere fine a quell’incubo.
«Tu non sai un cazzo di me!» strillai ancora «Io sono uno scrittore! Non sono un patetico pagliaccio. Sono uno scrittore!»
«Scrittore un paio di palle!» urlò più forte, quasi sbattendomi al tappeto con quel suo urlo «Alla gente non fotte niente degli scrittori. Vogliono solo sognare! Vogliono eroi in cui rispecchiarsi. Alla gente non fotte un cazzo dei tuoi merdosi libri!»
«Sta zitto!» urlai, lanciando quella bottiglia contro al mio armadio. Vedendola fracassarsi contro di esso. Vedendo frammenti di vetro volare ovunque, e vino colare sul pavimento, mentre la sua risata cominciò a svanire in quella stanza.
Restai lì fermo ad ansimare. Fissando quella macchia di vino impressa sul mio armadio. Fissando quel vino colare a terra come fosse sangue. Il mio sangue!
 
AFFAMATA D’AMORE
Lei stava davanti la porta della finestra. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva
un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse
fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie
mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì
una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
«Marco, ti devo dire una cosa» sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore
colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del
cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a
vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo
di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che
non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua
vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso
con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il
lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da
tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello
che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di
sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e
ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che
mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.
 
UN CIELO DI CEMENTO
Una volta a casa mi trovai nel tipico appartamento spazioso e arredato con cura.
Ogni cosa al proprio posto. Mobili puliti. Un televisore da 42 pollici in un soggiorno lindo e pieno di oggetti costosi in ogni dove.
Ovviamente come prima cosa, fregandosene di noi e di tutto, il dottore si mise comodo e andò sul divano a guardare la TV.
Dio, avrei fatto anche io quella fine? Ecco cosa pensai, vedendo quella casa. Vedendo lui, mentre Elisa mi condusse nella sua camera.
Ed eccomi lì, quello era il mondo di Elisa. Era il mondo della mia donna.
Ed era come l’avevo immaginato?
Beh, in parte sì, in parte no. Per esempio la prima cosa che mi balzò all’occhio fu un mobile pieno di peluche.
Lei aveva detto più volte di odiare i peluche. Eppure quella stanza ne era piena. Una stanza da bambina, sì, ma tenuta in estremo disordine. Anche se si trattava di un disordine curato, in un certo modo. Un disordine quasi ricercato.
No, non c’erano bottiglie vuote per terra o mozziconi di sigaretta, come nella mia casa. Solo dei libri sparsi qui e là. Qualche foglio da disegno. Vestiti. Matite. E alcuni fumetti.
La mia attenzione poi si posò sulla porta della stanza, mentre Elisa si spogliava, mettendosi il pigiama, stranamente imbarazzata.
Sulla porta ci stavano diverse scritte. Perlopiù il nome di Eli. E ancora cose del tipo “Voglio vivere e non sopravvivere”, o frasi in inglese che significavano “Io sono viva”.
Già, di certo quando le fece, tempo fa, o magari anche solo di recente, l’aveva fatta sentire speciale. Ma a conti fatti cose di quel tipo in adolescenza vengono fatte da qualsiasi individuo.
C’è chi scrive il proprio nome su di una porta. C’è chi scrive parti di canzoni su dei mobili. C’è chi scrive i nomi dei propri idoli sulle mura di casa.
Io, per esempio, sulle mura di casa scrivevo passi della bibbia. Ma allora ero solo un adolescente. Ed Elisa, lo era ancora?
Cercai di non darmi risposte da solo. Già ero troppo confuso di mio, data la sua freddezza. Ero confuso e imbarazzato al punto che persino nello spogliarmi mi sentii come se stessi innanzi a un’estranea. Io, che con lei giravo tranquillamente nudo per casa. Lei che mi stava quasi per scopare in un castello, o in un parchetto pieno di petulanti mocciosi.
E ora cosa rimaneva?
Solo formalità. Lei era sparita di nuovo. Tutto era formale! Come il suo commentare il mio pantaloncino, portato in un posto dove anche a Settembre si congelava.
Poi le trapunte che mi aveva portato su madre. Il letto in cui avrei dormito. Il balcone dove avrei potuto fumare.
Infime giunse l’ora di cena.
Ecco, eravamo a tavola. Per la prima volta a casa sua. Quella casa che avevo immaginato per mesi.
Dio, era proprio come la immaginavo. Una grande casa, pulita e arredata con cura. Una grande casa dove regnava solo il silenzio.
Si sentiva quasi il rumore delle nostre posate. I passi di sua madre che, di tanto in tano, entrava in cucina per controllare se tutto fosse okay.
Era okay! Sì, tutto era formalmente okay. Tutto era civilmente pacato e ordinario.
Elisa stava seduta davanti a me, mangiando la sua insalata. Io mangiavo la mia. Nessun dialogo! Solo parole su quello che stavamo mangiando.
« Prendi la mozzarella. Vuoi del pane? ».
Queste le uniche e sole parole che rimbombavano in quell’atroce freddezza che mi stava uccidendo.
Ma come diverse volte in quei quattro lunghi mesi, feci finta che tutto andasse bene.
Continuai a mangiare. Seduto innanzi a lei. Sorridendole di tanto in tanto, giusto per non sentirmi come un marito sposato da una decina di anni, e ormai prossimo al divorzio.
E stava per succedere? Era davvero la fine?
Cristo, ero così confuso. Inizialmente una bellissima giornata. Quel bacio nel cesso del ristorante. Il baciarci in quella cazzo di chiesa ortodossa dove avevamo acceso le nostre candele. E poi la freddezza durante quella noiosa passeggiata ad Alba. Lei che non mi teneva la mano. Nessun bacio per ore. E adesso… Adesso cosa?
Eravamo alla resa dei conti? L’ultimo rintocco della nostra storia stava per essere scandito?
Cielo, ingurgitai l’ultimo boccone sentendo un tremendo senso di liberazione.
La recita era finita. Stavamo per andare nella sua camera. Lì dove avremo dormito assieme, forse fatto l’amore, magari riso.
Ma invece ancora e solo freddezza.
Eravamo una coppia sposata in procinto del divorzio. Eravamo dei migliori amici. Eravamo fratello e sorella. Eravamo tutto, tranne che quelli di un tempo.
Cazzo, lei era come imbarazzata. Distante. Camminava per quella stanza a testa bassa, come se io non ci fossi. O come se non volesse che io fossi lì.
Che cazzo era successo alla ragazza che pianse in quel treno, prima di salutarmi dopo il nostro primo incontro? Che diavolo era successo a quella donna che mi guardava con la luce negli occhi, come se io fossi Dio? Dove cazzo era finita la ragazza che circa sei ore prima mi aveva baciato ardentemente fuori a un dannato cesso?
Era svanita nell’aria. Di lei non c’era che qualche traccia; un ricordo, un profumo, i suoi capelli che si muovevano nel nulla.
Feci un passo, cercando di afferrarli. Di cogliere i pezzi di quel vetro infranto, nell’ennesimo e inutile tentativo di rimetterli assieme.
Fu appunto inutile!
 
VIOLA COME UN LIVIDO
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anche a me» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche dubbio.
Magari le piaceva solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei prima ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo, o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!
 
FOTTITI
Già, avevo vinto!
Avevo sfondato le sue difese. Avevo piegato la sua baldanza. E lei era la mia schiava. Era la mia puttana. Era la mia troietta sfondata.
Ero il suo padrone. Ero il suo paparino. Il suo sovrano. Il suo unico imperatore.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Una forma di nevrosi che porta il paziente a credersi realmente migliore di ogni altro individuo, cadendo nel panico nel caso non fosse ammirato, o non riuscisse in qualche modo a imporre il proprio volere sugli altri.
Il soggetto è cresciuto in un focolare domestico di certo colmo di rabbia.
Sua madre non amava il proprio marito, e viceversa.
Sua madre gli ripeteva di continuo che non valeva niente, e così suo padre; riversando tutto il loro affetto su Tom, il fratello maggiore.
Vedi anche disturbo narcisistico della personalità. Vedi anche frustrazione. Vedi anche gli articoli sull’eiaculazione precoce e sugli uomini con scarsi risultati in fatto di donne durante l’adolescenza. Troverai il nome di Peter Nirsch. Quello di Harold F. Shipman. Il nome di Sweeney Todd e quello di Pedro Alonso López.
E io ero uno di loro! Ero un potenziale serial killer. Un futuro sterminatori di nazioni. Un uomo che avrebbe strappato dal grembo delle loro madri i bambini all’ottavo mese.
Eppure quella vendetta non mi aveva donato alcuna pace.
No, ero solo vuoto. Mi sentivo vuoto, inutile, senza più nessuna missione spaziale da compiere.
Vedevo la mia preda, la donna che mi aveva umiliato, lì davanti a me, lì a camminare gelida come un cadavere.
Cosa avevo conquistato? Quale mondo avevo trovato?
Niente! Il vuoto, solo questo provavo.
E ancora un passo. Ancora un sorso di birra.
Che ore erano? Dove ci trovavamo?
Niente! Il tempo era scomparso. Il mondo era scomparso. Ci stavamo solo noi. Ancora una volta, solo noi. E usciti da quel vicolo, attraversato quel mondo di gente sorridente, ci trovammo di nuovo a Piazza Garibaldi, in quella schifosa Piazza poco distante da casa mia.
Cos’era successo? Quanto avevamo camminato in silenzio? Quanto avevamo bevuto in quel tempo.
Io alzai lo sguardo verso un grosso tabellone elettronico su di un palazzo. Un palazzo in fondo a uno spiazzale dove un tempo facevano un mercato.
Era mezzanotte passata!
Sì, alcune giovani coppie andavano in discoteca, standosene in auto nuove di zecca, silenziosi, lasciando che le autoradio parlassero per loro. E altra gente tornava a casa dopo una serata al cinema, oppure al ristorante.
Tutto era normale. Tutto era come sempre.
Lei si girò verso di me. Diede un ultimo sorso alla sua birra, gettandola poi per terra.
La bottiglia rotolò fino al bordo di un marciapiede. Un’auto caricò una puttana. Un tunisino diede un cazzotto a un pakistano, e una sirena della polizia cominciò a suonare chissà dove.
Lei mi fissò con i suoi grossi occhi verdi.
Il sorriso era tornato. Ma il sorriso ora era diverso. Quel sorriso era come quello concesso a ogni suo cliente.
Quel sorriso era freddo!
«Ti odio» mi disse, restando immobile davanti a me. Fredda, gelida, lì davanti a me.
Io non dissi niente. Non ci stava niente da dire. No, lei aveva detto tutto! Lei aveva svelato tutto.
Ti odio!
Ti odio! Ecco la risposta. Il mistero della vita. Il mistero di ogni amore. Il primo pensiero nella mente. Il primo pensiero mai confessato. Il primo pensiero nato nel guardare un altro essere umano.
E la verità era lì, proprio davanti a me. La verità era nel suo sguardo gelido che mi fissava. La verità era in quel suo sguardo gelido che mi penetrava.
Ti odio, ti odio, ti odio.
Eravamo nudi. Entrambi eravamo stanchi. Entrambi odiavamo l’altro. Entrambi eravamo colpevoli dello stesso peccato. Entrambi vittime dello stesso peccato.
Sì, ti odio! Quella la prima parola detta da Dio. Quello il primo pensiero di Gesù Cristo. Quello il sangue che pulsava nelle vene del mondo.
Io la guardai ancora. Distrutto, dilaniato, stanco.
«Hai ragione, anch’io ti odio» le dissi. E stavolta fu lei a non rispondere.
No, non disse niente.
Entrambi avevamo svelato il più Sacro dei misteri. Entrambi avevamo capito di amarci, e che dunque presto o tardi ci saremmo odiati.
Stavamo solo anticipando i tempi.
Ti odio!
Solo un bisogno di non essere soli. Solo piacere della pelle, di qualche emozione. Poi infine la noia nel sentirsi anche solo al telefono. La nausea nel guardarsi. La voglia di sbranarsi a vicenda.
Ecco, eravamo già sposati. Eravamo già una famiglia perfetta. Io e lei per sempre insieme.
Uniti dall’amore. Uniti dall’odio.
 
LASCIAMI ENTRARE
Già, lei in fondo per me era solo un corpo da scopare. Una bambola da usare a mio piacimento. Una puttana con cui giocare a essere onnipotente. Mentre Anna era la mia donna, la mia fidanzata, quella a cui non potevo ficcarlo in culo né pisciarle in bocca.
Cazzo, neanche se mi leggesse nel pensiero!
«Guarda che non hai bisogno di giustificarti» riprese, continuando ad accarezzarmi il petto.
«Uhm, come?» risposi, chinando lo sguardo verso di lei.
«Hai sentito! Non hai bisogno di pensare a cosa dirmi. Lo so che hai scopato con lei. È normale! Lei è la tua donna. E io… io… io non so neanche cosa sono, io.»
La strinsi forte a me. Aveva ragione! Non dovevo giustificarmi. E neanche io sapevo cosa fosse lei. Se fosse un essere umano o solo un giocattolo. Una bambola da usare. Una creatura inventata solo dalla mia mente malata.
Ed ecco la sua mano di nuovo sul mio petto, proprio come la prima volta.
Sentii di nuovo le sue unghie nella mia carne. Le sue dita affondare in me come se volessero giungere al mio cuore.
Percepii una lacrima cadere sul mio braccio, mentre continuavo a stringerla, senza il coraggio di guardarla.
«La prima volta che… la prima volta che mi hai presa, la ricordi?» mi disse, facendo cadere le sue lacrime sul mio braccio.
«Sì» le risposi, continuando ad accarezzarle i capelli. Ad accarezzare la sua testa poggiata sulla mia spalla. Ad accarezzare quel corpo da me a lungo massacrato, senza sapere più cosa provavo in me. Senza sapere più se lei fosse o no Sofia, la mia puttana e la mia schiava, o solo una bambina da amare e proteggere.
Lei affondò di più le sue dita nelle mie carni. Le sue dita nella mia vita.
«E ricordi cosa hai detto?»
Io non risposi. Non ricordavo niente a dire il vero. Non avevo nessuna immagine stampata in mente. Nessun monologo. Niente! Solo il mio cazzo nella sua bocca. Solo il mio cazzo nel suo corpo, e il suo senso di terrore e impotenza. La sua sofferenza e la sua umiliazione che accresceva la mia onnipotenza.
Poi esalò un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
«Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo» disse, restando poi un attimo in silenzio. «E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare» riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto e le lacrime bagnavano il suo viso. «E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito.»
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva. Sapeva che non ci stava altro da dire oltre a quanto da lei già detto. Sapeva che i sogni non esistono. Che al mondo niente è giusto. Niente è come sognamo.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Dio, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Poi ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono iniziò a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
«Non rispondi?» mi disse, sapendo già la risposta.
Io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!
 
VICOLI BUI
Che sciocca! Sì, era proprio una povera ingenua! Era cresciuta nel corpo, ma era rimasta la bambina di tanti anni prima. Non aveva capito che io ero cattivo come gli uomini che mi davano la caccia, che non ci stava né giusto né sbagliato al mondo. Solo uomini che sopravvivevano! Uomini che sopravvivevano divorando le carni di altri. E nessuna regina avrebbe mai fatto patti con i suoi schiavi. No, ogni regina avrebbe fatto scuoiare vivi i propri schiavi. E gli schiavi, se avessero potuto, avrebbero violentato a turno la loro regina, per poi diventare sovrani di altri schiavi.
E io ero come loro! Io ero uno schiavo braccato da tante regine. Uno schiavo pieno di rabbia. Uno schiavo che non avrebbe esitato a sbranare la propria regina, per poi costruire il proprio impero sui miliardi di cadaveri dei propri fratelli.
Ero cattivo! Ero il male in carne e ossa. Ero il peccato originale fatto carne. E lei avrebbe dovuto cacciarmi via. Avrebbe dovuto cancellare i suoi inutili sogni da mocciosa. Tirare fuori le palle e sbattermi fuori alla porta.
Ma non lo fece!
Io non capivo. Io ero confuso. Io ero come lacerato da decine di mani che mi strappavo il cervello.
Non sapevo che fare! E così non feci niente, se non restar lì a sorriderle tenendole la mano.
Poi continuammo a parlare del nostro passato. Di quella volta che era riuscita a farmi piantare una margherita, o di quella in cui io mi offrii di essere punito al posto suo, dopo che lei aveva fregato una merendina dalla mensa.
Parlammo a lungo. Poi cenammo assieme. Lei mangiò della merdosa pastina assieme a me, così da farmi compagnia mentre guardavamo la tele in cerca di notizie.
Niente! Solo e sempre la stessa merda. Covello era su tutti i telegiornali nazionali, e la mia foto veniva passata in continuazione, sperando che la brava gente desse una qualsiasi informazione alle forze dell’ordine. Ma io ero lontano da loro. Ero lontano da Covello. Ero lontano dai suoi uomini. Ero lontano dalla gente, lontano dal mondo, lontano da ogni giustizia e ogni colpa.
Io e Maria eravamo da soli, come due naufraghi. Da soli in un mondo tutto nostro. Da soli in un limbo dove il giusto e sbagliato non esisteva. Da soli, mano nella mano, a parlare di noi raccontandoci a vicenda, svelandoci a vicenda. Avvicinandoci intimamente, tremendamente, pericolosamente. Mentre fuori da lì il mondo continuava a scorrere velocemente, decidendo cosa fosse giusto e cosa sbagliato.
 
SENSO UNICO
Vagai per ore e ore, senza però allontanarmi dalla piazza. Era come non essere vivo. Come non essere sveglio. Come essere in un limbo. In un labirinto fatto di vapore.
Tutto era così confuso. La mia vita distrutta di colpo. Io ridotto a un corpo senz’anima che camminava tra la folla. Invisibile. Senza qualcosa da fare. Lì solo a girare come un animale, e con diecimila pensieri confusi e sbiaditi che mi giravano nella testa. Così confusi che non riuscivo a definirne neanche uno. Come non riuscivo a pensare a un solo modo per uscire da quella situazione, o anche solo un qualcosa da fare in quella dannata giornata.
Sì, vagai per ore. A testa bassa, bevendo il mio vino rosso sotto gli occhi disgustati della brava gente. Di quella gente che andava a messa, pagava le tasse, tifava per una squadra di calcio, e si commuoveva innanzi a film d’amore o bambini somali nelle immagini di qualche telegiornale.
Per me non ci stavano lacrime invece. Per me nessun sms solidale, né una raccolta fondi come quelle fatte per mandare generi alimentari in Palestina.
No, il mondo non mi vedeva neanche. Per il mondo io non ero degno di vivere. Ero solo un ubriacone. Solo un topo di fogna. Solo un puzzolente e bavoso barbone.
Infine passai di nuovo per piazza Garibaldi. Erano ormai quasi le otto di sera. I piedi mi facevano male, il cartone di vino quasi dimezzato, e la testa cominciava a girarmi.
Passai proprio davanti al ristorante Iris, e lì fuori ai tavolini ci stavano decine di persone a cenare. Turisti o italiani. Coppie o famiglie. Amici o colleghi di lavoro. Tutti lì seduti. Tutti a mangiare cose come spaghetti con le vongole, pizza margherita, risotto ai frutti di mare, bistecca con patate, o qualsiasi cosa che normalmente a stento avrei guardato. Cose che avrei mangiato solamente. Forse anche con noia, proprio come facevano quelle decine di facce ficcate sotto a quella specie di tendone verde.
Dio santo, non mi era mai capitato di provare una simile attrazione per il cibo. E invece ecco che ne sentivo i profumi fin dentro le narici. Lì distinguevo uno a uno. E ogni odore era invitante. Ogni odore era appetitoso, quasi eccitante. Ammaliante come il cibo che vedevo in quei piatti. Quel cibo che non avevo mai definito così nitidamente. In ogni sua particella.
Riuscivo a vedere il sugo formato dall’olio sulla carne. Il luccichio del pomodoro sulla pizza. La consistenza di ogni singolo spaghetto o maccherone. Le forchette affondare nelle patate croccanti.
Il cibo non era mai stato così bello. Mai così invitante. Al punto che avrei voluto saltare addosso a qualcuno di quegli stronzi lì seduti, e cominciare a divorare a mani nude tutto quanto avevano nei loro piatti.
Mangiare avidamente. Mangiare con ingordigia. Facendomi colare tutto addosso. L’olio, il sugo: tutto!
Sarebbe stata l’apoteosi del gusto una cosa simile. La sazietà assoluta. Il solo e unico vero paradiso.
Ma non mi fu concesso farlo! No, a un pezzente come me non era concesso fare niente. Neanche guardare la brava gente che s’ingozzava ai tavoli di quel ristorante. Quella brava gente che il giorno dopo avrebbe parlato di quanto fosse drammatica la crisi economica in Italia, o la disoccupazione che colpiva sette giovani su dieci. E infatti il cameriere ficcato lì fuori subito cominciò a fissarmi con aria infastidita, per paura che la mia lercia presenza disturbasse la quiete di quella brava gente.
Andai via da lì, con ancora più fame in corpo.
Cristo, immaginare è pericoloso! La speranza, davvero qualcosa di devastante. Qualcosa che ti uccide più della fame. Qualcosa che ti accoltella cuore e mente, dandoti un sogno davanti agli occhi. Mostrandoti un sogno che non puoi realizzare.
Meglio non sperare allora! Tanto, a che cazzo sarebbe servito?
La speranza mi avrebbe riempito lo stomaco? La speranza mi avrebbe dato un posto dove dormire? La speranza mi avrebbe tolto da quella cazzo di situazione?
No, la speranza era per i ricchi, non certo per chi come me viveva per strada. Senza un soldo. Senza affetti. Senza un cazzo di niente!
In cosa sperare? Magari che uno di quei ricchi signorotti si sarebbe alzato improvvisamente dal tavolo e mi avrebbe lanciato una bistecca? Sì, come se fossi un dannato cagnolino!
Oppure sperare che Silvia tornasse di colpo da me, con mia figlia e tutta la mia vita?
No, inutile! La gente si aggrappa sempre a cose chiamate “speranza”. Spera in un Dio, per poi maledirlo quando un cancro li stronca. Spera nell’amore, per poi cadere in depressione quando questo viene a mancare. O spera nei soldi, pensando al suicidio quando questi finiscono.
Sì, la speranza è fatta di cose e di persone, non di altro! La speranza puoi averla quando hai cose o persone a cui aggrapparti. E io non avevo niente. Io ero da solo in quella strada, in quel mondo, in quell’incubo senza uscita. E nessun Dio mi avrebbe mai tolto da lì. Nessuna speranza mi avrebbe mai impedito di passare la notte per strada, da solo, morendo di fame. Lì da solo attento solo a non essere pestato o inculato da qualche algerino arrapato.
No, non avevo speranze. Il mondo per me aveva chiuso le porte. Io avevo solo l’alcool per scandire il tempo, cercando di fuggire da quella realtà. Cercando di non vedere che ero io a star lì. Lì in quella merda. Lì in quella fogna lontana da ogni scusante per tirare avanti.
Lasciai dunque perdere quella gente e continuai per la mia strada, bevendo il mio vino in cartone, così diverso dal vino nei calici di quella brava gente.
Arrivai verso la stazione centrale. Non sapevo bene perché mi trovassi lì. Forse una specie di radar mi diceva che quello era il posto adatto alla gente inutile come me. Un posto dove tutti i disperati come me si riunivano per stare lontani dalla brava gente. Dalla gente del mondo. Dai figli della storia.
Beh, mi ero sbagliato. Sì, lo spiazzale della stazione brulicava ancora di turisti che uscivano da essa. Di studenti o lavoratori che vi entravano per tornare a casa, o di gente che andava o veniva da chissà dove.
Certo, lì fuori ci stava anche tanta gente di merda. Tanti topi di fogna come me. Ma erano simili a blatte che si nascondevano nella notte. Tutti ammassati contro le mura della stazione come se il loro stesso vivere fosse un delitto per il mondo. Alcuni da soli, altri in compagnia ma senza parlare di niente! E altri ancora che giravano per quello spiazzale in cerca di qualcuno da derubare, o anche solo elemosinando qualche spicciolo per comprarsi da bere e da fumare.
 
Dio, era tutto così assurdo! Non ci avevo mai fatto caso quanto quei due mondi fossero così vicini tra loro. Due mondi totalmente opposti, l’uno accanto all’altro, ma divisi da un invisibile quanto invalicabile confine.
 
UNA SCATOLA PER BAMBOLE (ZERO).
I mobili perfetti nella mia stanza perfetta accerchiavano come un vortice il mio corpo perfetto.
Ma ero davvero perfetta?
Sedici anni. Un metro e sessanta di altezza per meno di cinquanta chili.
Sì, ero perfetta. Davvero perfetta. Bellissima, lucente, radiosa e immacolata figlia di un facoltoso dottore.
Ero una bambolina riposta su di un comò, proprio come le tante bambole di porcellana che mia madre, misera contadina che aveva riposto i propri attrezzi da campo sposando il facoltoso medico del paese, mi obbligava a mantenere ancor lì.
Era un patto segreto. Lei non aveva preteso nulla, io non avevo acconsentito a nulla.
Era così e basta. Doveva esserlo. Era una regola in casa mia. In quella casa a Lodi dove tutto doveva essere perfetto, adeguato, socialmente accettato; proprio come me. Come me, una ragazzina perfetta in un corpo perfetto, che indossava abiti perfetti resi profumati da un ammorbidente perfetto.
Mio Dio, odiavo quell’odore di lavanda al gelsomino. Ma mia madre non lo sapeva. Forse nessuno sapeva niente di me in quella casa. Forse io, Lorenza, non esistevo neanche in quella casa.
Nulla parlava di me lì dentro. Il parato rosa non aveva il colore del mio umore, né tantomeno quella trapunta rosa e viola posta sul letto; ennesimo regalo non voluto di un qualsiasi Natale, passato in quella mia casa perfetta.
Non ero io riflessa allo specchio. Non erano miei i boccoli biondi che osservavo, e che avrei tanto voluto tagliare, magari solamente per non sentire mia madre dirmi ancora una volta “Lorenza, guarda come sono belli i tuoi capelli”, mentre mi pettinava con una spazzola regalata da sua madre, proprio come se fossi una di quelle bambole sul mio comodino. Una bambola perfetta in una casa perfetta. In un mondo perfetto.
E non mi appartenevano quei vestiti che indossavo. Vestiti sempre nuovi. Dai colori vivaci atti a farmi restare quella bambina che mai e poi mai sarebbe cresciuta. La figlia dello stimato dottore di una piccola cittadina, e di una donna così fortunata nell’averlo sposato.
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Sette romanzi in circa tre anni. Amate scrittori come Carver, Bukowski, Palahniuk? Beh, allora questi libri fanno al caso vostro.

THE WRITER
Fissai a lungo quella pagina. Per secondi che mi sembrarono anni. Senza che mi venisse in mente niente. Nessuna storia! Non una sola parola.
Otto romanzi scritti e quattro pubblicati, e non avevo più parole! Solo il vuoto. E quei miei merdosi e fasulli sorrisi ancora scolpiti nella testa.
Diedi un sorso forte alla bottiglia, come a volerli annegare.
Ma rimasero lì. Innanzi a me. Vividi e penetranti.
«Quante stronzate che hai saputo dire stasera. Bravo! Davvero bravo!» sentii rimbombare in quella stanza.
Digrignai i denti e strinsi forte la bottiglia, alzandola con forza contro le labbra e dando un forte sorso come se volessi fare arrivare fino al cuore quella merda alcolica.
Non morii! No, ero lì fermo, e quella risata rimbombava nella stanza e dentro di me. Devastandomi. Spezzando ogni mia singola ossa.
Chinai il capo, ficcandomi la mano in testa e afferrando i capelli come se volessi strapparli. Strizzando gli occhi e digrignando ancora i denti.
«Che cazzo vuoi da me?» strillai. Quasi piangendo. Tremando e fissando il buio.
Lui rise ancora. Io aprii gli occhi e mandai giù altro vino.
«Ma non sto scherzando!» riprese a echeggiare la voce attorno a me «Sono sincero. Sei stato fantastico! Dio, non credevo che tu potessi essere così bravo. Davvero! E invece hai dato loro quello che volevano. Finalmente hai capito, testa di cazzo»
«Fa silenzio!» urlai, alzandomi di colpo dalla sedia e additando il vuoto «Tu non esisti! Tu non ci sei. Non sei un cazzo di niente!»
Quella risata mi avvolse ancora. Io girai attorno a me. Cercando di vederlo. Cercando di mettere fine a quell’incubo.
«Tu non sai un cazzo di me!» strillai ancora «Io sono uno scrittore! Non sono un patetico pagliaccio. Sono uno scrittore!»
«Scrittore un paio di palle!» urlò più forte, quasi sbattendomi al tappeto con quel suo urlo «Alla gente non fotte niente degli scrittori. Vogliono solo sognare! Vogliono eroi in cui rispecchiarsi. Alla gente non fotte un cazzo dei tuoi merdosi libri!»
«Sta zitto!» urlai, lanciando quella bottiglia contro al mio armadio. Vedendola fracassarsi contro di esso. Vedendo frammenti di vetro volare ovunque, e vino colare sul pavimento, mentre la sua risata cominciò a svanire in quella stanza.
Restai lì fermo ad ansimare. Fissando quella macchia di vino impressa sul mio armadio. Fissando quel vino colare a terra come fosse sangue. Il mio sangue!

AFFAMATA D’AMORE
Lei stava davanti la porta della finestra. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva
un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse
fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie
mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì
una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
«Marco, ti devo dire una cosa» sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore
colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del
cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a
vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo
di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che
non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua
vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso
con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il
lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da
tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello
che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di
sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e
ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che
mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.

VIOLA COME UN LIVIDO
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata.
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia senza farle domande.
Poi un rumore. Noi sobbalzammo. Bella abbaiò. Lei mi guardò,
io guardai lei.
Niente! Un inutile spavento. Così restammo lì ad abbracciarci, senza pensare a niente, senza dire niente, fino a che dopo avermi dato un altro bacio lei se ne andò nel cesso.
Io pulii tutto, attento a non lasciar tracce. Portai la carta sporca
in cucina, camminando a culo nudo per la casa proprio come Mel
Gibson.
La gettai nella pattumiera. Poi andai in soggiorno e mi rivestii.
Mi rimisi tutto addosso e tornai in cucina. Versai dell’acqua in
un bicchiere e la mandai giù.
Cosa sta succedendo? Questo, pensai, svuotando il bicchiere.
Poi lo ficcai nel lavello. La porta del cesso si aprì. Io guardai verso
la porta. Un’attesa. Qualche passo. Ed eccola di nuovo davanti a
me. Lei, Viola o Alessandra. Ormai non lo capivo più! Ma non
riuscivo a non sorridere fissandola.
Lei era vestita, proprio come me. Eravamo una coppia ufficiale
ormai. Lì, in cucina, vestiti dopo una grande scopata.
Che strano! Niente sigaretta. Niente vino. Niente birra. Solo io e
lei in quella cucina semibuia. Due bicchieri di acqua liscia. Guardarci, sorridere, tenerci la mano.
Poteva essere bello. Poteva essere pericoloso. Forse, poteva essere irreale. Di certo strano, eppure incisivo.
Restammo così per un po’. Proprio come una vera coppia. Come
fossimo marito e moglie.
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anche a me» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche dubbio.
Magari le piaceva solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei prima ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo, o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!

FOTTITI
Sì, ero l’angelo caduto. Ero l’aborto che mia madre avrebbe voluto compiere. Ero il male da sradicare sul nascere da ogni bravo bambino.
Ero cattivo! Ero sadico. Ero bestiale.
Ero lì, con lei davanti a me. Lei chinata sul tavolo. Lei, indifesa, incapace di muoversi. Lei, che poteva solo urlare. Che poteva solo disperarsi.
Infanzia mancata. Abusi dai genitori. Insulti dai compagni delle elementari. Regali sbagliati ricevuti a Natale. Eiaculazione precoce. Tradimento ricevuto dalla propria donna. Aver visto la propria mamma scopare con il medico.
Ne avrebbero dette tante gli psicologi per dare un movente al mio sadismo. Per cercare di dimostrare al mondo che non esistessero persone cattive, ma solo esseri umani malati.
Beh, io ero cattivo! Io ero l’uomo nero, ero l’orco grande e grosso, ero il demone nell’armadio di ogni moccioso.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Una sensazione nata da una forte frustrazione, magari alimentata da una madre severa e un padre dalle aspettative troppo alte.
Vedi anche narcisismo patologico. Un’immagine distorta del proprio sé, che ti porta a non entrare in empatia con nessuno che non rispecchi te. Sopravalutando le proprie capacità, fino a distorcere la realtà fisica.
Ma a me non fotteva! Io ero lì. Ero potente. Ero colui che avrebbe deciso della vita di Monia.
Avevo fame!
Voglia di sangue. Voglia di carne. Voglia di far male. Voglia di bombardare il mondo intero.
Ecco, fu un attimo! Come sempre. Come per le cose belle che per le cose brutte. Solo un attimo! Né più né meno. E in un attimo strinsi la presa più forte, quasi volessi spezzarle il braccio.
Lei urlò.
«Lasciami, lasciami!» strillò, con le lacrime agli occhi.
«Ora ti faccio vedere io, troia» esclamai, tenendola stretta, e slacciandomi i calzoni con la sinistra.

LASCIAMI ENTRARE
Già, lei in fondo per me era solo un corpo da scopare. Una bambola da usare a mio piacimento. Una puttana con cui giocare a essere onnipotente. Mentre Anna era la mia donna, la mia fidanzata, quella a cui non potevo ficcarlo in culo né pisciarle in bocca.
Cazzo, neanche se mi leggesse nel pensiero!
«Guarda che non hai bisogno di giustificarti» riprese, continuando ad accarezzarmi il petto.
«Uhm, come?» risposi, chinando lo sguardo verso di lei.
«Hai sentito! Non hai bisogno di pensare a cosa dirmi. Lo so che hai scopato con lei. È normale! Lei è la tua donna. E io… io… io non so neanche cosa sono, io.»
La strinsi forte a me. Aveva ragione! Non dovevo giustificarmi. E neanche io sapevo cosa fosse lei. Se fosse un essere umano o solo un giocattolo. Una bambola da usare. Una creatura inventata solo dalla mia mente malata.
Ed ecco la sua mano di nuovo sul mio petto, proprio come la prima volta.
Sentii di nuovo le sue unghie nella mia carne. Le sue dita affondare in me come se volessero giungere al mio cuore.
Percepii una lacrima cadere sul mio braccio, mentre continuavo a stringerla, senza il coraggio di guardarla.
«La prima volta che… la prima volta che mi hai presa, la ricordi?» mi disse, facendo cadere le sue lacrime sul mio braccio.
«Sì» le risposi, continuando ad accarezzarle i capelli. Ad accarezzare la sua testa poggiata sulla mia spalla. Ad accarezzare quel corpo da me a lungo massacrato, senza sapere più cosa provavo in me. Senza sapere più se lei fosse o no Sofia, la mia puttana e la mia schiava, o solo una bambina da amare e proteggere.
Lei affondò di più le sue dita nelle mie carni. Le sue dita nella mia vita.
«E ricordi cosa hai detto?»
Io non risposi. Non ricordavo niente a dire il vero. Non avevo nessuna immagine stampata in mente. Nessun monologo. Niente! Solo il mio cazzo nella sua bocca. Solo il mio cazzo nel suo corpo, e il suo senso di terrore e impotenza. La sua sofferenza e la sua umiliazione che accresceva la mia onnipotenza.
Poi esalò un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
«Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo» disse, restando poi un attimo in silenzio. «E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare» riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto e le lacrime bagnavano il suo viso. «E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito.»
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva. Sapeva che non ci stava altro da dire oltre a quanto da lei già detto. Sapeva che i sogni non esistono. Che al mondo niente è giusto. Niente è come sognamo.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Dio, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Poi ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono iniziò a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
«Non rispondi?» mi disse, sapendo già la risposta.
Io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!

VICOLI BUI
Che sciocca! Sì, era proprio una povera ingenua! Era cresciuta nel corpo, ma era rimasta la bambina di tanti anni prima. Non aveva capito che io ero cattivo come gli uomini che mi davano la caccia, che non ci stava né giusto né sbagliato al mondo. Solo uomini che sopravvivevano! Uomini che sopravvivevano divorando le carni di altri. E nessuna regina avrebbe mai fatto patti con i suoi schiavi. No, ogni regina avrebbe fatto scuoiare vivi i propri schiavi. E gli schiavi, se avessero potuto, avrebbero violentato a turno la loro regina, per poi diventare sovrani di altri schiavi.
E io ero come loro! Io ero uno schiavo braccato da tante regine. Uno schiavo pieno di rabbia. Uno schiavo che non avrebbe esitato a sbranare la propria regina, per poi costruire il proprio impero sui miliardi di cadaveri dei propri fratelli.
Ero cattivo! Ero il male in carne e ossa. Ero il peccato originale fatto carne. E lei avrebbe dovuto cacciarmi via. Avrebbe dovuto cancellare i suoi inutili sogni da mocciosa. Tirare fuori le palle e sbattermi fuori alla porta.
Ma non lo fece!
Io non capivo. Io ero confuso. Io ero come lacerato da decine di mani che mi strappavo il cervello.
Non sapevo che fare! E così non feci niente, se non restar lì a sorriderle tenendole la mano.
Poi continuammo a parlare del nostro passato. Di quella volta che era riuscita a farmi piantare una margherita, o di quella in cui io mi offrii di essere punito al posto suo, dopo che lei aveva fregato una merendina dalla mensa.
Parlammo a lungo. Poi cenammo assieme. Lei mangiò della merdosa pastina assieme a me, così da farmi compagnia mentre guardavamo la tele in cerca di notizie.
Niente! Solo e sempre la stessa merda. Covello era su tutti i telegiornali nazionali, e la mia foto veniva passata in continuazione, sperando che la brava gente desse una qualsiasi informazione alle forze dell’ordine. Ma io ero lontano da loro. Ero lontano da Covello. Ero lontano dai suoi uomini. Ero lontano dalla gente, lontano dal mondo, lontano da ogni giustizia e ogni colpa.
Io e Maria eravamo da soli, come due naufraghi. Da soli in un mondo tutto nostro. Da soli in un limbo dove il giusto e sbagliato non esisteva. Da soli, mano nella mano, a parlare di noi raccontandoci a vicenda, svelandoci a vicenda. Avvicinandoci intimamente, tremendamente, pericolosamente. Mentre fuori da lì il mondo continuava a scorrere velocemente, decidendo cosa fosse giusto e cosa sbagliato.

SENSO UNICO
Vagai per ore e ore, senza però allontanarmi dalla piazza. Era come non essere vivo. Come non essere sveglio. Come essere in un limbo. In un labirinto fatto di vapore.
Tutto era così confuso. La mia vita distrutta di colpo. Io ridotto a un corpo senz’anima che camminava tra la folla. Invisibile. Senza qualcosa da fare. Lì solo a girare come un animale, e con diecimila pensieri confusi e sbiaditi che mi giravano nella testa. Così confusi che non riuscivo a definirne neanche uno. Come non riuscivo a pensare a un solo modo per uscire da quella situazione, o anche solo un qualcosa da fare in quella dannata giornata.
Sì, vagai per ore. A testa bassa, bevendo il mio vino rosso sotto gli occhi disgustati della brava gente. Di quella gente che andava a messa, pagava le tasse, tifava per una squadra di calcio, e si commuoveva innanzi a film d’amore o bambini somali nelle immagini di qualche telegiornale.
Per me non ci stavano lacrime invece. Per me nessun sms solidale, né una raccolta fondi come quelle fatte per mandare generi alimentari in Palestina.
No, il mondo non mi vedeva neanche. Per il mondo io non ero degno di vivere. Ero solo un ubriacone. Solo un topo di fogna. Solo un puzzolente e bavoso barbone.
Infine passai di nuovo per piazza Garibaldi. Erano ormai quasi le otto di sera. I piedi mi facevano male, il cartone di vino quasi dimezzato, e la testa cominciava a girarmi.
Passai proprio davanti al ristorante Iris, e lì fuori ai tavolini ci stavano decine di persone a cenare. Turisti o italiani. Coppie o famiglie. Amici o colleghi di lavoro. Tutti lì seduti. Tutti a mangiare cose come spaghetti con le vongole, pizza margherita, risotto ai frutti di mare, bistecca con patate, o qualsiasi cosa che normalmente a stento avrei guardato. Cose che avrei mangiato solamente. Forse anche con noia, proprio come facevano quelle decine di facce ficcate sotto a quella specie di tendone verde.
Dio santo, non mi era mai capitato di provare una simile attrazione per il cibo. E invece ecco che ne sentivo i profumi fin dentro le narici. Lì distinguevo uno a uno. E ogni odore era invitante. Ogni odore era appetitoso, quasi eccitante. Ammaliante come il cibo che vedevo in quei piatti. Quel cibo che non avevo mai definito così nitidamente. In ogni sua particella.
Riuscivo a vedere il sugo formato dall’olio sulla carne. Il luccichio del pomodoro sulla pizza. La consistenza di ogni singolo spaghetto o maccherone. Le forchette affondare nelle patate croccanti.
Il cibo non era mai stato così bello. Mai così invitante. Al punto che avrei voluto saltare addosso a qualcuno di quegli stronzi lì seduti, e cominciare a divorare a mani nude tutto quanto avevano nei loro piatti.
Mangiare avidamente. Mangiare con ingordigia. Facendomi colare tutto addosso. L’olio, il sugo: tutto!
Sarebbe stata l’apoteosi del gusto una cosa simile. La sazietà assoluta. Il solo e unico vero paradiso.
Ma non mi fu concesso farlo! No, a un pezzente come me non era concesso fare niente. Neanche guardare la brava gente che s’ingozzava ai tavoli di quel ristorante. Quella brava gente che il giorno dopo avrebbe parlato di quanto fosse drammatica la crisi economica in Italia, o la disoccupazione che colpiva sette giovani su dieci. E infatti il cameriere ficcato lì fuori subito cominciò a fissarmi con aria infastidita, per paura che la mia lercia presenza disturbasse la quiete di quella brava gente.
Andai via da lì, con ancora più fame in corpo.
Cristo, immaginare è pericoloso! La speranza, davvero qualcosa di devastante. Qualcosa che ti uccide più della fame. Qualcosa che ti accoltella cuore e mente, dandoti un sogno davanti agli occhi. Mostrandoti un sogno che non puoi realizzare.
Meglio non sperare allora! Tanto, a che cazzo sarebbe servito?
La speranza mi avrebbe riempito lo stomaco? La speranza mi avrebbe dato un posto dove dormire? La speranza mi avrebbe tolto da quella cazzo di situazione?
No, la speranza era per i ricchi, non certo per chi come me viveva per strada. Senza un soldo. Senza affetti. Senza un cazzo di niente!
In cosa sperare? Magari che uno di quei ricchi signorotti si sarebbe alzato improvvisamente dal tavolo e mi avrebbe lanciato una bistecca? Sì, come se fossi un dannato cagnolino!
Oppure sperare che Silvia tornasse di colpo da me, con mia figlia e tutta la mia vita?
No, inutile! La gente si aggrappa sempre a cose chiamate “speranza”. Spera in un Dio, per poi maledirlo quando un cancro li stronca. Spera nell’amore, per poi cadere in depressione quando questo viene a mancare. O spera nei soldi, pensando al suicidio quando questi finiscono.
Sì, la speranza è fatta di cose e di persone, non di altro! La speranza puoi averla quando hai cose o persone a cui aggrapparti. E io non avevo niente. Io ero da solo in quella strada, in quel mondo, in quell’incubo senza uscita. E nessun Dio mi avrebbe mai tolto da lì. Nessuna speranza mi avrebbe mai impedito di passare la notte per strada, da solo, morendo di fame. Lì da solo attento solo a non essere pestato o inculato da qualche algerino arrapato.
No, non avevo speranze. Il mondo per me aveva chiuso le porte. Io avevo solo l’alcool per scandire il tempo, cercando di fuggire da quella realtà. Cercando di non vedere che ero io a star lì. Lì in quella merda. Lì in quella fogna lontana da ogni scusante per tirare avanti.
Lasciai dunque perdere quella gente e continuai per la mia strada, bevendo il mio vino in cartone, così diverso dal vino nei calici di quella brava gente.
Arrivai verso la stazione centrale. Non sapevo bene perché mi trovassi lì. Forse una specie di radar mi diceva che quello era il posto adatto alla gente inutile come me. Un posto dove tutti i disperati come me si riunivano per stare lontani dalla brava gente. Dalla gente del mondo. Dai figli della storia.
Beh, mi ero sbagliato. Sì, lo spiazzale della stazione brulicava ancora di turisti che uscivano da essa. Di studenti o lavoratori che vi entravano per tornare a casa, o di gente che andava o veniva da chissà dove.
Certo, lì fuori ci stava anche tanta gente di merda. Tanti topi di fogna come me. Ma erano simili a blatte che si nascondevano nella notte. Tutti ammassati contro le mura della stazione come se il loro stesso vivere fosse un delitto per il mondo. Alcuni da soli, altri in compagnia ma senza parlare di niente! E altri ancora che giravano per quello spiazzale in cerca di qualcuno da derubare, o anche solo elemosinando qualche spicciolo per comprarsi da bere e da fumare.

Dio, era tutto così assurdo! Non ci avevo mai fatto caso quanto quei due mondi fossero così vicini tra loro. Due mondi totalmente opposti, l’uno accanto all’altro, ma divisi da un invisibile quanto invalicabile confine.

Immagine

Tratto dal romanzo “Insonnia”.

Quella notte mi svegliai di soprassalto. Tremando, respirando a fatica e sudando come un porco.
Mi guardai attorno con fare spaventato. Il buio avvolgeva la mia auto, mentre a una decina di metri da me quei due coglioni se la dormivano alla grande nella loro auto.
Scossi la testa, rintontito, e alzando lo sguardo verso il palazzo in cui stavano Lisa e Vera.
La luce era spenta. Loro dormivano. Dormivano al sicuro, al riparo dall’orrore in cui ero finito.
Tirai fuori le sigarette dal taschino della mia giacca e ne afferrai una portandomela alla bocca e accendendola.
Guardai ancora un attimo quella finestra. Poi fissai il telefono sul mio cruscotto. Lo afferrai, e istintivamente feci il numero di Sara.
Attesi qualche secondo, quasi un minuto. Dio, tanto sapevo che non avrebbe risposto!
E allora che cazzo la stavo chiamando a fare?
Eppure, proprio quando stavo per mettere giù, improvvisamente il trillo cessò, e sentii dei rumori dall’altra parte.
<< Sarà? >> esclamai con fare perplesso, non sentendo nulla al di là del telefono.
Ma lei restò zitta. Sentii solo un fruscio dall’altra parte. Poi degli strani rumori. Come se qualcuno stesse passando la lama di un coltello contro una lavagna.
Poi udii finalmente una voce. Anche se forse sarebbe stato meglio non sentirla, dato che non fu la voce di Sara quella che sentii dall’altra parte.
<< Come stai, Eddy? Ormai posso darti del tu, vero? >> mi chiese con fare ironico quella penetrante voce. La voce di quel bastardo. Una voce così ambigua da non far trapelare neanche il suo sesso.
Restai attonito. Senza parole. Terrorizzato a fissare il vuoto mentre tenevo il telefono contro l’orecchio.
<< Cosa… Cosa diavolo hai fatto a Sara, bastardo? >> strillai, stringendo forte quell’affare contro al mio orecchio.
Lo sentii ridere. Io urlai più forte. Minacciandolo! Dicendo che gli avrei tagliato la testa e altre cose simili.
<< Avanti, Eddy >> riprese << La tua donna sta bene. Non le ho torto un capello, te lo garantisco. Ma poi è davvero la tua ragazza? No, perché non mi sembra che t’importi poi tanto di lei. Anzi, ti ricordi di lei solo dopo che ti molla. Proprio come ogni altro uomo! >>
<< Dimmi dove cazzo è, schifoso bastardo >>
<< Ah, però sei noioso! Ti ho detto che non le ho fatto niente. Non è di lei che devi preoccuparti. Lei sta bene! >>
Rimase un attimo zitto, ridacchiando.
<< La tua meravigliosa bambina come sta, Eddy? >> riprese, con tono freddo e sarcastico.
Non mi diede il tempo di aggiungere altro. Mise giù di colpo. E fu inutile riprovare a chiamare!
No,il telefono non aveva campo. Era morto. Isolato del mondo.
Lo gettai sul sediolino con fare violento, quasi come a volerlo spaccare, e senza perdere un solo istante tirai fuori il ferro dalla mia giacca e uscii dall’auto.
Come immaginavo, quei due pezzi di merda nella pattuglia se la dormivano alla grande. Non stavano solo riposando, stavano del tutto ronfando!
Altro che scorta, quelli erano solo due merdosi ciccioni incapaci di fare la guardia anche a un cucciolo di cane.
Decisi di non svegliarli. Non mi andava di portare con me dei pesi morti come quelli. Inoltre non sapevo neanche se quel bastardo aveva detto la verità o mi stava solo prendendo per il culo. Giocando con la mia mente come aveva già fatto.
Andai verso il palazzo dove stava Vera. A passo veloce. Stringendo la pistola come se fosse incollata alla mia mano.
Arrivai al portone, e fottendomene di tutto gli sferrai un calcio contro, spalancandolo del tutto.
Corsi all’interno dell’edificio. Affannato. Incurante del cuore che batteva forte. Giungendo in un attimo fino al piano dell’appartamento del bravo avvocatino che si scopava la mia ex moglie.
Pensai inizialmente di sfondare la porta, ma poi ritornai in me, allungando la mano verso il campanello, pronto a bussare.
Non ce ne fu bisogno!
No, la porta era socchiusa, e la serratura rotta.
Alzai la pistola, e con fare deciso spalancai la porta, entrando di scatto lì dentro e puntando il ferro contro al vuoto.
Avanzai lentamente, ma con fare deciso. Guardando attorno a me con aria attenta. Scrutando il buio. I mobili pregiati pieni di oggetti costosi, illuminati solo da un filo di luce proveniente dalle persiane socchiuse.
Improvvisamente mi voltai, sentendo un sibilo alle mie spalle. Come se ci fosse a meno di un metro da me un grosso serpente.
Ma non c’era nulla! Solo la porta spalancata da cui entrava la luce proveniente dalle scale.
Mi voltai nuovamente. Ma sobbalzai! Urlando e indietreggiando. Vedendo innanzi a me una figura spettrale e orrenda. Una donna! Una giovane donna dal volto decomposto e gonfio, come se fosse stata per tanto tempo immersa in un pozzo, o in qualsiasi posto pieno d’acqua.
Istintivamente chiusi gli occhi, spaventato, e quando lì riaprii lei non c’era più. C’era solo il corridoio. Il nulla. Il buio.
Un altro incubo, Dio santo. Un altro di quei dannati incubi causati dalla mia insonnia.
Ma non era affatto il momento di pensarci.
No, dunque continuai ad andare avanti. Velocemente. Raggiungendo la cameretta di Vera.
La porta era socchiusa, e da essa non proveniva la minima luce.
Allungai la mano verso la maniglia. Quando ecco che da dietro la porta uscì di scatto una braccio grigio e putrefatto. Afferrandomi! Afferrandomi forte. Immobilizzandomi mentre, urlando e dimenandomi, cercai con tutte le forze di liberarmi dalla sua stretta.
Improvvisamente caddi al suolo, senza sentire più nulla stringere il mio braccio.
Alzai lo sguardo verso la porta. Ma non vidi nulla di strano. Non altro che la porta stessa!
Mi alzai con fare deciso, andando nuovamente verso la porta e puntando la pistola contro di essa.
Diedi un calcio forte. Deciso. Spalancandola e puntando il ferro contro i mobili della stanza.
Accesi la luce, senza abbassare la pistola e continuando ad andare avanti. Scrutando la stanza. Osservando con cura quei mobili nuovi di zecca pieni di peluche e altre stronzate simili.
Ma di Vera, nessuna traccia! In quella stanza non c’era.
Mi avvicinai al suo lettino coperto da soffici e colorate trapunte. Alzandole, come se potesse mai nascondersi lì sotto.
Mi chinai lentamente. Cominciando a fissare la fine del lettino. Mettendomi in ginocchio e alzando leggermente le coperte. Spaventato. Come se temessi che li sotto, improvvisamente, potesse uscire fuori qualche orrenda creatura.
Ma non vidi nulla! Nient’altro che qualche giocattolo.
Mi tirai nuovamente sue andai verso la porta, uscendo da lì e dirigendomi con fare spedito verso la camera da letto di Lisa.
Aprii di scatto la porta, ma stavolta non furono solo mobili che vidi.
No, quella stanza era piena di sangue. Nessun mobile! Solo una stanza di ferro. Il pavimento formato da travi di ferro insanguinate, proprio come le pareti e il soffitto. Dal soffitto da cui penzolavano catene arrugginite e insanguinate a cui erano legati dei pezzi di carne. Corpi umani! Dei cadaveri appesi a testa in giù.
Avanzai in quell’inferno. Terrorizzato e angosciato. Passando tra quei corpi insanguinati e dalle carni squarciate.
Cristo, ero invaso dal terrore, ma sapevo di non potermi fermare. Di dover trovare la mia bambina! E per un attimo cominciai a temere che fosse tra quei corpi. Anche lei appesa a testa in giù. Massacrata, dilaniata, distrutta.
Ma avanzando, per fortuna non vidi altro che cadaveri di sconosciuti. Solo altri corpi! Corpi immobili. Morti. Ma che nonostante ciò sembravano che mi stessero osservando.
Arrivai fino alla fine di quella stanza, girandomi su me stesso, nel mezzo di quell’orrore. Quando ecco, al di là della porta vidi passare con fare lento e spettrale la stessa figura vista prima nel corridoio.
Non persi neanche un secondo. Fulmineamente mi fiondai fuori da quella stanza. Ma quando raggiunsi il corridoio non riuscii a vedere altro che la sua veste lercia e zuppa sparire all’interno della stanza di Vera.
Mi precipitai in quella stanza. Entrando di scatto, e restando paralizzato nel trovarmi innanzi uno scenario totalmente diverso.
La stanza di Vera era sparita, e con essa anche quella ragazza.
Ero in un vicolo. In un normalissimo e squallido vicolo.
Avanzai in esso, capendo di essere nuovamente in un incubo. Ma senza poter fare a meno di proseguire. Di andare avanti in quel lugubre vicolo. Camminando su pozze d’acqua, tra rifiuti e blatte che spuntavano da ogni dove. Quando ecco, continuando a camminare udii un tremendo urlo a pochi passi da me. Proveniente da dietro dei cassonetti strapieni di rifiuti.
Scattai verso di essi. Con fare agitato. Brandendo la mia pistola e pronto a fare fuoco.
Li oltrepassai, e di colpo indietreggiai, continuando a tenere la pistola alzata. Puntando una creatura bestiale. Un essere deforme e coperto di stracci, inginocchiato a rovistare tra quei rifiuti. Chino al punto da non permettermi di vedere niente se non la sua orrenda testa piena di protuberanze e le sue grosse e tozze braccia che rovistavano tra quella merda con fare frenetico, alzandole di tanto in tanto per portarle alla bocca.
Mi avvinai di qualche passo a lui. Guardandolo dimenarsi contro chissà cosa. Udendo dei disgustosi rumori. Come se stesse divorando in maniera selvaggia un porco o una mucca. Quando ecco, di colpo quella creatura si voltò, mostrandomi la sua orrenda faccia deforme. Gli zigomi scomposti, il naso mozzato, e denti marci in bella vista, mentre fissandomi mi ringhiava contro.
Si alzò di colpo, venendo contro di me. Urlando e pronto ad afferrarmi. Ma prima che lo facesse. Prima che riuscisse a raggiungermi. In un lampo, in pochi impercettibili secondi, vidi il corpo di Vera lì per terra assieme a quelli di Lisa. I loro corpi ammassati l’uno sull’altro. Squartati. Insanguinati. Divorati da quella bestia.
Nel vedere quella scena fui io a fiondarmi su di lui. Selvaggiamente. In modo violento. Scagliandomi su quella bestia, incurante del pericolo e gettandola a terra. Afferrando quella sua orrenda testa scagliandogliela in un attimo contro una grossa pietra. Fracassandogli la fronte. Aprendogliela in due.
Quella creatura non mosse neanche un dito. Era morto, qualsiasi cosa fosse.
Ma la cosa non mi bastò!
Alzai lo sguardo al cielo, urlando e stringendo in pugni, per poi tornare a lui. Pronto a fare a pezzi il suo corpo. Pronto a distruggerlo, come se ciò potesse ridarmi la mia piccola Vera.
Ma non ebbi modo di farlo!
Un rumore dietro di me attirò la mia attenzione, e voltandomi vidi di nuovo quella ragazza camminare a passo lento in quel vicolo, fino ad uscirne, svanendo dalla mia vista.
Mi voltai verso i corpi di Vera e Lisa, ma loro non c’erano più. Al loro posto non c’erano che rifiuti e schifosi insetti ammassati su di essi.
Mi alzai con fare deciso da quel corpo. Di scatto. E altrettanto velocemente corsi in quel vicolo. Arrivando verso la sua fine.
Lo oltrepassai, e un tremendo urlò mi colpì in pieno viso. E così il volto di quella ragazza. Di quel cadavere! Quel volto gonfio e martoriato che mi fissava con occhi gremiti di dolore.
Indietreggiando, senza smettere di urlare, caddi a terra. Vedendo il cielo sopra di me. E quando d’istinto chiusi gli occhi, per poi riaprirli nuovamente, non vidi altro che il tettuccio della mia auto. Solo quello! Non altro.
Sospirai, fissandomi attorno con fare sconvolto. Confuso e stordito.
Guardai il sediolino accanto a me, ma il telefono non c’era.
Lentamente ficcai la mano nella mia giacca, tirando fuori il telefono cellulare e fissandolo. Guardandolo. Pigiando alcuni tasti e fissando con aria scioccata quel display.
Dio, lì non c’era nessuna chiamata fatta a Sara. Niente di niente!
Sì, era stato un incubo. Nient’altro che un incubo.
Ma se non fosse stato solo un incubo ma una vera e propria visione?
Usci di colpo dall’auto, guardandomi attorno. Vedendo i due bravi paladini della legge tranquilli a dormire nella loro auto, e la luce della finestra ancora spenta, proprio come avevo visto nel mio incubo.
Non potevo aspettare!
Corsi velocemente verso il palazzo, sfondando il cancello e cominciando a salire per le scale.
Quando arrivai alla porta di casa, essa era chiusa. Ma ciò non fu una prova abbastanza forte per convincermi di essere semplicemente pazzo.
Sfondai la porta, dandole un calcio secco e fiondandomi in casa.
Udii Lisa e Vera urlare, e poi sentii dei passi. Dei passi venire verso di me.
<< Ma che cazzo hai intenzione di fare? >> urlò il suo bravo avvocatino, uscendo dalla camera da letto e fissandomi con la sua aria da fesso.
Nel vederlo, scoppiai a ridere. Come se fossi veramente felice di vederlo. Ridendo e piangendo allo stesso tempo, con fare isterico.
Abbassai il ferro e andai verso di lui. Arrivandogli a pochi centimetri.
Lui fece uno scatto verso di me, ficcandomi una mano contro al petto.
<< Dove diavolo credi di andare? >> strillò. Ma io lo gettai per aria. Entrando di soppiatto in quella stanza. Trovandovi dentro Lisa e Vera sul proprio lettino. Abbracciate. Terrorizzate.
Ma nel vedermi la piccola Vera sgattaiolò dalle braccia di sua madre, venendomi contro e stringendomi forte.
<< Papà. Papà mio! Sei venuto a trovarmi >> cominciò a urlare con tono felice, mentre io, ancora piangendo, presi ad accarezzarla teneramente. Come mai avevo fatto prima.
L’avvocato mi arrivò alle spalle. Guardandomi con fare incazzato, ma senza osar fare niente, per non spaventare la piccola Vera.
Sua madre, Lisa, seguì la stessa politica, anche se mi fissò con gli occhi di chi aveva voglia di ficcarmi una mazza su per il culo.
La guardai a mia volta, dando ancora una carezza alla piccola Vera, e poi chinando lo sguardo verso di lei.
<< Tesoro, a papà, ti spiace andare in camera tua? Papà deve dire una cosa alla mamma >> le dissi con tono gentile.
Lei si strinse ancora a me. Mi disse di volermi bene. Le dissi di volergliene anch’io, e poi uscì da lì, lasciandomi solo con quei due, ora pronti a dar libero sfogo alla loro rabbia.
Fu Lisa a cominciare per prima!
<< Diavolo, Eddy, si può sapere che cazzo ci fai qui? Hai sfondato la porta e terrorizzato tutti! >> urlò verso di me, avanzando e fissandomi con occhi iniettati di sangue.
Il suo caro fidanzatino entrò in camera, fiondandosi verso un comodino e afferrando un telefono.
<< Ora basta! Chiamo la polizia. Quella vera! >> esclamò, pronto a fare il numero.
<< La polizia è già qua già! >> gli dissi.
Lui abbassò il telefono, fissandomi con fare perplesso. Proprio come Lisa.
<< Ma che diavolo stai dicendo? >> farfugliò quello stronzo, per poi voltarsi verso Lisa << Hai sentito anche tu che ha detto? >>
Lisa sembrò calmarsi, venendo verso di me. Avvicinandosi a circa mezzo metro dalla mia faccia.
<< Che vuoi dire con “la polizia è già qua giù”? >> mi chiese.
Io sospirai, chinando il capo per qualche istante e poi tornando a guardarla.
<< Ci sono stati tre omicidi in questi giorni. Tre brutali omicidi! Ultimi dei quali, questa sera >>
L’avvocato posò il telefono, guardandomi con aria stupita e al tempo stesso spaventata.
<< Il maniaco che ha ucciso tre donne? >>
<< Esatto! >> esclamai, senza distogliere lo sguardo da Lisa << Quel bastardo sembra essere nella mia mente. Non so spiegarvi cosa succede, ma so quello che farà >>
Lisa batté un piede contro al pavimento, digrignando i denti e fissandomi come una arpia.
<< Cazzo, Eddy, ma sei ubriaco? Che diavolo stai cercando di dirci con queste parole? >> strillò
Ansimai, allungando lentamente le mano verso di lei, come se volessi dirle di stare calma.
Le abbassai. Mi guardai attorno e poi tornai a lei.
<< Lascia stare! Ma comunque sia, quel bastardo mi ha telefonato a casa. Conosce il mio numero, la mia casa, e consoce anche te e Vera! >>
A quelle parole Lisa sembrò calmarsi del tutto. Anzi, sembrò persino cagarsi sotto.
<< Io non sono sicuro che voi siate al sicuro >> ripresi << Quel bastardo mi sta seguendo, e potrebbe volervi fare del male >>
<< Solo perché stai lavorando a questo caso? >>
<< Non lo so >> sospirai, chinando il capo e desiderando tanto di dirle tutta la verità.
Ma mi trattenni da farlo, ovviamente, dato che lei già mi credeva pazzo. Eppure, quelle parole sembrarono colpirla. Come se mi credesse. E dunque, terrorizzata all’idea di essere sull’elenco di un dannato serial killer.
Beh, il suo fidanzatino non sembrò dello stesso parere.
Fece un passo verso di me, fissandomi come se lui fosse Dio e io solo una sua miserabile creature.
<< Questa è la più grande stronzata che ho mai sentito in vita mia >> esclamò, puntandomi il dito contro con fare da duro.
Lisa si girò verso di lui.
<< Ti prego, Vittorio >> borbottò.
<< Ti prego Vittorio un accidenti! >> urlo, agitando le braccia come un pazzo.
Eppure dopo quella sparata il caro Vittorio sembrò calmarsi, continuando a guardare la dolce Lisa.
<< Senti, amore >> aggiunse << Questo disperato entra qui di notte, sfondando la nostra porta e agitando una pistola così da terrorizzare tutti, e io dovrei stare anche calmo? >>
Si voltò di scatto contro di me, puntandomi nuovamente quel suo merdoso dito contro.
<< Voglio che tu te ne vada subito da qui, Vitale! E se solo tu dovessi avvicinarti a meno di cinquanta metri da me e la mia famiglia, io giuro che ti farò arrestare per ciò che hai fatto stanotte. Sono stato chiaro? >>
Non lo guardai neanche, né dissi una sola parola. Restai lì fermo a fissare dritto negli occhi Lisa. Lei, che mi guardava con aria pensierosa, non avendomi mai visto piangere in tutto il tempo in cui eravamo stati assieme.
<< Cerca solo di stare attenta quando esci >> le dissi, con tono calmo e basso << Porta Vera lontana per un po’, se puoi. I ragazzi continueranno a stare giù finché non prenderemo questo maniaco. E ti giurò che lo prenderò! >>
Nessuno dei due disse niente, . Forse quello era il solo momento magico mai vissuto nel nostro rapporto. Il solo momento in cui ci guardammo senza che l’uno si sentisse superiore all’altro. Fissandoci in un modo sensibile e pieno di malinconia, come mai avevamo fatto prima.
Ma non era il tempo di un ritorno di fiamma!
Mi voltai e uscii da lì. Lentamente. Capendo che avrei dovuto trovare quel pezzo di merda al più presto.
Vera mi venne contro, abbracciandomi prima che io potessi uscire dall’appartamento.
<< Ti voglio bene, bambina mia >> le sussurrai, stringendola e accarezzandola, proprio come se fossi in uno schifoso film d’amore. E lei a sua volta mi disse di volermi bene. Di volermi sempre con lei. E io le promisi che presto avremmo passato più tempo assieme. Che l’avrei portata in questo posto e in quell’altro.
Forse mentii, dato che mi stavo cagando sotto dalla paura. Ma sapevo di non poterle dire altro! Di non poterle dire che il mondo era un posto schifoso. Che Babbo Natale e la Fatina dei denti non esistevano. Che Buddha e Gesù erano solo personaggi inventati. Che lei crescendo non avrebbe mai realizzato nessuno dei suoi sogni. E che uno psicopatico era pronto a massacrare sia lei che sua madre.
Tenni tutto per me, proprio da bravo genitore. Uscendo da lì. Sapendo che avrei dovuto trovare quel pezzo di merda prima che l’incubo visto poco prima fosse diventato reale, anche se non sapevo come fare, a dire il vero.
Pensai che forse sarebbe stato meglio restar lì, stavolta senza addormentarmi, possibilmente. Ma quando uscii dal palazzo e raggiunsi la mia auto, sentii un forte rumore provenire da essa.
Era il mio telefono! Il mio telefono cellulare che squillava nella mia auto. Poggiato sul sedile.
Aprii velocemente la portiera, ficcandomi lì dentro e afferrando il cellulare.
Risposi, ma la voce che udii non era di nessuno psicopatico.
Era il mio capo! E urlando mi disse di correre al più presto in centrale. Che eravamo nella merda! Dato che quel ragazzino si era suicidato.
Non persi tempo. No, mi misi al volante e corsi verso la centrale. Agitato. Per niente contento di lasciare sola Vera nelle mani di quei due fannulloni. Pensando all’incubo appena visto. Ai piccoli dettagli. A quella donna. Al corpo di Vera e Lisa. A quella creatura che avevo ucciso.

Tratto dal romanzo LASCIAMI ENTRARE, pubblicato dalla Damster edizioni e disponibile nei maggiori store online.

Intanto Anna continuava a parlare e parlare. Continuava a rendermi partecipe della sua vita. Di tutte le cose importantissime della sua esistenza.
“Sai amore” faceva con voce affannata, continuando a camminare al mio fianco “Nel treno non ne potevo proprio più. Cielo! Nel mio vagone ci stava una stronzetta che non ha chiuso la bocca neanche un istante. Continuava a parlare delle sue esperienze di volontariato, raccontandole al tipo accanto a lei. Un fusto di due metri vestito come una sorta di Giamaicano.
Per Dio, avrei voluto dirle… senti, stronzetta, guarda che anche io faccio volontariato con i bambini disabili, ma non vado mica a dirlo in giro come te solo per farmi bella”.
E io annuivo con la testa, sorridendo, e dicendo cose del tipo “non ci pensare amore” o ancora altre stronzate come “hai ragione tesoro, proprio ragione!”. Ma in verità avrei solo voluto mettere un tappo in bocca a quella stronza, o magari darle una botta in testa e infilarla in un qualsiasi cazzo di treno.
Già, avrei dovuto mandare a cagare quella puttana logorroica. In fondo avevo una donna di gomma a mia disposizione. Una super bambola pronta a esaudire ogni mio desiderio.
A che mi serviva quella saccente puttana al mio fianco?
Ma passando davanti alla troia negra che la vendeva sulla strada prima del mio vicolo, la realtà mi colpì in faccia come se mi avessero lanciato addosso una medusa.
Sofia non esisteva!
No, presto quel gioco sarebbe finito. Presto non avrei più avuto modo di ricattarla, e sarei tornato alla mia vita. Al mio ubriacarmi da solo, masturbandomi e andando a puttane di tanto in tanto, attendendo di vedere Anna per piantarglielo dentro. E lei sarebbe tornata alla sua di vita. Al suo lavoro, ai suoi corteggiatori e alle cene in famiglia.
Io e Sofia avremo dimenticato tutto, o forse nessuno dei due avrebbe mai dimenticato niente. Ma avremo finto di farlo! Avremmo fatto finta di farlo per tirare avanti, chi per una ragione chi per un’altra. E mentre Anna continuava a raccontarmi le sue stronzate, mentre io pensavo alle mie stronzate, voltammo assieme nel mio vicolo, dirigendoci verso il mio palazzo.
Cristo, eccola!
Era lei, era Sofia. Lì davanti al suo palazzo, passeggiando come se niente fosse, mano nella mano con un coglione biondo.
E il coglione continuava a parlare e parlare, proprio come Anna, mentre lei se ne stava in silenzio, camminando con lui, proprio come me con Anna.
I nostri volti si sfiorarono. I nostri volti si toccarono.
Lei sorrise. Fece un sorriso amaro, forse di sfida, continuando a camminare assieme a quel biondino. E io la seguii con lo sguardo fino a che non uscì da quel vicolo, sparendo per sempre dalla mia vista, e chissà, forse dalla mia vita.
“Ma mi stai ascoltando?” fece Anna.
Io mi voltai di scatto verso di lei, sorridendo. Sorridendo da bravo fidanzatino.
“Ehm, sì sì. Certo! Vieni, saliamo su” le dissi. E insieme entrammo nel mio palazzo. Ci ficcammo nell’ascensore assieme al trolley e arrivammo fino al mio piano.
Quando entrammo in casa lei sorrise con aria compiaciuta.
“Oh, che bel profumo di lavanda” esclamò, con aria soddisfatta.
Io la cinsi per i fianchi, continuando ad avanzare in quel buco, con il suo trolley a seguito.
Cazzo, per fortuna avevo avuto il tempo di rassettare casa alla meglio.
Avevo gettato i piatti sporchi direttamente nella mondezza, assieme alle bottiglie vuote e tutto il resto, per poi piazzare le buste in un ripostiglio soppalcato dove lei non sarebbe mai andata.
Avevo anche dato una lavata veloce al pavimento, e passato uno schifoso deodorante alla lavanda, fregato da Sofia.
Ovviamente avevo nascosto anche l’hard disk con dentro i porno.
Sì, tutto era perfetto. Quello era il nostro nido d’amore, e noi eravamo Mike Shea e Annie Packert che si erano finalmente ritrovati, dopo aver passato una vita come Elmo Barnett e Ally Chandler.
Poi andammo nella mia camera da letto. O meglio, in quella che una volta era la mia camera da letto.
Le bottiglie vuote erano sparite, e così i pacchetti di sigarette vuoti.
Sul letto ci stavano lenzuola e una coperta, e quello schifoso tanfo di lavanda era impregnato in tutta la stanza.
Ficcai il suo trolley sul letto.
“Eccoci qua. Casa dolce casa” dissi.
Lei sorrise. Sorrise e si avvicinò a me.
Mi abbracciò.
“Quanto ti amo tesoro mio” disse prendendo a baciarmi. Baciandomi prima lentamente, poi sempre più intensamente.
E le mie labbra risposero subito alla cosa. Le mie mani presero a scivolare sotto ai suoi vestiti, e il mio cazzo si fece duro come una roccia.
Ma non era ancora il momento di scopare. No, non era ancora il momento di fare “l’amore”. Ci stavano ancora tante formalità da rispettare.
Così lei lasciò la presa, dandomi un ultimo tenero bacio sulle labbra.
Si tolse di dosso il giubbotto e lo poggiò sul letto.
“Oh Dio, non vedo l’ora di ficcarmi sotto alla doccia” prese a dire, aprendo la sua valigia e rovistandoci dentro.
Io mi allontani di qualche passo. Mi misi contro la finestra e mi accesi una sigaretta, stando lì fermo a fissarla. A fissare quel suo bel corpicino. A fissarla con la sola voglia di scaraventarla su quel letto e piantarglielo dentro.
Già, se fosse stata Sofia, ora già lei avrei sbattuto il cazzo in culo. Ma Sofia non c’era. Sofia era altrove, con quel coglione biondino, e io guardavo la sua finestra chiusa, mentre Anna continuava a rovistare in quella cazzo di valigia.
Tirò fuori un accappatoio, bagnoschiuma, un beauty case e altre stronzate simili e si voltò verso di me, con quella roba in mano.
“Posso usare il tuo dentifricio? Il mio l’ho dimenticato” mi disse sorridendo.
Io lasciai perdere la finestra di Sofia e andai verso di lei.
“Certo, schifosa troia. Usa quello che cazzo ti pare! Basta che chiudi finalmente quella dannata bocca e fai presto a tornare qui per darmi la tua fica marcia e sfondata” avrei voluto dirle. Ma invece continuai a sorridere come un coglione, dicendole che poteva fare qualsiasi cosa volesse.
Lei sorrise e strizzò gli occhi, piazzandomi sulle labbra un bacio a stampo.
“Il mio cicci dolce dolce” disse con una voce in farsetto.
Io sorrisi ancora, lì immobile, proprio come il suo cicci dolce dolce.
Lei andò verso la porta della camera da letto. Si voltò verso di me, sempre sorridendo.
“Non ci metterò molto. Tu intanto prepari qualcosa da mangiare? Che ho una fame!”.
“Certo amore”.
Lei sorrise.
“Ti amo tanto ciccino”.
“Ti amo tanto passerotta” le dissi, con la mia aria da fesso. E lei sparì da quella stanza. Andò via, togliendosi dal cazzo, chiudendo finalmente quella sua cazzo di bocca.
Sentii la porta del cesso chiudersi, mentre me ne stavo fermo lì, nella mia stanza.
Andai di nuovo vicino alla finestra. Guardai fuori, ma niente! Lei non c’era.

http://www.damster.it/index.php/features/eroxe-dove-l-eros-si-fa-parola/item/lasciami-entrare

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