Tratto dal romanzo: “Nuda”.

Eva sapeva che non sarebbe mai tornata da lui, e sapeva che Max non era perfetto per lei, ma sapeva anche di non volere essere giudicata. Di non voler essere odiata. E quel sangue sulle proprie mani di cui aveva chiesto perdono a Max, lei nemmeno lo vedeva.
Eva doveva essere perfetta, anche a costo di rendere la vita di un altro una totale menzogna.
Ma in fondo lei ci viveva da sempre in una menzogna. Eva era un bellissimo quadro, ma falso.
Avrebbe eretto mura su mura pur di celare la decomposizione del proprio cuore, e lo stava facendo, ma per quante mura alzasse, sentiva sempre qualche piccola breccia nella pietra, e mille occhi spiarla, vivisezionandola, accusandola, schiacciandola.
Quel pomeriggio li sentiva fin dentro la pancia quegli occhi, e un grande urlo irruppe nella sua stanza, seguito da una poderoso tonfo.
Il libro urtò contro al muro e cadde per terra. Le pagine si mossero velocemente fino a restare aperte sul capitolo riguardante il trapianto del cuore umano.
Il cuore di Eva sembrava essersi fermato di colpo, e nessun trapianto l’avrebbe ormai salvata. Stava andando in necrosi.
Ormai non riusciva nemmeno a respirare mentre paralizzata ferma davanti la sua scrivania fissava con occhi pullulanti di terrore i risultati del test di medicina.
Un altro strillo isterico, simile a quello di un animale, rimbombò nella stanza, e poi ancora un tonfo pesantissimo echeggiò contro al muro
Un incensiere a forma di elefante cadde sul pavimento fra libri e scartoffie, esalando verso le tendine rosa i suoi ultimi respiri di patchouli.
Era un regalo di Mario. Glielo aveva comprato a Milano, durante una giornata in giro per mercatini.
Eva adorava andare per mercati, e lui lo sapeva, come sapeva che amava quel profumo. Lo portava sempre sulla pelle quando stava con lui.
Ormai non metteva da tempo quel profumo. In quel momento le sembrò persino di non aver alcun odore, ma soltanto una tremenda puzza che le aveva impregnato le carni: puzza di sudore mista a quella di cibo marcio.
Si alzò di scatto dalla sedia e quando suo padre spalancò la porta lei lo fissò con occhi gonfi di lacrime, urlandogli contro: «Che diavolo vuoi? Ora sei soddisfatto?»
Si scagliò sul letto come una valanga, schiacciando il volto contro al cuscino e stringendolo, mentre nell’aria non si udiva altro che la sua voce strozzata dal pianto strillare: «Faccio schifo! Sono solamente un’idiota!»
Suo padre non sapeva che fare, proprio come sempre al cospetto di quella figlia che non capiva, e forse mai aveva capito.
Eva era soltanto un corpo informe che giaceva su di un letto. Era un cumulo di carne coperta da un pigiama rosa, e dal volto sommerso da un manto di capelli biondi. Era una bambola rotta gettata sul pavimento, proprio come quelle che lui le aveva regalato, e che lei aveva fracassato.
Suo padre la fissava senza riconoscerla. Non c’era traccia in lei di quella bambina che aveva alzato al cielo quando era appena nata, né di quello scricciolo a cui tante volte aveva fatto il bagnetto.
Eva era cresciuta, e lui non l’aveva vista crescere. Di sua figlia ricordava soltanto una bambina sorridente, tutto ciò che era venuto dopo l’aveva perso, come accade a uno spettatore distratto che più volte si alza durante la proiezione di un film.
Poteva semplicemente stare fermo, vedendo con occhi vitrei quella sconosciuta devastata da un pianto di cui non comprendeva l’origine, sentendosi ora impotente, nonostante la sua immensa cultura, senza sapere cosa dire, o se ci fosse davvero qualcosa da dire in quel momento.
Le sue labbra tremavano in una smorfia ridicola. Ora sembrava stesse per dire una parola, ma subito un istante dopo si fermava, lasciando di sé soltanto l’immagine di un vecchio incapace dalla pelle rugosa, gli occhi stanchi, e il fiato corto.
Il dolore di Eva lo stava consumando. Lui cercava di inseguirla, ma era come un cieco che tasta l’aria. Non riusciva a trovarla, e dunque a raggiungerla. Udiva quel pianto incessante che ormai sognava persino di notte, ma senza trovarne l’origine, impazzendo nel non poterlo fermare, e devastato al pensiero che forse era sua la causa di quel dolore che stava uccidendo sua figlia, e lui.
Quando Eva gettando in aria dei vestiti urlò contro al cuscino: «Sei contento ora?», ogni nervo del viso gli si paralizzò. Non riusciva nemmeno a muovere le labbra, e le palpebre gli tremavano appena, come se stesse contemplando l’immensità terrificante di un cratere senza fondo.
Gli parve di precipitarci in quella fossa, non sentendo più nulla del proprio corpo, quasi si fosse infranto come un vaso scagliato al suolo.

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NUDA

Il suo stato d’animo e la sua stessa vita rispecchiavano le sue unghie rosicchiate: specchio di una vita divorata fino all’osso.

Non si sentiva pronta, e uscì da quella stanza così come vi era entrata due mesi prima: una bambina impaurita al cospetto di un mondo troppo immenso.

Si ritrovò per l’ennesima volta in un corridoio dalle mura bianche piene di colorati disegni fatti con pastelli a cera: deformi animali rossi, gialli, verdi, viola o rosa; e ancora disegni raffiguranti persone che si tenevano per mano, bambini sorridenti, alberi e prati fioriti: tutto ciò che doveva portare al cuore amorevoli sensazioni e pensieri felici, ma che a niente servivano se non ad appestare l’aria di un pastoso odore di cera che si mischiava a quello del detersivo scadente proveniente dal pavimento.

Li aveva visti mille volte quei disegni, forse anche di più, perché durante la prigionia, fra colloqui, attività di gruppo e le poche ore di libera uscita, lei come le altre non faceva che vagare in pigiama per quel corridoio.

Conosceva a memoria ogni mattonella. Era entrata e uscita mille volte dalla grossa porta del refettorio alla sua sinistra, ormai impregnata dalla puzza di stufato di carne bollita e da cui sembravano ancora uscire i lamenti di ragazze terrorizzate al cospetto di un piatto fumante. Era entrata e uscita mille volte dalla porta dei bagni dove solitamente le ragazze si ammassavano per la doccia, e in cui, per quanto candeggina si passasse, si respirava sempre un disgustoso tanfo di vomito misto a sangue mestruale di un ciclo a lungo ritardato. Ed era entrata infinite volte nella stanza di ogni ragazza dove a volte, in lacrime, lei e le altre si riunivano per confessarsi indicibili segreti, oppure solamente menzogne propinate per ricevere un abbraccio.

Come uno spettro in pena aveva percorso migliaia di volte quel corridoio, fissando i propri pensieri densi e vischiosi quanto schiuma da barba, circondata da ragazzine pallide e ossute con addosso pigiami da bambina e dallo sguardo inanimato: il suo stesso sguardo! Gli stessi sguardi delle ragazze che vide ancora una volta in quel corridoio; alcune camminavano velocemente per cercare di smaltire inesistenti calorie, altre stavano appoggiate a un muro leggendo o fissando il vuoto, e altre ancora entravano e uscivano dalla propria stanza, giusto per far scorrere il tempo.

Sembravano tutte uguali: pigiami, volti pallidi e occhi incavati si susseguivano lungo il corridoio avvolto dal vocio petulante di adolescenti e le urla nevrotiche di un’infermiera che diceva loro di stare calme.

Eva sapeva che stavano fingendo, pur di non morire; e anche lei stava fingendo: fingeva di sorridere, perché non sapeva come dire a loro che fra poco le avrebbe abbandonate per sempre, e che era felice di farlo.

Continuò soltanto ad avanzare fra volti, urla, risate, e scheletriche braccia che oscillavano nel vuoto come rami secchi scossi dal vento.

In mezzo a loro, ancora una volta, si sentiva una persona inadeguata: quella che non avrebbe mai fatto niente nella propria vita, diversamente da una sorella che eccelleva in ogni cosa.

Pensò ancora a cosa avrebbe fatto una volta fuori da lì, camminando a passo lento fra quelle mura coperte da disegni per bambini, mentre quei volti sembravano circondarla, come se con i loro occhi incavati volessero ricordarle una realtà da cui mai sarebbe fuggita.

Studiare medicina o iscriversi a una scuola di scrittura?

E con quali soldi?

Qualsiasi pensiero si insinuasse nella sua mente, alla fine la riconduceva sempre a lui: suo padre!

Era stato lui a pagarle l’università a Macerata. Era stato lui a pagarle l’auto. Era stato lui a pagarle il ricovero. E sarebbe stato lui a pagarle il futuro.

Ovunque fosse andata, suo padre l’avrebbe sempre inseguita dicendole: «Tu senza di me non vali niente!» E non avrebbe avuto bisogno di parole per dirlo, gli sarebbe bastata la sua presenza: un solo sguardo e l’avrebbe uccisa.

Forse il solo modo per liberarsi della malattia sarebbe stato vedere suo padre morto.

Guardò ancora i volti di quelle ragazze, cercando di non pensare a nulla, ma senza riuscirci, sentendosi fragile come il giorno di due mesi prima, quando aveva messo piede in quel posto.

Fra un intreccio di volti, braccia e voci, vide Elena poco distante dalla porta della loro camera. I suoi grossi occhi azzurri, incastonati in due bui crateri su di un pallido viso, erano tristi più del solito, come se vedendo Eva fosse a conoscenza che presto le avrebbe detto addio.

I boccoli biondi, simili a quelli delle bambole nella camera di Eva, le cadevano sul viso mentre teneva il capo chino su di un libro.

Eva istintivamente guardò il libro fra le mani scheletriche di Elena: era Anna Karenina. Elena l’aveva letto almeno tre volte.

Elena era del luogo. Abitava poco distante da Genova. Infatti i suoi venivano a trovarla ogni giorno, anche se la cosa non le faceva piacere. Era una ragazza schiva, taciturna, spesso cupa. Ma quando sorrideva, e ciò succedeva di raro, le sue sottili labbra -sempre coperte dal rossetto- mostravano una fragilità sconcertante: come se non fosse un’adolescente, ma soltanto una bambina. E in fondo lo era, proprio come Eva.

Elena profumava sempre di vaniglia o di zucchero, vestiva sempre con abiti freschi, e aveva una passione innata per la lettura.

Tolstoj, Flaubert, Dostoevskij, Čechov, Bulgakov, Simenon; grazie a lei Eva aveva passato infinite notti assieme a Emma Bovary, Anna Karenina o Varvara Dobroselova. Elena le aveva narrato tutto dei personaggi presenti nei libri da lei letti, quasi fossero reali, e per lei la sola famiglia.

Eva aveva letto molte cose, e spesso del desiderio di farsi ammirare da suo padre, eppure innanzi la vorace fame di libri mostrata da Elena si era spesso sentita un’inetta: proprio come quando andava da suo padre, dicendogli di aver letto un libro, e sentendosi rispondere con tono annoiato: «Sì, niente male, ma ci sta di meglio.»

Alcune volte, mentre Elena parlava, Eva rimaneva incantata; altre volte invece la odiava! Fissava i suoi grossi azzurri, sorridendo, ma desiderando di cavarglieli e schiacciarli sotto al calcagno. Perché lei era la figlia che suo padre avrebbe voluto! Perché lei forse sarebbe morta, ricordandole il suo essere malata e imperfetta.

Presto le avrebbe detto addio, eppure, guardandola, non provò la minima nostalgia verso di lei, ma solamente un senso di liberazione nel sapere che presto non avrebbe più udito le sue lacrime durante la notte, o quelle di tutte le altre ragazze.

La guardò ancora, scrutando i suoi zigomi incavati in cui, come pietre marine erose da troppe onde, si celavano infiniti anni di dolore.

Gli occhi di entrambe si incrociarono come due incomunicabili solitudini che si trovano, senza però potersi abbracciare.

Mentre nel corridoio continuavano a rimbombare le urla delle ragazze, Eva non vedeva nulla davanti a sé se non gli occhi di Elena. Sembravano si stessero dilatando, inghiottendo ogni cosa: persino i passi di Eva che avanzava verso di lei sforzandosi di sorridere, ma vedendo in quegli occhi soltanto una bestia che gli stava ringhiando contro: «Guarda ciò che sei!»

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“La finestra chiusa”, in fase di editing

Ricordo una delle prime volte in cui da piccolo capii il senso della parola umiliazione. Avevo appena cinque anni. Frequentavo l’asilo, e mio fratello la terza elementare. Indossavo un orrendo grembiulino giallo canarino. Non conoscevo ancora il significato della parola odio, ma sentivo di non sopportare quella divisa, come non sopportavo di vederla addosso agli altri bambini attorno a me.
Avevo passato il più delle ore a giocare da solo con le costruzioni. Non amavo stare con gli altri bambini, li reputavo volgari e invadenti, perché avevo sentito da mia madre quelle due espressioni, e dunque doveva essere anche per me così.
Attorno a me, in una stanza simile a una gabbia dalle mura piene di disegni colorati che puzzavano di gessetti e pastelli a cera, i bambini amavano fare giochi di gruppo, e a volte si azzuffavano insultandosi in dialetto che detestavo, perché mia madre lo detestava, e insultandosi proprio come fossero adulti.
Puzzavano persino come gli adulti!
Io preferivo starmene da solo, costruendo cose senza senso che poi avrei distrutto. Ma quel pomeriggio non stavo più costruendo niente. Avevo appena finito di creare un robot a tre teste, per poi vederlo distruggere da un altro bambino che mi urlò contro: «Ricchione!».
Scoppiai a piangere. Iniziai a piangere così forte che la maestra, una vecchia donna dal volto cattivo, dovette afferrarmi per cercare di tranquillizzarmi.
Ricordo come fosse ieri la sua forte stretta, il suo sguardo malvagio e il suo fetido alito di fumo. E ricordo come le afferrai i capelli e le graffiai il viso, urlando e continuando a piangere sempre più forte, ingoiando le mie lacrime salate e vedendo la realtà attorno a me offuscarsi in un vortici di colori a cera contro ai miei occhi arrossati e gonfi di lacrime.
Di certo quella donna desiderò colpirmi con una forza tale da staccarmi la testa dal collo, ma non potendolo fare si limitò a cacciarmi fuori dalla classe: cinque anni, poco più di un metro d’altezza, poche ossa in un odioso grembiulino giallo, e già mi trovavo in castigo. Già fui gettato via. Già fui bollato come sbagliato.
Stavo fermo contro al muro accanto alla porta della classe, ancora in lacrime, impaurito, e senza capire quale fosse la mia vera colpa.
Ricordo che quel corridoio sembrava gigantesco, e i disegni colorati erano in quel momento orrendi: uccelli rosa mi sembravano demoni, e pesciolini rossi erano per me diavoli.
Tremavo come una foglia, solo e smarrito, tirando su con il naso il muco che mi colava fino alle labbra e guardandomi attorno in cerca della mia mamma, respirando solamente un soffocando odore di gesso, e continuando a non comprendere quale fosse la mia colpa.
Ma non ci stava nessuno lì. No, fui abbandonato. Fui rifiutato. Fui gettato via come immondizia: la stessa che mio padre non voleva mai scendere di sera, costringendo la mamma a farlo.
Tremando, capendo per la prima volta nel mio giovane cuore il senso della parola “confusione”, guardai una delle porte in quel gigantesco corridoio che si protraeva fino all’infinito.
Era l’ultima porta sulla sinistra. Una normalissima porta di plastica con nel mezzo un oblò di vetro.
Sapevo che era la sua di classe, e asciugandomi le lacrime con il mio piccolo pugno camminai lentamente verso di essa, desiderando solamente che qualcuno mi stesse vicino. Desiderando solamente che qualcuno mi dicesse che tutto andava bene, abbracciandomi.
Ma andava bene per davvero?
Dovetti alzarmi sulla punta dei piedi per arrivare al vetro, tenendo poggiate con forza le mie piccole e paffute mani contro la fredda plastica della porta.
Guardai al di là di quel vetro opaco. Una donna di circa trent’anni stava seduta dietro a una cattedra, urlando a gran voce parole che non potevo sentire, mentre una classe composta da circa venti bambini con addosso grembiulino blu o rosa e al collo un fiocco verde, fingevano di ascoltarla persi nei propri pensieri.
Io guardavo mio fratello e sorridevo. Sorridevo come quando mia mamma mi stringeva forte, perché speravo che lui mi vedesse, ma non mi vide neanche quando un ragazzino biondo e ciccione cominciò a ridere guardando verso di me e indicandomi con il dito.
In breve tutta la classe iniziò a ridere. I loro occhi erano su di me. Le loro risate sembravano liquefare quel pezzo di plastica che ci divideva, roteando attorno a me come tanti spettri crudeli.
Smisi di sorridere. Un patetico broncio tremò sul mio viso, e gli occhi tornarono gonfi di lacrime.
Sentii solamente una calda, atroce lacrima colare sulla mia guancia arrossata forse più dalla vergogna che dal dolore, mentre fissavo ancora quei volti, sentendomi solamente un inutile sgorbio.
Mio fratello mi vide?
Non fu certo lui a uscire da quella porta quando si spalancò. No, furiosa e veloce la maestra si pose davanti a me, e io in un millesimo di secondo non vidi altro che i suoi occhi iniettati di odio, percependo poi tre violentissimi schiaffi contro la mia piccola mano.
Uno.
Due.
Tre.
Poi la maestra sbatté la porta contro la mia faccia. Non si sentì più alcuna risata provenire da quella classe, né tantomeno riuscii a piangere.
Rimasi lì immobile come fossi stato appena violentato. Non conoscevo neanche il significato di quella parola, ma sapevo che faceva male sentirsi un niente. Sapevo che era tremendo sentirsi deriso, umiliato: era come essere stato ucciso.
No, non versai una lacrima, ma sentii qualcosa di caldo contro le mie cosce, e poi lungo sulle ginocchia.
Il grembiulino diventò di un giallo scuro, e un acre odore di urina giunse fino alle mie narici, mentre io stavo lì immobile, tremulo, fissando quella porta mentre la mia mano arrossata pulsava dal dolore.
Quando mia madre venne a prenderci la maestra non mi aveva tolto di dosso neanche il grembiulino. No, le disse che mi ero comportato male, e le consigliò di trovare un buon sostegno psicologico perché io potessi riuscire a inserirmi assieme agli altri bambini.
Non dissi nulla mentre loro parlavano. Avevo solamente bisogno di un abbraccio, mentre gli ultimi bambini della classe uscendo mi guardavano e deridevano indicando il mio grembiule bagnato, e mia madre continuava a cercare di capire come fare di me un bambino perfetto.
Avrei avuto solamente bisogno di un abbraccio, ma non mi abbracciò neanche quando andammo verso casa: lei con il mio grembiulino sporco in una busta, e io nella sua mano, tenendo strette le gambe per la vergogna, cercando di nascondere a tutti quella macchia di urina, mentre mio fratello parlava della sua giornata a scuola.
Possibile che non mi aveva visto? E mia madre aveva notato la mia mano rossa e indolenzita?
No, nessuno notò niente, e il giorno dopo andai a scuola con il pannolino, e per colpa di coloro che mi credevano diverso capii cosa significasse sentirsi diverso.

Tratto da “La finestra chiusa”, romanzo ancora in fase di editing, e non per tutti.

Mio nonno usava una colonia simile. Era gialla e stava in una grossa bottiglia di vetro.
La casa dove visse mio nonno, e dove ancora vivono le mie zie Lucia e Imma, è su due livelli. Mio nonno aveva la sua camera da letto al secondo piano, e quando andavo a dormire da lui restavo sempre in una delle stanze su quello stesso piano.
In casa ci stavano due bagni, uno al piano superiore e uno a quello inferiore. Mio nonno usava solamente quello al piano superiore. Sembrava solamente suo: suo e suo soltanto!
Non vidi mai oggetti da donna lì dentro, ma solamente i suoi effetti personali che teneva stipati con gelosa cura. Il kit per la barba era riposto in un borsello di pelle marrone. Dentro ci stavano lamette, un rasoio di quelli a lama retraibile, un barattolo con del sapone da barba, alcuni piccoli flaconi di profumo e un paio di forbicine per le unghie. Sul lavello, sempre allo stesso punto, stava poggiata la bottiglia con il suo dopobarba, un pettine d’osso, una spazzola, e un bicchiere con dentro uno spazzolino e del dentifricio.
Quel posto mi sembrava immacolato, come un tempio sacro. E quando mio nonno di mattina mi permetteva di entrarvi io mi sentivo come un esploratore in una grotta piena di tesori segreti.
Erano i suoi tesori che mi mostrava, mentre stava fermo davanti allo specchio radendosi, avvolto da un alone di profumi freschi e dolci.
Affondava un pennello di peli di bue nel barattolo verde del sapone da barba. Faceva un paio di giri finché le setole diventavano bianche, e poi spalmava il sapone sulle sue guance, sopra e sotto le labbra e fin sotto al mento, lasciando che attorno a me si espandesse un fresco profumo di eucalipto e menta.
Mi veniva da sorridere ogni volta che lo vedevo far quel gesto. Era bello vederlo in quella sua quotidiana semplicità: lui, per me così forte e inarrivabile, ma al tempo stesso semplice e dolce come il più tenero e ingenuo dei bambini.
A volte mi permetteva di imitarlo. Coprivo il mio volto glabro con la sua schiuma da barba. Lui mi insegnò a farlo. E poi con un rasoio senza lama, da lui preparato per me, seguivo i suoi movimenti fingendo di rasarmi.
Ero il solo a poter entrare nel suo mondo, e lui sorrideva quando mettevo la sua colonia da barba sulle guance, come fossi il figlio maschio che mai aveva avuto.
Sento ancora quel profumo sotto al mio naso e sulla mia pelle, e dentro l’intero vicolo. Lo sento spesso quando mi rigiro nel letto, desiderando ancora una parola di quell’uomo che non rivedrò più.
Una volta cercai di fare lo stesso assieme a mio padre. Lui aveva del sapone da barba in una bomboletta spray, e delle lamette usa e getta di quelle della BIC.
Non ricordo alcun sorriso. Non ricordo niente di bello in quel momento. Lui non aveva preparato nessuna lametta per me, e quasi mi tagliai passando una di quelle BIC sul mio giovane volto.
Avrei voluto che mio padre fosse stato come mio nonno. Mio padre avrebbe dovuto insegnarmi certe cose, e non mio nonno. Ma si sa, la vita non va mai come si desidera. La vita non è mai una scatola di cioccolatini, ma solamente una pistola a tamburo pronta per una tremenda roulette Russa.
Il proiettile avrebbe mai spaccato il mio cervello? O forse era già successo?
So solamente che mi manca da morire mio nonno, e che non sorriderò mai più fingendo davanti a lui di farmi la barba. E non mi sentirò mai più un uomo speciale, simile a un principe, solo e unico ospite nella stanza del migliore fra i Re.
Quanto avrei voluto che fosse mio padre quel Re!

MACERIE, prefazione della mia maestra ANTONELLA CILENTO. Antologia cui ricavato andrà alle vittime di Amatrice.

In quanti modi si può cadere distrutti e risorgere?
E c’è, poi, sempre un modo per risorgere?
Macerie, antologia nata con intento benefico e che, mentre viene scritta e pubblicata, risente ancora dello sciame sismico che in Italia centrale non accenna a smettere, è una rassegna di crolli, intimi, relazionali, familiari, sociali.
Al centro di questo crollo in cui frammenti della nostra vita si ricompongono e rifrangono è l’io, persona verbale e punto di vista obbligato di questi racconti (con qualche rara eccezione), cui i protagonisti non riescono mai a sfuggire, nemmeno quando s’immagina o si attende la propria morte. Un delirio che sotterra, un terremoto fisico e esistenziale: perdere la persona che si ama, perdere la vita, la famiglia, la dignità, i soldi sono solo alcuni dei casi che Macerie profila. Spesso, proprio il fallimento delle relazioni dà il colpo di grazia a identità sospese e fragili.
È curioso che all’alba di un nuovo millennio questi racconti si muovano in un distretto psicologico di stampo così classicamente dostoevskiano, lo stesso praticato alla metà del secolo scorso da Tommaso Landolfi: è come se i personaggi immaginati abitassero tutti case circondate da una guerra sedata e nascosta (come accade appunto nel landolfiano Racconto d’autunno) o in case pian piano divorate da invisibili invasori, come immagina invece in Casa occupata Julio Cortázar. Ma se i fantasmi dell’Italia post bellica e quelli del golpe argentino avevano nomi riconoscibili e armati, qui il disastro è implicito ed economico, non trova slanci fantastici, è appiattito sull’odierno, sull’istantaneo che erodono le certezze individuali, azzannano il codice della gioventù.
Così agli autori non resta, per ora, che cercare parole che vengono da Poe e cedono all’espressionismo o che si mescolano con sociologismi, con la cronaca: famiglie indebolite dalla ludopatia di un genitore (accade nelle pagine di Evangelista, in cui un padre è così disperato da rompere persino il salvadanaio dei figli), di fame e di nuove povertà, di malattie.
È triste pensare che queste macerie che sono l’Italia di oggi (e l’Europa tutta) erano annunciate in Musil o in Hamsun (in Fame, capolavoro danese di fine Ottocento, uno pseudo scrittore impoverito finisce con il mangiarsi un dito) e che il panorama disegnato all’inizio del secolo breve dalla letteratura si allarga solo per includere profughi e disperati, che fuggono da paesi dove la guerra è almeno tangibile e non praticata a colpi di leggi, marketing e banche.
L’effetto è di assistere a una gigantesca messinscena della paura di vivere (gli attacchi di panico non mancano, anzi sono forse un sotterraneo fil rouge dell’antologia) che forse resterà come unica traccia del tempo che viviamo in cui intere popolazioni restano chiuse nel cerchio stretto delle loro case, delle loro famiglie, delle loro piccole infelicità mentre con gli strumenti più tecnologici fingono di connettersi al mondo, avendo smarrito la connessione con l’arte, con la bellezza, con il rischio dell’incontro, del confronto, della vita.
Sì, forse su queste macerie bisognerà, fra diverse generazioni ormai, fondare un nuovo mondo, più coraggioso: ai personaggi di Macerie manca, ad esempio (e non solo a loro) il coraggio di fare rivoluzioni, di rompere gli schemi, di uscire da paure e vigliaccherie. Sono sedati, sonnambuli, rassegnati anche quando sono furiosi: la forza è stata loro sottratta, spesso insieme al lavoro ed è rimasta loro la paradossale capacità di sognarsi come super eroi, proiettati verso un successo o un equilibrio irraggiungibile.
La sedazione sociale cui siamo sottoposti (ben più sofisticata e decisamente meno poetica di quella che hanno immaginato per noi Orwell o Bradbury, più simile a quella di Philip Dick) è in fondo l’oggetto, forse involontario quindi tanto più temibile, di questi racconti, di ciò che oggi si legge, di quel che diciamo, vediamo e non facciamo.
Una grande insicurezza attraversa queste pagine: la precarietà esistenziale – e non solo precariato lavorativo – appare irrisolvibile: al lettore la speranza di rispecchiarsi e trovare risorse per una rinascita non occasionale, per una totale rifondazione che segua la contemplazione delle macerie che siamo diventati.

Antonella Cilento

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“NUDA”. Perché a volte una malattia ci devasta al punto da renderci carnefici. Una storia che vi stroncherà. Una storia destinata solamente alle BIG.

“Pugnalami. Pugnalami. Pugnala il mio cuore marcio. Puniscimi per essere nata”.
Questo rimbombava nella mia testa mentre il mio corpo, come fosse una bambola di plastica, veniva scosso dalle sue spinte. Colpi simili a pugnalate in cui era intriso tutto il suo dolore nei confronti di una vita che l’aveva relegato in un dipinto. Quella mia stessa rabbia che, con atti masochistici, si scagliava contro di lui, costringendolo ad uccidermi e uccidersi. Colpendolo mentre lui mi colpiva. Muovendomi assieme a lui mentre la stanza roteava attorno a noi: tutto confuso, stordito, lontano. Come se non fossimo più noi a stare lì, ma solamente le viscere di due cadaveri ormai putrefatte. Solamente sangue che nessuno avrebbe mai lavato via. Il sangue di vite gettate, mai nate; aborti strappati dal grembo materno e lasciati al freddo, mentre i pochi secondi di vita ancora pulsavano nei loro informi cuori, mostrandogli una vita che mai avrebbero avuto. Un nome che mai avrebbero avuto.
E qual era il mio nome? Qual era il suo nome?
Un gemito di rabbia donò un nome a entrambi, mentre lui, stritolandomi, diedi un colpo fortissimo in me, accolto dal mio pube famelico; dal mio corpo affamato di quella vita rubata, lì sotto di lui, dimenandosi come fossi indemoniata.
Infine, si lasciò cadere su di me. Nel buio. Nel buio che celava quel delitto.
Ansimante e sudato, iniziò ad accarezzarmi il viso, baciandomi dolcemente le labbra e sorridendo.
Ecco, tutto era fatto. Tutto era finito. Un altro dente tolto. Ancora un dolore per anestetizzare un altro dolore.
Era cambiato qualcosa?
No, non ero più io lì. Non era più lui lì.
Sconosciuti, ecco cos’eravamo. Due drogati che detestavano la propria droga, convincendosi che non ci fosse nulla di meglio al mondo.
Avrei mai lasciato la mia droga? E lui, avrebbe mai lasciato la sua di droga?
No! E me lo disse con un’altra pugnalata. La più dolorosa. Quella che arriva sempre, presto o tardi.
«Sono così innamorato di te» mi sussurrò in un orecchio. Penetrandomi ancora una volta. Lasciando che un infernale virus si addentrasse in me, divorando voracemente ogni parte del mio corpo.
Era la bugia sovrana di ogni altra bugia.
Lui l’aveva già detta ad altre persone. Io l’avevo già detta ad altre persone.
Eravamo entrambi sadici carnefici e masochistici sciocchi.
Stavamo ancora una volta uccidendo qualcuno. Ci stavamo ancora una volta suicidando. E le mie dita nei suoi capelli, il mio sorriso e quel tenero bacio, furono il sigillo che sugellarono la nostra comune colpa. Furono parte del suo stesso movente. Noi, ora stesi sulle nostre illusioni, illudendoci ancora che fossero dei sogni, e accrescendo un dolore che presto o tardi ci avrebbe divorati.
E quanto tempo ci sarebbe stato ancora concesso?
Fu una mia carezza a rispondere. Ancora una volta. In quel silenzio che ormai svelava la realtà di un rapporto mai nato. La storia tra due persone che non avevano nulla da dirsi. Che avevano consumato tutto in un celere falò, inebriandosi di una cruenta emozione, nuovamente convincendosi che essa potesse perdurare in un sentimento cui solo e unico nome era bisogno.
E di cosa avevo bisogno in quel momento, ormai desta, vedendo il mio e il suo sangue sulle mie labbra?
Avevo bisogno di vomitare, ecco cosa.
Ancora una volta mi ero abbuffata. Ancora una volta mi facevo schifo. Ancora una volta avevo pagato per la colpa di essere venuta al mondo.
Ora dovevo solamente vomitare quello schifo. Vomitare me stessa. Poi cercare nuovamente di essere perfetta, modellando il mio corpo e la mia anima con un forzato digiuno, finché non sarebbe giunta la nuova abbuffata. La nuova condanna. Il nuovo fallimento di quella mia corsa verso una vita perfetta. Verso una vita inesistente.
Mi alzai dal letto, come la più dolce e devota delle spose, e dopo un altro bacio, andai verso il bagno.
Aveva pulito anche quello. Aveva cercato in ogni modo di celare la sua malattia, come io in ogni modo cercavo di nascondere la mia.
Mi avvicinai allo specchio e mi fissai. Non mi riconoscevo. Non vedevo il mio volto, ma solamente uno schifoso mostro. Un mostro bastardo e crudele, capace di far del male a tutti semplicemente con la propria esistenza.
Allungai le mani verso lo specchio, sfiorandolo come se potessi toccarmi.
Scostai la mano e, violentemente, sputai contro lo specchio.
«Stronza. Fai schifo!» strepitai, fissando la mia immagine distorta da quello sputo. Dal mio ribrezzo verso me stessa e la mia vita imperfetta.
Mi guardai ancora allo specchio. Trucco sbavato sul viso di una bambina mai cresciuta. Una puttana dell’Est gettata per strada, violentata infinite volte, al punto da diventare cattiva, spietata, inesistente: non altro che una sadica violentatrice. Il riflesso di una violenza mai guarita.
E ciò mi giustificava? Giustificava il male perpetuato nei miei confronti? Giustificava il sangue appena succhiato da quel corpo cui, unica colpa, era stata quella di accogliere il mio incessabile urlo d’amore?
Avrei dovuto scappare via, ma al di là di quello stupro a cui mi ero concessa, in me ribolliva ancora l’eroina della sua tenerezza. La dolcezza mai avuta da mio padre. La fiducia e la stima mai ricevuta. La vita che da sempre ricercavo. Quella vita perfetta. Quella vita in cui io ero perfetta e degna d’amore.
No, non potevo rinunciare a quella mia droga. A ogni costo. Anche al costo di stracciarmi da dosso la pelle?
E la sua di pelle?
In quel momento non vidi altro che il mio riflesso allo specchio. Ora di nuovo perfetto, dopo aver pulito quella macchia e ogni mia colpa. Pronta a rientrare in scena. Pronta a lottare per la mia vita. Pronta a lottare per la mia illusione. Per la mia masochistica e al tempo stesso sadica voglia di vita.

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“LEI”, un romanzo psicologico che arriverà solamente alle BIG. La storia di una perdita. La storia di un delirio.

Mi feci forza. Lei stava ancora lì. Lo sapevo. E sapevo di non avere scelta.
Aprii la porta, cercando di non far rumore. Di non destare la sua attenzione.
Ma fu inutile!
Una volta chiusa la porta, appena mi voltai, la vidi immobile nel corridoio, accanto la porta della cucina.
Era uno spettro, proprio come sempre. Un’anima in pena in bilico tra la vita e la morte, e io forse ero il suo carnefice. Il demonio che la teneva in gabbia, mentre lei attendeva il compiersi di una speranza ormai putrefatta da secoli.
Cosa fare, correre verso di lei e abbracciarla?
Non ci riuscivo, e per questo mi facevo schifo da solo.
Uno squallido, inutile, patetico ammasso di carne che si stava distruggendo, annientando qualsiasi cosa attorno a esso.
Lei era la mia vittima. Io ero la sua vittima. Quello era il tempio sacrificale dove le nostre vite sarebbero state offerte al mondo.

Avanzai in quel tempio. Nel nostro ridicolo destino. In quel corridoio che sembrava stringersi attorno a me a ogni mio passo; lugubri mura che avevano accolto decenni di lacrime, urla, sogni infranti e desideri devastati.
Era la nostra tomba, entrambi lo sapevamo, ma nessuno aveva il coraggio di dirlo.
No, il coraggio neanche esiste quando sei al tappeto. Così come non ebbi il coraggio di guardarla, quando le passai accanto, percependo il suo dolore sfiorarmi. Il suo respiro. Il suo sguardo triste. La sua voglia di scoppiare in lacrime, fiondandosi al mio collo urlando “Perché sei così?”.
Ma non mosse un muscolo. Immobile come una statua di sale, lasciò che io l’attraversassi, forse percependo il mio di dolore, e sentendolo come una condanna.
Già, “noi!”.
Esisteva un noi, oppure ognuno pensava al proprio dolore? Magari guardandomi come fossi solamente un riscatto per le proprie pene.
Io ero il riscatto per mia madre. Io ero il riscatto per Lara, e loro la mia faccenda sospesa che mi impediva di farla finita.
Ci stavamo divorando a vicenda, e alla fine nessuno avrebbe raccolto la carne maciullata lasciata a marcire sul pavimento.
Tutto sarebbe andato avanti. Ogni azione coperta dal cemento, proprio come la mia forma che avanzò. Superandola ed entrando in quella cucina.
Il suo sguardo mi seguì. Uno sguardo non doloroso, quanto rabbioso. La rabbia innanzi al mio rifiuto di darle la vita. Di essere come voleva.
E cosa fare? Cosa avrebbe fatto un bravo figlio?
Non ci riuscivo! Inutile. Non ero ciò che voleva, proprio come mi disse Lara quando mi lasciò.
Noi, come sempre, stesse vittime, stessi carnefici; patetici ammassi di carne persi in un limbo di indifferenza.
Non per davvero un “noi”.
Riuscii solamente a prendere una bottiglia di vino. Proprio come sempre. Come sempre, sotto al suo sguardo accusatore.
Lo sentii sulla mia pelle mentre avanzai per quella cucina. Era una preghiera. Era la richiesta di un riscatto. Era una morsa che stringeva le mie ossa fino a sgretolarle.
Le sentii frantumarsi a ogni mio passo, mentre cercando di non fissare nulla, di non provare nulla, avanzai ancora. Consapevole che presto l’avrei incrociata. Che presto sarei passato innanzi a quel dito puntato contro di me, accusandomi di essere sbagliato. Accusandomi di essere responsabile del sangue di una madre. Del suo sangue!
E lo ero?
Pensai di sì, passandole accanto, senza guardarla né dicendo niente.
Ma feci appena due passi. Il suo sguardo, ancora una volta, era una lancia contro la mia schiena, e la sua presenza una frusta che mi percuoteva.
Sentii una scudisciata dritta contro la schiena.
«Non mangi niente?» mi chiese, quasi come se quelle parole fossero il preludio a un uragano. Le parole di sempre. Un rituale da dire ogni notte, proprio come un’inutile speranza che ossessiona il cervello.
Restai fermo qualche istante. Gelido e dolorante. Per poi riprendere a camminare
Feci appena qualche passo, quando ecco un’altra frustata mi mozzò di colpo la testa.
«Ma perché non sei come tutti gli altri? Perché non puoi essere come tutti gli altri?» udii contro di me. In me! Una cantilena che mi aveva accompagnato per secoli. Per un’intera vita. Una celata frase che nascondeva in essa un primordiale urlo.
“Sei sbagliato! Tu sei sbagliato”.
Ed era la verità. Ero sbagliato. Inadatto. Un figlio che non sarebbe mai dovuto nascere.
Avrei dovuto pagare con il sangue quel mio crimine? E quale sangue sarebbe stato gradito a Dio? Il mio, o quello di mia madre?
Forse saremmo morti entrambi, sbranati da quel mondo che ci aveva rinchiusi assieme, lasciandoci a sbranare a vicenda.
Lei l’avrebbe mai capito?
No, ero io il carpo espiatorio per ogni sua insoddisfazione. Ancora e sempre io il colpevole. Ancora e sempre io l’errore.
Ma andava bene!
Una lacrima colò dai miei occhi, senza che lei la potesse vedere.
Ma andava bene comunque!
Ero stanco. Troppo, troppo stanco. Stanco di dire sempre le stesse parole. Stanco di lottare. Stanco di scagliarmi contro una recinzione elettrica, nel vano tentativo di fuggire da quella prigione.
Non ci stava nulla da dire. Niente da fare.

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