Tratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Le luci di Natale negli appartamenti di fronte al mio mi ricordano che presto dovrei fare gli auguri a mia madre, e so che non lo farò. So che non uscirò da questa stanza.
I palazzi decrepiti di fronti alla mia finestra brillano di luci colorate e intermittenti, come se negli squallidi depositi al pian terreno ormai adibiti a monolocali per vecchie sole o puttane, o nelle case decrepite abitate da pezzenti e disperati ci possa essere qualcosa da festeggiare. Eppure quello scintillio nevrotico di luci continua ad avvolgere interi vicoli. Sono talmente tante che sovrastano le luci dei lampioni, e da alcune finestre, nel mezzo di stanze spoglie e che cadono a pezzi, si vedono persino alberi colmi di addobbi natalizi.
Dalle piccole insenature della tapparella vedo un mondo di cui non faccio più parte, ora ancora più disgustoso e crudele avvolto dalle luci del Natale.
Non ho più un orologio, eppure so che è giovedì e che sono le sei e trenta del pomeriggio.
Lo so perché ogni giovedì il cinese panciuto che abita di fronte a me, in una decrepita casa che cade a pezzi come la mia, indossa il suo maglioncino rosa.
È il terzo giovedì che lo fa. Deve significare qualcosa.
Al di là di una vetrata che sembra di plastica sporca, l’ho visto più volte sistemare con cura quel maglione su di un vecchio comodino di legno, per poi indossarlo e osservarsi a uno specchio enorme che sostituisce la porta di un armadio.
Di norma gira due volte su se stesso. E lo fa anche stavolta: due giri, un sorriso allo specchio, e poi svanisce chissà dove in quella sua lurida casa, lasciando sul comodino soltanto le foto incorniciate di parenti che sorridono.
So che sono le sei e mezza passate perché la vecchia che abita accanto a lui, in un’altra lurida casa in quel decrepito palazzo di pietra, a quest’ora sente sempre il rosario alla radio.
Ha messo anche il bambino Gesù in un piccolo presepio posto su di un misero mobiletto di legno vecchio quanto lei, e odiose litanie escono dalle inferriate della sua finestra assieme a un’accecante luce gialla.
Quella dannata luce è sempre accesa! Chissà quanto cazzo paga di corrente.
Beh, certo meno del vecchio che vive al piano superiore.
Dal buio della sua cucina si vede sempre la luce del televisore acceso. Ieri notte l’ho vista anche alle quattro. So che erano le quattro perché a quell’ora la puttana nigeriana che vive al pian terreno è solita rientrare.
Lei non fa mai alcun rumore, come se volesse dimenticare i troppi gemiti sentiti durante tutta la notte.
Anche per Angela è così?
Cerco di non pensare a lei. Guardo il mio amico: quel vecchio che persino di notte ha il volume del televisore alzato, pur senza guardarlo, sparendo di continuo nel buio di una porta simile a un cratere.
Chissà perché nessuno gli ha mai detto niente.
Forse quella è la sola voce che lui possa sentire, relegato in quel suo piccolo mondo. È la sua sola amica, proprio come lo è il veliero per il vecchio del terzo piano.
Ieri non ci ha messo mano. Ha passato tutta la serata a guardare la televisione.
Non l’aveva mai fatto da quando lo conosco. E ora non lo vedo nemmeno, la luce nella sua stanza è spenta, e nessun albero brilla in essa, mentre poco distante, nella casa dei due vecchi, un piccolo albero brilla in un angolo, e le luci del presepio roteano intermittenti su di un mobiletto di legno.
Lei sta cucinando, senza dire niente; lui guarda la TV, senza dire una sola parola.
Il cinese è andato via. Il rosario continua a echeggiare dal giallo in cui si vede il volto cupo di quella vecchia ringrinzita, scosso appena dalle luci del presepio e dell’albero di Natale.
Tra circa dieci minuti finirà. Sì, ormai l’ho imparato a memoria. E so che fra circa dieci minuti la voce amica dell’uomo al piano superiore narrerà delle imprese del Tenente Colombo.
Lo guarda ogni giorno! O forse lo ascolta solamente. E tra quaranta minuti il grosso ucraino del palazzo accanto aprirà la finestra di casa sua, appena rientrato dal suo lavoro come manovale.
Inizierà a lamentarsi con la moglie. Non ho mai capito cosa si dicano, ma ormai le parole sono sempre le stesse.
Quella che più ripetono è “hroshi”.
Non conosco la loro lingua, ma dal tono in cui la pronunciano sembra qualcosa di ricorrente e fastidioso, forse qualcosa inerente ai soldi che non bastano mai.
Sì, in fondo anche fuori da questa stanza tutto uguale e ripetitivo, proprio come la mia vita in questa gabbia.
Oltre al mio amico del veliero, mi risultano simpatici solamente i tre indiani rintanati in un buco di venti metri quadrati. Almeno loro non fanno altro che dire parole incomprensibili, sorridendo mentre cucinano cibo talmente speziato che ne sento il fetore persino da qui.
Osservo loro, e osservo il mondo, ma ormai il mondo fuori questa stanza non mi vede più. Sono giorni, settimane, mesi che io sono sparito.
Io sto morendo qui dentro, e nessuno lo vede, mentre le luci dei festoni natalizi si diramano nel vicolo, scagliandosi su pozze di liquame e su un cumulo di rifiuti da cui guizza via un gatto bianco e nero.
Lo vedo ogni giorno, ogni sera, ogni notte.
Sta sempre in questo vicolo, come fosse casa sua, eppure puntualmente fugge via appena sente un qualsiasi rumore.
Chissà, magari al posto suo farei lo stesso. Anche ora appena mia madre o mia sorella passano davanti la porta mi nascondo sotto le coperte, e quando sento la tosse comprimermi il petto ho una tale paura da sembrare un cucciolo di cane lasciato al freddo, affamato e solo, ululando al cielo perché non vuole morire.
Anche poco prima ho sputato sangue sul pavimento. Per quanto le pulisca, per paura che si possa sentire il fetore della mia morte, esso ne resta impregnato.
È la morte che mi ricorda la propria presenza. So che mi sta prendendo. Lo sento nei miei arti sempre più deboli, nella tosse che aumenta, e nel modo in cui il mio collo si contorce, quasi stesse scoppiando.
A volte sento l’aria comprimersi contro al mio cranio, come se volesse spaccarlo pur di uscire. La mia testa è sempre pesante. Percepisco il fumo muoversi nel mio cranio e spingersi sotto la pelle della mia fronte.
È tutto così atroce, e io non posso fermarlo. Non posso fare niente per fuggire da questo lento suicidio. Nulla per impedire al mio corpo di morire.
Guardo ancora dalla finestra. Sento i rumori delle auto e poi alcune pubblicità proveniente dai televisori in qualche appartamento.
La luce nell’appartamento del vecchio è sempre spenta. Il cinese è andato via. La vecchia ha smesso di recitare le sue preghiere e si è messa a tavola. La solita donna lava freneticamente i piatti, e la vecchia coppia si prepara a cenare assieme, lasciando che solamente gesti lenti e silenziosi si muovano in una stanza colma di polvere.
Abbasso lo sguardo verso le unghie delle mie mani. Sono verdi, come quelle di mio padre, e sotto di esse mi sembra di vedere ancora i brandelli insanguinati della carne di Angela.
Lentamente abbasso le braccia, ora pesanti come macigni, continuando a guardare il cielo buio davanti a me.
Mi lascio cadere a terra piangendo, ma non colano lacrime sulle mie guance, né percepisco alcun gemito sfiorare le mie secche labbra socchiuse.
Sfioro il muro davanti a me, accarezzando tagli simili a ferite aperte che grondando ancora sangue.
“Mamma, perdonami per essere nato” leggo, tremando nell’accarezzarle, come se stessi toccando il volto cereo di mia madre.
Lentamente alzo lo sguardo verso il muro, senza riuscire neanche a piangere. Barcollando e tremando mi alzo in piedi e guardo la porta della mia camera, vedendola lontana, del tutto irraggiungibile.
Presto verrà lì fuori per piangere e morire ancora?
Guardo nuovamente la finestra. Al di là di essa il buio di quel vicolo è squassato da luci provenienti dalla stazione centrale. I tubi di ferro al di sopra della stazione della metropolitana sono coperti da luci, e così l’intera stazione e tutti i palazzi.
Tra pochi giorni sarà la vigilia, e la gente si affretta con gli ultimi regali e le spese da fare.
Ieri notte sono andato nuovamente a fare spese. Era tardi, ma non abbastanza, le strade erano piene di persone che si accalcavano per adempiere ai rituali di questa bestiale festa.
Ho vagato per vicoli bui, evitando con cura tutte le strade principali. Ma il rumore era ovunque. In ogni dove. Petulante come il ronzio di miliardi di mosche.
Appena uscito fuori da un vicolo, le luci di alcune bancarelle mi hanno accecato, sfavillando nel buio come stelle.
Erano le undici di sera. Lo sapevo perché poco prima avevo visto uscire di casa il nigeriano che abita nel palazzo di fronte a me.
Dopo una giornata a lavorare esce sempre a quell’ora, per passare il tempo in un internet point a farsi di crack.
Chissà dove stava morendo in quel momento, mentre quelle dannate luci sembravano soffocarmi, simili e denso e fluorescente sangue sulla mia pelle.
Avrei voluto evitarle, ma non potevo. In ogni dove, lungo la piazza, erano poste bancarelle dai tendoni colorati: rossi e bianchi perlopiù, gli stessi che mi sembrava di ricordare nella mia infanzia.
Appesi a essi stavano giocattoli e caramelle. Il profumo dolce e pungente di noccioline zuccherate e caramelle gommose mi entrava fin dentro alle narici, e il vocio delle persone attorno a me trapassava le mie orecchie, mentre si ammassavano ai lati della piazza, parlando, sorridendo, ignorandosi e senza smettere di calpestare il cemento.
Le strade erano sovrastate da un vortice di carne umana: perlopiù famiglie stanche che fissavano le bancarelle, coppie silenziose che camminavano mano nella mano fissando le vetrine dei negozi, e volti che si perdevano in un turbinio di carne e odori in un vortice di corpi che sembravano impegnati davanti a una poderosa catena di montaggio, mentre sceglievano un nuovo telefono cellulare da regalare, comprando dei dolci, alcuni vestiti, o fissando semplicemente le bancarelle.
Avrei tanto desiderato lasciarmi cadere al suolo, urlando verso un cielo sovrastato da metallici filamenti avvolti da colorate luci, sotto di cui i disperati come me non erano accetti. Non quella notte. Non in quel tempo. Non quando la gente doveva solamente sorridere.
A testa bassa, assordato dal brusio della folla, dai loro passi, e dai rumori metallici emanati dai generatori delle bancarelle, fra decine di luci ho visto diverse persone avvicinarsi ai tendoni per comprare caramelle ai propri bambini, mentre altre persone fissavano le vetrine di negozi che sarebbero rimasti aperti fino a tardi, così da permettere a quella brava gente di soddisfare i bisogni di altra brava gente, fingendosi migliori di loro nel regalargli qualcosa di meraviglioso.
Andando avanti, ho visto nascosto dietro l’angolo di una strada, seduto sul freddo gradino di un palazzo, un vecchio barbone avvolto da una lurida coperta.
Quegli stracci bisunti gli coprivano il volto, e le luci dei festoni e delle bancarelle si scagliavano su di esse, così come il vocio della gente e le canzoni provenienti dai negozi si insinuavano fin dentro a quel vicolo.
L’ho visto rigirarsi più volte nelle sue coperte. Forse stava morendo, sì, ma nessuno riusciva a vederlo.
Ho ricordato i Natali della mia infanzia, la festa di Tutti i Santi, il veglione di Capodanno.
Da bambino fissavo spesso quelle bancarelle. Avevano lo stesso colore visto in quel momento, e la gente sembrava uguale a quella che vedevo.
Persino i profumi erano gli stessi, ma percepivo tutto diversamente. Diverso era l’odore dello zucchero filato, così dolce da stordirmi. Diverso l’odore delle noccioline tostate e di quelle caramellate. Diverso l’odore delle caramelle gommose.
Persino i giocattoli appesi a quelle bancarelle avevano un odore. E così i volti delle persone, e la pelle di mia madre che mi stringeva la mano nella sua allora ancora liscia e morbida: una sensazione calda e candida contro la mia pelle, come un bagno caldo e pieno di schiuma che ti avvolge.
Ma ormai tutto è lontano, come quel barbone che non si muoveva neanche più, simile alla carcassa di un cane lasciata a putrefarsi al gelo.
Ho continuato ad attraversare quella folla come fossi uno spettro che aleggia fra i palazzi silenziosi, adorni di elettrici festoni luminosi. Sovrastato dalle lampadine fluorescenti che avvolgevano la tettoia di ferro della metropolitana, e passando davanti alle bancarelle ai due lati della piazza che formavano uno scintillio di luci e odori, mischiandosi alle luci e al profumo di cibo proveniente da ristoranti zeppi di brave famiglie.
Mangiai mai in uno di quei ristoranti?
Guardando la gente seduta ai tavoli di quei ristoranti, intenti a ingozzarsi in silenzio o fra continue lamentele, mi è tornato in mente mio padre.
Avevo otto anni, o forse nove. Lui già non mi chiamava più per nome, ma ancora non mi odiava, e io non odiavo lui.
Ancora non conoscevamo la fame. Quella vera! Quella che ti stacca la pelle dalle ossa. Quella che ti rende una bestia nel vedere l’altrui opulenza.
Spesso mi portava con lui a lavoro, durante le consegne che faceva ai suoi clienti. E quando questi ci facevano pranzare in un qualche ristorante, tutto a spese loro, io mi sentivo come il figlio di un Re.
Ma poi qualcosa cambia. Cambia sempre quella cosa. Deve cambiare. È una regola! C’è sempre qualcosa di bello che deve cambiare e diventare orrendo.
Senza fermarmi, trafitto dalle persone che mi venivano contro, ho rivisto passarmi davanti i giorni freddi in cui di colpo non andammo più al ristorante.
Nessuna consegna da fare. Un silenzio sempre più grande. E quel giorno in cui lui, il mio Re, tornò a casa con un occhio nero.
La sola parola che allora riuscii a udire urlata da mia madre, mentre stavo rintanato nella mia piccola stanza assieme a mio fratello, fu “debiti”. Una parola che mi rimase impressa e che ho sentito anche in quel momento, tra quella folla in festa. In quella città in festa. Da solo come lui, umiliato e intimidito mentre tornava a casa con un occhio nero, sentendosi solamente un fallito.
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Tratto dal racconto “Solamente il silenzio”, presente nell’antologia Macerie, vui ricavati saranno donati alle vittime di Amatrice.

Quella non era certo la vita che sognavo da piccolo. No di certo! Ma in fondo i sogni fatti da bambino non si realizzano mai. Mai e poi mai. È sempre così. Deve essere così.
Da bambino ti dicono che sei speciale. È una cantilena che rimbomba continuamente nella tua testa, come un’ossessione. E tu credi a quella dannata lamia. Ne fai il tuo karma. Cresci credendoti speciale, unico, capace di tutto.
Sei una star del cinema. Un musicista famoso. Un calciatore miliardario. Uno scrittore di successo.
Sei Dio, ecco cosa. Sei tutto quanto desiderato da mamma e papà, ma da loro mai realizzato. Sei il tuo ero preferito. Sei Batman. Sei Superman. Sei Gesù Cristo.
Infine, cosa rimane di quei sogni? Nient’altro che un neon. Uno schifoso e polveroso neon che appena riusciva appena a illuminare una lercia stanza. La mia gabbia. Il mio inferno. La mia vita: quel sogno mai realizzato.
Lo fissavo da ore. O forse erano solamente minuti.
Era dunque quella la vita che sognavo da bambino?
Diedi ancora un sorso al mio bicchiere di whisky. Quella merda da pochi soldi comprata in un altrettanto schifoso negozio tenuto da un pakistano.
Lui aveva realizzato i suoi sogni?
Di certo se la passava meglio di me. Questo è sicuro.
Ciò mi fece sorridere. Sì, un sorriso amaro solcò il mio viso. Simile a quello di un condannato a morte che ha passato troppi anni in gabbia, e ora non se ne importa di niente, neanche di star per morire.
Guardai ancora quel neon. Poi abbassai lo sguardo, finendo in un sorso ciò che rimaneva nel bicchiere.
Dove mi trovavo? Cosa ne era stato della mia vita?
Alzandomi da un materasso lercio e privo di lenzuola e guardando attorno a me in quella decrepita stanza da letto, non vidi nulla se non un volto tremulo e invecchiato di mille anni. Un volto triste, spento, morto.
Era il mio volto, ecco cos’era. Il mio volto, specchio di quell’impero crollato. Quel mondo fatto di macerie, polvere, bottiglie sparse ovunque e mura ingiallite dal troppo fumo.
Non erano rimaste che macerie della mia vita, e fissandole, schiacciato da esse, non avevo più la forza di rialzarmi.
Ma ne avevo la voglia?
Ecco un altro sorriso, simile a una pugnalata al cuore. Simile a una mano che ti soffoca.
In fondo a che sarebbe servito provarci? A che sarebbe servito sperare?
A niente, ecco a cosa! La speranza di farcela mi avrebbe martoriato solamente. Mi avrebbe illuso, ecco cosa! E quell’illusione mi avrebbe costretto a soffrire ancora, proprio come un malato di cancro che si sottopone a mille chemio illudendosi di poter guarire.
Le metastasi che si muovevano in me si sarebbero mai calcificate?
No, da mesi e mesi ormai mi divoravano. Avevano invaso il mio intero organismo. Avevano divorato tutto. Di me non restava che un mucchio di carne decomposta.
Dunque meglio non provarci nemmeno, pensai, alzandomi dal letto; avanzando a passo lento in quella schifosa stanza, come se stessi seguendo un corteo funebre. Forse il mio stesso funerale. Non altro che una marcia funebre in un cimitero colmo di bottiglie vuote al posto delle lapidi, e incolmabili rimpianti che echeggiavano ovunque come spettri dannati.
Erano il mio volto, e lo sapevo. Era la mia vita, e lo sapevo.
La lasciai lì. Togliendomi da quella stanza. Uscendo da quella mia tomba pronto a raggiungere un’altra
tomba. Un’altra condanna ancora.
Uscii nel pianerottolo di quel decrepito

TRATTO DAL ROMANZO “IL SUO BACIO”.

Cristo, chi cazzo era stavolta? Era forse Harvey Keitel in Pulp Fiction che era venuto a liberarmi dal problema di Tommy lo stronzo? O era addirittura quel porco di Quentin Tarantino che ormai stanco e prosciugato veniva a darmi un milione di pezzi per scrivergli una fottuta sceneggiatura?
Non la sapevo! Per quanto ne sapevo poteva anche essere il fottuto Arcangelo Gabriele che veniva ad annunciarmi l’imminente nascita di nostro Signore nel mio grembo pieno di birra. E per quanto me ne fotteva avrebbe potuto anche essere lo zio Sam che veniva a chiamarmi per servire la patria.
Avrei detto a tutti no! No a Gabriele, no allo zio, e no a Quentin. Forse avrei detto sì a Harvey, ma dubitavo al quanto che qualcuno fosse venuto a tirarmi fuori dalla merda. E infatti, quando raggiunsi la porta, barcollando, con addosso solo mutande e canotta, non trovai nessuno oltre la porta che volesse salvarmi il culo o anche solo mollarmi un pompino.
Niente! Nessun fottuto Mister Wolf del cazzo. Nessuna troia pronta a succhiarmelo. Solo l’amministratore di quel dannato palazzo. Un orrendo sessantenne alto e con la pancia da uomo sposato. Un vestito elegante e grigio addosso. La faccia seria, e una grossa pelata avvolta da qualche capello bianco. E il tipo restò qualche secondo in silenzio davanti alla mia porta. Fissandomi, con la sua faccia seria.
Io accesi una cicca, il tipo continuò a fissarmi. Poi abbassò lo sguardo verso le mie mutande bianche.
Forse notò la macchia di sborra sulla parte del cazzo, non so! Ma alzò lo sguardo di colpo tornando a fissarmi in faccia.
-Signor Gargiulo- mi disse, senza battere ciglio, gelido come un fottuto Tedesco o un dannato Svizzero.
-Dimmi pure, Jack- feci io, ruttando, e con i conati di vomito.
Lui mi guardò disgustato.
-Non mi chiamo Jack, signor Gargiulo. Io sono il suo amministratore condominiale. Dovrebbe ricordarsi di me.
-Come no… Bob. Allora, Bob, cosa ti porta alla mia porta? Cerchi forse della fica calda? Anfetamine? Morfina? Un dannato AK47? Dimmi pure, Bob, che lo zietto ha tutto per te.
Il tipo mi fissò ancora, e sempre senza battere ciglio, si aggiustò gli occhiali sul suo viso tondo e pulito, senza distogliere lo sguardo da me.
-Lei non mi fa ridere affatto, signor Gargiulo- mi disse.
Io diedi un colpo alla mia paglia.
-Oh, che peccato!- feci -E pensare che di solito mi chiamano come controfigura di quel negro di Eddie Murphy. Comunque, Bob, dimmi, come posso aiutarti?
-Lei è in ritardo di un mese con l’affitto, signor Gargiulo.
-Uhm, non sapevo che ora ti occupassi anche degli affitti, Bobby.
-Infatti non lo faccio, signor Gargiulo. Le ricordavo solo della gravità della sua situazione in questo spettabile condominio.
-In questo che?
-In questo spettabile condominio, signor Gargiulo.
-Ah, okay! Come no. Lo spettabile condominio! E dimmi, Bob, ci sta altro che posso fare nel tuo fottuto spettabile condominio?
-Alcune cose, signor Gargiulo. Piccole cose come pagare le ultime tre mensilità del condominio.
-Bob, così mi spezzi il cuore. Tu sei sempre stato per me come un fratello.
-Non faccia lo spiritoso, signor Gargiulo- mi disse ancora. Poi prese ancora a sistemarsi quei suoi ridicoli occhiali tondi sul suo volto da tonno.
Mi fissò ancora. Mosse ancora un attimo gli occhiali sulla sua faccia da cazzo.
-Inoltre, signor Gargiulo- fece ancora lo stronzo -La signora Torelli mi ha chiamato per una questione sulle sue piante.
-Oh, che cazzo hanno le piante di quella vecchia bigotta della signora Torelli, Bobby?
-Le piante della signora Torelli, quella vecchia bigotta, come la chiama lei, sono state deturpate. Qualcuno ha urinato nel cuore della notte sulle piante poste fuori la porta della signora Torelli, e anche contro la sua porta.
-Cristo porco! Che cosa orrenda, Bob. Beh, se scopro chi è stato, giuro che gli mozzo le palle e lo cucio prima che si svuoti di sangue. Così che viva per sempre come un fottuto gatto castrato. Okay, Bob?
Bob mi guardò ancora. Io restai lì in mutande davanti a lui, fumando la mia cicca.
Lo fissai sorridendo, ma lui niente! Non batteva un ciglio quel dannato stronzo. Così gli gettai del fumo in faccia, ma ancora niente!
-Posso fare altro per te, Bobby?- gli chiesi. E lui si aggiustò di nuovo quei suoi dannati occhiali sul viso tondo.
-Sarò più chiaro, signor Gargiulo- disse -Lei ha urinato sulle piante della signora Torelli. La signora Torelli l’ha vista! E la signora Torelli afferma che lei, signor Gargiulo, nella notte scorsa è uscito fuori al pianerottolo, e dopo essersi scoperto le parti intime, ha afferrato nella mano destra il suo pene e prendendo la mira ha urinato sulle sue piante.
-Bobby! Ha detto propri così?
-Grosso modo, signor Gargiulo. E ovviamente la signor Torelli è molto amareggiata per l’accaduto.
-Cazzo, Bobby! Ma tu credi a quella vecchia troia rinsecchita? Ma dico, l’hai vista? Quella vecchia com’è non ci vede un cazzo. Non riconoscerebbe uno Yeti da Topolino. E tu le credi, Bob? Mi meraviglio di te, amico.
-La signora Torelli, signor Gargiulo, ci vede benissimo! Nonostante la sua età le hanno appena rinnovato la patente e il porto d’armi. E la signora Torelli, mio caro signor Gargiulo, pensava bene di prendere la sua amata calibro trentotto, che custodisce con tanta cura in un cassetto del comodino dove stanno su le statue di Santa Rita da Cascia e la Vergine Maria, e venir qua da lei per farle saltare in aria la testa. Questo mi ha detto la signora Torelli.
-Uhm, ha detto per davvero questo?
-Quanto è vero Iddio che è in cielo e che prima o poi le farà pagare la sua vita dissoluta, signor Gargiulo. E quanto è vero che io stesso ho fermato la signora Torelli dicendole di non abbassarsi al suo rango, signor Gargiulo. E che lei avrebbe saldato presto i suoi debiti con il condominio, e smesso di insudiciare l’atrio, e offendere la moralità dei suoi vicini.
Io guardai quello stronzo, e di colpo mi ruppi le palle.
-Senti, amico- gli dissi, puntandogli il dito contro come se fossi un vero duro -Io non ho pisciato sulle fottute piante di quella dannata troia, capisci?
-La signora Torelli è sicura di averla vista, signor Gargiulo- disse il tipo. Restando freddo come uno stoccafisso congelato.
Io diedi un ultimo tiro alla mia cicca e la gettai contro al tipo. La cicca rimbalzò sul suo bellissimo vestito grigio, fino a cadere a terra.
Il tipo restò impassibile. Non guardò neanche la cicca. Restò fermo a guardare me, e io avanzai contro di lui.
-Sentimi bene, e fallo subito!- gli dissi, smettendola con tutte quelle cazzate da bravo amichetto -Non mi fotte un cazzo di quello che crede o non crede quella troia del cazzo. Mi fotte solo di quanto dico io, okay, testa di cazzo?
Ma la testa di cazzo non rispose. Restò lì fermo a fissarmi.
-Bene!- dissi ancora, con tono soddisfatto -Ora sia chiara una cosa, e ti prego Bob, fermami se ti sfugge un dettaglio. Io non ho pisciato nelle piante di quella stronza. Io non mi sono mai avvicinato alla porta di quella stronza. E ora, quello che tu credi, che crede la troia, non è affar mio! Il mio solo e unico dannato affare è che io non ho pisciato sulle piante di quella dannata cagna del cazzo. Chiaro, Bob? E non mi fotte della sua trentotto. Io gliela sfilo di mano e gliela ficco in culo assieme al suo dannato rosario. E poi passo da te, Bob. Passo da te per le tue tre fottute bollette arretrate. Sì, Bob, passo da te con i miei tre amici negri, Jimmy, Johnny e Bubba. E quei tre negri del cazzo te lo pianteranno dritto in culo il loro cazzo da venticinque centimetri. Dunque, allora, Bob, vuoi prendere un cazzo duro e nero nel culo per cinque ore buone?
Bobby non rispose. Restò lì a fissarmi con la sua aria impassibile, a tipo Giapponese di un film di Kitano.
Io sorrisi e mi grattai una chiappa.
-Bene, Bob- dissi -Se è tutto, possiamo anche lasciarci.
Bob mi fissò, e finalmente sorrise.
-Solo una cosa, signor Gargiulo- mi disse.
-Dimmi pure, Bob- gli risposi. Ed ecco che lui, Bob, senza dire un cazzo di niente, mi piantò un diretto dritto in faccia.
Io caddi a terra, sanguinando dal naso e dalla bocca. Bob mi si avvicinò. Io guardai il suo gelido volto fissarmi dall’alto, mentre me ne stavo steso sul pavimento.
-Veda di pagare quanto deve al condomino, signor Gargiulo- fece Bob, puntandomi il dito contro -E non urini mai più nelle piante della signora Torelli- mi disse, e poi sparì, togliendosi dal cazzo.
Io restai steso per terra qualche istante. Poi trovai la forza di rialzarmi lentamente, appoggiandomi contro al muro.
Chiusi la porta, pensando che non avrei mai più pisciato contro la porta di quella troia della signora Torelli: al massimo contro quella della signora Aruta. Ma intanto quel dannato frocio mi aveva fracassato la faccia.
Dannato coglione! Ma ormai era andato. E io avevo cose più importanti che pensare al vendicarmi come un fottuto Jean Claude Van Damme o Steven Seagal del cazzo.
Dovevo ancora capire che ore erano, in che posto mi trovavo e che cazzo dovevo fare in quella cazzo di giornata.
Dunque andai in cucina. Raggiunsi il tavolo, e le bottiglie erano sempre lì. Poi andai verso i fornelli e spostai una pentola con dei residui ammuffiti di pasta e patate. Misi a bollire del caffè vecchio di tre giorni, e quando fu pronto lo ficcai in un bicchierino di plastica, prendendo a sorseggiarlo seduto sul mio divano di pelle marrone mentre fumavo una delle mie cicche, e la gatta dormiva beata su di una sedia.
Mi guardai attorno. Avevo le vertigini. Tutto girava! E la testa, la pancia, mi bruciavano da far paura.
Era forse il momento di crepare? Affatto! Ogni giorno mi svegliavo così. Ogni giorno mi svegliavo con la testa che mi girava, la tosse per il troppo fumo, bruciori alla pancia per il bere, e sensi di vuoto per la cervicale.
Ogni giorno mi svegliavo come se stessi per crepare. Eppure non crepavo mai! Non avevo un cazzo di niente, in fondo. Niente, se non essere un dannato alcolizzato del cazzo.
Decisi che anche quella giornata non sarei andato a lavoro. Inoltre erano le quattro del pomeriggio, e il mio turno di lavoro sarebbe cominciato alla cinque. E di certo non avevo voglia di affannarmi solo per arrivare in orario a lavoro.
Avrei marcato di nuovo malattia, pensai, restandomene lì seduto a bere il mio caffè e a fumare la mia cicca. Quando ecco che le attenzioni del mondo si rivolsero di nuovo a me.
Il telefono prese a squillare!
Cristo di un Dio, quel giorno ero davvero la star della situazione. Tutti mi cercavano! Ero più famoso di Greta Garbo.
Per un attimo pensai persino di far attendere i miei fan. Solo che quel dannato affare non voleva proprio smetterla di urlare.
Così finì il caffè e mi alzai. Poggiai il bicchiere sul tavolo, tra tante altre schifezze, e in un attimo raccolsi il telefono ficcandomelo contro l’orecchio.
-Gargiulo!- dissi, con voce assonnata, e grattandomi il culo.
-Cristo santissimo! Non c’è mica bisogno che mi dici chi sei, brutto sacco di merda- urlò qualcuno dall’altra parte- So benissimo che sei tu, brutto stronzo. Chi altri potrebbe mai stare in quel fetido cesso in cui vivi!
-Uhm, capo?
-E chi se no? Quel negro fottuto di Mr T? Smettila con queste cazzate da frocio, Gargiulo. Che c’è, ti sei bevuto anche il cervello ieri notte?
-Veramente non saprei, capo.
-Beh, vedi di ricordartelo, nauseante ciocco di merda liquida. Perché qui siamo nella merda fino al collo! E se noi siamo nella merda fino al collo, allora tu sei nella merda fino al collo!
-Ehm, capo, veramente non mi sento molto bene.
Il capo rimase in silenzio. Io sentii il suo rantolo dall’altra parte del telefono. Il suo respiro pesante. Sentii quasi i suoi bronchi pieni di muchi muoversi.
-Dannato stronzo del cazzo!- riprese a urlare ancora più forte, tanto da fracassarmi il timpano oltre che il cazzo –Non me ne fotte un cazzo di niente se hai la bua al pancino o il colera. Non me ne fotte un cazzo di te, Gargiulo! Per me tu potresti anche crepare travolto da una mandria di tori. Quello che invece mi fotte è che tu venga subito a lavoro, chiaro? A costo di vederti sputare sangue ti voglio al lavoro subito! E per subito voglio dire che voglio vederti a lavoro almeno due ore fa.
-Okay, capo. Il tempo di vestirmi e sarò in ufficio.
-Inutile parassita del cazzo! Ma con cosa ti lavi le orecchie, con la merda? Ho detto che ti voglio a lavoro! Non ho detto che ti voglio qui da me, schifoso aborto mancato. Io meno ti vedo e meglio campo, Gargiulo.
-Ehm, capo, allora proprio non capisco.
-Non capisci?- esclamò con rabbia il mio dolce capo. Poi lo sentii farfugliare qualcosa mentre trafficava con dei fogli.
-Non capisce!- disse tra sé e sé –Ora glielo faccio capire io allo stronzo.
Sentii ancora il suo respiro pesante, e rumori di fogli contro al telefono.
Poi riprese a darsi da fare!
-Schifoso figlio di una troia, lo vedi o no questo?- strillò, agitando un foglio contro alla cornetta del telefono.
Io cercai di vedere qualcosa, ma proprio non riuscii a vedere altro che quel dannato telefono.
-Mi spiace, capo. Devo avere problemi di vista, ma non riesco proprio a vedere niente.
-Schifoso secchio di piscio!- strillò ancora il capo, gettando qualcosa in aria –Se solo quello stronzo del tuo vecchio quel giorno fosse andato a puttane, magari la troia avrebbe potuto usare lo sperma nel preservativo per creare cosmetici, e impedire che al mondo venisse un patetico ominide come te.
-Mi spiace capo. Se solo potessi glielo direi.
Lui sbuffò, e sembrò finalmente calmarsi, almeno per quanto potesse essere calmo un uomo come quello.
-Comunque sia, Gargiulo. Il tipo che non vedi è Babbo Natale! Almeno hai presente chi è Babbo Natale, immondo secchio di vomito?
-Beh, sì, capo. Lo conosco il vecchio! Ma non capisco cosa diavolo c’entra. Lavora con noi, o sbaglio?
-Certo che lavora con noi, testa di cazzo. Lavora con noi da sempre. Il migliore dei nostri collaborati!
-Uhm, e allora?
-Allora quel vecchio rincoglionito chissà cosa diamine si è fumato, pezzo di merda- strillò ancora –Lo stronzo se n’è andato! Scomparso di punto in bianco.
-Oh Dio!
-Uhm, che cazzo vuoi, Gargiulo?
-Ehm, no, intendevo dire… Accidenti! Immagino che sia un bel guaio, capo.
-Cristo santo, Gargiulo, tu al posto del cervello devi avere un assorbente usato. Cazzo, certo che è un guaio! Un guaio peggio di una cazzo di guerra mondiale.
Il capo smise di urlare. Restò in silenzio. E quasi mi sembrò di percepire nelle carni la sua preoccupazione.
-E’ un fottutissimo guaio, Gargiulo- riprese –Il 60% dei nostri guadagni dipendono dal lavoro di quello stronzo. Cristo, nessuno riesce a rendere felici le persone come fa lui. Neanche quel puttaniere di Topolino! E uno così non possiamo neanche sostituirlo. Senza contare che abbiamo ucciso almeno un centinaio di quei suoi nanetti bastardi che erano già pronti a spifferare tutto alla concorrenza.
-Cielo, capo, è un vero guaio! Ma mi dica, non avete idea di dove si trovi?
Il capo sospirò ancora. Ma stavolta non sentii tanto la sua preoccupazione, quanto il suo cuore battere a mille per la rabbia.
-Certo che lo sappiamo, merdoso cesso otturato- urlò –Noi sappiamo tutto di chi lavora con noi! Conosciamo a memoria anche ogni merdoso pelo del tuo culo, schifosa fogna. Il problema è che quel dannato vecchio non vuole saperne di tornare a casa, e certo non possiamo ammazzarlo, e potente com’è non possiamo neanche lobotomizzalo come facciamo con il più della gente.
Io restai in silenzio. Accesi un’altra cicca. Il capo sospirò nuovamente.
-Il vecchio ora si trova in una sorta di club, o roba del genere. Un luogo di nome Jail, proprio alle spalle della basilica di quella troia di santa Chiara. E’ un posto al centro storico di Napoli dove si ritrovano tanti fricchettoni che dicono di voler salvare la Palestina o le balene, ma che in verità vanno lì solo per fottere, bere e fumare. Il vecchio è lì! E gli ultimi uomini che abbiamo mandato da lui, beh, sono diventati dei coglioni hippy peggio di quello stronzo pieno di grana di Lennon.
-Capisco! Dunque dovrei andare lì e convincerlo a tornare?
-Oh, no, certo che no. Devi andare lì e offrirgli una cena- disse con fare ironico. Ma si riprese subito!
-Immonda testa di cazzo!- strillò nuovamente –Certo che devi andare lì per riportarlo da noi. Cosa, se no?
Sospirò nuovamente. La mia gatta miagolò. Io diedi una strippata alla mia paglia.
-Un nostro uomo è già lì, e sarà il tuo contatto- riprese a dire, appena un po’ più calmo.
-Un nostro uomo?
-Cazzo, ma perché mai devo ripetere sempre le cose? Sì, un nostro uomo! E se vuoi saperlo si tratta di quella frocia di mio figlio.
-Jesus?
-Mannaggia a tutti i santi, quanti figli credi che io abbia? Sì, lui, proprio lui! E non cominciare a rompermi le palle, Gargiulo. So bene che gli devi un mucchio di soldi, e so bene anche che ti sta sul cazzo. Sta sul cazzo anche a me, cosa credi. E di certo non l’avrei chiamato se non avessimo avuto bisogno di lui. E poi è lui che si è offerto!
-Cristo, capo! Ma Jesus è un fanatico di merda.
-Non me ne fotte un cazzo di niente di cosa pensi o non pensi, inutile succo di palle mosce. Me ne fotte solo che tu ora muova subito il tuo schifoso culo e lo raggiunga. Uccidilo pure, non me ne fotte un cazzo! Ma l’importante è che mi riporti il vecchio. Hai capito, Gargiulo?
-Ho capito, capo.
-Bene! E vedi di muovere il culo. Jesus ti aspetterà lì per le otto. Non tardare, o Dio solo sa cosa potrebbe fare quel cocainomane del cazzo- disse il mio Dio, per poi riagganciare, lasciandomi da solo con la mia gatta.
Io misi giù a mia volta il telefono. Mi guardai attorno, poi gettai la cicca per terra, senza neanche spegnerla.
Che gran casino, pensai, andando verso la mia gatta, e dandole da mangiare. Sì, senza quel fottuto vecchio sarebbe scoppiata davvero la terza guerra mondiale. Miliardi di bravi bambini trattati proprio come quelli cattivi. Gente che avrebbe smesso di sognare! Gente che avrebbe smesso di fare a gara a chi tra loro fosse il più buono.
Cristo, per un attimo mi venne davvero voglia di lasciarlo lì a quel vecchio. Ma non potevo! Avevo un lavoro da svolgere, e la mia vita da salvare.

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Vetrine lucenti

Lo sguardo basso,
la terra sotto ai piedi.
Mi sento scalzo,
nudo
e l’aria fredda mi attraversa la pelle.
Entra nelle carni
fin dentro al sangue.
Lo gela
e non respiro,
mi ghiaccio,
ansimo,
sono un continuo delirio,
e le gambe barcollano
le mani tremano.
Sotto la pelle, vermi,
e nella carne ragni,
qui nel petto fitte atroci si spingono fin dietro la schiena.
Mi avvolgono
mi piegano,
non respiro!
Sto precipitando
sto cadendo.

Alzo lo sguardo al cielo in cerca di un respiro,
ma niente,
niente!
Non c’è aria,
il cielo è scuro
ed il freddo è intenso.
Tutto è gelido
tutto è metallico,
siamo a Dicembre
in un anno senza tempo,
ed io sono qui
rendendomi conto che sto morendo.

Ci sono luci blu appese nel cielo,
e versate come rugiada sul mondo
stelle d’argento,
stelle lucenti,
gelide,
metalliche,
frastornanti per quanto inesistenti.
Le attraverso
e mi graffiano la pelle,
mi entrano nella mente,
nella gola
nella pancia.
Cazzo, non respiro!
Dio,
mi stanno seppellendo,
ed io sento di essere ancora vivo
mentre tutto m’inghiotte soffocandomi lentamente.

Cammino lento,
senza fiato.
Attraverso questo tempo,
questo freddo
questi gelidi volti che mi passano accanto.
Tutti corrono
tutti parlano
e si perdono nelle vetrine dei negozi.
In esse si specchiano
in esse rinascono,
ci entrano dentro sorridendo,
ben vestiti
lucenti e profumati come Dei.
Scelgono con cura le pietanze,
i doni
o anche solo i vibratori.
Scelgono tutto,
abbracciandosi
ridendo
baciandosi,
vendendo le parole d’amore proclamate per un vaso di porcellana,
vendendo rivoluzioni e ideali
amori e poemi
solo per un regalo in carta dorata,
solo per un sorriso,
un morso
una chiavata,
un altro mattone di cera nella dimora delle loro certezze.

Con i cuori impacchettati in carta da regalo
camminano veloci
sorridendo sui dolori mai visti,
su volti rugosi,
silenziosi
senza scarpe
e con fango sotto le unghie.
Camminano scegliendo regali e pietanze,
camminano avvolti da coriandoli e stelle lucenti,
scrivendo la lista a babbo natale
mentre su di una panchina un vecchio si scalda con fogli di giornale.
Versa vino dal cartone,
vino rosso dritto in gola,
ed il freddo morde meno delle facce allegre
troppo prese alle loro spese,
troppo prese
per vedere il mondo dietro al mondo,
il mondo dietro al palco,
lontano dalle loro vetrine
e Sante tavolate.

Come lumini spenti stanno seduti tutti a terra,
su giornali,
su cartoni
su vecchie e umide coperte.
Non dicono niente,
si leccano le rughe e le ferite.
Sono ruvidi,
sdentati
puzzolenti,
non sono adatti alla festa del Re,
non sono adatti ai party di babbo natale.
Loro sono polvere che si calpesta,
volti che non conoscono festa,
e fuori la festa continua,
la danza prosegue.
Tutto si muove veloce
ed il mondo è pieno solo di vetrine,
le vetrine sostituiscono la gente,
i volti svaniscono
restano i regali
le luci,
forse il niente.

Girano tutti vestiti a festa
come a un grande ballo in maschera.
Tutti attenti a cosa indossare
a cosa dire
a cosa mostrare.
Esiste solo la loro pancia nel regno di Dio,
e Dio sorride,
li vede a sua immagina e somiglianza
mentre la gente silenziosa e crocifissa muore sulle scale di una metropolitana;
sudata, sporca,
senza vestiti da scegliere
senza voler dire niente.
Soli come umide mura dentro a un vicolo,
sassi persi per terra
lì dove la gente sempre passa
ma non si ferma a guardare a terra,
lì in basso
dove non nascono i fiori
e la merda concima la terra.
Solo vetrine da fissare,
solo parole e vesti da mostrare
e carrelli riempiti di cose
lasciando le proprie anime su scaffali color rubino
dove prodotti stanno fermi come statue Divine,
lì in attesa di altre preghiere,
di altre vite da comprare
per rendere vuoti e sorridenti corpi privi di splendore,
laccati,
veloci nel camminare
con feti dentro ai carrelli,
calpestando insetti silenziosi,
quei deformi
perdenti
folli e ubriachi
troppo nudi per entrare nei negozi,
senza speranze per pensare al natale,
senza nessuna nascita da festeggiare.

La festa continuerà sempre
ed i carrelli saranno sempre pieni.
Nuovi feti sorrideranno
mentre le anime lasceranno il mondo.
Ogni giorno nuovi corpi vuoti,
nuovi sepolcri imbiancati,
cammineranno sempre veloci
ed io non riesco a stare in piedi,
tremo
barcollo
e cado.

Mi trovo faccia a faccia con la polvere.
L’annuso
la guardo,
la tocco.
Sento vita tra le mani,
un respiro sulla pelle.
Le stelle cadenti svaniscono
ed i volti restano uguali,
rumorosi
veloci,
senza occhi né pelle sotto le vesti,
con le buste piene di oggetti e talenti tra le mani
ed un sorriso stampato su di un viso di marmo,
un sorriso gelido
che non vede le lacrime oltre la propria pancia,
non vedono questa polvere su cui mi stendo,
che abbraccio
qui nel silenzio di un tempo senza mura,
senza rintocchi,
lontano da un mondo che chiude le porte a cuori nudi,
impazziti
non più illusi,
pazzi
poveri,
inutili.

Non m’importa,
fate quello che volete.
Siate forti
potenti,
belli e vincenti.
Siate buoni e Santi,
mandate un messaggio solidale in Africa,
commuovetevi davanti alla televisione
e dimenticate la merda senza splendore,
quel fango che non ha la musichetta per renderla più bella,
né la lacrima mostrata su un viso candido
per suscitare tenerezza davanti la vostra grande tavolata.
Umiliateci
calpestateci!
Siete voi i regnanti,
voi i capaci
i talentuosi e graziosi poemi di questo tempo.
Un altro bacio
un altro abbraccio,
avanti.
Noi resteremo sul fango
lontani dalle vostre luci
dalle vostre feste
e dalle vostre danze rituali.
Continuate pure,
fate quel che dovete,
noi moriremo nel silenzio
con vermi nel fango,
con solo la nostra pelle nuda sulla carne,
qui, nudi senza nessun albero di natale,
senza feste né spumante
solo vino in cartone
e sigarette raccolte da terra.
Resteremo oltre le vostre gelide coscienze,
non saremo Santi e neanche uomini
non saremo niente.
Saremo lontani dalle vostre storie,
privi di nascite
privi di tempo e speranze.
Non saremo uomini
non saremmo niente,
e resteremo nel silenzio della nostra polvere
mentre voi scarterete i vostri regali,
sorridenti,
insieme a dire cose
fare cose,
cercando di mostrare le vostre cose
mentre qui non ci sono cose da mostrare,
qui esiste solo il culo sul gelido pavimento,
questa tosse
e una vita che vola assieme al fumo di una sigaretta,
lì in quel cielo che piange la morte di un mondo da sempre amato,
la morte di una vita chiusa in un pacco
chiusa in una vetrina.
Una vita in festa
tra gelide mura,
mentre la merda muore all’inferno,
lontana da ogni canto
da ogni festa,
da ogni sguardo o sorriso
e da quella vostra immensa tavolata dove tutti siete vincenti,
perfetti,
e oggi ancora più buoni,
come ogni giorno del vostro mondo,
ogni giorno
in un mondo in cui è sempre natale
e la merda viene nascosta nell’inferno
per non rovinare la vostra festa,
la vostra grazia.