Tratto dal racconto “Solamente il silenzio”, presente nell’antologia Macerie, vui ricavati saranno donati alle vittime di Amatrice.

Quella non era certo la vita che sognavo da piccolo. No di certo! Ma in fondo i sogni fatti da bambino non si realizzano mai. Mai e poi mai. È sempre così. Deve essere così.
Da bambino ti dicono che sei speciale. È una cantilena che rimbomba continuamente nella tua testa, come un’ossessione. E tu credi a quella dannata lamia. Ne fai il tuo karma. Cresci credendoti speciale, unico, capace di tutto.
Sei una star del cinema. Un musicista famoso. Un calciatore miliardario. Uno scrittore di successo.
Sei Dio, ecco cosa. Sei tutto quanto desiderato da mamma e papà, ma da loro mai realizzato. Sei il tuo ero preferito. Sei Batman. Sei Superman. Sei Gesù Cristo.
Infine, cosa rimane di quei sogni? Nient’altro che un neon. Uno schifoso e polveroso neon che appena riusciva appena a illuminare una lercia stanza. La mia gabbia. Il mio inferno. La mia vita: quel sogno mai realizzato.
Lo fissavo da ore. O forse erano solamente minuti.
Era dunque quella la vita che sognavo da bambino?
Diedi ancora un sorso al mio bicchiere di whisky. Quella merda da pochi soldi comprata in un altrettanto schifoso negozio tenuto da un pakistano.
Lui aveva realizzato i suoi sogni?
Di certo se la passava meglio di me. Questo è sicuro.
Ciò mi fece sorridere. Sì, un sorriso amaro solcò il mio viso. Simile a quello di un condannato a morte che ha passato troppi anni in gabbia, e ora non se ne importa di niente, neanche di star per morire.
Guardai ancora quel neon. Poi abbassai lo sguardo, finendo in un sorso ciò che rimaneva nel bicchiere.
Dove mi trovavo? Cosa ne era stato della mia vita?
Alzandomi da un materasso lercio e privo di lenzuola e guardando attorno a me in quella decrepita stanza da letto, non vidi nulla se non un volto tremulo e invecchiato di mille anni. Un volto triste, spento, morto.
Era il mio volto, ecco cos’era. Il mio volto, specchio di quell’impero crollato. Quel mondo fatto di macerie, polvere, bottiglie sparse ovunque e mura ingiallite dal troppo fumo.
Non erano rimaste che macerie della mia vita, e fissandole, schiacciato da esse, non avevo più la forza di rialzarmi.
Ma ne avevo la voglia?
Ecco un altro sorriso, simile a una pugnalata al cuore. Simile a una mano che ti soffoca.
In fondo a che sarebbe servito provarci? A che sarebbe servito sperare?
A niente, ecco a cosa! La speranza di farcela mi avrebbe martoriato solamente. Mi avrebbe illuso, ecco cosa! E quell’illusione mi avrebbe costretto a soffrire ancora, proprio come un malato di cancro che si sottopone a mille chemio illudendosi di poter guarire.
Le metastasi che si muovevano in me si sarebbero mai calcificate?
No, da mesi e mesi ormai mi divoravano. Avevano invaso il mio intero organismo. Avevano divorato tutto. Di me non restava che un mucchio di carne decomposta.
Dunque meglio non provarci nemmeno, pensai, alzandomi dal letto; avanzando a passo lento in quella schifosa stanza, come se stessi seguendo un corteo funebre. Forse il mio stesso funerale. Non altro che una marcia funebre in un cimitero colmo di bottiglie vuote al posto delle lapidi, e incolmabili rimpianti che echeggiavano ovunque come spettri dannati.
Erano il mio volto, e lo sapevo. Era la mia vita, e lo sapevo.
La lasciai lì. Togliendomi da quella stanza. Uscendo da quella mia tomba pronto a raggiungere un’altra
tomba. Un’altra condanna ancora.
Uscii nel pianerottolo di quel decrepito

Annunci

Sette romanzi in circa tre anni. Amate scrittori come Carver, Bukowski, Palahniuk? Beh, allora questi libri fanno al caso vostro.

THE WRITER
Fissai a lungo quella pagina. Per secondi che mi sembrarono anni. Senza che mi venisse in mente niente. Nessuna storia! Non una sola parola.
Otto romanzi scritti e quattro pubblicati, e non avevo più parole! Solo il vuoto. E quei miei merdosi e fasulli sorrisi ancora scolpiti nella testa.
Diedi un sorso forte alla bottiglia, come a volerli annegare.
Ma rimasero lì. Innanzi a me. Vividi e penetranti.
«Quante stronzate che hai saputo dire stasera. Bravo! Davvero bravo!» sentii rimbombare in quella stanza.
Digrignai i denti e strinsi forte la bottiglia, alzandola con forza contro le labbra e dando un forte sorso come se volessi fare arrivare fino al cuore quella merda alcolica.
Non morii! No, ero lì fermo, e quella risata rimbombava nella stanza e dentro di me. Devastandomi. Spezzando ogni mia singola ossa.
Chinai il capo, ficcandomi la mano in testa e afferrando i capelli come se volessi strapparli. Strizzando gli occhi e digrignando ancora i denti.
«Che cazzo vuoi da me?» strillai. Quasi piangendo. Tremando e fissando il buio.
Lui rise ancora. Io aprii gli occhi e mandai giù altro vino.
«Ma non sto scherzando!» riprese a echeggiare la voce attorno a me «Sono sincero. Sei stato fantastico! Dio, non credevo che tu potessi essere così bravo. Davvero! E invece hai dato loro quello che volevano. Finalmente hai capito, testa di cazzo»
«Fa silenzio!» urlai, alzandomi di colpo dalla sedia e additando il vuoto «Tu non esisti! Tu non ci sei. Non sei un cazzo di niente!»
Quella risata mi avvolse ancora. Io girai attorno a me. Cercando di vederlo. Cercando di mettere fine a quell’incubo.
«Tu non sai un cazzo di me!» strillai ancora «Io sono uno scrittore! Non sono un patetico pagliaccio. Sono uno scrittore!»
«Scrittore un paio di palle!» urlò più forte, quasi sbattendomi al tappeto con quel suo urlo «Alla gente non fotte niente degli scrittori. Vogliono solo sognare! Vogliono eroi in cui rispecchiarsi. Alla gente non fotte un cazzo dei tuoi merdosi libri!»
«Sta zitto!» urlai, lanciando quella bottiglia contro al mio armadio. Vedendola fracassarsi contro di esso. Vedendo frammenti di vetro volare ovunque, e vino colare sul pavimento, mentre la sua risata cominciò a svanire in quella stanza.
Restai lì fermo ad ansimare. Fissando quella macchia di vino impressa sul mio armadio. Fissando quel vino colare a terra come fosse sangue. Il mio sangue!

AFFAMATA D’AMORE
Lei stava davanti la porta della finestra. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva
un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse
fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie
mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì
una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
«Marco, ti devo dire una cosa» sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore
colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del
cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a
vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo
di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che
non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua
vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso
con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il
lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da
tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello
che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di
sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e
ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che
mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.

VIOLA COME UN LIVIDO
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata.
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia senza farle domande.
Poi un rumore. Noi sobbalzammo. Bella abbaiò. Lei mi guardò,
io guardai lei.
Niente! Un inutile spavento. Così restammo lì ad abbracciarci, senza pensare a niente, senza dire niente, fino a che dopo avermi dato un altro bacio lei se ne andò nel cesso.
Io pulii tutto, attento a non lasciar tracce. Portai la carta sporca
in cucina, camminando a culo nudo per la casa proprio come Mel
Gibson.
La gettai nella pattumiera. Poi andai in soggiorno e mi rivestii.
Mi rimisi tutto addosso e tornai in cucina. Versai dell’acqua in
un bicchiere e la mandai giù.
Cosa sta succedendo? Questo, pensai, svuotando il bicchiere.
Poi lo ficcai nel lavello. La porta del cesso si aprì. Io guardai verso
la porta. Un’attesa. Qualche passo. Ed eccola di nuovo davanti a
me. Lei, Viola o Alessandra. Ormai non lo capivo più! Ma non
riuscivo a non sorridere fissandola.
Lei era vestita, proprio come me. Eravamo una coppia ufficiale
ormai. Lì, in cucina, vestiti dopo una grande scopata.
Che strano! Niente sigaretta. Niente vino. Niente birra. Solo io e
lei in quella cucina semibuia. Due bicchieri di acqua liscia. Guardarci, sorridere, tenerci la mano.
Poteva essere bello. Poteva essere pericoloso. Forse, poteva essere irreale. Di certo strano, eppure incisivo.
Restammo così per un po’. Proprio come una vera coppia. Come
fossimo marito e moglie.
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anche a me» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche dubbio.
Magari le piaceva solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei prima ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo, o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!

FOTTITI
Sì, ero l’angelo caduto. Ero l’aborto che mia madre avrebbe voluto compiere. Ero il male da sradicare sul nascere da ogni bravo bambino.
Ero cattivo! Ero sadico. Ero bestiale.
Ero lì, con lei davanti a me. Lei chinata sul tavolo. Lei, indifesa, incapace di muoversi. Lei, che poteva solo urlare. Che poteva solo disperarsi.
Infanzia mancata. Abusi dai genitori. Insulti dai compagni delle elementari. Regali sbagliati ricevuti a Natale. Eiaculazione precoce. Tradimento ricevuto dalla propria donna. Aver visto la propria mamma scopare con il medico.
Ne avrebbero dette tante gli psicologi per dare un movente al mio sadismo. Per cercare di dimostrare al mondo che non esistessero persone cattive, ma solo esseri umani malati.
Beh, io ero cattivo! Io ero l’uomo nero, ero l’orco grande e grosso, ero il demone nell’armadio di ogni moccioso.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Una sensazione nata da una forte frustrazione, magari alimentata da una madre severa e un padre dalle aspettative troppo alte.
Vedi anche narcisismo patologico. Un’immagine distorta del proprio sé, che ti porta a non entrare in empatia con nessuno che non rispecchi te. Sopravalutando le proprie capacità, fino a distorcere la realtà fisica.
Ma a me non fotteva! Io ero lì. Ero potente. Ero colui che avrebbe deciso della vita di Monia.
Avevo fame!
Voglia di sangue. Voglia di carne. Voglia di far male. Voglia di bombardare il mondo intero.
Ecco, fu un attimo! Come sempre. Come per le cose belle che per le cose brutte. Solo un attimo! Né più né meno. E in un attimo strinsi la presa più forte, quasi volessi spezzarle il braccio.
Lei urlò.
«Lasciami, lasciami!» strillò, con le lacrime agli occhi.
«Ora ti faccio vedere io, troia» esclamai, tenendola stretta, e slacciandomi i calzoni con la sinistra.

LASCIAMI ENTRARE
Già, lei in fondo per me era solo un corpo da scopare. Una bambola da usare a mio piacimento. Una puttana con cui giocare a essere onnipotente. Mentre Anna era la mia donna, la mia fidanzata, quella a cui non potevo ficcarlo in culo né pisciarle in bocca.
Cazzo, neanche se mi leggesse nel pensiero!
«Guarda che non hai bisogno di giustificarti» riprese, continuando ad accarezzarmi il petto.
«Uhm, come?» risposi, chinando lo sguardo verso di lei.
«Hai sentito! Non hai bisogno di pensare a cosa dirmi. Lo so che hai scopato con lei. È normale! Lei è la tua donna. E io… io… io non so neanche cosa sono, io.»
La strinsi forte a me. Aveva ragione! Non dovevo giustificarmi. E neanche io sapevo cosa fosse lei. Se fosse un essere umano o solo un giocattolo. Una bambola da usare. Una creatura inventata solo dalla mia mente malata.
Ed ecco la sua mano di nuovo sul mio petto, proprio come la prima volta.
Sentii di nuovo le sue unghie nella mia carne. Le sue dita affondare in me come se volessero giungere al mio cuore.
Percepii una lacrima cadere sul mio braccio, mentre continuavo a stringerla, senza il coraggio di guardarla.
«La prima volta che… la prima volta che mi hai presa, la ricordi?» mi disse, facendo cadere le sue lacrime sul mio braccio.
«Sì» le risposi, continuando ad accarezzarle i capelli. Ad accarezzare la sua testa poggiata sulla mia spalla. Ad accarezzare quel corpo da me a lungo massacrato, senza sapere più cosa provavo in me. Senza sapere più se lei fosse o no Sofia, la mia puttana e la mia schiava, o solo una bambina da amare e proteggere.
Lei affondò di più le sue dita nelle mie carni. Le sue dita nella mia vita.
«E ricordi cosa hai detto?»
Io non risposi. Non ricordavo niente a dire il vero. Non avevo nessuna immagine stampata in mente. Nessun monologo. Niente! Solo il mio cazzo nella sua bocca. Solo il mio cazzo nel suo corpo, e il suo senso di terrore e impotenza. La sua sofferenza e la sua umiliazione che accresceva la mia onnipotenza.
Poi esalò un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
«Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo» disse, restando poi un attimo in silenzio. «E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare» riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto e le lacrime bagnavano il suo viso. «E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito.»
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva. Sapeva che non ci stava altro da dire oltre a quanto da lei già detto. Sapeva che i sogni non esistono. Che al mondo niente è giusto. Niente è come sognamo.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Dio, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Poi ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono iniziò a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
«Non rispondi?» mi disse, sapendo già la risposta.
Io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!

VICOLI BUI
Che sciocca! Sì, era proprio una povera ingenua! Era cresciuta nel corpo, ma era rimasta la bambina di tanti anni prima. Non aveva capito che io ero cattivo come gli uomini che mi davano la caccia, che non ci stava né giusto né sbagliato al mondo. Solo uomini che sopravvivevano! Uomini che sopravvivevano divorando le carni di altri. E nessuna regina avrebbe mai fatto patti con i suoi schiavi. No, ogni regina avrebbe fatto scuoiare vivi i propri schiavi. E gli schiavi, se avessero potuto, avrebbero violentato a turno la loro regina, per poi diventare sovrani di altri schiavi.
E io ero come loro! Io ero uno schiavo braccato da tante regine. Uno schiavo pieno di rabbia. Uno schiavo che non avrebbe esitato a sbranare la propria regina, per poi costruire il proprio impero sui miliardi di cadaveri dei propri fratelli.
Ero cattivo! Ero il male in carne e ossa. Ero il peccato originale fatto carne. E lei avrebbe dovuto cacciarmi via. Avrebbe dovuto cancellare i suoi inutili sogni da mocciosa. Tirare fuori le palle e sbattermi fuori alla porta.
Ma non lo fece!
Io non capivo. Io ero confuso. Io ero come lacerato da decine di mani che mi strappavo il cervello.
Non sapevo che fare! E così non feci niente, se non restar lì a sorriderle tenendole la mano.
Poi continuammo a parlare del nostro passato. Di quella volta che era riuscita a farmi piantare una margherita, o di quella in cui io mi offrii di essere punito al posto suo, dopo che lei aveva fregato una merendina dalla mensa.
Parlammo a lungo. Poi cenammo assieme. Lei mangiò della merdosa pastina assieme a me, così da farmi compagnia mentre guardavamo la tele in cerca di notizie.
Niente! Solo e sempre la stessa merda. Covello era su tutti i telegiornali nazionali, e la mia foto veniva passata in continuazione, sperando che la brava gente desse una qualsiasi informazione alle forze dell’ordine. Ma io ero lontano da loro. Ero lontano da Covello. Ero lontano dai suoi uomini. Ero lontano dalla gente, lontano dal mondo, lontano da ogni giustizia e ogni colpa.
Io e Maria eravamo da soli, come due naufraghi. Da soli in un mondo tutto nostro. Da soli in un limbo dove il giusto e sbagliato non esisteva. Da soli, mano nella mano, a parlare di noi raccontandoci a vicenda, svelandoci a vicenda. Avvicinandoci intimamente, tremendamente, pericolosamente. Mentre fuori da lì il mondo continuava a scorrere velocemente, decidendo cosa fosse giusto e cosa sbagliato.

SENSO UNICO
Vagai per ore e ore, senza però allontanarmi dalla piazza. Era come non essere vivo. Come non essere sveglio. Come essere in un limbo. In un labirinto fatto di vapore.
Tutto era così confuso. La mia vita distrutta di colpo. Io ridotto a un corpo senz’anima che camminava tra la folla. Invisibile. Senza qualcosa da fare. Lì solo a girare come un animale, e con diecimila pensieri confusi e sbiaditi che mi giravano nella testa. Così confusi che non riuscivo a definirne neanche uno. Come non riuscivo a pensare a un solo modo per uscire da quella situazione, o anche solo un qualcosa da fare in quella dannata giornata.
Sì, vagai per ore. A testa bassa, bevendo il mio vino rosso sotto gli occhi disgustati della brava gente. Di quella gente che andava a messa, pagava le tasse, tifava per una squadra di calcio, e si commuoveva innanzi a film d’amore o bambini somali nelle immagini di qualche telegiornale.
Per me non ci stavano lacrime invece. Per me nessun sms solidale, né una raccolta fondi come quelle fatte per mandare generi alimentari in Palestina.
No, il mondo non mi vedeva neanche. Per il mondo io non ero degno di vivere. Ero solo un ubriacone. Solo un topo di fogna. Solo un puzzolente e bavoso barbone.
Infine passai di nuovo per piazza Garibaldi. Erano ormai quasi le otto di sera. I piedi mi facevano male, il cartone di vino quasi dimezzato, e la testa cominciava a girarmi.
Passai proprio davanti al ristorante Iris, e lì fuori ai tavolini ci stavano decine di persone a cenare. Turisti o italiani. Coppie o famiglie. Amici o colleghi di lavoro. Tutti lì seduti. Tutti a mangiare cose come spaghetti con le vongole, pizza margherita, risotto ai frutti di mare, bistecca con patate, o qualsiasi cosa che normalmente a stento avrei guardato. Cose che avrei mangiato solamente. Forse anche con noia, proprio come facevano quelle decine di facce ficcate sotto a quella specie di tendone verde.
Dio santo, non mi era mai capitato di provare una simile attrazione per il cibo. E invece ecco che ne sentivo i profumi fin dentro le narici. Lì distinguevo uno a uno. E ogni odore era invitante. Ogni odore era appetitoso, quasi eccitante. Ammaliante come il cibo che vedevo in quei piatti. Quel cibo che non avevo mai definito così nitidamente. In ogni sua particella.
Riuscivo a vedere il sugo formato dall’olio sulla carne. Il luccichio del pomodoro sulla pizza. La consistenza di ogni singolo spaghetto o maccherone. Le forchette affondare nelle patate croccanti.
Il cibo non era mai stato così bello. Mai così invitante. Al punto che avrei voluto saltare addosso a qualcuno di quegli stronzi lì seduti, e cominciare a divorare a mani nude tutto quanto avevano nei loro piatti.
Mangiare avidamente. Mangiare con ingordigia. Facendomi colare tutto addosso. L’olio, il sugo: tutto!
Sarebbe stata l’apoteosi del gusto una cosa simile. La sazietà assoluta. Il solo e unico vero paradiso.
Ma non mi fu concesso farlo! No, a un pezzente come me non era concesso fare niente. Neanche guardare la brava gente che s’ingozzava ai tavoli di quel ristorante. Quella brava gente che il giorno dopo avrebbe parlato di quanto fosse drammatica la crisi economica in Italia, o la disoccupazione che colpiva sette giovani su dieci. E infatti il cameriere ficcato lì fuori subito cominciò a fissarmi con aria infastidita, per paura che la mia lercia presenza disturbasse la quiete di quella brava gente.
Andai via da lì, con ancora più fame in corpo.
Cristo, immaginare è pericoloso! La speranza, davvero qualcosa di devastante. Qualcosa che ti uccide più della fame. Qualcosa che ti accoltella cuore e mente, dandoti un sogno davanti agli occhi. Mostrandoti un sogno che non puoi realizzare.
Meglio non sperare allora! Tanto, a che cazzo sarebbe servito?
La speranza mi avrebbe riempito lo stomaco? La speranza mi avrebbe dato un posto dove dormire? La speranza mi avrebbe tolto da quella cazzo di situazione?
No, la speranza era per i ricchi, non certo per chi come me viveva per strada. Senza un soldo. Senza affetti. Senza un cazzo di niente!
In cosa sperare? Magari che uno di quei ricchi signorotti si sarebbe alzato improvvisamente dal tavolo e mi avrebbe lanciato una bistecca? Sì, come se fossi un dannato cagnolino!
Oppure sperare che Silvia tornasse di colpo da me, con mia figlia e tutta la mia vita?
No, inutile! La gente si aggrappa sempre a cose chiamate “speranza”. Spera in un Dio, per poi maledirlo quando un cancro li stronca. Spera nell’amore, per poi cadere in depressione quando questo viene a mancare. O spera nei soldi, pensando al suicidio quando questi finiscono.
Sì, la speranza è fatta di cose e di persone, non di altro! La speranza puoi averla quando hai cose o persone a cui aggrapparti. E io non avevo niente. Io ero da solo in quella strada, in quel mondo, in quell’incubo senza uscita. E nessun Dio mi avrebbe mai tolto da lì. Nessuna speranza mi avrebbe mai impedito di passare la notte per strada, da solo, morendo di fame. Lì da solo attento solo a non essere pestato o inculato da qualche algerino arrapato.
No, non avevo speranze. Il mondo per me aveva chiuso le porte. Io avevo solo l’alcool per scandire il tempo, cercando di fuggire da quella realtà. Cercando di non vedere che ero io a star lì. Lì in quella merda. Lì in quella fogna lontana da ogni scusante per tirare avanti.
Lasciai dunque perdere quella gente e continuai per la mia strada, bevendo il mio vino in cartone, così diverso dal vino nei calici di quella brava gente.
Arrivai verso la stazione centrale. Non sapevo bene perché mi trovassi lì. Forse una specie di radar mi diceva che quello era il posto adatto alla gente inutile come me. Un posto dove tutti i disperati come me si riunivano per stare lontani dalla brava gente. Dalla gente del mondo. Dai figli della storia.
Beh, mi ero sbagliato. Sì, lo spiazzale della stazione brulicava ancora di turisti che uscivano da essa. Di studenti o lavoratori che vi entravano per tornare a casa, o di gente che andava o veniva da chissà dove.
Certo, lì fuori ci stava anche tanta gente di merda. Tanti topi di fogna come me. Ma erano simili a blatte che si nascondevano nella notte. Tutti ammassati contro le mura della stazione come se il loro stesso vivere fosse un delitto per il mondo. Alcuni da soli, altri in compagnia ma senza parlare di niente! E altri ancora che giravano per quello spiazzale in cerca di qualcuno da derubare, o anche solo elemosinando qualche spicciolo per comprarsi da bere e da fumare.

Dio, era tutto così assurdo! Non ci avevo mai fatto caso quanto quei due mondi fossero così vicini tra loro. Due mondi totalmente opposti, l’uno accanto all’altro, ma divisi da un invisibile quanto invalicabile confine.

Immagine

Sei romanzi. Sei romanzi per spaccarvi il cuore.

Sei romanzi. Sei storie ossessive. Sei storie che vi spaccheranno il cuore.
Non ci credete?
Bah, allora leggete!
 
THE WRITER
Fissai a lungo quella pagina. Per secondi che mi sembrarono anni. Senza che mi venisse in mente niente. Nessuna storia! Non una sola parola.
Otto romanzi scritti e quattro pubblicati, e non avevo più parole! Solo il vuoto. E quei miei merdosi e fasulli sorrisi ancora scolpiti nella testa.
Diedi un sorso forte alla bottiglia, come a volerli annegare.
Ma rimasero lì. Innanzi a me. Vividi e penetranti.
«Quante stronzate che hai saputo dire stasera. Bravo! Davvero bravo!» sentii rimbombare in quella stanza.
Digrignai i denti e strinsi forte la bottiglia, alzandola con forza contro le labbra e dando un forte sorso come se volessi fare arrivare fino al cuore quella merda alcolica.
Non morii! No, ero lì fermo, e quella risata rimbombava nella stanza e dentro di me. Devastandomi. Spezzando ogni mia singola ossa.
Chinai il capo, ficcandomi la mano in testa e afferrando i capelli come se volessi strapparli. Strizzando gli occhi e digrignando ancora i denti.
«Che cazzo vuoi da me?» strillai. Quasi piangendo. Tremando e fissando il buio.
Lui rise ancora. Io aprii gli occhi e mandai giù altro vino.
«Ma non sto scherzando!» riprese a echeggiare la voce attorno a me «Sono sincero. Sei stato fantastico! Dio, non credevo che tu potessi essere così bravo. Davvero! E invece hai dato loro quello che volevano. Finalmente hai capito, testa di cazzo»
«Fa silenzio!» urlai, alzandomi di colpo dalla sedia e additando il vuoto «Tu non esisti! Tu non ci sei. Non sei un cazzo di niente!»
Quella risata mi avvolse ancora. Io girai attorno a me. Cercando di vederlo. Cercando di mettere fine a quell’incubo.
«Tu non sai un cazzo di me!» strillai ancora «Io sono uno scrittore! Non sono un patetico pagliaccio. Sono uno scrittore!»
«Scrittore un paio di palle!» urlò più forte, quasi sbattendomi al tappeto con quel suo urlo «Alla gente non fotte niente degli scrittori. Vogliono solo sognare! Vogliono eroi in cui rispecchiarsi. Alla gente non fotte un cazzo dei tuoi merdosi libri!»
«Sta zitto!» urlai, lanciando quella bottiglia contro al mio armadio. Vedendola fracassarsi contro di esso. Vedendo frammenti di vetro volare ovunque, e vino colare sul pavimento, mentre la sua risata cominciò a svanire in quella stanza.
Restai lì fermo ad ansimare. Fissando quella macchia di vino impressa sul mio armadio. Fissando quel vino colare a terra come fosse sangue. Il mio sangue!
 
AFFAMATA D’AMORE
Lei stava davanti la porta della finestra. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva
un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse
fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie
mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì
una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
«Marco, ti devo dire una cosa» sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore
colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del
cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a
vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo
di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che
non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua
vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso
con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il
lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da
tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello
che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di
sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e
ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che
mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.
 
VIOLA COME UN LIVIDO
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata.
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano
i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede
dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori
sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono
in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le
mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella
come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il
suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia senza farle domande.
Poi un rumore. Noi sobbalzammo. Bella abbaiò. Lei mi guardò,
io guardai lei.
Niente! Un inutile spavento. Così restammo lì ad abbracciarci, senza
pensare a niente, senza dire niente, fino a che dopo avermi dato
un altro bacio lei se ne andò nel cesso.
Io pulii tutto, attento a non lasciar tracce. Portai la carta sporca
in cucina, camminando a culo nudo per la casa proprio come Mel
Gibson.
La gettai nella pattumiera. Poi andai in soggiorno e mi rivestii.
Mi rimisi tutto addosso e tornai in cucina. Versai dell’acqua in
un bicchiere e la mandai giù.
Cosa sta succedendo? Questo, pensai, svuotando il bicchiere.
Poi lo ficcai nel lavello. La porta del cesso si aprì. Io guardai verso
la porta. Un’attesa. Qualche passo. Ed eccola di nuovo davanti a
me. Lei, Viola o Alessandra. Ormai non lo capivo più! Ma non
riuscivo a non sorridere fissandola.
Lei era vestita, proprio come me. Eravamo una coppia ufficiale
ormai. Lì, in cucina, vestiti dopo una grande scopata.
Che strano! Niente sigaretta. Niente vino. Niente birra. Solo io e
lei in quella cucina semibuia. Due bicchieri di acqua liscia. Guardarci,
sorridere, tenerci la mano.
Poteva essere bello. Poteva essere pericoloso. Forse, poteva essere
irreale. Di certo strano, eppure incisivo.
Restammo così per un po’. Proprio come una vera coppia. Come
fossimo marito e moglie.
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anche a me» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche
dubbio.
Magari le piaceva solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come
sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei prima ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato
solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola
allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio
inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non
finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona
che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera
persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo, o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento
pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli
adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato
da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!
 
 
Fottiti
Sì, ero l’angelo caduto. Ero l’aborto che mia madre avrebbe voluto compiere. Ero il male da sradicare sul nascere da ogni bravo bambino.
Ero cattivo! Ero sadico. Ero bestiale.
Ero lì, con lei davanti a me. Lei chinata sul tavolo. Lei, indifesa, incapace di muoversi. Lei, che poteva solo urlare. Che poteva solo disperarsi.
Infanzia mancata. Abusi dai genitori. Insulti dai compagni delle elementari. Regali sbagliati ricevuti a Natale. Eiaculazione precoce. Tradimento ricevuto dalla propria donna. Aver visto la propria mamma scopare con il medico.
Ne avrebbero dette tante gli psicologi per dare un movente al mio sadismo. Per cercare di dimostrare al mondo che non esistessero persone cattive, ma solo esseri umani malati.
Beh, io ero cattivo! Io ero l’uomo nero, ero l’orco grande e grosso, ero il demone nell’armadio di ogni moccioso.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Una sensazione nata da una forte frustrazione, magari alimentata da una madre severa e un padre dalle aspettative troppo alte.
Vedi anche narcisismo patologico. Un’immagine distorta del proprio sé, che ti porta a non entrare in empatia con nessuno che non rispecchi te. Sopravalutando le proprie capacità, fino a distorcere la realtà fisica.
Ma a me non fotteva! Io ero lì. Ero potente. Ero colui che avrebbe deciso della vita di Monia.
Avevo fame!
Voglia di sangue. Voglia di carne. Voglia di far male. Voglia di bombardare il mondo intero.
Ecco, fu un attimo! Come sempre. Come per le cose belle che per le cose brutte. Solo un attimo! Né più né meno. E in un attimo strinsi la presa più forte, quasi volessi spezzarle il braccio.
Lei urlò.
«Lasciami, lasciami!» strillò, con le lacrime agli occhi.
«Ora ti faccio vedere io, troia» esclamai, tenendola stretta, e slacciandomi i calzoni con la sinistra.
 
 
LASCIAMI ENTRARE
Già, lei in fondo per me era solo un corpo da scopare. Una bambola da usare a mio piacimento. Una puttana con cui giocare a essere onnipotente. Mentre Anna era la mia donna, la mia fidanzata, quella a cui non potevo ficcarlo in culo né pisciarle in bocca.
Cazzo, neanche se mi leggesse nel pensiero!
«Guarda che non hai bisogno di giustificarti» riprese, continuando ad accarezzarmi il petto.
«Uhm, come?» risposi, chinando lo sguardo verso di lei.
«Hai sentito! Non hai bisogno di pensare a cosa dirmi. Lo so che hai scopato con lei. È normale! Lei è la tua donna. E io… io… io non so neanche cosa sono, io.»
La strinsi forte a me. Aveva ragione! Non dovevo giustificarmi. E neanche io sapevo cosa fosse lei. Se fosse un essere umano o solo un giocattolo. Una bambola da usare. Una creatura inventata solo dalla mia mente malata.
Ed ecco la sua mano di nuovo sul mio petto, proprio come la prima volta.
Sentii di nuovo le sue unghie nella mia carne. Le sue dita affondare in me come se volessero giungere al mio cuore.
Percepii una lacrima cadere sul mio braccio, mentre continuavo a stringerla, senza il coraggio di guardarla.
«La prima volta che… la prima volta che mi hai presa, la ricordi?» mi disse, facendo cadere le sue lacrime sul mio braccio.
«Sì» le risposi, continuando ad accarezzarle i capelli. Ad accarezzare la sua testa poggiata sulla mia spalla. Ad accarezzare quel corpo da me a lungo massacrato, senza sapere più cosa provavo in me. Senza sapere più se lei fosse o no Sofia, la mia puttana e la mia schiava, o solo una bambina da amare e proteggere.
Lei affondò di più le sue dita nelle mie carni. Le sue dita nella mia vita.
«E ricordi cosa hai detto?»
Io non risposi. Non ricordavo niente a dire il vero. Non avevo nessuna immagine stampata in mente. Nessun monologo. Niente! Solo il mio cazzo nella sua bocca. Solo il mio cazzo nel suo corpo, e il suo senso di terrore e impotenza. La sua sofferenza e la sua umiliazione che accresceva la mia onnipotenza.
Poi esalò un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
«Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo» disse, restando poi un attimo in silenzio. «E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare» riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto e le lacrime bagnavano il suo viso. «E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito.»
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva. Sapeva che non ci stava altro da dire oltre a quanto da lei già detto. Sapeva che i sogni non esistono. Che al mondo niente è giusto. Niente è come sognamo.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Dio, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Poi ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono iniziò a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
«Non rispondi?» mi disse, sapendo già la risposta.
Io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!
 
 
VICOLI BUI
Che sciocca! Sì, era proprio una povera ingenua! Era cresciuta nel corpo, ma era rimasta la bambina di tanti anni prima. Non aveva capito che io ero cattivo come gli uomini che mi davano la caccia, che non ci stava né giusto né sbagliato al mondo. Solo uomini che sopravvivevano! Uomini che sopravvivevano divorando le carni di altri. E nessuna regina avrebbe mai fatto patti con i suoi schiavi. No, ogni regina avrebbe fatto scuoiare vivi i propri schiavi. E gli schiavi, se avessero potuto, avrebbero violentato a turno la loro regina, per poi diventare sovrani di altri schiavi.
E io ero come loro! Io ero uno schiavo braccato da tante regine. Uno schiavo pieno di rabbia. Uno schiavo che non avrebbe esitato a sbranare la propria regina, per poi costruire il proprio impero sui miliardi di cadaveri dei propri fratelli.
Ero cattivo! Ero il male in carne e ossa. Ero il peccato originale fatto carne. E lei avrebbe dovuto cacciarmi via. Avrebbe dovuto cancellare i suoi inutili sogni da mocciosa. Tirare fuori le palle e sbattermi fuori alla porta.
Ma non lo fece!
Io non capivo. Io ero confuso. Io ero come lacerato da decine di mani che mi strappavo il cervello.
Non sapevo che fare! E così non feci niente, se non restar lì a sorriderle tenendole la mano.
Poi continuammo a parlare del nostro passato. Di quella volta che era riuscita a farmi piantare una margherita, o di quella in cui io mi offrii di essere punito al posto suo, dopo che lei aveva fregato una merendina dalla mensa.
Parlammo a lungo. Poi cenammo assieme. Lei mangiò della merdosa pastina assieme a me, così da farmi compagnia mentre guardavamo la tele in cerca di notizie.
Niente! Solo e sempre la stessa merda. Covello era su tutti i telegiornali nazionali, e la mia foto veniva passata in continuazione, sperando che la brava gente desse una qualsiasi informazione alle forze dell’ordine. Ma io ero lontano da loro. Ero lontano da Covello. Ero lontano dai suoi uomini. Ero lontano dalla gente, lontano dal mondo, lontano da ogni giustizia e ogni colpa.
Io e Maria eravamo da soli, come due naufraghi. Da soli in un mondo tutto nostro. Da soli in un limbo dove il giusto e sbagliato non esisteva. Da soli, mano nella mano, a parlare di noi raccontandoci a vicenda, svelandoci a vicenda. Avvicinandoci intimamente, tremendamente, pericolosamente. Mentre fuori da lì il mondo continuava a scorrere velocemente, decidendo cosa fosse giusto e cosa sbagliato.
Senzanome

Ossessivi estratt tratti da Fottiti, cruento romanzo edito dalla Damster edizioni.

Già, avevo vinto!
Avevo sfondato le sue difese. Avevo piegato la sua baldanza. E lei era la mia schiava. Era la mia puttana. Era la mia troietta sfondata.
Ero il suo padrone. Ero il suo paparino. Il suo sovrano. Il suo unico imperatore.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Una forma di nevrosi che porta il paziente a credersi realmente migliore di ogni altro individuo, cadendo nel panico nel caso non fosse ammirato, o non riuscisse in qualche modo a imporre il proprio volere sugli altri.
Il soggetto è cresciuto in un focolare domestico di certo colmo di rabbia.
Sua madre non amava il proprio marito, e viceversa.
Sua madre gli ripeteva di continuo che non valeva niente, e così suo padre; riversando tutto il loro affetto su Tom, il fratello maggiore.
Vedi anche disturbo narcisistico della personalità. Vedi anche frustrazione. Vedi anche gli articoli sull’eiaculazione precoce e sugli uomini con scarsi risultati in fatto di donne durante l’adolescenza. Troverai il nome di Peter Nirsch. Quello di Harold F. Shipman. Il nome di Sweeney Todd e quello di Pedro Alonso López.
E io ero uno di loro! Ero un potenziale serial killer. Un futuro sterminatori di nazioni. Un uomo che avrebbe strappato dal grembo delle loro madri i bambini all’ottavo mese.
Eppure quella vendetta non mi aveva donato alcuna pace.
No, ero solo vuoto. Mi sentivo vuoto, inutile, senza più nessuna missione spaziale da compiere.
Vedevo la mia preda, la donna che mi aveva umiliato, lì davanti a me, lì a camminare gelida come un cadavere.
Cosa avevo conquistato? Quale mondo avevo trovato?
Niente! Il vuoto, solo questo provavo.
E ancora un passo. Ancora un sorso di birra.
Che ore erano? Dove ci trovavamo?
Niente! Il tempo era scomparso. Il mondo era scomparso. Ci stavamo solo noi. Ancora una volta, solo noi. E usciti da quel vicolo, attraversato quel mondo di gente sorridente, ci trovammo di nuovo a Piazza Garibaldi, in quella schifosa Piazza poco distante da casa mia.
Cos’era successo? Quanto avevamo camminato in silenzio? Quanto avevamo bevuto in quel tempo.
Io alzai lo sguardo verso un grosso tabellone elettronico su di un palazzo. Un palazzo in fondo a uno spiazzale dove un tempo facevano un mercato.
Era mezzanotte passata!
Sì, alcune giovani coppie andavano in discoteca, standosene in auto nuove di zecca, silenziosi, lasciando che le autoradio parlassero per loro. E altra gente tornava a casa dopo una serata al cinema, oppure al ristorante.
Tutto era normale. Tutto era come sempre.
Lei si girò verso di me. Diede un ultimo sorso alla sua birra, gettandola poi per terra.
La bottiglia rotolò fino al bordo di un marciapiede. Un’auto caricò una puttana. Un tunisino diede un cazzotto a un pakistano, e una sirena della polizia cominciò a suonare chissà dove.
Lei mi fissò con i suoi grossi occhi verdi.
Il sorriso era tornato. Ma il sorriso ora era diverso. Quel sorriso era come quello concesso a ogni suo cliente.
Quel sorriso era freddo!
«Ti odio» mi disse, restando immobile davanti a me. Fredda, gelida, lì davanti a me.
Io non dissi niente. Non ci stava niente da dire. No, lei aveva detto tutto! Lei aveva svelato tutto.
Ti odio!
Ti odio! Ecco la risposta. Il mistero della vita. Il mistero di ogni amore. Il primo pensiero nella mente. Il primo pensiero mai confessato. Il primo pensiero nato nel guardare un altro essere umano.
E la verità era lì, proprio davanti a me. La verità era nel suo sguardo gelido che mi fissava. La verità era in quel suo sguardo gelido che mi penetrava.
Ti odio, ti odio, ti odio.
Eravamo nudi. Entrambi eravamo stanchi. Entrambi odiavamo l’altro. Entrambi eravamo colpevoli dello stesso peccato. Entrambi vittime dello stesso peccato.
Sì, ti odio! Quella la prima parola detta da Dio. Quello il primo pensiero di Gesù Cristo. Quello il sangue che pulsava nelle vene del mondo.
Io la guardai ancora. Distrutto, dilaniato, stanco.
«Hai ragione, anch’io ti odio» le dissi. E stavolta fu lei a non rispondere.
No, non disse niente.
Entrambi avevamo svelato il più Sacro dei misteri. Entrambi avevamo capito di amarci, e che dunque presto o tardi ci saremmo odiati.
Stavamo solo anticipando i tempi.
Ti odio!
Solo un bisogno di non essere soli. Solo piacere della pelle, di qualche emozione. Poi infine la noia nel sentirsi anche solo al telefono. La nausea nel guardarsi. La voglia di sbranarsi a vicenda.
Ecco, eravamo già sposati. Eravamo già una famiglia perfetta. Io e lei per sempre insieme.
Uniti dall’amore. Uniti dall’odio.
E che alternative avevamo?
Lasciarci! Lasciarci subito. Dirci addio e prepararci a riversare su qualche altra persona tutto l’odio che ci portavamo dentro.
In fondo non eravamo poi diversi da ogni altra persona al mondo. E non ci credevamo né unici né tantomeno speciali.
Non eravamo dei geni né dei santoni orientali. Non eravamo né degli Einstein né dei cazzo di Osho. Eravamo solo due stronzi! Due falliti che si erano incontrati forse per noia.
Già. Mi sembrava già di vederla.
Eccola! A ormai quarantacinque anni. Non più magra, non più soda. Culo grosso, tette grosse e mosce, e capelli arruffati.
Se ne sta fuori a una fermata d’autobus. Sono le sei. Fa freddo! Lei è sola e aspetta l’autobus, coprendosi con un grosso cappotto; uno di quei cappotti da dieci euro preso in qualche mercatino rionale.
E cosa aspetta?
Quello che aspettano tutti!
Lavorare. Lavorare per tirare avanti. Un merdoso lavoro in qualche fabbrica, dove magari un vecchio capo sessantenne le tasta il suo culo ormai troppo grosso per essere venduto per strada.
E ancora gli sguardi della gente per strada. Le prime auto che ronzano per strada. Anche loro pronti ad andare a dare il culo a lavoro, lì alle prime luci dell’alba.
E su qualche fermata ci sarei stato anch’io. Aspettando il mio autobus per andare a lavoro. A lavoro in qualche fabbrica, in qualche magazzino, in qualche schifoso call center del cazzo.
Poi le ore interminabili per entrambi.
Ficca una camicia sotto una grossa pressa. Alza un pacco e mettilo su di uno scaffale. Poi guarda l’orologio. “Quanto manca? Dai, ancora un’ora. Posso farcela! Solo un’ora e tutto sarà finito. Solo un’ora e andrò in pausa”.
Ed ecco la pausa! Una sigaretta, un caffè, un pompino tirato a qualche vecchio direttore.
E si ricomincia!
Io in un call center a far finta di essere felice nell’ascoltare gente sconosciuta. Lei dietro il banco di un negozio di biancheria a sorridere a della gente sconosciuta, come se mutande e calze per vecchie fossero per lei qualcosa di speciale.
“Ancora un’ora, poi sarà finito. Andrò a casa. Sarò libero. Sarò lontano da questo inferno”, diremo entrambi. E quell’ora non avrà mai fine. Quell’ora si ripeterà all’infinito. Quell’ora scandirà ogni minuto delle nostre vite. Ogni giorno, ogni mese, ogni anno, ogni decennio. Fino alla morte!
Ecco cosa sarebbe successo, pensai, continuando a guardarla. O meglio, sarebbe di sicuro successo a me.
Già, magari lei sarebbe stata abbastanza furba da usare la sua fica per incastrare qualcuno pieno di grana. Qualche stronzo che l’avrebbe mantenuta. Qualche ciccione sempre preso dal lavoro, che le avrebbe pagato la casa, il cibo, la monovolume nuova di zecca, il barboncino, i vestiti di marca, e la palestra per tenersi in forma. Per tenersi in forma per quelle due scopate a settimana. Quelle due scopate che le sarebbero toccate da contratto. Quelle due scopate a settimana per pagarsi il suo diritto a vivere.
Chissà, magari nel prenderlo dentro avrebbe pensato “Dai, ancora cinque minuti. Cinque minuti e sarò libera. Cinque minuti e tutto sarà finito”. E sarebbe stata intrappolata tutta la vita in quei suoi fottuti cinque minuti. Io sarei stato intrappolato tutta la vita nei miei fottuti cinque minuti. Il mondo intanto avrebbe continuato a scorrere, fingendo di non essere intrappolato in quei fottuti cinque minuti. In quel tempo che separa la realtà dall’illusione. In quel tempo che separa quanto siamo veramente da quel che ci illudiamo di poter essere, una volta passati quei fottuti cinque minuti.
Ma il tempo ormai era fermo. Il tempo era stato congelato da quella realtà. Dal nostro essere nudi l’uno di fronte all’altro.
«Dai, andiamo a casa tua» riprese. Io annuii. Annuii, riprendendo a camminare assieme a lei. Con lei in quella notte silenziosa. In quel nostro essere marito e moglie. In quel nostro essere innamorati. In quel nostro odiarci, desiderando di ucciderci a vicenda. In quei cinque minuti che non sarebbero mai terminati.
********
Fui a terra! I Vietcong erano ovunque. Quei dannati musi gialli erano ovunque. Le trincee erano invase. I pezzi di budella dei miei compagni piovevano su di me, e lei, lei era su di me. Lei piombò su di me come una leonessa su di una zebra.
«Bastardo!» gridò, lì sul mio corpo, stringendomi la gola cercando di soffocarmi.
Probabilmente voleva uccidermi. Probabilmente voleva che io sparissi dalla faccia del mondo.
Io non riuscivo a reagire. La sua rabbia era tremenda. La sua forza era simile a quella della gente pazza.
Aumento improvviso del testosterone, avrebbero detto alcuni psicologi. Una reazione dovuta a un elevato aumento della sensazione di stress e paura nel cervello.
Vedi anche DOC. Vedi anche schizofrenia. Vedi anche adrenalina.
Solo che lì non ci stava nessun cazzo di psicologo, né tantomeno un muscoloso Superman pronto a togliermi di dosso quella troia rabbiosa.
No, ci stavo solo io lì su quel pavimento pieno di schifezze. Solo io, e lei sul mio corpo, ormai prossima a soffocarmi. Quando ecco, non so cosa successe, non so dove trovai la forza, ma riuscii a togliermela di dosso scaraventandola in aria.
Aumento improvviso dell’adrenalina dovuto al rilascio di sinapsi del sistema centrale nervoso, causato da una forte paura, avrebbero detto alcuni psicologi.
Aumento del consumo d’ossigeno. Aumento del battito cardiaco. Aumento del rendimento metabolico. Incremento delle capacità muscolari.
Vedi anche epinefrina. Vedi anche Jokichi Takamine. Vedi anche catecolammine. Vedi anche volume sistolico.
Ma ancora una volta lì di psicologi non ce ne stavano. Ci stavo io, ancora a terra, e Monia, che in un attimo volò in aria, per poi atterrare sul campo di guerra.
Ed ecco che il Re del mondo venne a farci visita di nuovo.
«Cazzo, sono appena tornato a casa, e già sento questo fottuto casino? Io vengo lì a spaccarti il culo lurido pezzo di merda. Hai capito?» urlò il Re del mondo, appena rientrato in Paradiso.
Il mio piccolo angioletto era al suolo. Un angelo senza ali! Un angelo in minigonna. Un angelo su di un pavimento pieno di olio, maccheroni, pezzi di vetro e altre schifezze simili.
Io restai qualche istante lì steso su quella merda. Lì steso a guardarla, senza sapere se si fosse rialzata o meno.
Sembrava di no!
Se ne stava semplicemente a poco più di un metro da me. Lì con il culo a terra, la schiena contro il mio frigo, e le cosce aperte che facevano vedere chiaramente le sue deliziose mutandine rosa.
Pericolo passato! I superstiti rientravano nelle loro trincee, e alcuni conservavano con cura le lettere ricevute dai caduti. Lettere per le loro mogli, per i loro figli, e ogni altra persona che non avrebbero mai più rivisto.
Io non avevo lettere con me. Nessuno si era fidato di me. Nessuno aveva pensato che io avessi potuto farcela in quell’inferno.
Invece ero lì! Ero ancora vivo. Ero un fottuto eroe di guerra. Un cazzo di Ron Kovic con una fottutissima medaglia al valore militare appesa al collo.
Sì, ero un vero eroe! E da vero eroe mi tirai su, lentamente, con tutti gli abiti sporchi di ogni tipo di merda culinaria.
Mi tirai su e m’appoggiai al tavolo, mentre lei se ne stava lì contro al frigorifero, fissandomi con un indemoniata. Pronta a scattare!
Afferrai un di quelle birre. La stappai, e le diedi un bel sorso. Poi accesi una cicca, e ancora ansimando e tossendo cominciai a fumarla, guardando la mia piccola guerrigliera lì con il culo per terra.
«Che cazzo ti è preso?» le urlai contro.
Lei non rispose. Restò li a fissarmi con un cazzo di sguardo alla Regan McNeil.
Poi ecco che si alzò. Si alzò lentamente, con tutti gli abiti sporchi di olio e con qualche maccherone appiccicato addosso.
Io la guardai. Diedi un sorso alla bottiglia, poi l’abbassai, tenendola forte per il collo. Pronto a spaccargliela in testa alla sua prima mossa falsa.
Vero amore!
Eravamo già pronti per sposarci in fondo. Saremmo stati davvero una coppia perfetta. Proprio come quelle che si vedono alle cene di lavoro o al bingo parrocchiale. Proprio come quelle che poi s’insultano di notte, nei loro letti. Proprio come quelle che finiscono per ammazzarsi.
Lui spara a lei e poi si fa saltare le cervella. Lei taglia il cazzo a lui, lo fa morire dissanguato, e poi si avvelena con l’acido per il cesso.
“Sembravano un coppia perfetta. Andavano d’amore e d’accordo” avrebbero detto i vicini.
Chissà, forse il Re del mondo e la dolce Regina avrebbero detto la stessa cosa di noi. Ma per fortuna il Re del mondo aveva chiuso la sua dannata bocca, e assieme a lui la dolce Regina.
Ci stavamo solo noi lì dentro. Solo noi al mondo. Solo noi all’universo.
Poi eccola avvicinarsi di nuovo a me, lentamente, mentre io stringevo la bottiglia, pronto a sfracassargliela sulla testa.
Mi fu vicina, faccia a faccia.
Io la guardai. Lei mi guardò. Poi accennai un sorriso, e così lei.
Fu un attimo! Ancora una volta, un fottuto attimo.
«Pezzo di merda!» urlò, tirando fuori un coltello che aveva nascosto nel giubbetto.
Cazzo, neanche fosse un dannato Norman Bates.
Già, quella troia si scagliò contro di me con tutta la sua forza, brandendo quel dannato coltello e cercando di piantarmelo in gola.
Non so come feci, ma riuscì a fermarla.
Le bloccai il braccio e la girai di colpo, come fossi Steven Seagal o un cazzo di Jackie Chan.
Lei finì sul tavolo, con faccia e petto lì sul tavolo, mentre io le tenevo il braccio fermo. Quel piccolo braccio destro con quel cazzo di coltello in mano.
Lei mollò la presa. Il coltello cadde per terra tra maccheroni, pezzi di vetro e cubetti di pancetta.
Digrignò i denti, cercando di divincolarsi dalla presa.
«Lasciami, bastardo. Lasciami!» strillò, impotente, bloccata dalla mia forza.
«Ora vengo lì e vi spacco il culo!» urlò il Re del mondo.
Io mi girai. Mi girai di colpo verso il muro.
Fu un attimo! Come sempre, un attimo. Come sempre nella vita. Come sempre, sia per le cose belle che per le cose brutte.
«Tappati quella bocca del cazzo o vengo lì e ti sventro, merdoso vecchio!» urlai verso il Re del mondo, lanciandogli la bottiglia contro. La mia bottiglia contro il Paradiso.
E la mia bottiglia passò oltre l’uscio della mia cucina. La sorpassò, e s’infranse contro il muro che divideva i campi Elisei dall’Inferno.
Bersaglio mancato!
Il male non poteva raggiungere il Paradiso. Il Paradiso non poteva essere svelato al mondo, proprio come Babbo Natale per i bambini. Proprio come ogni altra bugia al mondo.
Beh, almeno il Re del mondo aveva smesso di rompere il cazzo.
Sì, ero l’angelo caduto. Ero l’aborto che mia madre avrebbe voluto compiere. Ero il male da sradicare sul nascere da ogni bravo bambino.
Ero cattivo! Ero sadico. Ero bestiale.
Ero lì, con lei davanti a me. Lei chinata sul tavolo. Lei, indifesa, incapace di muoversi. Lei, che poteva solo urlare. Che poteva solo disperarsi.
Infanzia mancata. Abusi dai genitori. Insulti dai compagni delle elementari. Regali sbagliati ricevuti a Natale. Eiaculazione precoce. Tradimento ricevuto dalla propria donna. Aver visto la propria mamma scopare con il medico.
Ne avrebbero dette tante gli psicologi per dare un movente al mio sadismo. Per cercare di dimostrare al mondo che non esistessero persone cattive, ma solo esseri umani malati.
Beh, io ero cattivo! Io ero l’uomo nero, ero l’orco grande e grosso, ero il demone nell’armadio di ogni moccioso.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Una sensazione nata da una forte frustrazione, magari alimentata da una madre severa e un padre dalle aspettative troppo alte.
Vedi anche narcisismo patologico. Un’immagine distorta del proprio sé, che ti porta a non entrare in empatia con nessuno che non rispecchi te. Sopravalutando le proprie capacità, fino a distorcere la realtà fisica.
Ma a me non fotteva! Io ero lì. Ero potente. Ero colui che avrebbe deciso della vita di Monia.
Avevo fame!
Voglia di sangue. Voglia di carne. Voglia di far male. Voglia di bombardare il mondo intero.
Ecco, fu un attimo! Come sempre. Come per le cose belle che per le cose brutte. Solo un attimo! Né più né meno. E in un attimo strinsi la presa più forte, quasi volessi spezzarle il braccio.
10743341_10205124444980660_472125569_n (3)

Tratto da The writer, sconvolgente romanzo edito dalla Damster edizioni.

Mi rimisi per strada, e come prima cosa accesi una sigaretta, come se fossi in crisi di astinenza.
Diedi una strippata, restando fermo davanti al portone di Antonella e alzando lo sguardo verso i palazzi davanti a me.
Niente, non era cambiato niente!
La città era ancora lì. Niente era sparito, e tutti dormivano nelle loro belle case o cazzeggiavano in qualche locale.
Mi venne da sorridere e abbassai il capo, pensando che sarei potuto crepare lì e a nessuno sarebbe fottuto un cazzo di niente. E che di certo il tipo nel cartellone pubblicitario visto qualche ora
prima avrebbe continuato a ridere.
Bah, solita storia! il mondo non sarebbe mai cambiato. Il mondo era rumoroso e pieno di gente pronta a tutto pur di affermarsi. E io, beh, non avevo che il mio eremo dove rifugiarmi.
E lo feci!
Sì, tornai a casa, camminando per quelle strade ormai deserte. Popolate solo da falliti come me.
Da solo, bevendo la mia birra e fumando una cicca dietro l’altra, finché arrivai a casa. Davanti allo schifoso e decrepito palazzo in cui vivevo.
La porta era aperta, come sempre. Così da permettere a qualche puttana di entrare lì con qualche cliente senza dover perdere tempo ad aprire il cancello.
Si sa, il tempo è denaro. Lo dicono tutti! Ma il mio di tempo si era fermato per sempre. Lì nel mio mondo il tempo non esisteva neanche. Gli orologi si erano fermati! Ci stavano solo lancette
arrugginite, vetri rotti sparsi ovunque, e gente di gesso che si urtavano tra loro.
Era l’inferno! E non avevo che un modo per sfuggirvi. Un solo modo! Il solito modo.
Entrai nel mio appartamento, pronto a farlo, e come sempre la mia vecchia e obesa gatta mi venne
contro, miagolando e facendomi le fusa.
Entrai nella mia stanza con lei a seguito. Lasciai a terra la tracolla e il cappotto, poi gettai il cappello e la bottiglia vuota su di un mobile pieno di carte e bicchierini di plastica sporchi di caffè.
Uscii da lì e andai in cucina, seguito dalla mia gatta.
La mia vecchia dormiva già. Oppure piangeva nel suo letto, pensando a quel figlio bastardo che con ogni probabilità sarebbe crepato prima di lei.
Cercai di non pensarci. Non alla morte! Quanto al dolore che le avrei causato e che già le stavo causando.
Raccolsi una bustina di merda gelatinosa per gatti e in un attimo la ficcai in un piatto di carta, calmando subito la foga della mia gatta che innanzi al cibo si dimenticò dell’amore per me. Proprio
come Antonella. Proprio come ogni donna.
Restai fermo a fissarla per qualche istante. Sorridendo cinicamente. Pensando ad Antonella e tutte le donne che mi avevano usato o che avevo usato.
Infiniti amori fasulli! Solo cadaveri che si divoravano a vicenda.
Poi presi una bottiglia di vino rosso dal frigo e uscii da quella stanza, lasciando la mia gatta al suo nuovo amore e andando nella mia camera da letto.
Chiusi la porta e arrivai verso una piccola scrivania con sopra infinite carte, bicchieri sporchi, pacchetti di sigarette vuoti, e al centro un portatile acceso.
Ficcai lì sopra la bottiglia e accessi il portatile, per poi spogliarmi del tutto e gettare i vestiti a terra tra altri vestiti. Attento a non far cadere varie bottiglie vuote sparse sul pavimento: alcune piene
di piscio!
Mi venne nuovamente da sorridere, mettendomi addosso un lercio pigiama e fissando quelle bottiglie sul pavimento.
Sembravano tante lapidi!
Sì, quello era un cimitero. Il cimitero dove era sepolta la mia vita. Un’esistenza buttata nel cesso. Un’esistenza inutile e fetida proprio come quel piscio.
Raccattai il pacchetto di sigarette e l’accendino dalla tasca dei miei jeans, e anche il cellulare dal mio cappotto.
Ne accesi subito una, andando verso la scrivania e mettendomi a sedere davanti a essa.
Guardai il cellulare. Niente! Lei non chiamava.
Di certo erano tornati i suoi, e lei si era addormentata in attesa che andassero a letto, così da potermi telefonare.
Niente di nuovo! No, mai niente di nuovo.
Come sempre ero solo. E la cosa mi andava bene! Sì, non so perché, ma benché la gente fuggisse sempre dalla solitudine, io ne sentivo invece il bisogno. Stare da solo. Lontano dal mondo. Lontano dalle voci. Lontano dalle conversazioni fatte solo per dovere, quando magari avresti voluto ficcare un coltello nella fronte del tuo interlocutore. Proprio come spesso desideravo fare con Antonella.
Ma lei non ci stava. Nessuno c’era lì dentro.
Ero nel mio mondo! Nel mio eremo. Nel mio limbo. In quella che con ogni probabilità sarebbe stata la mia tomba.
Vino, sigarette, musica, e finalmente i rumori delle mie dita contro i tasti della tastiera. Una storia che prendeva vita. Come ogni notte! Da solo nel mio mondo a deridere quella realtà da cui mai sarei fuggito e che domani mi aspettava ancora fuori da quella stanza. In attesa come una tigre in agguato. Pronta a sbranarmi! Pronta a mordermi finché sarei venuto meno. Finché mi sarei ucciso pur di sfuggirgli.
E intanto, ancora il rumore dei tasti. Il fumo che si addensava sul soffitto. La tosse forte, lo sputare moccio verde per terra, il vino in gola, il pisciare nelle bottiglie e il sentirsi sempre più leggero e al tempo stesso vuoto. Parola dopo parola. Bicchiere dopo bicchiere. Sigaretta dopo sigaretta. Dolore dopo dolore. Fino alle cinque del mattino. Per poi sparire, mentre la brava gente cominciava a svegliarsi. Mentre il mondo cominciava a svegliarsi.
11880937_785585364895056_15797643_n

Due estratti del romanzo “La maschera”, ancora inedito, dato che un editore potrebbe finire in galera pubblicandolo. PUbblicando qualcosa di così violento e tagliente. Ma la violenza è fine a se stessa, o nasconde una trama cervellotica e triste?

Cosa voleva da me? Perché mi aveva portato lì? E soprattutto, perché tra tante cavie umane presenti in quel posto aveva scelto proprio me per fargli compagnia?
Inutile! Il suo sorriso non lasciava trasparire niente, se non una follia non dissimile dalla mia.
<< E dunque tu saresti Nicola Gargiulo? >> disse, raccattando un foglio tra tanti fogli piazzati lì sopra.
<< E tu saresti Massimo Peluso? >> risposi, leggendo il cartellino che il tipo aveva appeso al collo.
Lui lo guardò. Guardò me e fece una risata.
<< Chiamami Max >> disse, dando poi un sorso ala bottiglia e passandomela.
Io l’afferrai.
<< E tu chiamami Nico >> gli risposi.
<< Bene, Nico! >> riprese, leggendo quei fogli tra le sue mani, mentre io mi lavoravo la bottiglia tra le mie mani << Sembra proprio che ogni essere umano abbia il proprio nome scritto su qualcosa simile a un annuario scolastico, un cartellino da timbrare a lavoro, o una cazzo di tessera per i punti della benzina. E sembra che tu staiqui per aver preso a calci un’auto. L’auto di merda di un coglione come tanti >>
Alzò lo sguardo verso di me.
<< Dico bene? >> mi chiese.
Io non risposi. Lui tornò ai suoi fogli.
<< Certo che dico bene. Lo dicono i fogli! E i fogli dicono anche che tu hai preso a calci quella macchina perché provi rancore per una donna. Mara! Così sta scritto qui >>
Tolse lo sguardo dai fogli e tornò a fissare me.
<< E così? Tu provi rancore per una certa Mara? >>
Io restai zitto ancora. Lui continuò a sorridere. Poi gettò quei fogli sopra la scrivania, tra tanti altri fogli.
<< Ah, che si fotta Mara! >> esclamò, ficcando i piedi sulla scrivania << A quest’ora Mara starà dormendo assieme al suo bel Jimmy, dopo avergliela data. Tu lo sai, non è vero? >>
Io annuii.
<< E sai bene che a Mara non fotte un cazzo di te! Certo, se tu ora crepassi, lei fingerebbe di piangere e direbbe cose meravigliose come “nessun uomo mi ha mai amato così tanto”, giusto per farsi bella agli occhi della gente. Lo fanno tutte, e tu lo sai. E sai anche che a lei non frega un cazzo di te, e non gliene è mai fregato niente, o non ti avrebbe mollato di punto in bianco. Come sai che lei non sapeva niente di te, e tu di lei. Che eravate solo due sconosciuti! Due sconosciuti come tanti, che come tanti finiscono assieme solo perché non hanno incontrato altri sconosciuti >>
Io lo fissai. Aveva ragione! Io non conoscevo Mara, e lei non conosceva me.
Certo, sapevo che le piaceva andare a prendere la cioccolata calda in una determinata caffetteria, che preferiva gli assorbenti esterni a quelli interni, che le piacevano le canzoni dei cartoni animati, che amava tanto la Mongolia e il Tibet, e che aveva una fissa per la naftalina negli armadi.
Ma per il resto, cosa sapevo di Mara? Chi era Mara?
Niente! Non sapevo altro che quello che lei mi aveva mostrato. E tutte le sue grandi parole d’amore, il suo dire di essere una donna spirituale, il suo mostrarsi come un’anima fragile, beh, a conti fatti non rispecchiavano la realtà delle sue azioni. Il suo avermi mollato di punto in bianco, probabilmente per un altro.
Dunque chi era Mara? Quella che diceva di amarmi e alla quale non le interessavano cose materiali come un cazzo o cose effimere come le emozioni, o quella che da un giorno all’altro mi aveva piantato per seguire le cose a sua detta non desiderate?
E chi ero io? Ero quello che l’amava alla follia, o quello pronto a tirarsi una sega davanti a ogni foto di qualche bella troia?
Sconosciuti! Ecco cos’eravamo. Non altro che sconosciuti. E in fondo Mara avrebbe potuto avere anche un altro nome, un altro volto, un altro cervello. Per me sarebbe stato lo stesso! E sarebbe stato lo stesso per lei.
<< Sì, sì >> riprese Max, fissandomi ancora e fumando la sua paglia << Io credo che a quest’ora la tua piccola Mara stia raccontando a un altro le stesse cazzate che raccontava a te. E credo che se tu l’avessi qui ora, in questo momento, la tratteresti come la stronza in quella stanza. Non è vero? >>
Lo fissai ancora. Era vero! Le avrei fatto male. L’avrei fatta urlare. L’avrei punita per il suo essersi comportata come una vile puttana.
Lui sorrise ancora. Si alzò, venendo verso di me e togliendomi la bottiglia di mano.
Le diede un sorso e poi l’abbassò, restando in piedi contro quella scrivania, proprio davanti a me.
<< Da quei fogli >> disse indicandoli con la mano << Il dottore è convinto che tu sia un sadico perché hai subito qualche trauma infantile >>
Scoppiò a ridere di colpo!
<< Che ne so! Magari crede che tua madre ti succhiava il cazzo mentre ti faceva il bagnetto. Non lo so, magari è vero! Oppure sono tutte cazzate. Tu che ne dici, Nico? >>
Non gli risposi. Restai lì fermo a bere, fissandolo, senza capire dove voleva arrivare.
Lui rise ancora, senza togliermi gli occhi di dosso.
<< E no! Tu sei troppo sveglio per farti fottere da quel figlio di puttana. Dico bene? >> riprese.
Poi tornò a sedersi davanti alla sua scrivania, fissandomi, e giocherellando con uno stetoscopio.
<< E già. Bisogna amare! Non so chi sia stato a inventare questa cazzata, ma di certo è che tutti ci hanno creduto. Tutti vogliono amare! E si sentono persi se non amano. Si sentono morire. Cristo! Un intero mondo che vive retto da questa stronzata dell’amore. Amore tra due persone, amore fraterno, amore materno. In ogni cosa ci sta questa stronzata dell’amore! E guarda caso, in ogni festa comandata ci sta qualcosa che ha a che fare con l’amore. Si vendono cioccolatini, peluche, gioielli, preservativi, biglietti per autobus o treni per raggiungerle la persona amata, telefoni cellulari, computer, macchine fotografiche, case, auto, cani, cibo da offrire durante le cene. Tutti si affannano a spendere soldi per amore! Pronti subito a maledire quell’amore. E magari pronti a gettarsi subito in un altro amore, non diverso da quello di prima. Facendo le stesse cose di prima. Dicendo le stesse cose di prima. Pensando le stesse cose di prima >>
Max si sporse verso di me, afferrando la bottiglia di vino dalle mie mani e dandole un buon sorso, per poi ripassarmela di nuovo, tornandosene seduto con la schiena contro la sedia e i piedi sulla scrivania.
<< No, bello mio. Tu non odi Mara. Tu odi l’amore! Tu lo odi perché hai capito l’ipocrisia che si cela dietro di esso. Odi quella gente che si dimena come scimmie per le strade, credendo di amare, quando non servono altro che i propri desideri. E odi quelle parole vendute a buon mercato. Odi l’affannarsi della gente per non mostrare a se stessi e agli altri di non essere altro che delle bestie. Odi questo circo pieno di fiere impazzite che urlano e scalciano, cercando di trovare un senso in questa farsa, in questa gabbia, e ficcandoci sempre questo stramaledetto amore in mezzo >>
Tolse i piedi dalla scrivania e avvicinò il volto al mio. Fissandomi. Fissandomi e sorridendo.
<< Tu non sei malato, bello mio. Sono loro a essere malati! >> esclamò, sorridendo in maniera cinica << E che si fottano! Si fottano loro, le loro serate mondane, i loro peluche, cioccolatini, film alla tv o bestseller stracciapalle. Che se ne vadano a fare in culo! Che si droghino pure con le loro merdose cazzate. Che girino in tondo come tanti schiavi in catene. E che godano tra i loro piaceri, per poi frignare come mocciosi quando gli vengono tolti. Che si fottano! >>
Si tirò nuovamente indietro, accendendo un’altra cicca.
<< Magari mi sbaglio! Magari è una vera tragedia la fine della tua storia con Mara >>
<< No, non lo è! >> gli risposi.
Lui sorrise, fissandomi mentre bevevo quel vino.
<< Possesso! Possesso e non altro, dico bene? Lo stesso che aveva lei su di te. Lo stesso che ogni persona vuole avere su altre persone >>
<< E se anche fosse? Che cazzo c’entri tu? >>
Lui sorrise. Sorrise e mi venne vicino. Lentamente. Fissandomi a ogni suo passo.
<<Ti ho visto come provavi piacere a fottere quella troia. A punirla con il cazzo! >> disse.
<< E con questo? >>
Lui mi strappò di mano la bottiglia. Le diede un sorso, e poi, avvicinandosi alla scrivania la rimise al suo posto.
<< Con questo è chiaro che non sei malato. Vuoi solo vendetta! La cosa più giusta del mondo >>
Io lo fissai ancora. Chi era quel figlio di puttana? Cosa voleva da me?
Niente! Nessuna risposta. Lui venne verso di me e mi fissò, continuando a sorridere.
<< Ora andiamo >> mi disse << Che tra poco verrà il cambio qui in questo cesso >>
Io mi alzai dalla sedia.
<< Fai spesso il turno di notte? >> gli chiesi.
Lui ridacchiò.
<< Non preoccuparti. Ci vedremo ancora, se è questo che intendi >> mi rispose. E poi uscimmo da lì. Mi riaccompagnò nella mia cella e sparì, così com’era venuto. Lasciandomi lì da solo nella notte, a bere il mio vino e fumare, pensando a quanto vissuto, a quanto visto, a quanto sentito. Senza provare il minimo rimorso per quella donna. Senza pensare ad altro che a come togliermi da quella situazione del cazzo. Lì da solo nella mia cella, avvolto dal buio, sorso dopo sorso, tiro dopo tiro. Nel vuoto, nel buio, nel nulla. Pensando solo a quanto successo, ma senza riuscire a mettere a fuoco niente.
***************************
Stavolta andammo nella mia camera. Max aveva preso un paio di bottiglie di rosso dall’infermeria.
Io bevevo la mia, seduto sul mio letto. Lui beveva la sua, in piedi contro a un muro.
Restammo a lungo in silenzio, senza dire niente, senza dire niente di inutile.
Poi dissi io qualcosa. Forse qualcosa di stupido! Ma fu la prima cose che mi venne in mente.
<< Hai ucciso tu Luca e Ivano? >> gli chiesi, senza neanche rendermi conto del perché di quella domanda.
Lui mosse la testa su e giù. Mi fissò. Diede un altro sorso alla sua bottiglia e l’abbassò.
<< Vedo che le voci corrono >> disse, con la sua voce profonda e lenta.
Poi accese una sigaretta e lanciò del fumo in aria. Si guardò attorno, e tornò poi a guardare me.
<< Non che mi abbia fato piacere! >> aggiunse, con tono basso. Poi abbassò lo sguardo. Sorrise, e lo rialzò nuovamente verso di me << Ma non mi ha messo neanche tristezza. Non ho provato niente! Assolutamente niente >>
Lo fissai qualche secondo senza dire niente. Poi trovai il coraggio.
<< Perché? >> gli chiesi.
Lui scosse le spalle.
<< Certe persone non sanno stare zitte! >> mi rispose, dando poi ancora un sorso al suo vino.
Io restai lì fermo a guardarlo, bevendo il mio, mentre lui faceva altrettanto, lì davanti a me, contro a quel muro.
<< E tu cosa hai provato stasera? >> mi chiese, mettendo fine a quell’inutile discorso.
Io abbassai lo sguardo, per poi alzarlo lentamente verso di lui.
<< Soddisfazione! >> gli risposi con tono secco. Senza pensarci neanche un secondo.
Lui sorrise, scostandosi dal muro e avvicinandosi di qualche passo a me.
<< Già, soddisfazione! >> esclamò << E che ora si fotta quella troia di Mara! Lei è la sua collezione di libri esoterici, il suo barbonicino di merda, e le sue serata al circolo di yoga. Che si fotta lei e tutte le sue stronzate! Le mostre d’arte che abbiamo dovuto vedere, le cene a cui abbiamo dovuto partecipare sorridendo. Le facce da stronzi che abbiamo fatto quando abbiamo conosciuto i familiari di ogni Mara. I sorrisetti che abbiamo dovuto fare a qualche loro amico che forse ora se le sta facendo. Che si fottano tutte! Si fottano i loro profumi dai nomi strani, le mutande con sopra il nome di qualche sconosciuto, i film in cui immedesimarsi, il cibo da assaggiare con cura. E che si fotta anche quel tuo dannato dottore! Lui, sulla sua bella barca a vela ogni Domenica, mentre tu qui non sai neanche quand’è la Domenica. Quello stronzo che ti da buoni consigli, quando è il primo a fottersi chissà quante troiette minorenni >>
Restai lì fermo senza rispondergli. Lui sbuffò, scosse le spalle e diede un’altra bella ciucciata al vino.
<< Comunque sia, credo che ora tu abbia capito quanto valgono quelle come la tua cara Mara >> riprese << Niente! Solo troiette che presto o tardi vengono qui, attirate dalla noia e dalla ricerca di emozioni. Proprio come tutti i coglioni che di giorno fanno i banchieri, le star del cinema o i salumieri, negando al mondo di essere stati qui >>
<< Dove ’è qui? >> gli chiesi. Lui sorrise, andando verso la porta della cella.
Si fermò lì davanti e si voltò verso di me.
<< Qui è ovunque! Siamo davanti a te quando ti consegniamo la posta. Ti stiamo davanti quando ti serviamo un piatto di pasta. Siamo con te quando porti il tuo cane dal veterinario. Siamo ovunque! Il mondo è ovunque, Gargiulo. Ed è tempo che tu capisca chi sei veramente. È il tempo che tu capisca cosa provi per Mara, e per tutte quelle stronze fasulle che ti hanno ferito. Cosa provi per quel mondo che ti tiene per le palle! Per quel mondo per il quale tu sei niente. Solo uno schizzo di sperma uscito per sbaglio dalle palle di tuo padre. Un errore proprio come lui! Un niente come sette miliardi di persone >>
Max di voltò nuovamente e uscì dalla cella, chiudendola davanti ai miei occhi.
Si girò verso di me. Sorrise, e accese un’altra sigaretta.
<< Beh, comunque volevo dirti che non dovrai più preoccuparti di Lucio. L’hanno trovato morto stasera nella cella di sicurezza in cui stava ficcato. Chissà, nessuno riesce a capire come abbia fatto a spaccare la tazza del cesso e a sgozzarsi con un pezzo di ceramica. Un vero mistero! Non trovi? >>
Lo fissai attonito, sconvolto, ma in parte sollevato.
Non dissi niente! Dentro di me ero felice che quel pezzo di merda era morto. Di non dovermi più proteggere il culo da lui.
Max sorrise, sapendolo, leggendomi dentro la testa.
<< Ci vediamo domani sera >> aggiunse, per poi sparire, lasciando solo l’eco dei suoi passi, e poi più niente.
 
Mi lasciai cadere sul letto. Continuai a bere il mio vino e a fumare la cicca che avevo in mano.
Mara! Sì, dannata troia. E dannato quel mondo di cui ero parte. Dannato quel posto in cui ero chiuso. Dannato ciò che mi aveva condotto lì.
Dovevano pagarla! Sì, dovevano pagarla tutti! E in un modo o in un altro avrei avuto la mia vendetta. Sarei stato Dio! Avrei finalmente umiliato quella stronza di Mara, ogni donna, e tutte le persone che mi avevano insultato nella mia porca esistenza.
Ma intanto ero lì! Da solo, nella notte, tra urla e lamenti, bevendo il mio vino e non riuscendo a pensare ad altro che a quanto appena vissuto. A quella urla, quel sangue, quei lamenti, quel senso d’impotenza nello sguardo di quella troia. E non riuscivo a pensare ad altro che al giorno dopo. Quando avrei avuto di nuovo tra le mani un corpo inerme. Quando mi sarei sentito di nuovo Dio. Quando mi sarei vendicato ancora una volta per quella mia vita di merda.
10967044_10153010220461278_76879747_n

Tratto dal racconto “Non pensi a noi?”. Presente nell’antologia ancora inedita “Che cazzo ci faccio qui?”. Un’antologia di racconti taglienti come lamette, crudeli come solo la vita sa essere.

No, non poteva che restare. Lo sapeva bene! E sapeva che gli sarebbe toccata un’altra strigliata. Che avrebbe dovuto ancora una volta abbassare la testa, assorbendo le urla di Gina e le sue continue lamentele.
Così diede un bel sorso al suo bicchiere. Caricandosi. Preparandosi. Pronto ad andare in scena.
Gina, dall’uscio della porta sbuffò, e poi in un attimo avanzò in quella stanza battendo rumorosamente i tacchi sul pavimento. Arrivando fino a un vecchio mobile su cui stavano piazzate delle statuette di finta porcellana.
Strinse forte Martina con un braccio, e con l’altro si sfilò la borsetta dalla spalla, poggiandola su quel mobile. Poi, senza neanche guardare di striscio Mario, riprese a battere i tacchi sul pavimento, fino a sparire da quella stanza.
Ma Mario sapeva bene che non era finito niente. Anzi, il peggio stava appena per cominciare. E infatti, in un lampo Gina tornò all’attacco, apparendo da una porta e fermandosi contro a un muro.
Mario sentì lo sguardo di lei su ogni centimetro della propria pelle. Lo stava scrutando! Lo stava esaminando. Stava cercando di capire cosa mai aveva potuto provare per un simile fallito.
Di certo non trovò la risposta, e in fondo, a parte il corpo, neanche Mario ricordava quel che aveva provato per Gina.
Si limitò a restare in silenzio, senza pensare a niente. Pronto a quella battaglia. Pronto a sentirsi dire ancora una volta cose del tipo “Sei solo un fallito!”, oppure “Avrei dovuto sposare il dottor De Rosa. Quello mi faceva una corte spietata!”.
Sì, niente che non aveva già udito. Niente che non era già successo. E ormai era talmente stanco di tutta la sua porca vita al punto che di certo avrebbe assorbito quelle urla come se fosse una spugna.
Ma stranamente, Gina non urlò né diede di matto. Restò lì ferma a fissarlo. Per secondi. Forse minuti. Finché di colpo mosse il suo culetto ficcato in un vestito rosso, e mosse nuovamente i tacchi colpendo il pavimento color pesca.
Arrivò di fronte a Mario. Lo fissò ancora. Guardò lui, poi la bottiglia sul tavolino, e il giornale con gli annunci di lavoro.
Lo afferrò e si mise a sedere su di una poltrona dello stesso colore del divano, piazzata a un lato del tavolino da lei amato.
Accavallò le gambe. Mario mollò un’occhiata.
Aveva ancora delle belle gambe, Gina, anche se Mario non le toccava da mesi, ormai.
E avrebbe voluto? Non lo sapeva! Non sapeva più niente, Mario. Forse non sapeva neanche che giorno era.
Subiva tutto per forza d’inerzia. Subiva la vita, senza poterci fare un cazzo di niente. E subiva lo sguardo ostile di Gina, che da quella poltrona lo fissava di tanto in tanto, mentre continuava a sfogliare quel quotidiano. Finché si fermò di colpo. Gettò il giornale sul tavolino. Guardò ancora il whisky. Guardò ancora Mario.
<< Come pensi di trovare un lavoro se continuai a ubriacarti? >> gli disse con tono severo, acido, violento.
Mario sospirò. Mandò giù altro whisky svuotando il bicchiere, e appena svuotato, subito si allungò verso il tavolino, versando altro whisky nel bicchiere e allungandolo con l’acqua.
Gina non distolse lo sguardo da lui. Strinse i pugni e fece una smorfia di disgusto con le labbra.
<< E continui! >> esclamò << Dico, non hai sentito quello che ho detto, Mario? L’hai sentito si ho no? Come credi di trovare lavoro se ti ubriachi tutto il giorno? >>
Mario ansimò, lasciandosi cadere sul divano e alzando la testa verso il vuoto.
<< Non sono mica ubriaco, Gina >> disse con tono stanco e rassegnato, chinando lo sguardo verso il bicchiere e fissandolo.
<< Oh, come no! Hai solo bevuto mezza bottiglia di whisky. E sono solo le sei del pomeriggio >>
Mario non aggiunse una parola. Era tutto vero! In poche ore aveva tracannato mezza bottiglia di quella merda da discount, e con ogni probabilità prima che fosse terminata quella giornata avrebbe finito anche l’altra metà, e attaccato un’altra bottiglia.
Ma che poteva fare? In fondo le sue giornate erano interminabili, e l’alcool, come il fumo, per lui erano le sole lancette capaci di scandire il tempo. La sola compagnia! La sola voce amica per non impazzire in quel vuoto assoluto.
Ma non perse tempo a spiegare quelle cose a Gina. Lei non avrebbe capito. Non avrebbe accettato che una persona potesse voler restare al tappeto. Sì, perché magari sa che pur rialzandosi troverebbe subito un altro pugile innanzi a sé. Un altro pugile pronto a spaccargli il culo e mandarlo nuovamente al tappeto.
Così restò lì, al tappeto, bevendo il suo whisky ed evitando di incrociare lo sguardo di Gina.
Ma ancora una volta non fu un’ottima idea!
Gina si alzò di scatto, sbuffando, e girando nervosamente per la stanza.
Poi si fermò di colpo, fissando Mario con tutto l’odio di cui fosse capace.
<< Ma almeno ti rendi conto di quello che stai facendo? >> gli strillò contro con fare isterico, agitando le mani come se fosse impazzita.
Mario restò calmo. Abbassò il bicchiere e diede un’altra strippata alla sua sigaretta.
Per un attimo pensò persino a cosa risponderle. Forse esisteva un modo per giustificarsi. Forse esisteva un modo per farla calmare.
No, non esisteva un cazzo, e lui lo sapeva bene.
Così non ci pensò più di tanto, e disse la prima cosa che gli passò per la sua testaccia bacata.
<< Un tempo anche a te piaceva bere con me >> borbottò, alzando appena di un po’ lo sguardo verso di lei.
Gina sospirò con fare nevrotico, alzando le mani verso la testa e abbassandole velocemente, come se stesse cercando di colpire l’aria.
<< Oh signore, Mario, le cose cambiano! >> esclamò con tono inviperito << Eravamo ragazzi. Non avevamo ancora delle responsabilità. Ora abbiamo una casa. Abbiamo una figlia, Mario. Dio, non pensi a noi? >>
Mario la fissò a lungo. I suoi occhi rimasero incollati a quelli di lei. Anche se in realtà non la stava vedendo.
No, vedeva solo la sua porca vita mentre quelle parole gli rimbombavano nella testa.
12434741_10153725213091278_1802920831_n