Estratto dal romanzo “Nuda”.

Loro tutte stavano sputando sangue. Il pavimento ne era pieno. Ma continuavano ad andare avanti come fossero bestie condotte al mattatoio.
Eva, continuando ad andare avanti sentiva il pungente odore di zafferano fin dentro le narici. Non le faceva né caldo né freddo! Ma accanto a lei Elena fissava il vuoto con occhi vitrei, trattenendo le lacrime mentre le sue labbra tremule sembravano stessero urlando: «Ho paura.»
Eva provò il desiderio di stringerle la mano, ma non lo fece. Camminò accanto a lei, sentendosi ancora una volta il giocattolo non voluto da suo padre.
Osservò le proprie unghie mangiucchiate e i polpastrelli deformati, pieni di rossi segni, e senza rendersene conto, ancora come un automa, continuò a mangiarle voracemente. Divorandosi. Mordendosi fino a sentire il rivoltante sapore del suo stesso sangue. Ferendosi come se sentisse il bisogno di un dolore atto ad anestetizzare un dolore più forte.
Era come loro, e non voleva vederlo. Era come loro, e anche peggio. Anche lei, giovane ragazza all’apparenza perfetta, portava i segni del martirio sul proprio corpo. Lei, una graziosa bambola di porcellana ridotta alla peggiore delle troie da marciapiede: violentata, uccisa e gettata per strada. Non altro che un corpo morente lasciato a marcire fra fetidi rifiuti, divorata dai topi, come lei aveva divorato tutto nella vita.
Era una carcassa deperibile. Carne putrida lacerata. L’iperbole esistenziale che come uno sputo le gettava in faccia ciò che era e ciò che mai sarebbe stata, intrappolata in una vita di illusioni in cui dopo la foga di un’orgia di morsi, non restava altro che il silenzio: un cuore rattoppato che non marcisce e al quale neanche più giunge il gusto del nutrimento, e arti di plastica che cadono al suolo, esausti da troppa fatica.
Eva scosse il capo, cercando di scrollare via quei pensieri.
Guardò ancora le ragazze, evitando lo sguardo di Elena, e poi pietrificandosi nel vedere Alice a meno di un metro da lei: una creatura cui sorte sembrava esser stata goliardica attribuendole proprio quel nome.
Era uno scheletro che camminava. Letteralmente uno scheletro! La più grande di tutte loro, ma quella più vicina alla fine.
Aveva trentadue anni. Era alta un metro e settantacinque, ma forse pesava anche meno di Eva.
I lunghi capelli, una volta castani, ormai sembravano grigi, tanto erano sfibrati e indeboliti. I suoi denti erano marci, di un colore simile al giallo chiaro, e il suo alito era sempre fetido, come cibo avariato.
Era la sola di loro a indossare lo stesso vestito da più giorni: quel giorno un pigiama lungo e rosa, nonostante il tremendo caldo.
Ma quella stoffa non riusciva a nascondere le ossa che quasi sembravano lacerarle la pelle.
La sua figura trasudava puzza tristezza da ogni poro della sua secca pelle attaccata a ossa sempre più fragili. Ne era impregnata. Non era altro che un cadavere condotto alla morte. Quella morte che l’aveva travolta, e da lei abbracciata come fosse il solo amore a cui potesse stringersi in una notte dove nessuno ti bacia e puoi soltanto versare lacrime su di un cuscino di cui non senti neanche più la morbidezza.

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“Camera 26”, racconto che ha strappato alcuni “Bello!” alla editor Giulia Ichino.

Quante volte aveva salito quelle scale?
Secondo piano, interno 26: conosceva a memoria quella stanza, al punto da averne la nausea.
Persino le urla provenienti da dietro le porte, il brusio dei televisori e delle radio che sembravano giungere dalle mura attorno a lui, e la puzza di sudore e cibo indiano di cui era impregnato l’ambiente sembravano sempre gli stessi.
Fra quelle mura tutto si ripeteva all’infinito, statico e pesante, quanto le ore infinite in cui da bambino attendeva sua madre.
Arrivato davanti la solita porta pensò solamente alle parole dette poco prima dal vecchio: «La sua fidanzata!»
Rimase immobile per qualche secondo, quasi mimando quelle parole, e quando trovò il coraggio di bussare alla porta, i passi di lei gli parvero venire da lontano, immersi in una grotta talmente profonda da non venderne la fine.
Lei aprì la porta e una folata lo attraversò, paralizzandolo. Gli occhi di lei erano cadaverici, e la sua pelle cerea, appena coperta da una vestaglia di seta nera, era illuminata soltanto dalle luci della città provenienti dalle cortine calate di una finestra alle sue spalle.
Lo sguardo stanco di Ida sfiorò appena gli occhi avviliti di Tony.
Lo guardò appena un attimo, e poi si voltò di colpo, senza neanche rivolgergli la parola.
Tony rimase immobile, fissando i lunghi capelli di Ida volargli davanti al viso.
Gli sembrò di vedere un drappo funebre volteggiare nel vento, mentre la pelle candida di Ida sfumava nel buio, e così il suo profumo.
Tony, seguendola con occhi da sonnambulo, riuscì appena a fare un passo fra mura azzurre illuminate solamente da lame di luce provenienti dalla finestra. Dalla strada le luci dei lampioni accarezzavano le pareti e il letto dove tante volte loro si erano amati, aumentando il silenzio che sembrava essere piombato su entrambi e su tutta la stanza.
La stanza era di colpo invecchiata, proprio come loro, e ora Tony non sentiva più il profumo della pelle di Ida, ma soltanto puzza di muffa.
Gettò a terra il capotto e mosse la mano per accendere la luce, ma la voce di Ida lo paralizzò, dolorosa nella densa penombra che li avvolgeva.
«Aspetta!» sussurrò, fissando il buio al di là della finestra come se non avesse occhi per farlo, né orecchie per udire il fragore della pioggia che batteva contro i vetri.
Sotto di lei, al di là degli alti palazzi su cui da alcune finestre si intravedevano sagome avvolte da luci gialle, per strada i passanti continuavano a camminare veloci, coperti da un tetto di ombrelli su cui batteva implacabile la pioggia, mentre i fari delle auto si mischiavano alle luci provenienti dai pochi alimentari pakistani e internet point ancora aperti, fino a perdersi in un turbinio di passi, fumo e acqua sporca.
Ida sospirò nuovamente. Un alone annebbiò il vetro della finestra e il mondo al di là di esso, fino a dissolversi nel nulla, forse proprio come lei, mentre teneva la mano contro al vetro, come se potesse sentire il gelo della pioggia, o del proprio cuore.
«A volte non so neanche se io sono viva o meno» disse.
Tony le si avvicinò e le strinse le spalle, così delicato quasi lei fosse di porcellana, ma Ida non diede alcun cenno di vita: di lei non restava neanche un centimetro di pelle da accarezzare.
La mano di Ida, muovendosi lentamente, sfiorò quella di Tony. Lui le diede un tenero bacio sulla spalla, ma lei si scostò subito.
Si mise a sedere sul letto, tenendo la testa bassa, fissando chissà quale baratro sotto di lei.
Tony restò fermo davanti la finestra. Fasci intermittenti di luce smorta gli passavano sul volto, mentre fissava lei in attesa di una qualsiasi parola.
Ida alzò lo sguardo, guardandolo così intensamente come se gli stesse rubando l’anima dalla pancia.
«Tu non ti senti mai così?» gli chiese con un filo di voce.
«Ma così come?»
Lei abbassò di nuovo gli occhi, sprofondando nell’ombra.
«Come se la tua vita non fosse reale.»
Tony si avvicinò a lei. Le iridi di Ida non erano lucenti come durante i giorni dei loro primi baci, ma erano tristi, impregnate di una stanchezza talmente profonda da non sembrare spenti, quanto morti.
Lei gli strinse le mani come se avesse pietà di lui e accennò un sorriso.
«Tony! Oh, Tony» sussurrò, chinando il capo verso di lui e poggiandolo sulla sua spalla «ma noi cosa siamo?»
Tony restò zitto a guardarla. Il suo volto esangue era la sola risposta a quella domanda.
Lui l’accarezzò. Fuori da quella stanza il mondo scorreva normalmente, mentre loro stavamo lì immobili, come due uomini pronti a lasciarsi morire in una grotta di ghiaccio.
«Vorrei tanto che tutto questo fosse diverso» riprese lei, mentre Tony continuava ad accarezzarla respirando il profumo di vaniglia dei suoi capelli che gli scivolavano fra le dita.
«Potrebbe esserlo.»
Lei lo guardò, non vedendo altro che buio.
Gli occhi di Ida erano terrificanti come una pistola pronta a fare fuoco.
«Tu riesci a vivere così?» riprese.
«Ma così come?»
«Non ti senti mai sporco? Non pensi mai che tutto questo sia sbagliato?»
«Io so solamente che vorrei stare con te per sempre.»
Un amaro sorriso rigò il volto Ida, mentre un clacson echeggiò da fuori la finestra.
«Forse sarebbe meglio se non ci vedessimo più» disse.
Improvvisamente il volto di Tony venne travolto da un’ombra talmente scura da deformarlo, tramutandolo in una dolorosa smorfia.
Le sue mascelle si serrarono. Le mani iniziarono a tremargli. Gelidi rivoli di sudore gli colavano sulla fronte, e mentre con occhi vitrei fissava Ida, ora lontana in una impalpabile nebbia, attorno a sé non udiva altro che il proprio cuore battere forte al punto da far pulsare le mura attorno a lui.
«Smettere? Smettere di vederci?» ansimò, incapace di articolare le parole.

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Estratto dal racconto: “Il profumo di mia madre”.

Daniele non vedeva più niente. I suoi occhi sembravano grigi, privi di luce: soltanto due palle nere fisse nel vuoto, mentre il suo corpo meccanicamente avanzava sotto un cielo talmente grigio da sembrare di cemento.
Gli pareva dello stesso colore di quando fu sepolto suo padre, e come allora le persone attorno a lui gli sembravano informi, quasi inesistenti.
Le persone che oltrepassava erano fatte di fumo, e così le auto e i palazzi. Non udiva alcun rumore. Non sentiva nessun odore o alcuna puzza.
Nella propria testa udiva soltanto rimbombare la parola udita poco prima, e che in una attimo gli aveva spaccato le ossa.
Si trascinava come una bestia ferita. Scrutava davanti a sé come fosse un fantasma, non distinguendo alcun volto, vedendo soltanto un vortice di sagome che gli venivano incontro o lo superavano.
Occhi, bocche e braccia si susseguivano in una nebbia liquida, e decine di gambe marciavano ai suoi fianchi, rumorose, battendo su un cemento che ormai sembrava inesistente sotto ai piedi di Daniele.
Daniele non udiva altro che un fastidioso brusio, come fosse nel mezzo di uno sciame di mosche, e i rumori fulminei delle auto in corsa e dei clacson che stridevano gli sembravano urla mostruose provenienti dal vuoto.
Vetrine e volti si susseguivano. L’odore di focaccia calda proveniente da qualche pizzeria e il profumo di dolci scaturito dalla porta di una pasticceria si mischiavano alla puzza di catrame emanata dalle auto, al fetore di sudore delle persone che lo attraversavano, e al tanfo di immondizia proveniente da alcuni vicoli ai bordi della strada che continuava a percorre come se nemmeno si trovasse lì, ma fosse altrove, fermo ancora davanti all’uomo che in due secondi gli aveva tolto tutto.
Sospirò, portandosi la mano al petto come se stesse cercando di accarezzare qualcosa che non poteva toccare né vedere, ma che sapeva in lui, presente, incisivo, enorme.
Restò immobile nel mezzo della folla. Volti, sguardi, corpi lo attraversavano velocemente, e contro di lui vedeva bocche muoversi come se stessero urlando senza voce, e le mura dei palazzi gli sembravano scogliere erose da troppe onde.
Accese una sigaretta. Il fumo volò in aria e subito lui iniziò a tossire: prima alcuni colpo secchi, così potenti da fargli vibrare il petto, mozzandogli il respiro e sovrastando persino il rumore delle auto; poi colpi veloci quanto una serie di pugni: e lui li sentiva tutti dritti nel petto quei pugni!
Il torace gli si contraeva velocemente, per poi esplodere in uno spasmo inumano, come se si stesse spaccando.
Non riusciva a riprendere fiato. Il cuore gli pulsava nelle orecchie, e le voci, i rumori delle auto, la musica proveniente da negozi gli sembravano un turbinio melmoso in cui si scagliavamo le luci giallognole dei lampioni e dei fari delle auto, ora sempre più opache innanzi ai suoi occhi gonfi di lacrime.
Quando riprese fiato, rantolando come una bestia, ripensò alle parole dette poco prima a Sofia, prima di uscire da casa:
«Di certo è soltanto bronchite» le aveva detto, e ora guardando il palmo della propria mano tremula davanti a lui, sporco soltanto di muchi, quasi gli venne da sorridere.
Aveva pensato ci dovesse essere del sangue. Né rimase quasi deluso nel non vederlo, sentendosi ancora una volta un inetto, un incapace, un fallito.
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INUTILE

I pensieri si accavallano nella mia testa,
In un cranio stritolato da invisibili mani;
È la tua immagine veloce e velata di nebbia a colpire la mia testa.
Un sorriso
Una risata
Un bacio
Delle lacrime,
E un vorace pianto nella notte;
Lacrime ben diverse da quelle che, ormai secoli fa, scolpirono un cuore nelle mie carni.
Quelle stesse carni che portano ancora il tuo profumo.
Un profumo che si insinua nella mia gola
Ora soffocandomi.

Ma erano davvero tue quelle lacrime?
Era tuo quel volto, quel sorriso, quei baci?
O forse
Di tuo c’era solo il profumo
E magari
Una vorace fame d’amore
Di emozioni
Di vita.

Forse
Cieca, in crisi di astinenza
Ti stringevi a me
Prendendo dalle mie carezze e dai mie baci la tua giornaliera dose di eroina.
Eri forse un tossico in crisi d’astinenza
E il mio cuore era il tuo personale spacciatore;
Orrendo legame che crea una dipendenza in entrambe le parti.

O forse è la mia mente a ruggire di dolore
Squassata da un devastante terremoto;
Forse l’ennesimo!
Ho perso il conto.

Ora scavo tra le macerie.
Qui non altro che fredde pietre
Carcasse in decomposizione
E freddi vetri in cui specchiare i residui di una vita;
Un corpo pieno di morsi.
Pezzi di carne umana cuciti assieme.
Membra che ancora sanguinano.
Immagini di un dolore che si perde tra cinquanta mozziconi gettati nel nulla
Otto bottiglie vuote
E fotografie sbiadite tatuate sulla pietra.

C’è anche la tua immagine?
È la tua, o il frammento di un altro sogno?
Forse non altro che un’illusione;
Pane quotidiano per noi disperati.

Cielo, cerco di vederti
Di sentirti
Di capire
Eri tu a chiedermi di stringerti?
Eri tu che con un bacio mi chiedevi di proteggerti?
Eri tu quel sorriso mente ti stringevo
Muovendomi in te al ritmo dei tuoi respiri?

“Sono tua” mi dicevi
Lasciando fuori l’intero mondo;
Io, tuo sovrano, tu mia regina.
Entrambi, forse, complici di un imminente omicidio.
Un delitto 
Un suicidio
Un genocidio mai perdonato
Mai condannato.

C’è ancora la tua immagine
O ciò che vedo è solo uno spettro?
Forse, frammenti di un’illusione
Ora incisi su vetri infranti
E cenere che vola ovunque
Portando via il tempo,
per lasciarmi qui
Fermo
Freddo.
Chiuso in una teca di ferro dove niente potrà entrare;
Pezzi di carne ricuciti
Messi assieme
Sbranati e poi rattoppati alla meglio.

Ci stanno anche i tuoi morsi sulla mia carne?
Era solo fame o vera misericordia?
Sento ancora le tue parole nella mia testa:
“Io ti voglio e ci tengo a te, ma ora non riesco a darti ciò che meriti. Non ora!”.
Ed era le verità, o solo una menzogna per lenire la colpa?

Non credo più a niente.
Freddo
Gelido
Ibernato,
Un corpo sanguinante
Sordo a ogni parola,
Gettato nel mezzo di urla che mi stordiscono,
Pensieri che mi crocifiggono,
Un continuo senso di panico che mi soffoca.

Eri davvero tu in quelle parole
O solo il frutto di una colpa?
Un sentimento abortito prima del nascere
E nascosto sotto petali di rosa
Per celarne il fetore e il vomitevole sangue.

A cosa credere, ora, mentre sono già ubriaco
E le mie dita vengono ingiallite dal fumo.

“Sei perfetto per me. E forse un giorno potrò viverti dandoti ciò che meriti”.
Parole incise nella pietra.
Parole che come tamburi rimbombano nella mia testa,
schiaffeggiandomi in un dubbio indelebile.
Lasciandomi qui
Tramortito
Confuso
Sentendo migliaia di ragni muoversi nel mio sangue
E vespe pungere il mio cervello.

Ero davvero ciò che volevi?
Sei davvero una bambina fragile e spaventata
Bisognosa, ora, di ricostruire il proprio mondo
E forse
Un domani accogliermi?
O sei solo una l’ennesimo taglio.
Sono vere le tue parole
Le tue lacrime,
o è solo un inganno per lenire la colpa?
Proprio come un sedativo usato per calmare la tosse.
Quella tosse che ora mi soffoca
Mentre camminando
Nel nulla
Il fumo avvolge i miei passi,
immagini mi condannano,
e l’incertezza spiazza ogni mio progetto.
Quei progetti fatti assieme
In un lampo di benedizione
Infranta da qualcosa di irreale,
o forse
Sin troppo reale e squallido.

Difficile saperlo!
Difficile capire.
Difficile ragionare
E credere alle tue parole.
Persino alle tue lacrime.

Ora, mi rivedo tra le tue braccia.
Ero in te.
Tu soffrivi
E io non ebbi il coraggio di sigillare un freddo atto notarile
Come fecero altri in passato.
Ti lasciai andare
Ecco cosa.
Ti vidi allontanarti
Andando verso ciò che ti avrebbe ricostruita, a tuo dire.
E invece
Dopo un viaggio di secoli
Ti ho rivista uguale
Ancora triste
Ancora incerta
Ancora sofferente.
E ora
Lontana
Assente,
persa nelle tue parole
O forse in menzogne;
Non mi è dato saperlo!

Posso solo respirare questo tormento.
Restare qui, immobile, vagando nel nulla
Camminando solo per lasciare che le mie gambe si spezzino,
mentre non riesco a ingurgitare niente se non alcool e fumo.
Tutto mi reca nausea.
La pietanza più succulente è diventata qualcosa di squallido.
I volti attorno a me sono orrendi
E la sola voce umana reca in me rabbia.
Voglia di spaccare tutto,
proprio come la bottiglia infranta su di un muro, pochi secondi fa.
Quella bottiglia che portava su di essa la mia vita
I miei desideri
I miei sogni.

E ora, cosa fare?
Forza di carattere dicono alcuni.
Magari cercare di distrarmi.
Fare qualcosa.
Vedere gente.

Sì, in passato è successo di certo.
Tante urla mi hanno soffocato.
Sempre alcool
Fumo
Notti a vagare,
mentre perdevo pezzi di carne per strada.
Un dolore che tu non puoi capire,
come quella parola che non sai pronunciare
E che sempre, altri hanno proferito velocemente,
per poi abbandonarti senza cura,
incapaci di vedere il tuo volto
E quelle lacrime che vidi al di là di un finestrino.
Quelle lacrime che sapevano di te,
come forse erano quelle lacrime prima di un arrivederci,
o magari no.
Forse erano solo menzogne.
Parte di una mia illusione.
Una speranza che mi soffoca
Mentre
Ti immagino già lontana.
In procinto di altre terre da visitare.
Mentre io
Qui
Nuovamente maciullato
Mi sento più debole che mai.
Più freddo che mai.
Solo un insieme di pezzi di carne rattoppati alla meglio.
Un cuore che non riesce più a pulsare.
Sangue marcio nelle vene.
Ghiaccio nel mio cranio.
Ora, freddo, inamovibile.
La mia passione è stata violentata in una notte.
Resta solo un cadavere.
Un corpo statico
Freddo
Incapace di amare.
Incapace persino di vedere te,
qui nei riflessi di queste bottiglie,
dove il tuo volto è solo un ricordo diviso tra bellezza e illusione.
Qui in questo limbo dove le tue lacrime rimbombano
E io resto a terra a contemplarle,
stringendo la mia testa
Sentendomi di impazzire,
senza capire più cosa è vero,
chi ho visto,
chi ho vissuto.
Senza capire più qual è la realtà.
Senza più riuscire a crederti.
Tremando solamente.
Tremando, al pensiero di non essere stato che un momento,
un niente,
solo una menzogna.
Tremando
Al pensiero di non rialzarmi più.
Al pensiero che non ci sia più abbastanza sangue per dare vita a questi pezzi di carne rattoppata,
permettendo loro di fidarsi ancora.
Di amare ancora.
Magari, quando tornerai,
come ancora dici
Facendo rimbombare la tua voce in questa camera a gas dove lentamente mi perdo
Svanendo in lacrime che non riesco a soffocare.
Le mie lacrime, stavolta,
che solo tu hai visto
In una notte che ancora oggi non comprendo.
Una notte in cui tutto era reale
O solo una menzogna.
Una notte che non si è mai fermata
Lasciandomi in questo limbo di incertezze. 
In questo cimitero dove tutto è in decomposizione,
e la realtà viene confusa da urla di dolore.
Il mio dolore
La sola cosa di reale in queste tenebre dove tutto perde un senso.