Tratto dal racconto “Il profumo dei pastelli”.

Davanti ai suoi grossi occhi color miele, Bianca non vedeva altro che volti susseguirsi in un’orgia di facce, bocche, occhi.
Sembravano tante sagome. Le passavano velocemente davanti senza nemmeno vederla, mentre lei, incapace di sorridere, tendeva loro la sua piccola mano, fissandoli con pupille impregnate di un dolore inumano.
Sembrava avesse perso tutto, persino la vita, e ormai ridotta a un corpo svuotato da ogni goccia di sangue stava lì ferma, al freddo di dicembre, coperta da alcuni stracci dai colori disparati: l’immagine vivente di un bestiale senso di colpa che travolge nel cuore della notte un assassino.
Stava urlando, Bianca, ma nessuno la vedeva. La gente che le passava davanti, benvestita, in coppia o in gruppo, entrando e uscendo dai negozi del Corso Umberto non vedeva altro che una ragazzina dagli occhi tristi, mentre lei tendeva loro la mano, simile a un cane che elemosina un pezzo di cibo guardando un uomo che mangia voracemente.
Non capivano che Bianca li odiava tutti. Li aveva odiati da sempre, dal primo giorno in cui si era trovata per strada: ormai non più una ragazzina quattordicenne come quelle che vedeva passeggiare sorridenti per strada, ma soltanto una bestia sporca di cui avere pena, oppure di cui provare disgusto.
Il vento si muoveva fra i suoi capelli color terra, facendoli dimenare come un drappo attaccato a un’asta.
Lei tirava continuamente su con il naso tanto faceva freddo, respirando la puzza dei tubi di scappamento delle auto e sentendo in bocca disgustosi muchi.
Sentiva il proprio corpo tremare, avvolto da un brusio di voci, tenendo la mano sinistra stretta nella tasca di un enorme maglione di lana che puzzava di chiuso, mentre l’altra era ormai ridotta a una statua di ghiaccio, tesa contro un’umanità che nemmeno la vedeva.
Ogni volta che un viso le passava davanti lei bisbigliava qualcosa. Non parlava nemmeno più. Muoveva soltanto le labbra in una dolorosa supplica di pietà.
A volte qualcuno si fermava. Il più delle volte invece la ignoravano, attraversandola come fosse soltanto uno spettro privo di forma. Altre volte ancora le facevano persino una carezza prima di darle una moneta, proprio come fosse un cane. Ma alla fine tutti andavano via, e lei restava per strada, ancora da sola.
Tese ancora la mano destra e strinse la sinistra nella tasca, tremando dal freddo. Una donna ben vestita le passò davanti, avvolta da una pelliccia e travolgendola con una folata di profumo di marca.
Lei non aveva mai portato alcun profumo. Spesso si chiedeva persino come fosse la sensazione di un profumo al contatto con la pelle.
Spesso aveva sognato di essere come una delle tante ragazze della sua età, ma si era sempre ritrovata per strada, incapace di sorridere, vedendo le persone vivere mentre lei, come se non fosse nemmeno un essere umano, doveva supplicare qualcuno per sopravvivere.
Una monetina gli cadde nella mano. Lei non alzò nemmeno lo sguardo. Bisbigliò qualcosa similmente a una novena, senza neanche rivolgere lo sguardo a chi le aveva appena dato la moneta.
Sentì soltanto dei passi mischiarsi al frastuono delle auto dietro di lei e al brusio di voci davanti al suo viso calato, ma quei passi sarebbero potuti essere di chiunque: a lei non importava.
Cinquanta centesimi, era quello il prezzo della sua vita, immobile nella sua mano gelata.
La mise subito in tasca, tendendo velocemente la mano nel vuoto, e vedendo un uomo benvestito fermo davanti a un negozio di cellulari.
Era stato lui a darle poco prima quella moneta?
Che importava!
Quell’uomo continuava a fissare telefoni di ultima generazione da una vetrina addobbata a festa. Delle luci natalizie brillavano dalla vetrina di un negozio di vestiti davanti cui stava ferma una coppia. Una donna benvestita si fermò a fissare una cuccia per cani dalla vetrina di un negozio di animali, e nel vederla dei cagnolini cominciarono a sbattere le zampe contro al vetro della propria gabbia, mentre e un ciccione con la ventiquattrore in mano passò davanti a Bianca urlando al proprio telefono cellulare, e una vecchia uscì da una piccola pasticceria tenendo in mano un cartoccio pieno di dolci, senza nemmeno vedere il volto smunto di Bianca che, come un animale affamato e lasciato per strada, la fissava respirando un odore di crema che di colpo aveva sovrastato smog, profumi da donna o il dopobarba di qualche passante.
La vide andare via assieme ad altri volti, nel mezzo di un turbinio di arti che si susseguivano davanti a lei come fossero granelli di sabbia trasportati da una tormenta.
Vide un paio di gambe, dei piedi, e poi una moneta cadere a terra.
Le sue labbra si mossero ancora, e veloce raccolse la moneta, mettendola in tasca.
Cambiò la mano, mettendo in tasca la mano destra, ormai del tutto congelata dal freddo, e tirando fuori la sinistra.
Una donna sui quaranta le si fermò davanti, e lei per un attimo vide soltanto degli stivaletti con pelliccia e un normalissimo jeans su gambe grasse.
Alzò la testa, muovendo le labbra senza dire niente, e fissando con aria pietosa il volto pasciuto e sorridente di una donna dai capelli crespi e un filo di trucco sul viso.
Lei si chinò verso Bianca. Le poggiò una moneta da un euro in mano e poi, carezzandola come fosse un cane, le disse: «Mi raccomando, questi nascondili e non darli a casa, e comprati qualcosa da mangiare.»
Bianca, proprio come tante volte, avrebbe voluto soltanto saltar addosso a quella donna e morderle la gola, fino a stracciarle via la giugulare. Ma in se stessa non sentì alcun fremito, nessuna emozione, come se non fosse nemmeno lei a trovarsi lì.
Sorrise soltanto, farfugliando ancora qualche incomprensibile parola contro quella donna che, sorridente, le fece scivolare la mano sul viso dicendole: «Ma a scuola ci vai?»
Il sorriso di Bianca si piegò in una smorfia confusa, fissando quella donna come se non avesse capito una sola parola.
Lei l’accarezzò nuovamente, sussurrando appena: «Povero angelo.»
Poi andò via. Bianca non la guardò nemmeno. Ne aveva viste tante di persone come lei: Bianca aveva visto persone di ogni tipo, al punto che tutte le sembravano uguali.
Restò con la mano tesa nel vuoto, come se quella fosse la sola parte di lei a dover esistere al mondo, mentre i suoi occhi, stanchi quanto quelli di una vecchia, osservavano ora un gruppo di studenti, ora delle ragazzine vestite con abiti alla moda, e ancora una coppia tenersi per mano mentre fissavano le vetrine dei negozi.
Una famiglia uscì da un supermercato: il padre di famiglia, benvestito e pettinato con cura, teneva in mano una busta piena di cibo, e nell’altra stringeva il suo bambino, mentre sua moglie teneva altre due buste strette in mano.
Bianca osservò quel bambino. Aveva sì e no un paio di anni in meno a lei, ma sembrava soltanto un normalissimo bambino che probabilmente una volta tornato a casa si sarebbe messo a giocare ai videogiochi, o persino con qualche pupazzo.
Non era diverso da un altro bambino visto da Bianca, forse di appena otto anni e che, trascinando la mamma verso un negozio di giocattoli, sorridendo e indicando con il dito paffuto la vetrina strepitò: «Mamma mamma, dici a Babbo Natale di portarmi questo?»
Sua madre sorrise soltanto, mentre Bianca strinse il pugno nella propria tasca quasi graffiandosi il palmo della mano con le unghie.
Per lei Babbo Natale non era mai esistito, nemmeno quando tre anni prima di allora sua madre Crina era ancora viva.
Sua mamma le preparava sempre un dolce speciale a Natale, e glielo dava di nascosto da suo padre, baciandola in viso e dicendole: «Aș vrea să vă văd fericit.»
Ma Bianca, proprio come sua madre, già allora sapeva che non sarebbe mai stata felice, per quanto sua madre potesse augurarglielo; e non sarebbe bastato un dolce a darle la vita, né a Natale né in qualsiasi altro giorno.
Da quando sua madre era morta per colpa di un’infezione diffusasi velocemente nel suo corpo, causata da un’appendicite mal curata, nessuno le aveva mai preparato più un dolce per Natale, né aveva avuto alcun regalo.
Per lei Babbo Natale non era mai esistito, e ormai, vedendo quel bambino sorridente davanti a lei, non se ne chiese nemmeno il motivo: era così è basta, da sempre, e lo sarebbe sempre stato.
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LA FINESTRA CHIUSA

Non li sopporto più. Non sopporto più questa gente fotocopiata che mi cammina attorno, simile a irriconoscibili batteri.
Continuando a camminare, costeggiando gli alti e antichi palazzi alla mia destra e lasciando che le auto rumorose passino alla mia sinistra, vedo un vecchio uomo sdentato e vestito di stracci uscire da un negozio tenendo stretta nella propria rugosa mano quella della sua piccola bambina.
Lei avrà sì e no sei anni. E molto magra, e lo sembra ancor più con addosso quel suo vestitino rosa. Ha scarpe aperte dello stesso colore del vestito, nonostante il freddo. Sembra tremare, e il suo vecchio padre, come se stesse facendo uno sforzo immane, la tira su prendendola in braccio, stringendola forte come se al mondo non esistesse altro di più importante. Come se volesse scaldarla, e tenerla lontana dal turbinio di insensibile carne che li avvolge, senza neanche vederli.
Immobile nel mezzo di un’ondata di corpi veloci che mi trapassano, udendo il brusio di mille voci attorno a me mi giro lentamente, vedendo quell’uomo svanire nella folla, come fosse fatto d’aria.
Vedo il capo di quella bambina poggiato contro la spalla di suo padre. Ha gli occhi chiusi come se si sentisse al sicuro in quella stretta. Affonda le dita nei lerci vestiti di quell’uomo come se si stesse aggrappando alla vita: la sola vita che conosce. La sola vita che la stringe forte, senza lasciarla cadere in un ululante e scuro turbinio di malsano liquame.
Qualcuno stringerà così anche me? Qualcuno mi terrà mai al sicuro da questo mondo?
No, nessuno lo farà, e nessuno lo fece mai.
Ricordo una delle prime volte in cui da piccolo capii il senso della parola umiliazione. Avevo appena cinque anni. Frequentavo l’asilo, e mio fratello la terza elementare. Indossavo un orrendo grembiulino giallo canarino. Non conoscevo ancora il significato della parola odio, ma sentivo di non sopportare quella divisa, come non sopportavo di vederla addosso agli altri bambini attorno a me.
Avevo passato il più delle ore a giocare da solo con le costruzioni. Non amavo stare con gli altri bambini, li reputavo volgari e invadenti, perché avevo sentito da mia madre quelle due espressioni, e dunque doveva essere anche per me così.
Attorno a me, in una stanza simile a una gabbia dalle mura piene di disegni colorati che puzzavano di gessetti e pastelli a cera, i bambini amavano fare giochi di gruppo, e a volte si azzuffavano insultandosi in dialetto che detestavo, perché mia madre lo detestava, e insultandosi proprio come fossero adulti.
Puzzavano persino come gli adulti!
Io preferivo starmene da solo, costruendo cose senza senso che poi avrei distrutto. Ma quel pomeriggio non stavo più costruendo niente. Avevo appena finito di creare un robot a tre teste, per poi vederlo distruggere da un altro bambino che mi urlò contro: «Ricchione!».
Scoppiai a piangere. Iniziai a piangere così forte che la maestra, una vecchia donna dal volto cattivo, dovette afferrarmi per cercare di tranquillizzarmi.
Ricordo come fosse ieri la sua forte stretta, il suo sguardo malvagio e il suo fetido alito di fumo. E ricordo come le afferrai i capelli e le graffiai il viso, urlando e continuando a piangere sempre più forte, ingoiando le mie lacrime salate e vedendo la realtà attorno a me offuscarsi in un vortici di colori a cera contro ai miei occhi arrossati e gonfi di lacrime.
Di certo quella donna desiderò colpirmi con una forza tale da staccarmi la testa dal collo, ma non potendolo fare si limitò a cacciarmi fuori dalla classe: cinque anni, poco più di un metro d’altezza, poche ossa in un odioso grembiulino giallo, e già mi trovavo in castigo. Già fui gettato via. Già fui bollato come sbagliato.
Stavo fermo contro al muro accanto alla porta della classe, ancora in lacrime, impaurito, e senza capire quale fosse la mia vera colpa.
Ricordo che quel corridoio sembrava gigantesco, e i disegni colorati erano in quel momento orrendi: uccelli rosa mi sembravano demoni, e pesciolini rossi erano per me diavoli.
Tremavo come una foglia, solo e smarrito, tirando su con il naso il muco che mi colava fino alle labbra e guardandomi attorno in cerca della mia mamma, respirando solamente un soffocando odore di gesso, e continuando a non comprendere quale fosse la mia colpa.
Ma non ci stava nessuno lì. No, fui abbandonato. Fui rifiutato. Fui gettato via come immondizia: la stessa che mio padre non voleva mai scendere di sera, costringendo la mamma a farlo.
Tremando, capendo per la prima volta nel mio giovane cuore il senso della parola “confusione”, guardai una delle porte in quel gigantesco corridoio che si protraeva fino all’infinito.
Era l’ultima porta sulla sinistra. Una normalissima porta di plastica con nel mezzo un oblò di vetro.
Sapevo che era la sua di classe, e asciugandomi le lacrime con il mio piccolo pugno camminai lentamente verso di essa, desiderando solamente che qualcuno mi stesse vicino. Desiderando solamente che qualcuno mi dicesse che tutto andava bene, abbracciandomi.
Ma andava bene per davvero?
Dovetti alzarmi sulla punta dei piedi per arrivare al vetro, tenendo poggiate con forza le mie piccole e paffute mani contro la fredda plastica della porta.
Guardai al di là di quel vetro opaco. Una donna di circa trent’anni stava seduta dietro a una cattedra, urlando a gran voce parole che non potevo sentire, mentre una classe composta da circa venti bambini con addosso grembiulino blu o rosa e al collo un fiocco verde, fingevano di ascoltarla persi nei propri pensieri.
Io guardavo mio fratello e sorridevo. Sorridevo come quando mia mamma mi stringeva forte, perché speravo che lui mi vedesse, ma non mi vide neanche quando un ragazzino biondo e ciccione cominciò a ridere guardando verso di me e indicandomi con il dito.
In breve tutta la classe iniziò a ridere. I loro occhi erano su di me. Le loro risate sembravano liquefare quel pezzo di plastica che ci divideva, roteando attorno a me come tanti spettri crudeli.
Smisi di sorridere. Un patetico broncio tremò sul mio viso, e gli occhi tornarono gonfi di lacrime.
Sentii solamente una calda, atroce lacrima colare sulla mia guancia arrossata forse più dalla vergogna che dal dolore, mentre fissavo ancora quei volti, sentendomi solamente un inutile sgorbio.
Mio fratello mi vide?
Non fu certo lui a uscire da quella porta quando si spalancò. No, furiosa e veloce la maestra si pose davanti a me, e io in un millesimo di secondo non vidi altro che i suoi occhi iniettati di odio, percependo poi tre violentissimi schiaffi contro la mia piccola mano.
Uno.
Due.
Tre.
Poi la maestra sbatté la porta contro la mia faccia. Non si sentì più alcuna risata provenire da quella classe, né tantomeno riuscii a piangere.
Rimasi lì immobile come fossi stato appena violentato. Non conoscevo neanche il significato di quella parola, ma sapevo che faceva male sentirsi un niente. Sapevo che era tremendo sentirsi deriso, umiliato: era come essere stato ucciso.
No, non versai una lacrima, ma sentii qualcosa di caldo contro le mie cosce, e poi lungo sulle ginocchia.
Il grembiulino diventò di un giallo scuro, e un acre odore di urina giunse fino alle mie narici, mentre io stavo lì immobile, tremulo, fissando quella porta mentre la mia mano arrossata pulsava dal dolore.
Quando mia madre venne a prenderci la maestra non mi aveva tolto di dosso neanche il grembiulino. No, le disse che mi ero comportato male, e le consigliò di trovare un buon sostegno psicologico perché io potessi riuscire a inserirmi assieme agli altri bambini.
Non dissi nulla mentre loro parlavano. Avevo solamente bisogno di un abbraccio, mentre gli ultimi bambini della classe uscendo mi guardavano e deridevano indicando il mio grembiule bagnato, e mia madre continuava a cercare di capire come fare di me un bambino perfetto.
Avrei avuto solamente bisogno di un abbraccio, ma non mi abbracciò neanche quando andammo verso casa: lei con il mio grembiulino sporco in una busta, e io nella sua mano, tenendo strette le gambe per la vergogna, cercando di nascondere a tutti quella macchia di urina, mentre mio fratello parlava della sua giornata a scuola.
Possibile che non mi aveva visto? E mia madre aveva notato la mia mano rossa e indolenzita?
No, nessuno notò niente, e il giorno dopo andai a scuola con il pannolino, e per colpa di coloro che mi credevano diverso capii cosa significasse sentirsi diverso.
E nessuno mi strinse. No, nessuno abbracciò quella mia diversità.
Ora avrei tanto bisogno di un abbraccio, ma camminando in questa folla di volti, nessuno mi vede. Non è cambiato nulla da quando ero quel piccolo bambino ritto sulle punte di piedi contro a una misera porta.
Qualcuno percuoterà ancora una volta le mie mani?