LA MASCHERA, romanzo a oggi inedito. Il romanzo più violento e realistico da me scritto, e che nessun editore osa pubblicare.

Qual è il prezzo di un amore? Quanto costano i ricordi?
Trenta euro! Sì, ecco quanto. Ecco quanto il mondo valuta il tuo amore, i tuoi ricordi, le tue illusioni.
Ero infatti uscito da meno di un’ora da uno di quei negozi di “Compro oro“. La vera immagine del mondo.
Entri lì, da solo, disperato, con in tasca non altro che i tuoi ricordi. Entri, e ti trovi davanti uno sconosciuto. Uno sconosciuto che ti fissa da dietro un vetro, sapendo già perché stai lì.
E anche tu lo sai. E sai di non aver scelta, o almeno se vuoi sopravvivere qualche altro giorno.
Dunque lo fai! Dai a quello sconosciuto i tuoi ricordi. Lui li fissa senza cura. Li pesa, li valuta, e poi ti dà dello squallido denaro in cambio di essi.
Trenta euro! Ecco quanto valgono i tuoi ricordi. Ecco quanto vale il ricordo di un amore. E tu vorresti piangere, vorresti urlare, vorresti morire. Vorresti rinunciare a quei soldi, solamente per aver con te ancora quei ricordi; brutti o belli che siano, ma qualcosa di prezioso. Qualcosa di vero. Qualcosa in cui hai bisogno di credere, per non sentirti vuoto, inutile, morto.
Eppure hai bisogno di quei soldi. Dunque non dici niente. Vai via, sentendo una lama che ti spacca in due.

Trenta denari! Lo stesso prezzo che ebbe Giuda per aver tradito Cristo. Il prezzo attribuito al suo amore per Cristo. Il prezzo conferito al mio amore per Mara.

Già, Mara. Era passato un mese da quando mi aveva mollato, e io come un povero idiota ancora la pensavo. Pensavo a un anno passato assieme a lei, a tutti i giuramenti che mi aveva fatto, le parole dolci da lei dette, e il modo in cui mi aveva piantato; da un giorno a un altro!

Sì, la notte prima aveva detto di amarmi, e il mattino dopo disse che voleva altro dalla vita.

Dannata troia! E io che ancora la pensavo. Ancora che stavo male per aver venduto quel dannato anello che le avevo regalato.

Voleva altro. Sì, come no. E uno capisce di voler altro improvvisamente? Da un giorno a un altro?

Cazzate! Quella stronza aveva di certo conosciuto un altro. Ecco la verità. Qualcosa di reale come il mio essere ridicolo nel pensarla ancora.

Sì, trenta euro. E probabilmente per Mara il nostro amore doveva valere anche meno.

Poco male. Almeno avevo in tasca un po’ di soldi. Non molti, ma dato che non avevo un soldo, e che avrei preso lo stipendio tra due giorni, quei trenta euro per me erano davvero tanti. Forse persino qualcosa di più grande dell’amore di Mara.

Quei soldi mi permisero di fare ciò che ogni bravo fallito fa quando viene mollato da una donna. Mi permisero di bere. Di ubriacarmi, donandomi la compagnia dalla bottiglia. Il solo modo che ha un fallito per scandire il tempo.

E lo stavo facendo eccome. Sì, era ormai più di un’ora che me ne stavo seduto al bancone di un bar nei pressi della stazione centrale di Napoli, bevendo il mio secondo boccale di birra.

Le luci attorno a me erano soffuse, e illuminavano in maniera Caravaggesca le mura e i tavolini di legno di quel bar, e i volti della gente in quel posto. Dei volti stanchi, silenziosi, rassegnati. Povera gente come me. Gente cattiva come me. Gente inutile come me. Gente che se ne stava seduta a fissare il bicchiere, senza avere nessuno con cui parlare, o avendo al massimo qualche sconosciuto che continuavano a chiamare amico. Qualche sconosciuto che chiamavano amico, proprio come lo stronzo affianco a me.

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Niente 50 sfumature di merd… ehm, grigio. Solamente realtà. Cinica, cruenta, violenta realtà che soffoca. Lasciami entrare, edito dalla Damster edizioni.

Restammo lì stesi a lungo, senza dire niente. Lì stesi solo a stringerci, solo a baciarci, dimenticando persino quanto successo.
Poi mi tirai su, e lei con me, mettendoci del tutto stesi su quel letto. Fianco a fianco, proprio come due innamorati.
Tornai a stringerla a me, accarezzandole i capelli, mentre lei teneva una mano sotto la mia maglietta, carezzandomi il petto.
«Non l’ho scopato!» sussurrò la sua piccola voce, infrangendo quel silenzio.
Io voltai il capo verso di lei, continuando a star steso al suo fianco, accarezzandole i capelli.
Lei alzò lo sguardo verso di me, fissandomi come fosse una bambina. Come fosse un piccolo cucciolo di cane accanto al suo amato padrone.
«Sì, non l’ho scopato! Non ci ho fatto niente di niente. Non mi andava!» aggiunse, continuando a sfiorarmi il petto con la sua piccola mano.
Io la strinsi con più forza a me, senza neanche sapere il perché.
In fondo avrei voluto dirle che neanche io avevo scopato con Anna, ma le avrei detto una bugia, e poi non sapevo proprio perché avrei dovuto farlo.
Già, lei in fondo per me era solo un corpo da scopare. Una bambola da usare a mio piacimento. Una puttana con cui giocare a essere onnipotente. Mentre Anna era la mia donna, la mia fidanzata, quella a cui non potevo ficcarlo in culo né pisciarle in bocca.
Cazzo, neanche se mi leggesse nel pensiero!
«Guarda che non hai bisogno di giustificarti» riprese, continuando ad accarezzarmi il petto.
«Uhm, come?» risposi, chinando lo sguardo verso di lei.
«Hai sentito! Non hai bisogno di pensare a cosa dirmi. Lo so che hai scopato con lei. È normale! Lei è la tua donna. E io… io… io non so neanche cosa sono, io.»
La strinsi forte a me. Aveva ragione! Non dovevo giustificarmi. E neanche io sapevo cosa fosse lei. Se fosse un essere umano o solo un giocattolo. Una bambola da usare. Una creatura inventata solo dalla mia mente malata.
Ed ecco la sua mano di nuovo sul mio petto, proprio come la prima volta.
Sentii di nuovo le sue unghie nella mia carne. Le sue dita affondare in me come se volessero giungere al mio cuore.
Percepii una lacrima cadere sul mio braccio, mentre continuavo a stringerla, senza il coraggio di guardarla.
«La prima volta che… la prima volta che mi hai presa, la ricordi?» mi disse, facendo cadere le sue lacrime sul mio braccio.
«Sì» le risposi, continuando ad accarezzarle i capelli. Ad accarezzare la sua testa poggiata sulla mia spalla. Ad accarezzare quel corpo da me a lungo massacrato, senza sapere più cosa provavo in me. Senza sapere più se lei fosse o no Sofia, la mia puttana e la mia schiava, o solo una bambina da amare e proteggere.
Lei affondò di più le sue dita nelle mie carni. Le sue dita nella mia vita.
«E ricordi cosa hai detto?»
Io non risposi. Non ricordavo niente a dire il vero. Non avevo nessuna immagine stampata in mente. Nessun monologo. Niente! Solo il mio cazzo nella sua bocca. Solo il mio cazzo nel suo corpo, e il suo senso di terrore e impotenza. La sua sofferenza e la sua umiliazione che accresceva la mia onnipotenza.
Poi esalò un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
«Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo» disse, restando poi un attimo in silenzio. «E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare» riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto e le lacrime bagnavano il suo viso. «E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito.»
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva. Sapeva che non ci stava altro da dire oltre a quanto da lei già detto. Sapeva che i sogni non esistono. Che al mondo niente è giusto. Niente è come sognamo.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Dio, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Poi ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono iniziò a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
«Non rispondi?» mi disse, sapendo già la risposta.
Io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!
Sì, come previsto mi aveva chiamato. E come previsto le avevo detto d’esser andato a prendere le sigarette.
Ci aveva creduto! O magari neanche a lei fotteva un cazzo, proprio come a me. Ma comunque fosse, la realtà era tornata, e io dovevo andare dalla mia amata fidanzata.
Tornai in camera da letto, bevendo una birra e fumando una sigaretta.
Lei si era rivestita. Se ne stava seduta su letto con le gambe incrociate, fissandomi con aria triste.
«Torni da lei?» mi chiese.
Io non risposi. Diedi un sorso alla mia birra e abbassai lo sguardo.
La sentii sorridere. Sentii la sua risata simile a un pianto, e la sentii fin sotto la mia pelle.
Alzai lo sguardo verso di lei, ma senza il coraggio di tener fermi i miei occhi nei suoi.
«Ora vado» le dissi.
«Okay» rispose.
Poi non dicemmo altro. No, non ci stava niente da dire. Sapevamo tutto, e ogni parola sarebbe stata superflua.
La lasciai lì da sola, dopo averla sbranata ancora una volta. Dopo averle lacerato il cuore ancora una volta.
Finii la mia birra e tornai a casa.
Anna si era riaddormentata. Io mi spogliai e mi misi al suo fianco.
Lei mi strinse, mi strinse forte.
«Mhh, quando te lo toglierai questo brutto vizio?» mugugnò, stringendomi.
Io la strinsi a mia volta, fissando il vuoto. Fissando il buio che mi avvolgeva.
«Presto. Presto» risposi, tenendola stretta a me, mentre Sofia era da sola in quella stanza, proprio come me, in fondo. Come me, che tenevo stretta la mia piccola Anna, dicendole ancora una di amarla.
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Sconvolegente e cruento romanzo che a oggi nessun editore ha avuto le palle di pubblicare. “La maschera!”. A voi due estratti del romanzo.

Qual è il prezzo di un amore? Quanto costano i ricordi?
Trenta euro! Sì, ecco quanto. Ecco quanto il mondo valuta il tuo amore, i tuoi ricordi, le tue illusioni.
Ero infatti uscito da meno di un’ora da uno di quei negozi di “Compro oro”. La vera immagine del mondo!
Entri lì, da solo, disperato, con in tasca non altro che i tuoi ricordi. Entri, e ti trovi davanti uno sconosciuto. Uno sconosciuto che ti fissa da dietro un vetro, sapendo già perché sei lì.
E anche tu lo sai! E sai di non aver scelta, o almeno se vuoi sopravvivere qualche altro giorno.
Dunque lo fai! Dai a quello sconosciuto i tuoi ricordi. Lui li fissa senza cura, li pesa, li valuta, e poi ti dà dello squallido denaro in cambio di essi.
Trenta euro! Ecco quanto valgono i tuoi ricordi. Ecco quanto vale il ricordo di un amore. E tu vorresti piangere, vorresti urlare, vorresti morire. Vorresti rinunciare a quei soldi, solo per aver con te ancora quei ricordi; brutti o belli che siano, ma qualcosa di prezioso!
Eppure hai bisogno di quei soldi. Dunque non dici niente. Vai via, sentendo una lama che ti spacca in due.
Trenta denari! Lo stesso prezzo che ebbe Giuda per aver tradito Cristo. Il prezzo attribuito al suo amore per Cristo. Il prezzo conferito al mio amore per Mara.
Già, Mara! Era passato un mese da quando mi aveva mollato, e io come un povero idiota ancora la pensavo. Pensavo a un anno passato assieme a lei, a tutti i giuramenti che mi aveva fatto, le parole dolci da lei dette, e il modo in cui mi aveva piantato; da un giorno a un altro!
Sì, la notte prima mi aveva detto di amarmi, e il mattino dopo disse che voleva altro dalla vita.
Dannata troia! E io che ancora la pensavo. Ancora che stavo male per aver venduto quel dannato anello che le avevo regalato.
Voleva altro! Sì, come no. E uno capisce di voler altro improvvisamente?
Cazzate! Quella stronza aveva di certo conosciuto un altro. Ecco la verità! Qualcosa di reale come il mio essere ridicolo nel pensarla ancora.
Sì, trenta euro! E probabilmente per Mara il nostro amore doveva valere anche meno.
Poco male! Almeno avevo in tasca un po’ di soldi. Non molti, ma dato che non avevo un soldo, e che avrei preso lo stipendio tra due giorni, quei trenta euro per me erano davvero tanti. Forse persino qualcosa di più grande dell’amore di Mara. E quei soldi mi permisero di fare ciò che ogni bravo fallito fa quando viene mollato da una donna.
Mi permisero di bere! Di ubriacarmi donandomi la compagnia dalla bottiglia.
E lo stavo facendo eccome! Sì, era ormai più di un’ora che me ne stavo seduto al bancone di un bar nei pressi della stazione centrale di Napoli, bevendo il mio secondo boccale di birra.
Le luci attorno a me erano soffuse, e illuminavano in maniera Caravaggesca le mura e i tavolini di legno di quel bar, e i volti della gente in quel posto. Dei volti stanchi, silenziosi, rassegnati. Povera gente come me! Gente cattiva come me. Gente inutile come me. Gente che se ne stava seduta a fissare il bicchiere, senza avere nessuno con cui parlare, o al massimo qualche sconosciuto che continuavano a chiamare amico. Qualche sconosciuto che chiamavano amico, proprio come lo stronzo affianco a me.
« Solo trenta pezzi! » esclamò Mario, lì seduto accanto a me, davanti a quel banco di legno.
Poggiò lentamente il boccale di birra sul banco, facendo un smorfia con aria perplessa, per poi ficcarsi in bocca una Camel.
Accese la sua sigaretta. Io continuai a guardare il vuoto davanti a me, attraverso delle scaffalature di vetro su cui stavano poggiate decine di bottiglie di whisky.
« Ma sei sicuro che quel figlio di troie di Ivano non ti abbia fregato? » riprese.
« Credo di no! » gli risposi, ficcandomi in bocca una Marlboro e accendendola « Lei aveva le dita molto piccole! »
« Bah! In questo almeno sono stato più fortunato di te, Nico. Quando Luisa mi piantò, beh, ci ricavai ben cinquanta pezzi con il suo anello. Aveva le dita grosse… Proprio come tutto il resto »
Io annuii. Non me ne fotteva niente di Luisa, né di Mario. Erano solo due sconosciuti per me, come tutta la gente lì dentro. Come la troia polacca che serviva alcool da dietro al banco, il proprietario che da un angolo ci fissava, attento che non combinassimo qualche casino, e di tutti quei coglioni che se ne stavano lì dentro a ubriacarsi proprio come me. Coglioni proprio come me!
Ma che fai quando una donna ti pianta? Beh, o te ne stai da solo in camera tua, ubriacandoti, e chiamando di tanto in tanto lei solo per dirle quanto sia una troia. Oppure, se hai la grana, esci, vai in giro, offri una serata da sballo a qualche puttanella, così da fartela. O ancora, nella peggiore delle ipotesi, scegli uno stronzo qualsiasi con cui passare la serata. Uno come Mario! Uno che avevo conosciuto a lavoro. Uno che non sapeva un cazzo di me, come io non sapevo niente di lui. La tipica persona con la quale a lavoro parli di tutto, come se lui fosse l’amico desiderato da sempre, ma che a conti fatti non conosci minimamente. Anzi… magari ti sta anche sul cazzo!
Comunque fosse, il fato volle che Mario era stato piantato tre giorni prima che Mara mollò me. Dunque, da bravi falliti, a lavoro subito parlammo dei nostri guai sentimentali, gettando merda su tutte le donne del mondo. E dopo aver passato entrambi la fase “solitudine totale e insulti al telefono”, ben consapevoli che le nostre donne se ne sbattevano dei nostri insulti, e si stavano già facendo sbattere da qualcun altro, eccoci lì! Da soli nella fase tre. Troppo inutili per poterci permettere la fase due.
———
Cristo, era una casa nel centro storico di Napoli. Una di quelle case di studenti fuori corso, mantenuti da papà, e che facevano piccoli lavoretti di tanto in tanto in qualche cooperativa sociale, giusto per aver più soldi per l’erba, il vino, o anche solo per poter dire agli altri che facevano qualcosa di utile per il prossimo.
Dio, era davvero una situazione del cazzo!
Io, in mezzo a tutti quei dannati bambocci. In quella casa pulita, curata, piena di opere d’arte moderne, grossi e noiosi libri universitari e di filosofie orientali, incensieri e candele profumate. E lì in mezzo a tutto quello schifo, uno schifo ancora peggiore. Le loro facce!
Cazzo, ne erano una decina. Sia di uomini che di donne. Facce pulite, sorridenti, intente a parlare tra loro mentre ce ne stavano davanti a una tavola imbandita di merdoso cibo macrobiotico, avvolti da una noiosissima e schifosa musica zen.
Lina sembrava davvero felice. Era felice di presentarmi al suo mondo. Ai suoi amici. A quelle tre stronzette vestite come delle troie indiane, e quei sette fessi intellettuali, di cui almeno tre lo avevano di certo piantato dentro di lei.
Ma io continuai a far buon viso alla cattiva sorte.
Continuai a sorridere, bere vino, mangiare merda macrobiotica, fingere di ascoltare le stronzate di quei coglioni, e rispondere loro di tanto in tanto. Giusto quando era indispensabile.
Ma purtroppo l’indispensabile era dannatamente frequente.
Un coglione dalla faccia lunga e dal naso aquilino iniziò a fissarmi, sorridendo, mentre sorseggiava il suo vino. Distogliendo l’attenzione dal discorso che stava tenendo con gli altri coglioni seduti lì a quel tavolo.
« E tu, Nicola, cosa ne pensi di questo conflitto tra Israele e Palestina? O dovrei dire… Di questo crudele genocidio! »
Diedi un altro sorso al vino, guardando quello stronzo che continuava a fissarmi sorridendo, e tutta le gente che di colpo aveva iniziato a guardarmi, eleggendomi nuovo ospite d’onore della loro cazzo di serata.
Anche Lina sorrise. Stringendomi la mano da sotto al tavolo e guardandomi.
Io la fissai. Poi tornai a guardare il coglione con il naso aquilino e scossi le spalle.
« Beh, credo sia proprio una brutta faccenda » gli risposi, senza cura, senza sapere che dire.
Lo stronzo mi fissò ancora, poi si voltò verso i loro amici, e tutti assieme fecero un’odiosa risatina.
Io li guardai ancora, bevendo il mio vino, conoscendo bene quella cazzo di risata.
Sì, ero di nuovo a scuola. I compagni ridevano di me, e la maestra dava loro modo di farlo.
Ero il bambino che aveva ricevuto un regalo di merda a natale, mentre tutti gli altri avevano ricevuto quanto desiderato.
Ero l’impiegato delle poste deriso dai colleghi. Il ciccione deriso dalla gente magra. Il secchione deriso dai bulli. E la testa mi scoppiava! Stringevo in mano il mio bicchiere di vino, con la voglia di spaccarlo in testa a quello stronzo. Con la voglia di uccidere tutti quei dannati bastardi. Con la voglia di punirli, sottometterli, farli sparire dalla faccia della terra.
Di nuovo voglia di sangue. Di nuovo voglia di vendetta. Di nuovo la voce di Max nel mio cervello.
Lo stronzo tornò a fissarmi, sorridendo e guardandomi con la sua aria saccente.
« Una brutta faccenda? » disse sarcasticamente « Cioè, milioni di morti, e tu la chiami una brutta faccenda? »
Tutti cominciarono a ridacchiare. Lina mi fissò con aria imbarazzata, tenendomi sempre la mano da sotto al tavolo. Io guardai dritto negli occhi quel lurido stronzo. Mandai giù in un solo sorso il bicchiere di vino, e poi mi alzai dal tavolo.
Restai lì in piedi a fissare quel deficiente. Sorrisi, e in un attimo afferrai un coltello dalla tavola.
Andai verso di lui, agitando quel coltello, sotto lo sguardo terrorizzato di tutti. Compresa Lina.
Gli arrivai faccia a faccia, e in un millesimo di secondo gli piantai il coltello contro la gola.
« Allora, non ridi più, stronzo? » gli dissi, premendo quella lama contro alla sua merdosa gola.
Tutti mi guardarono con aria sbigottita e terrorizzata. Lina si alzò dalla sedia, fissandomi con aria sconvolta e piangendo.
Io mossi ancora la lama contro la gola di quel frocio.
« Come? Non ti sento! » ripresi « Non mi dire che hai paura di crepare? No, come, tu che fino a poco fa dicevi di essere disposto a morire per la causa Palestinese »
Affondai di più la lama contro la sua gola. Lui continuò a frignare come una femminuccia, mentre io sorrisi, guardando il terrore di tutti quegli stronzi attorno alla tavola. Compresa Lina! Lei, che mi aveva ficcato in quella situazione di merda.
« Beh, non dici niente? Eppure hai davanti l’uomo cattivo! Il tuo fottuto Israeliano del cazzo »
Lui continuò a frignare. Io tolsi la lama dalla sua gola e lo afferrai per il collo, scaraventandolo a terra velocemente.
In un lampo mi fiondai contro di lui e gli ficcai di nuovo il coltello contro la gola. Fissandolo dritto negli occhi. Godendo del suo terrore.
« Sì, Bob. Posso chiamarti Bob, non è vero? »
Lui non disse niente. Comunque si chiamasse, ormai non aveva importanza. Lui non era nessuno! Era il mio schiavo. Era in mio potere. Poteva solo starsene lì al suolo, implorandomi di non ucciderlo. Implorandomi di regalargli un altro giorno di vita.
Allontanai lentamente la lama dalla sua gola e sorrisi.
« Beh, Bob, vedi, la faccenda è molto complicata. Sì, io ora, in questo preciso istante, o uccido te, o dovrò uccidere un intero villaggio Palestinese. Tu mi capisci, Bob, niente di personale. Solo affari! Io questa notte devo uccidere qualcuno. Sì, lo devo fare! »
Lui ansimò, pisciandosi nei calzoni, sotto gli occhi di tutti.
« Allora, Bob, che facciamo? »
« Non… Non uccidermi! Ti… Ti prego, non uccidermi! » friognò il mio amico Bob.
Io sorrisi ancora. Lo guardai, e poi mi allontanai di qualche passo, tornando verso quella tavola imbandita di cibo di merda.
« Bene, Bob » aggiunsi « I tuoi amici Palestinesi ora sono andati. Sì, ma a te non te ne fotte un cazzo, vero? »
Bob rimase in silenzio. Frignando, lì a terra, e cagandosi letteralmente addosso.
Io mi voltai verso una stronza lì tra la gente. Una troietta magra, soda, e davvero arrapante.
« Tu, puttanella » strillai « Vieni subito qui e succhiami il cazzo »
La troia mi fissò con aria attonita e spaventata. Restando ferma per qualche istante.
Poi finalmente, a un altro mio urlo, la troia si diede una mossa.
La puttanella mi raggiunse, tremando come una foglia e fissandomi con aria terrorizzata.
Arrivò davanti a me e si fermò. Io la guardai. Tutti ci guardarono con aria sconvolta, senza sapere che fare.
Ma io lo sapevo eccome!
Afferrai per i capelli quella saccente troia e la misi in ginocchio, proprio davanti al mio cazzo.
Lo tirai fuori e glielo piantai dritto in faccia.
Lina scoppiò a piangere. Stava lì davanti al tavolo, senza poter far niente se non vedermi in piedi davanti a quella troia, con il mio cazzo in mano.
Uno di quei coglioni raggiunse persino Lina, stringendola e consolandola.
Evidentemente era uno a cui l’aveva data, o solo un coglione che sperava di fottersela. Comunque fosse, lo stronzo decise di far vedere alla sua bella principessa di essere uno con le palle, e non solo un povero stronzo.
Si rivolse verso di me, continuando a stringere forte la sua principessa.
« Ora basta! Finiscila, prima che io chiami la polizia »
Mi voltai verso di lui e sorrisi con fare cinico. Proprio come faceva sempre Max!
Dio, mi sembrava di essere lui. Non avevo più paura di niente. Ero Dio, il Signore assoluto, l’occhio di Sauron capace di dominare il mondo intero.
E il bamboccio era la mia vittima! Era in mio potere.
Puntai il coltello verso di lui, continuando a mantenere il cazzo contro la faccina di quella stronza.
« Ehi, ragazzino, chiudi quella cazzo di bocca! Okay? Oppure sgozzo questa dannata troia »
Il bamboccio non aggiunse altro, e così tutti gli altri in quella schifosa sala.
Io tornai a fissare la stronza. Le puntai il coltello contro la gola e piazzai il mio grosso cazzo contro la sua faccia.
« Allora, troia, prendimelo in bocca. Dai, che sai bene come si fa »
E lei lo sapeva eccome! E sapeva anche di voler continuare a vivere, nonostante poche decine di minuti prima aveva detto che si sarebbe fatta uccidere piuttosto che farsi dominare da un uomo.
Ma le cose erano cambiate! Gli ideali non reggono mai il peso con la realtà. E in un attimo, miss spiritualità, piangendo e tremando allungò la sua piccola e curata manina fino al mio cazzo.
Lo afferrò lentamente, come se stesse toccando un pezzo di merda.
« Cristo, e ti vuoi dare una mossa? » strillai, dandole una sberla contro la testa « Avanti, che ne hai presi di affari simili in bocca »
Lei chiuse gli occhi. Le lacrime le scendevano sulle guance, mentre stava lì, in ginocchio, con il mio cazzo in mano.
Cominciò lentamente a muovere la mano. Avanti e indietro. Masturbandomi.
Io sorrisi e le piazzai una mano contro la testa, avvicinandogliela al mio cazzo.
« Brava! Ora prendilo tutto in bocca » le dissi. E lei senza poter far niente, completamente in mio potere, avvicinò lentamente il volto al mio cazzo. Consapevole di stare per prenderlo in bocca e che non avrebbe potuto far niente per impedirmi di fotterle la gola.
Aprì lentamente le labbra. Si avvicinò sempre di più. Sempre di più. Finché sentii le sue labbra contro la mia pelle. Le sue labbra contro al mio cazzo. Il mio cazzo nella sua bocca.
Sorrisi, muovendo la mano sulla sua testa. Spingendo quella dannata testaccia contro di me. Pompandole il mio cazzo dritto in gola.
« Sì, così, davvero brava! Si vede che hai esperienza nel succhiare i cazzi » strillai.
Lei continuò a succhiare, piangendo, sotto lo sguardo terrorizzato di tutti.
Io sorrisi ancora. Godendo. Sentendo le sue labbra avvolgermi il cazzo.
Poi qualcuno si fece avanti. Una voce! Una voce tra la folla.
« Allora, Nico, oltre a reputarla una brutta faccenda, cosa pensi di preciso del massacro che gli Israeliani stanno compiendo in Palestina? »
Io scossi la testa. Lina mi strinse la mano da sotto al tavolo. La troia che me lo aveva preso in bocca stava ancora lì, seduta, fissandomi e ridacchiando.
Io guardai quello stronzo di Bob lì davanti a me. Max era svanito. Ero solo! Ero di nuovo il cagnolino di Lina. Di nuovo il su bamboccio.
Tirai un sospiro e finsi un sorriso.
« Beh, io credo che i Palestinesi abbiano tutto il diritto di star lì » risposi, fottendomene dei Palestinesi e del mondo intero, desiderando solo di togliermi da lì al più presto.
Bob annuì, e il resto della gente lì dentro sembrò soddisfatta.
Lina mi strinse più forte la mano, da sotto al tavolo, sorridendo anche lei.
« Già » ripresi « Voglio dire, quella degli Israeliani è pura violenza gratuita. Non ci sta ragione che giustifichi quanto stanno facendo. E noi occidentali abbiamo il dovere d’intervenire. Le nazioni unite per prime, e poi noi tutti »
Bob fu davvero soddisfatto, così il resto della banda e la mia cara Lina.
Sì, la Palestina era stata salvata! Noi tutti volevamo salvarla, e la stavamo salvando, discutendo di essa mentre bevevamo il nostro vino costoso. E la serata non proseguì di certo meglio, purtroppo. No, si continuò a parlare di politica internazionale, di spiritualità, di veganesimo, o di arte moderna.
Eravamo le persone migliori del mondo. Eravamo artisti, rivoluzionari, santoni, animalisti.
Tutti eravamo come Dio lì dentro. Eravamo come Max! Pronti a uccidere chiunque pur di sentirci dei vincenti, della gente superiore; una nuova dannatissima razza ariana. E io ero l’oggetto atto a far elevare il loro rango. Ero una di quelle troie del club, legate su un tavolo a farsi sbattere da decine e decine di cazzi. Un niente! Qualcosa utile solo a farli sentire migliori. Migliori di uno come me!
Ero di nuovo inerme. Di nuovo in catene. Di nuovo un povero fallito. E Lina rideva! Rideva felice di avere con sé il suo nuovo cagnolino. L’uomo che l’avrebbe fatta sentire speciale, voluta, migliore di ogni altra donna.
E lo stavo facendo! Lina era la principessa del ballo, e io il suo dolce principe azzurro.
Beh, alla fine della serata, prima di tornare a casa, per ringraziarmi mi tirò anche un bel pompino in auto prima di darmela. E subito dopo, altri giuramenti d’amore. Altre parole.
Era felicissima di com’era andata la serata. Neanche si era accorta del mio disaggio. Della mia voglia di spaccare tutto e uccidere tutti.
No, io ero uno sconosciuto. Lei era una sconosciuta. Eravamo solo due corpi. Solo due pezzi di carne che scopavano, e non altro.
Eppure eravamo lì. Dicendo di amarci. Dicendo di volerci. Credendo che l’uno aveva scelto l’altra tra miliardi di esseri umani.
Dio, dentro di me avrei voluto ammazzarla. Farla urlare per l’umiliazione vissuta. Trattarla come una troia. Punirla per avermi tagliato le palle.
Ma non feci niente di simile! Continuai a star con lei in quell’auto, stringendola e dicendole di amarla. E dopo l’accompagnai a casa. La strinsi ancora. La baciai ancora. Le dissi ancora di amarla, e poi la vidi andar via. Nella sua casa. Lì ad attendere la mia telefonata quando sarei tornato a casa, proprio da bravo fidanzatino.
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Due estratti del romanzo “La maschera”, ancora inedito, dato che un editore potrebbe finire in galera pubblicandolo. PUbblicando qualcosa di così violento e tagliente. Ma la violenza è fine a se stessa, o nasconde una trama cervellotica e triste?

Cosa voleva da me? Perché mi aveva portato lì? E soprattutto, perché tra tante cavie umane presenti in quel posto aveva scelto proprio me per fargli compagnia?
Inutile! Il suo sorriso non lasciava trasparire niente, se non una follia non dissimile dalla mia.
<< E dunque tu saresti Nicola Gargiulo? >> disse, raccattando un foglio tra tanti fogli piazzati lì sopra.
<< E tu saresti Massimo Peluso? >> risposi, leggendo il cartellino che il tipo aveva appeso al collo.
Lui lo guardò. Guardò me e fece una risata.
<< Chiamami Max >> disse, dando poi un sorso ala bottiglia e passandomela.
Io l’afferrai.
<< E tu chiamami Nico >> gli risposi.
<< Bene, Nico! >> riprese, leggendo quei fogli tra le sue mani, mentre io mi lavoravo la bottiglia tra le mie mani << Sembra proprio che ogni essere umano abbia il proprio nome scritto su qualcosa simile a un annuario scolastico, un cartellino da timbrare a lavoro, o una cazzo di tessera per i punti della benzina. E sembra che tu staiqui per aver preso a calci un’auto. L’auto di merda di un coglione come tanti >>
Alzò lo sguardo verso di me.
<< Dico bene? >> mi chiese.
Io non risposi. Lui tornò ai suoi fogli.
<< Certo che dico bene. Lo dicono i fogli! E i fogli dicono anche che tu hai preso a calci quella macchina perché provi rancore per una donna. Mara! Così sta scritto qui >>
Tolse lo sguardo dai fogli e tornò a fissare me.
<< E così? Tu provi rancore per una certa Mara? >>
Io restai zitto ancora. Lui continuò a sorridere. Poi gettò quei fogli sopra la scrivania, tra tanti altri fogli.
<< Ah, che si fotta Mara! >> esclamò, ficcando i piedi sulla scrivania << A quest’ora Mara starà dormendo assieme al suo bel Jimmy, dopo avergliela data. Tu lo sai, non è vero? >>
Io annuii.
<< E sai bene che a Mara non fotte un cazzo di te! Certo, se tu ora crepassi, lei fingerebbe di piangere e direbbe cose meravigliose come “nessun uomo mi ha mai amato così tanto”, giusto per farsi bella agli occhi della gente. Lo fanno tutte, e tu lo sai. E sai anche che a lei non frega un cazzo di te, e non gliene è mai fregato niente, o non ti avrebbe mollato di punto in bianco. Come sai che lei non sapeva niente di te, e tu di lei. Che eravate solo due sconosciuti! Due sconosciuti come tanti, che come tanti finiscono assieme solo perché non hanno incontrato altri sconosciuti >>
Io lo fissai. Aveva ragione! Io non conoscevo Mara, e lei non conosceva me.
Certo, sapevo che le piaceva andare a prendere la cioccolata calda in una determinata caffetteria, che preferiva gli assorbenti esterni a quelli interni, che le piacevano le canzoni dei cartoni animati, che amava tanto la Mongolia e il Tibet, e che aveva una fissa per la naftalina negli armadi.
Ma per il resto, cosa sapevo di Mara? Chi era Mara?
Niente! Non sapevo altro che quello che lei mi aveva mostrato. E tutte le sue grandi parole d’amore, il suo dire di essere una donna spirituale, il suo mostrarsi come un’anima fragile, beh, a conti fatti non rispecchiavano la realtà delle sue azioni. Il suo avermi mollato di punto in bianco, probabilmente per un altro.
Dunque chi era Mara? Quella che diceva di amarmi e alla quale non le interessavano cose materiali come un cazzo o cose effimere come le emozioni, o quella che da un giorno all’altro mi aveva piantato per seguire le cose a sua detta non desiderate?
E chi ero io? Ero quello che l’amava alla follia, o quello pronto a tirarsi una sega davanti a ogni foto di qualche bella troia?
Sconosciuti! Ecco cos’eravamo. Non altro che sconosciuti. E in fondo Mara avrebbe potuto avere anche un altro nome, un altro volto, un altro cervello. Per me sarebbe stato lo stesso! E sarebbe stato lo stesso per lei.
<< Sì, sì >> riprese Max, fissandomi ancora e fumando la sua paglia << Io credo che a quest’ora la tua piccola Mara stia raccontando a un altro le stesse cazzate che raccontava a te. E credo che se tu l’avessi qui ora, in questo momento, la tratteresti come la stronza in quella stanza. Non è vero? >>
Lo fissai ancora. Era vero! Le avrei fatto male. L’avrei fatta urlare. L’avrei punita per il suo essersi comportata come una vile puttana.
Lui sorrise ancora. Si alzò, venendo verso di me e togliendomi la bottiglia di mano.
Le diede un sorso e poi l’abbassò, restando in piedi contro quella scrivania, proprio davanti a me.
<< Da quei fogli >> disse indicandoli con la mano << Il dottore è convinto che tu sia un sadico perché hai subito qualche trauma infantile >>
Scoppiò a ridere di colpo!
<< Che ne so! Magari crede che tua madre ti succhiava il cazzo mentre ti faceva il bagnetto. Non lo so, magari è vero! Oppure sono tutte cazzate. Tu che ne dici, Nico? >>
Non gli risposi. Restai lì fermo a bere, fissandolo, senza capire dove voleva arrivare.
Lui rise ancora, senza togliermi gli occhi di dosso.
<< E no! Tu sei troppo sveglio per farti fottere da quel figlio di puttana. Dico bene? >> riprese.
Poi tornò a sedersi davanti alla sua scrivania, fissandomi, e giocherellando con uno stetoscopio.
<< E già. Bisogna amare! Non so chi sia stato a inventare questa cazzata, ma di certo è che tutti ci hanno creduto. Tutti vogliono amare! E si sentono persi se non amano. Si sentono morire. Cristo! Un intero mondo che vive retto da questa stronzata dell’amore. Amore tra due persone, amore fraterno, amore materno. In ogni cosa ci sta questa stronzata dell’amore! E guarda caso, in ogni festa comandata ci sta qualcosa che ha a che fare con l’amore. Si vendono cioccolatini, peluche, gioielli, preservativi, biglietti per autobus o treni per raggiungerle la persona amata, telefoni cellulari, computer, macchine fotografiche, case, auto, cani, cibo da offrire durante le cene. Tutti si affannano a spendere soldi per amore! Pronti subito a maledire quell’amore. E magari pronti a gettarsi subito in un altro amore, non diverso da quello di prima. Facendo le stesse cose di prima. Dicendo le stesse cose di prima. Pensando le stesse cose di prima >>
Max si sporse verso di me, afferrando la bottiglia di vino dalle mie mani e dandole un buon sorso, per poi ripassarmela di nuovo, tornandosene seduto con la schiena contro la sedia e i piedi sulla scrivania.
<< No, bello mio. Tu non odi Mara. Tu odi l’amore! Tu lo odi perché hai capito l’ipocrisia che si cela dietro di esso. Odi quella gente che si dimena come scimmie per le strade, credendo di amare, quando non servono altro che i propri desideri. E odi quelle parole vendute a buon mercato. Odi l’affannarsi della gente per non mostrare a se stessi e agli altri di non essere altro che delle bestie. Odi questo circo pieno di fiere impazzite che urlano e scalciano, cercando di trovare un senso in questa farsa, in questa gabbia, e ficcandoci sempre questo stramaledetto amore in mezzo >>
Tolse i piedi dalla scrivania e avvicinò il volto al mio. Fissandomi. Fissandomi e sorridendo.
<< Tu non sei malato, bello mio. Sono loro a essere malati! >> esclamò, sorridendo in maniera cinica << E che si fottano! Si fottano loro, le loro serate mondane, i loro peluche, cioccolatini, film alla tv o bestseller stracciapalle. Che se ne vadano a fare in culo! Che si droghino pure con le loro merdose cazzate. Che girino in tondo come tanti schiavi in catene. E che godano tra i loro piaceri, per poi frignare come mocciosi quando gli vengono tolti. Che si fottano! >>
Si tirò nuovamente indietro, accendendo un’altra cicca.
<< Magari mi sbaglio! Magari è una vera tragedia la fine della tua storia con Mara >>
<< No, non lo è! >> gli risposi.
Lui sorrise, fissandomi mentre bevevo quel vino.
<< Possesso! Possesso e non altro, dico bene? Lo stesso che aveva lei su di te. Lo stesso che ogni persona vuole avere su altre persone >>
<< E se anche fosse? Che cazzo c’entri tu? >>
Lui sorrise. Sorrise e mi venne vicino. Lentamente. Fissandomi a ogni suo passo.
<<Ti ho visto come provavi piacere a fottere quella troia. A punirla con il cazzo! >> disse.
<< E con questo? >>
Lui mi strappò di mano la bottiglia. Le diede un sorso, e poi, avvicinandosi alla scrivania la rimise al suo posto.
<< Con questo è chiaro che non sei malato. Vuoi solo vendetta! La cosa più giusta del mondo >>
Io lo fissai ancora. Chi era quel figlio di puttana? Cosa voleva da me?
Niente! Nessuna risposta. Lui venne verso di me e mi fissò, continuando a sorridere.
<< Ora andiamo >> mi disse << Che tra poco verrà il cambio qui in questo cesso >>
Io mi alzai dalla sedia.
<< Fai spesso il turno di notte? >> gli chiesi.
Lui ridacchiò.
<< Non preoccuparti. Ci vedremo ancora, se è questo che intendi >> mi rispose. E poi uscimmo da lì. Mi riaccompagnò nella mia cella e sparì, così com’era venuto. Lasciandomi lì da solo nella notte, a bere il mio vino e fumare, pensando a quanto vissuto, a quanto visto, a quanto sentito. Senza provare il minimo rimorso per quella donna. Senza pensare ad altro che a come togliermi da quella situazione del cazzo. Lì da solo nella mia cella, avvolto dal buio, sorso dopo sorso, tiro dopo tiro. Nel vuoto, nel buio, nel nulla. Pensando solo a quanto successo, ma senza riuscire a mettere a fuoco niente.
***************************
Stavolta andammo nella mia camera. Max aveva preso un paio di bottiglie di rosso dall’infermeria.
Io bevevo la mia, seduto sul mio letto. Lui beveva la sua, in piedi contro a un muro.
Restammo a lungo in silenzio, senza dire niente, senza dire niente di inutile.
Poi dissi io qualcosa. Forse qualcosa di stupido! Ma fu la prima cose che mi venne in mente.
<< Hai ucciso tu Luca e Ivano? >> gli chiesi, senza neanche rendermi conto del perché di quella domanda.
Lui mosse la testa su e giù. Mi fissò. Diede un altro sorso alla sua bottiglia e l’abbassò.
<< Vedo che le voci corrono >> disse, con la sua voce profonda e lenta.
Poi accese una sigaretta e lanciò del fumo in aria. Si guardò attorno, e tornò poi a guardare me.
<< Non che mi abbia fato piacere! >> aggiunse, con tono basso. Poi abbassò lo sguardo. Sorrise, e lo rialzò nuovamente verso di me << Ma non mi ha messo neanche tristezza. Non ho provato niente! Assolutamente niente >>
Lo fissai qualche secondo senza dire niente. Poi trovai il coraggio.
<< Perché? >> gli chiesi.
Lui scosse le spalle.
<< Certe persone non sanno stare zitte! >> mi rispose, dando poi ancora un sorso al suo vino.
Io restai lì fermo a guardarlo, bevendo il mio, mentre lui faceva altrettanto, lì davanti a me, contro a quel muro.
<< E tu cosa hai provato stasera? >> mi chiese, mettendo fine a quell’inutile discorso.
Io abbassai lo sguardo, per poi alzarlo lentamente verso di lui.
<< Soddisfazione! >> gli risposi con tono secco. Senza pensarci neanche un secondo.
Lui sorrise, scostandosi dal muro e avvicinandosi di qualche passo a me.
<< Già, soddisfazione! >> esclamò << E che ora si fotta quella troia di Mara! Lei è la sua collezione di libri esoterici, il suo barbonicino di merda, e le sue serata al circolo di yoga. Che si fotta lei e tutte le sue stronzate! Le mostre d’arte che abbiamo dovuto vedere, le cene a cui abbiamo dovuto partecipare sorridendo. Le facce da stronzi che abbiamo fatto quando abbiamo conosciuto i familiari di ogni Mara. I sorrisetti che abbiamo dovuto fare a qualche loro amico che forse ora se le sta facendo. Che si fottano tutte! Si fottano i loro profumi dai nomi strani, le mutande con sopra il nome di qualche sconosciuto, i film in cui immedesimarsi, il cibo da assaggiare con cura. E che si fotta anche quel tuo dannato dottore! Lui, sulla sua bella barca a vela ogni Domenica, mentre tu qui non sai neanche quand’è la Domenica. Quello stronzo che ti da buoni consigli, quando è il primo a fottersi chissà quante troiette minorenni >>
Restai lì fermo senza rispondergli. Lui sbuffò, scosse le spalle e diede un’altra bella ciucciata al vino.
<< Comunque sia, credo che ora tu abbia capito quanto valgono quelle come la tua cara Mara >> riprese << Niente! Solo troiette che presto o tardi vengono qui, attirate dalla noia e dalla ricerca di emozioni. Proprio come tutti i coglioni che di giorno fanno i banchieri, le star del cinema o i salumieri, negando al mondo di essere stati qui >>
<< Dove ’è qui? >> gli chiesi. Lui sorrise, andando verso la porta della cella.
Si fermò lì davanti e si voltò verso di me.
<< Qui è ovunque! Siamo davanti a te quando ti consegniamo la posta. Ti stiamo davanti quando ti serviamo un piatto di pasta. Siamo con te quando porti il tuo cane dal veterinario. Siamo ovunque! Il mondo è ovunque, Gargiulo. Ed è tempo che tu capisca chi sei veramente. È il tempo che tu capisca cosa provi per Mara, e per tutte quelle stronze fasulle che ti hanno ferito. Cosa provi per quel mondo che ti tiene per le palle! Per quel mondo per il quale tu sei niente. Solo uno schizzo di sperma uscito per sbaglio dalle palle di tuo padre. Un errore proprio come lui! Un niente come sette miliardi di persone >>
Max di voltò nuovamente e uscì dalla cella, chiudendola davanti ai miei occhi.
Si girò verso di me. Sorrise, e accese un’altra sigaretta.
<< Beh, comunque volevo dirti che non dovrai più preoccuparti di Lucio. L’hanno trovato morto stasera nella cella di sicurezza in cui stava ficcato. Chissà, nessuno riesce a capire come abbia fatto a spaccare la tazza del cesso e a sgozzarsi con un pezzo di ceramica. Un vero mistero! Non trovi? >>
Lo fissai attonito, sconvolto, ma in parte sollevato.
Non dissi niente! Dentro di me ero felice che quel pezzo di merda era morto. Di non dovermi più proteggere il culo da lui.
Max sorrise, sapendolo, leggendomi dentro la testa.
<< Ci vediamo domani sera >> aggiunse, per poi sparire, lasciando solo l’eco dei suoi passi, e poi più niente.
 
Mi lasciai cadere sul letto. Continuai a bere il mio vino e a fumare la cicca che avevo in mano.
Mara! Sì, dannata troia. E dannato quel mondo di cui ero parte. Dannato quel posto in cui ero chiuso. Dannato ciò che mi aveva condotto lì.
Dovevano pagarla! Sì, dovevano pagarla tutti! E in un modo o in un altro avrei avuto la mia vendetta. Sarei stato Dio! Avrei finalmente umiliato quella stronza di Mara, ogni donna, e tutte le persone che mi avevano insultato nella mia porca esistenza.
Ma intanto ero lì! Da solo, nella notte, tra urla e lamenti, bevendo il mio vino e non riuscendo a pensare ad altro che a quanto appena vissuto. A quella urla, quel sangue, quei lamenti, quel senso d’impotenza nello sguardo di quella troia. E non riuscivo a pensare ad altro che al giorno dopo. Quando avrei avuto di nuovo tra le mani un corpo inerme. Quando mi sarei sentito di nuovo Dio. Quando mi sarei vendicato ancora una volta per quella mia vita di merda.
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Nuovo restyling di “FOTTITI”, ossessivo, cruento, borderline romanzo edito dalla Dmaster edizioni

La sentii smettere di piangere, lentamente, come se si stesse risvegliando da un incubo, oppure da un sogno.

Io continuai ad accarezzarla, lentamente, come fossi la sua mamma.

E lo ero!

Sì, ero diventato la sua dolce mammina. Il suo tenero papino.

Ero la via, la verità, la vita. Ed ecco il suo volto. Ecco il suo sguardo. I suoi occhi su di me. La sua anima su di me.

Era inquietante! Qualcosa di triste. Qualcosa di perforante.

E la vidi! Sì, vidi lei. Vidi lei, lì su quel letto, a fissarmi indifesa come un piccolo cucciolo. A fissarmi con gli occhi pieni di lacrime. A fissarmi come se fosse un corpo pieno di lividi. Una bambina picchiata, violentata, e poi gettata in una discarica.

Cazzo, ero inerme! Ero immobile, lì rapito da lei, trapassato da lei.

La vedevo!

Era la grassona emarginata lasciata da sola a giocare con le bambole, mentre tutte le altre compagne di scuola andavano a prendere il gelato in giro con dei ragazzi.

Era quella chiamata “quattrocchi” oppure “cicciona”. Era quella picchiata per i soldi della merenda. La ragazza derisa per i suoi vestiti ridicoli. La piccola bambina costretta a vedere litigare i propri genitori durante la notte di Natale, sapendo che non avrebbe mai avuto il regalo desiderato.

Era lei, la fallita! La vittima. Il bue portato al macello. Il maialino squartato e ficcato in qualche foto su di un social network.

Non era più la puttanella malvagia e affamata di emozioni. Non era più la troia da stuprare. Non era più la viscida cagna da scopare.

No, lei era diventata un essere umano. Lei era una fragile bambina. Una creatura con in corpo tutte le piaghe e le sofferenze del genere umano.

Lei ora era Cristo sulla croce. Era la Maddalena stravolta dal dolore. E io ero fottuto! Io non potevo fare niente per resisterle. Non potevo fare niente per resistere a quello che avevo dentro. A quella parte di me che riaffiorava avvolgendomi, proprio come i tentacoli di una piovra gigante.

Ecco, uccidere, uccidere, uccidere.

Schiaccia il cranio di quella piccola troia prima che ti fotta. Dalle un pugno dritto in faccia, facendole entrare i pezzi del naso nel cervello. Sbattila per terra, allargale le gambe e ficcaglielo dentro.

Uccidila, uccidila, uccidila.

Ma non potevo!

No, ormai lei era entrata. La mia mano saliva sulla sua gamba. La mia mano accarezzava la piccola bambina offesa dal mondo. La mia mano accarezzava anni di dolore che si portava in corpo. E prima che me ne rendessi conto, prima che potessi reagire, mi ritrovai abbracciato a lei. Lì steso su quel letto, abbracciato a lei, accarezzandole i capelli e sentendo in me il suo dolore. Il dolore di quelle lacrime. Il dolore di quella vita celata al mondo, lì nascosta dietro il suo volto da puttana.

La strinsi forte a me, accarezzandola. Accarezzando i suoi capelli. Accarezzandola e baciando la sua pelle, sentendo le sue lacrime sulle mie labbra. Bevendo il suo dolore, e la sua rassegnazione.

Lei mi strinse forte. Affondò nella mia carne le sue piccole dita, proprio come avevo fatto con il suo culo.

Poi alzò lo sguardo.

Io la guardai, ma non avrei dovuto farlo.

Fu una bomba atomica. Un’intera ondata contro di me. Delle cellule impazzite che invadevano il mio corpo.

I suoi occhi mi fissavano, gelidi e immobili davanti a me.

I suoi occhi erano in me. La sua vita era in me. Il suo dolore era in me, e io ero spaventato. Ero inerme. Ero rapito dal suo dolore. Ero pieno di metastasi.

Voglia di salvare il prossimo per sentirsi speciali, avrebbero detto gli psicologi. E io continuavo a fissarla. Continuavo a stringerla. Continuavo ad accarezzarla. Continuavo a sentirla dentro, mentre lei stava tra le mie braccia. Mentre lei stava lì, immobile, pietrificata, lì tra le mie braccia.

Poi alzò lo sguardo di nuovo, fissandomi. Mischiando l’oceano delle sue lacrime alle mie, ormai dimenticate da secoli.

«Stringimi forte» mi disse.

Ed ecco il dolore. Ecco la lancia di Longino nelle mie costole. La rivelazione che prendeva forma in me come fosse un enorme fungo atomico pronto a distruggere ogni mia cellula.

“Sei un essere umano!”, ecco cosa diceva quella voce silenziosa in me. Quel sussurro mai udito. Quella voce da sempre nascosta.

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“La Maschera”, romanzo ancora inedito. Uno sconvolgente viaggio nella follia umana. In un infernale mondo dove la rabbia potrebbe condurre chiunque.

Qual è il prezzo di un amore? Quanto costano i ricordi?
Trenta euro! Sì, ecco quanto. Ecco quanto il mondo valuta il tuo amore, i tuoi ricordi, le tue illusioni.
Ero infatti uscito da meno di un’ora da uno di quei negozi di “Compro oro”. La vera immagine del mondo!
Entri lì, da solo, disperato, con in tasca non altro che i tuoi ricordi. Entri, e ti trovi davanti uno sconosciuto. Uno sconosciuto che ti fissa da dietro un vetro, sapendo già perché sei lì.
E anche tu lo sai! E sai di non aver scelta, o almeno se vuoi sopravvivere qualche altro giorno.
Dunque lo fai! Dai a quello sconosciuto i tuoi ricordi. Lui li fissa senza cura, li pesa, li valuta, e poi ti dà dello squallido denaro in cambio di essi.
Trenta euro! Ecco quanto valgono i tuoi ricordi. Ecco quanto vale il ricordo di un amore. E tu vorresti piangere, vorresti urlare, vorresti morire. Vorresti rinunciare a quei soldi, solo per aver con te ancora quei ricordi; brutti o belli che siano, ma qualcosa di prezioso!
Eppure hai bisogno di quei soldi. Dunque non dici niente. Vai via, sentendo una lama che ti spacca in due.
Trenta denari! Lo stesso prezzo che ebbe Giuda per aver tradito Cristo. Il prezzo attribuito al suo amore per Cristo. Il prezzo conferito al mio amore per Mara.
Già, Mara! Era passato un mese da quando mi aveva mollato, e io come un povero idiota ancora la pensavo. Pensavo a un anno passato assieme a lei, a tutti i giuramenti che mi aveva fatto, le parole dolci da lei dette, e il modo in cui mi aveva piantato; da un giorno a un altro!
Sì, la notte prima mi aveva detto di amarmi, e il mattino dopo disse che voleva altro dalla vita.
Dannata troia! E io che ancora la pensavo. Ancora che stavo male per aver venduto quel dannato anello che le avevo regalato.
Voleva altro! Sì, come no. E uno capisce di voler altro improvvisamente?
Cazzate! Quella stronza aveva di certo conosciuto un altro. Ecco la verità! Qualcosa di reale come il mio essere ridicolo nel pensarla ancora.
Sì, trenta euro! E probabilmente per Mara il nostro amore doveva valere anche meno.
Poco male! Almeno avevo in tasca un po’ di soldi. Non molti, ma dato che non avevo un soldo, e che avrei preso lo stipendio tra due giorni, quei trenta euro per me erano davvero tanti. Forse persino qualcosa di più grande dell’amore di Mara. E quei soldi mi permisero di fare ciò che ogni bravo fallito fa quando viene mollato da una donna.
Mi permisero di bere! Di ubriacarmi donandomi la compagnia dalla bottiglia.
E lo stavo facendo eccome! Sì, era ormai più di un’ora che me ne stavo seduto al bancone di un bar nei pressi della stazione centrale di Napoli, bevendo il mio secondo boccale di birra.
Le luci attorno a me erano soffuse, e illuminavano in maniera Caravaggesca le mura e i tavolini di legno di quel bar, e i volti della gente in quel posto. Dei volti stanchi, silenziosi, rassegnati. Povera gente come me! Gente cattiva come me. Gente inutile come me. Gente che se ne stava seduta a fissare il bicchiere, senza avere nessuno con cui parlare, o al massimo qualche sconosciuto che continuavano a chiamare amico. Qualche sconosciuto che chiamavano amico, proprio come lo stronzo affianco a me.
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Tratto dal racconto “Che cazzo ci faccio qui?”, presente nell’omonima antologia.

Il sole di Luglio batteva forte sul mare, infiammandolo di luccicanti e intermittenti riflessi.
Se ne stava lì alto, in un pomeriggio qualunque. In un posto qualunque. Arrostendo  gente qualunque stesa su di una spiaggia qualunque.
Eddy si portò la bottiglia di birra alla bocca. Era ancora fredda! Presa pochi minuti prima in un bar di un lido antistante la spiaggia libera in cui si trovava.
La barista, forse la proprietaria di quel posto –una donna magra, bassa, bionda e dallo sguardo pungente- l’aveva guardato come se avesse voluto vomitargli addosso. Ma appena Eduardo, Eddy, le aveva mostrato la grana, la donna di colpo lasciò ogni suo pregiudizio incominciando a servirlo.
Intanto, la donna era ancora lì barricata in quel suo piccolo bar di legno in cui giovani, vecchi e bambini si accalcavano per prendere gelati, bibite, granite: tutte cose giuste, sane, approvate dall’unione consumatori.
Eddy portò ancora una volta la bottiglia alle sue labbra, sfiorando la sua lunga e incolta barba. Le diede un sorso. Poi un altro. Abbassò la bottiglia. Alzò lo sguardo al cielo.
Il sole batteva forte! Sì, e lui pensò “Ma che cazzo ci faccio qui?”.
Poi, ecco che rivolse lo sguardo ai suoi pallidi e nudi piedi, per poi salire fino ai grossi polpacci altrettanto pallidi, e poi ancor più su fino al jeans arrotolato fin sotto le sue ginocchia.
Spostò lo sguardo sul lato destro, sorpassando il telo marroncino su cui stava poggiato.
Arrivò alla sua camicia bianca e stropicciata gettata senza cura sulla sabbia, proprio accanto a un paio di anfibi neri e un vecchio zaino logoro e dello stesso colore delle sue scarpe.
Da quell’affare tirò fuori un pacchetto di Marlboro e ne prese una, portandosela alla bocca, per poi accenderla.
Gettò sul telo l’accendino. Mollò una strippata, alzando nuovamente lo sguardo al cielo, mentre attorno a lui la gente continuava a rosolarsi al sole, bambini fastidiosi correvano per la spiaggia urlando e dimenandosi come cernie prese all’amo, e qualche giovane giocava a palla o con le racchette.
“Sì, che cazzo ci faccio qui?” pensò ancora, Eddy, dando un’altra strippata alla sua cicca, e poi sorseggiando la sua birra.
Pamela! Ecco perché. O “Pam”, come da sempre la chiamava Eddy.
Quel pomeriggio Eddy aveva di nuovo litigato con Pam. O meglio, era stata Pam a litigare con Eddy.
<< Sei uno stronzo insensibile >>, questo gli urlò contro, Pam. E tutto solo perché Eddy, mentre Pam era intenta a guardare una schifosissima fiction alla tele, le aveva detto, ridacchiando, che un tale di nome Sean (idolo di Pam) avrebbe di certo gradito se una certa Sharon, sorella di Brenda, la sua moglie, gli avesse succhiato il cazzo.
Beh, non che a Pam fottesse più di tanto del matrimonio tra Sean e Brenda, ma sentire quella cosa le diede modo di dar libero sfogo al suo essere una femminista convinta.
Già, in fondo Eddy la conobbe circa tre anni prima a un reading di poesie. Uno di quei posti dove tutti si riuniscono per  mostrare al prossimo quanto sono bravi e capaci. Un posto pieno di finti intellettuali, finti artisti, finti gay, finte lesbiche, finti rivoluzionari, finti santoni, finti esseri umani.
A Eddy toccò la finta femminista!
L’aveva notata mentre lei recitava una poesia sull’amore assoluto, o altre cagate simili. E di certo non si fermò a notare le sue liriche. No di certo! Ma notò eccome i suoi lunghi riccioli biondi, i suoi occhi azzurri, e ancor più la sua quarta di seno e il culetto simile a un cocomero.
Non perse tempo. Si diede subito da fare, Eddy. E dopo esser stato costretto a sorbirsi tutte la cazzate di Pam (cose come il suo voler liberare per sempre la Palestina, o vivere su di una casa piazzata nell’oceano), finalmente riuscì a portarla via da quel posto, e dopo qualche cocktail (proprio adatto a chi dice di voler vivere in povertà, come la cara Pam), beh, il vecchio Eddy la portò in un parcheggio deserto. Per parlare solo, ovviamente. Solo che sia lui che Pam sapevano bene che se lui avesse voluto parlarle, di certo non l’avrebbe portata in un luogo isolato. Perlopiù stando sul sedile posteriore di un auto.
Comunque, per parlare parlarono eccome. Di altre stronzate dette da Pam! Solo che dopo, Pam acconsentì a farsi limonare alla grande. E prima che potesse accorgersene, Eddy gli era già dentro.
In culo al femminismo! In quel momento svanì del tutto. Solo che Eddy non poteva sapere cosa gli riservasse quella piccola scopata.
Certo, inizialmente fu tutto rose e fiori quando andarono a convivere nel bilocale al centro di Napoli dove viveva Eddy, proprio come succede all’inizio di ogni storia. E lui, avendo quarant’anni, non poteva pretendere di meglio. Niente di meglio di una trentasettenne ancora bella formosa e dalla fica non troppo larga. Solo che, come detto, certe cose durano sempre poco.
Pam iniziò a rompere per davvero le palle. Non subito, ma a gradi. Che ne so, prima con piccole cose come il fatto che Eddy non alzava mai la tavoletta del cesso. Poi passò agli incontri di boxe che Eddy amava guardare alla tele: troppo violenti, a detta sua. E inoltre lei amava vedere documentari o fiction piene d’amore. E naturalmente voleva che Eddy vedesse quella roba assieme a lei.
Dopo qualche mese che vivevano assieme, fu il turno delle uscite di gruppo.
<< Cielo, Ed, stiamo sempre da soli >> gli urlava contro << Non senti il bisogno di socializzare? Essere una coppia non significa star sempre da soli, ma significa vedere gente. Bisogna farlo! Oppure l’amore appassisce. Anche il più grande amore può appassire se non si vede altra gente! >>
E così, via a vedere altra gente. Portato al guinzaglio da Pam ad altri reading di poesie, al teatro, in qualche museo, o in posti dove si facevano comizi su come salvare i popoli Africani.
Ma non era finita lì!
Pam presto iniziò a interessarsi di pittura moderna. E ovviamente anche Eddy doveva interessarsi di pittura moderna. Solo che a lui non gliene fotteva un cazzo di pittura moderna.
Beh, purtroppo a Pam gliene fotteva eccome!
<< Eddy, possibile che a te non ti va di fare niente? Guardati! Quando non lavori te ne vuoi stare solo a casa, a bere birra e oziare. Dov’è finito l’uomo brillante che avevo conosciuto? >>
Ma Eddy non lo sapeva dove fosse finito quell’uomo. Neanche sapeva che ci fosse mai esistito un uomo brillante lì dentro.
Ma dovette fingere di esserlo, accompagnando Pam a mostre d’arte contemporanea, a corsi di pittura, o anche solo a serate tra amici che come Pam coltivavano la passione per l’arte moderna.
E poi via con le passeggiate al mare. I cineforum.
<< Eddy, che ne diresti di andare a fare un pic nic? >>.
Insomma, un inferno!
E non ci volle molto prima che la cara Pam si accorse che Eddy odiava fare tutte quelle cose. Che Eddy odiava lei, come lei odiava lui.
Iniziarono a detestarsi, pur continuando a vivere sotto lo stesso tetto.
Normale routine, insomma.
Assieme a cenare davanti alla tele, in totale silenzio. Condividere un letto senza quasi più scopare. Litigare per chi dovesse andare per prima al cesso. E lei nel suo mondo, Eddy nel suo: ognuno la propria vita, pur stando comunque sotto lo stesso tetto.
Impossibile non litigare! E quel giorno Pam aveva deciso che il motivo del litigio doveva essere proprio il pompino desiderato da Sean. Anche se non fu proprio colpa delle presunte voglie animalesche di Sean a innescare l’ennesima guerra.
No, ormai il loro rapporto era simile ad acqua che bolliva violentemente in una pentola a pressione. Una pentola che poteva esplodere da un momento a un altro. Una pentola che Pam ed Eddy tenevano ermeticamente chiusa, forse solo per evitare di dover faticare a pulire il casino che sarebbe successo se quell’acqua fosse straboccata.
In fondo, anche quando Pam poco prima gli aveva violentemente urlato contro << Sei un porco! Non voglio vederti mai più >> sapeva bene che presto l’avrebbe rivisto. Che nessuno dei due avrebbe avuto mai le palle di sollevare quel dannato coperchio.
Già, “Che cazzo ci faccio qua?” pensò ancora Eddy, fissando il suo zaino con dentro la roba che aveva portato via da casa sua, dopo l’ennesimo litigio con Pam. O meglio, quella graziosa casa nei pressi di Salerno. Un piccolo appartamento che aveva fittato per due settimane, dopo che Pam gli aveva urlato contro << Possibile che non possiamo permetterci neanche una vacanza? >>.
Ma continuò a sorridere, se pur amaramente, dando un altro sorso alla birra, una strippata alla Marlboro, e spostando lo sguardo verso l’orizzonte.
Sul bagnasciuga alcuni vecchi dalle grosse pance e la pelle molliccia passeggiavano avanti e indietro come tante pecore che pascolano in un prato. Poi di colpo si fermavano, fissando il mare. Fissandolo come se al di là di quel blu ci fosse altro. Che ne so, un altro mondo, magari, oppure le risposte a ogni domanda della vita.
Invece, al di là dell’orizzonte non ci stava altro che un’altra spiaggia dove altri vecchi passeggiavano proprio come loro, chiedendosi le stesse e identiche ridicole cose.
<< Che schifo! >> borbottò tra sé e sé Eddy, dando un altro sorso alla birra e portando lo sguardo verso una famigliola accampata davanti a lui; padre, madre, figlio. La Santa Trinità! La Sacra famiglia.
Lui, il gran capo di famiglia, se ne stava seduto su di una sdraio, mantenendo un quotidiano che quasi gli cadeva sulla grossa pancia. Lì sotto quell’ombrellone leggendo in silenzio notizie che in fondo non gli riguardano, mentre sua moglie, la Vergine Maria,  se ne stava stesa su di un telo da spiaggia, facendo abbrustolire le sue carni mollicce rese quasi bianche da una crema abbronzate, e tenendo continuamento d’occhio il loro moccioso di nove anni intento a costruire un castello di sabbia che somigliava perlopiù a un grosso cumulo di mondezza.
Accanto a loro, beh, niente di diverso!
Famiglie silenziose. Famiglie che parlavano solo del lavoro, di cosa mangiare o di cosa avevano mangiato, di qualche programma televisivo, del mare calmo o agitato, del posto in cui si trovavano e del posto in cui sarebbero andati l’anno prossimo. E ancora, coppiette silenziose stese su dei teli a prendere il sole: lui intento a leggere un giornale o a fare un cruciverba, lei presa a fissare il suo cazzo di smartphone da ottocento pezzi. E ovunque, mocciosi petulanti correvano per quella maledetta spiaggia, urlando e ridendo. Facendo rimbombare le loro voci assieme al rumore delle onde o alle risate di adolescenti che giocano a beach volley.
“Che cazzo ci faccio qua?” pensò ancora Eddy, dando un’ultima strippata alla sua paglia per poi gettarla a terra.
Si voltò ancora. Il suo sguardo si posò su delle forme sinuose. Sui corpi mezzi nudi di ragazzine appena sedicenni che giocano a beach volley, ficcate in una grossa gabbia avvolta da del filo di metallo.
Vide i loro culi sodi muoversi avvolti da costumini quasi inesistenti. Le loro belle bocce ciondolare ogni volta che saltavano per raccogliere la palla. E le passò a rassegna tutte! A una a una. Scrutando i loro culi, le loro tette, i loro corpi. Fissando quella macelleria a cielo aperto, e desiderando solo di correre lì, prendendo una a caso di loro –magari quella con il costumino verde mela- e gettarla a terra per poi strapparle tutto da dosso. Tastare quel suo meraviglioso corpo. Tirarlo fuori e fotterla a sangue, mentre lì sulla spiaggia Mister Sconosciuto continuava a leggere il suo giornale e Miss sconosciuta continuava a smanettare con il suo smartphone.
Ma restò lì fermo, guardando ancora il culo della tipa con il costumino verde mela. Vedendola balzare in aria, colpendo la palla e facendo ondeggiare il suo meraviglioso culetto.
Cercò di distogliere lo sguardo, Eddy.
Sì, certe cose possono costare care, soprattutto se si viene scoperti.
Ma davanti a lui la scena non cambiò minimamente!
No, o vecchi, o famiglie, o mocciosi, o altri culi. Culi che si mostravano a lui con tutta la loro forza. Con indecenza. Con prepotenza. Come se gli stessero urlando contro “Guardami. Desiderami”.
In particolare, il culo che più gli urlava contro era quello di una moretta stesa poco distante da lui.
Cristo, Eddy si consumò gli occhi tra le cosce di quella ragazza. Fissando intensamente quelle chiappe strette e percorse nel mezzo da un sottile filo di stoffa nero.
Ma tornò subito in sé!
Si guardò attorno con fare prudente e al tempo stesso acuto.
Okay, nessuno l’aveva visto. Era ancora salvo. Non sarebbe stato lapidato per aver fissato il culo di quella giovane ragazza.
Decise però di non rischiare ulteriormente. Così raccattò dallo zaino un paio di occhiali scuri e se li piazzò sul viso.
Diede ancora un sorso alla birra, tornando al culo della tipa. Ma lei si alzò lentamente, scrollandosi la sabbia da dosso e incamminandosi verso la spiaggia.
Eddy la seguì con lo sguardo. Vide quel culo morbido muoversi tra vecchi, bambini urlanti e gente stesa su teli da spiaggia, finché non svanì del tutto in mare.
Così porse la sua attenzione su altro. Cercò altro, e non faticò a trovarlo.
Sì, in ogni dove quella spiaggia era piena di altri corpi. Corpi belli. Corpi sodi. Corpi giovani. E lui li fissava tutti da sotto i suoi occhiali da sole, bevendo la sua birra e tastandosi il cazzo di tanto in tanto.
Un’intera spiaggia stuprata! Non risparmiò neanche le adolescenti. Fissò quei corpi pensando a quanto avrebbe voluto scagliarsi su ognuno di loro.
Ma ritornò in sé.
Sospirò, chinò lo sguardo e si ficcò in bocca un’altra sigaretta, per poi accenderla.
“Che cazzo ci faccio qua?” pensò ancora, fissando quella gente. Quelle brave famiglie. Quei bravi vecchi che non chiudevano un attimo le loro cazzo di bocche. Quelle belle porcelline che avrebbe violentato, se solo non avesse rischiato di finire in gabbia.
Sì, prenderle, spogliarle con forza e scoparle a sangue. Non certo corteggiarle come aveva fatto con quella vacca di Pam. No, non avrebbe mai più fatto lo stesso errore! Non sarebbe più tornato da lei.
Ma ecco che un tornado lo riportò nuovamente alle realtà.
Un moccioso con addosso un costume giallo gli passò davanti, correndo e urlando, proprio come tutti i mocciosi su quella cazzo di spiaggia.
In un attimo, una tempesta di sabbia lo colpì in piena. Facendo colare sul suo petto e sulle sue gambe infiniti granelli di sabbia.
Eddy si diede una pulita con la mano, continuando a fissare con lo sguardo quel moccioso che non smise di corre e ridersela.
L’avrebbe ucciso! Di certo lo avrebbe fatto, se solo avesse potuto. Ma ancora una volta dovette restare lì fermo. Fissando quel moccioso. Reprimendo il suo odio. Implodendo, mentre quel coglioncello raggiunse un uomo e una donna piazzati sotto un ombrellone.
La tipa, una donna alta e magra sui quaranta, dai capelli visibilmente tinti di biondo, si alzò dal suo telo fucsia e andò contro a quel marmocchio.
<< Christian, a mamma, vieni che togliamo il costumino >> gli disse.
Christian tentennò un po’. Continuò a ronzare per la spiaggia, come fosse una mosca fastidiosa.
Eddy lo fissò ancora. Desiderando di ucciderlo. Di uccidere quel moccioso petulante e tutta la gente lì su quella spiaggia.
Poi ancora un urlo! Un urlo gentile.
<< Christian, a mamma, non fare il cattivo! >> strillò la bionda. E a quelle parole Christian si fermò di colpo.
Obbedì!
Sì, Christian di certo non desiderava di essere cattivo. Christian voleva i regali da Babbo Natale, l’amore di Cristo, i consensi dalla maestra, i bacini dalla mammina, la carica di presidente degli Stati uniti.
Così calmò la sua foga e raggiunse sua madre, mentre a meno di due metri da Eddy, seduti su di un telo bianco a righe blu e rosse, se ne stavano una coppia di vecchi: lui, magro e dalla pelle pallida e con al centro dell’addome un grossa pancia come se avesse inghiottito tre o quattro cocomeri. Lei, una donnetta magra e dalla pelle rinsecchita, seduta accanto a quel deficiente e intenta a scrutare ogni passo del piccolo Christian.
Christian raggiunse la sua mammina. Lei lo prese quasi al volo, avvolgendolo in un telo colorato e cominciando a scrollargli la sabbia da dosso.
La vecchia lo fissò ancora. Sorridendo. Compiaciuta. Desiderosa di mostrare al mondo quanto lei sia buona nel sorridere di gioia vedendo un bambino.
<< Quanti anni ha? >> chiese improvvisamente la vecchia, come se conoscesse da sempre quella donna. Come se quanto appena detto fosse qualcosa d’importante.
La finta bionda diede ancora una strapazzata a Christian e rivolse il suo sguardo verso la vecchia, mentre suo marito, un uomo né grasso né magro e dalla faccia quadrata, continuava a leggere un giornale, steso su di un telo blu e viola.
<< Cinque anni >> le rispose.
La vecchia sorrise ancora. Felice di quella risposta. Felice di aver trovato ancora una volta un’utilità alla sua giornata. Una degna conversatrice con cui parlare di cose importantissime.
<< E una sorellina o un fratellino, no? >> riprese.
Stavolta fu la bionda a sorridere, dando un’ultima strofinata al caro Christian, che una volta libero corse subito verso il paparino, ora in piedi per togliere l’ombrellone dalla sabbia.
<< La sorellina è a casa con la nonna >> rispose la finta bionda.
Ci fu un altro sorriso da parte della vecchia, e suo marito si decise a chiudere il giornale, partecipando con un sorriso a quella dolce discussione.
<< Oh, e lei quanti anni ha? >> chiese ancora la vecchia.
<< Ventotto mesi! >>
<< Certo che di questi tempi fare due figli uno a breve distanza dall’altro, di certo è un atto di coraggio. Ma nostro Signore ci aiuta sempre. E aiuta soprattutto chi come voi vuole mettere al mondo delle creature innocenti >>
La finta bionda le donò un altro sorriso. Lei fece altrettanto. Suo marito pure. E il marito della finta bionda mise a posto l’ombrellone e iniziò a rassettare la roba sparsa per terra, mentre Christian continuò a ronzargli attorno.
Eddy sbuffò, chinando il capo e dando ancora un sorso alla sua birra.
La vecchia lo fissò con aria disgustata. Lui avrebbe voluto ricambiare la cosa. Fulminarla con lo sguardo. E ancor più avrebbe avuto voglia di alzarsi e andare da lei, mollandole tanti calci sulla faccia fino a fracassargliela.
Ma rimase lì seduto. Neanche la guardò. Diede un altro tiro alla sua sigaretta, e senza accorgersene spostò lo sguardo verso la famiglia di Christian.
Abbassò subito lo sguardo!
Cazzo, l’aveva proprio visto! Senza neanche accorgersene aveva visto Christian totalmente nudo, senza più addosso quel fottuto costumino.
Niente di strano, ovvio, tutti l’avevano visto. Ma Eddy non era tutti! Eddy era un uomo solitario che se ne stava seduto su un vecchio telo da mare, con addosso un jeans loro, in faccia barba lunga e sfatta, in mano una birra, e accanto a sé uno zaino pieno di vestiti.
Poteva costargli cara quell’imprudenza!
“Cosa fare ora?” pensò, dando un ultimo sorso alla sua birra. “Mi hanno visto! Sì, di certo mi hanno visto. Io non ho fatto niente, sì, lo so. Ma so anche come vanno certe cose. Quelli penseranno che l’ho fissato volutamente. Con fare malizioso. Cristo, potrebbero tagliarmi le palle e ficcarmele in bocca!”.
Si guardo attorno. Poggiò la sua birra sulla sabbia. Scrutò un attimo la vecchia, ancora intenta a parlare con la mamma di Christian, e poi fece una panoramica sulla spiaggia.
“Okay” pensò “Ho distolto subito lo sguardo!”. Poi si fermò un attimo, allungando la sua mano callosa verso la sua crespa barba. ”Ma potrebbero pensare che l’ho fatto di proposito!” pensò ancora “Sì, magari penseranno che ho abbassato lo sguardo perché l’ho fissato con malizia. Sì, potrebbero pensarlo! In fondo quella vecchia troia ha continuato a guardarlo come se niente fosse. Non si è fatta i problemi che mi sto facendo io. Forse avrei dovuto fare come lei! Far finta di niente. Non scandalizzarmi per aver visto un moccioso nudo. Avrei dovuto fingere di fissarlo con amore. Di certo sarebbe stato un alibi ben più credibile del mio averlo fissato per sbaglio, perché intento a pensare ad altro”.
Poi timidamente e in modo furtivo si guardò attorno, osservando la famiglia di Christian.
Niente! Per fortuna lui non esisteva. Loro non l’avevano neanche visto. Stavano presi a parlare tra loro di come la vecchia un tempo faceva nascere dei mocciosi nell’ospedale lì vicino.
“Pericolo scampato!” pensò Eddy. Voltando lo sguardo e mettendosi in piedi. Non sono buono neanche come potenziale pedofilo” pensò ancora, tirandosi su e afferrando la bottiglia di birra ormai vuota.
Lasciò lì lo zaino, andando verso il bar. Salì dei piccoli gradini di legno, raggiungendo una grezza palafitta piazzata sulla spiaggia.
Gettò la bottiglia in un contenitore con su scritto “raccolta vetro”, e avanzò ancora, oltrepassando come se fosse uno spettro della brava gente seduta a dei tavolini su quel portico.
Entrò lì dentro. Il bancone di legno e ferro era davanti a lui, coperto da patatine, contenitori con caramelle e altre cazzate simili.
La vecchia l’osservò ancora. Disgustata come prima.. Ma quando lui poggiò una moneta da due e una da uno su quel banco, ordinando una birra, lei si calmò nuovamente, e in un attimo, dopo aver preso quei soldi, svanì nel nulla, per poi tornare con la birra di Eddy.
Eddy afferrò la bottiglia e si tolse da quel posto.
“Cazzo, che furto!” pensò, scendendo le scale di legno e avviandosi sulla spiaggia “Tre euro una bottiglia di birra. E solo per quella stronza! Sì, perché doveva venire qui a fare la reginetta del mio cazzo”.
Ma cercò di non pensarci ulteriormente. Ormai aveva pagato! Nella vita si paga sempre anticipatamente, e lui aveva già pagato le due settimane di vacanza per quella cagna di Pam.
“ Che si fottessero tutti!” pensò, tornando a sedersi sul suo telo e attaccando subito la birra.
La vecchia era ancora lì, intenta a parlare con la mamma di Christian. E anche i loro rispettivi mariti sembrano aver preso parte alla conversazione.
<< A Salerno si mangia del pesce buonissimo >> sentì dire dalla vecchia.
Poi il suo caro compagno aggiunse qualcosa con la sua voce nasale.
<< Dovremmo dargli l’indirizzo del ristorante dove siamo andato ieri, tesoro>> disse.
<< Oh, sì, Mario, dovremmo per davvero >>
La finta bionda e il suo marito dalla faccia quadrata sorrisero.
<< Sarebbe meraviglioso >> esclamò il tipo dalla faccia quadrata, mentre suo figlio, Christian, cominciò a prendere a calzi l’ombrellone riposto sulla sabbia.
Eddy rimase lì ad ascoltarli. Senza sapere perché. Senza capire più niente.
Ma voltò subito lo sguardo, accendendo un’altra sigaretta. Cercando di non ascoltare più quelle stronzate. Quelle cazzate sentite e strasentite. Cose udite in ogni posto, da ogni persona, in ogni tempo. Quelle cose che si dicono in un mondo dove bisogna chiedere a uno sconosciuto quanti figli ha, che lavoro fa, cosa ne pensa dei politici o quale sia il suo programma televisivo preferito. Un mondo dove è importante parlare del lavoro, dei ristoranti, del pesce fresco, della spiaggia, del tempo, oppure stare zitti per pascolare in riva al mare, o abbrustolirsi ai raggi del sole.
“Che cazzo ci faccio qui?” pensò ancora Eddy, ansimando come se un’enorme fatica lo stesse spossando. Come travolto da un quintale di cemento liquido. Guardando attorno a sé in cerca di un posto dove scappare.
Ma niente! Quei volti erano ovunque. Quelle voci erano ovunque. Erano aloni vorticosi che aleggiano in ogni dove. Attorno a lui. Attraversandolo. Stritolandolo. Soffocandolo.
Cristo, quanto avrebbe voluto fuggire da tutto! Avrebbe voluto che tutta quella gente sparisse. Che Pam sparisse. Che lui stesso sparisse.
Ma intanto restò lì fermo. La birra scese nel suo corpo, ormai sempre più calda. Qualche culo gli passò davanti. Dei mocciosi continuarono a strepitare per la spiaggia. I vecchi pascolavano in riva al mare o sparlottavano tra loro stesi sotto qualche ombrellone.
CONTINUA…