Tratto dal racconto “Fottuta comunista del cazzo”.

La targhetta fuori la porta diceva “Alfonso Pedata, Investigatore privato”. E lo diceva da almeno quindici anni quella fottuta cosa su quella lercia porta di legno, lì in una palazzo di quattro piani in periferia di Napoli.
Cazzo! Tutte le altre targhette sulle porte dicevano roba del tipo “Esposito e Russo” o ancora “R. Celardo e B. Avagliano”. O al massimo “Avvocato De Rosa” o “Ingegnere Cardamone”. E invece la targhetta sulla porta di Alfonso Pedata diceva proprio “investigatore privato”, e lo diceva da quindici anni quella cosa, anche se ben pochi l’avevano notata.
Nonostante ciò Al Pedata era un detective privato, il peggiore di tutta Napoli, e lo era da quando aveva ventinove anni. Ora ne aveva quarantaquattro. Aveva messo su un bel po’ di pancia e aveva perso i capelli, e non vedeva un caso da almeno sei mesi.
Nessuna puttana da fotografare per permettere a un ricco imprenditore di divorziare. Nessun adolescente da pedinare per dimostrare al suo paparino banchiere che quello si faceva le canne. E tanto meno un socio di qualche piccola azienda da fotografare mentre andava a puttane, così che qualcuno avrebbe potuto minacciarlo di mostrare quelle foto alla loro moglie cicciona, a meno che non gli avessero ceduto la loro parte di azioni.
Niente! Solo birra. Birra, fumo e vino rosso di porto. Nient’altro per Al Pedata. E Al se ne stava nel suo lurido monolocale, seduto a una scrivania di legno piena di bottiglie e bollette scadute, indeciso se tirarsi un’altra sega, scappare in Messico, o spararsi un colpo in fronte.
Poi Al guardò la bottiglia di birra. Ce ne era ancora. Sì, la vita andava ancora bene in fondo, e così le diede un sorso, mentre migliaia di sconosciuti ronzavano lì fuori come mosche impazzite; lì, alle sei di pomeriggio di un fottuto Ottobre del cazzo.
Al si alzò di colpo, e la sedia fece uno scricchiolo. Afferrò la birra e attraversò la stanza. Camminava scalzo, in calzoncini neri e una canotta bianca da cui usciva la sua pancia.
La canotta era lurida, quasi come i suoi calzini ormai diventati da bianchi a neri. E attraversava mutande, calzini, camicie e bottiglie di birra sparse sul pavimento. Qui e là qualche bottiglia spaccata, qualche pacchetto di sigaretta vuoto, e bicchieri di carta sporchi di caffè e con cicche di sigarette dentro.
Al spense la sua cicca in un bicchiere poggiato su di un tavolo di legno. Il tavolo era tondo, pieno di bottiglie di vino vuote e un piatto con due fette di salame Milanese dentro.
Al lasciò tutto dov’era, e dando un sorso alla sua birra si portò verso la finestra socchiusa, proprio lì davanti a lui.
Una serie di rumori di auto entravano famelicamente in quella stanza semibuia. E con esse rumori di martelli pneumatici. Rumori di clacson. Risate di bambini. Urla di coppie insieme da dieci anni.
Nessuno sparo! Niente. Non era né a Harlem né nel Bronx. Non ci stava nessun ghetto da cui uscire. La società intera era il ghetto, e tutti ci stavano con gioia nel ghetto, cercando di diventare comunque padroni di qualcosa.
Ad Al non faceva schifo il ghetto di Harlem. Ma quel ghetto invece gli faceva schifo e come.
Guardò tutta quella gente ferma davanti alle vetrine, o che si affannavano per andare a lavoro, camminando con il telefono cellulare alla mano o guidando le loro lucenti auto prese a rate, con la musica di Ligabue o Finizio a tutto volume.
Nella stanza di Al invece ci stava Vivaldi che si dava un gran da fare. E proprio mentre si dava un gran da fare qualcuno dall’altra parte del muro della casa di Al gli diede due bei cazzotti contro.
L’intonaco delle pareti biancastre cadde a terra, sopra un paio di calzoni marroncini.
“Lurido figlio di puttana, abbassa quella musica o vengo io e te la faccio abbassare a furia di calci nelle chiappe” fece la voce dall’altra parte.
Al si accese un’altra cicca. Guardò la parete dietro cui si nascondeva l’elegante pugile.
Niente! Ma fu questione di secondi. Pochi secondi, e poi riprese.

“Allora ti decidi ammasso di merda? O devo sfondare quella cazzo di porta con la mia mazza da baseball?”.
Al lanciò del fumo in aria e diede un sorso alla sua birra, finendola. Andò verso la scrivania, lì dove Vivaldi suonava tra bollette della luce, bollette del telefono, e fogli di carta di qualche salumeria dove stava scritto che Al avrebbe pagato tutta la birra che aveva comprato.
Al guardò le bollette. Potevano aspettare! Era più importante saldare il conto della salumeria, o non gli avrebbero fatto più credito per ubriacarsi. E Al Pedata non voleva fare altro che ubriacarsi, masturbarsi, o chiavare quando aveva i soldi per pagare, o se incontrava qualche ubriaca talmente pazza da dargliela.
Ma erano mesi che non lavorava, e ancor più mesi che nessuna pazza glie la dava. Così non restavano che le seghe e la birra da bere. E quel fottuto stronzo dietro a quel muro che continuava a dare cazzotti come se stesse a combattere per il titolo del mondo. E forse, a modo suo lo stava facendo, anche se non era di certo il favorito.
Così Al abbassò il volume della radio, e dall’altra parte del muro si sentiva la voce di un tipo sorridente, allegro per davvero! Un tipo che diceva a tutto il mondo che avrebbe fatto almeno venti goal in quella stagione.
Qualcuno applaudì. Il mondo, applaudì. E anche il cazzone forse applaudì, smettendo di tirare cazzotti contro il muro decrepito di Al, e lasciando la sua cazzo di mazza da baseball ovunque essa fosse.
Dove l’aveva presa quella fottuta mazza, pensò Al andando in cucina. Mica stavano a New York o Los Angeles? Lì stavano in Italia, a Napoli, e nessuno giocava a baseball in quel dannato posto. Solo a calcio! Che in fondo era la stessa identica stronzata. E forse il tipo non aveva manco na mazza da baseball. E forse, Al, avrebbe potuto ficcargli la sua trentotto su per il buco del culo. Ma non lo fece. Si limitò ad aprire il frigo e prendere un’altra birra.
La tele nell’altro appartamento continuava a urlare. Ora un gruppo di troiette sorridenti cantavano una canzone sulla pace nel mondo.
Al guardò nel suo frigo. Ci stavano due confezioni da sei di birre Nazionali; roba di soli sei gradi. Poi tre bottiglie di rosso da un litro. Un etto di prosciutto cotto in una carta oleata. Sei uova, un panetto di margarina, un pezzo di formaggio pecorino morsicato, e un piatto con della pasta al sugo.
Al pensò che quella sera avrebbe dovuto mangiare quella fottuta pasta al sugo. Cazzo, stava lì da tre giorni, ed era un peccato buttarla, sopratutto quando in tasca gli restavano solo cento pezzi scarsi.
Invece il tipo nell’altra stanza doveva avere di certo un frigorifero pieno di roba. Di certo doveva essere un rappresentante di qualche azienda di pezzi per elettrodomestici, o anche solo un manovale a tempo indeterminato. E di certo andava a fare la spesa in qualche cazzo di Discount ogni sabato. Con la sua grassa moglie dai capelli tinti, spingendo il carrello pieno di roba tra altra gente con i carrelli pieni di roba, e altri impiegati, altre donne grasse con i capelli pittati.
Al immaginò un frigo con tre o quattro bottiglie di birra, e una di vino rosso; ma di marca. E poi cartocci con prosciutto cotto e crudo. Altri con formaggio con i buchi. E pezzi di parmigiano. Uova, margarina, verdure a palate e dadi per il brodo. E ancora maionese, yogurt, acqua minerale e bottiglie da due litri di coca cola.
Ci stava un mondo lì dentro. E il tipo di certo se lo meritava quel mondo. Cazzo, lavorava sodo per avercelo quel mondo. Come lavorava sodo per guardare la sua cazzo di televisione, avendo così il diritto di rompere le palle ad Al che voleva sentire la sua fottuta musica classica, con il suo dannato frigorifero vuoto.
Si fottesse, pensò Al, chiudendo il frigo e mettendosi a sedere su di una sedia attorno al tavolo della cucina.
Diede un colpo alla sigaretta e la spense in una bottiglia di birra vuota, lì assieme ad altre quattro su quella tavola. Diede poi un sorso alla sua birra, e guardò un televisore davanti a se. Era un vecchio televisore, pieno di polvere, e aveva tre fori di proiettile dentro.
Era successo mentre alla tele davano un film con Di Caprio e una tipa rossa.
Al non gradì il film. Al odiava i film. E così decise di cambiare il finale di quella tremenda cazzata.
Li fece fuori a entrambi! Un colpo in fronte a testa, e per sicurezza alla troia rossa ne piantò due. Cazzo, si sa che le donne da sempre sono più dure a crepare. E quei due infatti non creparono mica, anzi, in seguito Al seppe che avevano girato altri film: lei persino uno in cui la dava. Ma almeno la tv era andata, e così non doveva più sorbirsi né loro né qualche altro idiota.
Che cazzone! Avrebbe potuto venderla, pensò Al, guardandola. Ma allora aveva ancora qualche soldo in tasca, e si poteva prendere il lusso di piantare delle pallottole da novantacinque centesimi l’una dentro a qualche fottuto monitor. Come il tipo nell’altra stanza si poteva prendere il lusso di piantare cazzotti contro al muro, per godersi la sua tele al plasma da quattrocento pezzi.
Era la vita, pensò Al, e in fondo non avrebbe mai desiderato la vita di quell’inutile tipo, seduto sul suo divano ikea a guardare la sua tele al plasma. In attesa della cena preparata dalla moglie grassa e noiosa, e poi la chiavata alla missionaria dopo cena, e infine dormire presto per andare al lavoro il giorno dopo.
No, preferiva crepare! E lo stava facendo, ammazzandosi con alcool e fumo. E in fondo quale altra speranza gli dava il mondo?
Il ghetto non esisteva, al mondo non ci stavano le vie di mezzo. O lavorare per pagare il mutuo della casa, o finire per strada, senza manco quattro mura dove potersi tirare na sega. E Al le aveva ancora quattro mura, anche se chi sa per quanto. E dunque presto sarebbe stato fottuto. Sì, neanche una sega si sarebbe potuto più tirare il vecchio Al.
Non gli restava che finire la birra, poi finire le altre undici, tirarsi una sega e spararsi un colpo in fronte con la sua dannata trentotto. E proprio quando il pensiero divenne incisivo, il campanello della sua porta prese a squillare: prima una volta, e poi due di seguito.
Al fissò la porta. Chi poteva essere? La padrona di casa che chiedeva i due mesi di affitto arretrati? Il salumiere che voleva i suoi sessantotto euro e trenta per la roba da bere? Il tipo della tele che voleva ammazzarlo con la sua mazza da baseball? O forse solo qualcuno che aveva sbagliato porta?
Al non poteva saperlo. Non era un mago, Al, e manco cazzo di mutante capace di leggere nella mente. Era solo un vigliacco, Al. E come ogni buon vigliacco non aveva più paura di morire, e così alzò il culo e andò verso la porta, senza manco prendere la sua trentotto dal cassetto.
Il campanello fece un altro squillo, e Al fu dietro alla porta. Non guardò dallo spioncino, non chiese chi ci fosse lì dietro. Si limitò a girare la chiave e aprire la porta. Non altro.
Dietro la porta un tipo sui cinquanta. Con una grossa pancia, un vestito grigio, una camicia bianca e una cravatta nera.
Aveva la faccia seria. Sudava! E il sudore colava leggermente sulla sua fronte rugosa e stempiata. Attorno qualche capello nero unto di brillantina. Grossi baffi dello stesso colore sotto un naso a patata, e due occhi grossi e azzurri che fissavano in maniera gelida Al.
Continua…

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Tratto dal racconto “Vergine Maria”.

La piccola Alessandra se ne stava seduta sul divano del soggiorno di casa sua. O meglio, nel soggiorno dell’appartamento di suo padre, un cinquantenne avvocato di Napoli.
Cazzo, il padre si era spaccato la schiena per sei anni pur di pagare il mutuo di quel bellissimo appartamento di quattro stanze ficcato verso via Roma, poco distante dal centro storico di Napoli.
Sì, anni e anni di estorsioni, omicidi, stupri, rapine a mano armata e truffe finanziare. Tanti delitti di cui si era reso complice, difendendo chi li aveva commessi. Ma alla fine, il grande avvocato Speroni, era sempre riuscito a farla franca. Sempre riuscito a vincere ogni causa, così da pagarsi la sua BMW sport wagon nuova di zecca. La moto della Yamaha per il suo dolce figlio Stefano, un laureando in Giurisprudenza. La Smart rosa per la sua dolce moglie Claudia, una maestra delle scuole medie. E la casa per la sua piccola figlia Alessandra. Il suo amore! La luce di suoi stessi occhi. E in fondo quella casa era proprio della piccola Ale.
Già, sei anni di sacrifici e crimini di ogni tipo per intestare quell’enorme appartamento pieno di mobili antichi alla sua dolce cucciola. Alla sua piccola Ale. E la piccola Ale se ne stava lì tranquilla, su un divano coperto da un velo rosa. Tra mobili di ciliegio, riproduzioni di quadri celebri ficcati in cornici d’oro, statue di marmo e tavolini di legno con sopra elefanti di porcellana. E la piccola Ale sorrideva bevendo il suo succo di frutta alla pesca, seduta su quel divano alle due di notte, davanti al portatile della Sony Vajo compratogli dal suo dolce paparino. E poteva stare sveglia fino a tardi la dolce Ale. Sì, le era concesso! Era una brava ragazza, la dolce Alessandra Speroni. Una vera figlia modello.
Cazzo, si era diplomata a pieni voti al Liceo Classico di Senigallia, dove aveva vissuto fino ai diciotto anni con la sua famiglia, a causa d’impegni di lavoro del capace avvocato Speroni. Poi, poco dopo il diploma, si era dovuta trasferire di colpo a Napoli, sempre con la sua cara famiglia.
Un trauma! Nuova casa. Nuovi amici. Nuovo cane (Spot). Nuovi fidanzatini. Nuova palestra. Tutto daccapo! La piccola Ale dovette ricominciare tutto daccapo. Ma era una vera donna, Alessandra. Tutta suo padre e sua madre! E così, prese a iscriversi a lettere moderne alla Federico II, ma non era cosa sua, così perse due anni a vuoto, dando a stento tre esami.
Pazienza! In fondo tutti potevano sbagliare. Tutti avevano il diritto di sbagliare, quando qualcun altro pagava per loro. E il buon avvocato Speroni non gli rinfacciò certo i soldi spesi per quei due anni gettati nel cesso. Affatto! In fondo la dolce Ale aveva fatto nuove amicizie in quei due anni. Si era persino iscritta in palestra e aveva conosciuto un ragazzo con cui si era fidanzata, ma non aveva funzionato, purtroppo.
La piccola Ale era un’anima speciale, un’anima preziosa. Una di quelle rare anime libere che si possono incontrare ogni cento anni.
Sì, la piccola Ale era brava a scrivere piccole poesie zen. Aforismi sulla vita e sulla speranza. E inoltre sapeva anche dipingere e suonare il piano, la dolce Alessandra.
Insomma, non tutti potevano essere degni di tanta grazia. E così ogni storia d’amore finiva sempre, lasciandola da sola nel suo mondo pieno di pensieri e tra le sue lacrime.
Beh, come stupirsi se la piccola Ale avesse poi perso un anno, senza ne studiare o lavorare. Era un’anima fragile! Una poetessa Orientale gettata in un mondo Occidentale. Ma alla fine, la dolce Alessandra optò per una nuova vita.
Sì, ricomincio tutto da capo la dolce Alessandra. Lasciò la palestra di aerobica e s’iscrisse a una di danza classica.
Tutti dicevano che era troppo grande per tale disciplina. Ma lei era sicura di se! Lei sapeva che poteva farcela. E così inizio la sua nuova avventura. Trovò nuove amicizie, e decise persino di iscriversi a scienze dell’educazione.
Avrebbe aiutato i bambini a crescere, pensò la dolce Ale. E in fondo, chi meglio di lei poteva farlo! Lei, da un cuore così d’oro in corpo piccolo e fragile, che quasi la faceva sembrare una bambina, se non fosse stato per il suo bel culo sodo e la seconda di tette che portava su una scarsa quarantadue di vita.
Bella, buona e capace, la piccola Alessandra. Davvero l’orgoglio di mamma e papà! E dopo due anni, a ventisei anni, la piccola Alessandra se ne stava alle due di notte seduta su un divano, davanti ad un computer.
Aveva dato solo quattro esami in due anni, ma in fondo aveva avuto tante cose da fare, la dolce Ale. Cose come il suo corso di danza, il volontariato con i bambini handicappati in parrocchia, le sue battaglie per i diritti delle donne o della popolazione Palestinese, o anche solo le manifestazioni per salvare i panda e le balene.
Una vita piena, quella della dolce Alessandra. Era la nuova Lady Diana del duemila e tredici. La futura Eva Duarte pronta a salvare il popolo Argentino.
Dunque poteva concedersela una pausa, quella notte, in quel mondo, mentre suo padre dormiva nel proprio letto nuziale a debita distanza dalla moglie, e il suo caro fratello Stefano se ne stava in giro con Melania, la sua ragazza; un’educatrice sociale che lavorava in una comunità per giovani madri e donne violentate.
Ale invece aveva già fatto la sua parte nel mondo quel giorno. Aveva aiutato un ragazzo cieco di nome Sisto a fare i propri compiti di matematica, e la piccola Jessica a ripetere geografia; una ragazzina paraplegica di soli nove anni. E dopo il volontariato in parrocchia era andata a danza. Poi a parlare con le sue amiche davanti una pizza, ascoltando i loro problemi sentimentali o familiari, e consigliandole come una vera mamma.
Insomma, la piccola Ale aveva salvato il mondo anche quel giorno. Era intervenuta sulle disgrazie umane come una dolce vergine Maria, come una coraggiosa Giovanna D’arco, una tenera Madre Teresa di Calcutta. E cazzo, se solo l’avesse conosciuta di certo la D’Urso le avrebbe dedicato un’intera puntata di un suo programma, facendo commuovere tutta la razza Italiana che l’avrebbe da subito amata, commuovendosi e applaudendo davanti le sue dolci parole.
Ma la D’Urso a quell’ora era lontana. Se ne stava di certo a sfarsi sbattere da qualche negro in qualche night alla moda. E la vecchia Teresa era morta da un pezzo, proprio come la folle Giovanna, e quella cagna di Maria.
Quella notte non ci stava che lei, la piccola Alessandra. O meglio, la dolce e mistica Violasan. La regina della notte. La regina di ogni chat.
Già, Alessandra amava chattare di notte, quando tutti dormivano, quando il mondo pieno di doverosi rituali era a dormire nei propri letti, pronti a svegliarsi per riprendere a farne altri. E lei odiava i rituali! Era un’anima libera, lei. E di certo non sarebbe mai finita a lavorare in banca o in un fottuto call center. E non centrava un cazzo di niente il fatto che fosse mantenuta dalla sua famiglia.
No! La piccola Alessandra aveva le idee ben chiare. Lei era uno spirito libero. Un’anima speciale. E aveva a cuore la salvezza del mondo e quella della propria anima.
Sì, voleva ritrovare se stessa, la dolce Alessandra. Magari andare in Tibet, fare il cammino di Santiago o anche solo la marcia Francescana.
Voleva esplorare nuove terre, nuovi mondi, distese di spiagge infinite dove l’oceano si andava a fondere. E voleva correre nuda per i boschi. Abbracciare gli alberi e accarezzare i fiori. Voleva rendere il mondo partecipe di quella bellezza. Ritrovare se stessa, e con un cuore gremito di perdono accogliere il mondo intero, per fargli conoscere la grazia ritrovata.
Un animo dolce! Unico per davvero. Una donna con un cuore da bambina, che si divertiva a giocare con le parole e ricreare un mondo pieno di speranza. Una donna capace di scavare nella profondità dell’anima degli uomini più duri, e tirarne fuori quanto di bello, per offrirlo come sacrificio d’amore la mondo intero. E che importava se la piccola Alessandra un giorno aveva cornificato un tipo di nome Giovanni. Niente! Era un’anima libera lei, uno spirito selvaggio. Una ninfa irruenta che danzava nella foresta.
Giovanni avrebbe dovuto capirla, ed essere onorato di stare con una simile Dea dell’amore. E così Ciro, un ragazzo di ventidue anni che la dolce Ale tradì con il suo stesso fratello.
Ma Ale era un’anima libera. Non poteva fermarsi troppe volte in un posto. Non poteva essere racchiusa in un’unica dimensione. E così quando Luigi le chiese di far sul serio, lei lo lasciò, per scoparsi Claudio subito il giorno dopo; il miglior amico di Luigi.
Ma erano piccolezze! Bazzecole come le persone che la dolce Ale aveva insultato, per poi farci pace, e allontanarle di nuovo quando queste rifiutavano il suo ruolo di anima libera. Ma ciò non importava! Ale aveva una missione. Ale doveva ritrovare se stessa, e salvare il mondo intero. E tutti quelli che aveva ferito in un certo modo se l’avevano cercata. Tutti quelli che aveva ferito l’avevano ferita a loro volta per primi. Sì, Ale non centrava mai! Ale, era sempre la vittima in ogni circostanza.
Ma Ale aveva un cuore d’oro. E così aveva perdonato tutti nella sua vita. Aveva perdonato il mondo intero, la piccola Alessandra.
Era il nuovo Buddha lei, la reincarnazione di Gesù Cristo o Topolino. Era l’amore in terra, la dolce Alessandra. E la notte, quando non andava in giro a salvare la gente o chiavarsi qualche tipo che non avrebbe potuta racchiudere in una gabbia (era un’anima libera, Alessandra), Ale se ne stava al computer, meditando sui misteri della vita, sui misteri dell’amore, e chattando in una Videochat con il nome di Violasan.
Sì, Violasan. Un nome bello! E da dove fosse nato nessuno lo sapeva. Magari la piccola Alessandra lo aveva sentito in qualche film o in qualche canzone, o letto in un libro di Osho o di Coelho. Nessuno lo sapeva! Ma in quella cazzo di video chat piena di segaioli e grassone annoiate, tutti sapevano chi fosse Violasan.
Cazzo, era la più bella di tutta la chat. Una piccola porcellina magra e soda, con la pelle candida come porcellana e lunghi boccoli rossi che le cadevano sul viso.
Insomma, una vera porca! Una gran bella chiavata. E quella notte, in quel caldo Luglio, la piccola Violasan era più bella che mai.
Per Dio, faceva un caldo boia quella cazzo di notte, e la piccola Viola se ne stava stesa su quel divano coperto di seta rosa in calzoncini rosa e con una canotta bianca a fiorellini rosa.
Era bellissima! Davvero invitante. Veramente meravigliosa. E la dolce Viola se ne stava lì seduta a guardare un film su Santa Rita da Cascia al computer, mentre tutti continuavano a scriverle dolci cose del tipo: “Viola le tette. Viola mostra il culo. Avanti Viola, ficcati due dita dentro. Viola facci sborrare. Viola lo vuoi vedere il mio cazzo? Avanti Viola, che lo sappiamo che sei una troia. Viola, io ce l’ho lungo trenta centimetri, lo vuoi in culo?”.
Insomma, tutti volevano la dolce Alessandra; la bellissima Violasan. Ma la piccola Viola continuava a fissare Santa Rita da Cascia nello schermo del suo portatile, passando di tanto in tanto alla chat. A volte sorridendo. A volte fissando quelle scritte con aria indifferente.
Ma Viola non era lì in quella chat in cerca di cazzo. No, Viola era lì per cose serie. Viola era lì per salvare la propria anima.
E così, mentre tutti continuavano a chiederle di mostrate tette, culo e fica, la piccola Viola come ogni volta prese a battere i tasti del portatile.
“Per favore, c’è un Medium nella stanza o un veggente vero” cominciò a scrivere “Mi serve per una cosa seria. Non rispondo a nessun altro”.
E a quelle parole, ogni singola volta la folla si scatenava come un gruppo di formiche inferocite sulla carcassa di uno scarafaggio.
“Viola, grande troia, mostra la fica” prendevano a scrivere “Viola ti do il cazzo se vuoi, altro che Medium. Viola lurida puttana, dai masturbati per noi, facci sborrare tutti”.
Ma Viola Niente! Lei era imperterrita nella sua ricerca. Non le importava del cazzo. Non le importava di far sborrare. Aveva solo bisogno di un Medium per ritrovare se stessa, la piccola Viola. Per avere delle risposte sulla sua vita, sulla sua anima, su quale fosse la strada giusta da intraprendere.
E così, di notte, da sola, in quella chat piena di segaioli, la piccola Viola continuava cercare il Medium che le avrebbe cambiato la vita.
“Per favore, c’è un Medium nella stanza o un veggente vero. Mi serve per una cosa seria. Non rispondo a nessun altro” continuava a scrivere la dolce Viola. E ancora tutti “Viola brutta troia facci sborrare. Viola le tette. Viola il culo. Viola la fica. Viola ti ficco il cazzo in bocca”. E di tanto in tanto qualcuno diceva anche di essere un Medium o un veggente. Ma lei niente! La piccola Viola era furba. La piccola Viola sapeva distinguere bene un Medium da un morto di fica.
Così la piccola Viola continuava a cercare.
Continua…

Tratto dal racconto “Morsi sulla carne”.

Cazzo, era una fottuta sballata, Lucia. Una vera stronza! Era scappata via da Milano, dalla sua ricca famigliola borghese. E aveva tirato avanti lavorando in ristoranti, paninoteche, o anche solo facendosi mantenere da qualche stronzo. E Tom era solo uno dei tanti stronzi. Uno dei tanti stronzi che la manteneva in cambio della sua giovane fica calda. Già, Lucia stravolse tutta la vita di Tommy; come ogni donna, in fondo. E come ogni donna gli chiedeva di svegliarsi presto per portarla a fare spese, al mare, o anche solo per parlare. Come ogni donna pretendeva di mantenere pulita la casa. Di cenare o pranzare in orario. Di avere un frigorifero sempre pieno e di guardare programmi televisivi stesa sul divano, con lui che le massaggiava i piedi. Ma quando dopo meno di una settimana si rese conto che Tommy, il suo poeta maledetto, era maledetto per davvero, ecco che le cose cominciarono ad andare a puttane. Sì, Tommy non voleva alzarsi presto, non voleva pulire casa, non voleva ascoltare, non voleva massaggiarle i fottuti piedi guardando qualche cazzo di programma televisivo, e non aveva il becco di un quattrino per tenere sempre pieno il frigo. E non voleva portarla a ballare, alle mostre d’arte, ai concerti, alle manifestazioni per i diritti degli animali o anche solo a fare la spesa in un qualche cazzo di supermercato. Voleva solo scoparsela, non altro! Solo piantarglielo dentro a più non posso. Dormire fino all’orario di pranzo. Svegliarsi con la testa che gira, svegliarsi con il cazzo duro per una forza idraulica. Pisciare! Nettarsi il cazzo, andarle contro e piantarglielo dentro. E poi, dopo i caffè e tre o quattro sigarette, pranzare. E dopo… dopo bere, e ancora piantarglielo dentro. Fare niente. Fissare il vuoto. Bere. Bere. Bere. Fumare. Fumare. Fumare. E ancora piantarglielo dentro. Magari uscire, per bere ancora. E poi cenare. Bere ancora. Scopare ancora. E mentre lei dorme, bere di nuovo. Bere ancora. Magari gettare giù qualche buon racconto. Poi dormire fino all’alba, e la mattina dopo, tutto ricomincia da capo. Inutile dire che la piccola Lucia non fu molto d’accordo alla cosa. Certo, era una sballata, ma pur sempre una sballata di buona famiglia. E così era abituata ai suoi tre caldi pasti al giorno. Alle uscite mondane e alla televisione vista sul divano. E così, stanca di Tommy, lo lasciò per una sorta di santone Buddista che definiva “in nome della rosa” appena un barlume di un’alternativa traiettoria trascendente. E mentre lei godeva a sentire le stronzate del santone e a farselo piantare dentro, Tommy continuava a vivere la sua vita, trovando altro da chiavare. Ma Lucia ogni volta che lui trovava da chiavare tornava di colpo, lasciando santoni, dentisti, salumieri, artisti o rivoluzionari vari. Tornava da lui! Ingelosita dalla nuova fica, pronta a riprendere il dominio sul cazzo di Tommy. E ci riusciva e come! Tornava a essere la regina del castello, almeno fino al prossimo litigio. Ma la notte prima di quella sera, il litigio fu più forte del solito, e la piccola Lucia andò via per sempre. Cazzo, era quello che faceva star male Tommy? Affatto! Lucia era andata via, finalmente! E finalmente non doveva più pensare a passeggiate, shopping, film o chiacchierate varie. Finalmente era libero! Ma il volto di lei che lo guardava, lì a letto, gli era rimasto impresso. “Cazzo! Tanto hai bevuto che manco ti si rizza” gli urlò contro, prima di andar via, per sparire per sempre. Lasciandolo lì, con il suo grosso cazzo che non riusciva a stare dritto, tanto era stravolto. E che cazzo gli succedeva? Stava diventando frocio tipo George Michael? Un fottuto eunuco del cazzo? Cosa gli stava succedendo? Non lo sapeva! Sapeva solo che la sola cosa di cui fosse andato sempre fiero; il suo cazzo! Quella sera l’aveva tradito. Beh, Lucia era andata via, e il che era un bene. E poco contava se lei pensasse che Tom fosse un fottuto impotente del cazzo a tipo Rourke in Bullet. Quel che contava era che se ne fosse liberato. Ma quella scena! Lei nuda, le dita di lui nella sua fica, e quel cazzo che non si drizzava per bene. Sarebbe successo di nuovo? Doveva ormai dire addio al suo unico motivo di vita? Non lo sapeva! E così, continuava a camminare per le strade nei pressi della stazione di Napoli, in quella calda notte di Giugno, ormai quasi a mezzanotte. Ed eccolo, Tommy, lì da solo nella notte, ubriaco come sempre. Camminando per le vie del centro. E cosa voleva? Cosa cercava? Perché, perché stava lì invece che a casa? Voleva solo perdersi! E la faccenda di Lucia, del cazzo moscio, era solo una scusa. La verità era che lui era un infelice. Uno che non conosceva le cene Natalizie. I brindisi con prosecco fatti con amici. I film guardati in silenzio al cinema. Niente! Non voleva niente, ed era quella la sua condanna. Il non voler far parte di un mondo di gente capace. Di gente che voleva salvare la Palestina. Gente che voleva essere un artista. Gente che voleva diventare un nuovo Che Guevara o Nelson Mandela. Gente che voleva guadagnare un milione di dollari. Gente che sarebbe morta comunque, qualsiasi cosa avrebbe fatto, qualsiasi impero avrebbe conquistato. Gente che si svegliava a orari normali, pianificando la giornata, facendo cose come andare a lavorare, fare sport, trovare un amico, o anche solo fare una fottuta passeggiata. A Tommy non andava di fare un cazzo di niente invece. Preferiva starsene in casa a masturbarsi per ore quando non aveva da chiavare. Ascoltare musica, ubriacarsi, scrivere qualche stronzata, o anche solo fissare il vuoto. Era quella la sua colpa, il suo delitto, il suo imperdonabile errore. Era sbagliato, Tom; sbagliato dentro! Era un pezzo difettoso di un’auto. Una fetta di prosciutto cotto andata a male. E dunque, cosa poteva mai fare? Cercare il Nirvana improvvisando qualche schifosa meditazione Buddista? Scrivere qualche piccola poesia haiku o impegnarsi a salvare il genere umano o animale per sentirsi una persona migliore? Una persona degna di vivere! No! A Tommy andava solo di camminare. Camminare senza pensare a un cazzo. Camminare e bere solamente, lì, tra la gente di fogna, osservando in maniera cinica un mondo d’inculati. Un mondo nascosto dal mondo della brava gente civile che si affannava per correre dietro al grande sogno Americano, o alla promessa della vita eterna fatta da Gesù Cristo o da quel ciccione mezzo frocio di Buddha. Ma a Tom una vita bastava e avanzava, e non gli andava di certo di affannarsi per diventare il primo della classe. Voleva solo perdersi, Tom. Perdersi e non pensare o fare un cazzo di niente. E così, bevendo la sua quarta birra, si guardò attorno e si mise a sedere ai piedi di una statua; proprio sotto le palle di un grosso cavallo di pietra su cui stava seduto un tipo di pietra dalla lunga barba e la faccia seria. Continua…