Tratto dal primo dei miei sette romanzi pubblicati. Una storia realmente accaduta. Disponibile sia in digitale che in cartaceo.

Mi accasciai sul letto. Accanto a lei. Sudato, ansimando, e stringendola a me.
Che stava succedendo?
Amore, coppia, amore, coppia.
Cosa fare?
Cene di Natale. Casa da pagare.
Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere!
Niente più fumo. Dormire presto. Pensare al futuro.
Amarla. Pensare a lei. Renderla felice. Accompagnarla a comprare vestiti. Vivere a lungo solo per lei.
Cazzo, ero stanco! Sì, volevo sparire in una fossa. Morire, dormire, dissolvermi nell’aria. Ma lei era lì. E il suo profumo mi rapiva.
La sua presenza mi confondeva. Il nostro stare insieme m’indeboliva e dava forza al tempo stesso.
Non avevo molto tempo, pensai stringendola forte a me.
Sì, il tempo! E quando mai me ne era fottuto. Eppure eccomi. Lì
al buio, stretto a lei, avvolto da quei pallini luminosi a pensare al
futuro.
Che strano, proprio quando pensavi che nulla potesse cambiare
nella tua schifosa esistenza.
Ma decisi di non pensarci.
Ero stupido! E non volevo pensarci.
Così restai lì a stringere Alessandra.
Era lei! Viola ormai era una lacrima sul suo viso. Quella impercettibile lacrima mentre stava tra le mie braccia. Stringendomi e baciandomi teneramente le labbra. Lì in quell’abbraccio al buio.
Quell’abbraccio oltre ogni spazio e tempo. Quell’abbraccio dopo
un intenso godimento. Quell’abbraccio che celava un dolore profondo.
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata.
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia senza farle domande.
Poi un rumore. Noi sobbalzammo. Bella abbaiò. Lei mi guardò,
io guardai lei.
Niente! Un inutile spavento. E restammo lì ad abbracciarci, senza
pensare a niente, senza dire niente, fino a che dopo avermi dato
un altro bacio lei se ne andò nel cesso.
Io pulii tutto, attento a non lasciar tracce. Portai la carta sporca
in cucina, camminando a culo nudo per la casa proprio come Mel
Gibson.
La gettai nella pattumiera. Poi andai in soggiorno e mi rivestii.
Mi rimisi tutto addosso e tornai in cucina. Versai dell’acqua in
un bicchiere e la mandai giù.
Cosa sta succedendo? Questo, pensai, svuotando il bicchiere.
Poi lo ficcai nel lavello. La porta del cesso si aprì. Io guardai verso
la porta. Un’attesa. Qualche passo. Ed eccola di nuovo davanti a
me. Lei, Viola o Alessandra. Ormai non lo capivo più! Ma non
riuscivo a non sorridere fissandola.
Lei era vestita, proprio come me. Eravamo una coppia ufficiale
ormai. Lì, in cucina, vestiti dopo una grande scopata.
Che strano! Niente sigaretta. Niente vino. Niente birra. Solo io e
lei in quella cucina semibuia. Due bicchieri di acqua liscia. Guardarci, sorridere, tenerci la mano.
Poteva essere bello. Poteva essere pericoloso. Forse, poteva essere irreale. Di certo strano, eppure incisivo.
Restammo così per un po’. Proprio come una vera coppia. Come
fossimo marito e moglie.
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anch’io» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche dubbio.
Magari le piace solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato
solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola
allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!
Altro che una troietta da cam desiderosa di cazzo. Lei era pazza!
Era follia pura. Era la risata di un bambino. La perversione di una
puttana. La libertà di un nomade. La tenerezza di una sposa. La
tristezza di un amante abbandonata.
Lei era tutto!
Io ero lì perso nel tutto, e per quanto lottassi non riuscivo a staccarmi da lei. Per quanto cercassi di restare lì nel mio mondo, nelle mie certezze, io non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava continuando a ridere. Tremava innanzi a quella libertà mai provata pienamente. Quel suo poter stare lì davanti a me con il corpo di Alessandra pur essendo pienamente Violasan. Libera di succhiare il mio cazzo e bere fino all’ultima goccia di sborra, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi “ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
O forse eravamo semplicemente pazzi. Pazzi nel pensare che
il mondo ci avrebbe permesso di vivere come volevamo. Nudi.
Scopando ovunque. Ridendo di tutto. Passando le nostre vite fottendocene del lavoro, della casa, delle banche, delle guerre e delle rivoluzioni.
Pazzi! Il mondo ci avrebbe ricucito addosso i nostri vestiti.
Ci avrebbe impedito di essere felici. Avrebbe relegato Violasan
nell’ombra della notte, chiusa in una chat, mentre Alessandra
avrebbe sposato un dottore o un avvocato, e io sarei finito suicida
a furia di lavorare in un call center.
O magari ce l’avremmo fatta!
«Voglio andare con te in Mongolia» mi disse lei ancora una volta,
sorridendomi. Io le strinsi la mano e gliela baciai. Il cane ci
guardò lì seduto nella cucina e sbadigliò.
Poi Violasan guardò l’orologio appeso al muro. Alessandra divenne triste. Alessandra tornò! E Viola prese a piangere, nascondendosi sotto il sorriso di Alessandra.
Dovevamo andare! Il tempo a noi concesso era finito. Presto sarebbe tornato suo padre, e noi non potevamo stare lì. Non potevamo dire al mondo intero di aver scopato lì su quel letto. Violasan lo avrebbe fatto, ma Alessandra no. Marco l’avrebbe fatto, ma il fidanzato di Alessandra no. E così per stare ancora assieme lì in quella casa, lì in quel mondo, lì in quell’universo, dovemmo chiudere quel nostro sogno e uscire fuori di casa, in cerca di un nuovo posto dove sognare. Un nuovo posto dove poter scopare senza inibizioni né vergogna, e con la stessa foga inondarci in quella tenerezza che frantumava ogni nome. Ogni definizione di quella civile e moderna era che mi soffocava.
Così uscimmo di casa, attenti a non aver lasciato lì in casa nessuna traccia.
Piccole cose potevano tradirci. Le stesse piccole distrazioni che
avevano fatto beccare gente come John Wayne Gacy o John Wayne Gacy.
Ma fummo bravi! Io stesso mi occupai di gettare via il fazzoletto
sporco di sborra e di sistemare le lenzuola, mentre la piccola Ale
mise a posto con cura i bicchieri dove avevamo bevuto.
Eravamo insospettabili. Potevamo compiere così altri omicidi
ai danni della pubblica morale. E ci mettemmo in strada pronti a
effettuarli. Pronti a dar sfogo alla follia omicida che ardeva in noi.
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Senso unico, romanzo edito dalla Meligrana edizioni. Un viaggio nell’avidità umana.

Comunque fosse, a mezzogiorno avrei dovuto lasciare la stanza. A mezzogiorno mi sarei ritrovato per strada, e non c’era niente che potessi fare per evitarlo.
Dio, cosa si dovrebbe pensare in un simile momento?
Fatti forza! Avanti, sii uomo! Te la caverai. Vedrai, i nanetti di Babbo Natale verranno a portarti dolci e caramelle.
Che cazzate! La verità era chiara innanzi a me. Io sapevo bene cosa stava per accadere. E la verità non aveva niente di affascinante.
Sarei finito per strada, ecco cosa! Per strada, da solo e senza un soldo. Girando a vuoto. Scavando nei rifiuti o chiedendo l’elemosina per mangiare, oppure facendo la fila alla Caritas.
Avrei girato a lungo di notte, in cerca di un posto dove dormire. Un posto sicuro. Un posto dove non sarei stato pestato a sangue o violentato. Un posto dove sarei stato invisibile persino per gli invisibili del mondo. E poi, la mattina sarei stato svegliato dai rumori della gente, o dalle guardie che mi avrebbero scacciato per nascondere alla brava gente il mio volto di merda.
Avrei cercato un posto dove cagare. Se mi fosse andato bene, il cesso di una stazione. Oppure avrei dovuto cagare in qualche aiuola nascosta, o magari in qualche vicolo. E poi via a girare ancora. A cercare ancora qualcosa da mangiare. A cercare ancora qualcosa da fare, ben sapendo di non avere niente da fare. Niente, se non sopravvivere. Proprio come un animale! Come un cane randagio che gira da solo per le strade. Senza uno scopo. Senza una famiglia. Senza nient’altro che passare il tempo per vivere ancora. Vivere soffrendo. Vivere senza vivere. Vivere in un limbo.

Ecco, la realtà era ben diversa da come la si vedeva nei film, nelle canzoni o nei romanzi. La realtà faceva schifo! E per la prima volta ne provavo il peso. O forse… forse non avevo nessun piacere che mi desse modo di non guardarla dritta negli occhi. Niente, se non l’alcool!
Così continuai a fumare e a bere fino a notte inoltrata. Forse fino alle quattro. Forse fino alle sei.
Non lo sapevo!
Il tempo ormai era svanito. Il tempo era scandito solo dall’alcool e dal fumo. Il tempo era un qualcosa di pericoloso. Qualcosa da non fissare a lungo.
Silvia. Silvia! Se solo fosse stata lì.
Ma lei non c’era, e non c’era Virginia; la mia bambina!
Non ci stavano i miei soldi. Non ci stava il mio lavoro. Non ci stava la mia casa. Non ci stava la mia auto. Non ci stava il mio cane. Non ci stava il mio televisore. Non ci stavano i miei mobili, i miei vestiti, i miei cd, la mia collezione di cravatte, la mia vasca da bagno o la collezione di film porno.
Non ci stava niente! Niente se non il vuoto. Niente se non la realtà nuda e cruda. Niente se non me stesso, lì in quel mondo di cui non facevo più parte. Ormai uno spettro! Un’ombra. Qualcosa d’invisibile. Qualcosa di non pronunciabile. Qualcosa da evitare come la merda. Come il vomito di un cane.

Senso unico

 

 

Ispirato a una storia vera. “Affamata d’amore”.

Mi lasciai cadere su di lei. Stringendola. Sentendo il suo corpo nudo e sudato contro al mio. Ansimando e baciandola. Accarezzandole i suoi capelli fradici di sudore.
Lei sorrise ancora. Fissandomi, per poi stringere la sua testa contro al mio petto.
Non disse niente! Forse in quel momento le parole non sarebbero servite a niente. No, non c’era spazio se non per quei suoi baci. Per il suo star stretta a me come se fosse una bambina desiderosa di coccole.
Ero confuso! Ero come stordito, ma mi sentivo benissimo. Finalmente a casa! Lì stretto a lei, baciandola e accarezzandola. Nudo. Sentendo la sua pelle contro la mia. Il suo respiro contro le mie labbra. Vedendo i suoi occhi pieni di luce. Il suo sorriso trasfigurato da uno strano senso di gioia.
Le diedi ancora una carezza. Qualche bacio.
Il tempo si era fermato!
Poi ci fu una spinta. E ancora un sorriso.
«Ti avevo detto di starmi lontano» disse lei, ridacchiando e dandomi calci e spinte.
Io cercai di fermarla. Sorridendo come un bambino. Sorridendo come un coglione.
Ma era tutto bellissimo!
Bellissima la sua innocenza. Quel suo sguardo. Quel suo sorriso.
Già, lei per tutti era la troia del paese. Quella che era fuggita di casa per farsi sbattere da ogni povero stronzo. E io ero l’alcolizzato. Quello visto con disgusto da ogni brava persona nella città dove abitavo.
Davvero una bella coppia!
E noi sapevamo che da un momento a un altro saremmo potuti precipitare da quel grattacielo di gioia, sfracellandoci su di un cumulo di cadaveri. Sulla cruda e bastarda realtà.
Sì, era già successo per entrambi, e ne portavamo ancora le cicatrici sul petto. Eppure restammo lì fermi. Come due incoscienti. Persi in quella nostra illusione. O magari in un sogno.
Lei affondò di più le dita contro al mio petto, poggiandoci sopra il capo, mentre io continuai ad accarezzarla.
«Dio, me l’hai rotta! Sei davvero una furia» disse, sorridendo.
Io la strinsi più forte, baciandole la fronte.
«Dai, non sarà mica così grave. In fondo non è stata mica la tua prima volta.»
Ma fu una pessima mossa!
Lei rimase in silenzio. Muovendo le sue piccole dita sul mio petto e respirando contro al mio collo.
Ecco, la favola era finita, e quello era il momento della verità. Il momento del dolore. Di ciò che non viene mai narrato nelle favole.
Sentii le sue dita trapassare la mia carne. Il mio petto. Il mio cuore.
«Hai mai sognato di non essere te?» mi disse con un filo di voce, continuando a stringermi il petto.
Io l’accarezzai ancora. Senza risponderle. Percependo in me il suo dolore.
«A volte mi son vista come una fata o una principessa» riprese «sai, di quelle delle favole! Del tipo, vagavo per i boschi della mia città. Mi stendevo per terra. Fissavo il cielo. Le nuvole si muovevano prendendo tante forme, e attorno a me mi sembrava di vedere tante farfalle volare.»
Per un attimo restò in silenzio. Stretta a me. Come se stesse vedendo chissà cosa.
Percepii le sue dita conficcarsi nella mia carne, e il mio stanco cuore battere contro la sua mano.
«Neanche me la ricordo la mia prima volta!» aggiunse. «Era una festa. Una festa data da qualche stronzo del mio paese. Io a quel tempo bevevo e fumavo molto. Tutto, pur di evadere da quella mia famiglia borghese. E lui, quel tipo, mi piaceva molto. Sì, gli facevo il filo, ma lui era il tipico stronzo
tutto sport e che non cagava nessuna, se non per scoparsela.»
Alzò lo sguardo verso il mio viso. Mi sorrise con fare amaro. Poi mi diede una carezza, e chinò nuovamente il capo sul mio petto.
«Io ero ubriaca» riprese «lui mi portò in una stanza. E poi… Beh, poi… Poi fece quello che voleva fare!»
Ci fu ancora un attimo di silenzio. Io rimasi zitto. Accarezzandola. Desiderando con tutto me stesso d’incontrare quel bamboccio per fargli sputare i denti da bocca.
Ma a che sarebbe servito?
Lei aveva mangiato tanta merda. Io avevo mangiato tanta merda. Il mondo era in debito con noi, ma nessuno ci avrebbe mai ripagato.
Le diedi ancora una carezza. Lei mi sorrise ancora. Con fare cinico. Stringendomi. Cercando di seppellire nella mia pelle il suo dolore.
«Figurati che lo seppi dalla mia migliore amica» disse ancora. «Ci pensi? Sapere dalla tua migliore amica di essere stata sverginata. E prima che io lo sapessi, tutto il paese lo sapeva. Io ero una puttana! E neanche ricordavo niente. Non una minima cosa, per fortuna.»
La strinsi ancora. Sentii sulla mia pelle le sue lacrime, benché lei non continuò a far altro che sorridere. Sorridere in maniera amara.
Poi alzò lo sguardo verso di me. Mi accarezzò ancora e sorrise nuovamente, come se stesse vedendo il sole.
Sentii le sue dita contro al mio viso. I suoi polpastrelli sulle mie guance.
Era qualcosa di tenero. Di mai provato prima. Come un sogno che mi stava travolgendo.
Le mie delusioni di quand’ero bambino. Il mio essere deriso quando portavo lo zainetto da discount mentre tutti nella mia classe avevano lo zainetto della Standa. Mia madre sempre a dirmi che non valevo niente. Mio padre che non ricordava il mio nome. Quella sua famiglia che neanche la vedeva, mentre lei vagava nel nulla, lasciandosi sbranare da lupi. Invisibile. Come un qualcosa d’inventato.
Eppure, in quel silenzio, mentre la luce del sole ci travolgeva entrando dalla finestra, io non riuscii a dirle niente. A fare niente. Niente! Se non stringerla a me. Per permetterle di dimenticare.
Per dimenticare!
Fu così strano! Stare lì stesi. Abbracciati. L’uno conoscendo il dolore dell’altro.
Poi sentii ancora le sue dita nella mia carne. Un sorriso! Un balzo. Un calcio nel mio fianco.
Rimanemmo lì fermi. Stringendoci e scherzando. Finché lei si alzò. Si guardò a torno, e poi tornò a fissare me.
Ridendo, corse nuda fino alla mia camera da letto.
Io la seguii, e quando entrai lì dentro, la trovai davanti alla mia scrivania. Sfogliando i miei libri.
Li toccò a uno a uno, come se toccandoli potesse leggerli. Poi la sua attenzione si fermò su uno di essi.
Soffocare, era il suo titolo. E lei lo estrasse da quella massa di libri, sfogliandolo, e poi mostrandomelo.
«Questo è quello di cui parli nel tuo libro? Il libro che ti regalo Alessandra?»
Io annuii, avvicinandomi a lei e stringendolo.
«Figo!» esclamò, stando tra le mie braccia e continuando a sfogliare le pagine di quel libro. «Se ci pensi ho tra le mani lo stesso libro di cui hai parlato nel tuo romanzo. E non una copia qualsiasi. No, proprio lui. L’originale!»
Poi, silenziosa, continuò a sfogliare quelle pagine. Fissandole con attenzione, mentre io tenendola stretta contemplavo la sua bellezza. Quel suo essere come al di fuori del mondo. Capace di cogliere piccole ma meravigliose cose proprio come quella. Come quel piccolo particolare a cui forse io non avrei mai pensato.
Dopo meno di un minuto lasciò perdere quel libro, rimettendolo al proprio posto e tirandone fuori altri due. Li guardò attentamente, e poi girò il capo verso me, mostrandomeli.
«Ma questi sono sempre tuoi?»
«Non proprio! Ci sta un mio racconto in ognuno di essi.»
«Oh, mica male! Un romanzo su carta, altri sei in digitale, e poi due racconti in due diversi libri.
Non è mica da tutti!»
«Bah, non ci pago mica l’affitto con quel che scrivo.»
Lei si divincolò dalle mie braccia, facendo una smorfia e dandomi uno dei suoi piccoli calci.
«Il solito pessimista del cazzo!» disse, ridacchiando. «Ora, dai, fai il bravo e fammi leggere i tuoi racconti» aggiunse, stendendosi sulla coperta lasciata sul pavimento.
Si stese a pancia all’aria, incrociando le gambe come se stesse seduta, e tenendo ritto contro la sua faccia uno di quei libri, mentre l’altro lo lasciò al suo fianco.
Io mi misi a sedere sul letto. Accendendo una paglia e fissandola. Guardando quella sua stranissima bellezza. Il suo non imbarazzarsi a starsene nuda a leggere davanti ai miei occhi. Come se fosse normalissimo stare lì. Come se ci fossimo da sempre.
Dio, quell’immagine rimase impressa nella mia mente. Le sue forme, il suo sguardo attento, il suo essere così attenta a quanto da me scritto.
Poi, una volta finito, gettò quel libro a terra e afferrò l’altro, cercando il mio racconto.
«Certo che scrivi proprio bene!» disse, sfogliando quelle pagine in cerca dell’altro mio racconto.
«Lo so, piccolina.»
« Presuntuoso del cazzo!» esclamò sorridendo, e iniziando poi a leggere quell’altro racconto, mentre io rimasi seduto davanti a lei, fissandola, perso in quella sua bellezza.
Una volta finito di leggere, lasciò cadere quel libro sulla coperta, rimanendo stesa lì sopra. Nuda tra quei libri. Sospirando mentre fissava il soffitto.
«Dio, mi piace troppo come scrivi!» sospirò, come se stesse sognando. Come se stesse vedendo innanzi ai suoi occhi i personaggi delle mie storie. E forse anche me e Alessandra. O magari me e Violasan.
Poi, ecco che si alzò di scatto, mettendosi in piedi davanti a me.
«Ma che ore sono?» mi chiese.
Io non le risposi. Era mezzogiorno passato. Ma ormai il tempo non aveva più senso. Niente aveva più senso! Ci stavamo solo noi. Da soli. Nudi. Nel niente. Persi al di là delle nostre illusioni.
Restammo ancora un po’ lì, abbracciati e coccolandoci. A volte prendendoci a calci o sfottendoci.
Fu lei a prendere l’iniziativa!
«Dai, mollusco, pranziamo assieme che dopo voglio andare un po’ in giro. O hai da fare?» disse, tirandosi su. Piazzandosi in ginocchio sul letto e fissandomi con occhi ora pieni di vita.
Io restai a guardarla per qualche secondo. Dio, era bellissima! E mi stava entrando sempre più dentro. Proprio come una droga.
Chissà, forse nel tempo mi avrebbe avvelenato il sangue, facendomi crepare tra atroci sofferenze. Oppure quello strano e improvviso sogno sarebbe finito da un giorno a un altro. Magari domani, o forse dopodomani. Ma intanto, lei voleva stare con me. E stranamente, anch’io volevo stare con lei.
Già, andare in giro! Era una vita che non andavo in giro con una donna. Intendo, in un orario in cui ci fosse ancora il sole.
Sì, le donne amano sempre uscire alla luce del sole. Amano fare lunghe passeggiate, magari parlando di stronzate come il loro lavoro, i loro hobby, i loro sogni.
E io odiavo quelle cazzate! Soprattutto, odiavo vedere il genere umano alla luce del sole.
Eppure, sapevo che l’avrei fatto. Sapevo che sarei uscito con lei, magari andando in giro come due turisti. Forse mangiando addirittura un gelato o bevendo uno schifoso aperitivo.
Ma che cazzo mi stava succedendo? Avevo forse perso le palle?
No, non potevo ridurmi così solo per una sconosciuta. Non poteva davvero interessarmi a tal punto una che conoscevo da solo un giorno.
Era un fatto di pelle, né più né meno. Succede spesso quando c’è una forte intesa sessuale. Credi addirittura di amare una persona. Ne senti il bisogno. Credi di non poter fare a meno di lei, quando invece, non puoi far a meno solo della sua pelle. Di quella carne di cui sei innamorato. Di quella
carne che crea in te una dipendenza mille volte superiore a quella dell’eroina.
Sì, di certo era questo che mi legava a lei. Doveva essere questo! Non poteva essere altro.
Eppure, mentre lei mi tirava per un braccio e mi mollava pizzicotti, cercando di convincermi ad alzarmi dal letto, mi sentivo come mai prima. Sentivo un forte calore inondare il mio corpo. E il senso di soffocamento che provavo perennemente era come svanito di colpo.
Stavo bene! Ecco il termine giusto. Quel termine a cui non pensavo da anni, essendo un qualcosa di così lontano dalla mia vita.
Già, il suo sorriso, i suoi occhi, le sue battute ironiche e pungenti sul mio conto, il suo essere un vulcano in eruzione.
Mi stava travolgendo. Mi aveva travolto!
No, no, no. Forse ero ancora in tempo! Ancora in tempo per fuggire da lei. Per fuggire da quello che presto o tardi sarebbe stato solo un ennesimo colpo al cuore di un povero e ingenuo fallito.
Succede sempre. Deve succedere prima o poi. Subentra la noia. Lei non ti guarda più con occhi pieni di luce. Parla sempre meno con te. E poi,
ecco che arriva quella dannata telefonata. “Dobbiamo parlare!”.
Una frase udita mille volte. Il sinonimo di un tradimento. Di una nuova umiliazione. Di un nuovo fallimento. Di una nuova morte.
La droga che ti dava piacere diventa veleno. I capillari si spezzano. Le vene esplodono. E tu rimani a terra, in una pozza di sangue. Solo un pezzo di carne maciullata.
Sì, succede sempre! A me era successo mille volte. E forse, se non fossi scappato, sarebbe successo ancora una volta.
Ma nonostante ciò, ero ancora lì. Lottando assieme a lei. Sorridendo. Stringendola. Baciandola.
E se la catena si fosse infranta? Se stavolta fosse andata bene?
Cazzo, mi passarono in testa termini ridicoli come “quella giusta”, o altre cazzate simili.
Ero diventato un bamboccio che credeva nelle favole, e magari le avrei regalato persino un mazzo di rose e avrei visto assieme a lei un film della Disney.
Già, mi sembrava persino di vedere i titoli di qualche sconosciuto giornaletto locale. “Scrittore emergente, noto per il suo stile violento e scurrile, di colpo cambia genere, abbracciando temi romantici e pieni di speranza. I lettori sono entusiasti! C’è persino chi l’ha ribattezzato Il nuovo Fabio Volo”.
Da farmi cadere le palle!
Ma neanche quella prospettiva mi frenò.
No, guardandola, mi sembrava quasi di vedermi in uno specchio. Vedevo la mia follia. Il mio non voler crepare come uno dei tanti mediocri al mondo. Il mio non fottermene di una casa al mare, di un’auto costosa, dei vestiti o di qualche merdoso reality.
Ecco, ero fottuto! Lei era entrata. E forse anch’io ero entrato in lei.
Eravamo entrambi nudi. Inermi. Forse spaventati. Eppure, nessuno di noi due riusciva a smettere di volersi. Eravamo travolti dalle stesse fiamme. Eravamo due pazzi incoscienti che stavano giocando tutto a una mano di poker, senza neanche sapere quali fossero le carte nelle proprie mani.
Ma sapevo di voler rischiare! Non capivo il perché. Sapevo solo di star bene. Quel termine mai usato. Quel termine che neanche conoscevo più.
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Bellissima intervista al qui presente, tenuta dalla redazione del portale “Insieme cambiamo Arzano”, in merito a “Zero”, antologia di racconti creata da 14 autori, sul tema forte delle dipendenze, ed edita dalla Damster edizioni.

Felicità,  amore, paura, colpa,  con la mente l’essere umano crea allo stesso tempo distrugge. Con le mani crea, con le stesse distrugge. I pensieri  spingono la materia nell’alto o verso il basso senza una via di salvezza. Da giù la spia del malessere si accende. “Zero” è un libro della Damster edizioni scritto da 14 autori che raccontano 20 storie su particolari dipendenze umane.

Alcune  diventano vere ossessioni con  stati modificati della percezione, altre finte abitudini pericolose: ti isoli dalla realtà ed entri in un mondo illusorio.  Ti convinci della forza del sintomo: lui forte occupa spazio, mentre tu debole arretri. L’uomo nel dedalo si lascia guidare da impressioni spesso contradditorie. Dalle dipendenze, prigione di uomini, nè potrai uscire? Si: la causa è da cercare in un labirinto della coscienza che ti guida allo spirito.

Il corpo soffre perché l’anima ha perso la sua dimensione. Questo stato necessita di sapienza nel cammino a ritroso verso la luce. Le emozioni disarmoniche sovrastano il solido e diventano stati insoliti. L’uscita? Ci sono le esperienze di ognuno: 20 vite illustrano la dura realtà in maniera cruda. Il libro tratta del disagio, la soluzione nessuno la troverà,  forse solo chi ha smarrito il filo conduttore.

Leggere il racconto è come incominciare un viaggiare dentro di noi, li al centro, in quell’angolo buio si troverà una lampada che solo il viandante potrà accendere. Uno dei 14 autori, Marco Peluso, ci spiega il progetto “Zero” e il significato delle dipendenza nei  racconti:

  • Per favore, ci spieghi di cosa tratta Zero.

Beh, Zero narra di dipendenze. Non tanto intese come un vizio, quanto come ciò che conduce una persona ad avere, appunto, una vera e propria dipendenza da un elemento esterno.

Non si tratta dunque del fumo, dell’alcool, di una qualche droga o del sesso. Questi sono vizi. Ciò che ci porta a utilizzare determinate cose, e dunque esserne dipendenti, è un qualcosa celato in noi. Qualcosa a volte di atavico. Magari una ferita, un trauma, una delusione.
Noi esseri umani non siamo fatti di compartimenti stagni come una nave. No, quando l’acqua entra in una stanza, essa invade l’intera nave. E se non si prendessero in tempo adeguate misure, presto la nave finirebbe a picco.

Questa è appunto una dipendenza. O meglio, l’origine di una dipendenza. Qualcosa che ha segnato la nostra vita, inquinandola con una menzogna. Una menzogna ridondante in noi, che ci porta appunto a seguire determinate cose nell’illusione di poter con esse far cessare tale menzogna. Mentre, per assurdo, seguendo quell’illusione finiamo sempre più per dipendere da essa, fortificando le menzogne che ci portano a inseguirla.

  • Perché parlare proprio di dipendenze?

A dire il vero tutto è nato come una specie di gioco.

Un’amica, Elisa Bellino, ideatrice assieme a me di Zero (come un’altra delle autrici, Maddalena Costa) nonché autrice, mi chiese di scrivere qualcosa a quattro mani.

Personalmente sono un solitario, sia nella vita che nella scrittura, ma conoscendo tale autrice (se pur alla sua prima esperienza) e apprezzandone lo stile, decisi di acconsentire alla sua richiesta.

Da qui il “Di cosa parliamo?”, e la sua risposta di voler parlare appunto di dipendenze.

Avendo io già pubblicato diversi romanzi con la Damster edizioni, proposi subito il progetto al mio editore, e convocai alcuni autori della stessa casa editrice

Ah, e perché proprio le dipendenze? Beh, sarebbe più opportuno dire, chi di noi non dipende da qualcosa?

Proprio questo uno dei motivi, almeno per quanto mi riguarda, che mi ha spinto a scrivere di dipendenze. Perché tutti lo siamo, ma pochi lo riconoscono.

Oggi più che mai si vive in una società dove l’apparenza è tutto. Ce lo dicono le pubblicità, no? In ogni angolo, in ogni dove, tutto ci urla “Devi essere un vincente. Devi piacere alla gente. Devi essere il migliore”.

Continua sul seguente link…

Progetto “Zero”, un libro che racconta 20 storie di dipendenze

 

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Nuovo restyling di “FOTTITI”, ossessivo, cruento, borderline romanzo edito dalla Dmaster edizioni

La sentii smettere di piangere, lentamente, come se si stesse risvegliando da un incubo, oppure da un sogno.

Io continuai ad accarezzarla, lentamente, come fossi la sua mamma.

E lo ero!

Sì, ero diventato la sua dolce mammina. Il suo tenero papino.

Ero la via, la verità, la vita. Ed ecco il suo volto. Ecco il suo sguardo. I suoi occhi su di me. La sua anima su di me.

Era inquietante! Qualcosa di triste. Qualcosa di perforante.

E la vidi! Sì, vidi lei. Vidi lei, lì su quel letto, a fissarmi indifesa come un piccolo cucciolo. A fissarmi con gli occhi pieni di lacrime. A fissarmi come se fosse un corpo pieno di lividi. Una bambina picchiata, violentata, e poi gettata in una discarica.

Cazzo, ero inerme! Ero immobile, lì rapito da lei, trapassato da lei.

La vedevo!

Era la grassona emarginata lasciata da sola a giocare con le bambole, mentre tutte le altre compagne di scuola andavano a prendere il gelato in giro con dei ragazzi.

Era quella chiamata “quattrocchi” oppure “cicciona”. Era quella picchiata per i soldi della merenda. La ragazza derisa per i suoi vestiti ridicoli. La piccola bambina costretta a vedere litigare i propri genitori durante la notte di Natale, sapendo che non avrebbe mai avuto il regalo desiderato.

Era lei, la fallita! La vittima. Il bue portato al macello. Il maialino squartato e ficcato in qualche foto su di un social network.

Non era più la puttanella malvagia e affamata di emozioni. Non era più la troia da stuprare. Non era più la viscida cagna da scopare.

No, lei era diventata un essere umano. Lei era una fragile bambina. Una creatura con in corpo tutte le piaghe e le sofferenze del genere umano.

Lei ora era Cristo sulla croce. Era la Maddalena stravolta dal dolore. E io ero fottuto! Io non potevo fare niente per resisterle. Non potevo fare niente per resistere a quello che avevo dentro. A quella parte di me che riaffiorava avvolgendomi, proprio come i tentacoli di una piovra gigante.

Ecco, uccidere, uccidere, uccidere.

Schiaccia il cranio di quella piccola troia prima che ti fotta. Dalle un pugno dritto in faccia, facendole entrare i pezzi del naso nel cervello. Sbattila per terra, allargale le gambe e ficcaglielo dentro.

Uccidila, uccidila, uccidila.

Ma non potevo!

No, ormai lei era entrata. La mia mano saliva sulla sua gamba. La mia mano accarezzava la piccola bambina offesa dal mondo. La mia mano accarezzava anni di dolore che si portava in corpo. E prima che me ne rendessi conto, prima che potessi reagire, mi ritrovai abbracciato a lei. Lì steso su quel letto, abbracciato a lei, accarezzandole i capelli e sentendo in me il suo dolore. Il dolore di quelle lacrime. Il dolore di quella vita celata al mondo, lì nascosta dietro il suo volto da puttana.

La strinsi forte a me, accarezzandola. Accarezzando i suoi capelli. Accarezzandola e baciando la sua pelle, sentendo le sue lacrime sulle mie labbra. Bevendo il suo dolore, e la sua rassegnazione.

Lei mi strinse forte. Affondò nella mia carne le sue piccole dita, proprio come avevo fatto con il suo culo.

Poi alzò lo sguardo.

Io la guardai, ma non avrei dovuto farlo.

Fu una bomba atomica. Un’intera ondata contro di me. Delle cellule impazzite che invadevano il mio corpo.

I suoi occhi mi fissavano, gelidi e immobili davanti a me.

I suoi occhi erano in me. La sua vita era in me. Il suo dolore era in me, e io ero spaventato. Ero inerme. Ero rapito dal suo dolore. Ero pieno di metastasi.

Voglia di salvare il prossimo per sentirsi speciali, avrebbero detto gli psicologi. E io continuavo a fissarla. Continuavo a stringerla. Continuavo ad accarezzarla. Continuavo a sentirla dentro, mentre lei stava tra le mie braccia. Mentre lei stava lì, immobile, pietrificata, lì tra le mie braccia.

Poi alzò lo sguardo di nuovo, fissandomi. Mischiando l’oceano delle sue lacrime alle mie, ormai dimenticate da secoli.

«Stringimi forte» mi disse.

Ed ecco il dolore. Ecco la lancia di Longino nelle mie costole. La rivelazione che prendeva forma in me come fosse un enorme fungo atomico pronto a distruggere ogni mia cellula.

“Sei un essere umano!”, ecco cosa diceva quella voce silenziosa in me. Quel sussurro mai udito. Quella voce da sempre nascosta.

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Tratto dal mio racconto “Il Re”. Presente nell’antologia “Zero”, edita dalla Damster edizioni. Antologia creata da me assieme ad altre due autrici, e realizzata assieme ad altri 11 validi autori. Un viaggio nelle dipendenze che soffocano la vita.

Tutti finti. Tutti noiosi. Tutti uguali tra loro.
E vennero a me a decine! Gente che un tempo non mi avrebbe neanche cagato! E invece mi facevano sorrisi, e di certo avrebbero cominciato a sputare merda contro di me una volta che fossi andato via.
Ma intanto ero lì, purtroppo. Nel centro di quel vortice. Ascoltando le loro stronzate. Rispondendo controvoglia alle loro merdose domande mentre a grandi sorsi bevevo birra come se volessi annegare il mio cuore. Finendo subito la prima, poi la seconda, finendo una terza offerta da uno di quegli stronzi, e attaccando ancora un’altra passata da un altro coglione.
Cristo, tutto era così confuso. Tutto roteava attorno a me velocemente. Ero gettato in una lavatrice a gettoni. Ero solo uno straccio che girava velocemente in un vortice di acqua fetida. E le loro facce erano ovunque. Le loro labbra mollicce erano ovunque. I loro occhi gelidi erano ovunque. Le loro parole insulse erano ovunque. E le loro voci ronzavano attorno a me come uno sciame di mosche.
«Signor Gargiulo, ma come le vengono certe storie?»
«Marco! Posso chiamarti Marco, vero? Ma come mai nelle tue storie parli sempre di sesso?»
«Marco, hai mai avuto una visione?»
«Mi dica, signor Gargiulo, lei è sicuro di essere etero?»
«Signor Gargiulo, ha mai pensato di scrivere una storia d’amore a lieto fine?»
«Marco, non credi che bevendo ogni giorno ti perdi il meglio della vita?»
«Senti, Marco, tu sei il più cazzuto figlio di puttana che sia mai esistito al mondo!»
Cristo, non ne potevo più!
Quella massa di sconosciuti pretendeva di conoscere la mia vita. Voleva pesarla, analizzarla, imballarmi e mettermi addosso una bella etichetta.
Ero una cavia da laboratorio, né più né meno. Ero un oggetto in una vetrina, un dvd su di uno scaffale, un vestito su di un manichino.
Non ero niente! Non esistevo neanche per quelli. Eppure tutti mi volevano! Tutti volevano me. O forse tutti cercavano un modo per vivisezionarmi, così da potermi crocifiggere meglio quando sarebbe venuto il momento del mio declino.
E stava davvero arrivando quel momento?

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Viola come un livido, romanzo edito dalla Damster edizioni. Disponibile sia in cartaceo che in E-book. Una storia d’amore realmente accaduta.

Lei era tutto!
Io ero perso nel tutto, e per quanto lottassi, non riuscivo a staccarmi da lei. Per quanto cercassi di restare nel mio mondo, nelle mie certezze, non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava, continuando a sorridere. Tremava innanzi a quella libertà mai provata pienamente prima. Quel suo poter stare lì davanti a me con il corpo di Alessandra, pur essendo Violasan. Libera di succhiare il cazzo e bere fino all’ultima goccia di sperma, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi “ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
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