Tratto da I giorni perduti

Poco dopo che Katia era andata via, Nico si era messo a scrivere. Non ne aveva voglia, non riusciva a pensare a nulla, se non a Katia. Eppure sapeva di doverlo fare, o sarebbe finito di nuovo in fabbrica, come aveva detto Massimo.

Gli sembrava ancora di vederla la sua vecchia fabbrica, simile a quella in cui era morto suo padre: un rullo oleoso su cui si muovevano bacchette coperte di stucco, la polvere in faccia, i movimenti sempre uguali, la puzza di segatura e di colla, le chiacchiere degli operai accanto a lui e le urla dei capi che lo colpivano come scudisciate.

Sapeva che se fosse tornato lì dentro sarebbe diventato come suo padre: stanco, incattivito, con la faccia scura anche una volta rientrato a casa e pronto a sfogarsi su moglie e figli.

Lo vide rientrare da lavoro: le scarpe rotte e coperte di stucco, il pantalone stracciato e macchiato di vernice, un puzzolente maglione da cui usciva fuori la pancia, unghie lerce, mani e viso luridi, gli occhi di una bestia feroce.

E poi di colpo lo vide invecchiato, dimagrito da sembrare uno scheletro: rantolava lungo il corridoio, in pigiama, senza riuscire nemmeno a parlare. Tendeva la mano venosa nel vuoto, i pantaloni gli erano scivolati sui piedi. Camminava lento, le dita sembravano spaccarsi a ogni movimento, gli occhi erano due bolle bianche prossime a esplodere.

A furia di sorsi di vino Nico cercò di scacciare via quelle immagini. Ogni tanto scriveva qualcosa, ma la cancellava subito. Non riusciva a mettere a fuoco niente: non un’immagine, non una scena, non un solo desiderio che non fosse Katia.

Si alzò di sbotto dalla sedia, chiuse il portatile e si tolse da lì.

Quanto tempo aveva ancora? Massimo gliel’aveva detto, eppure lui non lo ricordava: non voleva ricordarlo. Non voleva rivedere il volto di suo padre.

Si mosse nella stanza, a terra c’erano ancora le mutandine di Katia: erano identiche a quelle di Sissy.

A parte quel pezzo di stoffa, di lei non c’era traccia: solo un profumo, lenzuola ancora sgualcite e capelli sul cuscino.

Osservò a lungo il letto, la vedeva ancora lì: il corpo rannicchiato, le mani sotto al viso, le pupille enormi.

«Mi vuoi bene almeno un po’, Nico?»

Distolse subito lo sguardo. Andò in cucina e prese un’altra bottiglia di vino dal frigo.

La pasta era ancora nel forno.

Guardò l’orologio. Erano cinque ore che lei era uscita, e ora che si trovava da solo in quella cucina, così pulita da sembrare una camera mortuaria, si sentiva smarrito. Stava soffocando. Gli tornarono in mente i lunghi pomeriggi in cui da bambino, fino a otto anni, rimaneva in cucina a disegnare, leggere o guardare la Tv, mentre sua madre dormiva da sola in camera da letto.

«Mi raccomando amore mio, la mamma ha bisogno di riposare. Tu resta qui, va bene?»

Tornò in camera da letto e raggiunse la finestra. La bottiglia gli penzolava dalla mano, l’altra mano era poggiata al vetro.

Il vecchio sistemava barattoli in una credenza senza ante, il televisore lanciava fasci di luce azzurra contro mura incrostate.

Lo vide sparire al di là di un drappo marrone.

Da dietro la tenda della finestra dell’albergo si vedevano un uomo e una donna litigare. Lui le urlava in faccia, lei piangeva a dirotto e agitava le mani in aria. Uno schiaffo colpì in pieno viso la ragazza: cadde a terra; l’uomo in piedi davanti a lei continuava a urlare.

Nico rivide suo padre muoversi in cucina, strillava per i soldi che non bastavano mai, mentre sua madre, immobile ai fornelli, non osava alzare lo sguardo, stringeva i pugni e basta.

A volte, quando succedeva, Nico si chiudeva nella propria camera, rannicchiato nel letto e con le mani contro le orecchie.

Spinse lo sguardo a sinistra, il signor Celardo era sempre al proprio posto, costruiva un altro modellino: un furgone.

Lo vide digrignare i denti mentre cercava di assemblare un sedile nell’abitacolo, poi scagliare il pugno contro al tavolo.

Si tolse da lì. Non sapeva perché, ma ora guardare quelle immagini, quelle persone, gli faceva male, un male fisico: lo faceva sentire solo, e per la prima volta la solitudine gli pesava come quando da bambino restava in cucina, di pomeriggio, in attesa che sua madre si svegliasse.

Andò in bagno. Si fermò sull’uscio della porta. Fissò la stanza, i mobili, e diede un forte sorso al vino.

Abbassò la bottiglia e avanzò. La tavoletta era abbassata. Non ricordava di averla mai vista abbassata lì in quella casa. Gli faceva tornare in mente Sissy, il bagno a casa loro, e quando lei urlava: «Vuoi stare un po’ attento? Ma ci pensi o no che esisto anche io qui?»

La tirò su lentamente, ripensò a sua madre china contro al water, pulendolo con aria triste, e nell’angolo le chiazze di piscio lasciate da suo padre quando era ubriaco.

Notò bagnoschiuma e shampoo sul ripiano della doccia. Sul lavello c’era del detergente intimo, una spazzola piena di lunghi capelli, uno spazzolino rosa e un deodorante.

Respirò l’aria, odorava di donna: profumava di Katia.

Ebbe voglia di gettare via dal lavello tutto con una sola manata, ma restò paralizzato, si guardava allo specchio senza riconoscersi, vedeva solo un vecchio stanco.

Udì improvvisamente la porta di casa sbattere.

Sobbalzò. Osservò il deodorante di Katia, il suo spazzolino, il suo detergente.

Uscito dal bagno la vide avanzare nel corridoio: trascinava una grossa borsa.

Katia si fermò davanti la cucina e lasciò cadere a terra la borsa. Aveva gli occhi rossi come se non dormisse da giorni, era sudata e affannata.

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Tratto dal romanzo I giorni perduti

Ora che quella ragazza stava lì, a casa sua, il suo interesse era di colpo sfumato. Non aveva nemmeno il coraggio di guardarla negli occhi. Temeva che se l’avesse guardata non avrebbe rivisto la stessa donna incontrata poco prima nel bar, ma soltanto Sissy davanti al lavello a pulire i piatti, lamentandosi.

«Non usciamo mai.»

«Lo sai che ho da lavorare.»

«Prima non eri mica così.»

«Esci tu se vuoi, okay?»

«Ah, e non sei nemmeno geloso?»

«Ma smettila!»

Nico mosse il capo come se si fosse appena destato da un lungo sonno. Tornò a guardare lei: continuava a toccare tutto e osservare ogni cosa. Era stata zitta per un po’, come un animale che cerca di abituarsi a una nuova tana, ma adesso di nuovo faticava a chiudere la bocca.

«Ma non pulisci mai?»

Nico scosse le spalle e le passò la bottiglia. Lei la raccolse, girò per la stanza sfiorando ante sfondate, bicchieri con dentro due dita di vino, piatti sporchi nel lavello.

«Da quanto non entra una donna qui dentro?»

«Da due giorni. Forse tre.»

«Tua moglie?»

«Lei è andata via da un anno.»

«Mi dispiace» sussurrò.

Poi ecco che gli occhi di lei esplosero in un boato di luce.

Sorrise e afferrò velocemente dai fornelli un guanto da cucina a forma di maialino. Lo calzò, nonostante fosse unto, e lo puntò verso Nico muovendo la mano e ridendo.

«Questo ce l’avevo anche io a casa. Cioè, quando ero piccola.»

Lo avvicinò al viso e continuò a muovere la mano.

«Mia madre non lo usava mai. Beh, in fondo lei cucinava di rado. Era stato mio padre a comprarlo, e ogni volta che lo indossava veniva verso me e mia sorella, agitava la mano contro di noi e farfugliava: “Gronf, gronf, ora vi mangio il naso”.»

Abbassò il braccio e fissò il guanto. Sembrava che ora per lei non esistesse altro.

La voce di Nico parve appena raggiungerla.

«Quanti anni ha tua sorella?»

«Siamo gemelle. Anche se io e Ivy siamo molto diverse.»

Si sfilò il guanto e lo gettò sui fornelli.

«E tua moglie come si chiama?»

«Sissy. Cioè Silvia.»

«Sissy mi piace. Sa di buono! E le altre?»

«Quali altre?»

«Quelle che vengono qui.»

Lui sbuffò. Si avvicinò a lei e le tolse la bottiglia di mano.

«Ci sta una, Vicky. Abita su questo pianerottolo.»

«Mi dispiace.»

«E di cosa?»

«Magari ci ha visti salire, e ora pensa a chissà cosa.»

Nico sorrise, alzò la bottiglia e diede sorso.

Già: “Chissà cosa!”. E cosa avrebbe dovuto pensare Vicky se li avesse visti?

Nico sapeva perché quella ragazza era venuta lì, e lo sapeva anche lei. Era solo questione di tempo, e a dire il vero Nico non ne aveva neppure più voglia.

Guardandola, gli parve ancora di vedere Sissy. La vedeva durante gli ultimi mesi in cui stavano insieme, girava esasperata per casa mentre puliva.

«Ma in te ci sta almeno un po’ di dannato amore?»; e poi Vicky, stretta fra le sue braccia sussurrargli contro al viso: «Ma tu mi vuoi bene almeno un po’, Nico?»

Non aveva mai risposto a Sissy, né aveva risposto a Vicky, e ora che quella ragazza stava in piedi davanti a lui, nemmeno a lei sapeva cosa dire.

Un boato irruppe dall’altra stanza, le mura della cucina tremarono.

La ragazza si voltò sorpresa verso la porta della cucina.

«Cos’è stato?» disse ridendo.

Gli occhi di Nico si spalancarono. La vide correre fuori dalla stanza senza il minimo imbarazzo.

La raggiunse in camera da letto. Lei era ferma in mezzo alla stanza. Al di là della mura battevano pugni e si udivano urla in ucraino, ma lei guardava attorno a sé assorta, sorrideva, carica di luce negli occhi.

I vestiti sparsi a terra fra decine di libri, le bottiglie vuote e i fogli appallottolati, il pavimento colmo di mozziconi di sigarette e cumuli di cenere, il letto sfatto, il portatile ancora acceso sulla scrivania e le mura che cadevano a pezzi.

Avanzò lenta e si mise a sedere sul letto. Tastò le lenzuola. Sembrava accarezzasse il corpo di un sovrano morto, qualcosa di sacro.

Rivolse lo sguardo a Nico, fermo sull’uscio della porta.

«Lei dormiva su questo letto?»

«Poco dopo che ci siamo lasciati ho cambiato casa.»

«Per non pensare ai momenti vissuti insieme a lei?»

Nico non le rispose. La guardò dritto negli occhi, ma lei continuava a sorridere. Non sembrava nemmeno essere viva, ma solo una statua abbandonati lì senza che Nicola ne capisse il motivo.

Nico raggiunse la finestra: desiderava che quella ragazza sparisse, che Sissy sparisse, che persino Vicky sparisse.

Gli sembrò di udire la voce di sua madre urlare contro suo padre: «Ma se mi odi tanto, perché non te ne vai?»

«Questa è la mia cazzo di casa e tu sei mia moglie, hai capito o no?»

La ragazza precipitò sul letto, fece un profondo sospirò, allargò le braccia, chiuse gli occhi e adagiò il capo sul cuscino.

«Puzza di fumo, non odora di donna» disse fra sé e sé.

Aprì gli occhi e si rannicchiò su di un lato, osservò la schiena di Nico fermo davanti la finestra.

«Lei, Vicky, non resta mai a dormire da te?»

«No.»

«E le sta bene così?»

Nico non disse nulla. Cosa andasse bene a Vicky, cosa fosse andato bene a Sissy, lui non lo sapeva. Forse non ci aveva mai pensato. Magari sì, alcune volte, quando faceva loro dei regali, quando diceva loro parole dolci, quando faceva di tutto perché non andassero via e per assopire quel qualcosa in lui a cui non sapeva dare nome, ma che c’era, come un cancro invisibile che ti uccide giorno dopo giorno.

Vicky due notti prima gli aveva chiesto ancora una volta: «Ma tu mi vuoi bene almeno un po’, Nico?»

Cosa aveva detto Sissy prima di andare via?

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Tratto dal romanzo Nuda

Eva riuscì appena a guardare Elena. Le sfiorò il braccio nudo con la stessa tenerezza fasulla con cui le aveva baciato tante volte il viso.

«Hanno detto che dopodomani uscirò.»

Elena socchiuse gli occhi e le sfiorò la mano.

«Chissà quando uscirò io…»

Gli enormi occhi azzurri di Elena si posarono sulle ragazze nel corridoio, poi sulle infermiere, e ancora su di un finestrone coperto da grate dietro cui si vedevano i padiglioni dell’ospedale, i palazzi di quella minuscola cittadina, Pietra Ligure, e in fondo a essi il mare che si perdeva all’orizzonte.

Eva guardò gli occhi di Elena: erano lucidi, sembrava stesse per piangere, ma non una lacrima le rigò il viso.

Improvvisamente gli occhi di Elena parvero spaccarsi. Nel corridoio si diffuse un forte odore di risotto allo zafferano. Le risate delle ragazze diventarono incontrollabili: urla confuse in un campo di battaglia.

«Vieni» sussurrò Elena.

Eva non riusciva a reggere lo sguardo di Elena, rivedeva se stessa, e le faceva male. Entrambe avevano bisogno di mordersi le labbra fino a farle sanguinare, così che un dolore potesse soffocarne un altro, chiudendole in una vorace dipendenza di sofferenza.

Entrarono insieme nella stanza che avevano condiviso per due mesi, specchio delle loro esistenze: un disordine dove niente trovava forma.

Ovunque erano sparsi vestiti e scarpe. Accanto al letto di Elena erano ammassati un mucchio di libri. C’era puzza di pelle e di mestruazioni.

Eva guardò i vestiti sul pavimento, sembravano vittime di uno stupro: usati e poi gettati via.

Ripensò ai tanti ragazzi con cui era stata: Alessandro, Geppi, Daniele, Gabriele; di alcuni non ricordava neppure il nome, di altri non l’aveva mai saputo: solo mani sul suo corpo, fiati nella bocca, spinte nella pancia, sapore di pesce marcio nelle narici, a volte il puzzo del cesso di una discoteca.

Infine il suo corpo cadeva nel vuoto, come il vomito che puntualmente rovesciava una volta tornata a casa.

Guardò ancora i vestiti sparsi sul pavimento, le scarpe, persino le borsette. Se non fosse stato per le grate alla finestra sarebbe sembrata la stanza di due normalissime ragazze, come quella condivisa con due ragazze quando aveva convinto suo padre a mandarla a studiare architettura a Macerata, prima che ci ripensasse e obbligasse suo padre a pagarle università e casa a Milano.

«A te non importa niente di me! Che vuoi che vada a fare, la puttana?»

Elena si stese subito a letto, accanto a esso erano ammucchiati decine di libri.

Eva si mise a sedere sul proprio letto, l’occhio le cadde su un libro di Palahniuk posto sul comodino.

Lo strinse a sé, accarezzò la copertina e sorrise.

Glielo aveva regalato Mario, pochi mesi prima che la lasciasse. La sua malattia aveva divorato anche lui.

Sfiorò ancora il libro. Lo fissò come se stesse guardando i riccioli neri di Mario, senza poterli ormai più accarezzare. Ricordava i regali che lui le faceva, le parole dolci che le diceva sempre, le notti passate insieme nella casa di Milano, il modo in cui l’abbracciava, quasi fosse fragile come il cristallo; e lei che ogni giorno era indecisa se volesse o meno stare con lui, i mille modi in cui lo feriva:

«Però certo che fra tutti i ragazzi che ho avuto tu sei il più bruttino!»

E quelle sei parole che in un attimo le si conficcarono in gola:

«Non sono io quello che cerchi.»

Posò il libro sul comodino e si lasciò cadere sul letto. Chiuse gli occhi: adesso il profumo di zafferano era fortissimo, si mischiava al miscuglio di odori nel frigorifero nella casa a Milano che aveva svuotato appena Mario era andato via, lasciandola da sola, ancora nuda, in lacrime.

Improvvisamente nella stanza si fece strada la voce di un’infermiera.

«Ragazze, cinque minuti e di corsa a pranzo.»

Gli occhi di Elena tremarono, persi nel vuoto. A Eva sembrò di udire la voce di sua madre in cucina: «Eva, muoviti che è pronto.»

Uscirono dalla stanza senza fiatare. Nel corridoio avanzavano decine di ragazzine, tutte in pigiama o in pantaloncini: alcune sorridevano, altre avevano il capo chino, quasi tutte si mangiavano le unghie. Elena era zitta, camminava lenta accanto a Eva, il profumo del risotto era sempre più penetrante nelle sue narici, le entrava fin negli occhi, al punto da farli lacrimare.

Le infermiere seguivano con lo sguardo le ragazze. Giulia, una ragazza di appena diciassette anni, alta e dai lunghi capelli neri, sorrideva e scherzava con Federica, una ragazza della sua stessa età dai seni molli perché dimagrita troppo in fretta.

Entrambe erano state più volte in quel posto, spesso condotte a forza dai loro genitori. Ma tanto avevano già deciso: avevano deciso di non decidere.

Le loro risate erano simili alle foto di persone allegre poste su lapidi di marmo.

Giulia rideva più di tutte, insieme a Federica e Cinzia: una ragazza di Alessandria dallo sguardo duro e che a diciassette anni aveva avuto già due aborti a causa delle sue continue fughe da casa.

Era al suo terzo ricovero, i primi due li aveva interrotti bruscamente, e stranamente stavolta era arrivata a un mese e mezzo.

A vederle così sembravano solamente ragazze troppo magre, ma le loro unghie mangiucchiate, i capelli sfibrati e il retro dei denti scuriti erano agli occhi di Eva preludio di una morte animalesca, lo stesso orrore che sentiva sulla propria pelle: un corpo che divorava tutto voracemente, senza percepire niente.

Si stavano sgretolando come calcare, camminavano e cadevano a pezzi, come bambolotti a molla messi insieme con lo scotch.

Eva sentiva il pungente odore di zafferano fin dentro le narici. Non le faceva né caldo né freddo, ma accanto a lei Elena fissava il vuoto con occhi vitrei, tratteneva le lacrime, le sue labbra tremule sembravano stessero urlando: «Ho paura.»

Eva osservò le proprie unghie, i segni dei morsi sui polpastrelli, e senza rendersene conto continuò a mangiarle voracemente, fino a sentire il sapore del suo stesso sangue.

Si sentiva come loro e ne aveva paura: anche lei, giovane ragazza all’apparenza perfetta, portava i segni del martirio sul proprio corpo.

Era una carcassa deperibile. Carne putrida lacerata. L’iperbole esistenziale che come uno sputo le gettava in faccia ciò che era e ciò che mai sarebbe stata, intrappolata in una vita di illusioni in cui dopo la foga di un’orgia di morsi, non restava altro che il silenzio di un cuore rattoppato che non marcisce e al quale neanche più giunge il gusto del nutrimento.

Eva scosse il capo, cercò di scrollare via quei pensieri.

Evitò lo sguardo di Elena e guardò ancora le ragazze, ma i suoi occhi si frantumarono appena vide a meno di un metro da lei Alice: una creatura cui sorte sembrava esser stata goliardica attribuendole proprio quel nome.

Era uno scheletro che camminava, aveva trentadue anni, era alta un metro e settantacinque, ma pesava anche meno di Eva.

I lunghi capelli, una volta castani, ormai erano grigi. I suoi denti erano gialli, il suo alito puzzava di cibo avariato.

Il pigiama che indossava non riusciva a nascondere le ossa che quasi le laceravano la pelle.

La malattia la stava massacrando, e lei l’abbracciava come fosse il solo amore a cui ci si possa stringere in una notte dove nessuno ti bacia.

Era al suo quinto ricovero, e chissà se ce ne sarebbe stato un altro, pensò Eva, camminando dietro a lei.

A un tratto si trovarono all’interno della sala da pranzo, una grossa stanza rassomigliante a un’aula scolastica: le mura bianche piene di disegni, panche e sedie in fila.

Le infermiere fecero sedere in fretta le ragazze. Nessuna di loro oppose resistenza, le loro risate erano aumentate, come se con esse cercassero di sovrastare il tremore delle loro ossa.

Erano bestie chiuse in una stalla, muggivano respirando l’aria della morte che stava per massacrarle.

Eva rivide suo padre, lei aveva otto anni, cercava di mostrargli un disegno, ma lui la cacciò via per riprendere ad aiutare Valeria a fare i compiti.

Rivide sue madre da sola ferma davanti a un televisore, seduta su di un divano, inculcandole con la propria immagine che quella sarebbe stata la sua vita: la sola e unica vita per una donna.

Improvvisamente sentì l’odore di cibo farsi sempre più vicino. Giulia smise di ridere, e così Federica e Cinzia.

L’aroma di risotto allo zafferano avvolgeva la stanza, nessuna osava alzare lo sguardo.

Eva iniziò a mangiucchiarsi le unghie.

Alice era seduta proprio davanti a lei.

Quando Eva e Elena avevano preso posto, Alice non si era ancora seduta, e dopo né a Eva né a Elena era sembrato il caso di cambiare posto.

Era scortese. Il padre di Eva le aveva insegnato a non essere scortese, al punto che lei era diventata falsa pur di non esserlo.

Anche in quel momento non fu scortese, eppure i conati di vomito che percepiva salirle in gola ogni volta che incrociava lo sguardo di Alice erano specchio dei suoi veri sentimenti.

Ma ad Alice non importava, non le importava più di niente.

Quando incominciarono a portare le pietanze, Eva non seppe più dove guardare. Elena era immobile al suo fianco, giocherellava nervosamente con un elastico per capelli.

Alice aveva il volto chino, i capelli sfibrati le copriva il volto scarnito.

Lacrime le scivolavano fino alle labbra ringrinzite. Tremava.

Eva la sentì appena bisbigliare: «Non voglio!»

 

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Tratto dal racconto La vecchia belva

Il professor Damiani continuava a tamburellare con la penna sulla cattedra, gli occhi fissi sul libro di Tacito, un lieve mormorio attorno a lui.

Quando il professore chiuse il libro la classe parve paralizzarsi. Il professor Damiani si lisciò la barba grigia, ingiallita dalla nicotina, la mano scarna sulla fronte rugosa, gli occhi persi in una visione lontana.

Scosse il capo, come si fosse appena destato. Scrutò a uno a uno i suoi alunni: quello con la faccia da topo, il ragazzo con i dentoni da cavallo, quella a cui a inizio lezione faceva sempre sputare la gomma, il ripetente dal volto spigoloso: erano i ragazzi del quinto anno, da vent’anni il professore insegnava al Liceo Vittorio Emanuele.

A un tratto puntò il ripetente.

«Tu…»

«Lambiase, professore.»

«Sì, Lambiase. Dimmi cosa accade all’inizio del Libro Primo delle Storie di Tacito.»

Il ragazzo inarcò un sorrisetto arrogante.

«Beh, professore, succede che i tedeschi vogliono fare la pelle a Galba.»

Tutta la classe scoppiò a ridere, il professore picchiò il pugno sulla cattedra e li ammutolì.

«Silenzio!»

Si sistemò gli occhiali sul viso.

«Bene, signor…»

«Lambiase…»

«Grazie a te la classe intera domani mi porterà un bel riassunto delle prime cinquanta pagine del Libro Primo delle Storie di Tacito.»

Fra gli studenti un brusio di dissenso, subito frenato dallo sguardo severo del professore. Tutti conoscevano quello sguardo, alunni e docenti, e tutti ne avevano timore e rispetto, l’aria boriosa del professore Damiani gli aveva fatto guadagnare fra i professori il nomignolo di Adolf, fra gli studenti l’appellativo di Pezzo di merda.

Usciti gli alunni, il professore sistemò i libri nella cartella e si allontanò a sua volta dalla classe. Nel corridoio a malapena salutò qualche collega, le professoresse lo evitavano come la peste: dicevano che era un vecchio sadico, e anche se Damiani aveva cinquantadue anni, aveva davvero l’aria di un vecchio e lo sguardo di un sadico. Gli studenti vociferavano che la moglie, Dora, l’avesse piantato perché non gli si drizzava; i professori dicevano che quella bella donna aveva fatto bene a piantarlo, Damiani era solo un fissato che non pensava altro che allo studio, un vero maniaco.

Damiani affrontava questi pettegolezzi con non curanza, come tutto il resto.

Uscito da scuola, come prima cosa accese una sigaretta, incurante della tosse. Compì i soliti rituali: qualche affettato, il pane e due bottiglie di vino rosso in salumeria, il cruciverba dall’edicolante, uno sguardo truce al mendicante fuori a Palazzo Venezia. Guardò la vetrina della libreria Ubik: «Che porcherie» borbottò, poi si diresse al Bancomat.

La mano gli si paralizzò sul tastierino. Aggrottò le sopracciglia, gli occhi fissi sui numeri sotto le sue dita.

A un tratto fu colto da un pesante senso d’angoscia, tutta la sua persona sembrava immersa in una bolla densa.

Sbuffò e compose velocemente il codice del bancomat.

«Quei ragazzi mi faranno uscire pazzo» sbottò.

Entrò nel palazzo di fronte la Basilica di San Domenico Maggiore, dove aveva vissuto tutta la sua vita. Il portiere, un vecchio tozzo reputato dal professore un cafone sfaticato, lo salutò con garbo; Damiani a malapena alzò la mano. Come ogni giorno, alle tre e mezza precise, entrò in casa, sistemò la spesa sul tavolo di noce appartenuto a sua madre e prima ancora a sua nonna, indossò la vestaglia, mise su un disco di Chopin e raggiunse la libreria nel soggiorno.

Narrativa, poesia, filosofia: i libri erano catalogati per genere e autore; si infastidiva da morire se Dora li mischiava.

Accese una sigaretta, passò a rassegna i libri uno per uno, la tosse gli mozzava il respiro, avvertiva una forte pressione all’interno della testa.

Inforcò gli occhiali, stordito: non riusciva a mettere a fuoco i titoli dei libri.

Prese Papà Goriot e, ancora tossendo, andò a sedersi sull’antica poltrona di suo padre. Riprese il libro da dove l’aveva lasciato, era la decima volta che lo leggeva.

Ah, se fossi ancora ricco e se, invece di darglieli, avessi conservato i miei averi, esse sarebbero qui a leccarmi le guance con i loro bacetti”.

A un tratto si bloccò. Lesse ancora la frase, poi tornò indietro di una pagina e lesse quanto accaduto prima.

«Sono proprio stanco» farfugliò, posando il libro sulle gambe e afferrando un bicchiere di vino.

Lo vuotò in un sorso e ne riempì subito un altro. Incrociò lo sguardo di Dora in una delle foto su di una mensola: le aveva lasciate lì nonostante sua moglie fosse andata via da sei anni, erano al posto in cui le aveva sistemate lei, Dora sembrava guardarlo con lo stesso disgusto di quando era in casa, in mano stringeva una borsetta nera, l’ultimo regalo che Damiani le aveva fatto.

Dimezzò il bicchiere e tornò alla lettura. Poi, come ogni giorno, lucidò l’argenteria di sua madre e diede un’occhiata alla collezione di francobolli appartenuta a suo padre.

Dopo cena, la bottiglia di vino quasi vuota, si mise a correggere i compiti degli alunni. La tosse continuava a martoriarlo, la cenere cadeva sui fogli.

Concluse di correggere un tema, poi, nel momento di apporre il voto, la mano gli si paralizzò, la punta della biro ferma sul foglio.

Rilesse il finale del tema, poi qualche riga nel mezzo, di nuovo l’inizio, e infine il nome dell’alunno: Lambiase.

Rimase interdetto per qualche istante, il mondo attorno a lui sembrava essersi fermato.

Poi di colpo segnò in rosso Cinque sull’ultima pagina del tema.

«Fannullone!»

Finì il vino, gli occhi fissi sui fogli davanti a lui, la musica che echeggiava nella semioscurità spezzata appena da una lampada.

Guardò una foto di Dora: lei sorrideva, Damiani non riusciva proprio a ricordare quando gliel’aveva scattata.

 

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Tratto dal racconto Zuwārah

La stanza era buia, minuscola, le mura puzzavano di sudore e carne avariata. Quella puzza Kojo e Adina se la sentivano sulla pelle da mesi, da quando avevano abbandonato Brikama. Migliaia di chilometri nascosti in furgoni, jeep e carri bestiame, per trovarsi nuovamente in un buco.

Entrambi erano in piedi, senza fiatare né osare guardare un militare della polizia di Ğanzũr seduto dietro una misera scrivania illuminata appena da una lampada. Fissava Kojo e Adina con occhi ferini. Aveva un sorriso di sfida sul viso. I suoi occhi urlavano: «Dai, fatevi avanti, che non aspetto altro.»

Probabilmente proprio per questo aveva poggiato la pistola sul tavolo, attendeva che Kojo facesse una mossa, ma lui restò immobile come sua moglie. Non aveva il coraggio nemmeno di guardare i soldi gettati sul tavolo: quei soldi che aveva messo da parte con ogni forza, spaccandosi la sua giovane schiena per portare lontano se stesso e Adina.

Aveva già pagato migliaia di dollari il viaggio dal Gambia alla Libia, e quei soldi avrebbero permesso a entrambi di raggiungere l’Italia via mare.

Ormai quel pensiero era diventato un miraggio, i suoi occhi erano talmente stanchi che faticava persino a immaginarlo.

La porta alle loro spalle si spalancò di colpo, Kojo ebbe un sussulto, il cuore gli balzò nel petto spaccandogli le ossa.

Adina, accanto a lui, teneva lo sguardo basso, ma i suoi occhi sembravano fiutare l’aria. Stava immobile, in attesa, aguzzava le orecchie, spiava ogni movimento senza osare alzare il capo.

Al suo fianco Kojo tremava.

L’uomo dietro la scrivania balzò sull’attenti, il suo ghigno da gradasso si ridusse a una smorfia miserevole: non altro che il risolino di un bambino al cospetto di un padre severo.

Kojo e Adina udivano solo passi. Nessuno dei due osò voltarsi. Kojo fissava a terra, e perle di sudore gli colavano dalla fronte fino alla bocca; Adina roteava gli occhi verso il pavimento sudicio, attenta a contare i passi che udiva.

Vedeva stivali battere su luride tavole marce. Erano due uomini, forse tre.

Quando era stata catturata insieme a Kojo, prima di raggiungere il porto di Zuara, lei aveva udito solo passi, poi urla, pugni, calci, il pianto di un bambino. Gli uomini di Dabbashi, colui che aveva promesso a centinaia di persone di portarle in Italia, si erano dileguati come ombre. Le torce dei miliziani fendevano l’oscurità, accecavano occhi, e ancora passi, urla, il fragore delle onde.

Adina si aspettava di udire da un momento a un altro lo stesso frastuono, e invece non vide che due gambe davanti ai suoi occhi e una sagoma allontanarsi verso la scrivania.

«Aismuh?» tuonò la voce dell’uomo in piedi davanti ad Adina. Quella voce era ovunque, sembrava giungere dalle mura, dal soffitto, dal pavimento.

Adina sapeva che quell’uomo non stava chiedendo a lei il proprio nome. Lei era niente per quella gente. Come lei ce n’erano tanti in altre stanze, altri erano morti, di certo nessuno era giunto in Italia.

Kojo si avvicinò all’uomo innanzi a Adina, aveva un vestito da ufficiale, gli occhi piccoli, un frustino in mano.

Kojo non ebbe il tempo di aprire bocca. Una sberla lo colpì in pieno viso, uno schizzo di sangue sprizzò sul pavimento e lui cadde al suolo.

«Askat!» gli urlò contro l’ufficiale.

Kojo obbedì, fece silenzio e restò a terra, tremava e con le mani si copriva il volto.

L’ufficiale diede un’altra occhiata ad Adina, poi si voltò verso il poliziotto dietro la scrivania.

Il miliziano rispose mostrò un borsello privo di documenti.

«La tujad mustanadat» disse.

Un sorriso rigò il volto dell’ufficiale, sembrava avergli tagliato il viso, e la stanza intera.

Si avvicinò alla scrivania. Adina ne scrutava i movimenti, i suoi occhi erano palle bianche in un buio assoluto, vischioso.

L’ufficiale pose lo sguardo al miliziano entrato con lui, un giovane di forse diciott’anni, più giovane persino di Kojo.

Il ragazzo sorrideva, aveva i denti marci, le gambe ossute gli tremavano.

Diede all’ufficiale i soldi raccolti dal tavolo.

Senza nemmeno rendersene conto li fece precipitare sulla scrivania.

Il poliziotto dietro la scrivania scoppiò a ridere.

«Ahmaq!» strepitò l’ufficiale. Strappò di mano i soldi dal miliziano davanti a lui e raccolse quelli caduti a terra.

Poi non si udì più un respiro. Kojo e Adina erano ancora in ginocchio, gli occhi fissi sul pavimento, attorno a loro solo silenzio, ovunque angoscia. Contavano i secondi, attenti a ogni rumore, a ogni movimento degli uomini attorno a loro che ora sentivano ovunque, fin nel corpo, come cellule impazzite.

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Tratto dal racconto Silenzio

Come ogni mattina la tosse del professor Celardo rimbombava nel vecchio palazzo in Via dei Tribunali 154. Carla la conosceva a memoria quella tosse, erano due anni che l’udiva alle otto precise. Da quando aveva sette anni, di quello strano uomo che abitava accanto casa sua, al terzo piano, non aveva sentito altro che la tosse. Mai una parola. Nessun’altra traccia del professor Celardo. Ogni tanto solo la figura di un vecchio magro e dai capelli bianchi, gli occhi perennemente tristi e una sigaretta fra le labbra.

Il papà di Carla, Oreste, diceva che quel vecchio era pazzo:

«Che poi che cazzo fa tutto il giorno chiuso in casa? Lo sai tu? Rompe solo le palle con quella schifosa musica classica, ecco che cazzo fa!»

Quando la sera, tornato dalla fabbrica, Oreste udiva il professor Celardo tossire, esclamava sempre: «E manco si decide a schiattare!»

La mamma di Carla, Rosaria, borbottava: «La finisci o no? Certe cose non si dicono. È peccato!»

Carla invece non diceva niente in quei momenti. Cercava persino di non udire la voce del televisore perennemente acceso. Voleva sentire solo la voce del professor Celardo; non capiva perché, ma la voce di quell’uomo la incuriosiva, come i personaggi dei libri che leggeva nella biblioteca della scuola.

Anche adesso, seduta sulla tazza del bagno, tendeva l’orecchio al muro, gli occhi fissi sulle mattonelle.

Un altro colpo di tosse la fece balzare. Poi uno scatarro. La voce di suo padre che dalla cucinava urlava: «E manco schiatta!»

Avvicinò di nuovo il viso al muro, le sue minuscole mani scivolarono sulle mattonelle, nelle narici puzzo di candeggina, eppure respirava solo il tanfo di chiuso che aveva sempre immaginato nella casa del signor Celardo.

Ormai non si udiva più niente. Carla guardò il suo telefono: erano le otto e tre minuti, oggi il professore aveva smesso di tossire con un minuto di anticipo.

Rabbrividì. Le saltò in mente suo padre: le posate nelle sue mani tozze e pelose, gli abiti da lavoro sporchi di grasso, il viso coperto dalla barba ispida e le sue grossi labbra che si muovevano veloci mentre masticava del cibo e borbottava: «E manco si decide a buttare il sangue.»

Poi ancora un colpo di tosse. Un minuscolo sorriso rigò il viso di Carla. Dei passi si mossero al di là del muro: pantofole strascicate sul pavimento.

Carla le immaginava, le vedeva di cuoio, consunte, polverose.

Si alzò dalla tazza, si nettò e tirò lo scarico.

Sedette sul bidet, ma aprì piano l’acqua. Non voleva far rumore. Adesso toccava alla musica, lo sapeva.

Un notturno di Chopin risuonava nel bagno, si perdeva sui tappetini azzurri, sulle mattonelle a fiori, sulla tendina blu davanti la doccia.

Carla aveva imparato grazie al professor Celardo il nome dei compositori classici. Li aveva registrati col cellulare e poi li aveva cercati su internet. Chopin, Beethoven, Bach, Mozart: in poco tempo quei nomi avevano acquisito per lei un volto. La loro musica scandiva i giorni del professor Celardo e la solitudine di Carla.

Chopin significava che era martedì.

Come da copione, dalla cucina irruppero le urla di Oreste.

«Ma che sfaccimma! Ogni mattina è questo? Non la può abbassare quella cazzo di musica?»

E Rosaria, sicuramente ai fornelli a lavare piatti e tazze, come sempre esclamò: «E abbassa la voce. Che magari ti sente.»

«Me ne sbatto il cazzo se mi sente!»

Poi i passi di Rosaria nel corridoio. Carla la immaginava controllare con sguardi furtivi che non ci fosse polvere sulle foto di famiglia o sulle statuette di porcellana sui mobili.

Come ogni mattina sua madre bussò alla porta.

«Carla, muoviti che fai tardi.»

«Ho fatto! Esco subito.»

Si asciugò, tirò su la gonna e uscì spedita dal bagno.

Entrò rapida in cucina. Le sue gambe minute sembravano danzare, i boccoli biondi le cadevano sul viso color latte.

Afferrò in fretta lo zainetto dalla sedia. Sua mamma le dava le spalle, in piedi davanti ai fornelli ad asciugare i piatti, nell’aria ancora profumo del caffè e puzzo della sigaretta di Oreste seduto a tavola a guardare il telegiornale.

«Mimmo e Tonino hanno citofonato. Stanno già giù.»

«Scendo subito…»

Un bacio veloce a suo padre, un altro a sua madre, in cucina la voce cupa di un giornalista si mischiava alle note di Chopin.

Carla uscì di casa. Alla sua sinistra la porta senza targhetta del professor Celardo, nel pianerottolo la musica di Chopin si perdeva su mura colme di scritte e disegni sconci, rendeva ancora più tristi gli occhi della Madonna immobile in un altarino appeso alla parete.

Gli occhi color nocciola di Carla erano un tutt’uno con la porta. Immaginava il professor Celardo, quel vecchio uomo che aveva sempre visto tornare a casa dal salumiere giù al palazzo, oppure la domenica dalla messa delle dieci, ora seduto su una sedia a dondolo a fumare e leggere libri.

Ricordava che sua madre, quando il professore si era trasferito nel palazzo, aveva detto a suo padre: «Vedessi quante scatole piene di libri hanno salito.»

Oreste aveva risposto: «E a che cazzo gli è servito leggerli? Vedi che fine ha fatto? Ma famm’ ‘o cazz’ ‘e piacer’!»

Udì un trillo al di là della porta di casa sua. Sua madre strillò: «Sta scendendo!»

Distolse lo sguardo e scese in fretta le scale. Ora non c’era più Chopin, ma solo urla, il pianto di un bambino, rumore di pentole e stoviglie e le voci dei televisori.

Uscita dal palazzo il sole parve accecarla. Ovunque voci, passi, da Via Duomo il frastuono della auto.

Mimmo e Tonino erano fermi davanti al portone, gli occhi fissi sul corpo minuto di Carla.

«Muoviti, che facciamo tardi. Poi te la senti tu a quella?» esclamò Mimmo, tirandosi su a fatica sulla spalla grassoccia lo zaino del Napoli e con l’altra mano scostandosi la frangia dal viso paffuto.

Tonino, ossuto e dalla testa rasata, tirò Carla per un braccio.

«E muoviti, che cazzo fai ferma? Sei scema?»

Corsero insieme fra alti antichi palazzi. A Carla ogni volta sembrava di trovarsi in un antico feudo, come quelli scoperti nei romanzi di Cervantes o di Hugo: alte e scura mura, macigni incastonati come in un mosaico, poderosi archi di pietra e gigantesche finestre, sotto ai piedi lesti un selciato di pietra.

Attorno a loro le urla dei negozianti, profumo di pizza fumante e di cornetti freschi, i primi turisti che inauguravano la fine della primavera e l’inizio dell’estate passeggiando per la città e facendo foto ai monumenti.

Nella sua testa ancora la musica di Chopin.

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Tratto dal racconto Il profumo di mia madre

Gli occhi di Daniele erano due palle nere perse nel vuoto. Non vedeva niente. Avanzava lento, il cielo che lo sovrastava gli sembrava identico a quello sotto cui era stato sepolto suo padre.

Anche allora non vedeva la gente attorno a lui. Fissava solo una fossa, un buco nero, e sperava che fosse abbastanza profondo perché suo padre non ne uscisse.

Continuò ad andare avanti. Si trascinava come una bestia ferita fra una folla di corpi. Occhi, bocche e braccia si susseguivano in una nebbia liquida. Passi e voci si mischiavano al frastuono della auto in corsa. Attorno a lui un succedersi di vetrine addobbate a festa per il Natale. Luci intermittenti gli brillavano negli occhi. L’odore di focaccia calda proveniente da una pizzeria, il profumo di dolci scaturito da una pasticceria, la puzza di catrame emanata dalle auto e il tanfo di immondizia proveniente dai vicoli ai bordi della strada formava un solo, indistinguibile odore che Daniele nemmeno percepiva.

Per Daniele non esisteva nulla. Nella sua testa rimbombava unicamente una parola.

I suoi occhi si serrano. Non fermò il passo. La gente lo attraversava, e quella dannata parola continuava a picchiargli nella testa.

In pochi secondi gli avevano strappato via tutto.

Sospirò e si portò la mano al petto. Il cuore batteva forte, ma non era quello che cercava: ciò che cercava non lo poteva vedere né sentire, ma sapeva che c’era.

Si paralizzò, una ventata di carne umana lo trapassò.

Accese una sigaretta. Il fumo volò in aria, e prima che svanisse la gola gli si strinse e iniziò a tossire, sempre più forte, fino a lacrimare.

Afferrò la gola fra le mani, il petto gli pulsava, le gambe tremavano, gli occhi vitrei sul marciapiedi.

Quanto tempo gli avevano detto?

Riprese fiato lentamente, rantolava come una bestia. Alzò gli occhi lucidi di lacrime: tutto era confuso, davanti a lui solo sagome perse nella nebbia.

Gli parve persino di vedere Sofia. Ricordò le parole di lei prima che lui uscisse di casa.

«Di certo è solo bronchite.»

Daniele osservò il palmo della propria mano: tremava, era pallida e coperta di vischioso muco.

Sorrise.

E lui che pensava di trovarci del sangue.

Restò immobile nel mezzo della folla, con la mano ancora tesa, come fosse un mendicante.

Ripensò a suo padre. Durante gli ultimi periodi della malattia non sembrava più neppure un essere umano. Quell’uomo grosso e dalla faccia dura che lui aveva tanto odiato per la sua rudezza era ridotto a uno scheletro.

Daniele ricordava ancora le urla quando di notte, da solo in una casa che gli appariva gigantesca, andava verso quel padre che nemmeno più lo riconosceva.

Il volto di suo padre ridotto a un teschio immerso nell’ombra; non era più l’uomo grezzo e violento di cui Daniele aveva avuto tanta paura, ma solo un patetico vecchio in pigiama, debole al punto da doversi mantenere al muro per camminare.

Non c’era nulla di plateale nella sofferenza di suo padre, quel dolore era solo qualcosa di pietoso, perfino ridicolo, come ora si sentiva lui.

Distolse subito lo sguardo, di colpo nettò la mano contro al jeans. Osservò la macchia sui calzoni. Un tempo si sarebbe arrabbiato anche per una macchia ben più piccola, ma ormai non gliene importava più. Quella macchia non contava niente: non quella.

Riprese a camminare. A ogni colpo dato alla sigaretta tossiva, la gente lo fissava ora intimorita, ora con occhi gonfi di pena.

Lui odiava quando suo padre tossiva. Gli faceva schifo! Gli dava una sensazione di sporco; tutto i suo padre gli sembrava sporco: sempre con addosso vestiti lerci di calce, le unghie verdi, i denti rotti e ingialliti, la pelle che puzzava di sudore e fumo.

Svoltò di corsa in un vicolo. Non ne poteva più di tutte quelle facce, di quegli sguardi, di quei rumori, di quelle luci.

Attorno a lui non c’era quasi anima viva. I palazzi erano vecchi e le loro mura scrostate. Nell’aria si respirava puzza di rifiuti mista al profumo di detersivo proveniente dai panni penzolanti dalle ringhiere. I soli rumori erano quelli di motorini che appariva e svanivano in un lampo, e di qualche marocchino fuori ad alimentari pakistani.

Lui voleva solo tornare a casa e non vedere più niente.

Avrebbe voluto stendersi al suolo e piangere a dirotto come quando era bambino, e sua madre lo stringeva fra le braccia, prima che lo lasciasse da solo, quando lui aveva solo otto anni: da solo con suo padre.

Poggiò la mano contro la vetrina di un negozio di giocattoli, barcollava e ansimava, al di là di essa gli occhi tondi di peluche e bambole lo fissavano.

Gli occhi di Daniele si spalancarono.

Quando Daniele aveva otto anni suo padre l’aveva portato in quel negozio. Era il primo Natale che passava senza sua madre.
Suo padre non gli aveva chiesto quale regalo volesse che Babbo Natale gli portasse, gli aveva detto solo: «Non farmi spendere troppo.»

In quel momento Daniele aveva capito che Babbo Natale non esisteva, e che lui doveva crescere.

Avrebbe voluto piangere, ma sapeva che se lo avesse fatto suo padre gli avrebbe urlato contro: «La vuoi finire di piangere come un frocio?»

Lui all’epoca non sapeva cosa fosse un frocio, ma sapeva che era qualcosa di schifoso per suo padre, dunque non voleva esserlo; mentre invece sapeva bene cosa stava accadendo: sua madre era morta, Babbo Natale non esisteva, e lui era solo insieme a quell’uomo che sentiva sempre più di odiare.

Avrebbe voluto scegliere un peluche, e invece aveva scelto un robot.

Adesso Daniele rivedeva nella vetrata il volto di quel bambino.

Lasciò cadere la mano contro la vetrina, sospirò, una macchia appannò il vetro, dietro di esso gli occhi di un enorme peluche lo fissavano tristi: erano gli stessi occhi con cui Daniela aveva osservato suo padre in quello stesso negozio.

Era passato appena un anno da quando, dopo sei mesi di matrimonio, aveva comprato a Sofia un peluche identico a quello. Lei si era fiondata al collo di Daniele e l’aveva riempito di baci.

Ricordava che lui non aveva detto niente, aveva sorriso e basta, come faceva sempre con Sofia.

Ora con quale sorriso le avrebbe nascosto la verità?

Sentì le gambe venirgli meno. Chiuse gli occhi per trattenere le lacrime, serrò le labbra e la sigaretta gli cadde di mano, affondando in una pozza lucida di detersivo.

La brace si spense in un attimo, un ultimo alito di fumo esalò in aria.

Avrebbe tanto voluto vedere la propria vita svanire veloce come il fumo di quella sigaretta. Tanto, ormai che importava?

 

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