Tratto da I giorni perduti

Poco dopo che Katia era andata via, Nico si era messo a scrivere. Non ne aveva voglia, non riusciva a pensare a nulla, se non a Katia. Eppure sapeva di doverlo fare, o sarebbe finito di nuovo in fabbrica, come aveva detto Massimo.

Gli sembrava ancora di vederla la sua vecchia fabbrica, simile a quella in cui era morto suo padre: un rullo oleoso su cui si muovevano bacchette coperte di stucco, la polvere in faccia, i movimenti sempre uguali, la puzza di segatura e di colla, le chiacchiere degli operai accanto a lui e le urla dei capi che lo colpivano come scudisciate.

Sapeva che se fosse tornato lì dentro sarebbe diventato come suo padre: stanco, incattivito, con la faccia scura anche una volta rientrato a casa e pronto a sfogarsi su moglie e figli.

Lo vide rientrare da lavoro: le scarpe rotte e coperte di stucco, il pantalone stracciato e macchiato di vernice, un puzzolente maglione da cui usciva fuori la pancia, unghie lerce, mani e viso luridi, gli occhi di una bestia feroce.

E poi di colpo lo vide invecchiato, dimagrito da sembrare uno scheletro: rantolava lungo il corridoio, in pigiama, senza riuscire nemmeno a parlare. Tendeva la mano venosa nel vuoto, i pantaloni gli erano scivolati sui piedi. Camminava lento, le dita sembravano spaccarsi a ogni movimento, gli occhi erano due bolle bianche prossime a esplodere.

A furia di sorsi di vino Nico cercò di scacciare via quelle immagini. Ogni tanto scriveva qualcosa, ma la cancellava subito. Non riusciva a mettere a fuoco niente: non un’immagine, non una scena, non un solo desiderio che non fosse Katia.

Si alzò di sbotto dalla sedia, chiuse il portatile e si tolse da lì.

Quanto tempo aveva ancora? Massimo gliel’aveva detto, eppure lui non lo ricordava: non voleva ricordarlo. Non voleva rivedere il volto di suo padre.

Si mosse nella stanza, a terra c’erano ancora le mutandine di Katia: erano identiche a quelle di Sissy.

A parte quel pezzo di stoffa, di lei non c’era traccia: solo un profumo, lenzuola ancora sgualcite e capelli sul cuscino.

Osservò a lungo il letto, la vedeva ancora lì: il corpo rannicchiato, le mani sotto al viso, le pupille enormi.

«Mi vuoi bene almeno un po’, Nico?»

Distolse subito lo sguardo. Andò in cucina e prese un’altra bottiglia di vino dal frigo.

La pasta era ancora nel forno.

Guardò l’orologio. Erano cinque ore che lei era uscita, e ora che si trovava da solo in quella cucina, così pulita da sembrare una camera mortuaria, si sentiva smarrito. Stava soffocando. Gli tornarono in mente i lunghi pomeriggi in cui da bambino, fino a otto anni, rimaneva in cucina a disegnare, leggere o guardare la Tv, mentre sua madre dormiva da sola in camera da letto.

«Mi raccomando amore mio, la mamma ha bisogno di riposare. Tu resta qui, va bene?»

Tornò in camera da letto e raggiunse la finestra. La bottiglia gli penzolava dalla mano, l’altra mano era poggiata al vetro.

Il vecchio sistemava barattoli in una credenza senza ante, il televisore lanciava fasci di luce azzurra contro mura incrostate.

Lo vide sparire al di là di un drappo marrone.

Da dietro la tenda della finestra dell’albergo si vedevano un uomo e una donna litigare. Lui le urlava in faccia, lei piangeva a dirotto e agitava le mani in aria. Uno schiaffo colpì in pieno viso la ragazza: cadde a terra; l’uomo in piedi davanti a lei continuava a urlare.

Nico rivide suo padre muoversi in cucina, strillava per i soldi che non bastavano mai, mentre sua madre, immobile ai fornelli, non osava alzare lo sguardo, stringeva i pugni e basta.

A volte, quando succedeva, Nico si chiudeva nella propria camera, rannicchiato nel letto e con le mani contro le orecchie.

Spinse lo sguardo a sinistra, il signor Celardo era sempre al proprio posto, costruiva un altro modellino: un furgone.

Lo vide digrignare i denti mentre cercava di assemblare un sedile nell’abitacolo, poi scagliare il pugno contro al tavolo.

Si tolse da lì. Non sapeva perché, ma ora guardare quelle immagini, quelle persone, gli faceva male, un male fisico: lo faceva sentire solo, e per la prima volta la solitudine gli pesava come quando da bambino restava in cucina, di pomeriggio, in attesa che sua madre si svegliasse.

Andò in bagno. Si fermò sull’uscio della porta. Fissò la stanza, i mobili, e diede un forte sorso al vino.

Abbassò la bottiglia e avanzò. La tavoletta era abbassata. Non ricordava di averla mai vista abbassata lì in quella casa. Gli faceva tornare in mente Sissy, il bagno a casa loro, e quando lei urlava: «Vuoi stare un po’ attento? Ma ci pensi o no che esisto anche io qui?»

La tirò su lentamente, ripensò a sua madre china contro al water, pulendolo con aria triste, e nell’angolo le chiazze di piscio lasciate da suo padre quando era ubriaco.

Notò bagnoschiuma e shampoo sul ripiano della doccia. Sul lavello c’era del detergente intimo, una spazzola piena di lunghi capelli, uno spazzolino rosa e un deodorante.

Respirò l’aria, odorava di donna: profumava di Katia.

Ebbe voglia di gettare via dal lavello tutto con una sola manata, ma restò paralizzato, si guardava allo specchio senza riconoscersi, vedeva solo un vecchio stanco.

Udì improvvisamente la porta di casa sbattere.

Sobbalzò. Osservò il deodorante di Katia, il suo spazzolino, il suo detergente.

Uscito dal bagno la vide avanzare nel corridoio: trascinava una grossa borsa.

Katia si fermò davanti la cucina e lasciò cadere a terra la borsa. Aveva gli occhi rossi come se non dormisse da giorni, era sudata e affannata.

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Tratto dal romanzo Piciul

Tutti pensavano che Damin sarebbe morto giovanissimo, e forse avevano ragione. Sfrecciava nella notte in sella a una motocicletta. Non aveva la patente, ma non gli importava. In fondo nemmeno suo fratello Floris, più grande di lui di quattro anni, aveva la patente, ma era stato proprio lui a insegnargli a guidare, e gli aveva insegnato a picchiare e a rubare. Gli avrebbe insegnato anche a uccidere, se lo avesse ritenuto un uomo.

Una volta l’aveva portato persino a sparare nella discarica di Pianura, ma a Damin la pistola era subito caduta di mano.

«Femminuccia!» aveva esclamato Floris, deridendolo insieme ai sui amici. E ora Damin, a cavallo della moto che aveva rubato per sentirsi forte come suo fratello, sapeva solo di non voler essere una femminuccia.

Aveva già fatto due mesi al Filangieri per furto, sapeva bene che se l’avessero beccato di nuovo stavolta sarebbe stata la galera vera, quella dei grandi. Ma in fondo Damin si sentiva già grande, sarebbe morto per dimostrarlo.

Sfrecciò sfidando la polizia, la gente, il mondo. Rideva. Gli brillavano gli occhi, trafitti dai lampioni e dai fari delle auto fra cui faceva lo slalom. Si lasciava alle spalle negozi, persone, palazzi. Al suo passaggio insultava le puttane che battevano sui marciapiedi, sputava contro ai barboni che giacevano sui gradini dei palazzi, mandava a fanculo gli ubriaconi che barcollavano in strada.

Per Damin tutto era pari a un’enorme, gigantesca scenografia. La sua stessa vita lo era. Era un’opera magnifica, potente, ma pur sempre una recita.

Sapeva che non sarebbe mai stato come suo fratello Floris, e ne era terrorizzato.

Suo padre Petru, criminale che, come Floris, lavorava per gli italiani, glielo ricordava ogni giorno a suon di pugni. La sola in casa sua con cui un tempo parlava era sua madre Mirela, andata via quando lui aveva otto anni.

Sua madre era sparita senza nemmeno salutarlo. Damin a malapena la ricordava, di lei aveva impressa nelle pupille solo l’immagine vista la notte prima che sparisse: il corridoio buio, lei che usciva dalla camera da letto, le braccia tese nel vuoto, il volto sporco di sangue, le labbra che si muovevano in un urlo senza voce.

Il giorno dopo suo padre gli aveva detto che lei era andata via, gli aveva proibito persino di ricordarne il nome.

Damin serrò i denti e accelerò. Arrivò al Fatima Phone Center.

Lasciò a terra il mezzo, superò Alì senza essere fermato.

Il piano superiore era avvolto dal fumo. Al centro della sala Piciul, Blanca, Vali e Dorin giocavano e strepitavano, l’algerino si faceva un’altra dose di crack.

Appena Milon vide Damin balzò. Lo seguì con lo sguardo.

Damin ora camminava lento, nelle sue pupille c’erano solo Blanca e Piciul: l’immagine di loro due vicini era un proiettile che gli aveva trafitto i tessuti, fino a conficcarsi nel cuore ed esplodere.

Quella loro vicinanza gli dava un fastidio fisico. Si sentiva escluso, rifiutato, come quando da bambini Piciul e Blanca si mostravano a vicenda i regali ricevuti la mattina di Natale.

«Horia, guarda quant’è bella la mia nuova bambola.»

«Blanca vieni, questo gioco me l’ha insegnato la mamma.»

Damin invece non aveva mai niente da mostrare: sempre e solo lividi.

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Tratto dal romanzo I giorni perduti

Ora che quella ragazza stava lì, a casa sua, il suo interesse era di colpo sfumato. Non aveva nemmeno il coraggio di guardarla negli occhi. Temeva che se l’avesse guardata non avrebbe rivisto la stessa donna incontrata poco prima nel bar, ma soltanto Sissy davanti al lavello a pulire i piatti, lamentandosi.

«Non usciamo mai.»

«Lo sai che ho da lavorare.»

«Prima non eri mica così.»

«Esci tu se vuoi, okay?»

«Ah, e non sei nemmeno geloso?»

«Ma smettila!»

Nico mosse il capo come se si fosse appena destato da un lungo sonno. Tornò a guardare lei: continuava a toccare tutto e osservare ogni cosa. Era stata zitta per un po’, come un animale che cerca di abituarsi a una nuova tana, ma adesso di nuovo faticava a chiudere la bocca.

«Ma non pulisci mai?»

Nico scosse le spalle e le passò la bottiglia. Lei la raccolse, girò per la stanza sfiorando ante sfondate, bicchieri con dentro due dita di vino, piatti sporchi nel lavello.

«Da quanto non entra una donna qui dentro?»

«Da due giorni. Forse tre.»

«Tua moglie?»

«Lei è andata via da un anno.»

«Mi dispiace» sussurrò.

Poi ecco che gli occhi di lei esplosero in un boato di luce.

Sorrise e afferrò velocemente dai fornelli un guanto da cucina a forma di maialino. Lo calzò, nonostante fosse unto, e lo puntò verso Nico muovendo la mano e ridendo.

«Questo ce l’avevo anche io a casa. Cioè, quando ero piccola.»

Lo avvicinò al viso e continuò a muovere la mano.

«Mia madre non lo usava mai. Beh, in fondo lei cucinava di rado. Era stato mio padre a comprarlo, e ogni volta che lo indossava veniva verso me e mia sorella, agitava la mano contro di noi e farfugliava: “Gronf, gronf, ora vi mangio il naso”.»

Abbassò il braccio e fissò il guanto. Sembrava che ora per lei non esistesse altro.

La voce di Nico parve appena raggiungerla.

«Quanti anni ha tua sorella?»

«Siamo gemelle. Anche se io e Ivy siamo molto diverse.»

Si sfilò il guanto e lo gettò sui fornelli.

«E tua moglie come si chiama?»

«Sissy. Cioè Silvia.»

«Sissy mi piace. Sa di buono! E le altre?»

«Quali altre?»

«Quelle che vengono qui.»

Lui sbuffò. Si avvicinò a lei e le tolse la bottiglia di mano.

«Ci sta una, Vicky. Abita su questo pianerottolo.»

«Mi dispiace.»

«E di cosa?»

«Magari ci ha visti salire, e ora pensa a chissà cosa.»

Nico sorrise, alzò la bottiglia e diede sorso.

Già: “Chissà cosa!”. E cosa avrebbe dovuto pensare Vicky se li avesse visti?

Nico sapeva perché quella ragazza era venuta lì, e lo sapeva anche lei. Era solo questione di tempo, e a dire il vero Nico non ne aveva neppure più voglia.

Guardandola, gli parve ancora di vedere Sissy. La vedeva durante gli ultimi mesi in cui stavano insieme, girava esasperata per casa mentre puliva.

«Ma in te ci sta almeno un po’ di dannato amore?»; e poi Vicky, stretta fra le sue braccia sussurrargli contro al viso: «Ma tu mi vuoi bene almeno un po’, Nico?»

Non aveva mai risposto a Sissy, né aveva risposto a Vicky, e ora che quella ragazza stava in piedi davanti a lui, nemmeno a lei sapeva cosa dire.

Un boato irruppe dall’altra stanza, le mura della cucina tremarono.

La ragazza si voltò sorpresa verso la porta della cucina.

«Cos’è stato?» disse ridendo.

Gli occhi di Nico si spalancarono. La vide correre fuori dalla stanza senza il minimo imbarazzo.

La raggiunse in camera da letto. Lei era ferma in mezzo alla stanza. Al di là della mura battevano pugni e si udivano urla in ucraino, ma lei guardava attorno a sé assorta, sorrideva, carica di luce negli occhi.

I vestiti sparsi a terra fra decine di libri, le bottiglie vuote e i fogli appallottolati, il pavimento colmo di mozziconi di sigarette e cumuli di cenere, il letto sfatto, il portatile ancora acceso sulla scrivania e le mura che cadevano a pezzi.

Avanzò lenta e si mise a sedere sul letto. Tastò le lenzuola. Sembrava accarezzasse il corpo di un sovrano morto, qualcosa di sacro.

Rivolse lo sguardo a Nico, fermo sull’uscio della porta.

«Lei dormiva su questo letto?»

«Poco dopo che ci siamo lasciati ho cambiato casa.»

«Per non pensare ai momenti vissuti insieme a lei?»

Nico non le rispose. La guardò dritto negli occhi, ma lei continuava a sorridere. Non sembrava nemmeno essere viva, ma solo una statua abbandonati lì senza che Nicola ne capisse il motivo.

Nico raggiunse la finestra: desiderava che quella ragazza sparisse, che Sissy sparisse, che persino Vicky sparisse.

Gli sembrò di udire la voce di sua madre urlare contro suo padre: «Ma se mi odi tanto, perché non te ne vai?»

«Questa è la mia cazzo di casa e tu sei mia moglie, hai capito o no?»

La ragazza precipitò sul letto, fece un profondo sospirò, allargò le braccia, chiuse gli occhi e adagiò il capo sul cuscino.

«Puzza di fumo, non odora di donna» disse fra sé e sé.

Aprì gli occhi e si rannicchiò su di un lato, osservò la schiena di Nico fermo davanti la finestra.

«Lei, Vicky, non resta mai a dormire da te?»

«No.»

«E le sta bene così?»

Nico non disse nulla. Cosa andasse bene a Vicky, cosa fosse andato bene a Sissy, lui non lo sapeva. Forse non ci aveva mai pensato. Magari sì, alcune volte, quando faceva loro dei regali, quando diceva loro parole dolci, quando faceva di tutto perché non andassero via e per assopire quel qualcosa in lui a cui non sapeva dare nome, ma che c’era, come un cancro invisibile che ti uccide giorno dopo giorno.

Vicky due notti prima gli aveva chiesto ancora una volta: «Ma tu mi vuoi bene almeno un po’, Nico?»

Cosa aveva detto Sissy prima di andare via?

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Tratto dal romanzo Nuda

Eva riuscì appena a guardare Elena. Le sfiorò il braccio nudo con la stessa tenerezza fasulla con cui le aveva baciato tante volte il viso.

«Hanno detto che dopodomani uscirò.»

Elena socchiuse gli occhi e le sfiorò la mano.

«Chissà quando uscirò io…»

Gli enormi occhi azzurri di Elena si posarono sulle ragazze nel corridoio, poi sulle infermiere, e ancora su di un finestrone coperto da grate dietro cui si vedevano i padiglioni dell’ospedale, i palazzi di quella minuscola cittadina, Pietra Ligure, e in fondo a essi il mare che si perdeva all’orizzonte.

Eva guardò gli occhi di Elena: erano lucidi, sembrava stesse per piangere, ma non una lacrima le rigò il viso.

Improvvisamente gli occhi di Elena parvero spaccarsi. Nel corridoio si diffuse un forte odore di risotto allo zafferano. Le risate delle ragazze diventarono incontrollabili: urla confuse in un campo di battaglia.

«Vieni» sussurrò Elena.

Eva non riusciva a reggere lo sguardo di Elena, rivedeva se stessa, e le faceva male. Entrambe avevano bisogno di mordersi le labbra fino a farle sanguinare, così che un dolore potesse soffocarne un altro, chiudendole in una vorace dipendenza di sofferenza.

Entrarono insieme nella stanza che avevano condiviso per due mesi, specchio delle loro esistenze: un disordine dove niente trovava forma.

Ovunque erano sparsi vestiti e scarpe. Accanto al letto di Elena erano ammassati un mucchio di libri. C’era puzza di pelle e di mestruazioni.

Eva guardò i vestiti sul pavimento, sembravano vittime di uno stupro: usati e poi gettati via.

Ripensò ai tanti ragazzi con cui era stata: Alessandro, Geppi, Daniele, Gabriele; di alcuni non ricordava neppure il nome, di altri non l’aveva mai saputo: solo mani sul suo corpo, fiati nella bocca, spinte nella pancia, sapore di pesce marcio nelle narici, a volte il puzzo del cesso di una discoteca.

Infine il suo corpo cadeva nel vuoto, come il vomito che puntualmente rovesciava una volta tornata a casa.

Guardò ancora i vestiti sparsi sul pavimento, le scarpe, persino le borsette. Se non fosse stato per le grate alla finestra sarebbe sembrata la stanza di due normalissime ragazze, come quella condivisa con due ragazze quando aveva convinto suo padre a mandarla a studiare architettura a Macerata, prima che ci ripensasse e obbligasse suo padre a pagarle università e casa a Milano.

«A te non importa niente di me! Che vuoi che vada a fare, la puttana?»

Elena si stese subito a letto, accanto a esso erano ammucchiati decine di libri.

Eva si mise a sedere sul proprio letto, l’occhio le cadde su un libro di Palahniuk posto sul comodino.

Lo strinse a sé, accarezzò la copertina e sorrise.

Glielo aveva regalato Mario, pochi mesi prima che la lasciasse. La sua malattia aveva divorato anche lui.

Sfiorò ancora il libro. Lo fissò come se stesse guardando i riccioli neri di Mario, senza poterli ormai più accarezzare. Ricordava i regali che lui le faceva, le parole dolci che le diceva sempre, le notti passate insieme nella casa di Milano, il modo in cui l’abbracciava, quasi fosse fragile come il cristallo; e lei che ogni giorno era indecisa se volesse o meno stare con lui, i mille modi in cui lo feriva:

«Però certo che fra tutti i ragazzi che ho avuto tu sei il più bruttino!»

E quelle sei parole che in un attimo le si conficcarono in gola:

«Non sono io quello che cerchi.»

Posò il libro sul comodino e si lasciò cadere sul letto. Chiuse gli occhi: adesso il profumo di zafferano era fortissimo, si mischiava al miscuglio di odori nel frigorifero nella casa a Milano che aveva svuotato appena Mario era andato via, lasciandola da sola, ancora nuda, in lacrime.

Improvvisamente nella stanza si fece strada la voce di un’infermiera.

«Ragazze, cinque minuti e di corsa a pranzo.»

Gli occhi di Elena tremarono, persi nel vuoto. A Eva sembrò di udire la voce di sua madre in cucina: «Eva, muoviti che è pronto.»

Uscirono dalla stanza senza fiatare. Nel corridoio avanzavano decine di ragazzine, tutte in pigiama o in pantaloncini: alcune sorridevano, altre avevano il capo chino, quasi tutte si mangiavano le unghie. Elena era zitta, camminava lenta accanto a Eva, il profumo del risotto era sempre più penetrante nelle sue narici, le entrava fin negli occhi, al punto da farli lacrimare.

Le infermiere seguivano con lo sguardo le ragazze. Giulia, una ragazza di appena diciassette anni, alta e dai lunghi capelli neri, sorrideva e scherzava con Federica, una ragazza della sua stessa età dai seni molli perché dimagrita troppo in fretta.

Entrambe erano state più volte in quel posto, spesso condotte a forza dai loro genitori. Ma tanto avevano già deciso: avevano deciso di non decidere.

Le loro risate erano simili alle foto di persone allegre poste su lapidi di marmo.

Giulia rideva più di tutte, insieme a Federica e Cinzia: una ragazza di Alessandria dallo sguardo duro e che a diciassette anni aveva avuto già due aborti a causa delle sue continue fughe da casa.

Era al suo terzo ricovero, i primi due li aveva interrotti bruscamente, e stranamente stavolta era arrivata a un mese e mezzo.

A vederle così sembravano solamente ragazze troppo magre, ma le loro unghie mangiucchiate, i capelli sfibrati e il retro dei denti scuriti erano agli occhi di Eva preludio di una morte animalesca, lo stesso orrore che sentiva sulla propria pelle: un corpo che divorava tutto voracemente, senza percepire niente.

Si stavano sgretolando come calcare, camminavano e cadevano a pezzi, come bambolotti a molla messi insieme con lo scotch.

Eva sentiva il pungente odore di zafferano fin dentro le narici. Non le faceva né caldo né freddo, ma accanto a lei Elena fissava il vuoto con occhi vitrei, tratteneva le lacrime, le sue labbra tremule sembravano stessero urlando: «Ho paura.»

Eva osservò le proprie unghie, i segni dei morsi sui polpastrelli, e senza rendersene conto continuò a mangiarle voracemente, fino a sentire il sapore del suo stesso sangue.

Si sentiva come loro e ne aveva paura: anche lei, giovane ragazza all’apparenza perfetta, portava i segni del martirio sul proprio corpo.

Era una carcassa deperibile. Carne putrida lacerata. L’iperbole esistenziale che come uno sputo le gettava in faccia ciò che era e ciò che mai sarebbe stata, intrappolata in una vita di illusioni in cui dopo la foga di un’orgia di morsi, non restava altro che il silenzio di un cuore rattoppato che non marcisce e al quale neanche più giunge il gusto del nutrimento.

Eva scosse il capo, cercò di scrollare via quei pensieri.

Evitò lo sguardo di Elena e guardò ancora le ragazze, ma i suoi occhi si frantumarono appena vide a meno di un metro da lei Alice: una creatura cui sorte sembrava esser stata goliardica attribuendole proprio quel nome.

Era uno scheletro che camminava, aveva trentadue anni, era alta un metro e settantacinque, ma pesava anche meno di Eva.

I lunghi capelli, una volta castani, ormai erano grigi. I suoi denti erano gialli, il suo alito puzzava di cibo avariato.

Il pigiama che indossava non riusciva a nascondere le ossa che quasi le laceravano la pelle.

La malattia la stava massacrando, e lei l’abbracciava come fosse il solo amore a cui ci si possa stringere in una notte dove nessuno ti bacia.

Era al suo quinto ricovero, e chissà se ce ne sarebbe stato un altro, pensò Eva, camminando dietro a lei.

A un tratto si trovarono all’interno della sala da pranzo, una grossa stanza rassomigliante a un’aula scolastica: le mura bianche piene di disegni, panche e sedie in fila.

Le infermiere fecero sedere in fretta le ragazze. Nessuna di loro oppose resistenza, le loro risate erano aumentate, come se con esse cercassero di sovrastare il tremore delle loro ossa.

Erano bestie chiuse in una stalla, muggivano respirando l’aria della morte che stava per massacrarle.

Eva rivide suo padre, lei aveva otto anni, cercava di mostrargli un disegno, ma lui la cacciò via per riprendere ad aiutare Valeria a fare i compiti.

Rivide sue madre da sola ferma davanti a un televisore, seduta su di un divano, inculcandole con la propria immagine che quella sarebbe stata la sua vita: la sola e unica vita per una donna.

Improvvisamente sentì l’odore di cibo farsi sempre più vicino. Giulia smise di ridere, e così Federica e Cinzia.

L’aroma di risotto allo zafferano avvolgeva la stanza, nessuna osava alzare lo sguardo.

Eva iniziò a mangiucchiarsi le unghie.

Alice era seduta proprio davanti a lei.

Quando Eva e Elena avevano preso posto, Alice non si era ancora seduta, e dopo né a Eva né a Elena era sembrato il caso di cambiare posto.

Era scortese. Il padre di Eva le aveva insegnato a non essere scortese, al punto che lei era diventata falsa pur di non esserlo.

Anche in quel momento non fu scortese, eppure i conati di vomito che percepiva salirle in gola ogni volta che incrociava lo sguardo di Alice erano specchio dei suoi veri sentimenti.

Ma ad Alice non importava, non le importava più di niente.

Quando incominciarono a portare le pietanze, Eva non seppe più dove guardare. Elena era immobile al suo fianco, giocherellava nervosamente con un elastico per capelli.

Alice aveva il volto chino, i capelli sfibrati le copriva il volto scarnito.

Lacrime le scivolavano fino alle labbra ringrinzite. Tremava.

Eva la sentì appena bisbigliare: «Non voglio!»

 

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