“NUDA”, un viaggio in una malattia. Un viaggio nel volto di Eva; il volto di una bambina bisognosa d’amore, di una vittima, di una carnefice, di una malata. Un romanzo che riuscirà ad arrivare al posto giusto.

Con un fendente, stringendomi forte, mi trapassò le carni e l’anima.
Un gemito di piacere e di dolore rimbombò in quella tomba in cui noi, condannati a morte, stavamo perpetuando il delitto che ci avrebbe condotti infine al suicidio.
Lui iniziò a muoversi su di me con decisione. Con forza. Stringendomi come se volesse stritolarmi. Mordendomi il collo come se volesse lacerarlo. E io, sotto di lui, mi muovevo al suo stesso ritmo. Ero io a scopare lui, non lui me. Ero io a violentare me stessa, non lui. Era quello il mio masochistico delirio, e io ero le mie dita divorate. Il vomito gettato nel cesso dopo una lunga abbuffata. Ero la mia fica smembrata dalla sua violenza. Dalla mia violenza. Dalla voglia di non essere mai nata. Da quella voglia di morire, perché incapace a vivere.
“Pugnalami. Pugnalami. Pugnala il mio cuore marcio. Puniscimi per essere nata”.
Questo rimbombava nella mia testa mentre il mio corpo, come fosse una bambola di plastica, veniva scosso dalle sue spinte. Colpi simili a pugnalate in cui era intriso tutto il suo dolore nei confronti di una vita che l’aveva relegato in un dipinto. Quella mia stessa rabbia che, con atti masochistici, si scagliava contro di lui, costringendolo ad uccidermi e uccidersi. Colpendolo mentre lui mi colpiva. Muovendomi assieme a lui mentre la stanza roteava attorno a noi: tutto confuso, stordito, lontano. Come se non fossimo più noi a stare lì, ma solamente le viscere di due cadaveri ormai putrefatte. Solamente sangue che nessuno avrebbe mai lavato via. Il sangue di vite gettate, mai nate; aborti strappati dal grembo materno e lasciati al freddo, mentre i pochi secondi di vita ancora pulsavano nei loro informi cuori, mostrandogli una vita che mai avrebbero avuto. Un nome che mai avrebbero avuto.
E qual era il mio nome? Qual era il suo nome?
Un gemito di rabbia donò un nome a entrambi, mentre lui, stritolandomi, diedi un colpo fortissimo in me, accolto dal mio pube famelico; dal mio corpo affamato di quella vita rubata, lì sotto di lui, dimenandosi come fossi indemoniata.
Infine, si lasciò cadere su di me. Nel buio. Nel buio che celava quel delitto.
Ansimante e sudato, iniziò ad accarezzarmi il viso, baciandomi dolcemente le labbra e sorridendo.
Ecco, tutto era fatto. Tutto era finito. Un altro dente tolto. Ancora un dolore per anestetizzare un altro dolore.
Era cambiato qualcosa?
No, non ero più io lì. Non era più lui lì.
Sconosciuti, ecco cos’eravamo. Due drogati che detestavano la propria droga, convincendosi che non ci fosse nulla di meglio al mondo.
Avrei mai lasciato la mia droga? E lui, avrebbe mai lasciato la sua di droga?
No! E me lo disse con un’altra pugnalata. La più dolorosa. Quella che arriva sempre, presto o tardi.
«Sono così innamorato di te» mi sussurrò in un orecchio. Penetrandomi ancora una volta. Lasciando che un infernale virus si addentrasse in me, divorando voracemente ogni parte del mio corpo.
Era la bugia sovrana di ogni altra bugia.
Lui l’aveva già detta ad altre persone. Io l’avevo già detta ad altre persone.
Eravamo entrambi sadici carnefici e masochistici sciocchi.
Stavamo ancora una volta uccidendo qualcuno. Ci stavamo ancora una volta suicidando. E le mie dita nei suoi capelli, il mio sorriso e quel tenero bacio, furono il sigillo che sugellarono la nostra comune colpa. Furono parte del suo stesso movente. Noi, ora stesi sulle nostre illusioni, illudendoci ancora che fossero dei sogni, e accrescendo un dolore che presto o tardi ci avrebbe divorati.
E quanto tempo ci sarebbe stato ancora concesso?
Fu una mia carezza a rispondere. Ancora una volta. In quel silenzio che ormai svelava la realtà di un rapporto mai nato. La storia tra due persone che non avevano nulla da dirsi. Che avevano consumato tutto in un celere falò, inebriandosi di una cruenta emozione, nuovamente convincendosi che essa potesse perdurare in un sentimento cui solo e unico nome era bisogno.
E di cosa avevo bisogno in quel momento, ormai desta, vedendo il mio e il suo sangue sulle mie labbra?
Avevo bisogno di vomitare, ecco cosa.
Ancora una volta mi ero abbuffata. Ancora una volta mi facevo schifo. Ancora una volta avevo pagato per la colpa di essere venuta al mondo.
Ora dovevo solamente vomitare quello schifo. Vomitare me stessa. Poi cercare nuovamente di essere perfetta, modellando il mio corpo e la mia anima con un forzato digiuno, finché non sarebbe giunta la nuova abbuffata. La nuova condanna. Il nuovo fallimento di quella mia corsa verso una vita perfetta. Verso una vita inesistente.
Mi alzai dal letto, come la più dolce e devota delle spose, e dopo un altro bacio, andai verso il bagno.
Aveva pulito anche quello. Aveva cercato in ogni modo di celare la sua malattia, come io in ogni modo cercavo di nascondere la mia.
Mi avvicinai allo specchio e mi fissai. Non mi riconoscevo. Non vedevo il mio volto, ma solamente uno schifoso mostro. Un mostro bastardo e crudele, capace di far del male a tutti semplicemente con la propria esistenza.
Allungai le mani verso lo specchio, sfiorandolo come se potessi toccarmi.
Scostai la mano e, violentemente, sputai contro lo specchio.
«Stronza. Fai schifo!» strepitai, fissando la mia immagine distorta da quello sputo. Dal mio ribrezzo verso me stessa e la mia vita imperfetta.
Mi guardai ancora allo specchio. Trucco sbavato sul viso di una bambina mai cresciuta. Una puttana dell’Est gettata per strada, violentata infinite volte, al punto da diventare cattiva, spietata, inesistente: non altro che una sadica violentatrice. Il riflesso di una violenza mai guarita.
E ciò mi giustificava? Giustificava il male perpetuato nei miei confronti? Giustificava il sangue appena succhiato da quel corpo cui, unica colpa, era stata quella di accogliere il mio incessabile urlo d’amore?
Avrei dovuto scappare via, ma al di là di quello stupro a cui mi ero concessa, in me ribolliva ancora l’eroina della sua tenerezza. La dolcezza mai avuta da mio padre. La fiducia e la stima mai ricevuta. La vita che da sempre ricercavo. Quella vita perfetta. Quella vita in cui io ero perfetta e degna d’amore.
No, non potevo rinunciare a quella mia droga. A ogni costo. Anche al costo di stracciarmi da dosso la pelle?
E la sua di pelle?
In quel momento non vidi altro che il mio riflesso allo specchio. Ora di nuovo perfetto, dopo aver pulito quella macchia e ogni mia colpa. Pronta a rientrare in scena. Pronta a lottare per la mia vita. Pronta a lottare per la mia illusione. Per la mia masochistica e al tempo stesso sadica voglia di vita.

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Zero, il booktrailer!

Booktrailer di Zero, antologia di racconti ideata da Marco Peluso, assieme a Elisa Bellino e Maddalena Costa. Realizzata assieme ad altri 11 autori. Edita dalla Damster edizioni, e disponibile presso i migliori stores online.

14 autori, 20 storie di dipendenze. Una raccolta di racconti forti, realistici, capaci di sbranare ogni illusione di essere liberi per davvero. Di non dipendere da qualcosa.

 

 

 

 

Finalmente online “Zero”, antologia di 20 racconti sulle dipendenze, scritti da 14 autori. Edito dalla Damster edizioni.

Siete davvero sicuri di essere liberi? Siete sicuri di essere i padroni della vostra vita?
A quante cose chiediamo la vita? Ogni giorno. Ogni minuto. Ogni istante.
Magari crediamo che il successo possa darci la vita. Forse pensiamo che possa farlo l’amore, gli affetti, la carriera, o il piacere ad altri.
Centinaia di cose che inseguiamo spasmodicamente, ogni istante, senza neanche rendercene conto. Credendo che tutto ciò possa renderci liberi, felici, vivi. Senza accorgerci nemmeno di essere schiavi delle nostre passioni. Dipendendo da esse. Incapaci di vivere senza di esse. Impazzendo al solo pensiero di privarcene. Pronti a tutto pur di difendere la droga da iniettarci nelle vene, avvelenando la nostra vita, e quella di chi ci sta attorno.

Vi rispecchiate in tutto ciò? Siete consapevoli di essere dei drogati di vita?
Beh, allora non perdete questa antologia di racconti.
14 autori. 20 storie sulle dipendenze. Su ciò che ci illude di darci la vita.
Un progetto nato dalla mente folle di Marco Peluso, dall’irruenta curiosità di Elisa Bellino, e il carisma di Maddalena Costa.
Supportati dalla professionalità di Olympia Fox, assieme ad altri 10 autori: Elisa Itacchia Spillo, Ashara, Vittorio Xlater, Fabio Mundadori, Faber, Artemide B, Leonarda Morsi, Michele Cogni, Antonella Aigle, Valter Padovani.

ZERO! Antologia edita dalla Damster edizioni. Copertina a cura di Gennaro Varriale Gonzalez. Progetto grafico di Elisa Bellino. Prefazione a cura di Federica D’Ascani.
Da oggi disponibile online sui maggiori stores.
Non abbiate paura di specchiarvi in queste pagine!

Di seguito un piccolissimo estratto di uno dei racconti.

Tratto da “Non mi soffocare”, di Marco Peluso.

Era quasi un’ora che fissavo quel calzino. Chissà da quanto tempo giaceva su quel lercio pavimento. E io? Da quanto tempo ero steso lì?
Minuti, ore, giorni, anni?
Cristo, che mal di testa tremendo!
La testa era come avvolta in una morsa. Il mio corpo non rispondeva a nessun impulso, benché bastasse anche un piccolo rumore proveniente da fuori per farmi balzare, scuotendo il mio corpo con un tremore pari a quello di un ubriacone tormentato dal delirium tremens.
Già, un ubriacone. E io non ero da meno. Affatto!
La notte prima avevo bevuto più del solito, come capitava sempre quando stavo male.
Sì, bere era la sola cosa di cui fossi davvero capace. La risposta a ogni problema. Un atto compulsivo. Una dipendenza. Un rituale per cercare invano di soffocare rabbia e dolore.
E ci ero riuscito?
No, come sempre non era servito a un cazzo, se non a farmi piangere fino a notte fonda, scrivere qualche cazzata, e poi alle cinque del mattino abbattermi su di un materasso privo di lenzuola.
Cazzo, quella notte mi ero anche pisciato sotto. Troppa birra! Sì, troppa birra e troppo ubriaco per svegliarmi e andare al cesso.
Da ridere! Davvero da ridere.
Trentacinque anni suonati, e di colpo ti pisci sotto come un moccioso. Un patetico moccioso! E chissà, forse non ero altro che un povero e ridicolo moccioso. In fondo me ne stavo steso su di un pavimento, in mutande a guardare un calzino.
Sospirai con forza, come se stessi soffocando. Voltai lo sguardo. Il calzino rimase lì. Fissai la mia mano. Il dito era bruciato!
Dio, sul mio indice ci stava una grossa bolla, e di certo non si era fatta da sola.
Lasciai perdere la mano e mi rigirai su di un lato. Davanti a me, per terra, dei fogli bruciati. Pagine bruciate. Alcune mie poesie bruciate.
Ero stato io, la notte prima. Come al solito avevo dato di matto cominciando a sfasciare tutto, bruciando alcune cose da me scritte.
Mi venne persino da sorridere mentre fissavo quei fogli. Non sapevo che ci fosse da ridere, ma lo feci lo stesso, dato che nella mia mente non c’era altro che una serie di pensieri vorticosi, indefiniti, ma talmente veloci e irruenti da sembrare volessero spaccare il mio cranio e volare via per quella cazzo di stanza.
Mi rigirai nuovamente. Alzai lo sguardo verso il soffitto e strinsi forte la testa, come se stessi cercando di bloccare quei cazzo di pensieri.
Non ci riuscii!
Indefiniti e ronzanti come uno sciame di api, continuavano a muoversi nella mia testa, battendo contro le tempie e facendole pulsare.
Ne afferrai appena uno. Uno solo!
“Dove cazzo sto andando?”. Ecco cosa mi passò per la testa. Il solo pensiero indefinito nel mezzo di quel vortice di pensieri.

 

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