Tratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Le luci di Natale negli appartamenti di fronte al mio mi ricordano che presto dovrei fare gli auguri a mia madre, e so che non lo farò. So che non uscirò da questa stanza.
I palazzi decrepiti di fronti alla mia finestra brillano di luci colorate e intermittenti, come se negli squallidi depositi al pian terreno ormai adibiti a monolocali per vecchie sole o puttane, o nelle case decrepite abitate da pezzenti e disperati ci possa essere qualcosa da festeggiare. Eppure quello scintillio nevrotico di luci continua ad avvolgere interi vicoli. Sono talmente tante che sovrastano le luci dei lampioni, e da alcune finestre, nel mezzo di stanze spoglie e che cadono a pezzi, si vedono persino alberi colmi di addobbi natalizi.
Dalle piccole insenature della tapparella vedo un mondo di cui non faccio più parte, ora ancora più disgustoso e crudele avvolto dalle luci del Natale.
Non ho più un orologio, eppure so che è giovedì e che sono le sei e trenta del pomeriggio.
Lo so perché ogni giovedì il cinese panciuto che abita di fronte a me, in una decrepita casa che cade a pezzi come la mia, indossa il suo maglioncino rosa.
È il terzo giovedì che lo fa. Deve significare qualcosa.
Al di là di una vetrata che sembra di plastica sporca, l’ho visto più volte sistemare con cura quel maglione su di un vecchio comodino di legno, per poi indossarlo e osservarsi a uno specchio enorme che sostituisce la porta di un armadio.
Di norma gira due volte su se stesso. E lo fa anche stavolta: due giri, un sorriso allo specchio, e poi svanisce chissà dove in quella sua lurida casa, lasciando sul comodino soltanto le foto incorniciate di parenti che sorridono.
So che sono le sei e mezza passate perché la vecchia che abita accanto a lui, in un’altra lurida casa in quel decrepito palazzo di pietra, a quest’ora sente sempre il rosario alla radio.
Ha messo anche il bambino Gesù in un piccolo presepio posto su di un misero mobiletto di legno vecchio quanto lei, e odiose litanie escono dalle inferriate della sua finestra assieme a un’accecante luce gialla.
Quella dannata luce è sempre accesa! Chissà quanto cazzo paga di corrente.
Beh, certo meno del vecchio che vive al piano superiore.
Dal buio della sua cucina si vede sempre la luce del televisore acceso. Ieri notte l’ho vista anche alle quattro. So che erano le quattro perché a quell’ora la puttana nigeriana che vive al pian terreno è solita rientrare.
Lei non fa mai alcun rumore, come se volesse dimenticare i troppi gemiti sentiti durante tutta la notte.
Anche per Angela è così?
Cerco di non pensare a lei. Guardo il mio amico: quel vecchio che persino di notte ha il volume del televisore alzato, pur senza guardarlo, sparendo di continuo nel buio di una porta simile a un cratere.
Chissà perché nessuno gli ha mai detto niente.
Forse quella è la sola voce che lui possa sentire, relegato in quel suo piccolo mondo. È la sua sola amica, proprio come lo è il veliero per il vecchio del terzo piano.
Ieri non ci ha messo mano. Ha passato tutta la serata a guardare la televisione.
Non l’aveva mai fatto da quando lo conosco. E ora non lo vedo nemmeno, la luce nella sua stanza è spenta, e nessun albero brilla in essa, mentre poco distante, nella casa dei due vecchi, un piccolo albero brilla in un angolo, e le luci del presepio roteano intermittenti su di un mobiletto di legno.
Lei sta cucinando, senza dire niente; lui guarda la TV, senza dire una sola parola.
Il cinese è andato via. Il rosario continua a echeggiare dal giallo in cui si vede il volto cupo di quella vecchia ringrinzita, scosso appena dalle luci del presepio e dell’albero di Natale.
Tra circa dieci minuti finirà. Sì, ormai l’ho imparato a memoria. E so che fra circa dieci minuti la voce amica dell’uomo al piano superiore narrerà delle imprese del Tenente Colombo.
Lo guarda ogni giorno! O forse lo ascolta solamente. E tra quaranta minuti il grosso ucraino del palazzo accanto aprirà la finestra di casa sua, appena rientrato dal suo lavoro come manovale.
Inizierà a lamentarsi con la moglie. Non ho mai capito cosa si dicano, ma ormai le parole sono sempre le stesse.
Quella che più ripetono è “hroshi”.
Non conosco la loro lingua, ma dal tono in cui la pronunciano sembra qualcosa di ricorrente e fastidioso, forse qualcosa inerente ai soldi che non bastano mai.
Sì, in fondo anche fuori da questa stanza tutto uguale e ripetitivo, proprio come la mia vita in questa gabbia.
Oltre al mio amico del veliero, mi risultano simpatici solamente i tre indiani rintanati in un buco di venti metri quadrati. Almeno loro non fanno altro che dire parole incomprensibili, sorridendo mentre cucinano cibo talmente speziato che ne sento il fetore persino da qui.
Osservo loro, e osservo il mondo, ma ormai il mondo fuori questa stanza non mi vede più. Sono giorni, settimane, mesi che io sono sparito.
Io sto morendo qui dentro, e nessuno lo vede, mentre le luci dei festoni natalizi si diramano nel vicolo, scagliandosi su pozze di liquame e su un cumulo di rifiuti da cui guizza via un gatto bianco e nero.
Lo vedo ogni giorno, ogni sera, ogni notte.
Sta sempre in questo vicolo, come fosse casa sua, eppure puntualmente fugge via appena sente un qualsiasi rumore.
Chissà, magari al posto suo farei lo stesso. Anche ora appena mia madre o mia sorella passano davanti la porta mi nascondo sotto le coperte, e quando sento la tosse comprimermi il petto ho una tale paura da sembrare un cucciolo di cane lasciato al freddo, affamato e solo, ululando al cielo perché non vuole morire.
Anche poco prima ho sputato sangue sul pavimento. Per quanto le pulisca, per paura che si possa sentire il fetore della mia morte, esso ne resta impregnato.
È la morte che mi ricorda la propria presenza. So che mi sta prendendo. Lo sento nei miei arti sempre più deboli, nella tosse che aumenta, e nel modo in cui il mio collo si contorce, quasi stesse scoppiando.
A volte sento l’aria comprimersi contro al mio cranio, come se volesse spaccarlo pur di uscire. La mia testa è sempre pesante. Percepisco il fumo muoversi nel mio cranio e spingersi sotto la pelle della mia fronte.
È tutto così atroce, e io non posso fermarlo. Non posso fare niente per fuggire da questo lento suicidio. Nulla per impedire al mio corpo di morire.
Guardo ancora dalla finestra. Sento i rumori delle auto e poi alcune pubblicità proveniente dai televisori in qualche appartamento.
La luce nell’appartamento del vecchio è sempre spenta. Il cinese è andato via. La vecchia ha smesso di recitare le sue preghiere e si è messa a tavola. La solita donna lava freneticamente i piatti, e la vecchia coppia si prepara a cenare assieme, lasciando che solamente gesti lenti e silenziosi si muovano in una stanza colma di polvere.
Abbasso lo sguardo verso le unghie delle mie mani. Sono verdi, come quelle di mio padre, e sotto di esse mi sembra di vedere ancora i brandelli insanguinati della carne di Angela.
Lentamente abbasso le braccia, ora pesanti come macigni, continuando a guardare il cielo buio davanti a me.
Mi lascio cadere a terra piangendo, ma non colano lacrime sulle mie guance, né percepisco alcun gemito sfiorare le mie secche labbra socchiuse.
Sfioro il muro davanti a me, accarezzando tagli simili a ferite aperte che grondando ancora sangue.
“Mamma, perdonami per essere nato” leggo, tremando nell’accarezzarle, come se stessi toccando il volto cereo di mia madre.
Lentamente alzo lo sguardo verso il muro, senza riuscire neanche a piangere. Barcollando e tremando mi alzo in piedi e guardo la porta della mia camera, vedendola lontana, del tutto irraggiungibile.
Presto verrà lì fuori per piangere e morire ancora?
Guardo nuovamente la finestra. Al di là di essa il buio di quel vicolo è squassato da luci provenienti dalla stazione centrale. I tubi di ferro al di sopra della stazione della metropolitana sono coperti da luci, e così l’intera stazione e tutti i palazzi.
Tra pochi giorni sarà la vigilia, e la gente si affretta con gli ultimi regali e le spese da fare.
Ieri notte sono andato nuovamente a fare spese. Era tardi, ma non abbastanza, le strade erano piene di persone che si accalcavano per adempiere ai rituali di questa bestiale festa.
Ho vagato per vicoli bui, evitando con cura tutte le strade principali. Ma il rumore era ovunque. In ogni dove. Petulante come il ronzio di miliardi di mosche.
Appena uscito fuori da un vicolo, le luci di alcune bancarelle mi hanno accecato, sfavillando nel buio come stelle.
Erano le undici di sera. Lo sapevo perché poco prima avevo visto uscire di casa il nigeriano che abita nel palazzo di fronte a me.
Dopo una giornata a lavorare esce sempre a quell’ora, per passare il tempo in un internet point a farsi di crack.
Chissà dove stava morendo in quel momento, mentre quelle dannate luci sembravano soffocarmi, simili e denso e fluorescente sangue sulla mia pelle.
Avrei voluto evitarle, ma non potevo. In ogni dove, lungo la piazza, erano poste bancarelle dai tendoni colorati: rossi e bianchi perlopiù, gli stessi che mi sembrava di ricordare nella mia infanzia.
Appesi a essi stavano giocattoli e caramelle. Il profumo dolce e pungente di noccioline zuccherate e caramelle gommose mi entrava fin dentro alle narici, e il vocio delle persone attorno a me trapassava le mie orecchie, mentre si ammassavano ai lati della piazza, parlando, sorridendo, ignorandosi e senza smettere di calpestare il cemento.
Le strade erano sovrastate da un vortice di carne umana: perlopiù famiglie stanche che fissavano le bancarelle, coppie silenziose che camminavano mano nella mano fissando le vetrine dei negozi, e volti che si perdevano in un turbinio di carne e odori in un vortice di corpi che sembravano impegnati davanti a una poderosa catena di montaggio, mentre sceglievano un nuovo telefono cellulare da regalare, comprando dei dolci, alcuni vestiti, o fissando semplicemente le bancarelle.
Avrei tanto desiderato lasciarmi cadere al suolo, urlando verso un cielo sovrastato da metallici filamenti avvolti da colorate luci, sotto di cui i disperati come me non erano accetti. Non quella notte. Non in quel tempo. Non quando la gente doveva solamente sorridere.
A testa bassa, assordato dal brusio della folla, dai loro passi, e dai rumori metallici emanati dai generatori delle bancarelle, fra decine di luci ho visto diverse persone avvicinarsi ai tendoni per comprare caramelle ai propri bambini, mentre altre persone fissavano le vetrine di negozi che sarebbero rimasti aperti fino a tardi, così da permettere a quella brava gente di soddisfare i bisogni di altra brava gente, fingendosi migliori di loro nel regalargli qualcosa di meraviglioso.
Andando avanti, ho visto nascosto dietro l’angolo di una strada, seduto sul freddo gradino di un palazzo, un vecchio barbone avvolto da una lurida coperta.
Quegli stracci bisunti gli coprivano il volto, e le luci dei festoni e delle bancarelle si scagliavano su di esse, così come il vocio della gente e le canzoni provenienti dai negozi si insinuavano fin dentro a quel vicolo.
L’ho visto rigirarsi più volte nelle sue coperte. Forse stava morendo, sì, ma nessuno riusciva a vederlo.
Ho ricordato i Natali della mia infanzia, la festa di Tutti i Santi, il veglione di Capodanno.
Da bambino fissavo spesso quelle bancarelle. Avevano lo stesso colore visto in quel momento, e la gente sembrava uguale a quella che vedevo.
Persino i profumi erano gli stessi, ma percepivo tutto diversamente. Diverso era l’odore dello zucchero filato, così dolce da stordirmi. Diverso l’odore delle noccioline tostate e di quelle caramellate. Diverso l’odore delle caramelle gommose.
Persino i giocattoli appesi a quelle bancarelle avevano un odore. E così i volti delle persone, e la pelle di mia madre che mi stringeva la mano nella sua allora ancora liscia e morbida: una sensazione calda e candida contro la mia pelle, come un bagno caldo e pieno di schiuma che ti avvolge.
Ma ormai tutto è lontano, come quel barbone che non si muoveva neanche più, simile alla carcassa di un cane lasciata a putrefarsi al gelo.
Ho continuato ad attraversare quella folla come fossi uno spettro che aleggia fra i palazzi silenziosi, adorni di elettrici festoni luminosi. Sovrastato dalle lampadine fluorescenti che avvolgevano la tettoia di ferro della metropolitana, e passando davanti alle bancarelle ai due lati della piazza che formavano uno scintillio di luci e odori, mischiandosi alle luci e al profumo di cibo proveniente da ristoranti zeppi di brave famiglie.
Mangiai mai in uno di quei ristoranti?
Guardando la gente seduta ai tavoli di quei ristoranti, intenti a ingozzarsi in silenzio o fra continue lamentele, mi è tornato in mente mio padre.
Avevo otto anni, o forse nove. Lui già non mi chiamava più per nome, ma ancora non mi odiava, e io non odiavo lui.
Ancora non conoscevamo la fame. Quella vera! Quella che ti stacca la pelle dalle ossa. Quella che ti rende una bestia nel vedere l’altrui opulenza.
Spesso mi portava con lui a lavoro, durante le consegne che faceva ai suoi clienti. E quando questi ci facevano pranzare in un qualche ristorante, tutto a spese loro, io mi sentivo come il figlio di un Re.
Ma poi qualcosa cambia. Cambia sempre quella cosa. Deve cambiare. È una regola! C’è sempre qualcosa di bello che deve cambiare e diventare orrendo.
Senza fermarmi, trafitto dalle persone che mi venivano contro, ho rivisto passarmi davanti i giorni freddi in cui di colpo non andammo più al ristorante.
Nessuna consegna da fare. Un silenzio sempre più grande. E quel giorno in cui lui, il mio Re, tornò a casa con un occhio nero.
La sola parola che allora riuscii a udire urlata da mia madre, mentre stavo rintanato nella mia piccola stanza assieme a mio fratello, fu “debiti”. Una parola che mi rimase impressa e che ho sentito anche in quel momento, tra quella folla in festa. In quella città in festa. Da solo come lui, umiliato e intimidito mentre tornava a casa con un occhio nero, sentendosi solamente un fallito.
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Tratto dal racconto “Il profumo dei pastelli”.

Davanti ai suoi grossi occhi color miele, Bianca non vedeva altro che volti susseguirsi in un’orgia di facce, bocche, occhi.
Sembravano tante sagome. Le passavano velocemente davanti senza nemmeno vederla, mentre lei, incapace di sorridere, tendeva loro la sua piccola mano, fissandoli con pupille impregnate di un dolore inumano.
Sembrava avesse perso tutto, persino la vita, e ormai ridotta a un corpo svuotato da ogni goccia di sangue stava lì ferma, al freddo di dicembre, coperta da alcuni stracci dai colori disparati: l’immagine vivente di un bestiale senso di colpa che travolge nel cuore della notte un assassino.
Stava urlando, Bianca, ma nessuno la vedeva. La gente che le passava davanti, benvestita, in coppia o in gruppo, entrando e uscendo dai negozi del Corso Umberto non vedeva altro che una ragazzina dagli occhi tristi, mentre lei tendeva loro la mano, simile a un cane che elemosina un pezzo di cibo guardando un uomo che mangia voracemente.
Non capivano che Bianca li odiava tutti. Li aveva odiati da sempre, dal primo giorno in cui si era trovata per strada: ormai non più una ragazzina quattordicenne come quelle che vedeva passeggiare sorridenti per strada, ma soltanto una bestia sporca di cui avere pena, oppure di cui provare disgusto.
Il vento si muoveva fra i suoi capelli color terra, facendoli dimenare come un drappo attaccato a un’asta.
Lei tirava continuamente su con il naso tanto faceva freddo, respirando la puzza dei tubi di scappamento delle auto e sentendo in bocca disgustosi muchi.
Sentiva il proprio corpo tremare, avvolto da un brusio di voci, tenendo la mano sinistra stretta nella tasca di un enorme maglione di lana che puzzava di chiuso, mentre l’altra era ormai ridotta a una statua di ghiaccio, tesa contro un’umanità che nemmeno la vedeva.
Ogni volta che un viso le passava davanti lei bisbigliava qualcosa. Non parlava nemmeno più. Muoveva soltanto le labbra in una dolorosa supplica di pietà.
A volte qualcuno si fermava. Il più delle volte invece la ignoravano, attraversandola come fosse soltanto uno spettro privo di forma. Altre volte ancora le facevano persino una carezza prima di darle una moneta, proprio come fosse un cane. Ma alla fine tutti andavano via, e lei restava per strada, ancora da sola.
Tese ancora la mano destra e strinse la sinistra nella tasca, tremando dal freddo. Una donna ben vestita le passò davanti, avvolta da una pelliccia e travolgendola con una folata di profumo di marca.
Lei non aveva mai portato alcun profumo. Spesso si chiedeva persino come fosse la sensazione di un profumo al contatto con la pelle.
Spesso aveva sognato di essere come una delle tante ragazze della sua età, ma si era sempre ritrovata per strada, incapace di sorridere, vedendo le persone vivere mentre lei, come se non fosse nemmeno un essere umano, doveva supplicare qualcuno per sopravvivere.
Una monetina gli cadde nella mano. Lei non alzò nemmeno lo sguardo. Bisbigliò qualcosa similmente a una novena, senza neanche rivolgere lo sguardo a chi le aveva appena dato la moneta.
Sentì soltanto dei passi mischiarsi al frastuono delle auto dietro di lei e al brusio di voci davanti al suo viso calato, ma quei passi sarebbero potuti essere di chiunque: a lei non importava.
Cinquanta centesimi, era quello il prezzo della sua vita, immobile nella sua mano gelata.
La mise subito in tasca, tendendo velocemente la mano nel vuoto, e vedendo un uomo benvestito fermo davanti a un negozio di cellulari.
Era stato lui a darle poco prima quella moneta?
Che importava!
Quell’uomo continuava a fissare telefoni di ultima generazione da una vetrina addobbata a festa. Delle luci natalizie brillavano dalla vetrina di un negozio di vestiti davanti cui stava ferma una coppia. Una donna benvestita si fermò a fissare una cuccia per cani dalla vetrina di un negozio di animali, e nel vederla dei cagnolini cominciarono a sbattere le zampe contro al vetro della propria gabbia, mentre e un ciccione con la ventiquattrore in mano passò davanti a Bianca urlando al proprio telefono cellulare, e una vecchia uscì da una piccola pasticceria tenendo in mano un cartoccio pieno di dolci, senza nemmeno vedere il volto smunto di Bianca che, come un animale affamato e lasciato per strada, la fissava respirando un odore di crema che di colpo aveva sovrastato smog, profumi da donna o il dopobarba di qualche passante.
La vide andare via assieme ad altri volti, nel mezzo di un turbinio di arti che si susseguivano davanti a lei come fossero granelli di sabbia trasportati da una tormenta.
Vide un paio di gambe, dei piedi, e poi una moneta cadere a terra.
Le sue labbra si mossero ancora, e veloce raccolse la moneta, mettendola in tasca.
Cambiò la mano, mettendo in tasca la mano destra, ormai del tutto congelata dal freddo, e tirando fuori la sinistra.
Una donna sui quaranta le si fermò davanti, e lei per un attimo vide soltanto degli stivaletti con pelliccia e un normalissimo jeans su gambe grasse.
Alzò la testa, muovendo le labbra senza dire niente, e fissando con aria pietosa il volto pasciuto e sorridente di una donna dai capelli crespi e un filo di trucco sul viso.
Lei si chinò verso Bianca. Le poggiò una moneta da un euro in mano e poi, carezzandola come fosse un cane, le disse: «Mi raccomando, questi nascondili e non darli a casa, e comprati qualcosa da mangiare.»
Bianca, proprio come tante volte, avrebbe voluto soltanto saltar addosso a quella donna e morderle la gola, fino a stracciarle via la giugulare. Ma in se stessa non sentì alcun fremito, nessuna emozione, come se non fosse nemmeno lei a trovarsi lì.
Sorrise soltanto, farfugliando ancora qualche incomprensibile parola contro quella donna che, sorridente, le fece scivolare la mano sul viso dicendole: «Ma a scuola ci vai?»
Il sorriso di Bianca si piegò in una smorfia confusa, fissando quella donna come se non avesse capito una sola parola.
Lei l’accarezzò nuovamente, sussurrando appena: «Povero angelo.»
Poi andò via. Bianca non la guardò nemmeno. Ne aveva viste tante di persone come lei: Bianca aveva visto persone di ogni tipo, al punto che tutte le sembravano uguali.
Restò con la mano tesa nel vuoto, come se quella fosse la sola parte di lei a dover esistere al mondo, mentre i suoi occhi, stanchi quanto quelli di una vecchia, osservavano ora un gruppo di studenti, ora delle ragazzine vestite con abiti alla moda, e ancora una coppia tenersi per mano mentre fissavano le vetrine dei negozi.
Una famiglia uscì da un supermercato: il padre di famiglia, benvestito e pettinato con cura, teneva in mano una busta piena di cibo, e nell’altra stringeva il suo bambino, mentre sua moglie teneva altre due buste strette in mano.
Bianca osservò quel bambino. Aveva sì e no un paio di anni in meno a lei, ma sembrava soltanto un normalissimo bambino che probabilmente una volta tornato a casa si sarebbe messo a giocare ai videogiochi, o persino con qualche pupazzo.
Non era diverso da un altro bambino visto da Bianca, forse di appena otto anni e che, trascinando la mamma verso un negozio di giocattoli, sorridendo e indicando con il dito paffuto la vetrina strepitò: «Mamma mamma, dici a Babbo Natale di portarmi questo?»
Sua madre sorrise soltanto, mentre Bianca strinse il pugno nella propria tasca quasi graffiandosi il palmo della mano con le unghie.
Per lei Babbo Natale non era mai esistito, nemmeno quando tre anni prima di allora sua madre Crina era ancora viva.
Sua mamma le preparava sempre un dolce speciale a Natale, e glielo dava di nascosto da suo padre, baciandola in viso e dicendole: «Aș vrea să vă văd fericit.»
Ma Bianca, proprio come sua madre, già allora sapeva che non sarebbe mai stata felice, per quanto sua madre potesse augurarglielo; e non sarebbe bastato un dolce a darle la vita, né a Natale né in qualsiasi altro giorno.
Da quando sua madre era morta per colpa di un’infezione diffusasi velocemente nel suo corpo, causata da un’appendicite mal curata, nessuno le aveva mai preparato più un dolce per Natale, né aveva avuto alcun regalo.
Per lei Babbo Natale non era mai esistito, e ormai, vedendo quel bambino sorridente davanti a lei, non se ne chiese nemmeno il motivo: era così è basta, da sempre, e lo sarebbe sempre stato.
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Tratto dal racconto “L’ultima estate del mondo”.

Quando Edoardo tornò a casa, suo padre era rincasato da poco.
Erano le sette di sera, quel giorno aveva fatto soltanto un’ora di straordinario, ed esausto se ne stava su di un vecchio divano a bere caffè mentre guardava il telegiornale.
Le luci erano spente per fare economia, e lo sarebbero state finché il buio non fosse stato talmente pesto da obbligare la madre di Edo ad accendere la luce.
Edoardo andò avanti a passo lento, come sempre, muovendosi in un piccolo soggiorno ordinato quanto una reggia e illuminato soltanto dalla luce blu elettrico del televisore, e da lame di luce provenienti dalle tende davanti al balcone.
Vide suo padre. Aveva la camicia sbottonata da cui usciva fuori la sua grossa pancia, e i piedi in una bacinella d’acqua: ciò voleva dire che aveva passato tutte nove ore a lavoro in piedi, probabilmente davanti a quel macchinario che lui chiamava il torchio.
Dopo cena, fumando una delle sue poche sigarette giornaliere, suo padre avrebbe raccontato ancora una volta alla propria famiglia la sua giornata di lavoro, e tutti avrebbero finto di ascoltarlo.
Intanto Edoardo continuò ad avanzare, a passo felpato, tenendo d’occhio suo padre mentre le immagini di parenti mai conosciuti lo spiavano da fotografie in bianco e nero poste su alcuni mobili.
Si fermò un attimo davanti la tavola tonda di mogano al centro del soggiorno. Osservò di nuovo suo padre, poi sfilò una banconota da dieci dal portafogli poggiato sul tavolo, e prese due sigarette dal pacchetto di Multifilter accanto a esso.
Andò verso la porta che conduceva al corridoio, mentre dalla TV la voce di un presentatore disse con tono gelido che a Pimonte undici ragazzi minorenni avevano violentato una ragazza di quindici anni, e che erano stati scarcerati.
Suo padre non batté ciglio. Dalla cucina si udirono rumori di pentole e piatti muoversi nel lavello, e in un attimo il presentatore passò alle notizie sportive.
Edo passò davanti la porta della cucina, andando verso la propria camera, e sapendo che, diversamente da suo padre, sua madre avrebbe fiutato la sua presenza, come se non attendesse altro: simile a un cane che drizza le orecchie appena sente il proprio padrone parcheggiare l’auto.
«Guarda che fra un’ora è pronto. Lavati prima di venire a tavola.»
«Sì mamma» gli rispose, come lei senza nemmeno guardarla.
I loro occhi non si incrociarono nemmeno: sua madre continuò a lavare i piatti, mentre la cena cuoceva sul fuoco, e lui andò verso la propria camera, come il più mite bambino al mondo.
La stanza era pulita e il letto rifatto, proprio come ogni giorno. Sulle mura non ci stava un solo poster, ma soltanto fotografie di famiglia.
Diverse volte, quando Checco era andato a casa di Edoardo, vedendo quelle foto l’aveva preso in giro dicendogli: «La mamma ti costringe a tenere le foto di quando eri il suo cucciolotto?», ma ogni volta Edo l’aveva stroncato rispondendogli: «Almeno io ho delle foto di quando ero bambino, tu?»
Eppure in quel momento, proprio come sempre, guardando quelle foto non riusciva a ricordare i giorni in cui suo padre l’aveva tenuto in braccio, sorridendogli, né le volte in cui i suoi genitori si erano tenuti la mano, tenendo lui nel mezzo di un abbraccio come fosse un trofeo da esibire.
Lasciò quelle foto, come ogni giorno, e andò verso la scrivania.
Sua madre aveva di nuovo ordinato i libri di scuola, i fumetti, e aveva sistemato i modellini d’auto per ordine di grandezza.
Edoardo, ebbe voglia di gettare per aria libri e macchinine, ma rimase tutto lì, aprendo il cassetto della scrivania e alzandolo, portando alla luce un doppio fondo pieno di pacchetti di sigarette, monete e banconote sgualcite, coltelli e riviste porno.
Mise lì dentro sigarette, soldi e il coltello che aveva in tasca. Prese una rivista e la nascose sotto la maglietta, per poi risistemare il mobile e andare verso il bagno.
 
Francesco era appena rientrato a casa. La Tv era a tutto volume, proprio come sempre, e nell’aria si respirava un’asfissiante puzza di chiuso e di fumo di sigaretta.
Andò avanti lento nel corridoio. Man mano che avanzava risate si intrecciavano a parole inarticolate provenienti dal tinello, diventando sempre più nitide, e la luce di un neon illuminava un parato ingiallito e una foto del matrimonio dei suoi appesa al muro, piegata verso sinistra.
Passò davanti la porta del tinello. La risata ubriaca di suo padre si mischiò a quella di un attore.
Lo vide scalpitare su di un divano, in mutande e canotta, ridendo mentre teneva una latta di birra nella mano destra e la sigaretta fra le dita della mano sinistra.
Lo guardò ancora. Poi vide quattro latte di birra per terra, ai piedi del divano, e un cumulo di mozziconi di sigarette in un posacenere a forma di elefante che sua madre amava tanto.
«Non ti sembra che ti somiglia con queste adorabili orecchie?» le aveva detto una volta sua madre, mostrandoglielo e accarezzandogli la fronte.
Francesco istintivamente si toccò le orecchie che su quella sua magra testa sembravano davvero grandi quanto quelle di un elefante.
Era piccolo allora, e nessuno lo sfotteva ancora per quelle orecchie, tantomeno suo padre.
Ora, vedendo quell’elefante sporco di cenere, con la gobba colma di mozziconi, gli sembrò davvero di somigliargli.
Scostò lentamente la mano dalla porta del tinello, mentre le pubblicità iniziarono a scorrere sullo schermo.
Fece appena un passo, e suo padre si voltò verso di lui, ringhiando i denti come una bestia e fissandolo con occhi simili a bracieri.
Sarebbe stata persino goliardica come scena, se quel ringhio non fosse stato reale, e a esso non fosse seguito un furente: «Che guardi, signorina, vuoi forse venire qui a darmi un bacino?»
Il volto di Francesco diventò esangue, e il sudore iniziò a colargli dalla fronte, fino a cadergli salato sulle labbra.
Rivide davanti a sé gli occhi di Emilio, fissi contro ai suoi, e poi la mano dello Squalo sul suo piccolo collo.
Corse subito via, sentendo suo padre scoppiare a ridere strepitando: «Ahaha, che finocchio!»
Passò davanti la cucina. Sua madre ebbe appena il tempo di guardarlo con occhi tristi, quasi stesse piangendo, prima che lui aprì la porta della propria stanza, chiudendosela alle spalle.
Suo fratello Tony, un energumeno di sedici anni, ma che sembrava averne almeno diciannove, lo guardò con aria da tonno, lì sul letto su cui stava steso: uno dei due in quella minuscola stanza piena di vestiti, libri di scuola, vecchi giochi e bottiglie d’acqua o Coca Cola gettate sul pavimento.
«Che c’è, stronzetto? Sembra tu abbia visto un fantasma!» disse senza cura, continuando a stringere fra le mani un fumetto.
Checco corse verso l’armadio, raccattando un pigiama, seguito dallo sguardo ostile di suo fratello.
Andò subito verso la porta, e aprendola udì suo fratello ridere nel dire: «Vai nel bagno a tirartelo pensando al tuo amichetto del secondo piano?»
Chiudendo la porta sentì suo fratello ridere a perdifiato, e suo padre fare altrettanto nel tinello.
Si chiuse nel bagno, lasciò cadere i vestiti sul pavimento e si rannicchiò al suolo, facendo strisciare le spalle contro alle fredde mattonelle e scoppiando in lacrime.
Strinse il proprio volto fra le mani, con forza, come se volesse stracciarselo dalle ossa, mentre attorno a lui non si respirava altro che puzza di piscio, e si udiva il ronzio di una mosca contro al cesso.
 
A Vera, appena rientrata in casa, non fu donato alcun respiro.
Solcata la porta, suo padre le si fiondò contro, quasi come se la stesse attendendo.
Le piantò una mano contro la spalla, gettandola contro al muro, e la fissò con occhi torbidi, alzando il braccio villoso, lasciando scaturire un tremendo tanfo di sudore dalla sua scura ascella, e portando la bottiglia di whisky alla bocca.
Diede un grosso sorso e, abbassando la bottiglia, continuò a fissare dritto nelle pupille Vera sputandole contro: «Dove cazzo sei stata tutto il giorno?»
Lei cercò di divincolarsi da quella presa, mai lui fece forza nel braccio, pressandole la spalla e facendola sbattere contro al muro.
Si sentì un rumore di ossa scricchiolare in aria.
Sul volto di Vera si mosse una smorfia di dolore.
«Allora, ti ho chiesto dove cazzo sei stata?» replicò suo padre, avvicinando il volto al suo e schizzandola con la saliva nel parlargli, colpendola con il suo disgustoso fiato alcolico.
Lei lo guardò dritto negli occhi, rabbiosa, desiderosa di ucciderlo.
In un lampo suo padre scostò il braccio dalla sua spalla, e velocemente la colpì al viso.
Un sordo rumore echeggiò in un piccolo ingresso dalle mura crepate e puzzolenti di fumo, mentre Vera cadde a terra, con le ginocchia e le mani sul pavimento, tremando come un cane appena percosso.
«Non osare mai più guardarmi così, hai capito?» urlò suo padre, agitando contro di lei la bottiglia, come se stesse per fracassargliela contro la testa.
E Vera sapeva che avrebbe potuto farlo da un momento a un altro.
Lei si alzò lentamente, per niente affaticata, come una bestia abituata a essere percossa.
Si mise in piedi. Rimase a testa china davanti a suo padre che la guardò compiaciuto
Le passò la mano sul viso, poi fra i capelli, mentre lei, tremando e stringendo i pugni, stava immobile, senza la forza di fare niente.
Poi di scatto la colpì alla schiena con il palmo della mano, spingendola nella stanza e strillando: «E ora vedi di andare da tua sorella, che Cristo solo sa che cazzo le è preso oggi, mentre tu stavi chissà dove a fare la troia.»
Vera non disse una parola. Andò avanti in un corridoio colmo di polvere, fetido di chiuso e in cui attorno a mura ingiallite alcune foto sembravano accartocciarsi nelle cornici.
Non le guardò. Da mesi non osava guardare le foto di una famiglia che non sembrava più la sua, né di una bambina che non sembrava più lei.
Avanzando nel mezzo di una puzza di fumo e merda, passò davanti la porta del bagno, vedendo appena la vasca incrostata dal vomito.
Chiuse la porta, udendo un vagito provenire da dietro la porta della sua cameretta.
Al buio, in una stanza illuminata soltanto dagli ultimi raggi di sole prossimi al tramonto, sua sorella Lisa piangeva in una vecchia culla, quasi soffocata da peluche e giocattoli di gomma.
Vera andò verso di lei. Dalla culla proveniva una nauseante puzza di merda e di piscio, e quel pianto sembrava lacerarle le orecchie.
Le tolse di dosso i giocattoli, e in fretta la raccolse, per poi poggiarla sul proprio letto.
In fretta, incurante di quella puzza a cui era abituata, le tolse il pannolino, la pulì con le salviettine imbevute, e le passò il talco fra le natiche arrossate.
Poi la prese in braccio, cullandola e sussurrandole: «Su su su, da brava. Su su su», sentendo le lacrime di sua sorella sfumare, in quel piccolo corpo da cui trasudava tutto il dolore di una vita infame, nonostante un solo anno di vita.
Lisa lentamente si calmò, e Vera la ripose nella culla, poggiandole accanto al viso una piccola bambolina di pezza che le aveva regalato Checco, dicendole: «Tieni, questa l’ho trovata nella mondezza. Magari piacerà a tua sorella, visto che da quel che dici è una peste.»
Nel vederla Vera sorrise. Quando lui gliela aveva data lei gli aveva risposto: «Stavi cercando da mangiare fra i rifiuti?», ma in verità aveva visto che sulla bambolina ci stava ancora il prezzo.
Accarezzò sua sorella, poi guardò la camera attorno a sé, vedendo alcune bambole, dei peluche, e delle foto di lei da bambina.
Nulla in quella camera parlare di lei. Era come se fosse la stanza di un’altra bambina: di chi? Non lo ricordava.
Uscì fuori dalla sua stanza, e lenta andò verso la camera da letto dei suoi genitori.
Aprì la porta adagio, per paura di svegliare sua madre.
Da quando si era ammalata seriamente, dormiva su di una brandina a parte, perché il padre di Vera non sopportava di sentire i suoi fiati contro al collo, né di sentirne i lamenti durante il sonno.
Vera vide filamenti di luce penetrare fra le cortine calate, giungendo sul corpo rannicchiato di sua madre, simile a un feto abortito prima di venire al mondo.
La sentì respirare, e poi chiuse la porta, andando verso la cucina, pronta a preparare la cena.
 
A casa di Edoardo, durante la cena, nessuno disse una parola. Non si sentivano altro che le voci provenienti dalla TV, il rumore del cibo masticato, e quello delle posate che battevano contro ai piatti, e persino sfregare i denti.
Dopo cena il papà di Edoardo racconto gli ultimi aneddoti vissuti in fabbrica: quello nuovo, un certo di nome Sabatino, aveva fatto cadere a terra una scatola di cerniere per porte, ammaccandole, e di certo non avrebbe superato la settimana; un tale di nome Giovanni, invece, aveva scommesso di poter battere Moustafà il Toro -uno dei più vecchi in servizio, e personaggio preferito nei racconti del padre di Edo- a braccio di ferro, perdendo pietosamente, e il capo aveva detto a tutti di che proprio lui, Flaminio, era un operaio da prendere come esempio.
Dopodiché sua madre era andata a fare i piatti. Suo padre era rimasto a guardare la TV, fumando l’ultima sigaretta prima di andare a letto, così da affrontare in forma il turno delle otto.
Edoardo era corso in bagno a masturbarsi nuovamente, per poi correre in camera sua, tirando fuori il cassetto segreto ammirando la sua vita segreta.
Guardò a uno a una i suoi coltelli che mai aveva usato, pulendoli e chiamandoli per nome: Betty, Nancy, Genny, Milly.
Non sapeva perché aveva dato loro quei nomi. Non sapeva nemmeno perché aveva dato loro un nome, né perché li stava pulendo con tanta cura, proprio come ogni notte.
Continuò a farlo e basta e poi, dopo aver preso una sigaretta, rimise a posto il proprio cassetto segreto, andando verso la finestra e iniziando a fumare.
Gettava con cura il fumo fuori dalla finestra, perché non ne restasse traccia, e intanto guardava quel vicolo per lui simile a un mondo.
Nessuno passava in esso. Le mura dei palazzi, alte fino al cielo, cingevano il vicolo in un inumano silenzio.
Non si sentivano che le voci dei televisori, e qualche parola confusa di tanto in tanto proveniente da un appartamento.
Sotto di lui tutto era buio, non si vedeva una luce: le sole luci erano le poche finestre ancora illuminate da lampade giallastre, e in cui persone si muovevano ormai ridotte a sagome.
Edo ne osservò qualcuna. Vide una vecchia donna ai fornelli, una famiglia ancora a tavola, e un uomo immobile in una stanza, fissando il vuoto, proprio come Edo stava fissando lui.
Gettò la sigaretta dalla finestra e la richiuse. Guardò attorno a e sé, poi guardò il letto, e senza capirne il motivo pensò subito a Emilio, percependo una mano stritolargli lo stomaco, e poi mozzargli il respiro.
 
Francesco non aveva detto una sola parola durante tutta la cena. Era rimasto in silenzio, proprio come tutti. In cucina, davanti a un televisore accesso, lui, suo fratello e suo padre cenavano in silenzio, mentre sua madre continuava a dividersi fra fornelli e il tavolo, sedendosi di tanto in tanto appena per un boccone.
Francesco osservò per tutto il tempo suo fratello ingozzarsi come un porco, e suo padre scoppiare a ridere per le battute di un presentatore televisivo, mostrando la poltiglia di cibo nella propria bocca e riempiendo di colpo un altro bicchiere di vino.
Non osò minimamente alzarsi per dare una mano a sua madre: l’ultima volta che l’aveva fatto, suo padre lo aveva afferrato per i capelli, trascinato nel bagno, vestito da donna e poi sbattuto fuori di casa urlandogli: «Se ti piace tanto fare la femmina vai per strada a vendere il culo, e porta qualcosa a casa.»
Sua madre, in lacrime, era riuscita a farlo entrare soltanto dopo tre ore, alle due passate di notte.
Da quel momento non aveva mai più osato dare una mano a sua madre, neanche quando gli era sembrato doveroso sparecchiare, o quando suo padre deridendolo gli metteva addosso un grembiulino urlando: «La mia mogliettina carina!»
Anche quella sera Francesco lasciò che fosse lei a sparecchiare, mentre suo padre se la rideva, ubriacandosi e commentando quanto visto alla TV.
Diede una botta contro la spalla di Tony, indicandogli una subrette, mentre Checco teneva i gomiti sulla tavola, desiderando soltanto di andare via, ma senza sapere dove andare.
«Oh, attento, guarda un po’ che culo ha quella» esclamò.
Tony scoppiò a ridere, al punto che scorreggiò. Sua madre chiuse gli occhi, sfregando con forza le pentole nel lavello, e Francesco voltò lo sguardo, scrutato costantemente da suo padre che, pur facendo altro, non aveva smesso un solo istante di tenerlo d’occhio.
«Che c’è, ti dà fastidio che parliamo di donne?» gli sputò contro, tirandosi avanti, quasi facendo tremare la tavola.
Francesco abbassò la testa, fissando il coltello davanti a lui, e desiderando tanto di conficcarglielo in gola.
Per un attimo vide persino la lama recidere la carne di quel bastardo, e poi, appena l’avrebbe estratta, il sangue sarebbe sprizzato ovunque: persino su quella faccia da idiota di suo fratello che continuava a ridersela.
Ma rimase immobile, a testa bassa, sentendo ancora le risate di suo fratello, e poi suo padre dirgli: «Magari tu vorresti vedere nudo uno di quei ballerini froci come te, dico bene?»
Sua madre lasciò cadere le pentole nel lavello, sforzandosi di trattenere le lacrime, mentre Francesco restò immobile, sentendo le risate di suo padre e di suo fratello, e alzando appena lo sguardo verso sua madre, vedendo una lacrima colarle sulla guancia, fino alle labbra.
 
Vera stava pulendo i piatti. Aveva mangiato poco, proprio come ogni sera, per darsi da fare ai fornelli e al tempo stesso accudire Lisa.
Suo padre aveva mangiato da solo, a tavola, guardando una partita di calcio e ubriacandosi.
Nessuno dei due aveva detto una sola parola. C’erano stati soltanto piccoli sguardi di tanto in tanto: sguardi rabbiosi da parte di lui, sguardi intimoriti da parte di lei, e nel mezzo, le lacrime di Lisa a cui soltanto Vera doveva badare.
Mentre suo padre cenava e si ubriacava, lei era andata da sua madre. Aveva lasciato le luci spente, accendendo soltanto una lampada, perché le luci davano fastidio a sua madre, o a ciò che di lei restava.
Quella donna era ridotta ormai a un cumulo di ossa su cui era appiccicata della pelle violacea. Sudava, il cuore le batteva forte, e i denti visibili da labbra ormai scarnite si contraevano in una smorfia di dolore.
Mentre Vera, seduta accanto a lei, ormai incapace persino di piangere tanto era assuefatta da tale dolore, le dava da mangiare, sua madre riuscì appena a sussurrare: «Mi dispiace.»
Non disse altro. Vera le baciò la fronte, sforzandosi ancora di farla mangiare, pur sapendo che il cuore di quella donna: quel cuore materno, era ormai incapace di percepire persino il più misero gusto del nutrimento.
Nella penombra vide gli occhi pallidi di lei fissarla, la sua mano scheletrica, quasi terrificante, rivolgersi al suo viso, e le labbra ringrinzite muoversi tremule come se stesse cercando di dirle qualcosa.
Vide la mano di sua madre cadere sul letto, il capo reclinarsi sul cuscino, e del cibo liquido colarle dalla bocca, mentre iniziò a respirare faticosamente, avvinta dai medicinali e condotta in un sonno dove per qualche momento non avrebbe sofferto.
Vera la lasciò lì. Poi tornò in cucina, vedendo suo padre ridere e bere, fissando la TV, incurante di Lisa che piangeva a dirotto.
Quando lui udì i passi di lei smise di ridere e si girò di scatto, come una violenta frustata.
Vera non osò guardarlo, ma gli occhi di suo padre la seguirono a ogni suo passo.
Raccolse Lisa dal passeggino, cullandola e cercando di calmarla, mentre suo padre continuava a scrutarla.
Gli disse soltanto: «Porto Lisa a letto», come fosse un rituale da compiere; come se fosse lei ormai sua moglie.
Suo padre non disse niente, ma lei sentì i suoi occhi incollati contro la schiena finché lasciò la stanza.
Una volta in camera sua, al buio, stesa nel proprio letto guardò Lisa dormire nella culla, stringendo il pupazzo regalato da Checco. Poi rimase sveglia, immobile nel letto a fissare la porta, sentendo i rumori di suo padre diramarsi in tutta la casa, come le metastasi che stavano divorando sua madre.
Fissò ancora la porta, tremando a ogni rumore, e vedendo ancora davanti a sé gli occhi di quel bambino alla finestra che forse le stava chiedendo aiuto.
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Tratto dal racconto “Nel nome del padre”.

Una volta a tavola nessuno disse niente di preciso. Si sentiva soltanto un rumore molle e umidiccio di cibo masticato, le posate sfregare contro i piatti di ceramica, il vino versato da Carlo in un bicchiere, e i passi di Sara che ogni tanto si alzava per andare a prendere qualcosa dal frigo.
Se l’indomani Carlo avesse voluto raccontare in fabbrica un qualsiasi giorno della sua settimana, avrebbe raccontato proprio di quel giorno: tanto era identico a ogni altro giorno, a ogni altra cena, a ogni altro momento passato assieme alla sua famiglia.
Tutti loro sembravano non esistere nemmeno. Erano soltanto una pietosa e sterile scenografia. Non altro che ombre che si muovevano in un ambiente vuoto, freddo, silenzioso.
Soltanto la TV sembrava parlare per loro: ora una risata, ora un urlo, ora un consiglio su quale fosse il miglior dentifricio al mondo.
Ogni tanto un commento sulla cottura dello stufato, sulla quantità di sale o sul gusto del brodo. Uno sguardo truce di Sara nel vedere suo marito riempirsi un altro bicchiere di vino. Poi una domanda di Sara sulle bollette da pagare.
Carlo le aveva pagate. Le rispose soltanto annuendo, bevendo poi altro vino mandando giù la carne che aveva in bocca.
«Dovremmo cambiare compagnia del gas» disse lei, come tante altre volte, mentre Mattia infilzava con la forchetta pezzi di carne sugosa e Antonio portava alla bocca minuscoli bocconi, sforzandosi di mangiare.
Qualcuno, proprio alle spalle di Antonio, scoppiò a ridere dalla TV, ma lui avvertì contro di sé soltanto lo sguardo di sua madre, pesante sul suo corpo come se gli stesse scavando nelle carni.
«Che c’è, non ti piace nemmeno questo?»
Lui non rispose. Inizialmente diceva di sì, che gli piaceva, ma nel tempo si era stancato anche di dirlo.
Non mentiva, il cibo gli piaceva: era altro che non gli piaceva.
Si sforzò di mandare giù un altro boccone. Masticava così lentamente da non emettere alcun rumore, mentre a testa china, sentiva ancora su di lui gli occhi lancinanti di Sara.
«Guarda che non siamo nelle condizioni di gettare via cibo, dunque forza e mangia.»
Antonio non replicò. Mattia continuò a giocare con il cibo, ficcandosi in bocca di tanto in tanto un boccone e masticandolo a bocca aperta, mentre suo padre mangiava tenendo il capo chino contro al piatto, ripensando alle parole appena dette da sua moglie: «Non siamo nelle condizioni di gettare via cibo.»
Riempì un bicchiere di vino e lo vuotò in un sorso. Sara levò di scatto lo sguardo verso di lui, poi chinò il capo verso il piatto e infilzò energicamente pezzi di carne con la forchetta, come se stesse accoltellando un invisibile nemico.
«Ti hanno confermato il giorno di ferie per domani, vero?»
Carlo annuì soltanto. Riempì ancora un bicchiere. Gli occhi di Sara gli si fiondarono addosso, rimpettini, colpendolo alla gola come un morso per poi svanire nel nulla, nascosti da un velo di freddezza più atroce di qualsiasi supplizio.
«Se non fossi impegnata in associazione ci sarei andata io» replicò, con la solita sadica abilità con cui ogni volta cercava di far sentire in colpa Carlo; proprio come faceva sua madre quando da bambino gli diceva: «Tu prima o poi mi farai morire.»
«Senza di me la signora Celardo farebbe soltanto casini» riprese «Quelle si crede chissà chi soltanto perché suo marito ha una gioielleria, e poi non sa nemmeno preparare come si deve due maccheroni per i bambini alla mensa.»
Carlo non rispose. Stavolta non le aveva nemmeno chiesto di cosa si trattasse: dei bambini somali, di quelli siriani, oppure soltanto di qualche orfanello locale.
Era solamente stanco di parlare.
«Sai benissimo quanto ci tengono i professori che si vada ai consigli di classe» replicò lei, masticando ancora e infilzando sempre più velocemente lo stufato «Soprattutto se vogliamo sperare in una buona parola per farlo capitare nella classe migliore dell’istituto alberghiero.»
Quella due semplici parole si conficcarono nel cuore di Antonio come lame.
I suoi occhi diventarono vitrei e il volto di un pallore cadaverico.
Le posate gli caddero di mano precipitando nel piatto come da un’altezza infinita. Un boccone di carne rotolò sulla tovaglia a fiori. Nell’aria si sentì soltanto il rumore della forchetta di Mattia conficcata a ripetizione nella carne, e gli applausi del pubblico provenienti dal televisore.
Antonio si alzò di scatto. Si tirò quasi dietro la tovaglia, facendo rovesciare sul tavolo un’ampolla piena di olio d’oliva.
Come un balsamo, il profumo dell’olio si espanse per tutta la cucina, sovrastando l’aroma dello stufato, mentre dalla TV, alle spalle di Antonio ancora in piedi e con i pugni serrati, qualcuno applaudì nuovamente.
Sara si alzò furiosa, isterica, iniziando ad asciugare l’olio sulla tovaglia e strepitando: «Dio misericordioso, ma che diavolo hai nella testa?»
Ripulì tutto alla svelta, andando poi di corsa verso il lavello, continuando a sbraitare.
Le sue parole rimbombavano avvolte dall’acqua che scorreva dal lavello, come se ogni cosa fosse immerso in una cascata.
«Dovrei prenderti a schiaffi per quello che hai fatto. Ma lo sai quanto costa quella tovaglia?»
«Io non voglio fare l’alberghiero. Non voglio farlo!»
«Ancora con questa storia?» esclamò Sara, chiudendo di botto l’acqua e voltandosi bestiale contro di lui.
Per un attimo non si sentirono nemmeno le risate provenienti dal televisore. Non si udì più neppure il picchiettare della forchetta di Mattia nel piatto.
In quella stanza erano rimasti soltanto Sara e Antonio, al centro di un ring sporco di sudore e sangue, mentre Carlo stava in un angolo, troppo debole per reagire.
Sara, asciugandosi le mani con uno straccio, andò spedita verso il tavolo e si rimise a sedere al proprio posto.
Fissò Antonio con aria brutale, come se non fosse suo figlio, ma soltanto un nemico.
«Non abbiamo ancora finito, siediti!»
Antonio rimase immobile come una statua di calcare. I suoi occhi vibravano, le pupille erano lucide, ma non aveva la forza di versare una sola lacrima.
Mattia batteva sempre più forte la forchetta nel piatto. Gli occhi di Sara, gonfi di collera si rivolsero verso suo marito.
«E tu non dici niente?» strillò.
Carlo sbuffò. Lasciò cadere la forchetta nel piatto e ancora tenendo stretto il bicchiere, senza guardare suo figlio gli disse soltanto: «Antonio, hai sentito o no la mamma? Mettiti a sedere.»
«Io non voglio fare l’alberghiero!» esclamò, mettendosi a sedere, ora rosso in viso, gli occhi ludici e le mani tremule, proprio come le sue labbra che avrebbero voluto aprirsi per urlare chissà quante parole, ma che restarono chiuse in una morsa di sofferente impotenza.
«Quando la finirai con questa storia?» replicò Sara, riprendendo a mangiare meccanicamente, fra il frastuono del televisore acceso «Fare il liceo classico per poi trovarsi come uno dei tanti futuri professori disoccupati?»
Antonio non replicò. Sapeva che non ci stava altro da dire: non lì, non con loro, non in quel momento.
Si sforzò di mangiare, trattenendo le lacrime e i conati di vomito, mentre suo fratello continuava a battere con forza la forchetta nel piatto, come se con quel rumore cercasse di soffocare le urla della propria famiglia.
Sara lo colpì dietro la nuca con una leggera sberla.
«E tu vedi di mangiare, che lo stai rovinando tutto il cibo.»
Lo sguardo di Mattia non mutò minimamente. I suoi occhi sembravano due palle nere, senza vita come quelle di uno squalo immerso negli abissi.
Iniziò soltanto a mangiare, fissando il piatto, proprio come suo fratello, mentre Carlo vuotò un bicchiere e ne riempì subito un altro.
Sentì su di sé il peso degli occhi di sua moglie, e avvertì le mura della stanza, i mobili che ancora stava pagando e che profumavano di detersivo ai fiori di bosco, e le urla provenienti dalla Tv stringersi contro a lui.
Non ebbe nemmeno il coraggio di guardarla. Udì soltanto dirle: «Questo è il sesto!»
Poggiò il bicchiere sul tavolo, sospirando e poi mettendo una mano nel taschino del maglione.
Estrasse un pacchetto di sigarette, ne prese una e l’accese, sotto lo sguardo contrariato di Sara.
Scosse le spalle. Il fumo volò fra lei e Sara, mentre attorno stavano Antonio e Matteo con i volti chini sui rispettivi piatti, e nell’aria si udiva la voce pimpante di un uomo dare consigli su come riuscire ad aver successo nella vita.
«Che c’è, ora non posso nemmeno fumare?» le sputò contro, ormai esasperato, desiderando soltanto di fuggire via da lei, forse anche dai suoi figli, o magari dalla sua stessa vita.
Lei conficcò la forchetta in un pezzo di carne. Antonio mangiava lentamente, sforzandosi di non piangere, e Mattia divorava quanto aveva davanti, quasi stesse cercando di non udire altro che il rumore del cibo masticato nella propria bocca.
«Come se il cibo non lo pagassi io» aggiunse Carlo, ciccando nel piatto.
Un rossore febbrile invase il volto di Sara. Avvertì la stanza intera tremare, le ceramiche nella credenza spaccarsi, e le ante sul lavello aprirsi lasciando precipitare sul pavimento, come un violento vomito, decine di piatti che si frantumarono in mille pezzi.
«E questo ti autorizza a ubriacarti?»
«Non sono ubriaco, Sara. Non lo sono ancora.»
«A me sembra di sì. Ricordi cosa hai fatto due domeniche fa? Lo ricordi?»
Mattia mangiava sempre più voracemente. Antonio masticava lentamente, chiudendo gli occhi per non piangere, e un gruppo di persone alla TV iniziarono a strepitare dalla gioia.
«A casa di Rino, il tuo amico del lavoro» riprese.
«Rino non è mio amico. È soltanto un collega, e tu sei voluta andare alla loro cena.»
«Sembrava brutto rifiutarsi.»
«Sei comunque voluta andare tu. Rino non è mio amico.»
«Quello che è! Fatto sta che hai dato di matto, proprio come sempre.»
«Io ho dato di matto?»
«Ah, e secondo te come si potrebbe definire il tuo aver iniziato a ridere a squarciagola, grugnendo come un maiale, additando la moglie del tuo amico solamente perché inciampata sul tappeto, facendo cadere a terra la pentola piena di pasta?»
«Ti ho detto che non è mio amico.»
«Quello che è!» esclamò Sara, calma in viso: occhi roventi incastonati in un volto pallido, marmoreo, glaciale.
Ebbe persino la forza di masticare altro cibo, mentre Mattia quasi svuotò il piatto, e Antonio ingoiò finalmente il boccone che teneva in bocca da più di un minuto.
Sara tranciò velocemente un pezzo di carne con la forchetta, fissandolo come se null’altro esistesse e masticando quanto aveva ancora in bocca.
«Mi piacerebbe soltanto che tu non bevessi tutte le sere» replicò, infilandosi in bocca velocemente il pezzo di carne appena infilzato, senza aver nemmeno finito quanto già aveva in bocca.
«Non mi pare che io mi ubriachi ogni sera.»
«Quando bevi fai stupidaggini, e poi te ne penti.»
«Ho detto che non mi ubriaco ogni sera.»
Carlo vuotò il bicchiere e lo poggiò con forza sul tavolo. Sara tagliò fulminea un altro pezzo di carne. Mattia, a testa bassa, infilzava velocemente pezzi di carne per poi infilarli in bocca senza nemmeno gustarli, e Antonio fissava un pezzo di carne conficcato nella propria forchetta, senza la forza di portarlo alla bocca.
Carlo, innervosito, sudando nonostante il freddo e rosso in viso, riempì subito un altro bicchiere e se lo portò alla bocca.
«Vedi!» esclamò Sara.
«Ma cosa diavolo c’è? Cristo, è solo vino!»
«Non bestemmiare! Ti ho detto mille volte di non bestemmiare.»
«E io ho detto che è solo vino.»
«E io ho detto che non voglio un marito ubriacone!»
Il braccio di Carlo rimase paralizzato a mezz’aria. Un amaro sorriso gli solcò il viso, come quello di uno sconfitto.
Abbassò il bicchiere e rivolse lo sguardo verso Mattia.
«Mattia, lo vedi, il tuo papà è un alcolizzato.»
Lui non lo guardò nemmeno. Continuò soltanto a mangiare, ora più velocemente.
«Hai finito o no?» strepitò Sara.
«Ma finito cosa!»
«Abbassa la voce» sibilò lei, guardandosi attorno come se temesse che qualcuno potesse udirli.
Si alzò di scatto dal tavolo, raccogliendo il suo piatto e poi subito quello ormai vuoto di Mattia.
«Ecco come diventi quando bevi, lo vedi?» aggiunse, andando verso il lavello per poi farvi cadere dentro i piatti.
Carlo non ebbe il tempo di replicare, e in fondo non aveva niente da dire: dire qualsiasi cosa non avrebbe cambiato le cose.
Sara arrivò ad Antonio e praticamente lo tirò su per il braccio.
«E tu, muoviti, visto che non hai voglia di mangiare fila in bagno a lavarti e poi in camera a fare i compiti.»
Antonio non disse nulla. Sembrava persino incapace di aprire la bocca.
Come un sonnambulo, a testa china e con occhi lucidi ed enormi immersi in un vuoto buio quanto la pece, uscì dalla cucina, portandosi dietro tutto il peso di una vita insopportabile che lo stava ormai mutilando.
Guardandolo uscire, Carlo vide soltanto un vecchio esanime e ormai prossimo alla morte. Gli ricordava se stesso da piccolo, dopo il litigi con suo padre e sua madre.
«Non combinerai mai niente di buono nella tua vita. Io alla tua età già davo una mano a mio padre in bottega, altro che libri!»
«Carlo, a mamma, io non riesco proprio a capirti. Vorrei soltanto che tu fossi come tutti gli altri ragazzini.»
In quei momenti Carlo avrebbe voluto che qualcuno lo strappasse via dalla sua famiglia, e forse poco prima anche Antonio l’aveva desiderato, e lui non aveva fatto niente per aiutarlo.
Restò in cucina. Mattia colorava i propri disegni seduto davanti al tavolo. Sara in silenzio lavava frenetica i piatti, rumorosamente, come se nel farlo volesse imporre a Carlo la propria presenza.
Carlo continuò a bere e fumare, immobile, fissando un angolo della tavola senza nemmeno il coraggio di alzare lo sguardo verso Mattia, e sentendo attorno a sé, e nella propria testa, soltanto il rumore di piatti e pentole sbattuti nel lavello.
 
Più tardi mise Mattia a letto. Antonio stava anche lui a letto, probabilmente già da tempo.
La lampada del suo comodino era accesa e lui leggeva grossi libri di scuola, ma Carlo sapeva benissimo che poco prima del suo ingresso lui stava leggendo un romanzo o dei racconti: lo sapeva perché anche lui faceva così da ragazzino.
Mattia si addormentò dopo pochi minuti. Faceva sempre così. Come una gattino si faceva accarezzare i capelli per un po’ e poi restava in silenzio, rannicchiato come un feto e col dito in bocca.
Dopo poco di lui non si udiva che un respiro profondo, come se dormisse da ore.
Forse fingeva soltanto per non dover più vedere e sentire niente, quasi gli fosse concesso di trovare pace per qualche ora dalla propria famiglia, immerso in una morte fittizia.
Carlo preferì non darsi una risposta, proprio come sempre. Andò verso Antonio. Si fermò davanti a lui, e lui non lo guardò nemmeno, restando incollato alle pagine di un noioso libro di scienze, fingendo di leggerlo, ma attendendo soltanto che suo padre andasse via.
Carlo non si mise a sedere. Non lo accarezzò. Non lo baciò sulla fronte.
Diversamente che con il piccolo Mattia, fra i due ci stava un sacro imbarazzo, e spesso anche parlare era per entrambi una fatica immane. Quando ci provavano diventavano rossi in viso, i loro occhi divenivano liquidi e volteggiavano nel vuoto, e le loro parole risultavano sempre goffe, ombrose, scivolose.
Era come se non fossero nemmeno loro l’uno di fronte all’altro, ma soltanto due sconosciuti trovatisi lì per caso, e costretti a stare assieme.
Carlo, come spesso gli capitava, osservò una delle foto appese al muro: era una foto in cui lui stava a mare assieme ad Antonio. Allora Antonio aveva l’età di Mattia.
Guardandolo gli sembrava che davanti a lui non ci fosse lo stesso ragazzo che stringeva nella foto appena vista, come se da un giorno a un altro quel bambino fosse svanito, e al posto suo fosse fiondato nella propria vita un estraneo.
Suo figlio era cresciuto, e lui non l’aveva visto crescere: gli era sfuggito. L’aveva perso. Proprio come si perde un treno, una moneta da due centesimi infilata in una tasca, o un pensiero che sai importante, ma che non ritroverai mai più.
E lui non avrebbe mai più ritrovato suo figlio. Stava davanti a lui, a pochi centimetri, ma ormai era svanito.
Lui l’aveva perduto.
Cercò di avvicinarsi a lui, come un cieco che tasta un buio impalpabile e infinito, tremando a ogni passo nel terrore di precipitare.
Avrebbe voluto dirgli tante cose, chiedergli tante cose, e invece sussurrò appena: «Tua madre parla per il tuo bene.»
Antonio non rispose. Rimase con gli occhi incollati alla pagina, intimidito come suo padre; avvolto come suo padre in una massa gelatinosa e pulsante che li stava inghiottendo.
Sfogliò una pagina velocemente. Suo padre guardò ancora quel ragazzo che fra qualche anno sarebbe stato alto quanto lui, coperto da un pigiama che non ricordava nemmeno di avergli comprato né visto addosso, e cercando qualcosa nei suoi occhi bui e lucidi quanto pietre marine da cui invece nulla traspariva, se non la stanchezza di una roccia che ha accolto troppi secoli.
Non disse nulla. Non disse altro e si voltò, avvertendo contro la sua schiena la presenza vivida di suo figlio come fosse una maglia di sudore gelido.
Arrivato alla porta avrebbe voluto dirgli qualcosa. Chiedergli delle letture fatte. Chiedergli di ciò che scriveva. Ma non ne ebbe il coraggio, come da anni ormai non aveva più lo stomaco di fissare se stesso a uno specchio per più di qualche secondo.
Rimase sull’uscio della porta, fermo, con la mano contro al legno, mentre la luce della lampada spingeva contro di lui un manto d’ombra, il respiro di Mattia echeggiava pesante ovunque, e lui, come un animale, respirava il profumo dei suoi cuccioli ormai sempre più lontani.
Improvvisamente sentì una voce muoversi nel buio, come un eco profondo proveniente da una grotta.
«Papà, ma è vero che siamo poveri come dice la mamma?»
A Carlo gli si gelò il sangue nelle vene. Non avvertì più nulla muoversi in lui, nemmeno il proprio respiro.
Tutto era pietrificato. Di lui restavano soltanto due palle bianche perse nel buio, fisse contro un vortice nero che gli stava venendo contro.
Si voltò un istante, senza guardarlo, dicendo velocemente: «Cerca di dormire, su.»
Poi la porta si chiuse nuovamente fra loro, pesante, durissima, gelida.
Era come se una coltre di ghiaccio avesse avvolto l’intero corridoio, e Carlo la sentiva addosso, muovendosi lentamente ma non percependo più se stesso.
Udiva soltanto la voce di Antonio:
«Papà, ma è vero che siamo poveri come dice la mamma?»
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Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Senza fermarmi, guardo alla mia destra. Lei sta immobile, seduta sul gradino di un grosso ufficio per la previdenza sociale da cui escono ed entrano persone indaffarate.
Ha la pelle chiara, biondi capelli sfibrati le cadono sulle spalle, e nessuno dei passanti sembra vederla. Forse qualcuno l’ha anche scopata qualche volta, ma lei non esiste. No, è solamente una puttana, e neanche troppo giovane e bella per destare attenzione.
Per la gente lei non è un essere umano, ma solamente una puttana. Inutile quanto uno stomaco talmente consumato da non riuscire a percepire alcun nutrimento.
Forse prende dieci euro a scopata. Forse la sua vita costa solamente dieci euro.
Quante lacrime ha versato per quei dieci maledettissimi euro?
La vedo soltanto stringersi in un maglione rosso e sfilacciato coperto da un misero giubbotto nero, cercando di proteggersi dal freddo e alzando lo sguardo verso gli sconosciuti che le passano davanti, guardandoli come fosse un cane che elemosina del cibo.
Mentre i nostri occhi si intrecciano in una solitudine incolmabile, in un secondo immagino le sue giornate: lei che si sveglia di buon’ora, pulendo alla meglio un monolocale fetido di detersivi e prodotti da donna diviso con una figlia disconosciuta da chissà quale uomo.
Pulisce con cura vecchi piatti comprati in qualche mercato rionale, sistema vestiti da quattro soldi lavati con detersivo altrettanto scadente, e intanto cerca di tenere a bada quella ragazzina che neanche conosce il lavoro della propria madre.
Segretaria, cameriera, badante?
No, in un attimo via per strada!
Orami neanche pensa più a cosa sta andando a fare. È tutto meccanico, come se la sua vita prima che finisse sul marciapiede neanche fosse mai esistita. Come se lei fosse nata puttana.
Può solamente aspettare la prossima paga per le sue lacrime, mentre la gente le passa davanti senza neanche vederla, e quei dannati cartelloni pubblicitari continuano a fissarla, ricordandole che lei mai sarà come il resto del mondo, e forse neanche alla sua bambina sarà concesso di esserlo.
Un uomo dal sorriso smagliante la invita a chiedere un preventivo gratuito presso lo studio odontoiatrico Bonetti, una famiglia sorridente le consiglia di dare una svolta alla propria vita facendo una vacanza con Costa crociere, e la locandina di un film le ricorda che anche lei potrà vivere una favola come quella di Cenerentola.
E lei vivrà mai quella favola?
Alza soltanto lo sguardo fra la folla, in cerca di un altro cliente.
Come per mia madre vorrei dirle qualcosa, ma continuo a camminare respirando il fetido smog emanato dalle auto.
Da uno di quei tabelloni uno mi sorride, mostrandomi con gioia le sue scarpe Geox.
Ricordo quando da piccolo provai a indossare le scarpe di mio fratello. Erano delle Reebok. Lo ricordo bene perché allora andavano tanto di moda.
A lui erano state comprate, a me no.
Ricordo come ogni tanto le provavo, di nascosto da lui, perché se l’avesse scoperto mi avrebbe picchiato.
Erano di quattro numeri più grandi dei mie piedi, eppure le indossavo lo stesso, come se farlo mi rendesse Dio.
Una volta ci uscii persino. Cristo, ero ridicolo!
Ricordo le risate della gente che mi fissava. L’umiliazione provata sentendomi grottesco, imperfetto: non idoneo e accettato come mio fratello.
Non misi mai più quelle scarpe. Non le guardai neanche più.
Forse se avessi avuto un paio di scarpe come quelle, oggi sarei un uomo felice. Sarei come tutti, proprio come quel bambino che ancora mi fissa sorridendo.
Forse sarei come mio fratello.
Affretto il passo. I volti nei cartelloni pubblicitari si susseguono vorticosi assieme al rumore delle auto e ai volti delle persone che incrocio.
La testa mi gira al punto che la strada sembra avvolta da un fitta foschia, e mi pervade una tale nausea da sentire lo stomaco battere contro al cuore.
Attorno a me, ovunque, spazzati via dal vento volano vecchi giornali, battendo come uccelli impazziti contro logore mura di vecchie fabbriche sotto le quali giacciono cumuli di rifiuti: pezzi di giornali zuppi di pioggia, sacchi di immondizia squarciati da qualche cane, e barattoli inceneriti gettati probabilmente lì da qualche ubriacone che ha passato per strada la notte.
Sul cemento, simili a lapidi, stanno immobili alcune bottiglie di birra, testimoniando la dolorosa notte trascorsa lì da qualche invisibile disperato.
Giacciono fra cumuli di rifiuti bruciati, e da un sacco nero esce del fetido liquame, riversandosi sul pelo bagnato di un orsacchiotto che mi fissa senza occhi, guardandomi con aria triste, pur avendo solamente due buchi neri per farlo.
Mio fratello aveva cavato gli occhi al mio peluche preferito. Sì, avevo sei anni quando lo fece, e lui ne aveva nove.
Il mio peluche si chiamava Amadeus, ora lo ricordo: era un cane di pezza bianco e nero, con un ridicolo sorriso sul viso.
Eppure amavo quel sorriso, e odiai il ghigno di mio fratello quando, strappandogli gli occhi mi disse con tono crudele: «Questo pupazzo è vecchio e fa schifo.»
In lacrime, urlando e rosso in viso, guardai per l’ultima volta gli occhi tondi, neri e lucidi di Amadeus fissarmi dal pavimento come se mi stessero implorando di salvarlo, mentre mio fratello incurante del male appena fattomi tornò a giocare con i suoi giocattoli.
Non vidi mai più quegli occhi neri. Mia madre mi impedì di medicare il mio solo amico e lo gettò via.
Mio fratello fu punito?
«È sporco, non vedi? Te ne comprerò un altro» disse mia madre. Ma non rividi mai più il mio Amadeus. Non amai altri giocattoli quanto lui, e a nessuno diedi mai un nome: tanto sarebbero morti comunque!
Questa fu la prima cosa che mi insegnò mio fratello. Mi insegnò che presto o tardi tutto muore, anche coloro che amiamo.
E quello lì per terra L’Amadeus di chi era? Quale bambino stava piangendo per quegli occhi neri che mai più avrebbe rivisto?
Sento solamente la voce di mio fratello urlarmi contro: «Questo è un giocattolo per froci!», prima di strappargli gli occhi e ridendo nel vedermi piangere.
Ed era ciò che ero? Ero un frocio?
All’epoca non sapevo bene cosa fosse un frocio, ma sapevo che per mio fratello era qualcosa di schifoso, dunque non volevo esserlo.
Senza rendermene conto, osservo il posto dove la sera si ferma un trans a fare marchette, a bordo della sua bella auto.
Per terra ci stanno dei preservativi lucidi di sperma e alcuni fazzolettini.
Distolgo subito lo sguardo. Cerco di dimenticare tutto, ancora una volta, proprio come sempre, celando in un profondo cratere questi ricordi che non voglio più rivedere.
Affretto il passo. L’aria è fredda, ma cammino così velocemente che non sento neanche il vento, e ora non riesco a udire nemmeno i rumori delle auto alla mia sinistra.
Sono quasi arrivato. Ho ancora dieci minuti per timbrare il cartellino. Ancora dieci minuti prima di dover tornare in gabbia.
Le auto scorrono velocemente, mentre palazzi e fabbriche si susseguono attorno a me, e davanti ai miei occhi non vedo altro che un orizzonte di cemento.
Alzando lo sguardo vedo venire verso di me, lenti e pesanti, una famiglia di Rom. Ne sono tre. No, anzi, quattro, ma uno di loro, un bambino di appena dieci anni vestito con stracci abbinati a caso e dalla pelle scura come la terra, si è fermato a rovistare in un cassonetto dell’immondizia, mentre gli altri: un uomo vecchio, sdentato e dalla grossa pancia; una donna grassa e molle con attorno alla testa un pesante scialle di lana rosa e verde; e ancora una ragazzina forse dodicenne vestita di stracci e dall’aria cattiva, continuano a venire verso di me fissandomi come se neanche esistessi.
La ragazzina spinge un vecchio carrozzino con sopra un cartone colmo di rifiuti raccattati per strada. La donna trascina un grosso bustone scuro, pieno di chissà cosa, e il sudore le cola dalla fronte insinuandosi fra rughe che mi sembra quasi di poter toccare, mentre l’uomo fuma, ansimando, seguendo a passo lento le due donne, sudando e respirando faticosamente come se il suo cuore stesse per esplodere.
Mi passano accanto. Una forte puzza di cipolla marcia e sudore stantio mi riempie il naso, mentre intanto il ragazzino fatica a tirarsi via dal cassonetto annerito dalle fiamme, per poi correre verso la sua famiglia, passando accanto a me e arrivando a loro ormai alle mie spalle, sorridendo e stringendo fra le mani luride uno zainetto rotto.
Mentre mi passa accanto, ci guardiamo un istante. Giusto un attimo. Il tempo del battito d’ali di un colibrì. Un istante che non ci sarà mai più concesso. Quell’attimo in cui ci troviamo simili. In cui il vento emanato dal suo passaggio ci fa quasi sentire due esseri umani nello stesso spazio vitale.
Cercava forse l’amore di suo padre scavando fra quei rifiuti?
Quando avevo sette anni feci un lavoretto a scuola, di quelli che si fanno durante le feste comandate. Era Pasqua. La maestra aveva obbligato tutti a comprare una confezione di mollette di legno, dell’ovatta, una pallina da tennis, un cartoncino giallo e uno arancio, della colla e della carta crespa gialla.
Feci quel lavoretto mettendoci tutto me stesso. Avrei voluto fare altro, ma la maestra ci costrinse a creare con le stecche delle mollette una specie di sole coperto dall’ovatta, in cui stava posto un tenero pulcino.
Ero forse io quel pulcino?
Quando lo portai a mio padre, lui lo guardò appena, mentre facevi i conti per il lavoro.
Attendevo un suo complimento, e invece mi diede solamente duemila lire come premio. Proprio come fossi una puttana.
Vedo quel bambino porgere lo zaino a suo padre, ma lui neanche guarda. È la sorella a prenderlo per gettarlo senza cura nel carrozzino, e poi spariscono lontano: lontani da me, lontani fra loro.
Li fisso soltanto qualche istante, prima che svaniscano nel nulla, forse proprio come i sogni di quel bambino.
Giosetta-Fioroni-Bambino-solo-1968-smalti-su-tela

Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”, in esame presso la mia meravigliosa maestra.

Ricordo che avevo diciannove anni la prima volta che chiusi fuori di casa mio fratello. Erano le tre passate di notte. Lui non si decideva a tornare, e mia madre, preoccupata e in lacrime, provò più volte a chiamarlo a casa di un amico.
Nessuno rispose. Mio padre stava in silenzio, fissando la TV, già vestito, proprio come me, nel caso fossimo dovuti andare a riprenderlo chissà in quale buco.
Mio fratello lo faceva spesso. Usciva e si ubriacava, con il solo intento di tornare poi a casa e dare di matto. In cuor mio sapevo che anche quella sera l’avrebbe fatto. Fissavo mia madre, vedendo le sue lacrime sempre più copiose colare su di un viso che sembrava invecchiato precocemente, e il volto rude di mio padre ricordarmi la delusione che eravamo per lui noi tutti.
Non ci vidi più. Quando lui girò la chiave nella serratura, mi fiondai contro la porta, bloccandola e chiudendola a chiave.
Ricordo che provò ad aprirla più volte, ma io chiusi la porta con più mandante, finché a lui non fu concesso altro che urlare e dimenarsi dietro a quel pezzo di ferro, battendo contro di esso i pugni come fosse una bestia furiosa, pretendendo di entrare in quella casa che stava distruggendo.
Io invece la stavo salvando quella casa?
Fu mia madre e farmi spostare dalla porta dopo diversi minuti, piangendo e aprendola, urlandomi contro: «La volete smettere tutti e due?»
Mio fratello si riversò nel corridoio come fosse una animale appena uscito da una gabbia, ma quando incrociò il mio sguardo colmo di odio sembrò calmarsi, o almeno apparentemente.
I nostri occhi incandescenti si guardarono per un tempo indefinito. Lui una volta, quando avevo dodici anni, mi aveva chiuso fuori di casa, e in quel momento stavo pareggiando i conti. Gli stavo rigettando contro tutto l’odio che lui mi aveva vomitato in bocca.
Quando andò via, sparendo nel bagno, rimase davanti a me soltanto una madre che non riuscii ad abbracciare, e altrove, in un’altra stanza, mio padre che guardava la TV, e nel proprio letto mia sorella fingeva di dormire, piangendo, senza capire perché fosse costretta a piangere. Sapendo solamente che tutto era tremendamente doloroso e orrendo. Ingiusto. Malsano. Indesiderato dal suo piccolo cuore che cresceva nel mezzo di una famiglia che si stava sgretolando come una statua di gesso colpita ripetutamente da un martello.
Ora forse la sta facendo pagare a me?
Una volta entrato in casa non vedo né mia madre né mia sorella. Non vedo altro che un corridoio vuoto.
Mia madre nel pomeriggio deve aver passato il detersivo ai fiori di bosco, perché il pavimento ne è pregno.
Deve essere venerdì dunque. Sì, lei lo fa ogni venerdì. Sono quelle sue piccole abitudini che la tengono in vita, illudendosi di avere ancora una famiglia. Illudendosi che noi siamo ancora una famiglia, e non solamente zombie putrefatti che vagano in uno spazio piccolo, urtandosi di continuo e senza neanche vedersi.
Ma ecco che in quel corridoio infinito e ombroso i nostri occhi si scontrano fin quasi a frantumarsi, mentre avanzo avvolto da fotografie che sembrano fissarmi come se mi stessero accusando, giungendo poi in cucina e trovandola sull’uscio della porta.
La sfioro appena. I riflessi gialli della lampadine in cucina si insinuano fra le pieghe della sua vestaglia bianca e dei suoi capelli color mogano, rendendo ancora più spettrali le rughe del suo viso che una volta fu liscio come la seta.
La sua pelle sembra quasi avere il profumo del detersivo di cui sono impregnati i mobili, ma passandole accanto non riesco neanche a distinguere i mobili da lei. No, chiudo soltanto gli occhi, pur tenendoli aperti. Non voglio vedere nulla. Non voglio sentire niente. Attraverso la cucina sotto al suo sguardo severo e vigile, arrivando al frigo e prendendo una bottiglia di vino.
Quando esco lei sta ancora lì immobile, come se il suo corpo non si fosse mosso di un millimetro.
Sento il suo sguardo seguirmi millimetro dopo millimetro, come se stessi osservando dai suoi occhi il mio corpo muoversi a rallentatore.
I miei passi sono lenti: calpestano le piastrelle spaccandole e affondando nel cemento, mentre gli occhi di mia madre scavano nella mia pelle, lacerandomi le carni e strappandomi le ossa.
La sento stracciarmi dal corpo la colonna vertebrale quando urla: «Ma insomma, avete deciso tutti di uccidermi? Possibile che non si possa mai parlare con te? Appena torni qui ti chiudi in camera tua a ubriacarti.»
I mei occhi fremono e le mie labbra tremano, mentre stringo i pugni come se volessi fermare il mio corpo che scalpita assieme alle mura che mi avvolgono, sbriciolandosi come esse.
Mi volto verso di lei urlando: «E di cosa vorresti parlare? Sentiamo!»
Ma lei non risponde. Le sue labbra tremano, senza che riescano a emettere un suono, mentre simile a un cucciolo di cane rinchiuso in un canile lei mi guarda con occhi palpitanti di lacrime.
Non mi dice niente. Rabbioso fisso le sue labbra che si aprono in un doloroso tremolio, ma da esse non esce un solo fiato, né lei riesce a muovere un solo muscolo.
Mi volto di scatto, come se con quel gesto la stessi abbandonando per sempre, gettando sul suo corpo tre metri di fredda terra, proprio come accadde a mio padre.
Un mio passo si muove appena lento in un buio denso quanto melma, quando lei sussurra dietro di me, accarezzando la mia schiena: «Ma cosa ti sta succedendo?»
Sento una lacrima colare dal viso di mia madre, lenta e pesante, fino e cadere su di una pozza di sangue.
Il suo rumore echeggia in tutto il corridoio. E io resto immobile, a testa bassa, mentre da una foto mio padre mi guarda tenendomi in braccio, mio fratello mi strige fra tanti peluche, e io stringo una dolcissima bambina dagli occhi azzurri.
«Non lo so» sospiro solamente. Senza riuscire a dire altro.
Ora vorrei che ci fosse mia zia qui con me. Lei saprebbe cosa dirmi. Lei saprebbe come farmi sorridere.
Invece sento soltanto la straziante voce di mia madre sospirare: «Da bambino eri così dolce. Perché ora è tutto così diverso?»
Mi volto di scatto. La terra sotto di noi vibra. Il pavimento si spacca colpito da un magnitudo 6.5, e dalle mattonelle infrante, coperte di sangue, giungono a noi le urla e gli aborti di tanti dolori soffocati in un tempo indecifrabile.
Vedo il vetro che copre la foto in cui quel bambino biondo sorride in braccio alla propria madre spaccarsi di colpo, e le tempie di quell’infante grondare viscido e scuro sangue.
E lo stesso colore del sangue che sta sgorgando dagli occhi di mia madre mentre urla: «Vorrei che tutto tornasse come prima.»
«Ma prima di cosa? Che cazzo ne sai tu del prima?» urlo, scagliandole la mano contro al petto, trapassandolo e strappandole via il cuore.
Lo vedo pulsare davanti ai miei piedi mentre grido: «Dove cazzo stavate tutti quando avevo bisogno di voi?»
«Ma di cosa parli? Perché devi sempre farmi sentire una pessima madre?»
«Perché lo sei stata!» urlo. E quell’urlo spacca tutto, persino il silenzio.
Attorno a noi non resta nulla. Nemmeno il silenzio si può udire. Ci avvolge un vuoto talmente vivido in cui lo sguardo doloroso e sgomentato di mia madre sembra dilatarsi in uno spazio infinito.
Attorno a me e in me non vedo altro che i suoi occhi, e sento soltanto il rumore pesante delle sue lacrime rigarle il viso.
Riesco appena a sussurrarle: «Mi dispiace, non dovevo dirlo», prima che lei, in lacrime, poggiando una mano contro al muro come se stesse venendo meno, in un flebile sussulto mi dice: «Tu, Nico e Anna siete la mia vita. Tu e Nico dovreste essere come dei padri per Anna.»
Improvvisamente le mie pupille si dilatano come quelle di un tossico, e le mura iniziano a spaccarsi, gettando contro di me pietre insanguinate.
Quel nome rimbomba nella mia testa, e per quanto io digrigni i denti esso non svanisce: resta impresso nelle mie carni come un ematoma, simile a un’insanabile ferita che non può smettere di sanguinare.
Il pavimento trema sotto ai miei piedi, il soffitto crolla, e una coltre di fumo rosso mi avvolge.
«Sono io che porto avanti la casa. Io! Non Nico» urlo, agitandomi come una bestia e spaccando tutto.
Le urla di mia madre si susseguono alle mie, nel mezzo di un turbinio di vetri infranti e colpi scagliati contro la pietra.
«Senza di me a chi avreste chiesto aiuto, a Nico?» grido ancora «Sì, quello se ne fotte di tutti noi! Se ne è andato per i fatti suoi, e chi deve occuparsi di tutto qui sono io. Io e solamente io! Neanche le tue sorelle pensano a noi, no. Ci sono solamente io, e tu che fai?»
Un impercettibile attimo di silenzio fende l’aria. I nostri due volti si fissano nel mezzo di un meriggio intramontabile, dove nulla mai rivivrà o morirà per sempre.
«Tu dici che sono io quello sbagliato!» urlo, colpendo con forza il muro e fracassando la foto di mio padre.
Lui crolla al suolo. Mi stringe ancora, e il suo volto è ora insanguinato.
Sento un boato infrangersi sul pavimento quando la cornice si frantuma in mille pezzi, e poi un fragore più forte attorno a me quando mia madre, in lacrime grida: «Io non ce la faccio più. Non ce la faccio più con te!»
Gli ultimi frammenti di vetro colmi del mio sangue si assestano sul pavimento. Dal mio pugno stretto gronda altro sangue che si addensa sul pavimento, mentre mia madre, ormai un fuscello poggiato contro al muro, in lacrime e tremula riesce solamente a sospirare: «Cosa ho fatto di male per meritarmi tutto questo?»
E cosa ha fatto di male lei? Cosa ho fatto di male io? Cosa ha fatto di male quella bambina cresciuta da sola, rinchiusa in una stanza, ora ombra di un fratello per lei morto?
Improvvisamente la mia rabbia si placa. Il mio sguardo osserva il corridoio al di là del corpo etereo di mia madre, percependolo gigantesco come quando ero bambino e scalzo vagavo lungo di esso in cerca della mamma.
Verrà lei a salvarmi?
No, io l’ho appena uccisa, e ciò che resta di lei giace per terra su di un freddo pavimento, a pochi passi dalla camera di mia sorella.
Vedo i suoi occhi chiusi e gonfi di lacrime. Il suo pallido volto è una smorfia di dolore. Lei ingoia le sue stesse lacrime, soffocando quasi e grattando le unghie contro al muro riuscendo soltanto a urlare: «Basta, basta, basta.»
Mi sta implorando di risparmiarla, ma non ci riesco. Non riesco a fare un passo. Non riesco a smettere di digrignare i denti. Non riesco a impedire alla mia mano di sanguinare, e così al mio cuore.
Alzo lo sguardo verso la camera di mia sorella, avvolto da un vortice di pesante e scuro catrame che soffoca ogni rumore.
La stanza di mia sorella è chiusa. Prima che il sangue colasse sulla mia coscienza lei neanche dormiva in quella stanza. Aveva due anni, dormiva con mia madre e mio padre.
Ricordo un sorriso. Una promessa. Occhi pieni di sangue, e poi altro sangue. E ancora sangue, come quello sparso ai miei piedi.
In questa casa non sappiamo che versare sangue?
angoscia

Tratto dal racconto “Katja”.

Katja aveva sedici anni e sapeva soltanto di non voler morire ancora una volta.
I suoi occhi color nocciola si perdevano negli sguardi di mille volti che si susseguivano velocemente fra palazzi, negozi e vetrine luminose addobbate a festa.
Il suo sguardo era una continua supplica d’amore, ma nessuno lo vedeva, proprio come nessuno aveva mai accolto le sue preghiere, forse tranne la volta in cui a dodici anni aveva pregato l’icona della Madonna di Tropea chiedendole di far morire suo padre.
Sul letto di morte l’aveva fissato intensamente con occhi senza vita come quelli di uno squalo, e le labbra erano serrate in una smorfia tremula, come se stesse faticando a trattenersi dal vomitargli dritto in bocca tutto l’odio che pulsava nel suo piccolo corpo.
Avrebbe voluto ucciderlo lei, anziché vederlo portare via da un cancro.
Ma la morte di suo padre non le aveva portato via dalla pancia i crampi che le laceravano l’anima, né le aveva ridato la sua infanzia, e il futuro ormai flebile come il respiro di un vecchio moribondo.
Quella morte non le aveva dato altro che l’immagine di una tomba svanita sotto cumuli di puzzolente e fredda terra.
Sentiva ancora i colpi sordi delle vangate contro la bara, desiderando di dissotterrare suo padre per ucciderlo nuovamente.

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