Tratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Le luci di Natale negli appartamenti di fronte al mio mi ricordano che presto dovrei fare gli auguri a mia madre, e so che non lo farò. So che non uscirò da questa stanza.
I palazzi decrepiti di fronti alla mia finestra brillano di luci colorate e intermittenti, come se negli squallidi depositi al pian terreno ormai adibiti a monolocali per vecchie sole o puttane, o nelle case decrepite abitate da pezzenti e disperati ci possa essere qualcosa da festeggiare. Eppure quello scintillio nevrotico di luci continua ad avvolgere interi vicoli. Sono talmente tante che sovrastano le luci dei lampioni, e da alcune finestre, nel mezzo di stanze spoglie e che cadono a pezzi, si vedono persino alberi colmi di addobbi natalizi.
Dalle piccole insenature della tapparella vedo un mondo di cui non faccio più parte, ora ancora più disgustoso e crudele avvolto dalle luci del Natale.
Non ho più un orologio, eppure so che è giovedì e che sono le sei e trenta del pomeriggio.
Lo so perché ogni giovedì il cinese panciuto che abita di fronte a me, in una decrepita casa che cade a pezzi come la mia, indossa il suo maglioncino rosa.
È il terzo giovedì che lo fa. Deve significare qualcosa.
Al di là di una vetrata che sembra di plastica sporca, l’ho visto più volte sistemare con cura quel maglione su di un vecchio comodino di legno, per poi indossarlo e osservarsi a uno specchio enorme che sostituisce la porta di un armadio.
Di norma gira due volte su se stesso. E lo fa anche stavolta: due giri, un sorriso allo specchio, e poi svanisce chissà dove in quella sua lurida casa, lasciando sul comodino soltanto le foto incorniciate di parenti che sorridono.
So che sono le sei e mezza passate perché la vecchia che abita accanto a lui, in un’altra lurida casa in quel decrepito palazzo di pietra, a quest’ora sente sempre il rosario alla radio.
Ha messo anche il bambino Gesù in un piccolo presepio posto su di un misero mobiletto di legno vecchio quanto lei, e odiose litanie escono dalle inferriate della sua finestra assieme a un’accecante luce gialla.
Quella dannata luce è sempre accesa! Chissà quanto cazzo paga di corrente.
Beh, certo meno del vecchio che vive al piano superiore.
Dal buio della sua cucina si vede sempre la luce del televisore acceso. Ieri notte l’ho vista anche alle quattro. So che erano le quattro perché a quell’ora la puttana nigeriana che vive al pian terreno è solita rientrare.
Lei non fa mai alcun rumore, come se volesse dimenticare i troppi gemiti sentiti durante tutta la notte.
Anche per Angela è così?
Cerco di non pensare a lei. Guardo il mio amico: quel vecchio che persino di notte ha il volume del televisore alzato, pur senza guardarlo, sparendo di continuo nel buio di una porta simile a un cratere.
Chissà perché nessuno gli ha mai detto niente.
Forse quella è la sola voce che lui possa sentire, relegato in quel suo piccolo mondo. È la sua sola amica, proprio come lo è il veliero per il vecchio del terzo piano.
Ieri non ci ha messo mano. Ha passato tutta la serata a guardare la televisione.
Non l’aveva mai fatto da quando lo conosco. E ora non lo vedo nemmeno, la luce nella sua stanza è spenta, e nessun albero brilla in essa, mentre poco distante, nella casa dei due vecchi, un piccolo albero brilla in un angolo, e le luci del presepio roteano intermittenti su di un mobiletto di legno.
Lei sta cucinando, senza dire niente; lui guarda la TV, senza dire una sola parola.
Il cinese è andato via. Il rosario continua a echeggiare dal giallo in cui si vede il volto cupo di quella vecchia ringrinzita, scosso appena dalle luci del presepio e dell’albero di Natale.
Tra circa dieci minuti finirà. Sì, ormai l’ho imparato a memoria. E so che fra circa dieci minuti la voce amica dell’uomo al piano superiore narrerà delle imprese del Tenente Colombo.
Lo guarda ogni giorno! O forse lo ascolta solamente. E tra quaranta minuti il grosso ucraino del palazzo accanto aprirà la finestra di casa sua, appena rientrato dal suo lavoro come manovale.
Inizierà a lamentarsi con la moglie. Non ho mai capito cosa si dicano, ma ormai le parole sono sempre le stesse.
Quella che più ripetono è “hroshi”.
Non conosco la loro lingua, ma dal tono in cui la pronunciano sembra qualcosa di ricorrente e fastidioso, forse qualcosa inerente ai soldi che non bastano mai.
Sì, in fondo anche fuori da questa stanza tutto uguale e ripetitivo, proprio come la mia vita in questa gabbia.
Oltre al mio amico del veliero, mi risultano simpatici solamente i tre indiani rintanati in un buco di venti metri quadrati. Almeno loro non fanno altro che dire parole incomprensibili, sorridendo mentre cucinano cibo talmente speziato che ne sento il fetore persino da qui.
Osservo loro, e osservo il mondo, ma ormai il mondo fuori questa stanza non mi vede più. Sono giorni, settimane, mesi che io sono sparito.
Io sto morendo qui dentro, e nessuno lo vede, mentre le luci dei festoni natalizi si diramano nel vicolo, scagliandosi su pozze di liquame e su un cumulo di rifiuti da cui guizza via un gatto bianco e nero.
Lo vedo ogni giorno, ogni sera, ogni notte.
Sta sempre in questo vicolo, come fosse casa sua, eppure puntualmente fugge via appena sente un qualsiasi rumore.
Chissà, magari al posto suo farei lo stesso. Anche ora appena mia madre o mia sorella passano davanti la porta mi nascondo sotto le coperte, e quando sento la tosse comprimermi il petto ho una tale paura da sembrare un cucciolo di cane lasciato al freddo, affamato e solo, ululando al cielo perché non vuole morire.
Anche poco prima ho sputato sangue sul pavimento. Per quanto le pulisca, per paura che si possa sentire il fetore della mia morte, esso ne resta impregnato.
È la morte che mi ricorda la propria presenza. So che mi sta prendendo. Lo sento nei miei arti sempre più deboli, nella tosse che aumenta, e nel modo in cui il mio collo si contorce, quasi stesse scoppiando.
A volte sento l’aria comprimersi contro al mio cranio, come se volesse spaccarlo pur di uscire. La mia testa è sempre pesante. Percepisco il fumo muoversi nel mio cranio e spingersi sotto la pelle della mia fronte.
È tutto così atroce, e io non posso fermarlo. Non posso fare niente per fuggire da questo lento suicidio. Nulla per impedire al mio corpo di morire.
Guardo ancora dalla finestra. Sento i rumori delle auto e poi alcune pubblicità proveniente dai televisori in qualche appartamento.
La luce nell’appartamento del vecchio è sempre spenta. Il cinese è andato via. La vecchia ha smesso di recitare le sue preghiere e si è messa a tavola. La solita donna lava freneticamente i piatti, e la vecchia coppia si prepara a cenare assieme, lasciando che solamente gesti lenti e silenziosi si muovano in una stanza colma di polvere.
Abbasso lo sguardo verso le unghie delle mie mani. Sono verdi, come quelle di mio padre, e sotto di esse mi sembra di vedere ancora i brandelli insanguinati della carne di Angela.
Lentamente abbasso le braccia, ora pesanti come macigni, continuando a guardare il cielo buio davanti a me.
Mi lascio cadere a terra piangendo, ma non colano lacrime sulle mie guance, né percepisco alcun gemito sfiorare le mie secche labbra socchiuse.
Sfioro il muro davanti a me, accarezzando tagli simili a ferite aperte che grondando ancora sangue.
“Mamma, perdonami per essere nato” leggo, tremando nell’accarezzarle, come se stessi toccando il volto cereo di mia madre.
Lentamente alzo lo sguardo verso il muro, senza riuscire neanche a piangere. Barcollando e tremando mi alzo in piedi e guardo la porta della mia camera, vedendola lontana, del tutto irraggiungibile.
Presto verrà lì fuori per piangere e morire ancora?
Guardo nuovamente la finestra. Al di là di essa il buio di quel vicolo è squassato da luci provenienti dalla stazione centrale. I tubi di ferro al di sopra della stazione della metropolitana sono coperti da luci, e così l’intera stazione e tutti i palazzi.
Tra pochi giorni sarà la vigilia, e la gente si affretta con gli ultimi regali e le spese da fare.
Ieri notte sono andato nuovamente a fare spese. Era tardi, ma non abbastanza, le strade erano piene di persone che si accalcavano per adempiere ai rituali di questa bestiale festa.
Ho vagato per vicoli bui, evitando con cura tutte le strade principali. Ma il rumore era ovunque. In ogni dove. Petulante come il ronzio di miliardi di mosche.
Appena uscito fuori da un vicolo, le luci di alcune bancarelle mi hanno accecato, sfavillando nel buio come stelle.
Erano le undici di sera. Lo sapevo perché poco prima avevo visto uscire di casa il nigeriano che abita nel palazzo di fronte a me.
Dopo una giornata a lavorare esce sempre a quell’ora, per passare il tempo in un internet point a farsi di crack.
Chissà dove stava morendo in quel momento, mentre quelle dannate luci sembravano soffocarmi, simili e denso e fluorescente sangue sulla mia pelle.
Avrei voluto evitarle, ma non potevo. In ogni dove, lungo la piazza, erano poste bancarelle dai tendoni colorati: rossi e bianchi perlopiù, gli stessi che mi sembrava di ricordare nella mia infanzia.
Appesi a essi stavano giocattoli e caramelle. Il profumo dolce e pungente di noccioline zuccherate e caramelle gommose mi entrava fin dentro alle narici, e il vocio delle persone attorno a me trapassava le mie orecchie, mentre si ammassavano ai lati della piazza, parlando, sorridendo, ignorandosi e senza smettere di calpestare il cemento.
Le strade erano sovrastate da un vortice di carne umana: perlopiù famiglie stanche che fissavano le bancarelle, coppie silenziose che camminavano mano nella mano fissando le vetrine dei negozi, e volti che si perdevano in un turbinio di carne e odori in un vortice di corpi che sembravano impegnati davanti a una poderosa catena di montaggio, mentre sceglievano un nuovo telefono cellulare da regalare, comprando dei dolci, alcuni vestiti, o fissando semplicemente le bancarelle.
Avrei tanto desiderato lasciarmi cadere al suolo, urlando verso un cielo sovrastato da metallici filamenti avvolti da colorate luci, sotto di cui i disperati come me non erano accetti. Non quella notte. Non in quel tempo. Non quando la gente doveva solamente sorridere.
A testa bassa, assordato dal brusio della folla, dai loro passi, e dai rumori metallici emanati dai generatori delle bancarelle, fra decine di luci ho visto diverse persone avvicinarsi ai tendoni per comprare caramelle ai propri bambini, mentre altre persone fissavano le vetrine di negozi che sarebbero rimasti aperti fino a tardi, così da permettere a quella brava gente di soddisfare i bisogni di altra brava gente, fingendosi migliori di loro nel regalargli qualcosa di meraviglioso.
Andando avanti, ho visto nascosto dietro l’angolo di una strada, seduto sul freddo gradino di un palazzo, un vecchio barbone avvolto da una lurida coperta.
Quegli stracci bisunti gli coprivano il volto, e le luci dei festoni e delle bancarelle si scagliavano su di esse, così come il vocio della gente e le canzoni provenienti dai negozi si insinuavano fin dentro a quel vicolo.
L’ho visto rigirarsi più volte nelle sue coperte. Forse stava morendo, sì, ma nessuno riusciva a vederlo.
Ho ricordato i Natali della mia infanzia, la festa di Tutti i Santi, il veglione di Capodanno.
Da bambino fissavo spesso quelle bancarelle. Avevano lo stesso colore visto in quel momento, e la gente sembrava uguale a quella che vedevo.
Persino i profumi erano gli stessi, ma percepivo tutto diversamente. Diverso era l’odore dello zucchero filato, così dolce da stordirmi. Diverso l’odore delle noccioline tostate e di quelle caramellate. Diverso l’odore delle caramelle gommose.
Persino i giocattoli appesi a quelle bancarelle avevano un odore. E così i volti delle persone, e la pelle di mia madre che mi stringeva la mano nella sua allora ancora liscia e morbida: una sensazione calda e candida contro la mia pelle, come un bagno caldo e pieno di schiuma che ti avvolge.
Ma ormai tutto è lontano, come quel barbone che non si muoveva neanche più, simile alla carcassa di un cane lasciata a putrefarsi al gelo.
Ho continuato ad attraversare quella folla come fossi uno spettro che aleggia fra i palazzi silenziosi, adorni di elettrici festoni luminosi. Sovrastato dalle lampadine fluorescenti che avvolgevano la tettoia di ferro della metropolitana, e passando davanti alle bancarelle ai due lati della piazza che formavano uno scintillio di luci e odori, mischiandosi alle luci e al profumo di cibo proveniente da ristoranti zeppi di brave famiglie.
Mangiai mai in uno di quei ristoranti?
Guardando la gente seduta ai tavoli di quei ristoranti, intenti a ingozzarsi in silenzio o fra continue lamentele, mi è tornato in mente mio padre.
Avevo otto anni, o forse nove. Lui già non mi chiamava più per nome, ma ancora non mi odiava, e io non odiavo lui.
Ancora non conoscevamo la fame. Quella vera! Quella che ti stacca la pelle dalle ossa. Quella che ti rende una bestia nel vedere l’altrui opulenza.
Spesso mi portava con lui a lavoro, durante le consegne che faceva ai suoi clienti. E quando questi ci facevano pranzare in un qualche ristorante, tutto a spese loro, io mi sentivo come il figlio di un Re.
Ma poi qualcosa cambia. Cambia sempre quella cosa. Deve cambiare. È una regola! C’è sempre qualcosa di bello che deve cambiare e diventare orrendo.
Senza fermarmi, trafitto dalle persone che mi venivano contro, ho rivisto passarmi davanti i giorni freddi in cui di colpo non andammo più al ristorante.
Nessuna consegna da fare. Un silenzio sempre più grande. E quel giorno in cui lui, il mio Re, tornò a casa con un occhio nero.
La sola parola che allora riuscii a udire urlata da mia madre, mentre stavo rintanato nella mia piccola stanza assieme a mio fratello, fu “debiti”. Una parola che mi rimase impressa e che ho sentito anche in quel momento, tra quella folla in festa. In quella città in festa. Da solo come lui, umiliato e intimidito mentre tornava a casa con un occhio nero, sentendosi solamente un fallito.
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Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Provo appena a sfiorarla, vedendo la mia mano fendere l’aria pesante come se nemmeno fosse la mia. Ma appena sfioro i suoi capelli, lei si scosta e volta il capo, forse svanendo per sempre in quel suo gesto.
Restano soltanto dei capelli che volano contro al mio viso, e la stanza ora sembra priva di luce, lasciandoci in balia di una densa ombra in cui i nostri sguardi non possono intrecciarsi.
Sussurrando il suo nome con un lamento animalesco, osservo la sua schiena e non sento altro che il rumore del suo naso tirare su, mentre lei continua a ingoiare le proprie lacrime, sfiorando dolorosamente il letto sotto di sé.
Le asciuga con la sua piccola mano, alzando il capo verso il soffitto, come se stesse vedendo innanzi a lei immagini a me non concesse di vedere.
Seguo l’orizzonte tracciato dal suo sguardo, sentendo la sua voce echeggiare ovunque dicendomi: «Ogni giorno penso a mia madre. Io la odiavo prima di andare via, eppure ora darei ogni cosa per vederla.»
Paralizzato dalle sue parole, lascio che la mia mano, immobile nel vuoto, cada lentamente sul letto, mentre il suo sguardo sfiora appena i miei occhi in lacrime.
«Vorrei poterle dire la verità» riprende, abbassando lo sguardo verso le proprie ginocchia e accarezzandole delicatamente con le dita, come se stesse sfiorando il volto di sua madre, o di quella bambina che non potrà mai più essere «vorrei poter parlare a lei di me, sì, e non inventare sempre bugie per farle credere che sua figlia sta bene. Vorrei dirle che sua figlia sta morendo, e che ha bisogno di lei. Vorrei dirle che sua figlia è una…»
La sua voce si interrompe. A fatica trattiene le lacrime, fissando le proprie mani aperte poggiate sulle ginocchia, come se stesse vedendo la sua vita scivolarle fra le dita, simile a sabbia.
«Ricordo che quando avevo quattro anni mia mamma mi chiamava pryntsesa. Diceva che ero bellissima, e se solamente avessi saputo a cosa mi avrebbe condotto mia bellezza mi sarei sfregiata da sola viso. Ma invece ero sua pryntsesa, e tutto mi sembrava bellissimo quando ero bambina.»
La sua mano improvvisamente scivola sulla mia, stringendola, e irradiando di calore il mio corpo. Un calore gelido, simile a quello della neve che ti brucia la pelle.
I suoi occhi tristi e grandi come quelli di una bambina sembrano toccare i miei, come un bacio a lungo agognato che ristora un cuore provato dal dolore.
«Natale a casa mia era bellissimo» aggiunge, tenendomi la mano e chinando di nuovo lo sguardo «ricordo profumo del kutya e quello dei dobrenyky. E poi ricordo le scorpacciate di varenichki. Dio!» esclama, sorridendo con aria triste, come se stesse toccando i volti di persone una volta amate e ormai svanite per sempre «lo scherzo di cui erano imbottiti puntualmente capitava sempre a me. Una volta ingoiai persino grossa manciata di pepe nero, e starnutii per decine di minuti prima di riprendermi.»
A quelle parole, mentre lei mi guarda appena, vedo un delicato sorriso dolce come zucchero sulle labbra.
È l’amore che vibra nel suo cuore martoriato da cemento e ferro. È l’amore che ancora la tiene in vita, rendendola bellissima: malinconica e meravigliosa come il fantasma di un innamorato che non vuole lasciare la terra pur di non abbandonare la propria amata.
È proprio questo che la sta uccidendo?
«E ricordo che era sempre mia nonna a benedire la tavola con acqua santa» riprende, facendo scivolare la mano nella mia e portandosela sulle ginocchia, stringendola come se stesse abbracciando sua nonna. «Avrebbe dovuto farlo mio padre, sì, ma da quando ho memoria ricordo di avere visto farlo solo a lei. E quando è morta, nessuno ha più benedetto tavola di casa mia. Io e mia madre non abbiamo neanche più mangiato davanti stessa tavola. Io e mia madre non abbiamo neanche mai più parlato. E ora che sta venendo Natale, e come anni precedenti lo passerò qui in questa stanza, o chissà dove e con chissà chi, vorrei solamente vedere lei e dirle che mi dispiace di non averla capita. Mi dispiace del male che ci siamo fatte a vicenda. Mi dispiace dell’incomprensione. Mi dispiace del tempo che non le ho dato. E mi dispiace di essere andata via, finendo poi in questo inferno. E mi dispiace del sangue che le ho gettato addosso.»
A quelle sue parole il mio cuore si spacca in mille pezzi. Ne vedo i frammenti volare attorno a noi, mentre le sue labbra sembrano tremare, come se una lieve brezza di vento si stesse muovendo sul suo volto, facendosi strada nella calcarea oscurità che ha inghiottito la stanza intera.
Rimane in silenzio. È un silenzio glaciale e triste, come quello che si avverte in un cimitero. È il freddo del marmo, il silenzio della terra fredda, il dolore di un corpo morto.
Lei mi sta dicendo forse che ormai è morta?
Voltandosi verso di me, mentre guardo i suoi occhi arrosati da lacrime incancellabili, sento le mie carni comprimersi come lamiere di un’auto appena travolta da un treno.
È lei che mi ha investito?
Desiderando di stringerla, e di essere altrove assieme a lei, riesco solamente a sentire la sua mano stretta alla mia, e la sua debole voce sussurrarmi: «E tu mi dici che dovrei andare via!»
La vedo chinare lo sguardo. I suoi occhi sono assenti, come un corpo che si sta lasciando uccidere da una orrenda malattia, paralizzato su di un letto che puzza di muffa, si sudore gelido, e di morte.
È ciò che provò mio padre prima di morire?
Lascia la mia mano, facendola cadere sul materasso come fosse un impiccato.
La sfiora appena con le dita, gemendo: «Vorrei andare via, ma so di non poterlo fare», per poi abbassare di nuovo lo sguardo, fissando il vuoto, e lasciandomi da solo in quella stanza che si sta sgretolando come un polmone divorato da un cancro.
Persino le sue lacrime sembrano di gesso come le mura di questa stanza.
Le vedo colare sul suo viso immobile, fino a giungere sulle sue labbra contorte in un sorriso atroce quanto uno spasmo di dolore.
«Di certo da bambina non avevo mai pensato di finire così» sussurra appena, guardando le proprie mani ora poggiate sulle sue ginocchia, come se guardandole vedesse tutto l’orrore che esse sono state costrette a toccare.
Mi avvicino a lei e la stringo a me. I suoi capelli, soffici come lana ma freddi come l’inverno, coprono la mia spalla, ma lei non si muove. Il suo volto è paralizzato in una smorfia di dolore, e i suoi occhi vitrei fissano il nulla davanti a lei, come se stesse rivedendo sua nonna, sua madre, e quella bambina che allegra correva per i campi di grano a Poltava.
Sento solamente un lieve sussurro muoversi nell’aria, come una leggera carezza che appena riesce a sfiorarmi la guancia.
È il bacio di mia madre datomi quando ero bambino. Il sorriso di mio padre prima che tutto tra noi andasse in frantumi. È l’abbraccio di mio fratello che mi stringeva su di un letto pieno di peluche. Sono gli occhi di mia sorella che mi guardavano come se per lei fossi tutto al mondo.
Quel suo sorriso è il mio rimpianto per una vita dimenticata. È il suo rimpianto per una vita perduta.
«Ho fatto di tutto per morire. Per morire pur di non farmi uccidere» mi sussurra appena, fissando un vorticoso baratro sotto ai suoi piedi, mentre come un sudario i capelli le coprono il viso.
Avverto appena la sua fragile mano nella mia, percependo le lente e flebili pulsazioni del mio cuore, mentre lei sospira, ansimando: «Fino a poco prima no sentivo neanche più dolore su mio corpo. Era come se non fosse neanche mio. Come se non mi appartenesse più. Come se questa disgustosa vita non fosse mia, ma di altra persona.»
Lenta come un’oblazione si volta verso di me, fissandomi con occhi di marmo e sfiorandomi il viso, dicendomi: «E poi tu mi hai detto di sperare. Mi hai riportato a vita che credevo sepolta dopo anni di violenze, sepolta assieme ai loro schifosi sorrisi, alle loro disgustose parole e ai loro maledetti corpi che io avevo giurato di no vedere mai più.»
Mi guarda ancora. Mi guarda ancora qualche istante che scorre su di me lento come gli ultimi istanti di vita concessi a un moribondo.
Chi siamo ormai?
Vedo solamente dolore nelle sue iridi ormai spente di ogni luce, mentre china lo sguardo, sospirando e dicendomi: «Io no sono ciò che cerchi, Tony. Trova brava ragazza e vivi tua vita, ti prego. Per favore, dimenticami e non tornare più.»
I miei occhi si spalancano avvolti in una nube di fumo talmente densa da impedirmi di vedere altro al di là delle labbra di Angela.
Mi sembra ancora di vederle muovere, mentre paralizzato, non riesco a udire altro che i battiti impazziti del mio cuore.
Non riesco nemmeno a tremare. Sento soltanto una forte esplosione nel petto, le mie carni squarciarsi, e il mio sangue schizzare sul volto di lei, e sul mio intero corpo.
Osservo il mio sangue colare lentamente sul suo pallido viso, e tremando, portando le mani verso di lei, vedo solamente un cadavere che si sta sbriciolando fra le mie mani.
Non riesco nemmeno a sfiorarla, lei vola via in un cumulo di cenere che volteggia su di me, come i residui di una città che brucia.
I nostri occhi si intrecciano ancora un istante, simili a filamenti di un cancro che avvolgono un organo sanguinolento: un dolore talmente carnale e palpitante da soffocare ogni nostra parola.
La sento appena accarezzarmi il viso, in lacrime, dicendomi addio con quel suo ultimo gesto di compassione.
Mentre lo fa, mi sembra quasi di vederla sorridere, come fosse una madre che mi sta dicendo: «Andrà tutto bene.»
Ma sussurra solamente: «Se io potessi tornare indietro, come prima cosa abbraccerei mia madre.»
Poi non dice altro. Resta in silenzio. Il suo volto da bambina non osa neanche guardarmi, e la sua mano scivola sul mio viso ancora una volta, come se stesse cercando di immagazzinare ogni parte di me prima di dirmi addio.
«Non sai quanto vorrei mangiare di nuovo davanti a tavola assieme a parenti e amici» ansima tenendo basso lo sguardo, e stringendo il materasso nella mano «anche in silenzio mi piacerebbe farlo. Mi piacerebbe sapere di potere avere qualcuno in mia vita. Una casa a cui tornare. Delle persone che aspettano me, e per le quali sono indispensabile, anche se no riescono a dirmelo.»
Mi stringe forte la mano e la porta contro al suo viso, sorridendo e fissando il mio volto imbarazzato.
Come un lieve bacio donato per dirmi addio la sua voce mi avvolge ancora mentre le sue lacrime sgorgano pesanti e copiose dai suoi occhi.
«Per un attimo ho anche sperato che tu potessi essere vero. Che io potessi essere vera. Ma poi…» dice guardando la stanza attorno a sé, i preservativi poggiati contro la sua borsetta, e il letto sotto di noi su cui è stata uccisa centinaia di volte. «Poi ho capito che no potrò mai fuggire da qui. E non sono state percosse o le violenze a convincermi. No, quelle ormai non le sento neanche più. È stato qualcosa di più atroce. Qualcosa che non potrò più strappare da mio petto, come fosse cancro maligno incapace di guarire.»
La sua mano sfiora ancora il mio viso. Le luci nella stanza sembrano stringerla in un silenzio antico, sacro, cupo e doloroso, mentre le nostre mani si stringono e lei, faticando a guardarmi ansima appena: «Io sono morta, Tony. Sono morta dalla prima volta che loro hanno messo mani addosso. E a me piacerebbe venire via con te. Mi piacerebbe portarti a casa mia, da madre mia, e farti correre in campi di Poltava. Farti assaggiare il boršč, le deruny, i varenyky e il piroh. Vorrei farti sentire profumi di terra mia: di inverno si sente l’odore di legno bruciato proveniente da camino, e in primavera ci si può perdere in profumo di fiori e di grano. Ma so che nulla di tutto ciò potrà succedere! No, questi profumi, questi sapori, queste immagini, io non li rivedrò mai più. Lo so. L’ho capito, ormai. So di no essere altro che una puttana, e che questa è mia vita. Una vita che no è vita, e che no posso donare ad altri.»

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Forse una delle parti più dolorose e cruente di “Nuda”, romanzo ancora in fase di editing, e non per tutti gli editori.

Con un fendente, stringendomi forte, mi trapassò le carni e l’anima. Stringendomi forte e affondando i suoi denti nel mio minuto collo.
Un gemito di piacere e di dolore rimbombò in quella buia e silenziosa tomba in cui noi, condannati a morte, stavamo perpetuando il delitto che ci avrebbe condotti infine al suicidio.
Lui iniziò a muoversi su di me con decisione. Con forza. Stringendomi come se volesse stritolarmi. Mordendomi il collo come se volesse lacerarlo. E io, sotto di lui, mi muovevo al suo stesso ritmo; meccanicamente, violentemente, disperatamente su di un materasso impregnato di lacrime più che di sudore. Agitandomi su lenzuola che non avevano su di esse il profumo di sesso, ma solamente il fetido tanfo del sangue; sangue vomitato da due bestie che si stavano dimenando in una landa priva di luce.
Ero io a scopare lui, non lui me. Ero io a violentare me stessa, non lui. Era quello il mio masochistico delirio, e io ero le mie dita divorate. Il vomito gettato nel cesso dopo una lunga abbuffata. Ero la mia fica smembrata dalla sua violenza. Dalla mia violenza. Dalla voglia di non essere mai nata. Da quella voglia di morire, perché incapace a vivere.
Mi muovevo sotto di lui come se volessi prenderlo pugni, urlando in me “Pugnalami. Pugnalami. Pugnala il mio cuore marcio. Puniscimi per essere nata”.
Questo rimbombava nella mia testa mentre il mio corpo, come fosse una bambola di plastica, veniva scosso dalle sue spinte. Agitandomi a mia volta sotto di lui e sentendo il suo corpo sudato, rabbioso, colmo di dolore che si muoveva sul mio; penetrandomi, colpendomi con forza. Colpi simili a pugnalate in cui era intriso tutto il suo dolore nei confronti di una vita che l’aveva relegato in un dipinto. Quella mia stessa rabbia che, con atti masochistici, si scagliava contro di lui, costringendolo ad uccidermi e uccidersi. Colpendolo mentre lui mi colpiva. Muovendomi assieme a lui mentre la stanza roteava attorno a noi: tutto confuso, stordito, lontano, come se non fossimo più noi a stare lì, ma solamente le viscere di due cadaveri ormai putrefatte. Solamente sangue che nessuno avrebbe mai lavato via. Il sangue di vite gettate tra cumuli di rifiuti tossici, mai nate; aborti strappati dal grembo materno e lasciati al freddo, mentre gli ultimi secondi di una vita mai compiuta ancora pulsavano nei loro informi cuori, mostrandogli una vita che mai avrebbero avuto. Un nome che mai avrebbero avuto.
E qual era il mio nome? Qual era il suo nome?
Un gemito di rabbia donò un nome a entrambi, mentre lui, stritolandomi, diede un colpo fortissimo in me, accolto dal mio pube famelico; dal mio corpo affamato di quella vita rubata, lì sotto di lui, dimenandosi come fossi indemoniata. Inchiodata a un letto che non aveva più il sapore dei nostri baci e dei nostri giuramenti, ma solamente lo stesso nauseante sapore di un bacio di un omicida dato sulla carcassa della propria vittima.
Infine, si lasciò cadere su di me. Nel buio. Nel buio che celava quel delitto. In un silenzio dove solamente i nostri respiri affannati rimbombavano, come monito a una fatica che ci aveva uccisi, senza però cancellare nulla dai nostri cuori avariati.
Saremmo mai stati liberi?

 

“La finestra chiusa”, romanzo ancora in fase di editing, e non per tutti gli editori.

Vorrei solamente poter andare via da qui. Vorrei solamente prendere quel dannato prete e scaraventarlo per terra, prendendolo a calci urlandogli in faccia: «Non è vero niente! Lei non si trova in nessun dannato paradiso. Non è risorta, hai capito? Lei è morta! Cazzo, è morta!». Ma non dico una parola. Resto immobile, come fossi anch’io chiuso in una cassa di legno, e desiderando in cuor mio tanto di esserlo. Di poter fare a cambio con mia zia.
Eppure so che ciò non aiuterebbe mia madre. No, piangerebbe anche per me, e di certo anche più di quanto sta facendo ora, fissando quella sorella a cui cambiò i pannolini e a cui cantò tante ninna nanna facendole da sorella, da amica, da madre.
No, se io dovessi morire, il suo cuore si spaccherebbe del tutto, come un vaso gettato con forza sul freddo e duro pavimento. Eppure saperlo non mi fa cambiare. Io non sono come “tutti gli altri”. So che non sarò mai il figlio desiderato da mia madre, e quella bara davanti a noi ce lo ricorda.
Forse mia madre non sta piangendo solamente per mia zia. Forse fissando quella bara sta piangendo anche per me, vedendo in quel legno anche il mio corpo, restando impotente come durante la malattia che ha divorato Francesca.
Sento ancora la sua fragile e vecchia mano sfiorare la mia, mentre la tengo stretta a me, tremante e intimidito, incapace di mostrale amore anche in questo momento. In questo momento in cui più che mai avrebbe bisogno di me, mentre con le sue lacrime mi sta chiedendo: “Ti prego, non andare via anche tu. Non lasciarmi sola anche tu”.
E io riuscirò ad ascoltarla?
La stringo ancora a me, imbarazzato persino nel toccarla. Nel toccare quel corpo che mi ha messo al mondo. Quel corpo che tante volte si è preso cura di me, senza che io riesca a ricordarlo.
Ricordo solamente le sue lacrime. Le lacrime ora sempre più forti, come se da tempo fossero il suo solo linguaggio.
Non riuscirò mai ad asciugarle, e lo so. Le parole sulla vita eterna vomitate dal prete non servono a niente.
Mia madre sta morendo, mia zia giace nella cassa davanti a me, e io sono solamente un cadavere incapace di amare.
Negli ultimi dieci anni ricordo di aver abbracciato solamente due volte mia madre: alla morte di mio padre, e alla morte di mio nonno.
Ora la sto stringendo mentre in lacrime vede il corpo di sua sorella in una bara.
Serve dunque la morte di qualcuno perché io possa abbracciarla? E la prossima volta che lo farò sarà al suo funerale, o sarà lei a stringermi un’ultima volta, impotente innanzi la morte del suo bambino?

 

 

Tratto da “La finestra chiusa”, romanzo ancora in fase di editing, e non per tutti gli editori.

A Natale la gente è solita mettere festoni fuori la porta di casa. Fuori alla mia non ne ricordo da quando morì mio padre.
Forse fu allora che questa casa si trasformò.
L’ultima parvenza di una famiglia normale svanì con il suo ultimo respiro.
Ricordo che dovetti tirargli su le braghe una volta. Era uscito dalla camera che fu una volta di mia sorella, ormai costretta a dormire nella stanza di mia madre. Era ridotto a uno scheletro. La grossa e tonda pancia che un tempo fu oggetto di derisione da parte di mia sorella, ormai era del tutto svanita. Di lui non restava che uno scheletro. Uno scheletro dalla pelle fetida di vecchio e alcool denaturato attaccata sulle sue ossa.
Lo vidi uscire da quella stanza, ansimando e mantenendosi a fatica contro lo spigolo della porta. Respirando a fatica, come se l’aria nei suoi polmoni non bastasse, e la mancanza di ossigeno gli stesse facendo schizzare via gli occhi azzurri ormai vitrei e pallidi come quelli di un morto.
Mia madre e mia sorella erano appena uscite dalla loro stanza quando corsi verso di lui, afferrandolo prima che cadesse, e fissando i suoi sempre più bianchi occhi conficcati in insenature nere come un baratro.
Quei suoi occhi ormai invisibili mi osservarono pesanti e dolorosi come una preghiera proveniente da una profonda grotta. E io ci stavo per cadere dentro in quel baratro. E ci caddi quasi, quando tenendo strette quelle ossa che mi sembravano fragili come vetro, lui sussurrò con voce lontana, come se non fossimo più lì: «Hai caricato le cornici?»
Annuii. Gli dissi di sì, trattenendo le lacrime e accompagnandolo al bagno per pisciare. Sentendo per la prima volta contro le mie mani la pelle di mio padre. Quella pelle calda che non dimenticherò mai, e che non ho mai stretto a me se non in quel momento.
Dopo lo rimisi a letto, come fosse un fuscello. Solamente un pupazzo di pezza, e non più il colosso che mi aveva vinto tante volte a braccio di ferro. Non più l’uomo che avevo temuto di deludere.
E piansi quella notte? Riuscii a piangere almeno quella cazzo di notte?
Non ricordo alcuna lacrima. Non ricordo niente. So solamente che dopo pochi giorni mio padre morì, e da allora in questa casa non ci fu alcun albero di Natale. Nessun festone fuori a una porta. Nessun presepio. Nessun regalo.
Cercammo di andare avanti come una famiglia normale. Ma non eravamo neanche vivi. Non emanavamo alcun odore, come le persone che stanno in coma.
Eravamo morti con lui. Quella famiglia era morta assieme a lui.
Sulla targhetta inchiodata sulla porta d’ingresso ci stava ancora il suo nome. Ancora il nome della sua famiglia. Ma quella famiglia era svanita.
Io sarei dovuto essere il loro nuovo padre, il marito di mia madre. Sarei dovuto essere mio padre.
Ma come si fa a vivere una vita perduta?

 

Tratto da “La finestra chiusa”, romanzo ancora in fase di editing, e non per tutti.

Mio nonno usava una colonia simile. Era gialla e stava in una grossa bottiglia di vetro.
La casa dove visse mio nonno, e dove ancora vivono le mie zie Lucia e Imma, è su due livelli. Mio nonno aveva la sua camera da letto al secondo piano, e quando andavo a dormire da lui restavo sempre in una delle stanze su quello stesso piano.
In casa ci stavano due bagni, uno al piano superiore e uno a quello inferiore. Mio nonno usava solamente quello al piano superiore. Sembrava solamente suo: suo e suo soltanto!
Non vidi mai oggetti da donna lì dentro, ma solamente i suoi effetti personali che teneva stipati con gelosa cura. Il kit per la barba era riposto in un borsello di pelle marrone. Dentro ci stavano lamette, un rasoio di quelli a lama retraibile, un barattolo con del sapone da barba, alcuni piccoli flaconi di profumo e un paio di forbicine per le unghie. Sul lavello, sempre allo stesso punto, stava poggiata la bottiglia con il suo dopobarba, un pettine d’osso, una spazzola, e un bicchiere con dentro uno spazzolino e del dentifricio.
Quel posto mi sembrava immacolato, come un tempio sacro. E quando mio nonno di mattina mi permetteva di entrarvi io mi sentivo come un esploratore in una grotta piena di tesori segreti.
Erano i suoi tesori che mi mostrava, mentre stava fermo davanti allo specchio radendosi, avvolto da un alone di profumi freschi e dolci.
Affondava un pennello di peli di bue nel barattolo verde del sapone da barba. Faceva un paio di giri finché le setole diventavano bianche, e poi spalmava il sapone sulle sue guance, sopra e sotto le labbra e fin sotto al mento, lasciando che attorno a me si espandesse un fresco profumo di eucalipto e menta.
Mi veniva da sorridere ogni volta che lo vedevo far quel gesto. Era bello vederlo in quella sua quotidiana semplicità: lui, per me così forte e inarrivabile, ma al tempo stesso semplice e dolce come il più tenero e ingenuo dei bambini.
A volte mi permetteva di imitarlo. Coprivo il mio volto glabro con la sua schiuma da barba. Lui mi insegnò a farlo. E poi con un rasoio senza lama, da lui preparato per me, seguivo i suoi movimenti fingendo di rasarmi.
Ero il solo a poter entrare nel suo mondo, e lui sorrideva quando mettevo la sua colonia da barba sulle guance, come fossi il figlio maschio che mai aveva avuto.
Sento ancora quel profumo sotto al mio naso e sulla mia pelle, e dentro l’intero vicolo. Lo sento spesso quando mi rigiro nel letto, desiderando ancora una parola di quell’uomo che non rivedrò più.
Una volta cercai di fare lo stesso assieme a mio padre. Lui aveva del sapone da barba in una bomboletta spray, e delle lamette usa e getta di quelle della BIC.
Non ricordo alcun sorriso. Non ricordo niente di bello in quel momento. Lui non aveva preparato nessuna lametta per me, e quasi mi tagliai passando una di quelle BIC sul mio giovane volto.
Avrei voluto che mio padre fosse stato come mio nonno. Mio padre avrebbe dovuto insegnarmi certe cose, e non mio nonno. Ma si sa, la vita non va mai come si desidera. La vita non è mai una scatola di cioccolatini, ma solamente una pistola a tamburo pronta per una tremenda roulette Russa.
Il proiettile avrebbe mai spaccato il mio cervello? O forse era già successo?
So solamente che mi manca da morire mio nonno, e che non sorriderò mai più fingendo davanti a lui di farmi la barba. E non mi sentirò mai più un uomo speciale, simile a un principe, solo e unico ospite nella stanza del migliore fra i Re.
Quanto avrei voluto che fosse mio padre quel Re!

Tratto da “La finestra chiusa”, romanzo ancora in fase di editing, e non per tutti.

Ricordo una delle prime volte in cui da piccolo capii il senso della parola umiliazione. Avevo appena cinque anni. Frequentavo l’asilo, e mio fratello la terza elementare. Indossavo un orrendo grembiulino giallo canarino. Non conoscevo ancora il significato della parola odio, ma sentivo di non sopportare quella divisa, come non sopportavo di vederla addosso agli altri bambini attorno a me.
Avevo passato il più delle ore a giocare da solo con le costruzioni. Non amavo stare con gli altri bambini, li reputavo volgari e invadenti.
Attorno a me, in una stanza simile a una gabbia dalle mura piene di disegni colorati che puzzavano di gessetti e pastelli a cera, i bambini amavano fare giochi di gruppo, e a volte si azzuffavano insultandosi in dialetto proprio come fossero adulti.
Puzzavano persino come gli adulti!
Io preferivo starmene da solo, costruendo cose senza senso che poi avrei distrutto. Ma quel pomeriggio non stavo più costruendo niente. Avevo appena finito di creare un robot a tre teste, per poi vederlo distruggere da un altro bambino che mi urlò contro «Femminiello!».
Scoppiai a piangere. Iniziai a piangere così forte che la maestra, una vecchia donna dal volto cattivo, dovette afferrarmi per cercare di tranquillizzarmi.
Ricordo come fosse ieri la sua forte stretta, il suo sguardo malvagio e il suo fetido alito di fumo. E ricordo come le afferrai i capelli e le graffiai il viso, urlando e continuando a piangere sempre più forte, ingoiando le mie lacrime salate e vedendo la realtà attorno a me offuscarsi in un vortici di colori a cera contro ai miei occhi arrossati e gonfi di lacrime.
Di certo quella donna desiderò colpirmi con una forza tale da staccarmi la testa dal collo, ma non potendolo fare si limitò a cacciarmi fuori dalla classe: cinque anni, poco più di un metro d’altezza, poche ossa in un odioso grembiulino giallo, e già mi trovavo in castigo. Già fui gettato via. Già fui bollato come sbagliato.
Stavo fermo contro al muro accanto alla porta della classe, ancora in lacrime, impaurito, e senza capire quale fosse la mia vera colpa.
Ricordo che quel corridoio sembrava gigantesco, e i disegni colorati erano in quel momento orrendi: uccelli rosa mi sembravano demoni, e pesciolini rossi erano per me diavoli.
Tremavo come una foglia, solo e smarrito, tirando su con il naso il muco che mi colava fino alle labbra e guardandomi attorno in cerca della mia mamma, respirando solamente un soffocando odore di gesso.
Ma non ci stava nessuno lì. No, fui abbandonato. Fui rifiutato. Fui gettato via come immondizia: la stessa che mio padre non voleva mai scendere di sera, costringendo la mamma a farlo.
Tremando, capendo per la prima volta nel mio giovane cuore il senso della parola “confusione”, guardai una delle porte in quel gigantesco corridoio che si protraeva fino all’infinito.
Era l’ultima porta sulla destra. Una normalissima porta di plastica con nel mezzo un oblò di vetro.
Sapevo che era la sua di classe, e asciugandomi le lacrime con il mio piccolo pugno camminai lentamente verso di essa, desiderando solamente che qualcuno mi stesse vicino. Desiderando solamente che qualcuno mi dicesse che tutto andava bene.
Ma andava bene per davvero?
Dovetti alzarmi sulla punta dei piedi per arrivare al vetro, tenendo poggiate con forza le mie piccole e paffute mani contro la fredda plastica della porta.
Guardai al di là di quel vetro opaco. Una donna di circa trent’anni stava seduta dietro a una cattedra, urlando a gran voce parole che non potevo sentire, mentre una classe composta da circa venti bambini con addosso un grembiulino blu e al collo un fiocco verde, fingevano di ascoltarla persi nei propri pensieri.
Io guardavo mio fratello e sorridevo. Sorridevo come quando mia mamma mi stringeva forte, perché speravo che lui mi vedesse, ma non mi vide neanche quando un ragazzino biondo e ciccione cominciò a ridere guardando verso di me e indicandomi.
In breve tutta la classe iniziò a ridere. I loro occhi erano su di me. Le loro risate sembravano liquefare quel pezzo di plastica che ci divideva, roteando attorno a me come tanti spettri crudeli.
Smisi di sorridere. Un patetico broncio tremò sul mio viso, e gli occhi tornarono gonfi di lacrime.
Sentii solamente una calda, atroce lacrima colare sulla mia guancia arrossata forse più dalla vergogna che dal dolore, mentre fissavo ancora quei volti, sentendomi solamente un inutile sgorbio.
Mio fratello mi vide?
Non fu certo lui a uscire da quella porta quando si spalancò. No, furiosa e veloce la maestra si pose davanti a me, e io in un millesimo di secondo non vidi altro che i suoi occhi iniettati di odio, percependo poi tre violentissimi schiaffi contro la mia piccola mano.
Uno.
Due.
Tre.
Poi la maestra sbatté la porta contro la mia faccia. Non si sentì più alcuna risata provenire da quella classe, né tantomeno riuscii a piangere.
Rimasi lì immobile come fossi stato appena violentato. Non conoscevo neanche il significato di quella parola, ma sapevo che faceva male sentirsi un niente. Sapevo che era tremendo sentirsi deriso, umiliato: era come essere stato ucciso.
No, non versai una lacrima, ma sentii qualcosa di caldo contro le mie cosce, e poi lungo sulle ginocchia.
Il grembiulino diventò di un giallo scuro, e un acre odore di urina giunse fino alle mie narici, mentre io stavo lì immobile, tremulo, fissando quella porta mentre la mia mano arrossata pulsava dal dolore.
Quando mia madre venne a prenderci la maestra non mi aveva tolto di dosso neanche il grembiulino. No, le disse che mi ero comportato male, e le consigliò di trovare un buon sostegno psicologico perché io potessi riuscire a inserirmi assieme agli altri bambini.
Non dissi nulla mentre loro parlavano. Avevo solamente bisogno di un abbraccio, mentre gli ultimi bambini della classe uscendo mi guardavano e deridevano indicando il mio grembiule bagnato, e mia madre continuava a cercare di capire come fare di me un bambino perfetto.
Avrei avuto solamente bisogno di un abbraccio, ma non mi abbracciò neanche quando andammo verso casa: lei con il mio grembiulino sporco in una busta, e io nella sua mano, tenendo strette le gambe per la vergogna, cercando di nascondere a tutti quella macchia di urina, mentre mio fratello parlava della sua giornata a scuola.
Possibile che non mi aveva visto? E mia madre aveva notato la mia mano rossa e indolenzita?
No, nessuno notò niente, e il giorno dopo andai a scuola con il pannolino, e per colpa di coloro che mi credevano diverso capii cosa significasse sentirsi diverso.
E nessuno mi strinse. No, nessuno abbracciò quella mia diversità.
Ora avrei tanto bisogno di un abbraccio, ma camminando in questa folla di volti, nessuno mi vede. Non è cambiato nulla da quando ero quel piccolo bambino ritto sulle punte di piedi contro a una misera porta.
Qualcuno percuoterà ancora una volta le mie mani?