Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Ho chiuso tutto in lenzuola insanguinate.
Ricordo che il pomeriggio in cui il mio cuore smise di battere, mentre mio fratello guardava un film dell’orrore, e sulla mia pelle ancora pulsava un orrore che non comprendevo, raccolsi le lenzuola dal mio letto e le portai nel bagno.
Le gettai nella vasca e feci scorrere su di esse l’acqua.
Non sapevo come si lavassero le lenzuola, ma avevo visto tante volte mia madre farlo quando d’inverno non bagnavo solamente le lenzuola, ma anche la trapunta, costringendola a spaccarsi la schiena per lavarla nella vasca.
Se mio padre mi avesse visto in quel momento si sarebbe limitato a chiamarmi frocio, proprio come sempre, oppure mi avrebbe annegato in quella stessa vasca? Magari affogandomi nello stesso sangue che vidi sciogliersi fra acqua e sapone, proprio come fosse quello visto nei numerosi film dell’orrore che mio fratello mi costringeva a guardare.
Ma quel sangue non sarebbe andato via cambiando canale. No, e non mi sarebbe bastato correre nel letto di mia madre e mio padre per non vederlo sulla mia pelle.
Quel sangue doveva sparire e basta! Nessuno doveva vederlo.
Non sapevo perché, ma sentivo che quello era un delitto da cancellare. Una colpa troppo grande per mostrarla al mondo. Un segreto inconfessabile che non avrei mai potuto condividere con nessuno, tantomeno con la mia famiglia.
Cercai di cancellarlo del tutto, sfregando con una forza maggiore dei miei undici anni quel lenzuolo, piangendo pur senza conoscerne il motivo. Piangendo, lasciando che le mie lacrime si mischiassero al mio stesso sangue, mentre nell’altra stanza mio fratello sorrideva guardando un film dell’orrore.
Ricordo ancora quella sua risata. Non capivo il perché, ma in quel momento avrei voluto conficcargli un coltello dritto in gola.
Avrei gioito nel vedere il suo sangue, e invece ero costretto a fissare il mio di sangue, cercando di cancellarlo, mentre il mio piccolo corpo mi faceva tremendamente male come fosse un insieme di lividi freschi, e percepivo qualcosa di strano nella mia pancia: come un buco! Una voragine. E non era fame, no, era qualcosa che mancava. Qualcosa che qualcuno aveva portato via, e che non mi sarebbe mai più stata ridata.
Quel pomeriggio ero stato mutilato non solamente nel corpo, ma anche nell’anima, e quando mia madre tornò, mentre guardava il lenzuolo steso maldestramente sullo stendino fuori al balcone, mi rimproverò solamente di averla fatta nuovamente a letto, e di aver persino scolorito le lenzuola cercando di lavarle.
Non si accorse che quell’alone rosso non era tintura, ma il mio sangue. Non vide il mio sangue in quel momento, mentre mio fratello continuava a fissare il televisore, e io immobile davanti a lei, a testa bassa, desiderai per la prima volta di morire.
Fu forse allora che perse per sempre il suo piccolo bambino. E ora che le ho spaccato il cuore, potrò più dirle che quel bambino le stava chiedendo solamente un abbraccio? Che le stava chiedendo solamente che qualcuno pulisse dal proprio corpo quel sangue, come lui non era riuscito a fare da quelle lenzuola.
Lei non vide mai quel sangue, né l’avrebbe mai più visto. No, quelle lenzuola nessuno le pulirà mai. Rimarranno per sempre sporche, ma nascoste nel mio cuore. Non chiederò mai più a nessuno di pulirle. Non chiederò più a nessuno di pulire tutto il sangue che la vita mi ha gettato addosso, perché ora che la mia pelle è piena del sangue di mia madre, ogni delitto subito mi sembra una carezza a confronto del male da me commesso.
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Tratto dal racconto 48471, letto da Antonio Franchini che lo commentò dicendo: “Qui dentro ci sta un sacco di roba buona!”

Era la sera della vigilia di Natale, Giovanni stava morendo, e non poteva nemmeno piangere. Doveva solamente sorridere, avvolto da decine di volti che si susseguivano in un assillante brusio di voci.
Quand’era piccolo sua madre lo accarezzava dicendogli: «Tu da grande diventerai qualcuno di importante.»
Sua madre era morta quattro anni fa, e di lei non ricordava che occhi fissi nel vuoto, simili a sospiri provenienti da due grotte profonde, mentre terrorizzata vedeva la vita lasciarla.
Lasciò la vita stringendo la mano del suo bambino, e lui, in lacrime, non fu capace di dirle che non era un Re.
Sua madre era morta, e lui ora sul capo non aveva alcuna corona, ma solamente un paio di cuffie, identico a un centinaio di persone che assieme a lui stavano in un enorme scantinato dalle mura bianco sporco: tutti seduti davanti a decine di minuscole postazioni che si susseguivano in un dedalo di plastica rossa e carne umana, in un ambiente asettico dove persino l’aria era artificiale.
Una massa di volti inespressivi si avvicendavano come tanti tasselli del domino nel mezzo di frasi sconnesse, grida e fasulle risate che si diramavano in ogni angolo della stanza, stringendola maleficamente come i filamenti di un cancro.
Nemmeno i festoni natalizi contro le mura, né tantomeno un piccolo albero di Natale posto in un angolo della sala sembravano dare vita a quella cella di cemento.
Giovanni chinò il capo e scrutando un foglio davanti a lui cancellò la parola “duecento”, scrivendo subito sotto di essa “centocinquanta”.
Fissò intensamente quei numeri, mentre attorno a lui le voci continuavano a moltiplicarsi, intrecciandosi al rumore delle dita che battevano su delle tastiere e le urla dei superiori che veloci scorrevano come ombre fra le postazioni, osservando tutti con occhi guardinghi e strillando di abbassare i tempi di conversazione, o ancora di darsi da fare con le attivazioni, mentre qualcuno apriva persino una bottiglia di spumante, e Ciro, il supervisore capo, continuava a passare per le postazioni tenendo in testa un cappello da Babbo Natale e incitando tutti a darsi da fare.
Giovanni tracciò una linea sulla parola “mozzarella”, così forte quasi da spezzare la punta della matita. La voce stridente di una ragazzina urlò nelle sue orecchie: «Ma mi hai sentito o no? Io sono cliente da tanti anni e non ho mai avuto una promozione buona.»
Giovanni sembrò destarsi da un profondo sonno.
La voce della ragazzina continuò a percuotergli il cervello, e quando la sentì strepitare contro le proprie amiche: «Ma no, sto parlando solamente con quello del call center» la fronte gli si imperlò di sudore, il cuore gli salì fino in gola, e la terra sotto di lui iniziò a tremare.
Vide avanzare nel mezzo di una foschia di urla la sagoma confusa di suo padre, ubriaco come il giorno in cui in una cucina, vedendo Giovanni seduto su di un tappeto a giocare con macchinine gli urlò contro: «Sembri un ritardato.»
Giovanni l’osservò passargli accanto, atroce come una folata, vedendo i torbidi occhi di quell’uomo penetrargli fin dentro al midollo: gli stessi occhi che vide quando aveva solamente cinque anni, e suo padre uscì per l’ultima volta dalla porta di casa, senza mai più riaprirla.
Osservò ancora quella forma indistinta perdersi in un brusio di voci, urla, e bottiglie di spumante stappate per festeggiare il Natale.
«Ma ci sei ancora?» strillò arrogante la ragazzina.
Con la mano che gli tremava, Giovanni segnò con una linea profonda quanto una ferita la parola “internet”, come se nel farlo desiderasse tranciare la gola di quella ragazzina che continuava a urlargli nelle orecchie.
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Estratto del romanzo “Nuda”.

La malattia di Eva era il cordone ombelicale che li univa. Era la malattia di Eva la figlia di quell’uomo. Senza quella malattia Eva sarebbe svanita agli occhi di tutti.
Chinò lo sguardo, e con un imbarazzo che lasciò Eva inamovibile sussurrò appena: «Lo so che non parliamo da molto.»
Eva sfogliò con una foga animalesca un’altra pagina. Un sorriso cinico le rigò il viso, e fissando ancora il libro, come se suo padre nemmeno esistesse, rispose soltanto: «Ah, da ciò che ricordo non abbiamo mai parlato.»
Ebbe quasi voglia di voltarsi verso suo padre per vedere se le proprie parole gli avessero spaccato in due il petto, facendogli balzare il cuore sul pavimento.
Trepidante, fingendo ancora di leggere, Eva attendeva una parola di suo padre, sentendo la timidezza di lui sulla propria pelle, appiccicosa come muco e pesante come metallo, e godendone.
Percepì il suo tremore, e di certo lui avvertì il disagio di Eva, mentre nel silenzio che li divideva si udivano soltanto il rumore delle pagine sfogliate e il canto degli uccellini provenire dalla finestra.
«Spero che potremmo recuperare» disse lui con voce strozzata «E mi dispiace se tante volte sono stato assente, e altre volte ti ho trattata con sufficienza.»
«Sufficienza?» esclamò Eva, sgranando gli occhi contro al muro davanti a lei e chiudendo di sbotto il libro.
Quel rumore sordo fece quasi tremare suo padre, ormai ridotto a uno schiavo alle dipendenze della malattia della propria bambina.
Forse rivide davanti a sé il dottore del CDAA, prima delle dimissioni di Eva, quando gli aveva detto: «Mi raccomando, dovete stare molto vicini a Eva, ne ha bisogno.»
Era forse soltanto un dovere che lo legava a sua figlia?
E cosa legava Eva a lui?
Lei mosse il capo contro di lui come una frustata. I suoi occhi erano tizzoni ardenti. La fronte era imperlata di gelido sudore, e il suo sorriso sembrava il ringhio di un animale.
«Beh, se dire a una bambina di quindici anni appena raccattata dalla sua prima festa, ubriaca e in lacrime, che lei è la vergogna della famiglia significa trattare una persona con sufficienza, allora mi hai trattata con sufficienza. Contento?»
Un pallore mortale soverchiò il colorito del viso di quell’uomo, e suoi occhi diventarono due grotte profonde in cui si perdevano i momenti di quella notte ormai lontana: l’auto che sfrecciava in autostrada fra i fasci di luce delle altre auto, le sue urla che sembravano quasi pugni scagliati nell’abitacolo, e sua figlia seduta di dietro, in lacrime, rannicchiata come un feto.
Non aveva mai ricordato di averla vista così, e ora quell’immagine gli stava spaccando in due il cuore, come se stesse osservando sulle proprie mani il sangue della propria bambina.
Gli esplose del tutto il cuore, e le costole gli spaccarono il petto quando Eva, fissandolo con gli occhi di una statua gli disse: «Non vedesti nemmeno le mie ginocchia insanguinate e i miei vestiti stracciati. Non ti sei mai nemmeno chiesto cos’era successo quella dannata notte!»
Suo padre rimase paralizzato. Il suo corpo sembrò sgretolarsi come una statua di cenere colpita da una folata, e attorno a sé non udiva altro che le lacrime della sua bambina scagliate contro di lui durante quella maledetta notte.
Cercò di muovere le labbra. Gli tremavano, ma non riusciva ad aprirle.
Sentì soltanto Eva dirgli: «E ora vai via!»
Poi non udì altro. Tutto era svanito, forse persino sua figlia, e la stanza attorno a lui non aveva alcun odore: era asettica come il corpo di un cadavere appena ripulito.
Era stato lui a uccidere sua figlia, dimenticandone il cadavere, e ora non riusciva a dirle niente per chiederle perdono, mentre lei, con lo sguardo rivolto verso il libro, fingendo ancora di leggerlo, celava dietro occhi gelidi un sorriso che non avrebbe mai confessato a nessuno.
Mosse appena le labbra e sfogliò una pagina quando suo padre si voltò, indietreggiando verso la porta come un sonnambulo.
Si fermò davanti a una mensola. Guardò ancora i peluche, senza sapere chi fosse stato a regalarli a sua figlia, e guardò le bambole che lui le aveva regalato, ormai ingrigite dalla polvere.
I suoi occhi vitrei, tremanti e liquidi, si spostarono su di una foto, perdendosi in essa quasi fosse un’immagine viva.
Le labbra gli si mossero senza il suo controllo, e con una voce deformata dal dolore sussurrò: «Non ci crederai, ma da piccola eri la mia preferita. E lo sei sempre stata.»
Eva scostò nevroticamente un’altra pagina. Suo padre continuò a guardare quella foto, e una parte di Eva sperò di vederlo piangere.
Forse se lui l’avesse fatto lei si sarebbe gettata su di lui per abbracciarlo. Ma ancora una volta suo padre non versò una sola lacrima.
Sussurrò soltanto: «Mi dispiace di tutto.»
Poi Eva non udì altro che la porta chiudersi, e di scatto, come avrebbe voluto fare da subito, voltò lo sguardo verso le foto.
Non sapeva perché, ma fra tutte le foto di quell’infanzia felice di cui non aveva ricordo, le sue iridi ambrate si posarono proprio sulla fotografia in cui sua sorella la stava aiutando a mettere i braccioli.
Un magone le strinse la gola, e un crampo animalesco le fece balzare lo stomaco fino al cuore.
Sentì attorno a sé il rumore delle onde, le risate di sua sorella, suo padre che le chiamava dal largo, e vide sua madre sorridere sulla spiaggia mentre le fotografava.
I suoi occhi tremavano come una lepre spaventata. Sentiva quasi le pupille aprirsi in una sofferenza carnale, e sforzandosi di trattenere le lacrime, a pugni stretti, né percepì appena una colarle sul viso e salarle le labbra: lo stesso sapore salato che avvertì da bambina, subito dopo che sua sorella l’aiutò a mettersi i braccioli per poi tuffarsi, raggiungendo suo padre mentre lei, quasi fosse mutilata, non poteva far altro che star lì a guardarli.
Aveva faticato per raggiungerli, ma non ci era riuscita, e nessuno dei due aveva visto le lacrime di lei mischiarsi al mare.

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Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

L’aria fredda mi ricorda che fra meno di due mesi sarà Natale, e così i cartelloni pubblicitari per strada, pronti a invogliare ogni persona a fare acquisti e lasciare che il Natale possa cambiare le loro esistenze.
Io so che il Natale non cambierà di certo la mia di vita. Guardo i cartelloni pubblicitari da cui gente sorridente mi fissa come se mi conoscesse, mentre avanzo su quest’infinito rettilineo avvolto dallo smog delle auto e dagli odiosi rumori dei clacson, perdendomi fra i volti delle poche persone per strada.
Senza fermarmi, guardo alla mia destra. Lei sta immobile, seduta sul gradino di un grosso ufficio per la previdenza sociale da cui escono ed entrano persone indaffarate.
Ha la pelle chiara, biondi capelli sfibrati le cadono sulle spalle, e nessuno dei passanti sembra vederla. Forse qualcuno l’ha anche scopata qualche volta, ma lei non esiste. No, è solamente una puttana, e neanche troppo giovane e bella per destare attenzione.
Per la gente lei non è un essere umano, ma solamente una puttana. Inutile quanto uno stomaco talmente consumato da non riuscire a percepire alcun nutrimento.
Forse prende dieci euro a scopata. Forse la sua vita costa solamente dieci euro.
Quante lacrime ha versato per quei dieci maledettissimi euro?
La vedo soltanto stringersi in un maglione rosso e sfilacciato coperto da un misero giubbotto nero, cercando di proteggersi dal freddo e alzando lo sguardo verso gli sconosciuti che le passano davanti, guardandoli come fosse un cane che elemosina del cibo.
Mentre i nostri occhi si intrecciano in una solitudine incolmabile, in un secondo immagino le sue giornate: lei che si sveglia di buon’ora, pulendo alla meglio un monolocale fetido di detersivi e prodotti da donna diviso con una figlia disconosciuta da chissà quale uomo.
Pulisce con cura vecchi piatti comprati in qualche mercato rionale, sistema vestiti da quattro soldi lavati con detersivo altrettanto scadente, e intanto cerca di tenere a bada quella ragazzina che neanche conosce il lavoro della propria madre.
Segretaria, cameriera, badante?
No, in un attimo via per strada!
Orami neanche pensa più a cosa sta andando a fare. È tutto meccanico, come se la sua vita prima che finisse sul marciapiede neanche fosse mai esistita. Come se lei fosse nata puttana.
Può solamente aspettare la prossima paga per le sue lacrime, mentre la gente le passa davanti senza neanche vederla, e quei dannati cartelloni pubblicitari continuano a fissarla, ricordandole che lei mai sarà come il resto del mondo, e forse neanche alla sua bambina sarà concesso di esserlo.
Un uomo dal sorriso smagliante la invita a chiedere un preventivo gratuito presso lo studio odontoiatrico Bonetti, una famiglia sorridente le consiglia di dare una svolta alla propria vita facendo una vacanza con Costa crociere, e la locandina di un film le ricorda che anche lei potrà vivere una favola come quella di Cenerentola.
E lei vivrà mai quella favola?
Alza soltanto lo sguardo fra la folla, in cerca di un altro cliente.
Come per mia madre vorrei dirle qualcosa, ma continuo a camminare respirando il fetido smog emanato dalle auto.
Da uno di quei tabelloni uno mi sorride, mostrandomi con gioia le sue scarpe Geox.
Ricordo quando da piccolo provai a indossare le scarpe di mio fratello. Erano delle Reebok. Lo ricordo bene perché allora andavano tanto di moda.
A lui erano state comprate, a me no.
Ricordo come ogni tanto le provavo, di nascosto da lui, perché se l’avesse scoperto mi avrebbe picchiato.
Erano di quattro numeri più grandi dei mie piedi, eppure le indossavo lo stesso, come se farlo mi rendesse Dio.
Una volta ci uscii persino. Cristo, ero ridicolo!
Ricordo le risate della gente che mi fissava. L’umiliazione provata sentendomi grottesco, imperfetto: non idoneo e accettato come mio fratello.
Non misi mai più quelle scarpe. Non le guardai neanche più.
Forse se avessi avuto un paio di scarpe come quelle, oggi sarei un uomo felice. Sarei come tutti, proprio come quel bambino che ancora mi fissa sorridendo.
Forse sarei come mio fratello.
Affretto il passo. I volti nei cartelloni pubblicitari si susseguono vorticosi assieme al rumore delle auto e ai volti delle persone che incrocio.
La testa mi gira al punto che la strada sembra avvolta da un fitta foschia, e mi pervade una tale nausea da sentire lo stomaco battere contro al cuore.
Attorno a me, ovunque, spazzati via dal vento volano vecchi giornali, battendo come uccelli impazziti contro logore mura di vecchie fabbriche sotto le quali giacciono cumuli di rifiuti: pezzi di giornali zuppi di pioggia, sacchi di immondizia squarciati da qualche cane, e barattoli inceneriti gettati probabilmente lì da qualche ubriacone che ha passato per strada la notte.
Sul cemento, simili a lapidi, stanno immobili alcune bottiglie di birra, testimoniando la dolorosa notte trascorsa lì da qualche invisibile disperato.
Giacciono fra cumuli di rifiuti bruciati, e da un sacco nero esce del fetido liquame, riversandosi sul pelo bagnato di un orsacchiotto che mi fissa senza occhi, guardandomi con aria triste, pur avendo solamente due buchi neri per farlo.
36792736-Young-boy-sitting-on-the-floor-teddy-bear-next-to-him-crying-looking-away-Stock-PhotoMio fratello aveva cavato gli occhi al mio peluche preferito. Sì, avevo sei anni quando lo fece, e lui ne aveva nove.
Il mio peluche si chiamava Amadeus, ora lo ricordo: era un cane di pezza bianco e nero, con un ridicolo sorriso sul viso.
Eppure amavo quel sorriso, e odiai il ghigno di mio fratello quando, strappandogli gli occhi mi disse con tono crudele: «Questo pupazzo è vecchio e fa schifo.»
In lacrime, urlando e rosso in viso, guardai per l’ultima volta gli occhi tondi, neri e lucidi di Amadeus fissarmi dal pavimento come se mi stessero implorando di salvarlo, mentre mio fratello incurante del male appena fattomi tornò a giocare con i suoi giocattoli.
Non vidi mai più quegli occhi neri. Mia madre mi impedì di medicare il mio solo amico e lo gettò via.
Mio fratello fu punito?
«È sporco, non vedi? Te ne comprerò un altro» disse mia madre. Ma non rividi mai più il mio Amadeus. Non amai altri giocattoli quanto lui, e a nessuno diedi mai un nome: tanto sarebbero morti comunque!
Questa fu la prima cosa che mi insegnò mio fratello. Mi insegnò che presto o tardi tutto muore, anche coloro che amiamo.
E quello lì per terra L’Amadeus di chi era? Quale bambino stava piangendo per quegli occhi neri che mai più avrebbe rivisto?
Sento solamente la voce di mio fratello urlarmi contro: «Questo è un giocattolo per froci!», prima di strappargli gli occhi e ridendo nel vedermi piangere.
Ed era ciò che ero? Ero un frocio?
All’epoca non sapevo bene cosa fosse un frocio, ma sapevo che per mio fratello era qualcosa di schifoso, dunque non volevo esserlo.
Senza rendermene conto, osservo il posto dove la sera si ferma un trans a fare marchette, a bordo della sua bella auto.
Per terra ci stanno dei preservativi lucidi di sperma e alcuni fazzolettini.
Distolgo subito lo sguardo. Cerco di dimenticare tutto, ancora una volta, proprio come sempre, celando in un profondo cratere questi ricordi che non voglio più rivedere.