Tratto dal racconto “Metastasi”, presente nell’antologia Macerie, cui ricavati saranno donati alle vittime di Amatrice.

La stessa scena ripetuta ogni giorno. La mia illusione di avere qualche certezza. L’illusione che nulla mai potesse più toccarmi.
Non quella mano, almeno. Non quella mano che emanava un tremendo tanfo di sudore.
«Sei così dolce, piccola Lia».
Era il mio regalo di Natale. Quel regalo che non avrei mai più dimenticato. Quel regalo che non avrei mai potuto gettar via, ma che avrei tenuto per sempre nascosto, proprio come lui mi aveva sempre raccomandato di fare.
«Questo è il nostro piccolo gioco. Il nostro piccolo segreto» diceva, mentre terrorizzata, nel buio, non riuscivo a provare altro che angoscia, ansia e disgusto sentendo la sua mano sul mio viso. Quella sua mano che accarezzava il mio piccolo corpo, mentre sorridendomi continuava a dirmi «Non dirlo però alla mamma, o potrebbe ammalarsi e morire».
Sì, era quello il nostro patto segreto. Io lo sapevo. Lui lo sapeva.
Io non dovevo dire nulla. Dovevo gioire persino del suo regalo. Giocare con lui!
Già, era il nostro gioco, e quella che un tempo era la dimora di mille risate, la mia stanza piena di peluche e dalle pareti rosa, era di colpo diventata la cella dove tenere al sicuro quel segreto. Un mattatoio dove venivo fatta a pezzi. Notte dopo notte. Giorno dopo giorno. Attimo dopo attimo.
Cosa rimase di me, se non un corpo paralizzato, immobile su di un letto?

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Tratto dal racconto “Solamente il silenzio”, presente nell’antologia Macerie, vui ricavati saranno donati alle vittime di Amatrice.

Quella non era certo la vita che sognavo da piccolo. No di certo! Ma in fondo i sogni fatti da bambino non si realizzano mai. Mai e poi mai. È sempre così. Deve essere così.
Da bambino ti dicono che sei speciale. È una cantilena che rimbomba continuamente nella tua testa, come un’ossessione. E tu credi a quella dannata lamia. Ne fai il tuo karma. Cresci credendoti speciale, unico, capace di tutto.
Sei una star del cinema. Un musicista famoso. Un calciatore miliardario. Uno scrittore di successo.
Sei Dio, ecco cosa. Sei tutto quanto desiderato da mamma e papà, ma da loro mai realizzato. Sei il tuo ero preferito. Sei Batman. Sei Superman. Sei Gesù Cristo.
Infine, cosa rimane di quei sogni? Nient’altro che un neon. Uno schifoso e polveroso neon che appena riusciva appena a illuminare una lercia stanza. La mia gabbia. Il mio inferno. La mia vita: quel sogno mai realizzato.
Lo fissavo da ore. O forse erano solamente minuti.
Era dunque quella la vita che sognavo da bambino?
Diedi ancora un sorso al mio bicchiere di whisky. Quella merda da pochi soldi comprata in un altrettanto schifoso negozio tenuto da un pakistano.
Lui aveva realizzato i suoi sogni?
Di certo se la passava meglio di me. Questo è sicuro.
Ciò mi fece sorridere. Sì, un sorriso amaro solcò il mio viso. Simile a quello di un condannato a morte che ha passato troppi anni in gabbia, e ora non se ne importa di niente, neanche di star per morire.
Guardai ancora quel neon. Poi abbassai lo sguardo, finendo in un sorso ciò che rimaneva nel bicchiere.
Dove mi trovavo? Cosa ne era stato della mia vita?
Alzandomi da un materasso lercio e privo di lenzuola e guardando attorno a me in quella decrepita stanza da letto, non vidi nulla se non un volto tremulo e invecchiato di mille anni. Un volto triste, spento, morto.
Era il mio volto, ecco cos’era. Il mio volto, specchio di quell’impero crollato. Quel mondo fatto di macerie, polvere, bottiglie sparse ovunque e mura ingiallite dal troppo fumo.
Non erano rimaste che macerie della mia vita, e fissandole, schiacciato da esse, non avevo più la forza di rialzarmi.
Ma ne avevo la voglia?
Ecco un altro sorriso, simile a una pugnalata al cuore. Simile a una mano che ti soffoca.
In fondo a che sarebbe servito provarci? A che sarebbe servito sperare?
A niente, ecco a cosa! La speranza di farcela mi avrebbe martoriato solamente. Mi avrebbe illuso, ecco cosa! E quell’illusione mi avrebbe costretto a soffrire ancora, proprio come un malato di cancro che si sottopone a mille chemio illudendosi di poter guarire.
Le metastasi che si muovevano in me si sarebbero mai calcificate?
No, da mesi e mesi ormai mi divoravano. Avevano invaso il mio intero organismo. Avevano divorato tutto. Di me non restava che un mucchio di carne decomposta.
Dunque meglio non provarci nemmeno, pensai, alzandomi dal letto; avanzando a passo lento in quella schifosa stanza, come se stessi seguendo un corteo funebre. Forse il mio stesso funerale. Non altro che una marcia funebre in un cimitero colmo di bottiglie vuote al posto delle lapidi, e incolmabili rimpianti che echeggiavano ovunque come spettri dannati.
Erano il mio volto, e lo sapevo. Era la mia vita, e lo sapevo.
La lasciai lì. Togliendomi da quella stanza. Uscendo da quella mia tomba pronto a raggiungere un’altra
tomba. Un’altra condanna ancora.
Uscii nel pianerottolo di quel decrepito