Alcune immagini della presentazione di Viola come un livido, più gli altri miei libri.

Pittoresca e sincera presentazione del romanzo Viola come un livido, edito dalla Damster edizioni a gennaio 2015, e terzo classificato al concorso Eroxè Contest 2015.
La presentazione si è tenuta giovedì 7 luglio nel meraviglioso locale Portico340, sito a Napoli, in Via Tribunali 340. Qui, l’autore, moderato dall’autrice Marianna Grillo (autrice di Amaranto ed Eden e il mare) a presentato i suoi lavori, rendendo partecipe il pubblico, anche grazie al carisma della sua amica e collega.
Un’esperienza al limite dell’umana sensibilità, dove l’autore e la relatrice hanno mostrato il volto di Marco e Alessandra/Violasan, protagonisti del romanzo, portando gli invitati a vivere il dramma dei due protagonisti. Il dramma di voler vivere una vita priva di maschere, ma non poterlo fare, risucchiati da una realtà formale che sta rubando loro un sogno. Il sogno senza barriere di due bambina alla ricerca del mondo, e di se stessi.

Hanno poi annunciato al pubblico i lavori di Marco Peluso: altri sette romanzi e un’antologia di racconti. Storie che mostrano il volto di un’umanità nascosta, e le paure che albergano in ogni essere umano.
Qui, l’autore, ha svelato al pubblico che forse entro l’inizio dell’anno prossimo anche i romanzi “Affamata d’amore” e “Un cielo di cemento” saranno disponibili in cartaceo.

Di seguito un piccolo estratto del romanzo.

Lei era tutto!
Io ero lì perso nel tutto, e per quanto lottassi non riuscivo a staccarmi da lei. Per quanto cercassi di restare lì nel mio mondo, nelle mie certezze, io non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava continuando a ridere. Tremava innanzi
a quella libertà mai provata pienamente. Quel suo poter stare
lì davanti a me con il corpo di Alessandra pur essendo pienamente
Violasan. Libera di succhiare il mio cazzo e bere fino all’ultima goccia di sborra, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi
“ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
O forse eravamo semplicemente pazzi. Pazzi nel pensare che
il mondo ci avrebbe permesso di vivere come volevamo. Nudi.
Scopando ovunque. Ridendo di tutto. Passando le nostre vite fottendocene del lavoro, della casa, delle banche, delle guerre e delle rivoluzioni.
Pazzi! Il mondo ci avrebbe ricucito addosso i nostri vestiti.
Ci avrebbe impedito di essere felici. Avrebbe relegato Violasan
nell’ombra della notte, chiusa in una chat, mentre Alessandra
avrebbe sposato un dottore o un avvocato, e io sarei finito suicida
a furia di lavorare in un call center.

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Ecco il mio ottavo romanzo, seguito di Affamata d’amore, Un cielo di cemento. Romanzo, come il primo, ispirato a una storia vera.

Mi misi a sedere su di una lercia panchina. Puzzava di piscio e sudore. Mi sembrava di stare a casa!
Quello squallore, quella tristezza, la merda dei piccioni su di una statua, bottiglie vuote per terra, e un gruppo di barboni stesi su dei cartoni.
Uno di loro si tirò su e diede un sorso a una birra in latta, nonostante fossero appena le otto del mattino. Gli altri due rimasero stesi. Qualche piccione volò su quel monumento decaduto. Io restai seduto a leggere e fumare, mentre lontano da quello scenario simile a una donna stuprata e poi gettata per strada a fare la puttana, il mondo scorreva veloce, insensibile, senza cogliere la bellezza dell’umana tristezza di cui facevo parte.
Ovviamente pensai a Elisa. Lei amava Carver! Quel libro era pieno di simili personaggi. Personaggi proprio come me. Dei pagliacci malinconici che ridevano di se stessi, morendo in una pozza di merda.
Ma un libro è pur sempre solo un libro. Lei avrebbe retto alla realtà o presto o tardi avrebbe cercato altro? Magari uno di quegli pseudo artisti che parlano di rinascite spirituali e altre cazzate simili. E forse avrebbe rinnegato ogni cosa. Gettato merda su di me. Vedendomi solo come un errore da cancellare.
Sospirai, alzando lo sguardo verso quei barboni stesi sui cartoni. Pensando a cosa ne sarebbe stato della mia vita.
Sarei stato davvero assieme a Elisa per sempre? Assieme alla figlia dello stimato dottore. Lei che non conosceva per davvero la fame e la disperazione. La strada. Essere derisa. Trattata solo come merda. Come un niente!
La vedevo così dura. Lei veniva da un mondo così diverso dal mio. Non aveva mai temuto per davvero di finire per strada. Le sarebbe, in fondo, bastato un colpo di telefono, e qualcuno l’avrebbe tirata fuori dalla merda.
Avrebbe mai accettato il compromesso come lo stavo facendo io? Mischiare i nostri due mondi. Proprio come in una favola della Disney.
Bah, favole, amore eterno; ma cosa cazzo mi stava succedendo?
Forse avrei fatto bene a lasciarla io. Già, perché a conti fatti, quanto può durare un amore?
È solo un gioco di ruoli. Né più né meno. Due sconosciuti che si incontrano e si scelgono, e vengono scelti: in fondo stessa cosa!
Delle parole. Qualche risata. Entrambi già sanno di star giocando in modo malizioso.
Cambiano gli schemi di approccio. Alcuni sono davvero squallidi, ripetuti mille volte con mille volti. Altri sono passivi. Subiscono il corteggiamento, si lasciando andare, e poi nasce quella cosa chiamata “relazione”.
Eppure, tutte cose già fatte. Tutte cose già dette, in un modo o in un altro. Persone reputate speciali e diverse, proprio come in passato furono reputate speciali e diverse altre persone. Sorrisi donati già ad altri esseri umani. A conti fatti, gli stessi complimenti. La stessa complicità. Magari segreti confessati già ad altre persone, ma spacciati come unici, così da donare all’interlocutore l’illusione di essere una persona diversa da tutte. Privilegiata. Scelta tra mille.
Poi ecco la fine. A volte indifferenza. Altre volte solo odio. Addirittura urla, ricatti, minacce, denunce. E poi ancora un altro volto: di norma per la donna è più facile, per l’uomo un po’ meno. Altre volte è il contrario: dipende dalle parti! Ma alla fine si ricomincia tutto daccapo. Finché l’età sopraggiunge. Ci si accontenta. Ci si adagia su un nuovo amore speciale. Si decide di dar vita a quel “per sempre”. E poi ecco che la staticità inghiotte tutto. Tutto diventa freddo, nauseante, volgare. Dapprima il disgusto. Lei che vede lui sempre più brutto. Lui che vede lei sempre più flaccida. Un odio profondo per gli assorbenti di lei, disgusto per il piscio sulla tavoletta lasciato da lui. Serate infinite in cucina a mangiare davanti a un televisore perennemente acceso.
Ed ecco che i bambini crescono. Non sono più cuccioli da coccolare, ma solo un peso che lega due sconosciuti.
«È solo colpa tua» urlerà lei «Tu non ci stai mai. Non sai fare il padre!»
«Io mando avanti questa dannata casa» strillerà lui «Che cazzo vuoi più da me?»
E nel mezzo, creature condotte al macello cresceranno imbottite di nauseante sangue, scoprendo lentamente le menzogne a loro raccontate quando erano ancora bambini. La menzogna di una vita felice e speciale. Proprio come quella sognata da due sconosciuti, ora assieme per forza. Nel tempo, non odiandosi nemmeno più. Provando solo qualcosa di peggiore. Indifferenza! Non altro che indifferenza. Un freddo glaciale. Un gelo che tutto avvolge. In un tempo indefinito. Finché la morte di uno dei due metterà fine a un amore mai stato.
Ecco, ecco la realtà. Quello sempre successo. Quello che sarebbe successo. Quello che succedeva proprio in quel momento, a pochi passi da me, in quel mondo di cui non mi sentivo parte. Sempre di meno, ormai.
No, ancora qualcosa mi legava a quel mondo. Ancora una speranza. La speranza che almeno una volta l’amore potesse essere qualcosa di bello. Qualcosa in cui credere. Qualcosa di diverso.
Chiusi il libro e guardai quei barboni. Rividi il mio volto che lei aveva scelto così com’era. Rividi il suo volto, e risentii le sue parole che mi tirarono fuori dalla mia indifferenza.
La prima volta che la vidi. Il suo fare arrogante. Il mio cinismo.
Poi la curiosità!
Chi era quella sconosciuta che si poneva così nei miei confronti? L’aveva già fatto con altri, forse. Magari era solo annoiata.
Io decisi di crederla. Forse lei aveva creduto in me.
Non lo sapevo. Potevo solo sperare. Sperare che tutto fosse vero. Che per una volta l’amore fosse qualcosa di vero. Che lei fosse vera. Che noi fossimo veri.
Ma fu inutile perdersi in quei pensieri. Nulla era cambiato. Il tempo era passato su di me. Alcune pagine lette. Dei mozziconi a terra. La latta vuota lasciata dal barbone.
Mi alzai da lì e andai verso la stazione. Mancavano dieci minuti alle nove e quindici. Il suo treno sarebbe arrivato alle nove e quindici! Lei sarebbe arrivata alle nove e quindici.
Avanzai tra la folla, emozionato come uno scolaretto al suo primo giorno di scuola. Emozionato come un bambino la mattina di Natale. Emozionato come un uomo pronto a baciare per la prima volta una donna.
E l’avrei baciata, o avrei sfiorato solo un pezzo di ghiaccio?
Rimasi lì fermo sulla pensilina innanzi al binario. Attendendo. Guardando verso l’orizzonte, in attesa di quel treno. Tremando e sperando contemporaneamente.
Poi ecco qualcosa all’orizzonte. Era lei! Sì, lei era in quella massa di metallo che si avvicinava. Lentamente, da quel che sembrava all’occhio umano, ma in verità veloce al punto che passandomi innanzi fece sventolare la mia camicia.
Così raccolsi da terra lo zaino che avevo portato con me, a cui stava legato un sacco a pelo di quelli economici. Mi guardai attorno. Lentamente il treno si fermò. Alcune persone si avvicinarono a esso, aspettando che le porte si aprissero.
Io aspettai a mia volta. Camminando lentamente fino alla locomotiva e cercando di vederla da dietro un finestrino.
Non la vidi!
Le porte si aprirono. Alcuni volti scesero da quella tomba di metallo; una massa di carne pulsante rumorosa si accalcò attorno a me, defluendo come una cascata di sangue e viscere verso una direzione nascosta al mio occhio.
Mi feci spazio tra quell’ammasso di carne. Cercandola. Desiderandola. Ansioso e spaventato al tempo stesso.
Quando ecco che finalmente la vidi!
Era bellissima. Aveva addosso un vestito di cui mi aveva parlato. L’aveva comprato la settimana prima a Genova, andando lì con le ragazze. Disse che le metteva in risalto le forme. Ed era vero! Tremavo tanto era bella. Tanto la desideravo. Vedendola venire verso di me. A testa bassa e sorridendo. Forse emozionata proprio quanto me. E quando mi raggiunse alzò appena di un pò lo sguardo. Sorridendo. E in un attimo fiondandosi su di me.
La strinsi forte. Stritolandola d’amore e iniziando a baciarla. Sentendo le sue labbra muoversi al ritmo delle mie. Le mie labbra muoversi al ritmo delle sue. Le nostre lingue sfiorarsi, toccarsi, unirsi. Piccoli morsi sulle labbra. Dei sorrisi. Gli occhi chiusi. Il suo sapore. Il suo profumo.
Che diavolo era successo? Perché quel repetio cambiamento?
Sentivo il suo desiderio trasudare dalla sua pelle, fino a giungere nella mia. Sentivo la sua passione. La sua voglia. La sua felicità. Il suo amore.
Ecco, era di nuovo lei. Era la Elisa dei giorni di Napoli. Era lei, non c’era dubbio! E non m’importava il perché. Non m’importava niente, se non averla nuovamente lì con me. Davanti a me. Mentre mi baciava intensamente. Mentre mi donava se stessa. Finché ebbro di lei la strinsi con più forza e l’alzai da terra, cominciando a girare su me stesso. Vedendola sorridere come una bambina. Felice! Mentre il mondo attorno a noi scorreva insensibile. Meccanico. Senza percepire quella bellezza.
cielodicemento

Tratto dal primo dei miei sette romanzi pubblicati. Una storia realmente accaduta. Disponibile sia in digitale che in cartaceo.

Mi accasciai sul letto. Accanto a lei. Sudato, ansimando, e stringendola a me.
Che stava succedendo?
Amore, coppia, amore, coppia.
Cosa fare?
Cene di Natale. Casa da pagare.
Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere!
Niente più fumo. Dormire presto. Pensare al futuro.
Amarla. Pensare a lei. Renderla felice. Accompagnarla a comprare vestiti. Vivere a lungo solo per lei.
Cazzo, ero stanco! Sì, volevo sparire in una fossa. Morire, dormire, dissolvermi nell’aria. Ma lei era lì. E il suo profumo mi rapiva.
La sua presenza mi confondeva. Il nostro stare insieme m’indeboliva e dava forza al tempo stesso.
Non avevo molto tempo, pensai stringendola forte a me.
Sì, il tempo! E quando mai me ne era fottuto. Eppure eccomi. Lì
al buio, stretto a lei, avvolto da quei pallini luminosi a pensare al
futuro.
Che strano, proprio quando pensavi che nulla potesse cambiare
nella tua schifosa esistenza.
Ma decisi di non pensarci.
Ero stupido! E non volevo pensarci.
Così restai lì a stringere Alessandra.
Era lei! Viola ormai era una lacrima sul suo viso. Quella impercettibile lacrima mentre stava tra le mie braccia. Stringendomi e baciandomi teneramente le labbra. Lì in quell’abbraccio al buio.
Quell’abbraccio oltre ogni spazio e tempo. Quell’abbraccio dopo
un intenso godimento. Quell’abbraccio che celava un dolore profondo.
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata.
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia senza farle domande.
Poi un rumore. Noi sobbalzammo. Bella abbaiò. Lei mi guardò,
io guardai lei.
Niente! Un inutile spavento. E restammo lì ad abbracciarci, senza
pensare a niente, senza dire niente, fino a che dopo avermi dato
un altro bacio lei se ne andò nel cesso.
Io pulii tutto, attento a non lasciar tracce. Portai la carta sporca
in cucina, camminando a culo nudo per la casa proprio come Mel
Gibson.
La gettai nella pattumiera. Poi andai in soggiorno e mi rivestii.
Mi rimisi tutto addosso e tornai in cucina. Versai dell’acqua in
un bicchiere e la mandai giù.
Cosa sta succedendo? Questo, pensai, svuotando il bicchiere.
Poi lo ficcai nel lavello. La porta del cesso si aprì. Io guardai verso
la porta. Un’attesa. Qualche passo. Ed eccola di nuovo davanti a
me. Lei, Viola o Alessandra. Ormai non lo capivo più! Ma non
riuscivo a non sorridere fissandola.
Lei era vestita, proprio come me. Eravamo una coppia ufficiale
ormai. Lì, in cucina, vestiti dopo una grande scopata.
Che strano! Niente sigaretta. Niente vino. Niente birra. Solo io e
lei in quella cucina semibuia. Due bicchieri di acqua liscia. Guardarci, sorridere, tenerci la mano.
Poteva essere bello. Poteva essere pericoloso. Forse, poteva essere irreale. Di certo strano, eppure incisivo.
Restammo così per un po’. Proprio come una vera coppia. Come
fossimo marito e moglie.
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anch’io» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche dubbio.
Magari le piace solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato
solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola
allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!
Altro che una troietta da cam desiderosa di cazzo. Lei era pazza!
Era follia pura. Era la risata di un bambino. La perversione di una
puttana. La libertà di un nomade. La tenerezza di una sposa. La
tristezza di un amante abbandonata.
Lei era tutto!
Io ero lì perso nel tutto, e per quanto lottassi non riuscivo a staccarmi da lei. Per quanto cercassi di restare lì nel mio mondo, nelle mie certezze, io non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava continuando a ridere. Tremava innanzi a quella libertà mai provata pienamente. Quel suo poter stare lì davanti a me con il corpo di Alessandra pur essendo pienamente Violasan. Libera di succhiare il mio cazzo e bere fino all’ultima goccia di sborra, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi “ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
O forse eravamo semplicemente pazzi. Pazzi nel pensare che
il mondo ci avrebbe permesso di vivere come volevamo. Nudi.
Scopando ovunque. Ridendo di tutto. Passando le nostre vite fottendocene del lavoro, della casa, delle banche, delle guerre e delle rivoluzioni.
Pazzi! Il mondo ci avrebbe ricucito addosso i nostri vestiti.
Ci avrebbe impedito di essere felici. Avrebbe relegato Violasan
nell’ombra della notte, chiusa in una chat, mentre Alessandra
avrebbe sposato un dottore o un avvocato, e io sarei finito suicida
a furia di lavorare in un call center.
O magari ce l’avremmo fatta!
«Voglio andare con te in Mongolia» mi disse lei ancora una volta,
sorridendomi. Io le strinsi la mano e gliela baciai. Il cane ci
guardò lì seduto nella cucina e sbadigliò.
Poi Violasan guardò l’orologio appeso al muro. Alessandra divenne triste. Alessandra tornò! E Viola prese a piangere, nascondendosi sotto il sorriso di Alessandra.
Dovevamo andare! Il tempo a noi concesso era finito. Presto sarebbe tornato suo padre, e noi non potevamo stare lì. Non potevamo dire al mondo intero di aver scopato lì su quel letto. Violasan lo avrebbe fatto, ma Alessandra no. Marco l’avrebbe fatto, ma il fidanzato di Alessandra no. E così per stare ancora assieme lì in quella casa, lì in quel mondo, lì in quell’universo, dovemmo chiudere quel nostro sogno e uscire fuori di casa, in cerca di un nuovo posto dove sognare. Un nuovo posto dove poter scopare senza inibizioni né vergogna, e con la stessa foga inondarci in quella tenerezza che frantumava ogni nome. Ogni definizione di quella civile e moderna era che mi soffocava.
Così uscimmo di casa, attenti a non aver lasciato lì in casa nessuna traccia.
Piccole cose potevano tradirci. Le stesse piccole distrazioni che
avevano fatto beccare gente come John Wayne Gacy o John Wayne Gacy.
Ma fummo bravi! Io stesso mi occupai di gettare via il fazzoletto
sporco di sborra e di sistemare le lenzuola, mentre la piccola Ale
mise a posto con cura i bicchieri dove avevamo bevuto.
Eravamo insospettabili. Potevamo compiere così altri omicidi
ai danni della pubblica morale. E ci mettemmo in strada pronti a
effettuarli. Pronti a dar sfogo alla follia omicida che ardeva in noi.
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Ispirato a una storia vera. “Affamata d’amore”.

Mi lasciai cadere su di lei. Stringendola. Sentendo il suo corpo nudo e sudato contro al mio. Ansimando e baciandola. Accarezzandole i suoi capelli fradici di sudore.
Lei sorrise ancora. Fissandomi, per poi stringere la sua testa contro al mio petto.
Non disse niente! Forse in quel momento le parole non sarebbero servite a niente. No, non c’era spazio se non per quei suoi baci. Per il suo star stretta a me come se fosse una bambina desiderosa di coccole.
Ero confuso! Ero come stordito, ma mi sentivo benissimo. Finalmente a casa! Lì stretto a lei, baciandola e accarezzandola. Nudo. Sentendo la sua pelle contro la mia. Il suo respiro contro le mie labbra. Vedendo i suoi occhi pieni di luce. Il suo sorriso trasfigurato da uno strano senso di gioia.
Le diedi ancora una carezza. Qualche bacio.
Il tempo si era fermato!
Poi ci fu una spinta. E ancora un sorriso.
«Ti avevo detto di starmi lontano» disse lei, ridacchiando e dandomi calci e spinte.
Io cercai di fermarla. Sorridendo come un bambino. Sorridendo come un coglione.
Ma era tutto bellissimo!
Bellissima la sua innocenza. Quel suo sguardo. Quel suo sorriso.
Già, lei per tutti era la troia del paese. Quella che era fuggita di casa per farsi sbattere da ogni povero stronzo. E io ero l’alcolizzato. Quello visto con disgusto da ogni brava persona nella città dove abitavo.
Davvero una bella coppia!
E noi sapevamo che da un momento a un altro saremmo potuti precipitare da quel grattacielo di gioia, sfracellandoci su di un cumulo di cadaveri. Sulla cruda e bastarda realtà.
Sì, era già successo per entrambi, e ne portavamo ancora le cicatrici sul petto. Eppure restammo lì fermi. Come due incoscienti. Persi in quella nostra illusione. O magari in un sogno.
Lei affondò di più le dita contro al mio petto, poggiandoci sopra il capo, mentre io continuai ad accarezzarla.
«Dio, me l’hai rotta! Sei davvero una furia» disse, sorridendo.
Io la strinsi più forte, baciandole la fronte.
«Dai, non sarà mica così grave. In fondo non è stata mica la tua prima volta.»
Ma fu una pessima mossa!
Lei rimase in silenzio. Muovendo le sue piccole dita sul mio petto e respirando contro al mio collo.
Ecco, la favola era finita, e quello era il momento della verità. Il momento del dolore. Di ciò che non viene mai narrato nelle favole.
Sentii le sue dita trapassare la mia carne. Il mio petto. Il mio cuore.
«Hai mai sognato di non essere te?» mi disse con un filo di voce, continuando a stringermi il petto.
Io l’accarezzai ancora. Senza risponderle. Percependo in me il suo dolore.
«A volte mi son vista come una fata o una principessa» riprese «sai, di quelle delle favole! Del tipo, vagavo per i boschi della mia città. Mi stendevo per terra. Fissavo il cielo. Le nuvole si muovevano prendendo tante forme, e attorno a me mi sembrava di vedere tante farfalle volare.»
Per un attimo restò in silenzio. Stretta a me. Come se stesse vedendo chissà cosa.
Percepii le sue dita conficcarsi nella mia carne, e il mio stanco cuore battere contro la sua mano.
«Neanche me la ricordo la mia prima volta!» aggiunse. «Era una festa. Una festa data da qualche stronzo del mio paese. Io a quel tempo bevevo e fumavo molto. Tutto, pur di evadere da quella mia famiglia borghese. E lui, quel tipo, mi piaceva molto. Sì, gli facevo il filo, ma lui era il tipico stronzo
tutto sport e che non cagava nessuna, se non per scoparsela.»
Alzò lo sguardo verso il mio viso. Mi sorrise con fare amaro. Poi mi diede una carezza, e chinò nuovamente il capo sul mio petto.
«Io ero ubriaca» riprese «lui mi portò in una stanza. E poi… Beh, poi… Poi fece quello che voleva fare!»
Ci fu ancora un attimo di silenzio. Io rimasi zitto. Accarezzandola. Desiderando con tutto me stesso d’incontrare quel bamboccio per fargli sputare i denti da bocca.
Ma a che sarebbe servito?
Lei aveva mangiato tanta merda. Io avevo mangiato tanta merda. Il mondo era in debito con noi, ma nessuno ci avrebbe mai ripagato.
Le diedi ancora una carezza. Lei mi sorrise ancora. Con fare cinico. Stringendomi. Cercando di seppellire nella mia pelle il suo dolore.
«Figurati che lo seppi dalla mia migliore amica» disse ancora. «Ci pensi? Sapere dalla tua migliore amica di essere stata sverginata. E prima che io lo sapessi, tutto il paese lo sapeva. Io ero una puttana! E neanche ricordavo niente. Non una minima cosa, per fortuna.»
La strinsi ancora. Sentii sulla mia pelle le sue lacrime, benché lei non continuò a far altro che sorridere. Sorridere in maniera amara.
Poi alzò lo sguardo verso di me. Mi accarezzò ancora e sorrise nuovamente, come se stesse vedendo il sole.
Sentii le sue dita contro al mio viso. I suoi polpastrelli sulle mie guance.
Era qualcosa di tenero. Di mai provato prima. Come un sogno che mi stava travolgendo.
Le mie delusioni di quand’ero bambino. Il mio essere deriso quando portavo lo zainetto da discount mentre tutti nella mia classe avevano lo zainetto della Standa. Mia madre sempre a dirmi che non valevo niente. Mio padre che non ricordava il mio nome. Quella sua famiglia che neanche la vedeva, mentre lei vagava nel nulla, lasciandosi sbranare da lupi. Invisibile. Come un qualcosa d’inventato.
Eppure, in quel silenzio, mentre la luce del sole ci travolgeva entrando dalla finestra, io non riuscii a dirle niente. A fare niente. Niente! Se non stringerla a me. Per permetterle di dimenticare.
Per dimenticare!
Fu così strano! Stare lì stesi. Abbracciati. L’uno conoscendo il dolore dell’altro.
Poi sentii ancora le sue dita nella mia carne. Un sorriso! Un balzo. Un calcio nel mio fianco.
Rimanemmo lì fermi. Stringendoci e scherzando. Finché lei si alzò. Si guardò a torno, e poi tornò a fissare me.
Ridendo, corse nuda fino alla mia camera da letto.
Io la seguii, e quando entrai lì dentro, la trovai davanti alla mia scrivania. Sfogliando i miei libri.
Li toccò a uno a uno, come se toccandoli potesse leggerli. Poi la sua attenzione si fermò su uno di essi.
Soffocare, era il suo titolo. E lei lo estrasse da quella massa di libri, sfogliandolo, e poi mostrandomelo.
«Questo è quello di cui parli nel tuo libro? Il libro che ti regalo Alessandra?»
Io annuii, avvicinandomi a lei e stringendolo.
«Figo!» esclamò, stando tra le mie braccia e continuando a sfogliare le pagine di quel libro. «Se ci pensi ho tra le mani lo stesso libro di cui hai parlato nel tuo romanzo. E non una copia qualsiasi. No, proprio lui. L’originale!»
Poi, silenziosa, continuò a sfogliare quelle pagine. Fissandole con attenzione, mentre io tenendola stretta contemplavo la sua bellezza. Quel suo essere come al di fuori del mondo. Capace di cogliere piccole ma meravigliose cose proprio come quella. Come quel piccolo particolare a cui forse io non avrei mai pensato.
Dopo meno di un minuto lasciò perdere quel libro, rimettendolo al proprio posto e tirandone fuori altri due. Li guardò attentamente, e poi girò il capo verso me, mostrandomeli.
«Ma questi sono sempre tuoi?»
«Non proprio! Ci sta un mio racconto in ognuno di essi.»
«Oh, mica male! Un romanzo su carta, altri sei in digitale, e poi due racconti in due diversi libri.
Non è mica da tutti!»
«Bah, non ci pago mica l’affitto con quel che scrivo.»
Lei si divincolò dalle mie braccia, facendo una smorfia e dandomi uno dei suoi piccoli calci.
«Il solito pessimista del cazzo!» disse, ridacchiando. «Ora, dai, fai il bravo e fammi leggere i tuoi racconti» aggiunse, stendendosi sulla coperta lasciata sul pavimento.
Si stese a pancia all’aria, incrociando le gambe come se stesse seduta, e tenendo ritto contro la sua faccia uno di quei libri, mentre l’altro lo lasciò al suo fianco.
Io mi misi a sedere sul letto. Accendendo una paglia e fissandola. Guardando quella sua stranissima bellezza. Il suo non imbarazzarsi a starsene nuda a leggere davanti ai miei occhi. Come se fosse normalissimo stare lì. Come se ci fossimo da sempre.
Dio, quell’immagine rimase impressa nella mia mente. Le sue forme, il suo sguardo attento, il suo essere così attenta a quanto da me scritto.
Poi, una volta finito, gettò quel libro a terra e afferrò l’altro, cercando il mio racconto.
«Certo che scrivi proprio bene!» disse, sfogliando quelle pagine in cerca dell’altro mio racconto.
«Lo so, piccolina.»
« Presuntuoso del cazzo!» esclamò sorridendo, e iniziando poi a leggere quell’altro racconto, mentre io rimasi seduto davanti a lei, fissandola, perso in quella sua bellezza.
Una volta finito di leggere, lasciò cadere quel libro sulla coperta, rimanendo stesa lì sopra. Nuda tra quei libri. Sospirando mentre fissava il soffitto.
«Dio, mi piace troppo come scrivi!» sospirò, come se stesse sognando. Come se stesse vedendo innanzi ai suoi occhi i personaggi delle mie storie. E forse anche me e Alessandra. O magari me e Violasan.
Poi, ecco che si alzò di scatto, mettendosi in piedi davanti a me.
«Ma che ore sono?» mi chiese.
Io non le risposi. Era mezzogiorno passato. Ma ormai il tempo non aveva più senso. Niente aveva più senso! Ci stavamo solo noi. Da soli. Nudi. Nel niente. Persi al di là delle nostre illusioni.
Restammo ancora un po’ lì, abbracciati e coccolandoci. A volte prendendoci a calci o sfottendoci.
Fu lei a prendere l’iniziativa!
«Dai, mollusco, pranziamo assieme che dopo voglio andare un po’ in giro. O hai da fare?» disse, tirandosi su. Piazzandosi in ginocchio sul letto e fissandomi con occhi ora pieni di vita.
Io restai a guardarla per qualche secondo. Dio, era bellissima! E mi stava entrando sempre più dentro. Proprio come una droga.
Chissà, forse nel tempo mi avrebbe avvelenato il sangue, facendomi crepare tra atroci sofferenze. Oppure quello strano e improvviso sogno sarebbe finito da un giorno a un altro. Magari domani, o forse dopodomani. Ma intanto, lei voleva stare con me. E stranamente, anch’io volevo stare con lei.
Già, andare in giro! Era una vita che non andavo in giro con una donna. Intendo, in un orario in cui ci fosse ancora il sole.
Sì, le donne amano sempre uscire alla luce del sole. Amano fare lunghe passeggiate, magari parlando di stronzate come il loro lavoro, i loro hobby, i loro sogni.
E io odiavo quelle cazzate! Soprattutto, odiavo vedere il genere umano alla luce del sole.
Eppure, sapevo che l’avrei fatto. Sapevo che sarei uscito con lei, magari andando in giro come due turisti. Forse mangiando addirittura un gelato o bevendo uno schifoso aperitivo.
Ma che cazzo mi stava succedendo? Avevo forse perso le palle?
No, non potevo ridurmi così solo per una sconosciuta. Non poteva davvero interessarmi a tal punto una che conoscevo da solo un giorno.
Era un fatto di pelle, né più né meno. Succede spesso quando c’è una forte intesa sessuale. Credi addirittura di amare una persona. Ne senti il bisogno. Credi di non poter fare a meno di lei, quando invece, non puoi far a meno solo della sua pelle. Di quella carne di cui sei innamorato. Di quella
carne che crea in te una dipendenza mille volte superiore a quella dell’eroina.
Sì, di certo era questo che mi legava a lei. Doveva essere questo! Non poteva essere altro.
Eppure, mentre lei mi tirava per un braccio e mi mollava pizzicotti, cercando di convincermi ad alzarmi dal letto, mi sentivo come mai prima. Sentivo un forte calore inondare il mio corpo. E il senso di soffocamento che provavo perennemente era come svanito di colpo.
Stavo bene! Ecco il termine giusto. Quel termine a cui non pensavo da anni, essendo un qualcosa di così lontano dalla mia vita.
Già, il suo sorriso, i suoi occhi, le sue battute ironiche e pungenti sul mio conto, il suo essere un vulcano in eruzione.
Mi stava travolgendo. Mi aveva travolto!
No, no, no. Forse ero ancora in tempo! Ancora in tempo per fuggire da lei. Per fuggire da quello che presto o tardi sarebbe stato solo un ennesimo colpo al cuore di un povero e ingenuo fallito.
Succede sempre. Deve succedere prima o poi. Subentra la noia. Lei non ti guarda più con occhi pieni di luce. Parla sempre meno con te. E poi,
ecco che arriva quella dannata telefonata. “Dobbiamo parlare!”.
Una frase udita mille volte. Il sinonimo di un tradimento. Di una nuova umiliazione. Di un nuovo fallimento. Di una nuova morte.
La droga che ti dava piacere diventa veleno. I capillari si spezzano. Le vene esplodono. E tu rimani a terra, in una pozza di sangue. Solo un pezzo di carne maciullata.
Sì, succede sempre! A me era successo mille volte. E forse, se non fossi scappato, sarebbe successo ancora una volta.
Ma nonostante ciò, ero ancora lì. Lottando assieme a lei. Sorridendo. Stringendola. Baciandola.
E se la catena si fosse infranta? Se stavolta fosse andata bene?
Cazzo, mi passarono in testa termini ridicoli come “quella giusta”, o altre cazzate simili.
Ero diventato un bamboccio che credeva nelle favole, e magari le avrei regalato persino un mazzo di rose e avrei visto assieme a lei un film della Disney.
Già, mi sembrava persino di vedere i titoli di qualche sconosciuto giornaletto locale. “Scrittore emergente, noto per il suo stile violento e scurrile, di colpo cambia genere, abbracciando temi romantici e pieni di speranza. I lettori sono entusiasti! C’è persino chi l’ha ribattezzato Il nuovo Fabio Volo”.
Da farmi cadere le palle!
Ma neanche quella prospettiva mi frenò.
No, guardandola, mi sembrava quasi di vedermi in uno specchio. Vedevo la mia follia. Il mio non voler crepare come uno dei tanti mediocri al mondo. Il mio non fottermene di una casa al mare, di un’auto costosa, dei vestiti o di qualche merdoso reality.
Ecco, ero fottuto! Lei era entrata. E forse anch’io ero entrato in lei.
Eravamo entrambi nudi. Inermi. Forse spaventati. Eppure, nessuno di noi due riusciva a smettere di volersi. Eravamo travolti dalle stesse fiamme. Eravamo due pazzi incoscienti che stavano giocando tutto a una mano di poker, senza neanche sapere quali fossero le carte nelle proprie mani.
Ma sapevo di voler rischiare! Non capivo il perché. Sapevo solo di star bene. Quel termine mai usato. Quel termine che neanche conoscevo più.
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Nuovo restyling di “FOTTITI”, ossessivo, cruento, borderline romanzo edito dalla Dmaster edizioni

La sentii smettere di piangere, lentamente, come se si stesse risvegliando da un incubo, oppure da un sogno.

Io continuai ad accarezzarla, lentamente, come fossi la sua mamma.

E lo ero!

Sì, ero diventato la sua dolce mammina. Il suo tenero papino.

Ero la via, la verità, la vita. Ed ecco il suo volto. Ecco il suo sguardo. I suoi occhi su di me. La sua anima su di me.

Era inquietante! Qualcosa di triste. Qualcosa di perforante.

E la vidi! Sì, vidi lei. Vidi lei, lì su quel letto, a fissarmi indifesa come un piccolo cucciolo. A fissarmi con gli occhi pieni di lacrime. A fissarmi come se fosse un corpo pieno di lividi. Una bambina picchiata, violentata, e poi gettata in una discarica.

Cazzo, ero inerme! Ero immobile, lì rapito da lei, trapassato da lei.

La vedevo!

Era la grassona emarginata lasciata da sola a giocare con le bambole, mentre tutte le altre compagne di scuola andavano a prendere il gelato in giro con dei ragazzi.

Era quella chiamata “quattrocchi” oppure “cicciona”. Era quella picchiata per i soldi della merenda. La ragazza derisa per i suoi vestiti ridicoli. La piccola bambina costretta a vedere litigare i propri genitori durante la notte di Natale, sapendo che non avrebbe mai avuto il regalo desiderato.

Era lei, la fallita! La vittima. Il bue portato al macello. Il maialino squartato e ficcato in qualche foto su di un social network.

Non era più la puttanella malvagia e affamata di emozioni. Non era più la troia da stuprare. Non era più la viscida cagna da scopare.

No, lei era diventata un essere umano. Lei era una fragile bambina. Una creatura con in corpo tutte le piaghe e le sofferenze del genere umano.

Lei ora era Cristo sulla croce. Era la Maddalena stravolta dal dolore. E io ero fottuto! Io non potevo fare niente per resisterle. Non potevo fare niente per resistere a quello che avevo dentro. A quella parte di me che riaffiorava avvolgendomi, proprio come i tentacoli di una piovra gigante.

Ecco, uccidere, uccidere, uccidere.

Schiaccia il cranio di quella piccola troia prima che ti fotta. Dalle un pugno dritto in faccia, facendole entrare i pezzi del naso nel cervello. Sbattila per terra, allargale le gambe e ficcaglielo dentro.

Uccidila, uccidila, uccidila.

Ma non potevo!

No, ormai lei era entrata. La mia mano saliva sulla sua gamba. La mia mano accarezzava la piccola bambina offesa dal mondo. La mia mano accarezzava anni di dolore che si portava in corpo. E prima che me ne rendessi conto, prima che potessi reagire, mi ritrovai abbracciato a lei. Lì steso su quel letto, abbracciato a lei, accarezzandole i capelli e sentendo in me il suo dolore. Il dolore di quelle lacrime. Il dolore di quella vita celata al mondo, lì nascosta dietro il suo volto da puttana.

La strinsi forte a me, accarezzandola. Accarezzando i suoi capelli. Accarezzandola e baciando la sua pelle, sentendo le sue lacrime sulle mie labbra. Bevendo il suo dolore, e la sua rassegnazione.

Lei mi strinse forte. Affondò nella mia carne le sue piccole dita, proprio come avevo fatto con il suo culo.

Poi alzò lo sguardo.

Io la guardai, ma non avrei dovuto farlo.

Fu una bomba atomica. Un’intera ondata contro di me. Delle cellule impazzite che invadevano il mio corpo.

I suoi occhi mi fissavano, gelidi e immobili davanti a me.

I suoi occhi erano in me. La sua vita era in me. Il suo dolore era in me, e io ero spaventato. Ero inerme. Ero rapito dal suo dolore. Ero pieno di metastasi.

Voglia di salvare il prossimo per sentirsi speciali, avrebbero detto gli psicologi. E io continuavo a fissarla. Continuavo a stringerla. Continuavo ad accarezzarla. Continuavo a sentirla dentro, mentre lei stava tra le mie braccia. Mentre lei stava lì, immobile, pietrificata, lì tra le mie braccia.

Poi alzò lo sguardo di nuovo, fissandomi. Mischiando l’oceano delle sue lacrime alle mie, ormai dimenticate da secoli.

«Stringimi forte» mi disse.

Ed ecco il dolore. Ecco la lancia di Longino nelle mie costole. La rivelazione che prendeva forma in me come fosse un enorme fungo atomico pronto a distruggere ogni mia cellula.

“Sei un essere umano!”, ecco cosa diceva quella voce silenziosa in me. Quel sussurro mai udito. Quella voce da sempre nascosta.

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Viola come un livido, romanzo edito dalla Damster edizioni. Disponibile sia in cartaceo che in E-book. Una storia d’amore realmente accaduta.

Lei era tutto!
Io ero perso nel tutto, e per quanto lottassi, non riuscivo a staccarmi da lei. Per quanto cercassi di restare nel mio mondo, nelle mie certezze, non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava, continuando a sorridere. Tremava innanzi a quella libertà mai provata pienamente prima. Quel suo poter stare lì davanti a me con il corpo di Alessandra, pur essendo Violasan. Libera di succhiare il cazzo e bere fino all’ultima goccia di sperma, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi “ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
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The writer, romanzo edito dalla damster edizioni, ispirato alla vera storia di uno scrittore emergente, e disponibile presso i migliori store online.

Beh, eravamo a una fiera dell’editoria. Dunque non si poteva che parlare di libri. E
ovviamente ognuno voleva parlare del proprio libro!
L’intervista ricevuta, la presentazione fatta, il nuovo romanzo in cantiere, la premiazione di questo
e quell’altro concorso.
Dio, tutti che tessevano le proprie lodi. Tanti mister sconosciuti di cui mai avevo sentito parlare, e
che mai avrei conosciuto se non fosse stato per quel concorso.
Nessuno di loro, proprio come me, avrebbe mai scritto un bestseller. E nessuno di loro, proprio
come me, sarebbe mai entrato nei libri di storia.
Io l’avevo capito. Max l’aveva capito. Loro non l’avevano capito!
Erano convinti di essere degli scrittori. Mentre io, beh, non sapevo più cosa fossi.
Ero solo stanco. Stanco di tutto!
Così feci cenno a Max e in un attimo mi tolsi da lì. Andando nel solo posto buono. Nel solo posto
che lì in mezzo avesse un senso.
Andai al cesso!
Sì, mi chiusi nel cesso, pur senza dover pisciare. Solo per starmene per conto mio! Da solo. Senza
quella cazzo di gente attorno.
Rimasi seduto sulla tazza, con le mani contro la viso e respirando a fatica.
«Quante teste di cazzo!» sentii rimbombare nella mia testa.
Tolsi le mani dal capo e mi voltai ripetutamente, come in preda a un tic nervoso.
Non c’era nessuno, e quasi piangendo abbassai di nuovo la testa, stringendola tra le mani.
“Solo cazzoni! E quelli sarebbero scrittori?” riprese a echeggiare quella voce forte e rauca. “Tutti
a succhiarselo a vicenda!”
Mi alzai di colpo dal cesso, prendendo a camminare freneticamente in quel bagno. Respirando
velocemente. Sudando. Quasi tremando.
Quella voce cominciò a ridere di me. Sempre più forte. Sempre più forte. Forse solo nella mia
testa!
Appoggiai le mani contro al lavello, ansimando e fissando il buco nel lavandino come a cercare
una via di fuga.
“Tu non ci sei. Tu non ci sei. Lasciami in pace! Tu non esisti. Non esisti!” cominciai a borbottare,
ansimando e fissando quel dannato buco.
La voce cessò. Io alzai lentamente lo sguardo, fissando il mio volto nello specchio innanzi a me. Il
mio volto stanco, stravolto, orrendo.
Quella risata tornò a rimbombare in me e fuori di me. Io mi strinsi forte la testa, fissandomi allo
specchio e digrignando i denti.
“Cosa hai intenzione di fare? Vuoi scrivere un romanzo come uno di quelli di Bukowski, oppure
una merdata pseudo sentimentale come quella di Stefano?”
«Basta, basta, basta!» presi a urlare, dando forti pungi contro al lavello.
Lui rise ancora. Rise di me! E aveva ragione a farlo.
“Dai, magari vincerai anche il tuo premio!” riprese. “Avrai il tuo patetico momento di gloria e poi
tornerai nel tuo cesso. Al tuo lavoro di merda, mio caro scrittore”.
Io urlai, dando un calcio contro al lavello e voltandomi di scatto.
Le risate andarono lentamente sfumando. Udii dei rumori contro la porta. Dei colpi forti!
«Va tutto bene lì dentro?» chiese qualcuno lì fuori, con voce forte.
Io mi guardai attorno, come risvegliatomi da un lungo coma. Senza sapere dove mi trovassi. Senza
sapere chi fossi.
Tirai fuori il cellulare e lo fissai, mentre quei colpi e quella voce continuavano a rimbombare lì
fuori.
Erano le quattro! Ero stato mezz’ora lì dentro. Perso. A parlare col nulla. Quasi impazzendo.
Raggiunsi la porta e l’aprii di scatto, trovandomi davanti il coglione che aveva cercato di
vendermi il suo merdoso libro.
Lui mi fissò con aria attonita. Guardandomi lì davanti a lui, ansimante e sudato.
«Va… Va tutto bene?» mi chiese con la sua voce di cazzo.
Io lo fissai dritto negli occhi. Senza vederlo. Senza vedere niente!
In un attimo lo afferrai per il collo, cominciando a scuoterlo con forza.
«Io sono uno scrittore!» esclamai con tono forte. «E ora ho un premio da ritirare.»
Mollai la presa, lasciando lì in mio amichetto. Ancora scioccato. Senza aver capito un cazzo di
quello che era successo.
Uscii da quel cesso, avanzando a passo veloce tra quella folla di coglioni. Senza vedere nessuno.
Senza sentire nessuno. Desiderando di vincere almeno una volta nella mia porca vita.
Entrai in una piccola sala. Una sala con dentro una trentina di persone. Forse una quarantina! Ma
comunque, di certo tutti amici o parenti dei miei colleghi scrittori.
E i miei colleghi scrittori erano in quella sala. Tutti attorno a una scrivania. E in mezzo a loro ci
stava Max, intento a fissarmi mentre manteneva un microfono.
Fece un sorriso, calandosi nel personaggio e indicandomi.
«Oh, ecco Marco Covello!» esclamò con tono beffardo.
La folla scoppiò a ridere e al tempo stesso qualcuno applaudì.
«Avanti, vieni avanti» riprese Max, facendo un cenno con la mano. «Ti avevamo dato per
disperso. Aspettavamo solo te!»
Io restai in fondo alla sala a fissarlo per qualche secondo. A fissarlo, e al tempo stesso a fissare
quella folla di sconosciuti.
“Questi non valgono neanche il sudore delle tue palle” echeggiò quella voce nella mia testa.
Io chiusi gli occhi, strizzandoli. Poi li riaprii. La voce svanì, e con passo deciso mi diressi verso
Max. Verso il mio premio!
La folla applaudì ancora. Max sorrise, fissandomi, mentre mi piazzai tra i miei amici colleghi,
anch’essi sorridenti.
«Bene, bene. Credevamo ti fossi ubriacato» riprese Max, sorridendo, ormai calato del tutto nel
suo personaggio.
I miei colleghi e la folla scoppiarono a ridere. Io abbozzai un sorriso, guardandomi attorno con
fare spaesato. Desiderando di essere ovunque, tranne che lì.
«Beh, vedete» aggiunse Max «non so se qualcuno di voi ha mai letto i romanzi di Covello. Ma…
Come dire. Sono un tantino forti! Roba da far rischiare la galera a un editore.»
Ci furono altre risate, e ancora alcuni applausi.
«Ma poi, conoscendolo bene, beh, potrete notare che Marco è una persona molto timida e
sensibile.»
Ecco, era fatta! L’applausometro del telequiz del Sabato sera stava esplodendo. La folla era in
subbuglio! La folla amava i tipi duri dall’animo tenero. E io ero quel tipo! Max da bravo showman
aveva dato al pubblico il loro nuovo Danny Zucco. Un nuovo Johnny Castle da osannare.
Sì, il pubblico già mi amava! Quel pubblico che con ogni probabilità non avrebbe mai comprato il
mio libro, né lo avrebbe consigliato ad altri. O magari mi avrebbe odiato subito dopo averlo letto.
Intanto lo show andò avanti.
Gli applausi finirono e dopo la spiegazione del concorso e di tutto il resto arrivammo finalmente
al momento della premiazione.
Toccò per primo al terzo classificato!
Max manteneva una busta con dentro il libro stampato del vincitore. Tutti noi eravamo in
trepidazione. Noi, 31 scrittori consapevoli che solo 3 avrebbero vinto.
Toccò a Jessy! E lei fu entusiasta di ritirare il suo premio. Era la settimo cielo!
Sì, il suo primo libro cartaceo. Un vero sogno che si realizzava, così disse al pubblico.
Raccontando poi a loro delle emozioni vissute nello scriverlo. Di ciò che l’aveva ispirata. E di come
sin da bambina aveva desiderato diventare una scrittrice.
Tutti applaudirono, ovviamente. Compresi gli altri 29 che si avvicinavano sempre più alla
sconfitta o alla vittoria.
Il solo a non applaudire fui io. Ero stanco. E non mi andava di muovere un solo muscolo.
No, attesi lì in silenzio il proseguo dello show. E in un attimo, dopo qualche altra chiacchiera sul
concorso, Max tirò fuori un altro libro.
Fu il turno di Lorenza: in arte Milly Kant. Una milf grassoccia ma ancora passabile che aveva
scritto la storia di una milf finita in un club di scambisti, incontrando così un certo dottor Lawrence.
Un uomo che le avrebbe stravolto la vita. Ridandole la stima in se stessa. Facendola sentire ancora
una bella cagna da fottere. E perché no… Anche da amare!
La storia della sua vita! Così disse quella borghesuccia che aveva bisogno di un nome falso per
non far sapere a tutti di essere una che sognava di essere sbattuta da un dottor Lawrence, e non dal
suo bravo marito che applaudiva tra la folla di amici e parenti.
Così il cerchio si strinse.
Max fece qualche battuta, tanto per prolungare il tempo della premiazione e creare un po’ di
suspense.
Poi finalmente prese la busta in mano. Tutti cominciarono a sudare freddo. Io pensai che avrebbe
vinto uno dei miei romanzi, e non quello stronzo di Stefano.
Infatti fu così!
«Viola come un livido! Primo classificato come miglior romanzo erotico» esclamò Max.
La folla cominciò ad applaudire. Stefano strinse i pugni dalla rabbia. E i miei colleghi, invidiosi
quanto lui, presero ad applaudire e sorridere.
Io andai verso Max, lentamente, per niente sorpreso della vittoria.
Ero il migliore! Sì, il migliore tra un branco di deficienti buoni solo a scrivere cazzate su qualche
blog. Ma avevo vinto. Dunque dovevo essere grato a tutti. Dovevo diventare attraente come Richard
Gere e simpatico come Eddie Murphy.
Beh, ci pensò Max ad aiutarmi. Ad aiutarmi presentandomi a quel microscopico mondo all’interno
di quella sala.
«Sapete» disse rivolgendosi alla folla «Marco ha già pubblicato diversi racconti con noi. E non
racconti di poche pagine. Racconti di almeno quaranta pagine!»
La folla scoppiò a ridere e applaudire, mentre io stavo lì fermo davanti a loro, con il mio libro tra
le mani. Ormai realizzato. Un vero scrittore!
«Ogni volta che aprivo la mail» riprese Max «dicevo: “Ecco, altra roba di Covello! E come avete
visto a questo concorso non ha mica partecipato con un solo romanzo. No, lui ne ha invitai ben tre!
Viola come un livido, qui tra le sue mani. E ancora Lasciami entrare e Fottiti, disponibili, come
forse sapete, già da novembre in formato E-Book >>
La folla applaudì ancora, e così i miei colleghi. Io fissai il mio libro. La folla fissò me. Max fissò
me.
«Vuoi dire qualcosa?» mi chiese.
Io voltai appena un po’ lo sguardo verso di lui. Attonito. Pensando che lì non c’era la RAI o
qualche cazzo di celebrità ad accogliermi, ma solo dei patetici individui che come me si credevano
degli scrittori.
Mi feci comunque forza e afferrai il microfono.
Ringraziai tutti, dal primo all’ultimo. Dicendo che tra i tre romanzi scritti, quello era il più caro a
me, in quanto una storia vera! La storia di un disadattato. Un alcolizzato che dopo aver conosciuto
una schizzata che passava le sue notti in una videochat porno cercando un medium, o sgrillettandosi
di tanto in tanto, decide di farsi seicento chilometri solo per conoscere la suddetta schizzata.
Beh, che dire, era tutto vero! Quella storia era capitata per davvero. Solo che dopo un anno di
fidanzamento la schizzata cominciò a pretendere la normalità che il disadattato non poteva darle. E
così lo mandò a fare in culo!
Quella parte non c’era nel romanzo.
Ma in fondo, esso parlava solo dell’inizio di un amore. Non della sua fine.
Chissà, magari un giorno avrei scritto il seguito. Oppure avrei lasciato per me la fine di quella
storia.
Dipendeva dal pubblico!
Sì, io lo sapevo, e anche Max lo sapeva.
La gente amava sempre le storie vere. Benché non avessero mai letto quella mia storia vera.
Quella storia che li avrebbe scandalizzati, trovando in essa solo pervertiti squallidi e per niente
affascinanti. Tutte quelle cose che cercavano di nascondere a se stessi. Quelle cose ben lontane dai
film che amavano guardare alla tele.
Però avevo vinto! Sì, e dopo quel discorso, e lo zampino di Max, non solo ero il vincente, ma ero
anche il nuovo Bukowski del decennio. Un uomo sensibile e tormentato. Un uomo che non poteva fare
altro che scrivere e ubriacarsi per percuotere il demone dentro di lui.
Comunque fosse, dopo sorrisi e congratulazioni ci ritrovammo tutti attorno allo stand di Max.
O meglio, gli altri andarono subito. Io uscii fuori a fumare una sigaretta. Con il mio libro in mano,
da bravo vincente. Con la voglia di urlare a tutti “Guardate, ho vinto. Questo è il mio libro. Sono uno
scrittore! Avanti, inchinatevi e baciatemi le palle”.
Ma restai lì fuori da solo, fumando la mia sigaretta in silenzio. Fissando altri deficienti che come
me avevano scritto un libro stampato su carta. Un libro che vendeva sì e no venti o trenta copie al
mese, nella migliore delle ipotesi.
Una volta finita la cicca rientrai dentro, sempre stringendo il mio libro in mano.
Alcuni tra la folla mi guardarono con rispetto. Capendo che non ero solo uno sballato finito lì per
caso. Ma che ero uno scrittore! E come tale, ero degno di stima. Degno di essere servito e riverito.
Arrivai allo stand di Max. Il più degli autori si erano ormai dileguati, dopo aver visto il proprio
bestseller perdere. Erano rimasti solo i due vincitori, e un’altra decina di autori. Il resto solo curiosi.
Provetti scrittori, parenti e amici dei pochi rimasti, e qualche acquirente.
Mi misi dietro al banco, con fare lento, mentre qualcuno ancora si congratulava con me.
Max era impegnato a vendere i suoi libri, e a dargli una mano ci stava una tipa dall’aria cupa.
Una tipetta magra e dai grossi denti bianchi si avvicinò al banco, guardando tra i libri.
Afferrò proprio il mio!
«Io voglio quello del napoletano!» esclamò, stringendo il mio libro e guardandosi attorno. «Ma
voglio una sua dedica.»
Max mi fissò sorridendo e mettendomi la mano sulla spalla.
«Ma è qui!» esclamò. E finalmente la tipa mi vide! Sorridendo. Avendomi visto anche prima ma
senza avermi riconosciuto. Colpita solo dalla storia drammatica e passionale dello scrittore, non
dallo scrittore stesso.
Ovviamente le firmai il suo cazzo di libro, anche se avrei voluto dirle “Ma che cazzo ti ridi,
stronza? Tu non mi conosci! E di solito chiami porci quelli che si segano nelle videochat. Avanti,
prendi il tuo cazzo di libro firmato da Mr Scrittore e togliti dalle palle. Prima che tuo marito si
masturbi troppo davanti a qualche troia in cam”.
Ma invece, niente! Proprio come sempre.
Firmai il libro!
“A chi cerca l’amore reale” scrissi, con tanto di firma.
La prima frase che mi venne in mente.
E poi altri che volevano il mio libro. Altri che volevano la storia vera. Altri che non
immaginavano cosa avrebbero letto.
Feci molte firme, molti sorrisi, molte dediche fasulle.
Ero stanco. Troppo stanco! Al punto che Max se ne accorse, e con una scusa mi portò via da lì,
lasciando il dominio delle vendite a Miss Dark.

 

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